Piateda Alta

Piateda è un comune del versante orobico della media Valtellina, appena ad est di Sondrio, di fronte a Tresivio. Il suo territorio, che si estende per 7,1 kmq, comprende, oltre che una striscia del fondovalle compresa fra i comuni di Faedo Valtellino, ad ovest, e Ponte in Valtellina, ad est, il complesso dei profondi solchi vallivi che si uniscono nel tratto terminale (nord) a formare la Val Venina, mentre a monte (sud) presentano una doppia biforcazione: ad una quota di poco superiore ai 1000 metri si dividono nei due rami della Valle di Scais o di Caronno, ad est, e della Val Venina, ad ovest.
La prima, poi, si divide ulteriormente nella Val Vedello (ovest) e nella Valle di Scais (est), mentre la seconda si divide nella Valle di Ambria (est) e nella Val Venina (ovest). Questa complessa articolazione di valli comprende luoghi fra i più belli dell’intera catena orobica, con paesaggi vari, che alternando scorci selvaggi e solitari ad altri gentili ed accoglienti. Vi si trovano anche due importanti sbarramenti idroelettrici, quello di Scais (m. 1494) e di Venina (m. 1823), che servono la centrale Falck (ora Sondel) posta nei pressi del centro amministrativo del comune, il nucleo di Piateda Piano.
Il comune di Piateda è, in Valtellina, forse quello nel quale l’inversione storica del baricentro del popolamento e delle attività economiche si è, con maggiore evidenza, spostato, in epoca assai recente, dagli insediamenti di media ed alta montagna a quelli del piano. Ad aumentare il peso dei nuclei del piano sono intervenute decisioni amministrative che hanno fatto confluire nel territorio comunale quello del soppresso comune di Boffetto, nel 1867, e parte della frazione di Busteggia, nel 1925 (prima apparteneva al comune di Montagna in Valtellina, cui ne resta ancora oggi una parte).


Testata della Valle di Scais

L’origine del nome è abbastanza chiara: deriva da “piatta” e da “eda”, a significare un luogo pianeggiante, con riferimento, però, non al piano di fondovalle, ma al nucleo dell’attuale Piateda alta (m. 709), collocata su uno splendido poggio di media montagna.
Il confine comunale, nel versante montano, segue in buona parte il filo degli spartiacque vallivi. Sul lato occidentale, esso passa appena ad ovest di Busteggia e sale, seguendo per buon tratto il fianco mediano della Val Venina, per andare poi ad intercettare il punto più alto del comune di Faedo ad una quota di circa 1600 metri, a valle e ad est della Punta della Piada (m. 2122). Si porta, quindi, poco sotto il crinale che si affaccia sul versante orobico a monte di Albosaggia, per raggiungerlo, infine, piegando ad ovest e portandosi alla cima del pizzo Meriggio (m. 2346). Segue, poi, il crinale che separa la Val Venina dalla Valle del Livrio, toccando la bella piramide del pizzo Campaggio (m. 2502) e la cima dello Scoltador (m. 2373), fino a raggiungere, sull’angolo di sud-ovest della Val Venina, la cima di Venina (m. 2624).


Pineta di Legnomarcio

Il confine piega, ora, ad est, seguendo il displuvio che separa le Orobie Valtellinesi dal versante bergamasco (Val Brembana) e passando per il passo di Venina (m. 2442). Raggiunto il pizzo di Cigola (m. 2632), si affaccia all’alta Valle di Ambra, di cui percorre la testata, passando per il passo di Cigola (m. 2486), il monte Aga (m. 2720), la bocchetta di Podavit (m. 2624), l’imponente ed elegante pizzo del Diavolo di Tenda (m. 2916), il pizzo dell’Omo (m. 2773) ed il pizzo del Salto (m. 2665). Proseguendo sul crinale principale orobico (che ora si affaccia sulla Val Seriana), corre sulla testata della Val Vedello, toccando il passo del Salto (m. 2410), il pizzo Gro (m. 2663) e la cima Soliva (m. 2710). Eccoci, ora, alla testata della Valle di Scais, che propone, dopo il passo della Scaletta (m. 2523), le cime più belle e famose, il pizzo Brunone (m. 2724), due dei tre “tremila” della catena orobica, il pizzo Redorta (m. 3038) e la punta di Scais (m. 3038), ed il pizzo di Porola (m. 2981), sull’angolo sud-orientale della valle. Il confine piega, ora, a nord-ovest, lasciando lo spartiacque principale orobico per seguire quello fra Valle di Scais e Val d’Arigna. Passa, così, per la cima di Caronno (m. 2945), il pizzo di Scotes (m. 2879) il pizzo degli Uomini (m. 2788), il pizzo Biorco (m. 2749) ed il pizzo di Rodes (m. 2829), che, pur non essendo fra le cime più alte, per la sua felice posizione e l’eleganza delle forme che mostra osservato da nord viene chiamato “Cervino di Piateda”.


Legnomarcio

Scende, quindi, alla punta della Pessa (m. 2472) ed alla punta Campione (m. 2278), assumendo la direzione nord fin quasi al Sasso della Nona (m. 1287), curioso picco roccioso nascosto fra i boschi di mezza montagna. Qui il confine piega decisamente ad est e sud-est, attraversando il torrente Serio (omonimo del più famoso torrente della Val Seriana) ad una quota di circa 1200 metri.  Con andamento nord-est, est, di nuovo nord-est ed infine nord, taglia, quindi, il fianco di mezza montagna e scende verso il fondovalle, che raggiunge lasciando fuori Carolo (frazione di Ponte, che resta ad est) e comprendendo Boffetto. Raggiunto il ponte sull’Adda di Buffetto, segue, per breve tratto, il corso dell’Adda verso nord-est, lasciandolo, poi, per volgere a nord e successivamente ad ovest e ritagliare, così, la porzione terminale dell’ampio conoide della Fiorenza, allo sbocco della Val Fontana. Raggiunta la strada che si stacca dalla statale 38 dello Stelvio per salire a Tresivio, piega a sud-ovest e si porta alla statale medesima, che segue per un breve tratto. Prendendo poi a sud, tocca di nuovo il fiume Adda e lo segue per un tratto verso ovest, passando a nord del centro amministrativo di Piateda Piano, fino all’altezza di Busteggia: qui lascia il fiume per salire al torrente Venina, che segue per un buon tratto, prima di risalire il fianco occidentale della Val Venina. Da qui, appunto, eravamo partiti per descrivere l’andamento del confine del comune.

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Alpe Pessa

Dalla geografia alla storia. Il più antico nucleo di insediamento fu, forse, Piateda Alta, da cui germinarono i nuclei di Betoi, Fontane, Bessega, Gaggio e Boffetto. Esso apparteneva alla pieve di Tresivio, che si formò nel X secolo e che comprendeva i territorio degli attuali comuni di Tresivio, Montagna, Spriana, Poggiridenti, Piateda, Faedo, Castello dell’Acqua, Ponte e Chiuro.
Come già detto, il comune di Boffetto fu, fino al 1867, separato da quello di Piateda, anche se, insieme a Piateda, faceva parte del comune di Tresivio. In epoca medievale esso si trova nelle forme “al Bufetto”, “del Boffetto”, o anche “Alboffetum”, denominazioni che probabilmente derivano da “al bufèt", luogo dove funzionava un mantice collegato ad un'officina di fabbro (magister ferrarius, che lavorava il ferro estratto nelle miniere della Val Venina). La fortuna del nucleo è legata alla posizione strategica, dovuta al ponte sull’Adda che era sorvegliato da un castello di cui non sono rimaste tracce. Il comune era suddiviso nelle quattro quadre di Bonfadini, Paiosa, Agneda, Fornere. Secondo gli statuti comunali ("Ordini della Magnifica Comunità del Boffetto"), i capifamiglia del comune, in adunanza plenaria, formavano il consiglio del comune, che eleggeva il decano il quale, a sua volta, insieme ai quattro deputati ed agli otto consiglieri (addetti alla riscossione delle tasse ed al controllo del bilancio), eletti dalle quadre, lo governava. Feliciano Ninguarda, nella relazione sulla sua visita pastorale nel 1589, riporta queste notizie di Buffetto (traduzione di don Lino Varischetti):


Bacino del Gaggio

“Discendendo da Tresivio verso l'Adda per due miglia, vi è il paese di Boffetto con circa ottantacinque famiglie tutte cattoliche. Nei pressi dell'Adda, dalla parte della matrice, sorge la chiesa vicecurata dedicata a Santa Caterina Martire: vi è il Battistero e vi si conserva decorosamente la SS. Eucaristia; si seppelliscono i morti e vi si amministrano i Sacramenti per mano del cappellano dell'arciprete di Tresivio, che ordinariamente risiede appunto a  Boffetto: essendo stato trovato dal Vescovo in quella località un prete forestiero senza le lettere dimissorie del suo Ordinario e senza le documentazioni degli ordini ricevuti, fu licenziato e, in suo luogo, vi fu mandato il sac. Matteo Tisana di Grosotto: siccome però dista da Tresivio due miglia e v'è di mezzo il torrente Rogna, la comunità di Boffetto chiese di essere separata dalla matrice: ciò che per ora non è stato però concesso. Oltre l'Adda vi è un monte su cui sorge un villaggio detto Paiosa distante due miglia da Boffetto: vi è la chiesa di S. Rocco, unita alla parrocchiale di Boffetto, essendo il villaggio stesso della comunità di Boffetto. Poco discosto dal predetto villaggio, vi è l'altra chiesa di San Vittore: e poco dopo s'incontra l'altra chiesa di Santa Croce, ambedue appartenenti alla comunità di Boffetto.
Il territorio di Boffetto comprendeva, alla metà del XVIII secolo, le contrade di Pajosa, Valbuona, e una parte della Valle d’Agneda.
Piateda fu, nel Medio-Evo, un comune del terziere di mezzo della Valtellina, collocato nel terrazzo dell’attuale Piateda Alta (al piano non vi era se non qualche sparso rustico agricolo), che comprendeva le contrade di Bessega e Bezzuoli ed apparteneva alla pieve ed alla comunità di Tresivio, con Ac­qua e Buffetto. A riprova di ciò, nei documenti medievali (a partire da un atto di cessione di beni del 1049) esso viene chiamato “Trixivio plano”, cioè “Tresivio piano”. Negli Statuti di Como del 1335, con i quali si inaugura la dominazione sulla Valtellina dei Visconti di Milano, figurava come “comune loci rusticorum de Trexivio plano”. Dai medesimi statuti si evince che la comunità di Ambria, denominata “comune de Ambria”, era, invece autonoma.

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Quattro anni dopo, però, nel 1339, con atto notarile del notaio Bernardo De Stepanis avvenne la divisione fra i comuni di Ponte, Tresivio monte, Tresivio piano e Boffetto. Successivamente, nel 1427, un nuovo atto notarile (notaio Beltramo dell’Era di Como) portò alla divisione dei beni comunali Tresivio Monte (che comprendeva Piateda e la Val d’Ambria) e Tresivio Piano. Anche dal punto di vista religioso il XV secolo segna la nascita dell’autonomia di Piateda, eretta a parrocchia (chiesa di S. Vittore): un atto datato 3 agosto 1457 attesta, infatti, l'esistenza della chiesa di Sant'Antonio di Piateda, dotata di "beneficium ecclesiasticum sine cura". È certa, dunque, a quella data l’esistenza della "ecclesia parochialis" di San Vittore di Piateda, cui si aggiunge l’"ecclesia non parochialis" di Sant'Antonio, sempre di Piateda.
La vitalità economica di Piateda era legata, fin dal secolo XIV, alle miniere di ferro, rame e forse anche oro della Val Venina, di cui furono proprietari anche i Visconti e gli Sforza di Milano. Queste miniere erano tanto famose che si favoleggiava che la celeberrima corona ferrea dei re Longobardi, conservata a Monza, fosse stata forgiata con il ferro estratto da esse. L'impulso al loro sfurttamento venne poi, in età moderna, dal versante bergamasco, dato che il crinale orobico non costituiva una barriera fra le comunità al di là ed al di qua di esso, ma era, anzi, assai frequentato nei suoi passi, anche più impervi (è incredibile pensare che il difficile e spesso innevato passo del Salto fosse abitualmente valicato dai fedeli di Piateda devoti al santuario mariano di Ardesio; il passo della Scaletta, a sua volta, deve il nome alle scalette di legno che permettevano di portare oltre crinale il minerale estratto ed in parte lavorato nelle miniere della valle).
Non fu, il cinquecento, secolo clemente, almeno nella sua prima metà: la natura si mostrò più volte piuttosto matrigna che madre. Nel 1513 la peste infierì in molti paesi della valle, Bormio, Sondalo, Tiolo, Mazzo, Lovero, Tovo, Tresivio, Piateda, Sondrio, Fusine, Buglio, Sacco, e Morbegno, portandosi via diverse migliaia di vittime. Dal primo agosto 1513 al marzo del 1514, poi, non piovve né nevicò mai, e nel gennaio del 1514 le temperature scesero tanto sotto lo zero che ghiacciò perfino il Mallero. L’eccezionale ondata di gelo, durata 25 giorni, fece morire quasi tutte le viti, tanto che la successiva vendemmia bastò appena a produrre il vino sufficiente ai consumi delle famiglie contadine (ricordiamo che il commercio del vino oltralpe fu l’elemento di maggior forza dell’economia della Valtellina, fino al secolo XIX). Le cose andarono peggio, se possibile, l’anno seguente, perché nell’aprile del 1515 nevicò per diversi giorni e vi fu gran freddo, il che arrecò il colpo di grazia alle già duramente colpite viti della valle. Nel comune di Sondrio, annota il Merlo, cronista del tempo, vi furono in tutto solo un centinaio di brente di vino. Nel 1526 la peste tornò a colpire nel terziere di Mezzo, e ne seguì una dura carestia, come da almeno un secolo non si aveva memoria, annota sempre il Merlo. L’anno successivo un’ondata di freddo e di neve nel mese di marzo danneggiò di nuovo seriamente le viti. Dalle calende d’ottobre del 1539, infine, fino al 15 aprile del 1540 non piovve né nevicò mai, tanto che, scrive il Merlo, “per tutto l’inverno si saria potuto passar la Montagna dell’Oro (cioè il passo del Muretto, dall’alta Valmalenco alla Val Bregaglia) per andar verso Bregaglia, che forse non accadè mai tal cosa”. La seconda metà del secolo, infine, fu caratterizzata da una grande abbondanza di inverni rigidi e nevosi ed estati tiepide, nel contesto di quel tendenziale abbassamento generale delle temperature, con decisa avanzata dei ghiacciai, che viene denominato Piccola Età Glaciale (e che interessò l’Europa fino agli inizi dell’Ottocento). C’è davvero di che far meditare quelli che (e non son pochi) sogliono lamentarsi perché non ci sono più le stagioni di una volta…
Dal punto di vista politico, il cinquecento portò con sé importanti novità: abbattuto il dominio degli Sforza, seguì una breve parentesi di dominazione francese (1500-1512). Poi nel 1512 furono le Tre Leghe Grigie ad assumere il controllo della Valtellina: a quella data Buffetto, Piateda ed Ambria erano già comuni indipendenti. I nuovi signori sentirono il bisogno, per poter calcolare quante esazioni ne potevano trarre, di stimare la ricchezza complessiva di ciascun comune della valle. Furono così stesi gli Estimi generali del 1531, che offrono uno spaccato interessantissimo della situazione economica della valle (cfr. la pubblicazione di una copia secentesca del documento che Antonio Boscacci ha curato per il Bollettino della Società Storica Valtellinese n. 53 del 2000).
Nel "communis Platidae" vengono registrate case e dimore per un valore complessivo di 343 lire (per avere un'idea comparativa, Albosaggia fece registrare un valore di 946 lire, Talamona 1050, Morbegno 3419); gli orti hanno un valore complessivo di 19 lire, prati e pascoli, che hanno un'estensione complessiva di poco più di 4183 pertiche, sono valutati 2760 lire; boschi e terreni comuni sono valutati 97 lire; campi e selve, con estensione di 5373 pertiche, sono valutati 3202 lire; 976 pertiche di vigneti sono stimate 1603 lire; viene registrata una fucina del valore di 8 lire; gli alpeggi, che caricano 248 mucche, vengono valutati 49 lire; il valore complessivo dei beni è valutato 8253 lire (sempre a titolo comparativo, per Albosaggia è 10383, per Talamona 8530 e per Morbegno 12163).
L’estimo della contrada di Ambria è fatto a parte: da esso risultano case e dimore per un valore complessivo di 19 lire, orti che hanno un valore complessivo di 1 lira, 25 pertiche di campi del valore di 11 lire, 88 pertiche di prati e pascoli per 35 lire; boschi e proprietà comuni per 25 lire, una segheria del valore di 1 lira; il valore complessivo dei beni è valutato 96 lire.
Ambria
meriterebbe un discorso a parte: nonostante la sua posizione di nucleo montano raggiungibile solo con lunga marcia dal piano o da altri nuclei di media montagna, godette, fin dal medio-evo, di grande vitalità, soprattutto grazie ai commerci con la bergamasca per le valli di Ambria (passo Cigola) e Venina (passo Venina), costituiti in gran parte dai minerali estratti in queste valli. Non stupisce, quindi, che nel 1589 Feliciano Ninguarda vi trovasse 20 famglia (100-120 abitanti, con dato congetturale) e che vi fosse la vice-cura (viceparrocchia) legata alla chiesetta di San Gregorio. L'antichità del borgo (testimoniato nel 1254; il Quadrio afferma che era già abitato nel secolo XI), nato molto probabilmente dalla colonizzazione di pastori provenienti, nel medio-evo, dal versante bergamasco, è, infine, testimoniata da ulteriori elementi. L'etimo, innanzitutto, peraltro incerto: forse è da un nome etrusco, "Amre" o dalla base prelatina "ad-umbrivo", nel significato di "in ombra"; forse è dalla radice germanica "ambr", per "acqua". Nel tardo medio-evo, infine, venne costituita la singolarissima (per il luoogo) entità feudale del ducato di Ambria, che ricadeva nei domini dei Visconti di Milano (signori, dopo il 1335, della Valtellina), e vi fu eretto un castello; ducato e castello non sopravvissero alla dominazione delle Tre Leghe Grigie, iniziata nel 1512. Ma non fu l'inizio di una decadenza verticale. Ancora nel 1938 risiedevano permanentemente ad Ambria 224 abitanti.
Tornando agli estimi, nel "communis Buffetti", infine, vengono registrate case e dimore per un valore complessivo di 343 lire; gli orti hanno un valore complessivo di 35 lire, prati e pascoli, che hanno un'estensione complessiva di poco più di 730 pertiche, sono valutati 300 lire; campi e selve, con estensione di 2260 pertiche, sono valutati 997 lire; boschi e proprietà comuni valgono 15 lire; 651 pertiche di vigneti sono stimate 1140 lire; vengono registrate una fucina ed una segheria, del valore di 16 lire; gli alpeggi, che caricano 202 mucche, vengono valutati 40 lire; il valore complessivo dei beni è valutato 2950 lire.
Al 1589 risale la già citata visita pastorale di Feliciano Ninguarda, che trovò a Piateda circa 100 fuochi, a cui si dovevano aggiungere le circa 30 famiglie di Bessega e le 20 di Ambria. Ma vediamo, in dettaglio, le notizie che il vescovo ci offre:
Sopra il monte Piosa vi è un altro villaggio di circa cento famiglie tutte cattoliche, chiamato Piateda: vi è una chiesa vicecurata con sacrestia, campanile, cimitero e battistero dedicata a Santo Antonio Abate: al centro dell'altare maggiore si conserva decorosamente la SS. Eucaristia: gli altri sacramenti vengono amministrati per mano del cappellano dell'arciprete di Tresivio e vi si seppelliscono i morti. Siccome però il cappellano dell'arciprete di Tresivio non può sempre essere in luogo e, dato che il villaggio di Piateda dista da Tresivio quattro miglia abbondanti, con di mezzo l'Adda e tre torrenti — infatti durante l'inverno e specialmente con il cattivo tempo i vecchi, le donne e i fanciulli, che vi sono numerosi, possono recarsi alla matrice per ascoltare la messa e ricevere i sacramenti solo con grande difficoltà — la detta comunità ha chiesto che le venga assegnato un proprio sacerdote che vi tenga abitualmente la residenza: hanno promesso di dare, per il mantenimento del proprio sacerdote un congruo assegno. Il che alla fine, col consenso dell'arciprete di Tresivio, fu loro concesso alle seguenti condizioni: che gli abitanti della comunità di Piateda s'impegnino ogni anno a dare cinquanta corone d'oro per il sostentamento del proprio sacerdote; che il loro sacerdote sia tenuto, nelle feste della dedicazione e del santo della chiesa matrice, ogni anno, a recarvisi per partecipare ai divini uffici e cioè ai primi e secondi vespri e alle messe solenni ein ciascuna di tali feste offrire alla matrice una torcia di cera lavorata e sia tenuto a intervenire alla benedizione dell'acqua battesimale nel sabato santo, ad impegnarsi di prendere gli olii santi dall'arciprete: che costui possa, di persona o per delegato qualora ne fosse impedito, partecipare alle sacre celebrazioni della dedicazione e del titolare della chiesa di Piateda e in quella cantar Messa e predicare, conservando sempre il primo posto non solo in questi casi ma sempre, ogniqualvolta gli capitasse di intervenire. Fu dato e confermato rettore della chiesa di S. Antonio di Piateda il sac. Francesco de Carugo. Vicino vi è la frazione detta di Bessega della comunità di Piateda dove sorge la chiesa di San Rocco che conta circa trenta famiglie tutte cattoliche.
A due miglia abbondanti da Piateda vi è la Valle detta di Ambria in cui trovansi due chiese, una nella contrada di Ambria, dedicata a San Gregorio, che è vicecurata soggetta all'arcipretura di Tresivio da cui dista otto miglia, l'altra fuori dall'abitato, dedicata a San Bartolomeo Apostolo: in questa vallata vi sono oltre venti famiglie cattoliche. Due miglia oltre il villaggio di Ambria, esiste un'altra frazione chiamata Agneda, con trentacinque famiglie tutte cattoliche: vi è la chiesa vicecurata dedicata a Sant'Agostino, che è soggetta all'arcipretura di Tresivio da cui dista otto miglia seguendo un'altra strada trasversale: data la penuria di sacerdoti, non esiste cappellano, benché fino a qualche tempo fa abbia prestato servizio un certo Bernardino di Narni: si ignorava se costui fosse prete regolare o secolare e, non avendo le lettere testimoniali, fu licenziato.”

Poco dopo (1616) venne pubblicata, a Zurigo, l’opera “Raetia”, nella quale Giovanni Guler von Weineck, governatore per le Tre Leghe Grigie della Valtellina dal 1587 al 1588, scrive: “Volgiamo ora uno sguardo ai comuni che stanno al di là dell’Adda, sul versante di mezzodì, appartenenti anch’essi al terziere di mezzo. Il primo villaggio che si incontra, dopo le frazioni appartenenti a Ponte ed a Chiuro, è Boffetto, che sta proprio sulla riva dell’Adda ed ha un ponte sopra questa. Segue, quindi, elevato sul monte, Piateda, da cui dipende la Val d’Ambria. Questa si apre presso Piateda, volgendo per lunga estensione a mezzodì. In questa valle furono un giorno in esercizio miniere di ferro: ma da alcuni anni vennero lasciate in abbandono”.

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Nel 1624 Piateda aveva 650 abitanti, mentre Ambria ne contava 248. Sei anni prima, nel 1618, era scoppiata la Guerra dei Trent’anni (1618-1648), nella quale la Valtellina, avendo una posizione strategica di nodo di comunicazione fra i territori degli alleati Spagna (milanese) ed Impero Asburgico (Tirolo), venne percorsa dagli eserciti dei fronti opposti, quello imperiale e spagnolo da una parte, quello francese e dei Grigioni, dall’altra.
Due furono i momenti più tragici di questo periodo. Nel 1620 il cosiddetto “Sacro macello valtellinese”, cioè la strage di protestanti operata da cattolici insorti per il timore che i Grigioni intendessero imporre la fede riformata in Valtellina. Anche il territorio di Piateda venne toccato dalla strage. Ecco quel che riporta lo storico Cesare Cantù, ne "Il sacro macello di Valtellina", del 1832: " Ignobili affetti presero il velo della religione, e coll'eterna iracondia del povero contro il ricco, contadini e servi piombarono sui loro padroni, i debitori su cui dovevano, i drudi sui cauti mariti. Molte donne, ancora e nella florida e nella cadente età andarono a fil di spada: Anna Fogaroli, Pierina Paravicini, Caterina Gualteria, Lucrezia Lavizzari scannate: Cristina Ambria, moglie di Vincenzo Bruni, e Maddalena Merli precipitate dal ponte del Boffetto." Immediata la reazione dei Grigioni, che calarono in valtellina animati da una fiera volontà di rivalsa e punizione ed apriropno la prima guerra di Valtellina: a questi ed ai Francesi, infatti, si opposero i capi dell'insurrezione del 1620 e gli Spagnoli. Questa guerra ebbe termine con il trattato di Monzon del 1626, cui seguì una tregua, nel triennio 1626-29: niente più armi né soldatesche, almeno per il momento, in valle. Ma non furono tre anni sereni. Ci si mise il clima a tormentare la vita già di per sé non semplice dei cristiani, un clima pessimo, caratterizzato da eccezionale piovosità, soprattutto primaverile, accompagnata da repentine ondate di freddo, tanto da ritardare le vendemmie anche di due settimane rispetto al consueto, da compromettere seriamente i raccolti e da determinare una situazione di carestia.


Monno

Il secondo evento tragico fu l’epidemia di peste, portata fai famigerati Lanzichenecchi, fra il 1629 ed il 1631, che falcidiò la popolazione della valle (se non vogliamo seguire l'Orsini, che parla di un collasso da 150.000 a meno di 40.000 abitanti, possiamo comunque pensare ad una riduzione a poco più della metà). I nuclei di Piateda non ne furono esenti, anche se, come abbiamo visto, erano disposti sul versante di media montagna, e non al piano. Al piano furono, invece posti, nel 1635 gli accampamenti del francese duca di Rohan, che si accingeva ad attaccare gli Spagnoli, asserragliati a Berbenno ed al comando del conte Serbelloni. La cronaca di Nicolò Paravicini, che militava agli ordini del Serbelloni, annota, con riferimento al luglio 1635: "Adì 11 la sera detto S.r. Duca fece marchiar le suddette genti e cavalli di sopra al Bofetto con proposito d'attaccar il S.r. Conte Serbelloni di là d'Adda. Spagnoli di già con alcuni moschettieri e cavalleria battevano la strada sin al ponte dell'Avenina e ruppero il porto e le barche d'Albosaggia. Adì 12 la notte detto S.r. Conte si ritirò al lago. Parimenti il S.r. Duca di Roano levò la sua armata..." A quel periodo risale, probabilmente, anche la definitiva distruzione dei due castelli, vecchio e nuovo, degli Ambria.
Uno sguardo ad alcune carte di questo periodo può darci un’idea dell’importanza dei diversi nuclei nella prima metà del Seicento.  La Carte de la Valtoline, stampa francese del Seicento, riporta, ad est di Albosagia e Faedo, Buffetto, mentre sul versante montuoso della Val d’Ambria (con questo nome è indicato l’intero complesso vallivo dell’attuale Val Venina) è riportato il nucleo di Agenda. Nella carta del marchese di Coeuvres (che nel dicembre del 1624, nel contesto della fase valtellinese della Guerra dei Trent’anni, entrò in Valtellina dalla val Poschiavo, al comando di un esercito francese, eresse a Morbegno il fortino “Nouvelle France” si spinse in Valchiavenna, con l’intento di cacciare gli spagnoli, alleati degli imperiali), un’acquaforte del 1625, sono citati, fra Albosagia, Faed e Buffetto, allo sbocco della Val d’Ambia. Nella “Raetiea terrarum nova descriptio”, stampa del 1618 compilata da Filippo Cluverio e  Fortunato Sprecher, infine, nel medesimo territorio sono menzionate solo Albosagia e Bufeto. In nessuna delle tre carte si fa menzione di Piateda.
Il Seicento è anche il fosco secolo della caccia alle streghe. Fra le disgraziate vittime dell’Inquisizione le cronache narrano anche di una Maria Joanna de Plateda, accusata di aver manipolato unti e farmaci e di aver causato la morte di quasi tutti i membri delle famiglie presso le quali aveva prestato servizio; di più, la si accusava di non stare mai a casa di notte, ma di andarsene in giro, in luoghi sospetti come il Moncucco e le rovine del Castello Grumello, con un omaccio nero e peloso, dagli occhi ardenti come brace, al quale si era venduta (il demonio, probabilmente). Torturata (le fu fratturato un tallone, le furono bruciati i piedi e subì la tortura della corda) venne alla fine riconosciuta colpevole e decapitata ed arsa in Sondrio il 9 novembre 1634. Tempi che non rimpiangiamo.

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Solo nella seconda metà del seicento e soprattutto nel successivo settecento iniziò una lenta ma costante ripresa demografica, che non fu, però, priva di arresti e momenti difficili, legati soprattutto ad alcuni inverni eccezionalmente rigidi. Primo fra tutti quello memorabile del 1709 (passato alla storia come “l’invernone”, “l’inverno del grande freddo”), quando, ad una serie di abbondanti nevicate ad inizio d’anno, seguì, dal giorno dell’Epifania, un massiccio afflusso di aria polare dall’est, che in una notte gelò il Mallero e parte dell’Adda. Ed ancora, nel 1738 si registrò una nevicata il 2 maggio, nel 1739 nevicò il 27 ed il 30 marzo con freddo intenso, nel 1740 nevicò il 3 maggio, con freddo intenso e nel 1741 nevicò a fine aprile, sempre con clima molto rigido e conseguenze disastrose per le colture e le viti.
Un quadro sintetico della situazione del paese a metà del settecento ci viene offerto dallo storico Francesco Saverio Quadrio, che, nell’opera “Dissertazioni critico-storiche intorno alla Rezia di qua dalle Alpi oggi detta Valtellina” (Edizione anastatica, Bologna, Forni, 1971), scrive: “Piateda (Piateda). A Piateda vengano aggiunte le due Contrade Bessega, e i Bettuoli. Da quel primo Luogo ne scorre il Fiume Vennina, di cui altrove si è detto. Dopo questa Comunità seguita la Vall'Ambria, i cui Abitatori godono quanto alle Taglie alcune esenzioni; e a niuna Comunità sono aggiunti: sì perchè era già per l'addietro il loro Paese Feudo di particolari Signori detti di Ambria; e sì per essere a' Bergamaschi confinanti, a' quali per varie Vie si passa. Nel Luogo, che a questa Valle dà il nome, vi aveva pur Castello con Torre, Abitazione de' Feudatarii. Nel 1390 trovo che il Castello dell'Ambria con diverse Tenute era stato dal Signor di Milano donato al Cavaliere Galeazzo de' Porri.”
La ripresa settecentesca portò, comunque, Piateda, nel 1797, a 750 abitanti complessivi. A quella data Boffetto contava, invece, 516 abitanti.
Il 1797 è l’anno in cui ha termine la dominazione delle Tre Leghe Grigie: subentrano, sotto l’egida delle armi francesi, la Repubblica Cisalpina ed il Regno d’Italia, strettamente nell’orbita napoleonica. È un periodo nel quale si assiste a diversi riassetti amministrativi. Nel Regno d’Italia (1805) il comune di Piateda contava 679 abitanti, mentre Boffetto ne contava 314.
In questo periodo Melchiorre Gioia compilò le Statistiche del dipartimento dell'Adda, che offrono uno spaccato interessantissimo delle condizioni economiche del territorio di Piateda ad inizio ottocento, e soprattutto delle miniere di scisto siliceo (5 grani d'oro per ogni libbra d'once 30), d'argento grigia, rame, piombo e ferro spatico affinato in un forno fusorio che erano allora attive in Val Vedello, Ambria e Venina. Il Gioia traccia anche un quadro storico interessantissimo dell’attività mineraria in queste valli, dal quale si evince che l’iniziativa del loro sfruttamento partì per impulso che veniva dal versante orobico della Val Seriana: “Antichissime tradizioni regnanti nella valle ci dicono che la prima scavazione delle miniere, abbondanti in que' contorni, sotto la protezione dei duchi di Milano Visconti e Sforza succedesse; che non un solo forno a ferro, ma due nel tempo stesso travagliassero; che ricco di cotal genere vi fiorisse il commercio, e quindi numerosa fosse la popolazione, e non indigente. Dell'inaddietro numerosa popolazione fanno fede documenti che tuttora sussistono.
Alle successive guerre che longa pezza la Valtellina travagliarono, ed anche alla mancanza del combustibile in que' tempi, suolsi attribuire l'abbandono delle miniere, l'estinzione de' forni, il decremento della popolazione. Di tale decremento altra causa puossi addurre, cioè le terribili lavine che in conseguenza de tagli de' boschi, scendendo dalle alte scogliere sovrastanti in più luoghi alla valle e seco enormi massi traendo, fecero de' sottoposti casolai orribil guasto. I lavori d'escavazione ricominciarono verso il 1650, non per impulso del governo grigio, sempre indifferente all'industria ed al commercio dell'Adda, nè per speculazione de' valtellini, cui forse i capitali mancavano, o che temevano di mostrarne la possidenza. Alcuni particolari del paese detto Carona in valle Seriana, confinante colle miniere della Venina, incominciarono a prevalersene per nutrire i forni a ferro in detta valle eretti. Da questi giungevasi alle miniere, per la strada che il dipartimento dell'Adda unisce a quello del Serio, attraversando la sommità dell'alpe denominato Venina. Si crede che tale escavazione senza saputa del governo grigio seguisse, e occultamente; che che ne sia, alcune famiglie della Carona pretesero aver acquisiti diritti sulle miniere della Venina ai quali rinunciarono nel 1803, epoca in cui il nuovo forno d'Ambria fu costrutto… "
(citato nella presentazione storica di Marino Amonini sul sito www.comune.piateda.so.it ).
Buona parte delle miniere furono però chiuse nella seconda metà dell’Ottocento. Si legge, infatti, nella "Guida alla Valtellina", curata da Fabio Besta ed edita dal CAI di Sondrio nel 1884, a proposito della Val Venina: "Al di là dell'ultima casera, alle falde del monte che si alza ad oriente, si vedono alcune gallerie scavate nella roccia. Sono le gallerie di un'antica miniera (vena) di ferro carbonato. Si coltivava già sotto i Visconti, duchi di Milano e Signori per oltre un secolo (1335-1447) della Valtellina. Il Quadrio si duole perché ai tempi suoi (1755) si lasciava inerta. Più tardi il minerale per il passo della Vena veniva trasportato nella Valle del Livrio, ricca di combustibile: là subiva una prima fusione e dalla ghisa formansi proiettili ad uso di guerra. Per alcun tempo si trasportò fino a Bormio; e ora da parecchi anni la miniera è di nuovo abbandonata, come lo sono tutte le altre della Valtellina".


Valle di Ambria

Ma torniamo al racconto delle vicende generali del comune. Caduto Napoleone, iniziò il dominio asburgico sul regno lombardo-veneto. Nel 1853 Piateda, con la frazione Ambria, figurava come comune con consiglio comunale senza ufficio proprio e con una popolazione di 833 abitanti mentre Boffetto, era comune con consiglio comunale senza ufficio proprio e con una popolazione di 429 abitanti. Alla proclamazione del Regno d’Italia nel 1861 Piateda contava 1300 abitanti. Alla II Guerra d'Indipendenza, che portò all'unità d'Italia, partecipò anche un abitante di Piateda, Vittore Togni; altri due, Luigi Galli ed Andrea Cornelli, parteciparono alla III Guerra d'Indipendenza, del 1866.
Assai interessante è il prospetto riassuntivo dei ricchi alpeggi nel territorio comunale di Piateda nell'ultimo quatro dell'Ottocento, riportato ne “La Valtellina (Provincia di Sondrio)”, di Ercole Bassi (Milano, Tipografia degli Operai, 1890). Eccolo:

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La popolazione salì progressivamente nella seconda metà dell’ottocento: gli abitanti erano 1474 nel 1871 (dopo che Boffetto venne aggregato al territorio comunale di Piateda), 1650 nel 1881 e 1918 nel 1901. La soglia dei 2000 abitanti venne superata nel censimento del 1911, nel quale si registrarono 2069 abitanti.
Una targa sull'edificio scolastico a Piateda Bassa è dedicata da Piateda "ai suoi figli e compagni caduti nella guerra 1915-1918". Vi sono riportati i nomi dei soldati Gaburri Emilio, Galli Stefano, Del Dosso Isidoro, Tamiazzi Cirillo, Corradini Angelo, Bonomi Vittorio, Brusso Alessandro, Molinari Ferdinando, Previsdomini Natale, Prebottoni Giovanni, Vicenzoni Alessio, Vanotti Attilio, Strepponi Omobono, Sposo Andrea, Tognolatti Bortolo, Prebottoni Dante, Belotti Antonio, Corradini Andrea, Strepponi Riccardo, Belotti Stefano, Micheletti Stefano, Strepponi Giuseppe, Marchesini Attilio, Calneggia Ruggero, Pam Giuseppe, Bettini Cirillo, Mazzucchetti Ignazio, Svanoletti Pietro, Mazzucchetti Celestino, Muscialini Giovanni, Vicenzoni Vitale, Vanotti Giovanni, Corradini Bernardo, Galli Vittorio, Venturini Olindo, Corradini Paolo, Togni Antonio, Previsdomini Amilcare, Simonini Michele, oltre al carabiniere Amonini Giovanni, al capitano Strepponi Pietro ed al sergente Fornera Alfonso.
Nel primo dopoguerra scesero a 2012 (1921), per poi risalire a 2171 nel 1931 ed a 2464 nel 1936.
Nel 1923 la vita del paese fu segnata da una piccola rivoluzione: arrivò l'energia elettrica, grazie ad una centralina sul torrente Serio in località Valbona, cui furono allacciate Piateda, Boffetto e Sazzo.
Ecco come Ercole Bassi, in “La Valtellina – Guida illustrata” del 1928, presenta Piateda ed il suo territorio (presentazione da cui si ricava che il nucleo principale è ancora quello di mezza montagna): “Una rotabile sale di là del fiume a Piateda (m. 708 - abitanti 627-1950 - P. - coop. agric. di cons. - coop. di cons.  “Circolo S. Giuseppe” - produz. di gerle, scranne, scale a pioli - asilo inf. - circ. ricreat.), dal quale villaggio una buona mulattiera entra nell'interessante Val Venina. In questa valle esiste una ricca miniera di ferro, da più anni inattiva; un'altra di rame e d'argento con tracce d'oro non fu mai coltivata. La valle circa a metà si biforca: il ramo a sera mantiene il nome di Val Venina, e poco dopo giunge al villaggio di Ambria, allo sbocco della valletta omonima. Da Ambria rimontando la Val Venina e passando pel lago omonimo si giunge in tre ore al Passo Venina (m. 2233). Nel versante meridionale del monte vi è a m. 2095 il lago del Diavolo, dal quale esce una delle sorgenti del Brembo. Dal passo si scende in Val Brembana, a Carona (m. 1100) ed ai Branzi (m. 844). Salendo il sentiero che percorre Val d’Ambria, si passa vicino al lago di Capello e si giunge al passo di Cigolo (m. 1200) che mette pure in Val Brembana. Il ramo a mattina chiamasi Val d'Agnéda, ove si trova il villaggio di questo nome (m. 1226 - ricovero presso il curato). Nella chiesetta del villaggio, dedicata a S. Agostino, che reca scolpita sopra la porta la data 1525 DIE 16 MADII, si trova una tela con la M. ed il E., tra S. Agostino e S. Antonio ab., e col P. E. in alto, opera debole e tar­da del Valorsa. Ai piedi della ricca cornice ad intagli dorati si legge: CYPRIANVS GROSIENSIS PINXIT 1 5 9 2 SVB MAFEVM DEL PAMM0 RECTOR. Dello stesso autore, ma di maggior pregio sono la Natività, affresco nella lunetta della facciata, e il Redentore con la E. V. e S. Agata ai lati del tabernacolo.
Risalendo la Val d'Agneda si trovano le case di Scais, il rifugio Enrico Guicciardi e il passo del Brunone (m. 2531) da cui si scende in Val Seriana, trovando poco sotto la capanna Brunone per la salita al gruppo del Rodes, e cioè al pizzo del Diavolo (m. 2914), al pizzo di Rodes (m. 2831), al pizzo Redorta (m. 3037), al pizzo di Scotor (m. 2926) e al pizzo di Coca (m. 3052)…


Testata della Valle di Scais

La Soc. Acciaierie e Ferriere Lombarde, con sede a Milano, ha creato a Boffetto ed e Piateda un grandioso impianto per l’utilizzazione del torrente Venina, con una caduta di m. 720, ricavando una forza di 13500 Kw., che viene condotta a Sesto S. Giovanni attraverso il passo di S. Marco (a m. 2000). Si costruì un serbatoio al lago Venina (m. 1800) e un altro al Piano di Scais (m. 1500) con km. 5 di canale in galleria e km. 2 di condotta forzata.”
La presentazione  della guida menziona gli imponenti lavori idroelettrici della società Falck (dal 1980 Sondel), che hanno costituito un importante elemento propulsivo per l’occupazione locale. La targa che commemora i caduti di Piateda nella o in conseguenza della seconda guerra mondiale riporta i nomi dei soldati Marchetti Vittorio, Taloni Ferdinando, Amonini Pietro, Bonfadini Giuseppe, Caprinali Basilio, Belotti Stefano, Micheletti Ermanno e Cavazzi Amedeo, oltre ai capitani Corradini Michele, Carrera Mario e Mascarini Luigi, al carabiniere Togni Giuseppe ed al sc. sil. Tavelli Rocco.
Nel secondo dopoguerra, e precisamente negli anni cinquanta, i piccoli nuclei di Agneda ed Ambria diventano località di soggiorno stagionale, senza più residenti permanenti, e si afferma definitivamente la tendenza all’inversione fra gli insediamenti del piano rispetto a quelli di mezza costa; la popolazione fa registrare, per un ventennio, un leggero declino (dai 2422 abitanti del 1951 si passa ai 2307 del 1961 ed ai 2241 del 1971. La tendenza, poi, si inverte, e la crescita, graduale, riprende nel ventennio successivo: gli abitanti sono 2329 nel 1981 e 2423 nel 1991. Nuova leggera flessione nel terzo millennio: 2320 sono gli abitanti nel 2001 (identica cifra per il 2005); nel 2006 sono un po’ meno (2290). Quasi tutti gli abitanti (circa 2000) risiedono al centro (Piateda Bassa), mentre nel nucleo di Piateda Alta sono rimaste 31 persone.

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L'accesso a Piateda, per chi giunge da Milano, avviene staccandosi dalla ss. 38 dello Stelvio ad uno dei tre svincoli che sono segnalati, sulla destra, all'uscita da Sondrio. Il primo si trova in corrispondenza della curva a sinistra che porta al passaggio a livello dove termina la tangenziale di Sondrio; proprio sulla curva, a destra, parte una strada che, passando per la frazione di Busteggia (acquisita al territorio comunale di Piateda nel 1925), porta a Piateda Bassa (centro), passando davanti al bell'edificio della centrale Venina della Sondel. Il secondo si trova, invece, sempre sulla destra, dopo il ponte sul torrente Davaglione, che scende da Montagna; la strada conduce, in questo caso, direttamente al centro di Piateda. Il terzo, più avanti, scende a Boffetto, passando nei pressi della bella chiesa di S. Caterina (di origine cinquecentesca) e di qui, per il ponte della Streppona, raggiunge il centro di Piateda (m. 304).
Dal centro, poi, dove si trova la recente chiesa del Crocifisso (edificata negli anni trenta del novecento), parte una strada che sale alle frazioni di mezza costa, passando per Previsdomini (m. 538), a 4 km da Piateda, e per Monno (a 5 km), frazione che, per qualche tempo, dopo gli anni trenta del secolo scorso, ospitò le scuole comunali, che prima erano a Piateda Alta (peraltro vicinissima, appena sopra). Qui, ad un tornante sinistrorso, si trova, sulla destra, abbondantemente segnalata, la partenza della stradina asfaltata che si addentra in Val Venina (indicazioni per Vedello).
Proseguendo sulla strada principale, dopo il successivo tornante destrorso ci portiamo al terrazzo, panoramicissimo, di Piateda Alta (m. 709), a 6,2 km dal centro, dove, oltrepassato il piccolo cimitero, raggiungiamo la bella chiesa di S. Antonio Abate, di origine cinquecentesca. Fino agli anni trenta del secolo scorso questo era il centro principale del comune: qui risiedevano il comune, la casa parrocchiale e le scuole. Perso il primato rispetto al piano, il nucleo ha tenuto sostanzialmente anche nel successivo trentennio, fino agli anni sessanta, quando lo spopolamento ha assunto un ritmo deciso ed inesorabile. Ancora oggi un manipolo di residenti mantiene in vita tutto l'anno il borgo, che, con le sue case settecentesche e la trattoria (che un tempo ospitava uno spazio per il gioco delle bocce, l'osteria, un negozio di alimentari con servizio di locanda), conserva un fascino discreto ma intenso. ottimo il panorama che si gode verso nord: sopra Sondrio, a destra dei monti Rolla e Canale, spunta un elegante pizzo che fatichiamo a riconoscere: si tratta del monte Disgrazia, che mostra, da qui, un profilo insolitamente slanciato. Più a destra, sopra Montagna, si mostrano le belle cime della Corna Mara, della Corna Brutana e della vetta di Ron.
Salendo ancora, passiamo per Bèssega (m. 804), a 7,7 km dal centro, frazione di Piateda Alta, ora abitata solo alcuni mesi l'anno, dove si può vedere il secentesco oratorio di S. Rocco, espressione di una devozione ben radicata in Valtellina, in conseguenza delle ripetute e tragiche esperienze di epidemia di peste. Superato il nucleo di Pagani (a 9,2 km dal centro), raggiungiamo il maggengo di Gaggio (m. 1018), dove partono le condotte forzate per la centrale di Venina e dove termina la strada aperta al traffico dei veicoli non autorizzati (l'autorizzazione, peraltro, può essere acquistata presso il municipio di Piateda - Tel. 0342 370.221; Fax 0342 370.598; e-mail: acpiateda@provincia.so.it; orari di apertura: Martedì e giovedì:  ore 08:00 - 13:00 e dalle 14:00 alle 18:00; Lunedì, mercoledì e venerdì: ore 08:00 - 14:00 -; nei giorni festivi è possibile ritirare un permesso giornaliero presso il Bar che sta di fronte al Municipio, oppure presso il Rifugio Alpini alle Piane, quando è aperto).
La carozzabile, con fondo in asfalto, sostituito ben presto da fondo sterrato, sale ancora, passando per la località denominata Dosso del Sole, perché qui il sole staziona volentieri, anche d'inverno, a discapito, però, del centro di Piateda, sul fondovalle, che proprio per la conformazione del dosso viene privato del sole per due interi mesi durante l'inverno. Poco a valle del dosso, seminascosta fra i boschi, la curiosissima formazione rocciosa del Sasso della Nona, orologio di pietra pietrificato sulle ore tre (l'ora nona, appunto).
Proseguendo, siamo circondati da bellissimi boschi di conifere, la cui fascia inizia più o meno a questa altezza, ed arriviamo ad un bivio. Qui, prendendo a sinistra, saliamo ai prati delle Piane (m. 1517), alpeggio panoramicissimo ed ancora caricato, dove si trova il rifugio ANA di Piateda; prendendo a destra, invece, raggiungiamo il maggengo di Legnomarcio (m. 1559), circondato da splendide pinete, dal quale parte un tratturo che raggiunge l'alpe Pessa (m. 1850).
La stradina asfaltata che si addentra in Val Venina, invece, prosegue per lungo tratto tagliando il selvaggio fianco orientale della bassa valle, fino a Vedello (vedèl, m. 1032), chiamata, in passato, anche Forno, per la presenza di un forno fusore dove veniva arrostito il minerale estratto dalle miniere dell'alta Val Caronno e della Val Venina. In passato ospitò una scuola ed una bottega di alimentari con servizio di osteria; oggi ciò che attira l'attenzione è la centrale dell'Edison, alla quale confluiscono le acque delle dighe di Scais e Venina. Poco oltre Vedello, si trova un bivio: la pista di sinistra sale ad Agneda, in Valle di Scais (m. 1228), mentre quella di destra porta ad Ambria, nella valle omonima (m. 1325), nucleo denso di fascino legato alla sua storia passata. Dal parcheggio che si trova nella splendida piana di Agneda parte un tratturo, chiuso ai veicoli non autorizzati, che porta alla diga di Scais; di qui ci si può incamminare alla volta del rifugio Mambretti (m. 2003), del CAI di Sondrio, quietamente adagiato su un crinale erboso che guarda alla superba testata della Valle di Scais, che culmina nei defilati pizzi di Scais e Redorta.

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BIBLIOGRAFIA:

Livio, Pierangelo, "L’antica chiesa di S. Vittore in Piateda", in Corriere della Valtellina, 24 agosto 1968

Scuola elementare di Piateda, "Leggende delle nostre valli", ciclostilato, 1976

Galli Valerio, Bruno, “Punte e passi – Ascensioni e traversate tra le Alpi della Valtellina, dei Grigioni e del Tirolo”, trad. di Luisa Angelici ed Antonio Boscacci, ed. CAI di Sondrio, Sondrio, 1998

Canetta, Eliana e Nemo, “Il versante orobico - Dalla Val Fabiolo alla Val Malgina ”, CDA Vivalda, 2005

AA. VV. (a cura di Guido Combi), "Alpi Orobie Valtellinesi, montagne da conoscere", Fondazione Luigi Bombardieri, Bonazzi, Sondrio, 2011

SITOGRAFIA:

www.comune.piateda.so.it;
www.nordorobie.it/statistiche.htm 

Carta del territorio comunale (estratto dalla CNS su copyright ed entro i limiti di concessione di utilizzabilità della Swisstopo - Per la consultazione on-line: http://map.geo.admin.ch)

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