Un angolo poco conosciuto della bassa Valchiavenna cela un sentiero ancor meno conosciuto. Parliamo di Nogaredo, uno dei nuclei che costituiscono il comune di Samolaco, e del sentiero della strega e del drago. Per la verità non si chiama proprio così: è noto come sentiero per Piazza Caprara, maggengo panoramico sui monti di Samolaco, ma la più suggestiva denominazione non è priva di fondamento. Sul sentiero, infatti, una strega ed un drago hanno lasciato inequivocabili segni della loro remota presenza. Inequivocabili, davvero, tali da convincere anche gli scettici incalliti. Quelli, per intenderci, che restano fermi all’idea secondo cui si tratterebbe solo di invenzioni della fantasia popolare, in tempi nei quali tanto potevano fame e miseria nell’alimentare paure irrazionali. Costoro potranno toccare con mano, saggiare con le proprie dita la muta testimonianza della pietra, più eloquente di ogni parola, perché, potremmo ben dire, verba volant, saxa manent.
Ma andiamo con ordine. La prima cosa da fare, per un incontro ravvicinato con l’arcano mistero, è raggiungere Nogaredo. Per farlo dobbiamo percorrere la strada provinciale Trivulzia, che corre, parallela alla ss. 36 dello Spluga, sul lato opposto (occidentale) della Mera. La imbocchiamo lasciando la ss. 38, sulla sinistra (per chi proceda in direzione di Chiavenna), allo svincolo all’altezza di Novate Mezzola. Ci portiamo, così, al ponte della Nave, che scavalca la Mera e, proseguendo verso destra, raggiungiamo Era, proseguendo poi fino a Nogaredo. Qui lasciamo la strada provinciale, all’ultimo svincolo sulla sinistra prima del ponte sul torrente Bolgadrégna, e ci portiamo al centro del piccolo nucleo di Nogaredo (nugarè). Nucleo storicamente rilevante, già citato nel 1454, sorge sulla giavéra (prato magro, ricavato ricoprendo di poca terra il terreno alluvionale) del conoide di deiezione della Borgadrégna e deve il suo nome alle piante di noce (nughiéer). Salendo diritti, raggiungiamo l’imbocco di una stradina che un cartello segnala senza sbocco; qui prendiamo a destra e, appena prima del ponte più a monte sul torrente, vediamo, sulla destra, un piccolo slargo con un cassonetto per l’immondizia, dove possiamo parcheggiare l’automobile. Inizia da qui (220 metri circa) la salita verso Piazza Caprara, sulle tracce del mistero.
Torniamo indietro fino all’imbocco della stradina in asfalto cieca e saliamo per un tratto diritti, passando a destra di una bella casa. L’asfalto lascia il posto al fondo sterrato; siamo sul lato meridionale (a sinistra) del tratto terminale della val Bolgadrégna. Dopo una semicurva a destra, troviamo, alla nostra sinistra, la partenza di un largo sentiero, che sale verso sinistra. Lasciamo, quindi, la pista per seguirlo: pochi passi e siamo al bel nucleo di baite del Sasèl (m. 240; troviamo questa indicazione scritta sulla più bella). Sulla facciata di una di queste troviamo un bel dipinto artigianale, che raffigura una Madonna incoronata che tiene nella mano destra il rosario e nella sinistra il Bambino. Alla sua destra, sopra lo stipite di una porta e sotto una finestrella a forma di croce, la scritta “Chi serve a voi Gesù con puro core vive felice e poi contento more”. Una sintesi popolare ed efficace della saggezza cristiana. Non si sospetterebbe che questa serena enunciazione di fiducia in Cristo sia posta quasi all’imbocco di un sentiero legato ad oscuri ed inquietanti misteri.
Pochi passi più in là, intercettiamo la mulattiera per Piazza Caprara (sentée de Pièza Cavrée), e la seguiamo verso destra, iniziando a salire. La mulattiera è segnalata da segnavia bianco-rosso-bianchi e bianco-rossi. Dopo un breve tratto, volge a sinistra e sale descrivendo un lungo traverso; piega, poi, a destra e di nuovo a sinistra, prima di affacciarsi ad una spianata, ormai rimboschita, che ospita un nucleo di baite, denominato, sulla carta IGM, Piazza (la piàza, m. 370). Il luogo, davvero suggestivo, è sorvegliato da castagni secolari ed immerso in un silenzio profondissimo. Un silenzio dal quale emerge l’eco antichissima, ormai solo riverbero lontano, di una vita che pian piano sprofonda nei meandri sotterranei del tempo. Fin qui, nessun segno arcano, solo la mestizia delle cose che tramontano e che raccontano il loro dolore prima che il gorgo dell’oblio le sommerga interamente. Il sentiero, la cui traccia qui è poco evidente, rimane sul lato sinistro del nucleo e riprende a salire in diagonale verso sinistra (sud-ovest), passando poi sotto un nucleo più piccolo di baite posto leggermente più in alto (i crotti della piàza, m. 410) ed effettuando una lunga diagonale verso sinistra, prima di volgere a destra (ovest) e proporre una serie di tornantini. Piega, quindi, ancora a destra e raggiunge la sommità di un dosso, denominato Mot de Mugnina (m. 576).
Possiamo arrivare fin qui anche per via più breve, ma anche più faticosa. Se ci portiamo sul lato destro della Piazza, giungiamo ad un poggio-radura panoramico, che si affaccia sullo scosceso versante meridionale della Bolgadrégna. Qui pieghiamo a sinistra e cominciamo a salire diritti, sul largo filo di un dosso, verso sud-ovest. La salita, assai ripida, è accompagnata, nel primo tratto, da un muretto a secco, alla nostra sinistra. Alla fine intercettiamo di nuovo la mulattiera, al Mot de Mugnina (m. 576).
La mulattiera prosegue verso destra, effettuando un traverso e passando poco sopra il primo segno delle forze oscure che sembrano addensarsi su questo versante della valle, una carcassa cava di un grande castagno secolare, riversa sul terreno come sradicata e schiantata da un maleficio che offende la sacralità della vita antica. Più in basso, una fascia di rocce scure e lisce. Saliamo ancora per un tratto, ed ecco, sulla sinistra del sentiero, proprio in un punto in cui alcuni alberi caduti ostacolano il passaggio, un roccione imponente. Non c’è dubbio, è il “sàs da la sc’trìa”, il sasso della strega, chiamato così perché antiche leggende vogliono che sia stato luogo di sosta prediletto o addirittura dimora di una pestifera strega.
Ma, a questo punto, bisogna cedere la parola a chi può attestare come sono andate davvero le cose. Ecco, quindi, la testimonianza di Pierina del Giorgio, di S. Pietro (citato da “Nü’n cuštümàva – Vocabolario dialettale di Samolaco”, a cura di Sergio Scuffi, edito nel 2005 dall’Associazione Culturale Biblioteca di Samolaco e dall’Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca): “Adèss vöoc’ cüntáff sü una sc’tória. Sül sentée de Pièza Cavrée, un póo dópu al Mótt de Mugnína, al gh’éva sü un gran sass gròss, péna sόor al sentée, e i disévan ce ‘l gh’éva sü dedré una sc’tría, ma brüta e catíva… e ‘l na cumbináva üna par sóort, e sc’ta póara sgéent i évan própi štüff. Un bèl dí al gh’è vügnűű in ment, par fágala a quíj de Šcinόon e Nugaré, da vughè sgió ‘l sass sgió in dála Bulgadrégna, par sc’tupácc’ l’aqua par piű fágala rivè sgió. E inόra al sass… al se brutáva brí: l’á ciapée ‘na béla cadéna, al l’á lighée e pö la gh’á dècc, l’á tirée fin ce l’á pudüü ma ‘l sass al s’è brí muvűű. E inόra cus’ála büu da fè: la tirée indré la só cadéna e ‘l ghe rasc’tée sü la níza, dála cadéna. E quaiverüün i vöran brí cre, però se i váan sü a vedé, la gh’è amò sü inciöö.”
Sfuggito qualche dettaglio? Ecco, ad ogni buon conto, la traduzione in dialetto fiorentino: “Adesso voglio raccontarvi una storia. Sul sentiero di Piazza Caprara, un po’ dopo  il Mot de Mugnina, c’era un grande masso, appena sopra il sentiero, e dicevano che dietro viveva una strega, ma brutta e cattiva…e ne combinava di tutti i colori, e quella povera gente era proprio stanca. Un bel giorno le è venuto in mente, per fargliela a quelli di Schenone e Nogaredo, di far rotolare quel masso giù nella Bolgadrégna, per fermare l’acqua e non farla più arrivare giù. E allora il masso… non si  muoveva: ha preso una bella catena, lo ha legato e poi ci ha dato dentro, ha tirato finché ha potuto, ma il masso non s’è mosso. E allora che ha dovuto fare? Ha tolto via la sua catena e sul masso è rimasta l’impronta della catena. E qualcuno non vorrà crederci, però se salgono a vedere, c’è ancora oggi.” 
Osserviamo con attenzione: proprio sulla faccia del roccione che guarda al viandante, nella parte bassa di sinistra si vedono due nettissime strisciate, l’inequivocabile segno delle catene con le quali la strega ha tentato di sradicare l’enorme masso dal terreno. Ma, così come la farina del diavolo va in crusca, anche gli sforzi delle streghe finiscono in nulla: il masso è ancora lì, il corso della Bolgadrégna non ha subito perturbazioni e gli abitanti di Nogaredo non hanno subito danni dalla pestifera maliarda.
Quel che la simpatica signore Pierina non dice, però, è qual mai fine abbia fatto la strega. Una fine misera, se è di lei che parla un’altra leggenda, quella della “sc’trìa dàla val”, cioè della strega di una non meglio specificata valle. Costei viveva sola ed era interamente dedita ad ordire trame ai danni del bestiame e dei contadini. Uno di loro, però, che la conosceva bene, non perdeva occasione per minacciarla: se non avesse smesso di fare del male ai cristiani, glie l’avrebbe fatta pagare salata. La strega, ovviamente, a smettere di fare del male non ci pensava neppure. Pensava, invece, di sbarazzarsi dell’incomodo contadino ed una volta, mentre questi scendeva lungo un sentiero stretto ed esposto su un dirupo, con un campacc’ colmo di fieno falciato sul monte, si trasformò in un rovo e si mise proprio nel mezzo del sentiero, per farlo cadere. Ma il contadino, che non era uno sprovveduto, con il falcetto fece a pezzi il rovo e lo gettò nel burrone, riprendendo tranquillo il suo cammino. Giunto a casa, sentì la campana suonare a morto: gli dissero che era morta la strega della valle, in modo orribile, era stata trovata in fondo ad un burrone, fatta a pezzi. Capì subito quel che era successo, ma non lo disse a nessuno. Sia come sia, pare che della strega si siano perse le tracce. Il roccione è, invece, ancora lì.
Lo salutiamo e riprendiamo a salire, prendendo per un tratto a destra (la traccia è un po’ sporca, seguiamo i segnavia), fino a raggiungere il ciglio di un dirupo che si affaccia sulla selvaggia valle della Bolgadrégna, di cui vediamo, più in basso, sul lato opposto, paurosi ed orridi roccioni. Lo sguardo raggiunge anche l’abitato di S. Pietro di Samolaco e la piana di Chiavenna, incoronata dai monti del versante settentrionale dell’imbocco della Val Bregaglia. Dopo un breve tratto zigzagante, la mulattiera ci porta per la seconda volta sul ciglio della valle: sul lato opposto notiamo un impressionante squarcio che mostra la viva roccia sul fianco boscoso. Poco sopra, ad un tornante sinistrorso, si stacca, sulla destra, dalla mulattiera un sentiero che scende ad attraversare il torrente, portandosi sul lato opposto della valle. Nel primo tratto passa proprio sotto un impressionante salto roccioso. Restando sulla mulattiera, affrontiamo i due successivi tornanti dx ed sx, ritrovandoci, poco oltre un masso con una croce di ferro, faccia a faccia con la cappelletta denominata “capèla di cresc’tón” (m. 720), cioè cappella del crestone, costituito da alcuni spuntoni di roccia nei quali culmina il salto di cui sopra si è detto. Nella cappella è ancora parzialmente visibile un dipinto che raffigura la Madonna incoronata con Bambino, circondata da due santi.
Appena sopra sulla sinistra, un masso che sembra una larga punta di lancia piantata nella base rocciosa sostiene un masso leggermente più piccolo, di forma ovoidale, un po’ bitorzoluto, che sembra appoggiato lì in precario equilibrio, non si sa bene da quando e perché. Si tratta del “sàs da l’öof”, letteralmente “sasso dell’uovo”. Tecnicamente, un masso alluvionale. Ma come fa ad essere finito lì, in posizione così rialzata rispetto al solco della valle, sul crinale del crestone? Un’altra è la spiegazione veritiera. Il masso è lì perché si tratta in realtà di un uovo depositato da un drago. Questo spiega la sua posizione: non può che essere stato calato lì dall’alto. Possiamo quindi toccare con mano il segno di un secondo ed ancor più profondo mistero, segno di un tempo remoto nel quale anche sulla Valchiavenna volavano i draghi. Forse si tratta del terribile drago della vicina Val Bregaglia, che assaliva e divorava i passanti, finché gli fecero ingoiare un carico intero di sale, provocando una tale sete da indurlo a bersi un lago intero, per poi scoppiare.
Forse. I dubbi, quando si tratta di draghi, la fanno da padrone. Il termine “drago” deriva dal greco “dràkon”, ed è, quindi, l’animale che fissa lo sguardo, che vede con sguardo acuto in lontananza. Ma è, soprattutto, il più noto fra gli animali immaginari, che si trova, anche se con diverse connotazioni, in culture differenti. Se nella cultura cinese esso è simbolo positivo di forza e saggezza, nelle culture occidentali prevale l’immagine negativa di animale malvagio, che minaccia il mondo, è artefice del male o, più semplicemente, è posto a guardia di un tesoro. Nell'Apocalisse e nella tradizione cristiana diviene l'espressione stessa del male: l'immagine del cavaliere san Giorgio che uccide il drago ha per secoli colpito la fantasia dei credenti, che vi hanno visto uno dei più significativi episodi della lotta del bene contro il male.
Essere marino, terrestre o, più spesso, celeste, il drago si caratterizza per l’aspetto serpentiforme, con l’aggiunta di elementi tratti da animali diversi. Sputi o meno fuoco, sia o meno alato, ha il potere di evocare, con il suo solo nome, paure arcane, sgomenti profondi, ed è spesso associato a tesori, di cui sarebbe l’implacabile custode.
Da tempo immemorabile i draghi non volano più sulla Valchiavenna. Che fine hanno fatto? Che nesso c’è, se pure ve n’è uno, fra il drago che ha lasciato qui il suo uovo e la strega del masso? Era questi suo servitore? Non esiste più nessuno che sia stato testimone dei tempi della strega e del drago, né esiste più la memoria di quei tempi, se non nei nomi e nelle vaghe storie. Non ci sono più neppure quei lupi che un tempo, forse, ne cantavano l’epopea, ululando alla luna su un poggio boscoso a sud di Piazza Caprara, chiamato, proprio per questo, c(h)èntalüüv, cioè “canta il lupo”. Ma forse questo non è per sempre: quell’uovo, enigmatico segno di un futuro che si può schiudere all’impensabile, ci impedisce di cullarci in questa tranquilla certezza.
Intanto i passi riprendono, la mulattiera sale ancora, con un traverso a sinistra (sud), fino alle soglie del maggengo di Piazza Caprara (m. 828). Usciti dal bosco di castagni, salutiamo, dopo circa un’ora e quaranta minuti di cammino (il dislivello in altezza è di 600 metri) il bel nucleo di baite, in buona parte ridotte a ruderi. Ma ci sono ancora simpatici segni della vita che non ha abbandonato il maggengo: una fontanella, una bella baita rammodernata, la corda un’altalena che scende sorridente dai rami di un albero. Questi prati rivestivano, in passato, una notevole importanza, ed erano di proprietà di famiglie di Era e Nogaredo; il loro nome deriva, evidentemente, dall’abbondanza di capre che li pascolavano. Passavano di qui, in primavera ed in autunno, anche le mandrie prima di salire agli alpeggi di manco e Campo o dopo avervi soggiornato in estate.
Ottimo, da qui, il panorama. In particolare ci sta proprio di fronte l’imponente pizzo di Prata, al culmine di un impressionante e dirupato versante montuoso. Più a destra, la corona di cime della testata occidentale della Valle dei Ratti, che culmina nell’elegante Sasso Manduino. A sinistra del pizzo di Prata, invece, il pizzo Galleggione, sul versante settentrionale dello sbocco della Val Bregaglia. Lo sguardo, infine, vaga libero nel cielo. Niente draghi. Per ora.
Ma se vogliamo sapere di più circa questo luogo di misteri, dobbiamo raggiungere il nucleo meridionale del maggengo, separato da quello che abbiamo raggiungo da una breve fascia di bosco. Dalla fontanella, quindi, proseguiamo in leggera salita verso sinistra, passando a valle del nucleo centrale di baite e poco a monte della baita isolata posta più in basso. Ignorata una traccia marcata nei pressi di quest’ultima baita, seguiamo la traccia meno evidente che entra, salendo in diagonale, nel bosco. Dopo poche decine di metri vedremo, sul lato sinistro del sentiero, due enormi castagni, o meglio, quel che resta di due castagni secolari, di proporzioni davvero eccezionali. Del primo resta solo il moncherino di tronco sopra le radici, cavo, nel mezzo. È tanto largo che nella sua cavità si potrebbe sedere comodamente una persona. Pochi metri più avanti, ecco il secondo castagno, di cui si conservano tronco e rami. Ma il tronco è squarciato sul lato che guarda al sentiero, ed anche qui la cavità è di proporzioni che impressionano. Di più, sul lato opposto si apre uno squarcio con un effetto di finestra davvero surreale: parrebbe il rudere di una dimora fiabesca di qualche magica creatura del bosco.
Mistero si aggiunte a mistero, dunque. Quel che è, invece, del tutto chiaro è la destinazione del sentiero: poco oltre esce dalla macchia e ci porta alle baite meridionali di Piazza Caprara, dove, presso una fontanella, troviamo anche una recente cappelletta dedicata alla Beata Madonna Celeste di Piazza Caprara ed edificata nel 2004. Dalle baite poste sul limite del bosco (lato meridionale del maggengo), infine, parte un sentierino (non facile) che si addentra nel bosco e sale gradualmente fino ad una vallecola, proseguendo poi per il maggengo gemello dei Monti Antonioli e di qui per Paiedo (non è segnalato ed ha qualche punto che richiede attenzione, sia per l'orientamento, sia per l'esposizione): ebbene, più o meno a metà strada fra Piazza Caprara ed i monti Antonioli si trova il già citato dosso boscoso del c(h)èntalüüv. Noi, quindi, torneremo prudentemente per la medesima via di salita.     

CARTA DEL PERCORSO sulla base della Swisstopo, che ne detiene il Copyright. Ho aggiunto alla carta alcuni toponimi ed una traccia rossa continua (carrozzabili, piste) o puntinata (mulattiere, sentieri). Apri qui la carta on-line

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