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Presentazione

Piantedo è il primo comune che si incontra, sul versante orobico, entrando in Valtellina. Non è, questo, il suo unico primato: ne ha un altro, singolare, legato alla sua storia, a partire dal cinquecento, poiché, caso unico nella valle, la sua comunità nasce dall’incontro di tre componenti nettamente diverse, che hanno mantenuto, nei secoli, la propria identità dialettale, anche perché molti dei loro componenti abitavano in paese solo nella stagione fredda (da novembre a marzo), tornando nei mesi più caldi ai monti d’origine. Da una parte stanno i Maròch (termine di origine spregiativa, dalla voce lombarda “maroca”, o “marocca”, o “marogna”, cioè “terra sterile”, “pietrisco”) delle vicine zone del fondovalle, ed in particolare di Delebio e Colico; dall’altra i Giröö (o Giaröö), originari della Valle del Bitto di Gerola, e soprattutto da Rasura, Pedesina e Gerola Alta (ed anche qui c’entra il pietrisco o materiale alluvionale, perché anche il termine Gerola deriva da una radice che ha questo significato); infine di origine più lontana sono i Gilàp originari della Valle S. Giacomo, e soprattutto di Campodolcino, Pianazzo e Medesimo. Un terzo primato, ma questo in realtà non lo è, viene sintetizzato nel proverbio che vuole “Piantèe sensa còo e sensa pée”, letteralmente senza capo e senza piedi, perché il suo territorio si stendeva alle falde settentrionali del Legnone e sul fondo della valle dell’Adda, senza raggiungere né l’uno né l’altra. La rettifica dell’Adda voluta dall’amministrazione imperiale asburgica nei primi decenni dell’ottocento ha dato a Piantedo i piedi, la carta IGM il capo, prolungando il confine, che secondo tradizione raggiungeva il suo limite altimetrico alla cima del monte Colombano (m. 2222), alla cima del Legnone (m. 2609).  Singolare è anche la vicenda storica del comune, che, posto com’è in terra di confine, fra il Terziere inferiore di Valtellina ed il territorio di Sorico (Tre Pievi Lariane), cioè il ducato di Milano, fu oggetto di contesa fra l’uno e l’altro.
Il suo nome (“Plantedum” nei documenti antichi, “piantèe” nella voce dialettale) deriva molto probabilmente dalla presenza di abbondanti selve di castagno, per secoli vera ricchezza della comunità, per la coltivazione delle castagne e la produzione del carbone che veniva utilizzato anche nelle miniere della Val Gerola; meno probabili le ipotesi di una derivazione da “planta” intesa come “impronta” (da cui il cognome della potente famiglia grigione dei Planta) o da “pianto” (da cui il cognome della famiglia dei Del Pianto, presente nella vicina Cercino).
Oggi il comune, che ha un’estensione territoriale non ampia (6,74 kmq), comprende, in sostanza, la valle del torrente Colo, che scende, diritta, dalle falde del Legnone (l’antico “Lineone”, citato nell'anno 879 in una donazione dell'Arcivescovo di Milano, Ansperto) al piano dell’Adda, ed è delimitato ad est dal parallelo torrente Madriasco, che fa da confine con il territorio di Delebio, e ad ovest dal crinale che scende dall’alpe Scoggione al piano, confine fra provincia di Sondrio e provincia di Lecco.
Poco sappiamo delle vicende della terra di Piantedo in età pre-romana. A voler dar retta a Giovanni Guler von Weineck (cfr. oltre), questa terra dovrebbe aver visto insediamenti assai antichi, concentrati nella città di Volturena, dai quali trasse il nome la stessa Valtellina: “Nella località dove sorge il menzionato Borgo Francone si notano ancor oggi alcune rovine della vetusta e celebre città Volturrena, distrutta da secoli; essa insieme con tutta la valle derivò il suo nome dai Volturrenni, originari dalla Etruria, popolo che occupò questa regione molto prima di Cristo. I ruderi che ancora rimangono, sono un ponticello di marmo intagliato e qualche opera”.
Lo storico Giustino Renato Orsini ipotizza che il fondovalle della bassa Valtellina fu interessato dalla presenza degli Etruschi, e questo non deve stupire, conoscendo l’abilità di Etruschi e Romani nelle opere di canalizzazione che avrebbero reso abitabile e coltivabile il fondovalle: solo successivamente questo sarebbe diventato paludoso e malsano. Notizie relative all’età romana ed all’alto medioevo ci sono giunti della vicina Dubino, che fronteggia, con solare irrisione, Piantedo: qui la presenza romana è testimoniata dal toponimo Cresciasca, dal gentilizio romano Crassus. Di origine romana era pure quella Olonio da cui vennero, probabilmente, i primi colonizzatori del territorio di Piantedo. Fra i lasciti più importanti della presenza romana va sicuramente annoverato il castagno, che ebbe modo di prosperare in selve rigogliose nella fascia montana di Piantedo: la sua origine, infatti, è appenninica, e furono proprio i Romani a trapiantarlo in Valtellina.

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Dopo la caduta dell’Impero Romano, nell’alto medioevo (VIII secolo) Dubino fu, come Ardenno, Morbegno, Talamona, Delebio e Samolaco, una curtis longobarda, cioè un territorio che, espropriati i latifondisti romani ed in parte anche le comunità di villaggio, apparteneva direttamente al fisco regio. Non sappiamo se la curtis comprendesse anche il territorio della bassa Valtellina a sud dell’Adda. Alla dominazione longobarda si sostituì, dopo il 774, quella franca: forse il toponimo di Borgo Francone, che abbiamo visto menzionato anche dal von Weineck, testimonia della loro presenza nella piana di Piantedo. Anche se una radicata tradizione ne riconduce l’origine a quel Francilione che, in nome dell’lmperatore d’Oriente Maurizio, a Como, nell’Isola Comacina ed in Valtellina, combatté strenuamente contro i Longobardi.
La vera storia di Piantedo, però, ha radici nella successiva età medievale. “Territorio da bottino inizialmente, può esser diventato nei secoli successivi insediamento temporaneo e poi definitivo. Certo è che il 3 aprile 1200 tra i possedimenti del Monastero dell'Acquafredda in territorio di Olonio compaiono quelli in Vedasco, in Ombriano, alla Rosa, al Grumo, vicino al Madriasco e al Frantone, primitivi centri della zona i cui nomi, salvi Ombriano e Grumo, sono ancora oggi usati”(Gino Fistolera; cfr. Bibliografia).
Il primo documento che ne fa menzione (Plantedum), peraltro, è del 1416. Mentre nella vicina Delebio, nel 1432, si decidevano le sorti della Valtellina, contesa fra Milano e Venezia (la sanguinosa sconfitta dei veneziani confermò la valle nel possesso dei Visconti di Milano), Piantedo era ancora niente più che un insieme di insediamenti sparsi, chiamati poi vicinie di Verdione Basso, Piazzo, Cà Piganzoli, Volgino, Cà Pinoli, Cudoli, Piodelle. In quel secolo il territorio di Piantedo apparteneva al comune di Sorico ed alla pieve di Olonio, e faceva parte dell’ampia zona detta Monte Vedasco.
Il quattrocento fu il secolo nel quale l’identità del paese divenne più definita: per il dissesto alluvionale che indusse ad abbandonare il borgo di Olonio, il 9 novembre del 1456 l’antica pieve di Olonio fu trasferita in Sorico. La chiesa parrocchiale di Piantedo, detta di S. Maria, non accettò la nuova dipendenza da Sorico, e si unì alla parrocchia di Cosio, con Delebio (solo in seguito formò un sobborgo con Delebio, al cui parroco era subordinata, prima di diventare, nel cinquecento, parrocchia autonoma, con le chiese figliali della la Beata Vergine di Val Pozzo, di S. Rocco in Verdione e di S. Giuseppe nel mezzo della terra). A conferire rilievo a Piantedo era la strategica via di comunicazione fra Valtellina ed alto Lario chiamata Scalotta o Scalottola, l'unica percorribile da Còlico a Morbegno, che quindi veniva mantenuta e riparata a spese dell’intero Terziere Inferiore. Per questo su un poggio di Vedasco venne eretta, nel basso medio-evo, una casa fortificata della potente famiglia dei Vicedomini, cui era legata da vincolo feudale l’intera bassa Valtellina da Cosio fino a Piantedo.
I viandanti della Scalotta erano esposti alla minaccia dei briganti e proprio al miracoloso soccorso della Madonna, che salvò uno di questi dall’aggressione di un brigante è legata l’edificazione dell’attuale santuario della Madonna di Valpozzo, così caro alla devozione degli abitanti di Piantedo, ma non solo di questi. Scrive, in proposito, Gino Pistolera (cfr. bibliografia): “Ma la devozione più sentita a Piantedo è per la Madonna di Val Pozzo la cui chiesa, con campanile isolato, sorge sull'ultima gobba rocciosa del crinale spartiacque del Legnone fra i bacini del Colo e dell'Inganna. L'affresco esistente sulla parete dell'abside è certamente quattrocentesco ed attor­no ad esso il pittore delebiese Eliseo Fumagalli ha dipinto un volo d'angeli che salgono verso il Crocifisso. La chiesa, rifatta e ingrandita nel terzo decennio del secolo, sta a dimostrare la devozione alla Vergine Maria che la tradizione vuole sia comparsa, in quella zona di continui scontri sanguinosi, in aiuto di un pellegrino proditoriamente assalito da briganti lungo la strada della Scalottola.”

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Nel cinquecento è attestata l’autonomia comunale, in un documento del 1531 nel quale vengono citati i sindaci Giovanni de Marchixelis e Martinus Faxaninus; in un secondo documento del 1534 viene menzionata la “vicinantia communis et hominum de Plantedo”.
In questi anni e nel successivo ventennio appaiono dapprima le famiglie dei Pinoli e dei Piganzoli, rami di un'unica famiglia, quella dei Bruchi di Rasura, indi via via la presenza in Piantedo delle famiglie degli Aredalli, dei Boneto, dei Bolpi, dei Cippo, dei Ciecone, dei Caracio, dei Bonatelli, dei Foroni da cui i prati omonimi, dei Fasani da cui la Fasana, dei Gobi da cui la valle, ramo dei Coij di Gerola, dei Guatini, dei Gatti, dei Gargheroli “de Pianecii” (Pianazzo), dei Marchiseli, dei Merli, dei Martineli o Martinoli, dei Nizola, dei Patuci ramo dei Bonatelli di Rasura, dei Pensa, dei Valedrani, dei Rossi altro ramo dei Bonatelli, dei Regoli ramo dei Bruchi assieme ai Tognolana, dei Val Pozzo, dei Vicarietti e degli Zugnoni.” (Gino Fistolera; cfr. Bibliografia).
In quel periodo, come detto e come si può rilevare dalla lista delle famiglie attestate, si costituirono i tre nuclei che diedero corpo alla comunità di Piantedo, dalle vicine Delebio e Colico, dalla Val Gerola e dalla Valle di San Giacomo.
Alla data dell’acquisita autonomia comunale di Piantedo da oltre due decenni le Tre Leghe Grigie, dopo un breve periodo di occupazione francese che aveva fatto seguito alla caduta degli Sforza di Milano, si erano impadronite dei Tre Terzieri di Valtellina, della Contea di Chiavenna e di quella di Bormio (1512). I nuovi signori proclamavano di voler esercitare un dominio non rapace e prepotente, ma saggio e rispettoso delle autonomie dei valligiani, chiamati "cari e fedeli confederati" nel misterioso patto sottoscritto ad Ilanz (o Jante) il 13 aprile 1513 (di cui si conserva solo una copia secentesca, sulla cui validità gli storici nutrono dubbi); Valtellina e Valchiavenna figuravano come paesi confederati, con diritto perciò di essere rappresentati da deputati alle diete; le Tre Leghe promisero, inoltre,di conservare i nostri privilegi e le consuetudini locali, e di non pretendere se non ciò che fosse lecito e giusto. Ma, per mettere bene in chiaro che non avrebbero tollerato insubordinazioni, nel 1526 abbatterono tutti i castelli di Valtellina e Valchiavenna.  Incise in questa decisione il tentativo, fallito, di riconquista della Valtellina messo in atto da un famoso avventuriero, Gian Giacomo Medici detto il Meneghino, che aveva la sua rocca a Musso, nel territorio delle Tre Pievi. Anche questa volta Piantedo si trovò a dover assistere ad un evento militare decisivo, senza esserne toccata: si tratta della battaglia di Dubino, del 1525, che vide contrapposte le milizie delle Tre Leghe Grigie e quelle del conte d’Arco, che voleva riconquistare la valle in nome di Francesco II Sforza e dei diritti degli spodestati duchi di Milano. Prevalsero i grigioni, e si segnalò la figura, quantomeno singolare, di Bartolomeo Salis, formalmente arciprete di Sondrio, Berbenno e Tresivio, oltre che curato di Montagna in Valtellina, il quale non solo non s’era mai occupato delle anime dei suoi parrocchiani, risiedendo altrove, ma dimostrò, in quel frangente, una ben maggiore attenzione ai corpi dei nemici, uccidendone undici a colpi di scure.
Le Tre Leghe concessero a Valtellina e Valchiavenna, pur nella subordinazione, un alto grado di autonomia. La Valle, sempre divisa in tre Terzieri, era amministrata da un consiglio detto di valle, con deputati nominati da ciascuna delle giurisdizioni, gli agenti di valle. Ogni deputato era nominato dal consiglio di una singola giurisdizione, mentre i due contadi di Bormio e Chiavenna si amministravano autonomamente, anche se, per le questioni di comune interesse, mandavano il loro voto per iscritto, o deputati delegati a rappresentarne gli interessi. L’attribuzione del territorio di Piantedo non fu chiaramente definita: di fatto rientrava nei baliaggi reti, cioè nella signoria dei Grigioni, ma di diritto era ancora del ducato di Milano; solo nel settecento, quando Milano passò alla casa imperiale degli Asburgo d’Austria, Maria Teresa, imperatrice d’Austria e duchessa di Milano, firmò, nel 1763, un accordo con la Repubblica delle Tre Leghe grigie, in virtù del quale il confine del Terziere inferiore della Valtellina fu spostato ad occidente, includendo l’intero territorio del comune di Piantedo. Non era, quella di Piantedo, posizione affatto comoda, come accade per tutte le terre dei confini mal definiti; scrive, a tal proposito, Gino Fistolera (cfr. Bibliografia): “Politicamente Piantedo, per la sua posizione di confine dall'inizio del Cinquecento tra il Ducato di Milano (sotto gli Spagnoli) e i possedimenti dei Grigioni in Valtellina, viene considerata terra cuscinetto e riceve quindi le attenzioni di entrambe le potenze: degli Spagnoli che considerano, come è sempre stato, il confine al Madriasco — comprendente l'intero antico monte Vedasco nella terra di Olonio — e dei Grigioni che lo pretendono o ad gesiolum schalae, la cappelletta con la Vergine in trono posta a valle della Scalottola sul dosso roccioso dominante la “bögia” che diverrà l'attuale Val Pozzo, dal nome della famiglia dei Bruchi di Val Pozzo di Rasura che vi si era insediata nel Cinquecento. Le più larghe concessioni riguarderanno i tipi di armi che gli uomini di Piantedo, poveretti, potevano portare a difesa delle loro persone e della loro terra soggetta a continui ricatti e saccheggi da una parte e dall'altra.”
Nel 1531 i Valtellinesi stesero un progetto di fusione delle leggi o statuti, e lo presentarono alla dieta o governo delle Tre Leghe Grigie, per l'approvazione col nome di Statuti di Valtellina, ove erano raccolte le disposizioni in materia civile e criminale e le discipline nel ramo acque e strade. Ogni comune, poi, aveva propri ordinamenti, chiamati Ordini comunali, approvati però dal governatore, come lo erano tutte le gride comunali, che ne portavano la firma, limitata però al nome di battesimo. Degli ordini comunali di Piantedo abbiamo notizia assai tarda: ci sono giunti, infatti, quelli giurati nel 1792.
I grigioni sentirono il bisogno, per poter calcolare quante esazioni ne potevano trarre, di stimare la ricchezza complessiva di ciascun comune della valle. Furono così stesi gli Estimi generali del 1531, che offrono uno spaccato interessantissimo della situazione economica della valle (cfr. la pubblicazione di una copia secentesca del documento che Antonio Boscacci ha curato per il Bollettino della Società Storica Valtellinese n. 53 del 2000). In quel documento Piantedo figura non come comune, ma come “Vicinantiae de Plantedo”. Vi vengono registrate case e dimore per un valore complessivo di 241 lire (per avere un'idea comparativa, Mantello fece registrare un valore di 172 lire, Dubino 85, Talamona 1050, Morbegno 3419); i prati ed i pascoli hanno un'estensione complessiva di 511 pertiche e sono valutati 577 lire; terreni comuni e boschi vengono stimati 15 lire; gli orti sono stimati 8 lire; campi e selve occupano 2675 pertiche e sono valutati 1301 lire; i vigneti si estendono per 219 pertiche e sono stimati 277 lire; il valore complessivo dei beni è valutato 2422 lire (sempre a titolo comparativo, per Mantello è 2463, per Dubino 1442, per Talamona 8530 e per Morbegno 12163). Colpisce la mancanza totale di alpeggi stimati, cosa rara per i comuni di Valtellina. Piantedo è, dunque, ancora una vicinanza interamente legata allo sfruttamento agricolo del fondovalle e della media montagna; gli alpeggi stanno altrove (per le comunità originaria di Val Gerola e Valle di San Giacomo, nelle valli d’origine, alle quali tornano in estate). Fra queste coltivazioni, ed anche questo sorprende, sta anche una modesta ma significativa produzione vinaria (anche se un vecchio e canzonatorio proverbio vuole il vino di “Cöös, Delèbi, Regulèe e Piantèe bun per lavàs i pèe”). I Grigioni favorirono, in tutta la valle, la produzione di vino, traendo notevoli vantaggi economici dalla sua esportazione verso i paesi di lingua tedesca.
Ma la vite ha bisogno di clima propizio e, in generale, il cinquecento non fu secolo clemente, almeno nella sua prima metà: la natura si mostrò più volte piuttosto matrigna che madre. Nel 1513 la peste infierì in molti paesi della valle, Bormio, Sondalo, Tiolo, Mazzo, Lovero, Tovo, Tresivio, Piateda, Sondrio, Fusine, Buglio, Sacco, e Morbegno, portandosi via diverse migliaia di vittime. Dal primo agosto 1513 al marzo del 1514, poi, non piovve né nevicò mai, e nel gennaio del 1514 le temperature scesero tanto sotto lo zero che ghiacciò perfino il Mallero. L’eccezionale ondata di gelo, durata 25 giorni, fece morire quasi tutte le viti, tanto che la successiva vendemmia bastò appena a produrre il vino sufficiente ai consumi delle famiglie contadine. Le cose andarono peggio, se possibile, l’anno seguente, perché nell’aprile del 1515 nevicò per diversi giorni e vi fu gran freddo, il che arrecò il colpo di grazia alle già duramente colpite viti della valle. Nel 1527 un’ondata di freddo e di neve nel mese di marzo danneggiò di nuovo seriamente le viti. Dalle calende d’ottobre del 1539, infine, fino al 15 aprile del 1540 non piovve né nevicò mai, tanto che, scrive il Merlo, “per tutto l’inverno si saria potuto passar la Montagna dell’Oro (cioè il passo del Muretto, dall’alta Valmalenco alla Val Bregaglia) per andar verso Bregaglia, che forse non accadè mai tal cosa”.
L’evento più importante della prima metà del cinquecento, per la terra di Piantedo, fu, però, la disastrosa alluvione del 1520, che modificò il corso del fiume Adda; prima di questo evento esso correva quasi a ridosso del versante retico, lambendo lo sperone sul quale è posto l’antichissimo insediamento di San Giuliano, a monte di Dubino, poco ad ovest, ed andando a sfociare nel lago di Mezzola; dopo quella data, il corso piegò più a sud, ed il fiume, attraversando quello che poi si sarebbe chiamato Pian di Spagna e passando presso i ruderi dell’antica Olonio, andò a gettarsi nell’alto Lario, di fronte a Sorico. La modificazione del suo corso non ebbe effetti benefici per il fondovalle, in quanto molti terreni divennero malsani e malarici, ed il fiume smise di essere navigabile (solo nel 1858 le autorità austriache portarono a termine la rettifica del corso dell’Adda dalla Scialesada di Dubino fino a Colico, iniziata nel 1845, bonificando buona parte dei lembi più occidentali della bassa Valtellina).
La seconda metà del cinquecento, infine, fu caratterizzata da una grande abbondanza di inverni rigidi e nevosi ed estati tiepide, nel contesto di quel tendenziale abbassamento generale delle temperature, con decisa avanzata dei ghiacciai, che viene denominato Piccola Età Glaciale (e che interessò l’Europa fino agli inizi dell’Ottocento). C’è davvero di che far meditare quelli che (e non sono pochi) sogliono lamentarsi perché non ci sono più le stagioni di una volta…
Un quadro della situazione a cavallo fra Cinquecento e Seicento ci viene offerto dalla celebre opera di Giovanni Guler von Weineck (governatore della Valtellina per le Tre Leghe Grigie nel biennio 1587-88), “Raetia”, pubblicata a Zurigo nel 1616 (e tradotta in italiano dal tedesco da Giustino Renato Orsini). Interessanti sono le notizie che ci offre, soprattutto della situazione della piana dell’Adda nella zona di Piantedo: “Il territorio di Delebio si estendeverso ponente sino alla vallata del fiumicello Madrasco. dove sorge la chiesa di Santa Croce; quindicomincia il comune di Piantedo, che comprende molti abitati, cosi in monte che in piano, e che si estendelungo la via principale sino alla Scala, luogo cosìdenominato da certi gradini intagliati nella roccia. Nella pianura di Piantedo, per quanto è lunga dal confine con Delebio sino al lago di Como, correva un giorno un canale navigabile, il quale allora, verso la sua metà, accoglieva le acque dell'Adda conducendole al lago, attraverso le attuali paludi che si dicono l'Occhio del piano. Questo canale, insieme col paese che gli giaceva vicino e cheè conosciuto col nome di Borgo-Francone, ovvero anche di S.Agata, deve la sua origine a Francilione, il quale,in nome dell'imperatore d'Oriente Maurizio, a Como, nell'Isola Comacina ed in Valtellina combattè strenuamente contro i Longobardi. Sebbene il canale fosse molto utile, in seguito esso fu causa, per le paludi che l'attorniavano, di una terribile malaria; e gli abitatori della località durante l'estate soffrivano molto pei tafani, e le zanzare; per queste ragioni forse lo si lasciò andare in rovina. L'Adda frattanto, poiché attraversava questi luoghi con la erosione del terreno cedevole aveva allargato il suo alveo, venne poi divisa dai terrieri; così che quasi la metà delle sue acque prese a scorrere alle falde del monte Codera sotto Monastero, in un nuovo letto artificiale, sboccando poi nella parte superiore del lago di Como. E poiché si riconobbe che questo deviamento aveva ben servito al regime idraulico del territorio, si costrinse l'intera Adda a pigliare quella direzione. Ma coll'andare dei secoli l'Adda riempì di pietre e fanghiglia anche il nuovo alveo, allagando poi quella vasta pianura, nella quale si aprì a poco a poco da sé stessa, sulla sinistra, un nuovo sbocco verso il lago, dopo aver descritto parecchi meandri, come si vede ancor oggi.
Le Tre Leghe Grigie concessero al vescovo di Como Feliciano Ninguarda, per la sua origine morbegnese, il permesso di effettuare una celebre visita pastorale, nel 1589, di cui diede un ampio resoconto pubblicato nella traduzione di don Lino Varischetti e Nando Cecini. Vi leggiamo, di Piantedo: “Al di qua dell'Adda a destra ai piedi del monte c'è il paese di Piantedo con cinquanta famiglie di contadini tutti cattolici. E' distante dal paese di Olonio due miglia. La chiesa parrocchiale è dedicata alla Natività della Beata Vergine Maria; il vice parroco è fr. Alfonso Muzano de Lande dell'ordine dei Minori Conventuali.” Le cinquanta famiglie registrate dal Ninguarda fanno ipotizzare una popolazione complessiva di 250 anime (ma in una successiva visita pastorale del 1624 vengono registrate 195 anime).

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Poi venne il Seicento. Secolo di segno ben diverso, nel quale le ombre sopravanzarono di gran lunga le luci, nel Chiavennasco ed in Valtellina. Un anno, sopra tutti, merita di essere ricordato come funestamente significativo, il 1618: in Europa ebbe inizio la Guerra dei Trent’Anni, nella quale Valtellina e Valchiavenna furono coinvolti come nodi strategici fra Italia e mondo germanico; a Sondrio, al colmo delle tensioni fra cattolici e governanti grigioni, che favorivano i riformati in valle, venne rapito l’arciprete Niccolò Rusca, condotto a Thusis per il passo del Muretto e fatto morire sotto le torture; la medesima sera della sua morte, il 5 settembre 1618, dopo venti giorni di pioggia torrenziale, al levarsi della luna, venne giù buona parte del monte Conto, seppellendo le 125 case della ricca e nobile Piuro e le 78 case della contrada Scilano, un evento che suscitò enorme scalpore e commozione in tutta Europa. Due anni dopo, il 19 luglio del 1620, si scatenarono la rabbia della nobiltà cattolica, guidata da Gian Giacomo Robustelli, la sollevazione anti-grigione e la caccia al protestante, nota con l’infelice denominazione di “Sacro macello valtellinese”, che fece quasi quattrocento vittime fra i riformati. Vi furono episodi tragici nelle vicine Dubino e Rogolo, ma non a Piantedo. Se Piantedo non fu coinvolta nella strage, non poté, tuttavia, sottrarsi alle sue conseguenze, di cui ebbe anche a piangere (ed a tal proposito forte è la tentazione di ricondurre il nome del paese ad una delle radici ipotizzate, quella, come già visto, di “pianto”). Ebbe inizio, infatti, un periodo quasi ventennale di campagne militari e battaglie, che videro nei due schieramenti contrapporsi Grigioni e Francesi, da una parte, Imperiali e Spagnoli, dall’altra. E Piatedo, terra di confine, ci fu in mezzo.
La reazione delle Tre Leghe non si fece attendere: corpi di spedizione scesero dalla Valchiavenna e dalla Valmalenco. Il primo venne però sconfitto al ponte di Ganda e costretto a ritirarsi al forte di Riva. La battaglia di Tirano liberò provvisoriamente la Valtellina dalla loro signoria, ma un’alleanza fra Francia, Savoia e Venezia, contro la Spagna, fece nuovamente della valle un teatro di battaglia. Morbegno, dopo l’incendio del 1623, che distrusse un quarto dell’abitato, venne occupata nel 1624 dal francese marchese di Coeuvres, che vi eresse un fortino denominato “Nouvelle France”. Le vicende belliche ebbero provvisoriamente termine con il trattato di Monzon (1626), che faceva della Valtellina una repubblica quasi libera, con proprie milizie e governo, ma soggetta ad un tributo nei confronti del Grigioni.
Proprio il ritiro delle truppe francesi dalla bassa Valtellina determinò l’episodio più tragico nella storia di Piantedo, che, avendo rifiutato l’ennesima taglia richiesta dalle truppe francesi che si ritiravano, venne incendiata nel febbraio del 1627; nove dei suoi abitanti, che probabilmente avevano tentato di opporsi all’atto barbaro, furono ferocemente trucidati. L’episodio suscitò molta impressione in tutta la Valtellina. Scrive il grande storico Enrico Besta: “Il 5 marzo il De Coeuvres varcava il confine per la via di Poschiavo e del Bernina. Le truppe del Chiavennate, comandate dal Feuquieres, uscirono invece pel valico dello Spluga… La tormenta imperversando decimò e provò duramente le truppe, quasi a vendicare le rappresaglie di Piantedo, dove ultimamente si erano punite con la morte nove persone, e incendiato il borgo, che si era rifiutato di fornire di foraggio i soldati del Feuquieres ormai sul punto di partire. Un’altra vendetta scorsero i Valtellinesi nella morte dell’esecutore della  punizione, il capitano Ruvinella, pochi giorni dopo ucciso in Coira in duello col capitano Jenatsch.”  (“Le Valli dell’Adda e della Mera nel corso dei secoli”, Milano, 1964).
La valle godette solo per breve periodo della riguadagnata pace: il nefasto passaggio dei Lanzichenecchi portò con sé la più celebre delle epidemie di peste, descritta a Milano dal Manzoni, quella del biennio 1630-31 (con recidiva fra il 1635 ed il 1636). L’Orsini osserva che la popolazione della valle, falcidiata dal terribile morbo, scese da 150.000 a 39.971 abitanti (poco più di un quarto). La stima, fondata sulla relazione del vescovo di Como Carafino, in visita pastorale nella valle, è probabilmente eccessiva, ma, anche nella più prudente delle ipotesi, più di un terzo della popolazione morì per le conseguenze del morbo. Anche Piantedo fu duramente colpita, e forse perse la metà della popolazione.
Un interessante quadro della situazione del paese in quel periodo, che ne menziona anche gli aspetti desolati, è offerto dal “De rebus Vallistelliae” (Delle cose di Valtellina) del grosottino Giovanni Tuana, che fu arciprete di Mazzo (il testo, che risale probabilmente alla metà degli anni trenta del Seicento, è stato edito a cura della Società Storica Valtellinese nel 1998): ”Da Delebio tre miglia è discosto Piantedo, disperso in alcune contrate, parte in piano et parte in monte tutto coperto di castagne, quali contrate a pena fanno 50 fameglie, quali ancora sono deboli et per la peste et per le guerre, quali hanno sforzato li habitatori a mutar Paese. La chiesa è parochiale libera di S. Maria Maddalena. V'è un'altra chiesa picciolanel monte dedicata a S. Giorgio. Il territorio è grande, ma poco utile, eccetto il grande castaneto, qual possegono, et l'alti monti pieni di bo­schi et pascoli; il piano è quasi tutto paludoso. Li paesani sono afflitti d'aria pessima, mussini, zanzare et simil peste causate da quell’intemperie, questi arrivano sino alle radici della collina del forte di Fluente, dove confina col stato di Milano. Il vino è puoco et brusco; né v'è molta abbondanza di grano.
Tra Piantedo et Delebio, alle radici del monte, dove vi sono alcune case con alcuni vestigij d'edificij vecchi, qual luocosi chiama S. Agata, come puoco lontano da Piantedo, si veggono alcunialtri vestigij di fabriche antiche et si chiama Borgo Francone, perché aquesti duoi luochi arrivava l'antichissima città di Vulturena, fabricata da popoli toscani molt’anni avanti Christo nel piano tra Delebio et il lago, quale, overo per le ruine delli monti, overo per le continue aroene portate d'Adda, del tutto sommersa. Vicino al forte di Fuente vi sono alcuni vestigij dell'antichissima et nominatissima Torre Colonia, con una picciola chiesa, altre volte dedicata all'idoli, poi consacrata a S. Stefano et donata con grosse entrate, quale mantenevano un arciprete con alcuni canonici, quale commandava a mille chiese delle due squadre, ma per l'aria pestilente fu transferito et il titolo della chiesa et l'entrate et li sacerdotij a Sorico, terra del lago di Como. Li confini della Valtellina si estendono sino alla Scaletta, lontano da Piantedo un miglio et mezzo, vicino alla torre della guardia spagnola.”.

Neppure il tempo per riaversi dall'epidemia, e la guerra di Valtellina tornò a riaccendersi, con le campagne del francese duca di Rohan, alleato dei Grigioni, contro Spagnoli ed Imperiali. Il duca, penetrato d'improvviso in Valtellina nella primavera del 1635, con in una serie di battaglie, a Livigno, Mazzo, S. Giacomo di Fraele e Morbegno, sconfisse spagnoli e imperiali venuti a contrastargli il passo. Poi, nel 1637, la svolta, determinata da un inatteso rovesciamento delle allenze: i Grigioni, che pretendevano la restituzione di Valtellina e Valchiavenna (mentre i Francesi miravano a farne una base per future operazioni contro il Ducato di Milano), si allearono segretamente con la Spagna e l'Impero e cacciarono il Duca di Rohan dal loro paese.
Le premesse per la pace erano, dunque, poste e due anni dopo venne sottoscritto il trattato che pose fine al conflitto per la Valtellina: con il Capitolato di Milano del 1639 i Grigioni tornarono in possesso di Valtellina e Valchiavenna, dove, però l’unica religione ammessa era la cattolica. I Grigioni restaurarono l'antica struttura amministrativa, con un commissario a Chiavenna, un podestà a Morbegno, Traona, Teglio, Piuro, Tirano e Bormio, ed infine un governatore ed un vicario a Sondrio.

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A partire dal Settecento la situazione economica migliorò progressivamente. La ripresa settecentesca non fu, però, priva di arresti e momenti difficili, legati soprattutto ad alcuni inverni eccezionalmente rigidi, primo fra tutti quello memorabile del 1709 (passato alla storia come “l’invernone”, “l’inverno del grande freddo”), quando, ad una serie di abbondanti nevicate ad inizio d’anno, seguì, dal giorno dell’Epifania, un massiccio afflusso di aria polare dall’est, che in una notte gelò il Mallero e parte dell’Adda. Ed ancora, nel 1738 si registrò una nevicata il 2 maggio, nel 1739 nevicò il 27 ed il 30 marzo con freddo intenso, nel 1740 nevicò il 3 maggio, con freddo intenso e nel 1741 nevicò a fine aprile, sempre con clima molto rigido e conseguenze disastrose per le colture e le viti.


Alpe Scoggione

“Il Settecento è stato anche per Piantedo un secolo di grandi opere pubbliche. Accanto al bel campanile, terminato nel 1673, sorgeva l'antica chiesa con l'abside ad oriente ed il portale ad occidente con i battenti in legno intagliato e sormontato da una lunetta in cui è affrescata la SS.ma Trinità, risalente al Quattrocento. Si allargò la chiesa aggiungendovi due tronchi a settentrione e a mezzogiorno e cambiando l'orientamento dell'abside, rivolta osa a Sud. Un abile lavoro di decorazioni, forse dello stesso artista che operava nel frattempo al San Gerolamo di Palazzo Peregalli a Delebio, fanno da cornice nel presbiterio ad un dipinto a olio su rame raffigurante la nascita della Vergine (XVIII sec.). Altri quadri e arredi, compresi il grande armadio in noce della sagrestia e l'artistico portale in serizzo datato 1766 testimoniano un momento di benessere per la popolazione.” (Gino Fistolera; cfr. bibliografia).
Un quadro sintetico della situazione del paese a metà del settecento ci viene offerto dallo storico Francesco Saverio Quadrio, che, nell’opera “Dissertazioni critico-storiche intorno alla Rezia di qua dalle Alpi oggi detta Valtellina” (Edizione anastatica, Bologna, Forni, 1971), scrive: “Piantedo (Plantedium). L'ultima Comunità di questa Squadra è Piantedo, le cui Case sono altresì qua e là seminate. Quivi ne' Confini alla Fossa, per cui l'Adda scorreva, era il Borgo Francone, dove oggi è il Tempio di S. Agata; e nel circuito si veggono tuttavia le vestigia dell'antica Volturnia. Non molto lungi di là era Ologno. Quivi, e nel Luogo detto Montecchio dal Conte di Fuentes Governator di Milano l'Anno 1603, due Forti furon poi innalzati.”
Nel Settecento il malcontento contro il dominio delle Tre Leghe Grigie nelle due valli crebbe progressivamente, soprattutto per la loro pratica delle di mettere in vendita le cariche pubbliche, e culminò, nell'aprile del 1787, con i Quindici articoli di gravami in cui i Valtellinesi (cui si unirono i Valchiavennaschi, ad eccezione del comune di S. Giacomo) lamentavano la situazione di sopruso e denunciavano la violazioni del Capitolato di Milano da parte dei Grigioni, alla Dieta delle Tre Leghe, ai governatori di Milano ed alla corte di Vienna, senza, peraltro, esito alcuno. Per meglio comprendere l’insofferenza di valtellinesi e valchiavennaschi, si tenga presente che la popolazione delleTre Leghe, come risulta dal memoriale 1789 al conte di Cobeltzen per la Corte di Vienna, contava circa 75.000 abitanti, mentre la Valtellina, con le contee, superava i 100.000.


Pian delle Zocche

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Fu la bufera napoleonica a risolvere la situazione, con il congedo dei funzionari Grigioni e la fine del loro dominio, nel 1797: il 22 ottobre di quell’anno si ebbe l'unione della Valtellina e dei Contadi di Bormio e Chiavenna alla Repubblica Cisalpina ed il 28 ottobre la confisca delle proprietà dei Grigioni in Valtellina. In quell’anno Piantedo aveva 360 abitanti. Alla Repubblica Cisalpina seguì, nel 1805, il Regno d’Italia, nel quale Piantedo venne inserito nel V cantone  di Morbegno, come comune di III classe, con 266 abitanti. Nel prospetto dei comuni del dipartimento dell’Adda, del dicembre 1807, il comune Piantedo figurava con 182 abitanti. Cadde anche Napoleone, lasciando ai posteri il problema di formulare l'ardua sentenza sulla sua vera gloria; il Congresso di Vienna, nel 1815, sancì l'aggregazione del dipartimento dell’Adda al Regno Lombardo-Veneto, sotto il dominio della casa d’Austria. Durante il periodo asburgico Piantedo fu, per breve periodo, insieme ad Andalo e Rogolo, aggregato al comune principale di Delebio Poi, nel 1816, tornò ad essere comune autonomo, che, nel 1853 registrò una popolazione di 343 abitanti.
Il dominio asburgico fu caratterizzato da severità ed esosità nell’imposizione fiscale, ma anche da attenzione alle esigenze di interventi infrastutturali. Fra il 1845 ed il 1858 venne scavato un nuovo alveo artificiale per l'Adda tra Berbenno e Ardenno e, nel suo corso inferiore, tra Dubino e il Lario, che pose le basi per la bonifica ed il successivo ricupero agricolo della piana della Selvetta e del piano di Spagna. Venne tracciata la strada principale che percorreva bassa e media Valtellina, fino a Sondrio, poi prolungata fino a Bormio. Venne tracciata la carozzabile da Colico a Chiavenna, e, fra il 1818 ed il 1822, la strada dello Spluga, Tra il 1820 e il 1825 anche Bormio fu allacciata alla valle dell'Adige con l’ardita strada dello Stelvio progettata dall’ingegner Carlo Donegani, che già aveva progettato la via dello Spluga. Nel 1831, infine, fu inaugurata la strada lungo la sponda orientale lariana, da Colico a Lecco, che consentì alla provincia di Sondrio di superare lo storico isolamento rispetto a Milano ed alla pianura lombarda.
Il periodo asburgico fu, però, anche segnato anche da eventi che incisero in misura pesantemente negativa sull’economia dell’intera valle. L’inverno del 1816 fu eccezionalmente rigido, e compromise i raccolti dell’anno successivo. Le scorte si esaurirono ed il 1817 è ricordato, nell’intera Valtellina, come l’anno della fame. Vent’anni dopo circa iniziarono le epidemie di colera, che colpirono la popolazione per ben quattro volte (1836, 1849, 1854 e 1855). Si aggiunse anche l'epidemia della crittogama, negli anni cinquanta, che mise in ginocchio la vitivinicoltura valtellinese.
Alla proclamazione del Regno d'Italia, nel 1861, Piantedo aveva 519 abitanti. Parteciparono alle guerre risorgimentali anche quattro soldati di Piantedo, Acquistapace Francesco, Ciboli… di Guglielmo, Rossotti Antonio e Rossotti Giovanni. La popolazione del comune crebbe costantemente dagli anni settanta fino alla vigilia della Guerra di Libia: dai 484 abitanti del 1871 si passò ai 557 del 1881, ai 725 del 1901 ed agli 805 del 1911.
Nel 1898 la parrocchia fu visitata dal vescovo di Como Valfré di Bonzo; a quella data risultavano residenti 900 anime, di cui ben 700 emigranti stagionali: si confermava il dato della forte presenza di abitanti che nella stagione estiva raggiungevano gli alpeggi di Val Gerola e Valle di San Giacomo.

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Nella Guerra di Libia caddero, nel 1913, due soldati di Piantedo, Acquistapace Francesco e Tarabili Gabriele. Pesante, come per tutti i comuni della provincia, il contributo di vittime che Piantedo dovette pagare alla Prima Guerra Mondiale, nella quale caddero i soldati Deghi Enrico, Dei Cas Giuseppe, Ciboli Giuseppe e Pinoli Virgilio, il caporale Deghi Giulio ed il sergente Pedroncelli Giovanni Battista. Morirono per le conseguenze della guerra anche il soldati Acquistapace Agostino, Acquistapace Amedeo e Bianchi Agostino ed il caporale Acquistapace Gildo.
Il primo dopoguerra fu caratterizzato da una stabilizzazione della popolazione: gli abitanti erano 762 nel 1921, 753 nel 1931 e 782 nel 1936.
Nella Seconda Guerra Mondiale Piantedo dovette piangere la morte di Acquistapace Italo, Acquistapace Vittorio, Acquistapace Natalino, Acquistapace Ferdinando, Acquistapace Giulio, Bianchi Agostino, Deghi Franco, Deghi Battista, Giboli Achille, Giboli Riccardo, Pinoli Arduino, Pinoli Vittorio, Rossotti Maurilio, Rossotti Enrico, Tarabini Giuseppe, Tarabini Fermo e Perdoncelli Onorato.
Nel secondo dopoguerra la popolazione aumentò costantemente: gli abitanti erano 807 nel 1951, 827 nel 1961, 899 nel 1971, 1039 nel 1981, 1129 nel 1991, 1189 nel 2001 e 1238 nel 2006. Questo incremento va di pari passo con lo sviluppo economico, nel quale i settori industriale, artigianale e soprattutto del terziario hanno scalzato il tradizionale primato delle attività agricole.
Nel contempo, venne a compimento una tendenza già evidenziata ad inizio del XX secolo: “Nei primi decenni del Novecento, in seguito alla bonifica del piano col taglio dell'Adda e i fossi di scolo, la popolazione di Piantedo è scesa al piano per costruirvi stalle e fienili. Solo dopo le due grandi guerre è iniziata la costruzione di nuove case ed in particolare nell'ultimo ventennio il fervore di edilizia abitativa, commerciale e industriale, il rifacimento ex novo delle infrastrutture essenziali hanno letteralmente trasformato l'aspetto del conoide del Colo e del piano in un grazioso ed accogliente ambiente. Anche le vecchie baite abbandonate stanno ora tornando a nuovo e si rivalorizza un ambiente veramente unico per la tranquillità e il verde.” (Gino Fistolera; cfr. bibliografia).

BIBLIOGRAFIA

Triaca, Guglielmo, "Vademecum pei divoti di Maria V. delle Grazie e del suffragio venerata Valpozzo, parrocchia di Piantedo", Como, Scuola tipografica Casa Divina Provvidenza, 1919

Fattarelli, Martino, "La sepolta di Olonio e la sua pieve alla sommità del lago e in bassa Valtellina", Oggiono, 1986

Fistolera, Gino, “Inventario dei toponimi valtellinesi e valchiavennaschi. Territorio comunale di Piantedo”, Società storica valtellinese, 1988

Pinoli, Raffaella, "Parrocchia e comune di Piantedo in bassa Valtellina nel periodo delle origini (secoli XV e XVI)", tesi di laurea, Università Cattolica di Milano, a.a. 1992/1993

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