La chiesa della B. V. Assunta a Prosto

Piuro è il primo comune, dopo Chiavenna, della Bregaglia italiana, la valle che confluisce con la Valle Spluga a formare la Val Chiavenna all’altezza appunto di Chiavenna. Vi si accede percorrendo la ss 36 dello Spluga fino a Chiavenna, per poi imboccare il primo svincolo a destra in corrispondenza della terza ed ultima rotonda della cittadina.
La storia di Piuro è divisa nettamente in due: prima e dopo il tragico 4 settembre 1618, quando il paese, suo malgrado, entrò nella storia per l’immane frana che lo seppellì, destando commozione in tutta Europa. Un borgo fino ad allora prospero e felice, per l’intraprendenza dei suoi mercanti (che portavano la seta comasca nei paesi di lingua tedesca), la posizione nodale allo sbocco della Val Bregaglia e le ricche manifatture artigianali, legate alla lavorazione della pietra ollare.
Tale lavorazione era connessa con l’attività estrattiva della “lapis viridis comensis”, di cui ci parla Plinio il Vecchio (“In Sifno vi è una pietra che viene cavata e lavorata a forma di vasi utili per cuocere i cibi e per uso degli scultori, cosa che noi sappiamo accadere con la pietra di Como in Italia”, Naturales Historiae, libro XXXVI, cap. 12): la pietra verde, o pietra ollare, veniva poi lavorata in loro o trasportata a Como per via lacustre (la riva settentrionale del Lario era, allora, più avanzata verso nord nella piana di Chiavenna e da esso non si era ancora staccato il lago di Mezzola; cfr., p.es., quanto scrive, nel secolo XVI, Ulrich Campell, pastore ed umanista grigione - 1510-1584 -, nella sua Retiae alpestris topographica descriptio- trad. di Cristina Pedrana -: “…i territori di Piuro e quelli di Chiavenna sono confinanti con il Lario”).
Un paese ricco, di cui Antonio Colombo, nella sua monografia su “Piuro sepolta”, scrive: “Fu un'oasi privilegiata, un'eccezione, per merito di una comunità formata di illuminati uomini, che, tra la miseria che li circondava, erano riusciti ad emergere, ad arricchire coi loro commerci, frequentando le più importanti città italiane ed europee, con le quali ebbero scambi di affari e dove poterono formarsi una cultura, per costruire in patria una città bella, artistica anche, con istituzioni benefiche ed infrastrutture, all'avanguardia si direbbe..”
Un paese colpito nella forma più terrificante dalla frana del monte conto nel 1618, e risorto, poi, per tornare ad assumere un volto non più paragonabile allo splendore passato, ma comunque ragguardevole ed economicamente importante.


San Martino in Aurogo

Piuro entrò nella storia con la conquista romana nel 16 d. C. Si trovava alla partenza di una delle due grandi vie storiche che, raggiunta Chiavenna da Como seguendo la riva occidentale del suo lago (via Regina o Francisca, cioè “franca”, sicura), a Chiavenna appunto si dividevano: ad ovest la Via dello Spluga, ad est quella del Septimer, del Maloja e dello Julier, che appunto passava per Chiuro. Il nucleo più antico di Piuro sarebbe sorto, secondo la testimonianza di Fortunato Sprecher, nella piana di Aurogo, che però sarebbe stata devastata da un’alluvione nell’VIII d.C., con il conseguente spostamento del paese più ad ovest. Il nome conserverebbe la memoria di questa prima rovina, derivando dal latino “plorare”, “piangere” (ma sono state avanzate anche ipotesi che riconducono alla voce gallica “ploro”, cioè “terreno”, o “durum”, cioè “fortezza”, o ancora alla voce latina “petrorium”, cioè “cumulo di pietre”, legata alla lavorazione della pietra ollare).
La disgregazione dell’Impero Romano d’occidente portò alle invasioni (o migrazioni, a seconda dei punti di vista) delle popolazioni germaniche e probabilmente Piuro fu inglobata, dopo il 489, nel regno ostrogoto di Teodorico, in quel medesimo V secolo nel quale si colloca la prima penetrazione del cristianesimo nella valle. Furono gettate le basi della pieve di Chiavenna, dedicata a S. Lorenzo, santo del ciclo romano, quello più antico. “La divisione delle pievi”, scrive il Besta, “appare fatta per bacini… aventi da epoche remote propri nomi, come è infatti accertato per i Bergalei, i Clavennates, gli Aneuniates”. La pieve di San Lorenzo di Chiavenna, cui Piuro era legata, fu, dopo l’anno Mille, insieme a quelle di S. Fedele presso Samolaco, di S. Lorenzo in Ardenno e Villa, di S. Stefano in Olonio e Mazzo, di S. Eufemia o S. Pietro in Teglio, dei martiri Gervasio e Protasio in Bormio e Sondrio e di S. Pietro in Berbenno e Tresivio, uno dei poli fondamentali dell'irradiazione della fede cristiana.
L’offensiva Bizantina riconquistò probabilmente alla “romanità” la valle della Mera, anche dopo l'irruzione e la conquista dei Longobardi (568); nell'VIII secolo, però, con il re Liutprando il confine dei domini longobardi raggiunse il displuvio alpino. Con i successori Rachis ed Astolfo, nel medesimo VIII secolo, Chiavenna e Piuro risultano donate alla chiesa di Como. Sconfitti, nel 774, i Longobardi da Carlo Magno, Piuro rimase parte del Regno d’Italia, sottoposto alla nuova dominazione franca.


Chiesa di Santa Croce a Piuro

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La frammentazione dell’Impero di Carlo portò all’annessione del Regno d’Italia a quello di Germania, il che rese la posizione di Chiavenna di rilievo strategico primario, posta com’era quasi a cavallo fra i due regni. In un documento del 973 viene citato per la prima volta il paese, nella forma di “Prore”.
Intorno all’anno mille avvenne, a quanto racconta San Pier Damiani, un miracolo proprio in quel di Piuro. Uno scavatore di pietra ollare, tornato dopo la fine della giornata di lavoro nella cava per recuperare certi attrezzi, vi restò imprigionato per una frana che ne sbarrò l’accesso. I suoi, disperati, fecero scavare per salvarlo, ma solo dopo un anno si riuscì ad aprire un varco che portava dentro la cava. Chi pensava di trovare i resti del poveretto rimase esterefatto nel vederlo venire avanti vivo. Raccontò lo scampato che una colomba gli aveva sempre portato un cibo soavissimo, tutti i giorni tranne uno, lo stesso nel quale la moglie non aveva potuto andare a far dire per lui la Messa.
Il 3 settembre 1024 l’imperatore Corrado succedette ad Enrico II, inaugurando la dinastia di Franconia, e confermò al vescovo di Como i diritti feudali sul contado, le chiuse ed il ponte di Chiavenna, oltre che sul contado di Mesolcina; nel medesimo periodo un altro potente vescovo, quello di Coira, estendeva i suoi diritti feudali su Bormio e Poschiavo. Ma con il successore di Corrado, Enrico III, la contea di Chiavenna tornò ad essere assoggettata ad un potere laicale, quello di un Everardo, forse Parravicini, che ne fu investito dall’imperatore stesso, desideroso di assicurarsi un sicuro controllo di quella fondamentale porta di accesso all’Italia attraverso i passi dello Spluga e del Settimo. Titolare del contado era il comune di Chiavenna, uno dei primi in Lombardia, con i suoi tre consoli, comune che comprendeva anche Piuro.
Alla prima metà del medesimo secolo XI data la chiesa di San Martino in Aurogo, che ancora oggi si può vedere sul lato meridionale della Val Bregaglia. Nel successivo secolo XII si collocano i due celebri passaggi a Chiavenna dell’imperatore Federico I Barbarossa, una prima volta nel 1158, ospite dell’amico e collaboratore Guiberto Grasso, ed una seconda volta nel 1176.


San Martino in Aurogo

In quel medesimo secolo si manifesta per la prima volta la rivalità fra Piuro e Chiavenna, unite nel medesimo comune, ma con territorio e patrimonio distinti. Piuro si staccò da Chiavenna e divenne comune autonomo con propri statuti nel 1215 (gli Statuti sono del 1226). Il territorio comunale comprendeva i nuclei di Prosto, Santa Croce, San Martino, Aurogo, le contrade di Cilano, Polino, Pradello, Roncaglia, Pestera, Borsio, Cranna, Giupedo, Savogno, Dasile, Calotte; comprendeva anche il territorio di Villa, che se ne staccò nel 1584. Il comune di Piuro era retto dal consiglio generale, che riunito in sindicato nelle chiese di Sant’Abbondio o di Santa Maria, deliberava in merito alle questioni principali riguardanti la vita della comunità e ratificava l’elezione del console, dei consiglieri e dei deputati, la revisione e ripartizione degli estimi, le revisioni dei conti consolari. Appartenevano al consiglio generale tutti gli uomini del comune che avevano un’età superiore ai vent’anni, fossero maritati o separati dal padre o laureati. Spettavano a questo consiglio la nomina dell’assessore e dei consoli di giustizia e in genere tutte le elezioni di iuspatronato del comune. Il governo ordinario del comune era retto da dieci consiglieri, di cui facevano parte il console, il viceconsole, il caneparo, due consoli di giustizia e due provvisionari; cinque di questi consiglieri, fra i quali il console e il viceconsole, venivano scelti tra i cittadini del borgo, e gli altri cinque tra gli abitanti delle vicinanze.
Nel secolo XIII la Contea di Chiavenna risentì delle contese fra il vescovo di Como e quello di Coira: il primo prevalse, e confermò, nel 1203. Risentì anche delle lotte che in Como vedevano contrapposti di Vitani (Guelfi) ed i Rusconi (Ghibellini); in particolare, nel 1304 i Vitani si impossessarono del castello di Chiavenna, che dovette anche, nel 1309, contribuire con armati a domare la rivolta della contea di Bellinzona contro Como. La subordinazione della contea a Como venne ribadita anche dall’imperatore Enrico VII, nella sua celebre discesa in Italia del 1312. Pochi anni dopo, nel 1328, la moglie dell’Imperatore Ludovico il Bavaro fu ospite del piurasco Giovannello Vertemate. A metà del secolo il centro di Piuro era il mercato, con le case dei De Arnuta, Beccaria e De Casnate, circondato dai nuclei di Scilano, dove sorgeva un castello, Termineda, con un mulino, Lombardi, Pollino e Salegio. Più lontane dal centro erano Aurogo e Bondea, mentre sul monte sono citate Daxille (Dasile) e Seraga.


Prosto

La prima metà del secolo XIV vide un importante mutamento nella storia della Contea di Chiavenna: nel 1335 Como, e con essa Piuro, vennero inglobate nella signoria milanese di Azzone Visconti, che ne confermò gli Statuti. Sul finire del secolo l’ampliamento, fra il 1387 ed il 1390, della Via del Septimer diede un notevole impulso ai commerci di Piuro, che godeva dell’esclusiva del dazio, il che contribuì molto alla ricchezza del paese, perché la via era molto trafficata e libera da briganti.
A metà del secolo successivo il mosaico della prosperità piurese si arricchì di un nuovo importante tassello, l’acquisizione dei ricchi pascoli della Val di Lei. La valle era già unita a Piuro dalla sulla medievale “strata communis” per la Val di Lei e per gli alpeggi (oggi sommersi dalla diga artificiale) di Erabella, Gandanera, Palude e Sengio. La strada fu sistemata nel 1259 a spese della comunità di Piuro. Di qui passarono fin dal tardo medioevo gli armenti diretti alla vicina (in linea d’aria) ma pur lontana (altimetricamente parlando) Val di Lei, di qui scendevano i pregiati latticini per la ricca Piuro, insieme alle pelli per la scrittura di documenti necessarie per gli atti notarili, alla lana ed al legname. E tutto ciò dal 1462, quando Piuro, sborsando 101 fiorini d’oro al conte Giorgio di Werdenberg-Sargans, acquisì la proprietà della Val di Lei, che ogni anno veniva caricata da oltre 600 bovini. Questi transiti giustificano la cura della splendida mulattiera di oltre 2000 gradini che sale fin qui da Borgonuovo di Piuro, e che fu nei secoli oggetto di un’attenta e minuziosa manutenzione. Tre anni dopo venne benedetta la chiesa dei santi Antonio e Bernardino a Savogno, piccolo ma prezioso paese sulla via per la Val di Lei, sulla quale ogni anno passavano per la transumanza oltre 600 mucche.


Cascata dell'Acquafraggia e panorama di Piuro

In quel periodo cominciavano ad affacciarsi alla storia di Valtellina e Valchiavenna quelli che sarebbero stati, dal 1512, i nuovi signori delle valli dell’Adda e della Mera, le Tre Leghe Grigie (Lega Grigia, Lega Caddea e Lega delle Dieci Giurisdizioni, che si erano unite nel 1471 a Vazerol), che miravano ad inglobarle nei loro territori per avere pieno controllo dei traffici commerciali che di lì passavano, assicurando lauti profitti. In particolare, la città, priva di cinta muraria, fu incendiata, nel 1486, dalle loro milizie, che, invaso il bormiese l'anno successivo e fermate alla piana di Caiolo, ripassarono i valichi per la Rezia solo dopo aver ottenuto un oneroso riscatto, quasi segno premonitore di quel che Valtellina e Valchiavenna sarebbero apparse ai loro occhi nella successiva generazione, una inesauribile macchina per far soldi, diremmo noi oggi. Dopo tale evento iniziò la ricostruzione del centro storico di Chiavenna, che assunse gradualmente una fisionomia simile all’attuale, e Ludovico il Moro la fece cingere di mura, erette tra il 1488 e il 1497. Si trattava di un imponente bastione, realizzato su progetto di Ambrogio Ferrari e lungo poco meno di 2 km, con 14 torrioni e 3 porte, una per Como e Milano, la seconda per la Val S. Giacomo e la terza per la Val Bregaglia. Alla sua realizzazione assistettero anche l'architetto Giovanni Antonio Amedeo e, nel 1497, il grande Leonardo da Vinci, che menziona la valle di Chiavenna nel "Codice atlantico".


Cascate dell'Acquafraggia a Borgonuovo di Piuro

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Di lì a poco, nel 1500, Ludovico, con la sconfitta di Novara, perse il ducato di Milano ad opera del re francese Luigi XII. Per dodici anni i Francesi furono padroni di Valtellina e Valchiavenna; il loro dominio, però, per dispotismo ed arroganza, lasciò ovunque un pessimo ricordo, cosicché il loro rovescio e l’inizio della dominazione delle Tre Leghe Grigie (1512) venne salutato non con entusiasmo, ma almeno con un certo sollievo. Pochi anni dopo, nel 1520, la Mera esondò provocando danni notevoli a Piuro.

Nel 1617, a Basilea, viene pubblicata l'opera "Pallas Rhaetica, armata et togata" di Fortunat Sprecher von Bernegg, podestà grigione di Teglio nel 1583 e commissario a Chiavenna nel 1617 e nel 1625; vi si legge (trad. di Cecilia Giacomelli, in Bollettino del Centro Studi Storici dell’Alta Valtellina, anno 2000): "Così giovedì 24 giugno 1512 il vescovo Paul di Coira e le Tre Leghe penetrarono con successo in Valtellina attraverso il Passo del Bernina. Herkules von Capol da Flims era il condottiero della Compagnia delle Leghe Grigie, il vescovo Konrad Planta di Zuoz, che in seguito venne anche nominato primo capitano della Valtellina, della Lega della Casa di Dio e Konrad Beeli da Davos della Lega delle Dieci Diritture. Grazie alle trattative del cavalier Luigi Quadrio, dopo poco tempo capitolarono i due castelli che rappresentavano le posizioni più forti: Piattamala, al confine con la Val Poschiavo, dove stava il bastardo francese Straxe, e Tirano, il cui castellano era Stefan Bastier.
Il giorno 27 dello stesso mese ed anno, di domenica, i Valtellinesi giurarono fedeltà ai Grigioni a Teglio. Allo stesso modo vennero occupate anche Bormio, il contado di Chiavenna e le tre pievi sul lago di Como. Alla loro riconquista si accompagnavano le grida di acclamazione della popolazione intera: "Viva Grisoni!". Solo la presa del castello di Chiavenna si protrasse per sei mesi: quando alle truppe di occupazione guidate dal francese Jacques Fayet cominciarono a mancare i viveri, egli si arrese e si ritirò in Francia. Col sopra citato Jacques Fayet trattava in nome dei Confederati il colonnello Herkules von Capol, che coprì anche la carica più alta nell'operazione della conquista del castello di Chiavenna."


Palazzo Vertemate-Franchi a Cortinaccio di Piuro

I nuovi signori proclamavano di voler esercitare un dominio non rapace e prepotente, ma saggio e rispettoso delle autonomie dei valligiani, chiamati "cari e fedeli confederati" nel misterioso patto sottoscritto ad Ilanz il 13 aprile 1513 (di cui si conserva solo una copia secentesca, sulla cui validità gli storici nutrono dubbi); ma per mettere bene in chiaro che non avrebbero tollerato insubordinazioni, nel 1526 abbatterono tutti i castelli di Valtellina e Valchiavenna, compreso quello di Chiavenna (anche perché non li potevano presidiare ed avevano dovuto subire, l'anno precedente, il tentativo, fallito, di riconquista della Valtellina messo in atto mediante un famoso avventuriero, Gian Giacomo Medici detto il Medeghino). Sulla natura di tale dominio controverso è il giudizio degli storici; lapidario è il Besta: "Nessun sollievo rispetto al passato; e men che meno un limite prestabilito alla pressione fiscale. Nuovi pesi si aggiunsero ai tradizionali... I Grigioni... ai primi di luglio del 1512... imponevano un taglione di 21.000 fiorini del Reno pel pagamento degli stipendiari del vescovo di Coira e delle Tre Leghe.... Per quanto si cerchi non si trova al potere dei Grigioni altro fondamento che la violenza. Sarà magari verissimo che i Grigioni non fecero alcuna promessa ai Valtellinesi; ma è anche vero che questi non promisero a loro una perpetua sudditanza".

Il governo grigione conservò comunque il libero ordinamento del contado di Chiavenna, articolato nelle giurisdizioni di Chiavenna, Piuro e Val San Giacomo, ciascuna dotata di una propria autonomia e di propri statuti; i governatori grigioni (commissario a Chiavenna, podestà a Piuro, ministrale, oriundo della valle, in Val San Giacomo) non partecipavano né convocavano i consigli delle giurisdizioni, svolgendo una funzione di controllo, che si esplicava soprattutto nell’organizzazione della giustizia. Nel 1564 una severa pestilenza preludio di quelle più celebri del Seicento, uccise circa un terzo della popolazione del Contado di Chiavenna.


Panorama da Savogno

Giovanni Guler von Weineck, testimone peraltro di parte, così delinea, nell’opera “Raetia” (Zurigo, 1616), la nuova situazione istituzionale di Chiavenna: “La contea era ormai in possesso dei Grigioni, che l’anno 1512, in forza di loro antichi diritti, l’avevano ridotta in proprio potere; essa permane ancora sotto il dominio grigione ed è amministrata da appositi governanti che sono il commissario di Chiavenna e il podestà di Piuro, sostituiti ogni due anni. I due supremi funzionari sono investiti dell’autorità giudiziaria più estesa, con pieni poteri in materia penale… Inoltre, i Chiavennaschi per la loro amministrazione civica hanno un console, ossia un sindaco, un vice-console, o vice-sindaco, e sette consiglieri, i quali vengono mutati di anno in anno ed eletti, non con votazione palese, ma per sorteggio mediante palline… Tutti costoro amministrano insieme le rendite del comune: perciò esigono le tasse e gli aggravi da pagare alle Tre Leghe e ripartiscono le contribuzioni di guerra, quando vengono imposte. Essi custodiscono i pubblici edifici e tutto ciò che di giorno in giorno ivi si accumula; a seconda dei tempi, fissano il calmiere del vino, del grano, della carne e di tutto ciò che serve al nutrimento quotidiano, affinché non costi troppo caro; essi, infine, provvedono alla tutela ed alle doti delle vedove e degli orfanelli… Quanto all’ordinamento militare, i Chiavennaschi hanno il proprio capitano, il tenente, l’alfiere ed altri comandanti subalterni… In tutto ciò essi sono di solito assai valenti e mostrano di continuo una fedele devozione alle Tre Leghe…”
Piuro trasse vantaggio dalla mutata situazione politica, perché i commerci attraverso i passi del Septimer e dello Julier ne trassero ulteriore impulso. La seconda metà del cinquecento vide anche una certa diffusione della fede riformata nella Contea di Chiavenna, favorita dai Grigioni, la maggior parte dei quali aveva aderito alla Riforma, seguendo l’indirizzo dello zurighese Ulrich Zwingli. Il sostanziale clima di tolleranza, al di là di attriti e tensioni, favorì l’afflusso di profughi da diverse parti d’Italia, che avevano abbracciato le idee riformate. A Piuro giunsero Girolamo Torriani, primo ministro della chiesa riformata fondata nel 1539, Marcello Squarcialupi di Piombino e Girolamo Zanchi. A Piuro fu assegnata al culto dei Riformati la chiesa di Santa Maria, citata per la prima vota in un documento del 1490. Nell’ultimo quarto del secolo si consumò una nuova scissione, meno grave, però, di quella che spaccò in due l’Europa: nel 1584 da Piuro si staccò Villa di Piuro, la futura Villa di Chiavenna.


Palazzo Vertemate-Franchi a Cortinaccio di Piuro

Giovanni Guler von Weineck (op. cit.) così delinea la situazione di Piuro in quel periodo: “Dopo Santa Goebia la via maestra si abbassa. finché giunge ad una pianura discretamente larga. dove le montagne circostanti si scostano un poco una dall'altra e danno luogo alle campagne piuresi. Quasi in mezzo sorge Piuro. sopra ambedue le rive della Mera. che è varcata da un bel ponte in pietra: per altro il numero degli abitati è maggiore sulla riva sinistra che non sulla destra. Piuro è un bellissimo borgo. che si potrebbe benissimo paragonare ad una cittadina per i suoi architettonici palagi, per i campanili, le chiese ed altre costruzioni. se fosse anche cinta di mura. Il suo nome deriva dalla parola latinaplorare, ossia piangere, acagione di un lacrimevole disastro che ivi accaddein antico. Narra infatti una vecchia leggenda chenei tempi andati questo borgo sorgesse più addentro nella stretta gola della valle, dove una tremenda ed improvvisa piena del fiume lo travolse, distruggendolo totalmente. In seguito i superstiti trasferirono le loro dimore nel luogo dove sorgono oggidì. e mutarono pure al paese l'antico nome di Belforte in quello attuale: ad eterna memoria della passata sciagura. Piuro èil capoluogo del territorio circostante,donde vengono gli abitatori per riceve giustizia, tanto nelle cause penali che in quelle civili, dalLandvogt ossia podestà (cosi essi lo chiamano). Questi poi viene nominato ogni due anni dai magnifici signori delle Tre Leghe.
Gli abitanti sono gente operosa che attende per lo più ai traffici; e poche piazze commerciali ci sono in Europa dove essi non esercitino qualche industria; perciò hanno guadagnato grande ricchezza. Ma la sventura potrebbe di bel nuovo abbattersi su questo paese, prostrandolo una seconda volta. A Piuro primeggiano i Vertemate-Franchi, i Beccaria, i Crollalanza, i Camoglia ed altre famiglie. I Vertemate appartengono ad antica nobiltà, oriunda dal ducato di Milano e precisamente dal castello di Vertemate, del quale i loro antenati erano in antico signori. Laggiù abitava allora un cavaliere, chiamato Bressano Dalla-Porta, figlio di Ospino, potente feudatario; Bressano possedeva un munito castello con quattro torri poderose ed all'ingiro numerosi possessi; e poiché egli, durante la tremenda guerra che si combattè fra le due vicine città di Como e Milano, favorì i Milanesi, dei quali era castellano e godeva l'amicizia, fu assalito dai Comaschi al cui territorio allora apparteneva Vertemate; il suo castello venne espugnato, saccheggiato e raso al suolo; la sua consorte di nome Pietra trascinata via prigioniera, insieme coi figli; e i suoi terreni per tre anni continui vennero devastati. Ma più tardi i Comaschi per sentenza di Martino Torriani e degli Anziani della Credenza di Milano, dove Bressano si era posto in salvo, dovettero pagare a costui un adeguato compenso dei danni patiti. Uno dei suoi figli, Ruggero, al tempo in cui i fratelli Franchino e Ravizza Rusconi possedevano la signoria di Como, venne inviato a Piuro come podestà e da lui discendono gli attuali Vertemate. Essi conservano ancora oggidì nel loro stemma gentilizio le porte, che attestano l'origine loro dalla antichissima famiglia milanese Dalla-Porta; ma alle porte s'aggiunse più tardi la scacchiera, concessa ai Vertemate dai Visconti. duchi di Milano ed infine l'aquila con cui volle onorarli l'imperatore Ludovico il Bavaro nel suo passaggio, mentre si recava a Roma per l'incoronazione. Colui che ottenne il privilegio dell'aquila si chiamava Zanolo.


Prosto

I Vertemate, dal giorno in cui si stabilirono a Piuro, furono di grande ornamento al paese, non solo per le nobili loro virtù, ma anche per le signorili costruzioni da loro erette, simili a palazzi principeschi, e per gli amenissimi giardini che, prescindendo dalle rocce circostanti e dal paesaggio montano, sono per ogni riguardo così aristocraticamente piacevoli e così ben adorni di profumati fiori italianie di alberi da frutta, disposti in artistica simmetria,da gareggiare con le delizie di Posillipo presso Napoli, o della Riviera presso Genova. I Vertemate godono a Piuro grande considerazione, così presso i concittadini come presso i forestieri; talvolta vengono visitati da principi. Quando, appena morto ilduca di Milano Filippo-Maria, l'anno 1447, la città ed il ducato osarono sollevarsi, riacquistando l'antica libertà. Baldassare Vertemate da Piuro riportò in patria da Milano un bianco vessillo, nel quale campeggiava una croce rossa, inscritta a grosse lettere del mottoLibertas; inoltre vi erano anche dipinte le insegne di S. Ambrogio vescovo di Milano, quale contrassegno dell'antico libero stato. Il predetto Vertemate aveva pure riportato dal consiglio di Milano diplomi e sigilli, mediante i quali i Piuresi venivano dichiarati liberi di nominarsi da se stessi i loro giudici sopra i reati di sangue e sopra ogni altra questione civile. Il primo frutto di questo privilegio toccò proprio a lui, il Vertemate, che per primo fu nominato da' suoi alla carica di giudice o podestà. da lui lodevolmente coperta. Fra l'altro. ordinò che tutti i maschi, giovani o vecchi, portassero sulla sopravveste una rossa croce, come palesedimostrazione dell'antica libertà. Ai giorni nostri primeggiano in Piuro i figli di duefratelli Vertemate, Guglielmo e Luigi; i quali ricoprono in patria le cariche politiche e militari più elevate.


Santa Croce

Vicino a Piuro, sulle montagne alla sua sinistra si trovano le cave di certa pietra che viene acconciamente lavorata per svariati usi domestici; esse sono antiche e forse anteriori alla nascita di Cristo. La montagna coll'andar dei secoli e per gli scavi incessanti è ora ripidissima, così che i montanariquando vogliono lavorare, discendono in basso, non senza pericolo, per alcuni gradini intagliati nei dirupi: ivi, poi, con istrumenti di ferro tagliano dalla montagna la cui roccia è molle, dei massi svariati. ma di certa grossezza, che poi lavorano giù nello stabilimento sulle rive del fiume, foggiandoli a loro piacere, mediante speciali torni idraulici. Il lavoro principale consistenel rendere la pietra rotonda e concava come una pentola; così dalla parte esterna del blocco, si ricava un laveggio più grande e dall'anima interna un laveggio più piccolo; poi si rendono le loro pareti molto sottili; infine l'uno dopo l'altro vengono torniti, staccando dalla pietra ad ogni giro una falda lievissima. Queste pentole di pietra lavorata al torno, e daloro dettelaveggi, servono a molti usi; ma quandosi vogliono adoperare in cucina mettendole sul fuoco, si forniscono di cerchi di ferro e di manico. Alcuni ritengono che questi laveggi hanno la proprietà di non tollerare veleno di sorta nella vivanda che dentro vi si cuoce, perché ogni veleno eventualmente propinatovi verrebbe neutralizzato durante la bollitura. E polche tale proprietà è comunemente riconosciuta, essi sono ricercati e vendutia caro prezzo, non solo nella contea di Chiavenna,ma anche nelle regioni adiacenti d'Italia, dove ogni anno se ne esporta una grande quantità. Il denaro che si ricava annualmente da tale industria si aggira sulle sessantamila corone. Cosi può Iddio donare un largo profitto con delle semplici pietre a questi lavoratori. Di qui vogliamo passare di bel nuovo sulla sponda destra della Mera, dove, appena usciti da Piuro. incontriamo un impetuoso torrente chiamato Rafa, il quale, circondato da alti dirupi, si precipita in basso nella pianura con immenso frastuono; esso, talvolta. per le piogge e per gli impetuosi temporalisi gonfia a tal segno da arrecare alle proprietà dei Piuresi gravi danni.”


Il campanile della sepolta chiesa di S. Abbondio a Piuro

Piuro sembrava all’apice della sua prosperità: la lavorazione della pietra ollare dava un gettito di oltre 100.000 scudi o 60.000 corone l’anno; nel paese ogni anno si lavoravano 20.000 libbre di cotone e 30.000 libbre di seta l’anno. La frutta di Genova e le spezie di Venezia erano un segno della ricchezza del paese, che commerciava anche pane bianco e vino con le regioni di lingua tedesca. A Piuro si trovavano anche una tintoria, un filatoio, diversi mulini e torchi, tre torni per i laveggi, due macelli, diversi crotti e l’ospedale presso la chiesa di Santa Maria. Ma il segno maggiore della prosperità del paese erano i palazzi nobiliari, di cui possiamo avere un’idea dalla magnificenza del palazzo Vertemate-Franchi, conservato a nord della Mera, una delle più conosciute attrattive turistiche della Bregaglia italiana.

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Poi venne il Seicento, secolo di segno ben diverso, nel quale le ombre sopravanzarono di gran lunga le luci, nel Chiavennasco ed in Valtellina. Il 1613 portò una nuova alluvione, quella dell’Acquafraggia, che costrinse gli abitanti di Piuro a rifugiarsi sui monti. Ma un anno, sopra tutti, merita di essere ricordato come funestamente significativo, il 1618: in Europa ebbe inizio la Guerra dei Trent’Anni, nella quale Valtellina e Valchiavenna furono coinvolti come nodi strategici fra Italia e mondo germanico; a Sondrio, al colmo delle tensioni fra cattolici e governanti grigioni, che favorivano i riformati in valle, venne rapito l’arciprete Niccolò Rusca, condotto a Thusis per il passo del Muretto e fatto morire sotto le torture; la medesima sera della sua morte, venerdì 4 settembre 1618 (o venerdì 25 agosto 1618, secondo i Grigioni, che non avevano accettato la riforma gregoriana del calendario), dopo venti giorni di pioggia torrenziale, al termine di una giornata di sole si levò la luna e poco dopo le 19 venne giù buona parte del monte Conto, seppellendo le 125 case della ricca e nobile Piuro e le 78 case della contrada Scilano, un evento che suscitò enorme scalpore e commozione in tutta Europa. “Agli accorsi dai paesi vicini e da Chiavenna non apparve che un ammasso di terra smossa. Quando le acque della Mera, per qualche tempo ingorgate, finalmente riuscivano ad aprirsi una strada, le chiese cattoliche di S. Cassiano e di S. Giovanni erano scomparse nel gorgo insieme a quella evangelica di S. Maria…, mentre le case dei Lumaga erano state sbalzate dalla destra alla sinistra del fiume. Si parlò di tremila persone scomparse”. (Besta)


Cascate dell'Acquafraggia a Borgonuovo di Piuro

Fu un disastro immane, la cui notizia corse per l’Europa, quell’Europa nelle cui piazze commerciali, come notava il Guler von Weineck, erano ben conosciuti i mercanti di quel borgo sperduto nella bassa Val Bregaglia. La notizia suscitò ovunque grande impressione e commozione, e la frana che aveva sepolto Piuro venne raffigurata in diverse stampe e descritta in una novantina di relazioni, quasi tutte a stampa.
Nei pressi della chiesa di S. Abbondio a Borgonuovo di Piuro si trova il museo degli scavi della frana di Piuro; i pannelli illustrativi così ricostruiscono l'immane catastrofe:
"Appare difficile immaginare quanto sia potuto accadere la sera del 4 settembre del 1618, quando una frana staccatasi dal versante settentrionale de "il Mottaccio" distrusse l'intero paese di Piuro, seppellendo tutti i suoi abitanti. Non appaiono chiari elementi che ci aiutino a ricostruire un fenomeno così rapido e disastroso; il fondovalle degrada infatti dolcemente verso il fiume Mera. L'evento è stato perciò ricostruito sulla base dell'analisi della ricca documentazione bibliografica e di indagini e rilievi condotti sul terreno. La settimana che precedette la frana fu caratterizzata da prolungate ed intense precipitazioni che ingrossarono sia la Mera che i torrenti delle valli laterali. Le acque dei torrenti che scendevano erano torbide e fangose. Nei giorni precedenti la frana era stata osservata l'apertura di fessure nel terreno, in località "Prato del Conte". I contadini che lavoravano in questa zona sentirono tremare il terreno sotto i piedi con intensi rumori. Un uomo che era intento a tagliare un albero notò con grande stupore il rapido aprirsi di una profonda frattura; corse ad avvertire gli abitanti che, riluttanti ad abbandonare la propria terra, non fecero caso alla notizia.


Palazzo Vertemate-Franchi a Cortinaccio

Lo sera del 4 settembre del 1618 (corrispondente al 25 agosto dell'antico calendario) si verificò la frana. Nel giro di qualche minuto l'abitato di Piuro fu investito da una valanga costituita da massi, blocchi e terriccio che distrusse e seppellì il fiorente abitato. La nicchia di distacco è stata localizzata sul versante idrografico sinistro della Val Bregaglia, in corrispondenza del versante settentrionale de "il Mottaccio" (1925.2 m slm), poco ad est della località "Prato del Conte" (1436.8 m slm). I crolli successivi all'evento principale hanno determinato l'arretramento verso l'alto della nicchia, sino al raggiungimento del crinale del versante, in accumuli ancor oggi individuabili morfologicamente a partire da metà versante sino a sotto la nicchia stessa. Il volume totale franato è stato stimato nell'ordine di 6 milioni di metri cubi.


Valle Aurosina

La tipologia del fenomeno franoso è riconducibile ad una valanga di roccia, ovvero ad un movimento in massa di tipologia complessa, nel quale si distinguono almeno due stadi: in una prima fase si ha il distacco e/o lo scivolamento del volume di roccia; 'successivamente il detrito prodotto si muove rapidamente lungo il versante, nel caso specifico su un dislivello di 1000-1200 metri, in un movimento simile a quello di un fluido. La massa in movimento ha coinvolto più o meno direttamente una fascia di versante diretta nord-sud ed estesa lateralmente 200-300 metri che presenta una pendenza media del 55-65%, ed è costituita da diversi gradini (salti) in roccia.
Lo spostamento d'aria provocato dalla massa in rapida discesa ha raggiunto il versante opposto, arrecando danni e distruzione anche in quell'area. L'accumulo di frana ha sbarrato le acque del fiume Mera. Il livello dell'acqua ha iniziato così a salire ed ha invaso la piana retrostante lo sbarramento, creando un lago (estensione 4-6 ettari) di aspetto simile a quello formatosi in Valtellina a seguito della frana di Val Pola del 1987. Nel giro di un paio d'ore è stata raggiunta la quota di massimo invaso ed è iniziata una lenta, naturale tracimazione delle acque. Se si osserva oggi l'accumulo di frana, presente in fondovalle, si può valutare come la sua estensione verso nord raggiunga la strada statale e la parte di "Borgonuovo" posta in destra al fiume Mera (420-430 m slm). L'estensione massima in direzione sia nord-sud che est-ovest raggiunge i 700-800 metri. La topografia di questa zona, ad esclusione della presenza di alcuni promontori costituiti da blocchi rocciosi, si presenta praticamente pianeggiante e degradante dolcemente verso il fiume con pendenze medie del 4-5%.. Singolari sono l'appiattimento dell'accumulo nel fondovalle e l'assenza di una fascia di detrito di raccordo al pendio retrostante.
Il giorno successivo alla frana iniziarono i soccorsi fra le rovine dove si udirono lamenti per due giorni e due notti. Una grida stabiliva che si dovesse dare sepoltura alle "creature" trovate "in Mera, lagho, et ogni altro luogo d'essa Giurisdizione". Gli scavi per il recupero dei beni sepolti seguirono su iniziativa del governo grigione e del comune di Piuro. Gli scavatori, sotto giuramento, si impegnavano a consegnare il ritrovato, con pena, per chi non avesse obbedito, di 10scudi "et squassi tre di corda in publico" per volta. Furono recuperate ferramenta, legnami, suppellettili, biancheria oltre ad arredi sacri: una pianeta in broccato d'oro, un bacile d'argento, una croce capitolare e cinque calici d'argento. Gli scavi proseguirono anche per iniziativa degli eredi e dei preti di Piuro che incoraggiarono la ricerca delle campane, recuperate nel 1618, 1639 e 1767. Il campanone ("la Piura") venne ritrovato nel 1859 da una società di scavo costituita da gente delle borgate vicine. In questi anni l'organizzazione civile e religiosa di Piuro rimase distribuita fra le frazioni che attorniavano la "rovina" (S. Croce, Savogno, S. Abbondio e Prosto) mentre nel territorio devastato si succedevano attività private di scavo e bonifica di terreni con ripristino di colture. L'attività di estrazione e lavorazione della pietra ollare procedette fino alla metà dell'800; nel 1851 sorse la contrada Borgonuovo sulla sponda destra della Mera, a nord della rovina.
Anche nell'ottocento e nel novecento si fecero ritrovamenti più o meno occasionali di reperti dell'antica Piuro: ossa umane, utensili, suppellettili e monete. Nel 1963 e nel 1966 campagne di scavo vennero condotte su iniziativa dell'Associazione italo-svizzera per gli scavi di Piuro ed il materiale recuperato fu esposto a partire dal 1972 nel Museo di Piuro. Un ulteriore arricchimento di reperti si ebbe nella breve campagna di stavo eseguita nel 1988 dall'Amministrazione comunale e in occasione di scavi edilizi. A tutt'oggi dell'antica Piuro è visibile una piccola parte emersa con gli scavi del '63: un tratto di strada ed i resti di un'officina di tornitura testimoniano il borgo sepolto dalla montagna. Fra le attuali frazioni, S. Croce conserva un antico impianto urbanistico con due chiese del XII secolo, il palazzo del pretorio o "Ca de la giustizia", costruito dopo la frana ed un grande torchio da vino settecentesco; S. Abbondio, significativo nucleo di architettura rurale, è poco discosto dal campanile isolato nella Valle Duana privato della chiesa nel 1755 in seguito ad un'alluvione (ospita, presso la chiesa costruita successivamente, il Museo degli scavi); Prosto, sede comunale, conserva antichi edifici ed il sontuoso palazzo Vertemate, oggi Museo, ricco di affreschi ed arredi cinquecenteschi, dove è custodito il dipinto che raffigura Piuro prima della rovina. Da Prosto, oltre il ponte sulla Mera, dalla chiesa di S. Maria si dipartono i sentieri che salgono alla montagna dove si trovano sparse le antiche cave di pietra ollare, il cui commercio, insieme a quello della seta, contribuì alla ricchezza della Piuro scomparsa.”
Ecco come racconta la tragedia lo storico Fortunato Sprecher: "Sabato 25 agosto dell'anno 1618 cominciò a piovere e la pioggia, scatenatasi quasi a dirotto con tuoni e lampi durò poi fino al giovedì successivo 30 agosto. Questo fu un giorno assai sereno e sembrava far sperare finalmente un tempo migliore, ma nella notte seguente la pioggia riprese i suoi rovesci con tuoni e lampi e continuò fino all'alba del lunedì 3 settembre. il martedì fu di nuovo sereno, poi nel pomeriggio sul lato sinistro del fiume Mera, dal monte chiamato Conto, dove un tempo si cavavano recipienti di pietra olIare (laveggi) e dove ancora erano visibili le tracce delle caverne, mentre già dieci anni prima, come raccontano gli abitanti di Uschione, un paese il sopra, erano apparse alcune crepe nel monte, cominciò a muoversi parte della frana che sommerse alcune vigne presso Scilano in direzione di Chiavenna. Ma poiché anche altre volte in quello stesso punto si erano verificati frequenti scoscendimenti del terreno, in conseguenza del fatto che i prati situati più in alto sul monte si solevano irrigare e l'acqua poi non era accompagnata via con cura per mezzo di canali i Piuraschi, siccome il franamento si era prodotto a valle del borgo verso Chiavenna, non se ne davano gran pensiero. Coloro però che in quella parte stavano raccogliendo il fieno sul piano si sentirono tremare la terra sotto i piedi. A tali segni alcuni contadini di Roncaglia avvertirono quei di Piuro che lasciassero il borgo perché si preannunciava un gran disastro. La stessa preoccupazione confidò a me in Chiavenna, dove allora mi trovavo in qualità di commissario, un tale che veniva da Piuro a portare dei laveggi. Verso l'ora dell'Avemaria i cattolici si erano raccolti a pregare nella Chiesa di S.Cassiano; similmente per rivolgere preghiere a Dio si era radunata in una casa la maggior parte dei protestanti (ve n 'erano quaranta solo nel borgo di Piuro e nella frazione di Scilano): la notizia me la riferirono alcuni di Roncaglia che avevano lasciato il paese a quell'ora per tornarsene a casa.


Chiesa di Santa Croce a Piuro

Ed ecco che proprio sul fare della sera, quando già si vedeva la luna piena e il cielo era sereno senza una nube, in un attimo (come narrò poi una donna che si trovava in quel momento sopra una vicina altura sulla destra della Mera) il monte Conto crollò con impeto e fragore immenso. Noi, a Chiavenna, udimmo un boato ed un rimbombo non dissimile dal fragore prodotto da molti grossi cannoni sparati simultaneamente. La frana travolse il paese di Scilano, formato da 78 case, e il borgo di Piuro dove esistevano 125 splendidi edifici, e vi rimasero purtroppo sepolte 930 persone. Io, a Chiavenna, udendo quel fragore volsi gli occhi in direzione di Piuro e vidi salire verso il cielo una nuvola di fumo mista a bagliori giallastri. La polvere di quella nube, sebbene Chiavenna disti più di mezz'ora di strada, si posò fin sul mio berretto. E tanta fu la violenza dell'arto che il campanile della Chiesa di S. Maria, dove i protestanti solevano tenere le loro adunanze, dalla riva sinistra della Mera fu sbalzato attraverso l'aria sull'altra sponda e pur tuttavia una delle campane, mirabile a dirsi, rimase intera, mentre nelle altre due chiese dei cattolici, S. Cassiano e S.Giovanni, delle campane si trovarono in seguito sola dei rottami Anche un blocco di marmo, su cui era scolpito lo stemma di Gerolamo Lumaga, posto in cima all'arco del portale del suo palazzo che era situato sul lato destro della Mera, fu trascinato dalla frana sulla sponda sinistra e li fu ritrovata. Infatti poiché il monte era rovinato con straordinaria violenza e poiché la valle sottostante era stretta, l'onda della frana risalì lungo la pendice del monte di fronte e poi ribaltandosi in aria ricadde sull'altra parte della Mera. il fiume, bloccato per circa due ore, destò grande allarme a Chiavenna per il timore che anche quel borgo potesse essere sommerso dallo straripamento delle acque, ma, grazie a Dio, queste ritrovarono il loro sbocco senza danno per l'abitato. Per l'impedimento del fiume si formò un lago lungo un quarto d'ora di cammina. La lunghezza della frana era pari a mezz'ora di strada, incerta l'altezza, poco estesa la larghezza.


Cascata dell'Acquafraggia e panorama di Piuro

Dal disastro nessuno uscì vivo. Infatti l'oste Francesco Forni si era recato col muratore Simone Ramada sul pendio del Roveno e perciò i due si salvarono. Scampò anche Battista PIanta di Scilano, uomo muto, intento a cogliere delle pesche in un frutteto vicino, tuttavia perse le scarpe nella frana. Gian Pietro Vertemate, soprannominato Fratinolo o Giudeo, era da poco uscito dal paese con la sua famiglia diretto a S.Croce per recarsi sul monte a raccogliere il fieno, ma dimenticatosi di chiudere la porta di casa, rimandò indietro una figlia: così anche questa perì. Il giorno seguente, mercoledì, mi recai sul luogo del disastro accompagnato da una gran folla per disseppellire le vittime. Trovammo affioranti sopra le macerie due ragazze, una era la figlia del podestà di Piuro Gian Andrea Nasan, l'altra sembrava essere la figlia di Gian Antonio Gallegioni. Trovammo pure sulla riva destra del fiume Lorenzo Scandolero, che aveva cenato sulla sponda sinistra: aveva ancora un tovagliolo legato alla cintola e le dita delle mani fasciate per la gotta di cui soffriva. Giano Cristoforo, un cavallante della Val Sursette, che aveva comprato del vino a Piuro, era morto sotto un albero di fico e sporgeva dal terreno solo dai fianchi in su. Guglielmo Vertemate fu trovato circa tre mesi dopo seduto sulla sua poltrona. Fu estratta un'ancella che teneva ancora in mano il pollo che stava spennando ed aveva un pezzo di pane sotto l'ascella.


Apri qui una panoramicha delle cime della Val Bragaglia

Rese più grave la sciagura anche il fatto che molti Piuraschi, i quali avevano dimorato a lungo in terre lontane, erano tornati in quei giorni al loro paese come alla sepoltura, quasi ve li trascinasse il destino. I Vertemate Franchi, tutti e sette gli adulti, si trovavano a Piuro da poco: Nicolò, che aveva fatto la cura delle acque minerali nell'alta Engadina, tornò proprio quel martedì fatale verso mezzogiorno; nel medesimo giorno venne a Piuro, dal suo palazzo di Roncaglia, Gian Battista e, appena un quarto d'ora prima del disastro, proveniente da Delebio in Valtellina, vi giunse Ottavio con la moglie per morire uniti Alcuni mercanti piuraschi tornando dalla fiera di Bergamo, furono sommersi dalla frana non pure nel borgo, verso dove s'affrettavano, ma nelle sue vicinanze. Così un destino inevitabile li raccolse insieme quasi tutti. Nei paesi vicini, a Castasegna, a Villa e nelle contrade degli Scatani e dei Perari, due giorni innanzi e lo stesso giorno della sciagura le api erano volate via dai loro alveari".


Prosto

Nell'opera "Pallas Rhaetica, armata et togata" di Fortunat Sprecher von Bernegg, podestà grigione di Teglio nel 1583 e commissario a Chiavenna nel 1617 e nel 1625, leggiamo (trad. di Cecilia Giacomelli, in Bollettino del Centro Studi Storici dell’Alta Valtellina, anno 2000):
"L'altra giurisdizione della Contea di Chiavenna è la Podestaria di Piuro. E' separata dalla giurisdizione di Chiavenna dal torrente della Valle Pluviosam. Qui l'autorità è rappresentata dal Podestà grigione, che ha la sua residenza nella località di Piuro. Il luogo ha anche un Arciprete. Il nome deriva dalla parola plorare, che significa piangere o lamentarsi. Si dice infatti che la zona sia stata un tempo sconvolta da grandi quantità di acqua e dalla caduta di massi e in seguito a ciò sia stata spostata in un altro luogo, dove si trovava il castello Belforte. Oggi il paese è molto popolato e ricco di costmzioni sontuose.
Nomi di tutti i podestà di Píuro dall'anno 1512 in poi:
1513 Johann von Marmels; 1515 Paul von Castelmur; 1517 Johann von Agio; 1519 Heinrich Scanco; 1521 Johann Tapont da Stalla; 1523 Peter Scancow dal Prättigau; 1525 Peter von Sax; 1527 Martin Janell; 1529 Lorenz Zippert; 1531 Johann Coradi da Salux;
1533 Gregorius von Mont; 1535 Albert von Mont; 1537 Johann Baptista von Salis; 1539 Blasius Balsaris da Schleuis; 1541 Michael Sutter da Tenna; 1543 Bartholome Diotta da Stalla; 1545 Benedikt Thoma da Ruis; 1547 Manin von Tschappina; 1549 Jakob Zuonm da Zernez; 1551 Michael Gopfer; 1553 Johann Broccard; 1555 Jeremias Cadusch; 1557 Valentin von Marmels; 1559 Johann Betta da Ems; 1561 Gaudenz Scheer da Lenz; 1563 Johann Domenig da Franchis; 1565 Conrad Blon dallo Schams; 1567 Paul Winkler; 1569 Hartmann Hartmann; 1571 Wolfgang von Halix; 1573 Thomas Adank; 1575 Sebastian Simon; 1577 Matthias Gartmann; 1579 Peter Finer da Grusch; 1581 Thomas Ninguarda; 1583 Albert von Mont dal Lungnez; 1585 Anton Montio da Brusio; 1585 Paul Ambrosi da Lenz; 1587 Anton Montio da Brusio; 1589 Johann Wölfli; 1591 Christen Sprecher; 1593 Kaspar Baselga; 1595 Jakob Arpagaus da Somvix; 1597 Thomas Maletta da Lenz; 1599 Anton Landolf da Poschiavo; 1601 Herkules Catharina.


Santa Croce

Dopo la Riforma:
1603 Thomas Wehrli da Schiers; 1605 Andreas Meyer da Coira; 1607 Jakob Arpagaus da Somvix; 1609 Andreas von Tugg; 1611 Andreas Meng da Zizers; 1613 Valentin Gartmann; 1615 Sambedus Bossi da Brienz; 1617 Johann Andreas Nasan da Tiefencastel. Sotto il suo govemo il bel paese di Piuro è scomparso nel 1618. A1 citato podestà Nasan si sostituì suo fratello Jakob Andreas Nasan.
1619 Gallus von Mont; 1621 Ulrich Mettier dallo Schanfigg; 1625 Luzi Scarpatet. Al suo posto subentro Anton Baselga.
Dopo la riconquista:
1639 Georg Schmid dallo Schanfigg sostituì il succitato Mettier; 1641 Francesco Acqua da Poschiavo; 1643 Peter Moron da Bonaduz; 1645 Johann Sprecher; 1647 Hartmann Buol da Coira; 1649 Ulrich Cadonati da Waltensburg; 1651 Johann Hartmann; 1653 Anton Burgauer; 1655 Georg Schorsch da Splügen; 1657 Peter Janett da Fideris; 1659 Johann Jakob Baselga; 1661 Georg Capol da Schleuis
1663 Rãtus Sprecher da Bemegg; 1665 Marc`Aurelio Gaudenzi; 1667 Johann Baptista Joanelli; 1669 Johann Enderlin da Maienfeld; 1671 Nikolaus von Salis da Coira.
La giurisdizione si divide nei due Comuni di Piuro e Villa. Il Comune di Piuro ha un Console e nove Consiglieri. Cinque di questi e il Console stesso vivono a Piuro, come pure un Viceconsole, un Caneparo,due Consoli di Giustizia e molti Provvisionari. Al territorio appartengono S. Croce, S. Martino e Aurogo, dove si innalzava un castello. Le vicinanze sono: Scilano, dove si trova il castello omonimo, Polino e Pradella, più lontano Roncaglia, Prestera, Borsio, Grana e Giupedi. A Prestera si può ammirare l`inconsueta magnificenza del palazzo Vertemate Franchi. Sul pendio si trovano Savogno e qui un sentiero conduce alla località grigione di Avers, Dasile e più in alto Garotto. Sulle montagne al di là della Mera si trova una cava di pietre ancor oggi utilizzata. Dalle pietre friabili cavate in questi luoghi si ricavano - secondo Plinio (IIIVI libro, capitolo XXII) già dall'antichità - lavezzi per la cottura di pietanze e altre stoviglie, che si esportano in grandi quantità nei vicini territori dell`ltalia.


Sant'Abbondio

Sabato, nel giorno dell'Ascensione di Maria al cielo, il 15 agosto 1618, verso sera iniziò a piovere a Chiavenna, a Piuro e nell'intera zona. Ci furono lampi e Tuoni improvvisi e questo durò fino al seguente giovedi 20 agosto. Giovedì era una bella giornata senza pioggia. ma nella notte che seguì ricominciò a tuonare e a piovere in maniera ancora più forte rispetto alle giornate precedenti. Continuò così fino a lunedi 24 agosto, giorno di S. Bartolomeo, quando smise di piovere poco prima che facesse giorno. L'acqua aveva portalo via quasi tutti i ponti e aveva inondato tutte le pianure, cosa che non succedeva ormai da molto tempo. Il martedì pomeriggio, 25 agosto, incominciò a staccarsi una frana dal monte, in località alpe o valle Monte del Conte, a sinistra di Piuro, nel luogo in cui un tempo venivano estratti i lavezzi. La frana distrusse molti vigneti presso il paesino di Scilano, nelle vicinanze di Piuro. Anche in tempi precedenti si erano formate delle frane, ma erano scese a valle. Come raccontava la gente di Uschione, la montagna si era spinta in avanti già dieci anni prima.
Col calare delle tenebre, quando la gente aveva appena chiuso le porte e quando il cielo era sereno, poiché lunedi e martedì era stato bei tempo - in quel momento l'intera frana si mosse, seppellendo completamente Piuro e Scilano, Dio ne abbia misericordia. Arrivò con una tale violenza che le persone che abitavano al di la della Mera vennero scaraventate verso la montagna opposta, cosicchè vennero ritrovati da questa parte i palazzi, i blasoni, le finestre e le campane della chiesa che si trovavano dalla parte opposta, ogni cosa distrutta e fracassata. Era come una slavina di polvere e fece un gran rumore, come se venissero fatti sparare più cannoni contemporaneamente. Dove le masse di terra si fermarono, si potè misurare la loro altezza e corrispondeva a cinque lance. La polvere oscurò il cielo e il tumulto si pote percepire chiaramente a Chiavenna, come io stesso ebbi modo di vedere e sentire, e la polvere scese fino a Chiavenna.


Lago dell'Acquafraggia

A Piuro e Scilano si contavano all'incirca 200 case, più precisamente 125 nuclei famigliari (fuochi) a Piuro e 75 a Scilano. 930 persone vennero travolte. Di stranieri erano presenti quattro o cinque viandanti. C'erano due palazzi, uno dei Franchi, l'altro di Giorgio Beccaria, nessuno dei quali è stato costruito per meno di 20.000 corone, come pure altri palazzi, begli edifici e chiese. Di questi non si vedeva inizialmente traccia alcuna, poiché non c'era null`altro se non acqua, pietre e masse di terra rossa. La Mera rimase nel frattempo intasata per un'ora e mezza e si costituì un lago, lungo all'incirca un mezzo miglio italiano, che aveva il suo inizio presso il crotto del signor Giovan Pietro Franchi e si estendeva fino a Rovano o fino al pendio di Piuro. A Chiavenna si diffuse un grande spavento poichè la Mera avrebbe potuto trasformarsi in lago e poi improvvisamente straripare e portare via con sè anche altre localita. Così tutti fuggirono nelle cavità e nei crotti, ma per grazia di Dio la situazione tornò entro breve alla normalità. Rimase comunque un lago lungo un quarto di miglio. Nella località di Piuro e a Scilano nessuno rimase in vita, eccezion fatta per Francesco Forno, oste al Corona, e per un muratore, Simone Ramada, che si trovavano in un crotto sul Roveno, come pure un'anziana signora con due bambini che era in un ronco sopra Piuro. Questi e tutti coloro che si trattennero a S. Abbondio raccontavano come tutto si fosse svolto in un istante.
Jakob Nasan, fratello del signor Podestà, era presso S. Abbondio in Roncaglia, dove pure morirono cinque uomini e vennero distrutte tre case. Un sordomuto, Battista Pianta, detto Ninolo, voleva raccoglier pesche fuori dal paese e a lui rimasero le scarpe nel terreno. Rimasero in vita anche Giovan Pietro Vertemati e un tale chiamato Giudeo o Fratinolo con sua moglie e i suoi cinque figli. Aveva visto a mezzogiorno la prima frana poichè si trovava al camposanto di S. Giovanni a Scilano. Là c'erano anche altre persone che videro come i vigneti erano stati distrutti. Caddero inginocchiate a pregare. Giudeo scappò da Piuro verso S. Croce, avvisando chiunque incontrava sul suo cammino. Non rimase nessuna casa, eccezion fatta per quelle del Signor Francesco Giulino, del Signor Giovan Pietro Franchi, dei Buttintrocchi, dei Friaien e di alcuni altri, in totale quindici, che si trovavano tutti lontani, come pure una piccionaia di.... Serta, che stava in alto sulla montagna. La massa di terra iniziava proprio sopra l 'Alto Tribunale di Piuro e arrivava in quasi al Rovano o al pendio di Piuro, lontano circa mezz'ora di cammino. Se si fosse voluto fare il giro attorno alla frana, si sarebbe impiegata un`ora e mezza. L'intera frana era lunga un miglio e mezzo e larga un miglio.


Prosto

In qualità di Commissario di Chiavenna salii io stesso la mattina del 26 per dare direttive, poiché anche il funzionario di Piuro era deceduto. Col fratello del funzionario e alcuni della Val Bregaglia, valutata la situazione, diedi le dovute disposizioni. Al mio posto lasciai il signor Nikolaus von Salis. Allora si comincia a recuperare uomini e oggetti. Dapprima fu ritrovata, come si presume, una figlia del signor Podestà e Lorenzo Scandolera, che giaceva là privo di testa. La ragazza indossava solo una sottoveste semplice, Lorenzo fu riconosciuto dalla podagra sulla mano. Presto si ritrovò il corpo di una donna e altri cadaveri, tutti devastati in maniera orribile. Quando mi trovavo lassù, il cielo era sereno e una nuvoletta soffice si stagliava proprio nel punto dal quale era partita la frana. Mi girai e controllai se ci fossero altre nubi verso questa montagna. Non ne vidi nessuna, poichè il cielo era completamente sereno. Proprio in quel momento apparve un bell'arcobaleno variopinto. Iniziava dal terreno..., arrivava fin quasi a Rovano o pendio di Piuro, formando un arco fino ai Ronchi. Lo considerai come un segno di Dio, che volesse mostrarci la sua misericordia. Dopo un'ora l'arcobaleno scomparve. Un albero di pere iniziò a fiorire presso il crotto dei Brocchi e così fecero anche altre piante di prugne.
Nei due giorni che precedettero la sconvolgente devastazione e anche il giorno stesso le api di Castasegna nella Val Bregaglia iniziarono a impazzire, uscirono dai loro alveari e si trasferirono a Ca di Scatton, la prima contrada nel territorio di Piuro. Altre api vennero e cominciarono a pungersi le une con le altre, cosicchè esse giacevano morte in enormi quantità sul terreno. La stessa cosa si verificò con le api della contrada vicina chiamata Perée e poi nell'intera Contea di Chiavenna. - O Signore, abbi misericordia di noi, risparmiaci dalla Tua grande e giusta ira, non punirci secondo quanto ci meritiamo,ma seconda la Tuo grande grazia e misericordia e concedici vero penitenza e miglioramento. Piuro con 125 case e Scilano con 75 case facevano parte di una delle più belle zone dei domini dei Grigioni, molto rinomata e impreziosita dai palazzi di ricchi commercianti. C'erano tre chiese: S. Cassiano, S. Giovanni e S. Maria, chiesa evangelica; di quest'ultima è stata ritrovata una campana intera. NeIl`inverno scorso i ragazzi di Mese a Coltura presso Piuro, avevano trovato un cane morto, l'avevano portato con sé e lo avevano collocato, congelato così com'era, davanti alla chiesa evangelica. Lo avevano fornito di libro e di occhiali e gli avevano apposto la scritta: “Questo è il Dio di Voi". - La maggior parle dei commercianti ostentava a quel tempo un grande sfarzo e viveva al di sopra delle proprie possibilità e di quelle del territorio. Per questo motivo molti si erano impoveriti e avevano contratto debiti, infine si era avuta questa tragica conclusione. Questa misera fine del bel territorio di Piuro è stata descritta in maniera più dettagliata da Benedetto Paravicini."


La chiesetta di San Giuseppe a Cranna

Ma la crudeltà della natura sembra non finire qui. Ci si mettevano pure i lupi. Il vescovo di Como, Giovanni Antonio Torriani, nella sua visita pastorale del 1688 a Piuro autorizzò "di fabricare la capella di S. Giuseppe nel luogo di Crana", in sostituzione di una precedente che era stata distrutta da un'alluvione, per cui raccomandò che fosse edificata in un luogo più sicuro. La chiesetta fu benedetta il 15 giugno 1692 e successivamente ampliata nel 1781 e 1774. La dedicazione a S. Giuseppe è abbastanza inusuale nelle valli dell'Adda e della Mera, e si spiega tenendo presente che il santo, come scrive il canonico Gian Giacomo Macolino nel suo "Diario Sacro Perpetuo" (1707), veniva invocato per scongiurare gli assalti dei lupi, non rari in quei secoli. Particolarmente a rischio erano i bambini molto piccoli, spesso ancora in culla. Lupi, dunque, in quel di Piuro, ma il medesimo pericolo era segnalato a Pianazzola, a monte di Chiavenna, ed a Prata Camportaccio, appena a sud di Chiavenna.
Ai disastri della natura si aggiunsero quelli della storia. Due anni dopo, il 19 luglio del 1620, si scatenarono la rabbia della nobiltà cattolica, guidata da Gian Giacomo Robustelli, la sollevazione anti-grigione e la caccia al protestante, nota con l’infelice denominazione di “Sacro macello valtellinese”, che fece quasi quattrocento vittime fra i riformati. Il “macello” non toccò la Valchiavenna, dove le tensioni fra le due confessioni erano decisamente minori ed il rapporto con il governo grigione meno conflittuale (il che non significa del tutto tranquillo). Fu l’inizio di un periodo quasi ventennale di campagne militari e battaglie, che videro nei due schieramenti contrapporsi Grigioni e Francesi, da una parte, Imperiali e Spagnoli, dall’altra. “Se Chiavenna non partecipò alla insurrezione, ne sentì le conseguenze politiche: per una ventina d’anni, al posto dei Grigioni, rimasero come protettori gli Spagnoli, poi le truppe pontificie” (Guido Scaramellini, op. cit.). Gli Spagnoli, infatti, vennero in soccorso ai ribelli cattolici ed occuparono Chiavenna nel 1621. Dopo una breve parentesi che vide la comparsa delle truppe pontificie, che dovevano interporsi fra le due parti in conflitto, ecco di nuovo gli Spagnoli, che dovettero, però, nel marzo del 1625 cedere la città per l'offensiva convergente dei Grigioni e del marchese di Coeuvres, che risalì la Valchiavenna dopo aver ripreso la Valtellina.


Santa Croce

La tregua di Monzòn liberò, nel 1626, Valtellina e Valchiavenna dagli eserciti delle due parti, ma di lì a poco, nel 1629, un nuovo flagello sarebbe sceso d'oltralpe, portando la più feroce epidemia di peste dell’età moderna, resa celebre dalla descrizione manzoniana. Non era certo la prima: altre, terribili e memorabili avevano infierito nei secoli precedenti. Scrive, per esempio, il Guler von Weineck: “L’aria, per tutta la Val Chiavenna, è buona e pura; soltanto è da osservare che, durante la calda stagione, il vento di sud apporta nel paese qualche impurità dalle paludi del lago… La peste qui infierisce di raro: ma quando principia, infuria tremendamente. Infatti quando essa, nel novembre del 1564, penetrò nella valle, distrusse in quattordici mesi i tre decimi della popolazione”. Ma quella del 1629 fu più tragica. I lanzichenecchi, al soldo dell'imperatore Federico II, scesero dalla Val Bregaglia per la guerra di successione del Ducato di Mantova; alloggiati per tre mesi nel Chiavennasco ed in Valtellina, vi portarono la peste, che, nel biennio 1629-30, uccise almeno un terzo della popolazione (altri calcoli, probabilmente eccessivi, parlano di una riduzione complessiva della popolazione a poco meno di un quarto).
Alla vigilia della peste gli abitanti di Piuro erano 823, divisi in 211 famiglie. A Villa di Piuro morirono nel 1629 314 persone colpite dal morbo. A Sant’Abbondio morirono 89 abitanti su 223, più di un terzo. Era tale la paura che i morti venivano sepolti alla bell’e meglio in prati e selve, con il proposito di disseppellirne le spoglie non appena l’epidemia fosse cessata.


Panorama da Dasile

Neppure il tempo per riaversi dall'epidemia, e la guerra di Valtellina tornò a riaccendersi, con le campagne del francese duca di Rohan, alleato dei Grigioni, contro Spagnoli ed Imperiali; nel biennio 1635-37 Chiavenna fu di nuovo occupata dai Francesi. Poi, nel 1637, la svolta, determinata da un inatteso rovesciamento delle allenze: i Grigioni si allearono segretamente con la Spagna e l'Impero e cacciarono il Duca di Rohan dal loro paese. Le premesse per la pace erano create e due anni dopo venne sottoscritto il trattato che pose fine al conflitto per la Valtellina: con il Capitolato di Milano del 1639 i Grigioni tornarono in possesso di Valtellina e Valchiavenna, dove, però l’unica religione ammessa era la cattolica. I Grigioni restaurarono l'antica struttura amministrativa, con un commissario a Chiavenna, un podestà a Morbegno, Traona, Teglio, Piuro, Tirano e Bormio, ed infine un governatore ed un vicario a Sondrio.


Scuole di Prosto

Un ampio quadro di Chiavenna e del suo contado a metà degli anni trenta del Seicento è offerto dal "De Rebus Vallistellinae" (Delle cose di Valtellina) di don Giovanni Tuana (edito, a cura della Società Storica Valellinese e di don Tarcisio Salice, nel 1998 a Sondrio):

"La terra di Chiavena è in sito delitiosissimo, rassembra più tosto città che terra, et per la grandezza et spatio del luoco, et per li nobili et alti edificij, per le strade larghe, tutte lastricate non solo nella terra, in ancolontano da quella, per molte fameglie nobili, per molti letterati in ogni facultà, per il civil trattare di quella gente et liberale, per le delicie, che essibisce questo luoco, specialmente l'estate. Ha il territorio d'ogn'intorno fertile: et le terre circonvicine servono a Chiavenaschi per giardini et luoco di ricreatione. L'aria è felicissima, come ancora in tutto il contado,eccetto quella parte meridionale, dove si va al lago. Passa per la terra, con letto ben castigato, il piccoso Meira, quale, nascendo nelli monti di Bregaglia confinanti con Malenco, bagna la Bregaglia, il territorio di Piuro et finalmente puoco lontano da Chiavena, verso sera, riceve nel suo letto il fiume Lirino, quale da settentrione per la Valle di S. Giacomo tra sassi spumante esce et finalmente a Samolico entra nel Lario. Ha la terra da mattina Piuraschi, da sera il Lirino, da settentrione una sponda di monti tutta avignata, la cima del quale è chiamata Lovero, confina con Avers; da mezzo giorno ha una montagna piena di castagne, non molto alta, né molto erta, ma con diversi dossi, ornata di vigne, prati ed altre contrate. In questa sponda si cavano le pietre lavizare. Confina ancora con Prada, terra situata alle radici di questo monte, un miglio lontano. La chiesa principale è di S. Lorenzo, non tanto riguardevole perché è ampia et ben'ornata, quanto che è nobilitata d'arcipretura et 6 canonici. … Questo arciprete comanda a tutto il contado, ecetto che a Piuro…”


Fienili a Savogno

La comunità piurese gradualmente si riprese, intorno alla metà del Seicento, e si venne configurando l’attuale situazione del comune, diviso in tre centri principali, Prosto, S. Abbondio (Borgonuovo di Piuro cominciò ad essere edificata intorno alla metà dell’Ottocento) e Santa Croce con Aurogo. Furono di nuovo le riscossioni del dazio sulla via per il Septimer e lo Julier e la lavorazione della pietra ollare a garantire le entrate per la ricostruzione ed il ritorno alla “normalità”. Gli abitanti di Prosto passarono, dal 1628 al 1698 da 254 a 443 abitanti. Ma iniziò anche un significativo flusso migratorio che ebbe come meta privilegiata Venezia, dove venne poi costituita una sorta di associazione di emigrati, la “Fraterna di Venetia”, che ricordava il paese natale con largizioni finalizzate a migliorare arredi e strutture sacre. Nel 1641 venne costruito vicino alla chiesa di Santa Maria il nuovo edificio pretorio, chiamato “Ca’ de la giüstizia”. Erano i tempi tristi in cui la caccia alle streghe, tragica pratica iniziata già dal tardo Medioevo, giungeva al suo culmine. Non ne fu esente Piuro: fra il 1641 ed il 1648 proprio alla Ca’ de la giüstizia vennero processate e condannate a morte per stregoneria le sventurate Giovannina Zainera, Giacomina Roveda, Orsola Rogantini, Orsola Tognana, Anna Ponchina, Orsina Gini, Maria Busella, Giovannina Comarina ed Anna Guarana. L’esecuzione della sentenza avveniva un po’ più a valle, nel piano ancora oggi chiamato “Pra’ de la giüstizia” (lo si vede ancora oggi a destra della strada statale 37 del Maloja appena dopo le cascate dell’Acquafraggia).
Ma le calamità naturali non avevano ancora terminato di flagellare il territorio di Piuro, e questa volta fu il torrente Valledrana, sul lato opposto della valle, a seminare morte e distruzione a Sant’Abbondio, nelle alluvioni del 1654, 1658 e 1663, quando morirono 11 persone. La collegiata, dopo l’immane frana del 1618, era stata spostata nel 1627 proprio a Sant’Abbondio, ma per la minaccia del torrente Valledrana fu trasferita a Santa Maria di Prosto nel 1664. Vicino alla chiesa venne costruito nel 1685 il nuovo ospedale.


San Martino ad Aurogo

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Un quadro sintetico della situazione di Piuro alla metà del settecento ci viene offerto dallo storico Francesco Saverio Quadrio, che, nell’opera “Dissertazioni critico-storiche intorno alla Rezia di qua dalle Alpi oggi detta Valtellina” (Edizione anastatica, Bologna, Forni, 1971), scrive: ”La Giurisdizione di Piuro si divideva già dalla Chiavennate per mezzo del Fiume Pioggia. Il suo nome lo deducevano già alcuni dal Latino Plorare; perciocchè essendo in altra parte situato, una spaventevol rovina distrutto l'aveva: onde era stata la Gente obbligata a trasportarne le loro abitazioni là dove il Castello di Bel forte era. Quivi però rifiorendo maravigliosamente per gran ricchezze, fu novamente cagion di pianto per la total sua rovina, come altrove vedremo. Distinguevasi la sua Giurisdizione poi in due, ch'erano Piuro, e Villa. A Piuro aspettavano Santa Croce, San Martino, e Aurogo, dove era ragguardevol Castello. Altre contrade pur erano ad esso pertinenti, ch'erano Cilano, dove altro Castello pur era del medesimo nome, Potino, Pradello, Roncaglia, Pestera, Borsio, Crana, Giupedo; e ne' Monti Davonio, onde agli Aversani si passa, Dasile, e Carotto. Villa era l'altra Comunità, a cui s'aspettavano Ponteila, Clavera, dove le rovine tuttavia si veggono d'un Castello, Santo Eusebio, Caneto, Poiro, Tajedo, dove gli abitatori, ch'erano anticamente a Pondeja ne' Confini, si trasportarono, e Pyrario. Il Fiume Lovero divideva questa Comunità della Pregallia. Or dopo la distruzione di Piuro, Villa, è sottentrata a far la prima Figura. In Piuro fiorirono già i Franchi, i Giulini, i Lumaga ec.."

Nel Settecento l’economia di Piuro si confermava centrata sull’attività estrattiva e sulla lavorazione della pietra ollare. Tra il 1740 ed il 1770 fra Chiavenna e Piuro erano attive 12 cave con più di 200 cavatori e 60 portantini. La pietra veniva lavorata in 11 torni con 30-40 tornitori.


Dasile

Nel medesimo Settecento il malcontento contro il dominio delle Tre Leghe Grigie in Valtellina e Valchiavenna crebbe progressivamente, soprattutto per la loro pratica delle di mettere in vendita le cariche pubbliche. Tale vendita spettava a turno all'una o all'altra delle Leghe e chi desiderava una nomina doveva pagare una cospicua somma di denaro, di cui si sarebbe rifatto con gli interessi una volta insediato nella propria funzione, esercitandola spesso più per amore di lucro che di giustizia. Gli abusi di tanti funzionari retici, l'egemonia economica di alcune famiglie, come quelle dei Salis e dei Planta, che detenevano veri e propri monopoli, diventarono insopportabili ai sudditi.

Non bisogna, peraltro, pensare che a Chiavenna i commissari grigioni avessero lasciato sempre un cattivo ricordo. Anzi, spesso operarono con tanta saggezza e senso di giustizia da meritarsi la riconoscenza dei Chiavennaschi, che eressero in loro onore sei portoni, ancora visibili al principio dell'Ottocento, a Bette, all'imbocco della strada per S. Fedele, sul ponte della Mera presso S. Rosalia, presso il ponte "di sopra", presso la chiesa di S. Maria (il "pórtón de sànta marìa" eretto in onore di Ercole Salis di Soglio, commissario fra il 1739 ed il 1741: ancora oggi lo si vede) e fuori Chiavenna, a Reguscio. Nondimeno, il barometro della popolarità dei governanti grigioni era, per così dire, in caduta libera ed annunciava tempesta. Il malcontento culminò, nell'aprile del 1787, con i Quindici articoli di gravami in cui i Valtellinesi (cui si unirono i Valchiavennaschi, ad eccezione del comune di S. Giacomo) lamentavano la situazione di sopruso e denunciavano la violazioni del Capitolato di Milano da parte dei Grigioni, alla Dieta delle Tre Leghe, ai governatori di Milano e, per quattro volte, fra il 1789 ed il 1796, alla corte di Vienna, senza, peraltro, esito alcuno.


La Mera a Santa Croce di Piuro

Fu la bufera napoleonica a risolvere la situazione, con il congedo dei funzionari Grigioni e la fine del loro dominio, nel 1797. Fu, più in generale, una svolta importante anche per Valchiavenna e Valtellina, perché il periodo della dominazione francese rappresentò, secondo quanto sostiene Dario Benetti (cfr. l’articolo “I pascoli e gli insediamenti d’alta quota”, in “Sondrio e il suo territorio”, IntesaBci, Sondrio, 2001), l’inizio di una crisi senza ritorno, legata alla cancellazione di quei margini di autonomia ed autogoverno riconosciuti durante i tre secoli di pur discutibile e discussa signoria delle Tre Leghe Grigie: ”L’1 aprile 1806 entrò in vigore nelle nostre valli il nuovo codice civile, detto Codice Napoleone, promulgato nel 1804. A partire da questo momento si può dire che cessi, di fatto, l’ambito reale di autonomia delle comunità di villaggio che si poteva identificare negli aboliti statuti di valle. I contadini-pastori continueranno ad avere per lungo tempo una significativa influenza culturale, ma non potranno più recuperare le possibilità di un pur minimo autogoverno istituzionale, soffrendo delle scelte e delle imposizioni di uno Stato e di un potere centralizzati. Già l’annessione alla Repubblica Cisalpina, peraltro alcuni anni prima, il 10 ottobre 1797, dopo un primissimo momento di entusiasmo per la fine del contrastato legame di sudditanza con le Tre Leghe, aveva svelato la durezza del governo francese: esso si rivelò oppressivo e contrario alle radicate tradizioni delle valli; vennero confiscati i beni delle confraternite, furono proibiti i funerali di giorno, fu alzato il prezzo del sale e del pane, si introdusse la leva obbligatoria che portò alla rivolta e al brigantaggio e le tasse si rivelarono ben presto senza paragone con i tributi grigioni. Nel 1798 a centinaia i renitenti alla leva organizzarono veri e propri episodi di guerriglia, diffusi in tutta la valle: gli alberi della libertà furono ovunque abbattuti e sostituiti con croci.. Nel 1797, dunque, la Valtellina e contadi perdono definitivamente le loro autonomie locali, entrano in una drammatica crisi economica e inizia la deriva di una provincializzazione, di una dipendenza dalla pianura metropolitana e di un isolamento culturale e sociale che solo gli anni del secondo dopoguerra hanno cominciato a invertire”.

Per alcuni mesi, dopo il 1797, comunque, rimase in piedi l'ipotesi di un'aggregazione di Valtellina e Valchiavenna come Quarta Lega alla federazione grigiona, cui non erano contrari né Napoleone né Diego Guicciardi, cancelliere di Valle del libero popolo valtellinese. Il soprendente voto nei comuni delle Tre Leghe Grigie, di cui giunse notizia il primo settembre 1797, chiuse, però, definitivamente questa prospettiva: 24 si espressero contro, 21 a favore, 14 si dichiararono incerti e 4 si astennero. Di conseguenza il 10 ottobre 1797 Napoleone dichiarò Valtellinesi e Valchiavennaschi liberi di unirsi alla Repubblica Cisalpina. Seguì, il 22 ottobre, l'unione della Valtellina e dei Contadi di Bormio e Chiavenna alla Repubblica Cisalpina ed il 28 ottobre la confisca delle proprietà dei Grigioni in Valtellina.


Cascate dell'Acquafraggia

Il Congresso di Vienna, nel 1815, anche grazie all'operato della delegazione costituita dal chiavennasco Gerolamo Stampa e dal valtellinese Diego Guicciardi, sancì l'aggregazione del dipartimento dell’Adda al Regno Lombardo-Veneto, sotto il dominio della casa d’Austria. Il dominio asburgico portò importanti novità, che diedero un impulso importante all'economia di Chiavenna e della Valchiavenna, prima fra tutte la realizzazione, fra il 1818 ed il 1822, della strada dello Spluga, progettata da quel medesimo ingegnere Carlo Donegani cui si deve la strada dello Stelvio. Era la prima grande strada che attraverso le Alpi centrali mettesse in comunicazione Milano con la valle del Reno. Ad essa si aggiunse, poco dopo, la strada che collegava Chiavenna, attraverso la val Bregaglia ed il passo di Maloja all'Engadina. Queste vie potenziarono la plurisecolare vocazione di Chiavenna e Piuro come centri di traffici e commerci. L’economia della Piuro ottocentesca vide il progressivo declino dell’attività di estrazione e lavorazione della pietra ollare, che si spense nel 1866 (per riprendere oltre un secolo dopo), ma anche la nascita di una nuova attività, quella della produzione della birra, favorita dalla presenza di maestri birrai austriaci. A Santa Croce venne aperto il birrificio Riva-Mattoi-Vanossi.


Prosto

Alla proclamazione del Regno d'Italia, nel 1861, Piuro contava 1796 abitanti, che crebbero costantemente per un ventennio (1997 nel 1971, 2061 nel 1881), facendo però registrare una flessione dovuta al flusso migratorio nei decenni seguenti (1914 nel 1901, 1764 nel 1911 e 1746 nel 1921).
Pesante, come per tutti i comuni della provincia, il contributo di vittime che Piuro dovette pagare alla Prima Guerra Mondiale. Il monumento ai caduti di Prosto riporta i seguenti nomi di soldati morti nella prima guerra mondiale: Lucchinetti Ottavio, Martinucci Silvestro, Lucchinetti Giacomo, Roganti Domenico e Lucchinetti Giovanni. Morì per le ferite riportate Del Curto Enrico. Morirono per malattie contratte per causa di guerra Rompani Michele, Martinucci Dazio, Pasini Eugenio, Martinucci Giovanni, Martinucci Andrea e Del Curto Antonio. Morì in prigionia Lucchinetti Renzo. Nella campagna di Libia (1911-1912) morirono Martinucci Giuseppe e Lucchinetti Silvio. Il monumento ai caduti a Santa Croce riporta i seguenti nomi di soldati morti nella prima guerra mondiale: Del Grosso Antonio, Del Grosso Giovanni, Del Grosso Silvio, Frigerio Giuseppe, Iacomella Battista, Iacomella Isidora, Iacomella Giuseppe, Iacomella Luigi, Iacomella Marco, Losio Cleto, Mazzucchi Virgilio e Tognana Amedeo. Il monumento ai caduti di Savogno riporta i seguenti nomi di soldati morti nella prima guerra mondiale: Bongianni Delfino, Clara Carlo, Rogantini Luigi, Succetti Attilio e Succetti Eugenio. Il monumento ai caduti di Aurogo riporta i seguenti nomi di soldati morti per la patria: Frigerio Giuseppe, Iacomella Battista, Tognana Amedeo, Losio Cleto, Del Grosso Antonio, Iacomella Marco, Iacomella Isidoro, Mazzucchi Virgilio, Del Grosso Silvio, Iacomella Giuseppe, Del Grosso Giovanni e Iacomella Luigi.


Chiesetta di Dasile

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L’andamento demografico nel periodo fra le due guerre fa registrare 1746 abitanti nel 1921, 1869 nel 1931 e 1647 nel 1936. Ecco lo spaccato che di Piuro ci offre, nel 1928, Ercole Bassi, in “La Valtellina – Guida illustrata”: “A est di Chiavenna la nazionale … entra nella valle della Mera e dopo un paio di Km giunge a Prosto (m. 488 – società agricola di Mutuo Soccorso); è sede del comune di Piuro (m. 371 – abitanti 1700 – Poste – auto per Castasegna, est. Per Engadina – fabbrica di turaccioli – latteria sociale). Nella Chiesa di Prosto, consacrata all’Assunta, che dicesi apparsa nel 1572, si ammira una splendida pianeta di broccato d’oro su velluto a fondo rosso, a due altezze, la più bella forse, a giudizio di S. Monti, e la più artistica di quante erano nella Mostra Sacra di Como del 1899. Fu donata alla chiesa plebana di Piuro dalla famiglia Lumaghi di cui porta lo Stemma. Sepolta con essa nel 1618, dissepolta nel 1620, è fregiata di preziosi ricami del secolo XVI, forse provenienti da paramento più antico. Sono pure di molto pregio: un calice d’argento massiccio, dono dei Vertemate-Franchi a S. Cassiano di Piuro nel 1588, con lavoro finissimo di cesello …; due confessionali; gli armadi della sagrestia; il coro e l’altare dell’annesso oratorio, riccamente intagliati; una pregevole statuetta di argento massiccio dorato, con corona di perle, raffigurante la Vergine col Bambino, lo stemma della famiglia Lumaghi che ne fece dono, la data del 15 agosto 1641; un pesante ostensorio; una grande tavola d’argento. La chiesa ha anche buoni stucchi e pregevoli dipinti, specie nelle lesene del coro. Prosto possiede due belle stufe della fine 500 nelle case Del Curto e Foico. A Cortinaccio sopra Prosto merita una speciale visita lo splendido palazzo Vertemate-Franchi, edificio che, lasciato in abbandono, fu acquistato da una ventina d’anni dal compianto Napoleone Brianzi, il quale, in unione alla degna consorte sig. Mina Arrigoni, con molto amore, intelligenza e rilevante spesa, lo ripristinò e lo arredò squisitamente. La sua opera è ora continuata dalla vedova. La munifica Signora a pochi anni ha fatto costruire a sue spese una carrozzabile che dalla provinciale conduce a Cortinaccio, ove ha pure fatto erigere un bel fabbricato destinato ad asilo infantile, inaugurato nell’autunno 1923, che funziona a sua cura e spese. Il palazzo conta numerose ed ampie sale, talune rivestite di legno riccamente intagliato; le pareti portano affreschi simbolici e mitologici, la maggior parte dei fratelli Campi di Cremona. A dimostrare la ricchezza e lo sfarzo di questo palazzo, veniva mostrato uno studio o gabinetto che, si dice, era tutto lastricato di zecchini in costa. Sono ammirevoli gli intagli a legno dei soffitti, specialmente quelli del salone dello Zodiacoe della camera del Vescovo. … Ecco quanto scrive con vivo entusiasmo di questo Palazzo S. Monti: <Il palazzo Vertemate di Prosto, costrutto nel 1577 da Francesco dei Vertemati, sebbene deperito, prova ancora la magnificenza dei ricchi Piuresi, con quale architettura erano innalzate le loro case e di quanti pomposi ornamenti erano abbellite … Vi sono ancora alcuni mobili di legno prezioso, ben lavorati ed intarsiati di avorio. Soprattutto ammirate sono le tarsie e gli intagli del secondo piano, che è il più ricco ed aristocratico del palazzo. Il grande salone di ricevimento desta meraviglia col suo soffitto principesco. In mezzo un gran quadro tutto finamente e mirabilmente intagliato. Sta nel cielo un angelo, ed è sostenuto attorno da dodici mensole lavorate a perfezione. La camera attigua al salone contiene un bellissimo letto con baldacchino, il quale è pure di lavoro finissimo. ...>


Savogno

Proseguendo la nazionale, si scorge a sinistra, in mezzo a una distesa di ghiaja, il campanile della chiesa di S. Abbondio, rovinato dal vicino torrente nel 1755, indi la cascata d’Acqua Fraggia (dal latino aqua fracta). Poco oltre si giunge a S. Michele, frazione di Piuro (osteria – farmacia – mecc.). Piuro era già borgo fiorentissimo che aveva statuti propri sin prima del 1120 e un podestà nel 1221. Fra gli uomini ragguardevoli appartenenti a Piuro, don Buzzetti menziona: Guglielm Volpi, architetto, ricordato in una iscrizione del 1478 sul portale della chiesa di S. Giovanni a Celerina (Engadina); Guglielmo Ponzone, che nel 1486 rifabbricò il vecchio ponte di Roveredo; G. B. Vertemate, che nel 1577 erigeva la magnifica cappella del Rosario in S. Tommaso di Pavia; Antonio da Piuro, del 400; Sebastiano da Piuro, del principio del 500, che dipinse in San Giacomo di Livo sopra Gravedona, scolaro del Bergognone; Nicolò Crollalanza, e vari altri. Piuro rimase sepolto nel 25 agosto 1518, dalla frana del monte Conto. Vi perirono 1200 persone, con un danno economico valutato a oltre due milioni di lire. Gli abitanti di Piuro, con quelli di Villa, emigravano nel passato a Venezia e vi godevano speciali privilegi. Nel comune di Piuro esiste una cava di pietra ollare, e nella località Auroso dicesi si scavasse dell’oro. Continuando la nazionale, trovasi Borgonuovo, frazione di Piuro (cooperativa di consumo e agricola – latteria sociale), ove si vedono ampie grotte.


Dasile

Passata la chiesa di San Michele, vedesi a valle il Birrificio Spluga, già Mattoi-Vanossi, e più oltre si giunge alla frazione di S. Croce, rinomata per i suoi ottimi marroni (cooperativa di consumo e agricola). Nell’antica chiesa di Santa Croce, decorata nel 1907 da G. Roncari di Cuvio, dal campanile arcaico, con bifore a colonnine, trovasi un’ancona che è un vero capolavoro di eccellente artista tedesco, per l’effetto gradevole di colori e dorature sapientemente eseguite. Una iscrizione in caratteri gotici, posta alla base, dice: <Anno milleno quingent, uno minus (1499) me fecit Ivo ictus Strigel, ex Memingen Imperiali> presso Ulma. … Secondo don P. Buzzetti l’ancona sarebbe stata recata, ai tempi della Riforma, da S. M. di Castelmur; don S. Monti opinerebbe piuttosto da S. M. di Sils (Engadina). La chiesa possiede anche un gran quadro coi Ss. Antonio di Padova e Bernardo da Siena. Allo sbocco della Valle di Aurogo, ove già eravi un castello, trovasi la chiesa di San Martino, con campanile a tre ordini di bifore. Nel 1705 si fece una cappella, poi prolungata così da formare due chiese gemelle. Vi merita menzione l’ancona e un’antica croce con smalti, nielli e figurine in getto, un ostensorio e una pianeta. Alla frazione di Savogno si fanno dei mestoli di forma speciale ad uso dei bottegai. Sul campanile della chiesa è scalpellato l’anno 1483. Nel 1809 si rinnovò la cappella del Rosario per oblazione di cinque paesani residenti a Venezia. In una cappella a destra vi è un’ancona dipinta nel 1882 da Fr. Prevosti di Chiavenna. Altra tela con San Bernardino è d’autore ignoto. Sparve una lastra d’argento con la Pietà, scavata a Piuro. A Savogno fu parroco dal 1867 al 1875 don Luigi Guanella.


L'Ospedale presso la chiesa della B.V. Assunta a Prosto

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I caduti di Prosto nella Seconda Guerra Mondiale furono Triulzi Ido e Foico Antonio, per causa di servizio Pasini Felice, Martocchi Celso, Tognini Francesco e Martinucci Enrico. Risultarono dispersi Facchetti Lorenzo, Lorenzini Orazio, Lorenzini Terigi, Martocchi Mario, Pasini Antonio, Pasini Dino, Pasini Emilio, Piccinelli Bruno, Triulzi Duilio, Triulzi Lorenzo, Triulzi Severino e Iacomella Dino. Il monumento ai caduti Santa Croce riporta il seguente nome di soldato morto nella seconda guerra mondiale: Del Re Arnoldo. Furono dichiarati dispersi Curti Severino, Del Re Giovanni fu Pietro, Del Re Reto, Del Re Giovanni. Il monumento ai caduti di Savogno riporta il seguente nome di soldato morto nella seconda guerra mondiale: Bongianni Riccardo; vennero dichiarati dispersi Clara Ambrogio, Clara Attilio, Clara Beniamino, Succetti Andrea e Succetti Siro.


Panorama da Savogno

Nel secondo dopoguerra gli abitanti di Piuro diminuirono fino agli Settanta: dai 1823 abitanti nel 1951 si scese a 1694 nel 1961 ed a 1564 nel 1971. Seguì un periodo di costante aumento demografico: dai 1697 abitanti del 1981 si passò ai 1713 del 1991, ai 1913 del 2001 ed ai 1950 del 2011. L’evento di maggiore impatto economico nel secondo dopoguerra fu la costruzione della ciclopica diga della Val di Lei, una delle più grandiose mai realizzate. Un accordo italo-elvetico la collocava in territorio italiano ma concesse agli svizzeri lo sfruttamento energetico delle acque. All’epoca della sua costruzione, che durò dal 1958 al 1960, si trattava della più grande diga del mondo, larga 690 metri ed alta 143, con uno spessore di 28,10 metri alla base e 15 alla sommità. Sotto la direzione della Edison di Milano, che l’aveva anche progettata, vi lavorarono fino a 3390 operai, non solo valchiavennaschi e valtellinesi, ma anche provenienti da diverse regioni italiane (in particolare Veneto, Calabria e Sicilia). Un elevato numero di questi vi perse la vita. Il bacino, lungo oltre 8 km., contiene circa 200 milioni di metri cubi d’acqua, convogliati qui da un complesso sistema di gallerie dalle valli di Madris, Avers e Niemet. A corredo della diga furono costruite 58 km di strade e gallerie, 10 teleferiche, 4 sbarramenti supplementari, 13 prese d’acqua sui torrenti, 56 km di gallerie, 3 centrali idroelettriche e 108 km di elettrodotti. Le sue acque, che raggiungono la quota di 1931 metri s.l.m., seppellirono la chiesetta di S. Anna e nove km della strada comunale Savogno-Alpigia-Val di Lei, con l’osteria del Palaz e gli alpeggi di Rebella e Guardanegra, toponimi che alludono ad antiche credenze legate a fanciulle bellissime ed a malefiche presenze dallo sguardo mortifero, oltre agli alpeggi di Palù, Salina, Crot e Motta. Curiosamente, non fu questo enorme lago a dare il nome alla valle, ben più antico, ma il lago dell’Acquafraggia, sul versante della Bregaglia italiana, perché questa valle era economicamente e storicamente legata a Piuro.

Oggi Piuro deve la sua fama alle straordinarie opportunità di visita a monumenti di bellezza naturale straordinaria ed a luoghi densi di storia. La sua vivacità si mostra particolarmente in campo culturale, con una ricca serie di iniziative che richiamano un pubblico attento ed appassionato.


Piuro

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BIBLIOGRAFIA

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Turazza, Giacinto, "Prosto nei particolari ", in L'Ordine del 7 settembre 1935

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Scaramellini, Guido, "Appunti su Crana di Piuro" in Corriere della Valtellina, 23 marzo 1976

Cerfoglia, don Peppino, "La prima chiesa di Savogno di Piuro", in Clavenna, XV (1976)

Scaramellini Guido, Kahl Günther, Falappi Gian Primo, "La frana di Piuro del 1618 - Storia e immagini di una rovina", Associazione italo-svizzera per gli Scavi di Piuro, Piuro, 1988

Succetti, Giuseppe, "Quando da Savogno e Dasile si partiva per la Merica", in Clavenna, 2003

Scaramellini, Guido, "Piuro, una terra fra Lombardia e Grigioni", edito a cura del Comune di Piuro, Chiavenna, 2004


San Martino in Aurogo

CARTA DEL TERRITORIO sulla base della Swisstopo, che ne detiene il Copyright. Ho aggiunto alla carta alcuni toponimi ed una traccia rossa continua (carrozzabili, piste) o puntinata (mulattiere, sentieri). Apri qui la carta on-line

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