CARTA DEL PERCORSO


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Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Parcheggio di San Giovanni sopra Gerola-Ponte della Val di Pai-Casera di Stavello-Bocchetta di Stavello-Monte Rotondo
3h e 30 min
1100
E
SINTESI. Alla prima rotonda all'ingresso di Morbegno (per chi proviene da Milano) prendamo a destra ed alla successiva ancora a destra; dopo un ponte imbocchiamo la provinciale della Val Gerola, saliamo a Gerola Alta e all'uscita dal paese lasciamo la strada per Pescegallo per prendere a destra, imboccando la strada che termina a Laveggiolo. All'ultimo tornante sx prima di Laveggiolo la lasciamo per imboccare una pista che sale a destra. Al cartello di divieto di transito parcheggiamo. Ci mettiamo in cammino passando a monte della chiesetta di San Giovanni. Dopo un breve tratto in leggera discesa, proseguiamo in moderata salita, fino ad incontrare, ad una piazzola, una sbarra, oltre la quale proseguiamo in una pecceta. Poi la pista piega a sinistra e noi la lasciamo, imboccando sulla destra, a quota 1490 metri, un sentiero (nel primo tratto è assai largo) che effettua un lungo traverso sul selvaggio e scosceso del fianco meridionale della Valle di Pai. Poi usciamo ad una radura e vediamo, alla nostra destra, una deviazione: un sentierino, segnalato da segnavia bianco-rossi, lascia quello che procede in piano e scende sul fondovalle. La breve discesa, su traccia piuttosto stretta ed insidiata dalla bassa vegetazione, porta ad un ponte in legno che ci permette di attraversare il torrente. Prima del ponte ci raggiunge da destra un sentiero che sale da Ravizze. Dopo il ponte il sentierino riguadagna rapidamente quota sul ripido fianco settentrionale della valle. Dopo qualche tornantino, ci raggiunge, da sinistra, un sentierino pianeggiante. Qui prendiamo a destra e ci allontaniamo dal torrente della valle, avvicinandoci ad una vallecola minore; abbiamo l’impressione di doverla attraversare, ma di nuovo il sentiero piega a sinistra e se ne allontana. Ogni tanto, su qualche sasso, troviamo segnavia bianco-rossi e la sigla GVO. Pieghiamo di nuovo a destra e, con qualche serpentina, raggiungiamo un primo gruppo di ruderi di baita, mentre sulla destra vediamo di nuovo la vallecola minore; un po’ più avanti, a quota 1590, troviamo il rudere di una baita più grande. Saliamo ancora con tornantini in una rada macchia di larici, poi approdiamo ad una nuova radura e di nuovo troviamo, a quota 1690 metri, un rudere di baita, passando alla sua sinistra. Superata un’altra macchia, raggiungiamo, a quota 1790 metri, il limite di una più ampia radura, che il sentiero attraversa stando per un tratto sul lato sinistro, poi tenendo il centro. Il sentiero riprende a salire verso destra, superando anche cinque grandi larici, poi volge a sinistra ed effettua un secondo traverso, proponendo poi una sequenza di tornanti dx-sx-dx-sx-dx, prima di congiungersi, a quota 1870, con un sentiero pianeggiante che proviene, sulla sinistra, dall’alpe Svanollino. Andiamo a destra, su sentiero largo ma esposto (corde fisse) perché taglia il ripido fianco della valle ed è esposto su un salto roccioso. In breve siamo alla parte bassa dei prati dominati dal baitone e dalla casera di Stavello (m. 1944). Da qui partono due sentieri: seguiamo quello che i cartelli indicano per la bocchetta di Stavello (verso nord): passa accanto ad una croce in legno, sale alle spalle della casera, verso sinistra (faccia alla casera), taglia una formazione rocciosa (passaggio esposto) e porta all'alta Val di Pai, traversando alla “baita del dòos trùnch”, posta, a quota 2095, alla base di un dosso abbastanza ripido. Il sentiero descrive poi un ampio arco in senso antiorario verso sud-ovest, attraversando un corso d'acqua e giungendo ai piedi del ripido versante sotto la bocchetta di Stavello, colonizzato da macereti. Ora la salita si fa più ripida, con secchi tornantini; purtroppo in un paio di punti altrettanti smottamenti hanno lasciato scoperta la nuda roccia che va scavalcata con piede fermo e calzatura adeguate (soprattutto nel primo passaggio, esposto ad un saltino). Alla fine siamo alla bocchetta di Stavello (m. 2201). Prendiamo ora a destra (nord-ovest) e seguiamo un sentiero che sale a ridosso del crinale, allontanandosi più in alto leggermente sulla sinistra, per poi tornare e raggiungere facilmente la cima del monte Rotondo (m. 2496)..

Il monte Rotondo ("ul Redónt", nel dialetto di Gerola, “ul Redùnt”, in quello di Pedesina, m. 2496) è il punto più alto del territorio comunale di Pedesina e sconta, probabilmente, il suo aspetto dimesso: il nome stesso segnala che il suo profilo, da qualunque punto lo si osservi, non spicca per imponenza o slancio, ma si mostra poco pronunciato ed arrotondato. Eppure è una cima che assomma in sé molteplici motivi di interesse.
Innanzitutto, dopo l’illustre e conosciutissimo Pizzo dei Tre Signori, è la seconda cima, per altezza, del lungo versante che delimita ad ovest la Val Gerola, e per soli quattro metri non tocca la soglia dei 2500 metri. Poi consente, con una salita di impegno non più che escursionistico, di raggiungere un punto panoramico di grande valore, perché si colloca nel punto d’incontro dei crinali che delimitano la Valle di Fraina (comune di Premana e provincia di Lecco, a sud), l’alta Val Lésina (comune di Rogolo, a nord-ovest) e la Val di Pai (comuni di Gerola e Pedesina, a nord-est, anche se, stando alle indicazioni erronee della carta IGM, la Val di Pai rientra interamente nel territorio del comune di Pedesina). Infine il sistema di fortificazioni che dalla bocchetta di Stavello punteggia il crinale sud-orientale del monte, fino alla cima, e che rientrava nella strategia di difesa del generale Cadorna, durante la Prima Guerra Mondiale, aggiunge un elemento di interesse storico di grande suggestione. Teniamo presente, infine, che la salita alla cima dalla Val Gerola permette di attraversare una delle sue più belle e selvagge valli laterali, la val di Pai storico.
I punti di partenza possono essere due, Ravizze e San Giovanni, frazioni alte di Gerola. Prendiamo in considerazione, innanzitutto, la prima possibilità (che poi converge, nella media Val di Pai, con la seconda). Imbocchiamo, dunque, a Morbegno, strada provinciale n. 7 della Val Gerola, deviando a sinistra all’ultimo semaforo per chi esce dalla cittadina in direzione di Colico. Salendo nella valle oltrepassiamo i paesi di Sacco, Rasura e Pedesina. Poco prima di Gerola prestiamo attenzione, per individuare, sulla destra, la deviazione per Ravizze (“raüsc”, nucleo assai antico, già menzionato in un documento del 1321): si tratta di una stradina all’inizio asfaltata, poi sterrata. Percorrendola, si giunge ad un piccolo parcheggio (m. 1214), dal quale parte un sentiero che sale nel bosco. Il sentiero, individuato dai segnavia di colore rosso-bianco-rosso, percorre il fianco destro (meridionale) della val di Pai, passando poi sul versante opposto in corrispondenza di un ponte in legno, a quota 1487 metri.
La seconda possibilità, che ci fa guadagnare quasi duecento metri di dislivello (dettaglio non trascurabile, dal momento che si abbassa da 1200 a 1000 metri circa il dislivello complessivo dell’escursione), prevede che si raggiunga Gerola Alta (m. 1053) per poi imboccare, all’uscita dal paese, appena oltre il piccolo cimitero, la strada che si stacca, sulla destra, dalla provinciale e sale alle frazioni alte. Tocchiamo, così, la Foppa (“la fòpa”),  e Castello (“castèl”, nucleo già citato in un documento del 1323); non ci portiamo, però, alle case di Castello, ma, al tornante destrorso che precede la località, proseguiamo nella salita, ignorando la successiva deviazione sulla destra per la località Case di Sopra (“li cà zzuri”, già citata nel 1333 e distrutta da una valanga nel 1836); dopo il successivo tornante sinistrorso, passiamo, a monte del bell’oratorio di S. Rocco (“san ròch”, m. 1395), edificato nel 1632 e restaurato nel 1959); dopo il tornante destrorso, proseguiamo fino al successivo ed ultimo tornante sinistrorso, in corrispondenza del quale si stacca, sulla destra, una pista secondaria che porta alla località di S. Giovanni.
La strada asfaltata termina alla frazione di Laveggiòlo (“lavegiöl”, m. 1470); noi, però, la lasciamo prima, all’ultimo tornante sx, prendendo a destra e parcheggiando l’automobile nell’ampio spiazzo dal quale parte una pista sterrata (un cartello di divieto di transito ci induce a lasciare qui l’automobile). Incamminiamoci, dunque, seguendo la pista sterrata che passa a monte della chiesetta di San Giovanni (“san giuàn”, m. 1420, dove sono sepolte le vittime della valanga del 1836). Dopo un breve tratto in leggera discesa, proseguiamo in moderata salita, fino ad incontrare, ad una piazzola, una sbarra che impedisce l’accesso a qualsivoglia veicolo. Oltrepassata la sbarra, continuiamo il cammino nella splendida cornice di un bosco di larici di rara bellezza. Poi la pista piega a sinistra e noi la lasciamo, imboccando, a quota 1490 metri, un sentiero (che nel primo tratto è assai largo) che effettua un lungo traverso sul selvaggio e scosceso del fianco meridionale della Valle di Pai (“val dè pài”, che scende dalla bocchetta di Stavello e segna il confine fra il comune di Gerola, a sud, e quello di Pedesina, a nord; la denominazione deriva, probabilmente, da un cognome, come Fai, Nai e simili).
Il sentiero procede con qualche saliscendi, all’ombra di un bosco, su un versante quasi sempre umido (attenzione, soprattutto di prima mattina, ai sassi scivolosi). Ad un certo punto un pannello ci informa che questa zona rientra in un Sito di Interesse Comunitario per la presenza di habitat e specie animali e vegetali pregevoli e, come tale, è stata oggetto, nel triennio 1999-2002, di interventi selvicolturali per la conservazione degli ambienti, di interventi di rinaturalizzazione di sentieri secondari e tracce, di sfalci e decespugliamenti, di opere di recupero di situazioni di degrado. Poi usciamo ad una radura e vediamo, alla nostra destra, una deviazione: un sentierino, segnalato da segnavia bianco-rossi, lascia quello che procede in piano e scende sul fondovalle, dove sentiamo scrosciare il torrente. La breve discesa, su traccia piuttosto stretta ed insidiata dalla bassa vegetazione, porta ad un ponte in legno che ci permette di attraversare il torrente (“ul bit de la val de pài”; “bit” è termine generico che significa “torrente”), a quota 1497. Prima del ponte ci raggiunge da destra il sentiero sopra descritto, che sale da Ravizze (ma, in questo punto, è piuttosto sporco).
Oltrepassando il ponte passiamo dal territorio di Gerola a quello di Pedesina, e troviamo tre cartelli: il primo (sentiero 130) segnala che, percorrendo il sentiero appena menzionato, si scende a Ravizze in 50 minuti; il secondo segnala che, nella direzione dalla quale proveniamo, si raggiunge Laveggiolo in 30 minuti, alla Casera di Trona in 2 ore e 50 minuti ed il lago di Trona in 3 ore; il terzo, infine, segnala che, nella direzione in cui procediamo, ci si porta all’alpe Stavello in un’ora, all’alpe Combana in un’ora e mezza ed all’alpe Culino in 2 ore e mezza. Una scritta sbiadita sugli ultimi due cartelli ci informa che la direttrice alpe Culino-lago di Trona si inserisce nella Gran Via delle Orobie (G.V.O.). Riprendiamo, dunque, il cammino sul sentierino che riguadagna rapidamente quota sul ripido fianco settentrionale della valle. Dopo qualche tornantino, ci raggiunge, da sinistra, un sentierino pianeggiante, prosecuzione del sentiero che abbiamo lasciato sul lato opposto della valle per scendere al ponte (anch’esso si porta ad un guado del torrente, meno agevole, però). Qui prendiamo a destra e ci allontaniamo dal torrente della valle, avvicinandoci ad una vallecola minore; abbiamo l’impressione di doverla attraversare, ma di nuovo il sentiero piega a sinistra e se ne allontana. Ogni tanto, su qualche sasso, troviamo segnavia bianco-rossi e la sigla GVO. Pieghiamo di nuovo a destra e, con qualche serpentina, raggiungiamo un primo gruppo di ruderi di baita, mentre sulla destra vediamo di nuovo la vallecola minore; un po’ più avanti, a quota 1590, troviamo il rudere di una baita più grande, con la scritta 130/GVO, a significare che il tratto che percorriamo è parte del sentiero 130 e della Gran Via delle Orobie. La salita non dà tregua: il sentiero procede con tornantini in una rada macchia di larici, poi approda ad una nuova radura e di nuovo troviamo, a quota 1690 metri, un rudere di baita, passando alla sua sinistra.
Superata un’altra macchia, raggiungiamo, a quota 1790 metri, il limite di una più ampia radura, che il sentiero attraversa stando per un tratto sul lato sinistro, poi tenendo il centro; all’inizio ed alla fine della traversata su due grandi massi sono segnati altrettanti segnavia con la solita sigla GVO. Stiamo attraversando luoghi di profonda solitudine, nel cuore della Valle di Pai che non si mostra, qui, oscuro e selvaggio, ma luminoso e gentile. Il sentiero si fa, ora, decisamente più marcato (ma, stranamente, non è segnalato sulla carta IGM) e riprende a salire verso destra, superando anche cinque grandi larici, che ci colpiscono per il loro portamento. Poco dopo il sentiero volge a sinistra ed effettua un secondo traverso, proponendo poi una sequenza di tornanti dx-sx-dx-sx-dx, prima di congiungersi, a quota 1870, con un sentiero pianeggiante che proviene, sulla sinistra, dall’alpe Svanollino (“sguanulìgn”; si tratta della “stràda de sguanulìgn”).


Val di Pai

Dopo aver gettato uno sguardo in questa direzione, che ci permette di distinguere, sulla testata della Val di Pai,  la bocchetta di Stavello, che dovremo raggiungere, prendiamo a destra, salendo su una larga mulattiera che ben presto diventa esposta sul lato destro (c’è un salto sicuramente mortale); per questo sul lato sinistro, chiuso da una parete rocciosa, è stata posta, per un buon tratto, una corda fissa di protezione, anche se la sede della mulattiera è tanto larga da consentirci di salire in sicurezza. Probabilmente il pericolo maggiore non sta alla nostra destra, ma alla nostra sinistra, visto che una scarica di sassi o una microfrana è evento assai raro, ma non impossibile. Meglio, dunque, non indugiare. La mulattiera termina, dopo una semicurva a sinistra, alla parte bassa dei prati dominati dal baitone e dalla casera di Stavello (“baitùn” e “casera de stavél”, m. 1944, nella parte bassa dell’alpe omonima; il termine deriva dal termine dialettale “stabiéll”, stalla, e si trova anche in altri luoghi della Valtellina, cioè in Val Lesina, in Val Grosina, sopra Tirano e Lovero).
Dalla casera, come segnalano alcuni cartelli, partono due sentieri: quello di destra, prosecuzione della Gran Via delle Orobie, si porta all’alpe Combana, dopo aver aggirato un dosso boscoso (l’alpe Combana è data a 30 minuti, l’alpe Culimo ad un’ora e 20 minuti e l’alpe Piazza a 3 ore e 20 minuti); quello di sinistra, invece, ritorna verso la Val di Pai, portandoci al suo grandioso anfiteatro superiore (sentiero 115: la bocchetta di Stavello è data ad un’ora e 10 minuti, il monte Rotondo a 2 ore e 20 minuti). È quest’ultima la nostra direzione.
La mulattiera parte appena a destra dei cartelli (la segnala un primo segnavia rosso-bianco-rosso), poi sembra perdersi un po’, ma non possiamo sbagliarci. Passiamo a destra di una croce in legno, per poi piegare a sinistra e tagliare, con ampio arco verso destra, lo sperone roccioso che divide in due l’alta Val di Pai (sezione settentrionale, a monte della casera di Stavello, e meridionale, verso la quale stiamo salendo). In un punto la mulattiera è esposta ad un salto pauroso a sinistra; dopo averlo superato, volgiamoci per ammirare l’ardito muro a secco che lo sostiene in quel punto. Nelle giornate limpide le rocce rossastre e color ruggine, sposandosi con il verde intenso dei larici ed il blu del cielo, compongono una sinfonia cromatica che è pura gioia per gli occhi. Superato lo sperone roccioso, la mulattiera torna modesto sentiero, mentre davanti a noi l’alta Val di Pai squaderna tutta la sua luminosa e solitaria bellezza (la sua parte alta è chiamata anche "val di gèrni"). Riconosciamo facilmente la bocchetta di Stavello, la più marcata depressione del crinale sul fondo della valle; alla sua destra il crinale sale fino alla tondeggiante cima del monte Rotondo: là dobbiamo arrivare. Superato un torrentello, il sentiero sembra perdersi fra l’erba, ma poi lo ritroviamo quasi subito, e ci porta ad un secondo torrentello, che scende da una gola rocciosa davvero suggestiva. Poi un tratto elegantemente scalinato supera un roccione liscio, ed usciamo in vista della baita più alta di questa sezione dell’alpe, che raggiungiamo dopo aver superato un terzo torrentello. Si tratta della “baita del dòos trùnch”, perché è posta, a quota 2095, alla base di un dosso abbastanza ripido.
Riprendiamo il cammino, salendo gradualmente e superando un primo modesto torrentello ed un secondo più ricco d’acque, posto quasi sotto la verticale del monte Rotondo: esso segna il confine fra i comuni di Pedesina e Gerola, per cui siamo tornati nel territorio di questo secondo comune (anche se la carta IGM pone il confine più a sud, sulla verticale della bocchetta di Stavello). Il sentiero volge, poi, un po’ a sinistra ed effettua il traverso che lo porta ai piedi del ripido versante sotto la bocchetta, colonizzato da macereti. Ora la salita si fa più ripida, con secchi tornantini; purtroppo in un paio di punti altrettanti smottamenti hanno lasciato scoperta la nuda roccia che va scavalcata con piede fermo e calzatura adeguate (soprattutto nel primo passaggio, esposto ad un saltino). Attenzione e sudore ci permettono, alla fine, di guadagnare i 2201 metri della bocchetta di Stavello (“buchéta de stavèl”, chiamata anche, sul versante della Val di Fràina, "buchéta de salavàr"), valico non primo d’importanza storica, in passato, tanto da essere menzionato nel resoconto su Valtellina e Valchiavenna pubblicato da Giovanni Güler von Weineck nel 1616 a Zurigo: “Proseguendo lungo il monte, sul quale sta Rasura, dentro per la valle, s’incontra il grosso villaggio di Pedesina; molti suoi abitanti esercitano vari mestieri a Venezia. Da Pedesina un sentiero valica il monte, scendendo nella Valsassina, che appartiene al ducato di Milano”.



Baita in Val di Pai

Questa bocchetta, infatti, congiunge la Val di Pai alla Val di Fraina, laterale della Val Varrone, dalla quale sale, con ampi e regolari tornanti, una pista denominata “sentiero Cadorna”, perché voluta dal generale Cadorna nel contesto del sistema di fortificazioni orobiche durante la prima Guerra Mondiale, cui si è già fatto cenno. Cadorna, infatti, diffidava della neutralità svizzera e temeva che l’esercito austro-ungarico, passando per la Valle di Poschiavo, dilagasse sul fondovalle valtellinese e di lì nella Brianza e nel Milanese. Il sistema difensivo orobico doveva permettere azioni di contenimento e cannoneggiamento (il sentiero Cadorna venne realizzato soprattutto per portare alla bocchetta pezzi di artiglieria). Vediamo, infatti, proprio alla bocchetta opere di fortificazione: ne incontreremo altre salendo al monte Rotondo.
Una serie di cartelli ci illuminano sulle possibilità escursionistiche: prendendo a sinistra possiamo scendere all’alpe Fraina in un’ora e 20 minuti, seguendo il sentiero Cadorna, oppure portarci alla bocchetta di Colombana, sfruttando un sentierino malagevole, esposto ed infido, che si stacca dal primo un po’ più in basso. Prendendo a destra, invece, possiamo salire in 50 minuti al monte Rotondo e raggiungere in 2 ore e 30 minuti il bivacco Taeggio. È, ovviamente, questa seconda la direttrice che ci interessa. Dalla bocchetta, peraltro, è già ben visibile, sulla destra, la meta finale dell’escursione, la cima del monte Rotondo, che si raggiunge percorrendo un sentierino che si snoda poco sotto il crinale, appoggiandosi sul lato della Val di Fràina, non troppo ripido. Sulla cima vediamo il profilo di un escursionista, che evidentemente ci ha preceduto.
Attenzione, però: subito dopo una simpatica fontanella, non dobbiamo proseguire diritti, sulla larga sede del sentiero Cadorna, ma salire su sentiero più stretto verso destra, cioè verso il crinale (segnavia rosso-bianco-rossi), continuando la salita nei suoi pressi ed incontrando altri resti di manufatti militari (un muretto per l’osservazione della Val di Pai ed un camminamento; è interessante notare che i manufatti sono concepiti per sovegliare soprattutto la Val di Pai, ma anche la Val Fraina, il che fa comprendere come si temessero incursioni nemiche su entrambi i versanti). A quota 2225 incontriamo, poco sotto il crinale, una grotta: la montagna è stata forata per diversi metri, al fine di consentire l’osservazione, attraverso una finestrella, dell’alta Val di Pai. Poco sopra incontriamo il rudere di una casermetta. La cima è sempre là, ben visibile; è sempre là anche l’escursionista, ritto in piedi, non sembra essersi mosso, e nella nostra mente si fa strada l’interrogativo sulla sua identità. Il sentiero, poi, piega per un buon tratto a sinistra e sale più gradualmente rispetto al crinale, che quindi si allontana; dopo una svolta a destra a quota 2305, segnalata, ci riavviciniamo, però, ad esso. Una successiva sequenza di tornanti sx-dx-sx-dx-sx-dx di volta in volta ci allontana e riavvicina al crinale, finché giungiamo nei pressi di un roccione liscio di forma tondeggiante, posto poco sotto la cima. Poco più avanti ci troviamo di fronte al rudere di una piccola casamatta militare che è stato restaurato e funge ora da possibile ricovero (per quanto di dimensioni assai ridotte), utile in caso di intemperie.


Alta Val di Pai

Pochi metri più avanti, ecco la cima del monte Rotondo, a 2496 metri: la raggiungiamo dopo  circa quattro ore dalla partenza da Ravizze (il dislivello è di circa 1200 metri; calcoliamo mezzora e 200 metri di dislivello in meno se partiamo da San Giovanni). Ed ecco svelato il mistero: non di escursionista si trattava, ma di una statua della Vergine Maria regina delle valli, che si volge, in atto di preghiera, al cielo, collocata qui, il 12 agosto del 1987 (anno mariano), dalla comunità di Premana. Un vicino parafulmine costituisce un elemento di sicurezza non trascurabile in caso di maltempo (i fulmini sono, in assoluto, una delle insidie più temibili per chi pratica l’escursionismo).
Dalla cima si domina il crinale fra la Val Gerola e la Val Lesina. La visuale abbraccia anche una buona parte della Val Lesina, giungendo fino alla bassa Valtellina. A nord-ovest si apre un ampio scorcio della Val Chiavenna, mentre a nord si mostrano tutte le cime del gruppo Masino-Bregaglia: per citare solo le più note, da sinistra l’arrotondata cima del pizzo Ligoncio (Ligunc’, m. 3038), il pizzo Porcellizzo (il pèz, m. 3075), il celeberrimo pizzo Badile (badì, m. 3308), il pizzo Cengalo (cìngol, m. 3367, i pizzi del Ferro (“sciöme do fèr”) occidentale (m. 3267), centrale (m. 3287) ed orientale (m. 3200), la cima di Zocca (m. 3175), la punta Allievi (m. 3121), la cima di Castello (m. 3392), la punta Rasica (rèsga, m. 3305), i tre poderosi pizzi Torrone (turùn, occidentale, m. 3351, centrale, m. 3290, ed orientale, m. 3333), il monte Sissone (sisùn, m. 3330), il monte Pioda (m. 3431) e l’imponente ed inconfondibile monte Disgrazia (m. 3678), con a destra i Corni Bruciati (punta settentrionale, m. 3097, e punta centrale, m. 3114).
Buono è il colpo d’occhio anche sulla testata della Valmalenco, che propone il pizzo Roseg (m. 3936), il pizzo Scerscen (m. 3971) il pizzo Bernina (m. 4049), la Cresta Güzza (m. 3869), i pizzi Argient (m. 3945) e Zupò (m. 3995), la triplice innevata cima del pizzo Palù (m. 3823, 3906 e 3882), e il più modesto pizzo Varuna (m. 3453). Più lontane, le cime della Val Grosina e dell’alta Valle. Sul fondo, ad ovest, il gruppo dell’Adamello. Splendida è anche la sequenza delle valli orobiche: si scorgono anche le più alte cime della catena, nella sua sezione centrale, i pizzi di Coca, Redorta e Scais.
A sud, poi, dietro il versante meridionale della Val Vedrano, dominato dal pizzo Mellasc, si vede l’intera testata della Val Gerola, che propone, da sinistra, il monte Verrobbio (“la scìma” o, dal versante della Val Brembana, “piz de véròbi”, m. 2139), il pizzo della Nebbia (“piz de la piana”, m. 2243), i pizzi di Ponteranica (“piz de li férèri” o “piz ponterànica”, orientale, m. 2378, meridionale, m. 2372, occidentale, m. 2372), l’agile spuntone del monte Valletto (“ul valèt” o “ul pizzàl”, m. 2371), la compatta compagine della Rocca di Pescegallo (o Denti della Vecchia, “ul filùn de la ròca” o “denc’ de la végia”, cinque torrioni il più alto dei quali è quotato m. 2125 e che vengono visti come un unico torrione da Gerola, chiamato anche “piz de la matìna” perché il sole vi sosta, appunto, la mattina), i pizzi di Mezzaluna (“li mezzalüni”, vale a dire il pizzo di Mezzaluna, m. 2333, la Cima di Mezzo ed il caratteristico ed inconfondibile uncino del torrione di Mezzaluna, m. 2247), il pizzo di Tronella (“pìich”, m. 2311), il regolare ed imponente cono del pizzo di Trona (“piz di vèspui”, cioè il pizzo del vespro, sul quale il sole indugia la sera, m. 2510) ed infine il più famoso ma non evidente, per il suo profilo tondeggiante e poco pronunciato, pizzo dei Tre Signori (“piz di tri ségnùr”, m. 2554, chiamato così perché punto d’incontro dei confini delle signorie delle Tre Leghe in Valtellina, degli Spagnoli nel milanese e dei Veneziani nella bergamasca), seminascosto dietro il pizzo Mellasc. Ad ovest, infine, vediamo la Val Varrone e la testata della Val Lèsina, dominata dal pizzo Alto e dal monte Legnone. Niente da dire: c’è di che saziare la vista dei più esigenti. Il ritorno avviene per la medesima via di salita.

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