Clicca qui per aprire una panoramica a 360 gradi dalla cima del pizzo Spadolazzo

Il pizzo Spadolazzo (detto localmente mut spadulàz, da spàtula, spalla), pur non essendo fra le più alte cime della Valle Spluga (o Val di San Giacomo, localmente detta anche, con orgoglio, val di giüst, perché in passato mai vennero qui confinati malfattori), è una delle più conosciute, per diversi motivi. Innanzitutto è il monte di Madesimo: il suo massiccio profilo chiude, infatti, l’ampia piana del paese, verso nord, a destra dei verdi ed ondulati Andossi. In secondo luogo, per la sua posizione, rappresenta un ottimo belvedere sulla cerchia di tutte le più alte e famose cime della zona. Infine rappresenta la più classica meta escursionistica di chi si fermi al rifugio Bertacchi con l’intento di effettuare una camminata di un certo impegno, tornando in giornata al rifugio stesso o a Madesimo. Camminata, si è detto: in  realtà la salita ai 2720 metri della cima richiede esperienza escursionistica perché, nell’ultima parte, si articola su un terreno non elementare, che diventa infido e sconsigliabile in caso di cattivo tempo. Ciò premesso vediamo come procedere.
Innanzitutto dobbiamo raggiungere Madesimo, e lo facciamo proseguendo sulla ss. 36 dello Spluga, oltre Chiavenna, in direzione del passo dello Spluga. Oltrepassata Campodolcino, lasciamo alla nostra sinistra la strada per Isola e proseguiamo diritti, risalendo i faticosi e celebri tornanti della strada che sembra letteralmente incollata ad un versante scosceso e selvaggio e non manca di suscitare una forte impressione a chi la percorra per la prima volta (qualche punto di stretta pone, fra l’altro, anche problemi di manovra in caso di incrocio; in caso di forte traffico può essere consigliabile portarsi ad Isola e qui imboccare la strada che risale a quella per il passo dello Spluga). Terminata la sequenza serrata di tornanti, attraversiamo il paesino di Pianazzo, famoso per la sua cascata con salto di 200 metri (ma dalla strada non la vediamo), giungendo subito ad un trivio: da sinistra arriva la strada che sale da Isola, al centro prosegue la strada statale per il passo dello Spluga, sulla destra, con breve tratto in galleria, si stacca la strada che porta a Madesimo.  Entriamo, dunque, in galleria e ne usciamo in prossimità della celebre località turistica e climatica, che fu particolarmente cara al poeta Giosuè Carducci.


Macolini

MADESIMO-RIFUGIO BERTACCHI

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Macolini (Madesimo)-Rifugio Bertacchi
1 h e 45 min
530
E
SINTESI. Saliamo in Valle Spluga sulla ss 36 dello Spluga e, superata Pianazzo, ad un bivio prendiamo a destra, uscendo, dopo una galleria, a Madesimo. Entrati in paese, restiamo a sinistra del centro e, sempre impegnando la strada principale (ignoriamo deviazioni a sinistra per gli Andossi ed a destra per la Motta), dopo qualche svolta ci portiamo al suo limite settentrionale. La strada si porta alla frazione di Macolini (maculìn, m. 1656) e termina poco oltre le ultime case. Qui troviamo ampia possibilità di parcheggio. Superato un torrentello su un ponte in legno, attraversiamo un’area-relax ed entriamo nel recinto dell'alpe Macolini. Il sentiero, ben marcato e segnalato dai consueti segnavia rosso-bianco-rossi o bianco-rossi, procede quasi in piano e ci riporta ad una pista sterrata. Poco oltre, da questa si stacca, sulla destra, il marcato sentiero per il rifugio, che comincia una lunga serie di tornanti salendo sul versante orientale della Val Scalcoggia. Dopo la successiva undicesima sequenza dx-sx, in traverso ci porta al torrente emissario del lago Emet, proprio in cima al salto della cascata: lo attraversiamo su un caratteristico ponticello costituito da piode lisce. Approdiamo così alla parte bassa dei pascoli dell’Emet. Risalite alcune balze, dopo il dodicesimo tornante dx, il sentiero descrive un ampio arco verso sinistra, in senso antiorario, e ragigunge il rifugio Bertacchi (m. 2196).


Apri qui una fotomappa dell'alta Valle Spluga

Entrati in paese, restiamo a sinistra del centro e, sempre impegnando la strada principale (ignoriamo deviazioni a sinistra per gli Andossi ed a destra per la Motta), dopo qualche svolta ci portiamo al suo limite settentrionale. La strada si porta alla frazione di Macolini (maculìn, m. 1656) e termina poco oltre le ultime case. Qui troviamo ampia possibilità di parcheggio. Ci mettiamo, dunque, in cammino. Superato un torrentello su un ponte in legno, attraversiamo un’area-relax ed entriamo in un recinto d’alpeggio (apriamo e richiudiamo una porta costituita da corda elastica). Si tratta dell’alpe Macolini (alp maculìn), che prende il nome, come la frazione, dalla famiglia che ne è la storica proprietaria. Davanti a noi, in fondo all’ampia conca delimitata a sinistra dal dolce profilo degli Andossi ed a destra dal versante occidentale del pizzo di Sterla e del monte Mater, si staglia, netta e perentoria, la scura parete meridionale del pizzo Spadolazzo, sul quale già intravediamo la croce di vetta.  Un cartello della Comunità Montana Valchiavenna segnala che siamo su un sentiero interregionale italo-svizzero, siglato C6, che porta in un’ora e mezza al rifugio Bertacchi ed al lago di Emet ed in un’ora e 50 minuti al passo di Niemet (o, come riportato dalle carte, Emet). Il sentiero, ben marcato e segnalato dai consueti segnavia rosso-bianco-rossi o bianco-rossi, procede quasi in piano e ci riporta ad una pista sterrata. Poco oltre, da questa si stacca, sulla destra, il marcato sentiero per il rifugio. Una coppia di cartelli lo segnala, però, una ventina di metri più avanti: prendendo a destra saliamo, comunque, senza problema alcuno, ad intercettare questo sentiero principale per il rifugio, mentre procedendo diritti si imbocca il cosiddetto sentiero Corone, che porta anch’esso al rifugio, ma con percorso un po’ più lungo.
Stiamo sul sentiero principale e cominciamo ad inanellare una lunga serie di tornanti, su un versante colonizzato da rododendri ed ontani. La monotonia della salita è temperata dal suggestivo panorama che si apre ad ovest e a sud, sulla conca di Madesimo e sulle cime del versante occidentale della Valle Spluga, alle spalle degli Andossi. Superati tre modesti corsi d’acqua, affondiamo la prima sequenza dx-sx-dx-sx. Al terzo tornante dx vediamo la bella cascata con la quale il torrente che esce dal lago di Emet precipita dalla soglia glaciale che dobbiamo superare per approdare alla piana del rifugio. Si tratta del ramo principale del torrente Scalcoggia, che percorre la conca dalla quale siamo partiti, anch’essa chiamata val Scalcoggia. Al toponimo locale di scalchiögia si affianca, però, la denominazione più antica di aqua granda. Intanto si impongono alla nostra vista, sul versante opposto della val Scalcoggia, gli Andossi; ed allora vediamo quel che riporta Giovanni De Simoni nel suo bel volumetto “Toponimia dell’alta valle Spluga” (CCIAA, Sondrio, 1966): “Vasta, tondeggiante dorsale che separa la valle dell'aqua granda dalla vallata principale del Liro, un tempo boscosa (come in genere molti degli attuali alpeggi) ed ora tenuta a prati nella parte più prossima a Madesimo, dove sorgono numerosi gruppi di cascine, e a pascolo più al nord. Altri ha pensato di vedere nel nome un composto di Alpe e Dossi, ma non ho esempi in questa zona di una siffatta contrazione del termine alpe, frequente per contro nella zona aostano-savoiarda. Neppure condivido «ai dossi». Ma poi che le regolari onde (per esempio dell'erba ottenute dalla falciatura) sono dette in forma accresc. ispregiativa «andann», riterrei piuttosto andòss=grosse ande, nome suggerito dalla regolare successione delle ondulazioni del terreno, quasi enormi «andàne».”


Panorama dal sentiero per il rifugio Bertacchi (clicca qui per ingrandire)

Ben presto, però, alle spalle degli Andossi comincia a spuntare l’affilata cima del pizzo Ferrè (el farée, m. 3103), caratterizzata dal ghiacciaio che ne copre quasi interamente il versante settentrionale (vedrecc’ del farée). Alla sua sinistra, il pizzo dei Piani (o pizzi Piani, m. 3148 e 3158). Procedendo verso sinistra, godiamo di un ottimo colpo d’occhio su Madesimo; alle sue spalle riconosciamo la lunga striscia verde dell’altipiano del Pian dei Cavalli (pian di cavài), incorniciato dal pizzo della Sancia (m. 2861). Alla loro sinistra, infine, il pizzo Quadro (m. 3013). Dopo il quinto tornante dx spunta dagli Andossi, a destra del pizzo Ferrè, anche la massiccia mole del pizzo Tambò (el tambò, m. 3274). Infine, ecco apparire l’intera testata della Val Loga (vallöga) e della Val Schisarolo (sciüsaröö), che congiunge le due cime, e propone la poco pronunciata cima di Val Loga (m. 3004). Dopo il decimo tornante dx ed il successivo sx troviamo un brevissimo tratto nel quale il sentiero è scavato nella roccia, e quindi richiede un po’ di attenzione con pioggia o neve.


Panorama dal sentiero per il rifugio Bertacchi

Dopo la successiva undicesima sequenza dx-sx, in traverso ci porta al torrente emissario del lago Emet, proprio in cima al salto della cascata: lo attraversiamo su un caratteristico ponticello costituito da piode lisce. Approdiamo così alla parte bassa dei pascoli dell’Emet. Il rifugio non è lontano, ma dobbiamo ancora risalire alcune balze che precedono l’ampia conca del lago.
Dopo il dodicesimo tornante dx, il sentiero descrive un ampio arco verso sinistra, in senso antiorario, giungendo in vista del rifugio Bertacchi (m. 2196), passato nel 2011 in proprietà al CAI Valle Spluga (gestore: Daniele Gianera; tel.: 3347769683; sito web: www.rifugi.lombardia.it/sondrio/madesimo/rifugio-bertacchi.html; E-mail: rifugiobertacchi@caivallespluga.it; apertura: 15 giugno a 30 settembre - eventuali aperture parziali in periodi diversi sono da concordare con il gestore-), dedicato al grande poeta chiavennasco Giovanni Bertacchi. Lo raggiungiamo dopo circa un’ora e mezza di cammino (il dislivello approssimativo in salita è di 530 metri).
La dedica al poeta è legata anche ad una lirica nella quale egli celebrava il rifugio, prima chiamato Capanna d’Emet. La si trova nella raccolta "Il perenne domani" (1929). Eccola:
"CERCANDO L'ALTO - LA CAPANNA DELL'EMET
Entra e riposa. C'è la mensa, il fuoco, il lettuccio, la lampada... Potrai
produr la sera, com'è tuo costume, sotto la luce placida, che veglia
come un'anima al lembo de' ghiacciai. Di sugli Andossi chiederà il pastore:
- Per chi stasera splenderà quel lume?
Mentre tu dorma, non inoperosa starà la notte. Il cirro che di prima sera vedesti, col suo fiocco lieve,

screziare il sereno all'orizzonte,
crescerà, crescerà da cima a cima coprendo il cielo. E tu domani, all'alba, sospinto l'uscio, incontrerai la neve.
Tutto candido intorno a te! Dai lenti ridossi ai balzi agli ultimi ciglioni, tutto un incanto sul creato alpino! Dimenticati i pascoli, i sentieri; una terra tornata al proprio inverno per rinnovare a te le sue stagioni, e rioffrirti intatto il tuo cammino."
Il panorama dal rifugio propone, a sud-ovest e ad ovest, la sequenza di cime che abbiamo già citato nel racconto della salita. A nord è sempre il massiccio versante meridionale del pizzo Spadolazzo a dominare l’orizzonte. Alla sua destra si vede l’ampia depressione che ospita il passo di Emet (o Niemet). Più a destra ancora, il pizzo di Emet (o Timun, m. 3208).
Lo sguardo è, però, attratto più che da quel che si vede alzando gli occhi, da ciò che si osserva abbassandoli. Il rifugio, infatti, è stato edificato sul bordo della grande conca glaciale che ospita il lago di Emet, che vediamo alla sua destra. Per illustrarne le caratteristiche, riportiamo le informazioni che ci vengono offerte dal bel volume "Laghi alpini di Valtellina e Valchiavenna", di Riccardo De Bernardi, Ivan Fassin, Rosario Mosello Rosario ed Enrico Pelucchi, edito dal CAI, sez. di Sondrio, nel 1993:
"ll Lago d'Emet è un lago alpino di discrete dimensioni, certamente il più grande della zona, se si escludono quelli artificializzati. È situato in prossimità del Passo d'Emet, al limite estremo di un tratto sospeso della valle Scalcoggia, sotto il quale il torrente compie un salto, concascate e rapide. Si tratta di un lago di sbarramento morenico, come attestano le collinette verso valle: ovviamente le morene hanno occluso il bacino, che era stato precedentemente escavato dal ghiacciaio. La roccia, in gran parte nelle pendici sottostanti micascisto friabile, dal lago verso il passo e le erte montagne circostanti (Piz Timun, Pizzo della Palù, oltre 3000 m) si cambia in gneiss occhiadino, aspro quanto il granito anche se si sbreccia a lastroni e cenge anziché spaccarsi in blocchi multiformi e poi sbriciolarsi, o arrotondarsi.Si tratta di una meta frequente, per la non grande distanza da Madesimo e il bel sentiero che si sviluppa un po' in fondovalle (per un tratto è una strada carreggiabile), poi affronta un'erta salita su uno sperone con vegetazione arbustiva.


Il lago di Emet

È però raggiungibile anche da Montespluga, con minor dislivello, per un interessante percorso che attraversa la testata di una sorta di vallone abbandonato e arriva parimenti alla nota Capanna dell’Emet (cantata anche dal Bertacchi cui ora è intestato il rifugio), che sta proprio su cordoni morenici (ora verdi d'erba). Il lago è di colore nerazzurro, più cupo quando riflette la rossastra parete di un avancorpo del Piz Timun. Già ricordato nelle guide antiche per la pescosità (c'è sempre qualche pescatore), oggi forse è raggiunto per la vastità dei panorami, che spaziano sul lontano crinale divisorio con la Val Mesolcina (il Pizzo Quadro, la Cima di Verchenca, la costiera lineare Monte Bardan-Cima di Barna, e poi il Pizzo Ferrè col suo ghiacciaietto sospeso, via via fino al Tambò, grande massa vagamente piramidale)."


Andossi e rifugio Bertacchi (clicca qui per ingrandire)

MONTESPLUGA-RIFUGIO BERTACCHI

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Montespluga-Rifugio Bertacchi
1 h e 30 min
240
E
SINTESI. Saliamo in Valle Spluga sulla ss 36 dello Spluga e, superata Pianazzo, ad un bivio prendiamo a sinistra (ignoriamo la deviazione per Madesimo), proseguendo verso il passo dello Spluga. Parcheggiamo al parcheggio sul lato orientale del Lago di Montespluga, poco prima del nucleo di Montespluga (m. 1900). Seguendo le indicazioni del cartello che indica il rifugio Bertacchi ed il lago di Emet, ci mettiamo in cammino su una pista sterrata che sale molto gradualmente, verso una cava, con alcuni tornanti. Raggiunta la sommità degli Andossi e superato un muretto a secco, intercettiamo un sentiero che sale, alla nostra destra, da Madesimo. Poco dopo troviamo due sentieri che si staccano sulla destra dalla pista, con segnalazione: ignorato quello che scende a Macolini, imbocchiamo quello per il rifugio Bertacchi ed il lago d’Emet. Ci affacciamo, così, sulla Val Scalcoggia e cominciamo a descrivere un ampio arco che taglia il basso versante meridionale del pizzo Spadolazzo, con qualche saliscendi, portando al rifugio Bertacchi.

Prima di raccontare la prosecuzione dell’escursione, alla volta del pizzo Spadolazzo, menzioniamo, per completezza, un secondo e meno faticoso (ma, in alcuni tratti, anche più esposto) itinerario che consente di potarsi al rifugio (è il sentiero C6). Punto di partenza è il parcheggio sul lato orientale del Lago di Montespluga, poco prima del nucleo di Montespluga (m. 1900), parcheggio che raggiungiamo percorrendo la ss. 36 dello Spluga; in questo caso, dopo Pianazzo, non impegniamo la galleria per Madesimo, ma procediamo diritti. Seguendo le indicazioni del cartello che indica il rifugio Bertacchi ed il lago di Emet, ci mettiamo in cammino su una pista sterrata che sale molto gradualmente, verso una cava, con alcuni tornanti.


Il lago di Emet (clicca qui per ingrandire)

Raggiunta la sommità degli Andossi e superato un muretto a secco, intercettiamo un sentiero che sale, alla nostra destra, da Madesimo. Poco dopo troviamo due sentieri che si staccano sulla destra dalla pista, con segnalazione: ignorato quello che scende a Macolini, imbocchiamo quello per il rifugio Bertacchi ed il lago d’Emet. Ci affacciamo, così, sulla Val Scalcoggia e cominciamo a descrivere un ampio arco che taglia il basso versante meridionale del pizzo Spadolazzo, alternando tratti in piano a brevi salite. Ignorato un sentierino che si stacca sulla destra e che porta al Lago Nero dello Spadolazzo in un’ora e mezza, proseguiamo superando alcuni corsi d’acqua e qualche lastrone. Un tratto un po’ esposto è servito da corda fissa. Il sentiero, infatti, è largo, ma può risultare insidioso in presenza di neve o ghiaccio, ed una targa che ricorda un escursionista vittima di una scivolata sta lì a rammentarci che in montagna la prudenza non è mai troppa (frase fatta, peraltro, ma sempre validissima). Superata una fascia di materiale franoso, approdiamo ai più tranquilli pascoli dell’Emet ed in breve siamo al rifugio Bertacchi, dopo circa un’ora e mezza di cammino (il dislivello approssimativo in salita è 240 metri).


Apri qui una fotomappa della traversata dal passo di Suretta al passo di Emet

RIFUGIO BERTACCHI-PIZZO SPADOLAZZO

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Rifugio Bertacchi-Pizzo Spadolazzo
2 h
530
EE
Macolini (Madesimo)-Pizzo Spadolazzo
3 h e 45 min
1060
EE
SINTESI. Dal rifugio Bertacchi procediamo verso nord-est e poi est, seguendo le indicazioni per il passo di Niemet. Ad un bivio, prima del passo, prendiamo a sinistra, cioè a nord, (scritta "Spadolazzo" su un masso), attraversando un ripiano con alcune pozze. Piegando leggermente a destra superiamo uan piccola porta e siamo ad un corridoio che ospita il laghetto di Spadolazzo. Passiamo a destra del laghetto ma non procediamo sul sentiero che si porta all'uscita del corridoio, bensì pieghiamo a sinistra, ad un paletto con tre liste colorate, rossa, bianca e rossa (vicino al paletto, su un masso, una freccia che ci invita a piegare a sinistra per chi sale). Cominciamo ad inerpicarci su un’erta china erbosa, verso nord. Non c’è propriamente traccia di sentiero (o meglio, questa parte più in basso, dalla riva del laghetto). Salendo a vista, con un po’ di fatica e tendendo leggermente a sinistra, finiamo, però, per intercettarla, più in alto, in corrispondenza di due grandi lastroni di roccia. Passiamo a sinistra dei lastroni e puntiamo ad una grande roccia, sulla quale vediamo un segnavia che, per la sua posizione elevata, è visibile anche dal fondo del vallone. Puntando al segnavia, ci troviamo sul limite di un ripido corridoio erboso, che sale fra due pareti di roccia liscia. È l’inizio di una sequenza di ripidi corridoi fra modeste roccette affioranti. La salita termina ad un pianoro alto, che tagliamo zigzagando fra le roccette. Piegando leggermente a sinistra saliamo, quindi, un breve versante e aggiriamo un saltino roccioso sulla sinistra; procediamo, poi, tenendo sempre la direttrice che porta al fianco del pizzo Spadolazzo. Scesi ad un modesto vallone, risaliamo fra semplici roccette sul lato opposto. Segnavia ed ometti ci portano, quindi, ad una prima ripida china erbosa, che, di fatto, è il primo attacco del versante meridionale del pizzo. Il sentiero, con un traverso a destra ed uno successivo a sinistra (nel quale passiamo sotto un masso che assomiglia molto alle storiche forche caudine, visto che ci costringe ad inginocchiarci), approda ad un versante in gran parte occupato da sfasciumi, fra i quali inizia una ripida e faticosa salita, a zig-zag, fino linea di crinale, in corrispondenza di due grandi ometti (a torre ed a punta di lancia). A destra appare la croce di vetta. Ci separa da essa una larga fascia di massi di dimensioni medio-piccole. La traccia, meno evidente, procede sul limite di sinistra di questa fascia. Il crinale si va assottigliando e propone i passaggi che impongono grande cautela, data la vertiginosa esposizione sul lato di sinistra. Innanzitutto alcune roccette, peraltro ben scalinate. Poco più avanti, un brevissimo passaggio (è solo un passo) su roccia liscia in cima ad uno scivolo di roccia. Alla fine, siamo all’erta china conclusiva sotto la croce. Gli ultimi passi, più tranquilli, seguono la traccia che sale a zig-zag su terriccio rossastro e ci portano alla cima meridionale del pizzo Spadolazzo (m. 2720).


La Val Niemet dal sentiero per il pizzo Spadolazzo (clicca qui per ingrandire)

Vediamo, ora, come salire al pizzo. Dal rifugio, come segnalano chiaramente i cartelli della Comunità Montana della Valchiavenna, partono due sentieri, l’uno, a sinistra, per la località di Montespluga (lo abbiamo descritto sopra come itinerario alternativo di accesso al rifugio), l’altro, a destra, per il passo di Niemet (o Emet), sul confine italo-svizzero. Imbocchiamo questo secondo sentiero (C12, sentiero interregionale Italia-Svizzera), che nel primo tratto procede in piano sul versante erboso che scende alla riva occidentale del lago di Emet. Lasciato il lago alle spalle, passiamo a destra di tre baite dell’alpe di Emet, cominciando a salire, con pendenza moderata, verso destra, in direzione dell’evidente depressione del passo. Superata la prima china, ci affacciamo ad un falsopiano, che precede l’ultima salita prima del rifugio.
Prima che questa inizi, però troviamo un bivio, segnalato da due cartelli, presso un grande masso: procedendo diritti ci portiamo al passo di Niemet, prendendo a sinistra proseguiamo per il pizzo Spadolazzo (come indica anche una grande scritta su un masso). Prendiamo, dunque, a sinistra, su un sentiero meno marcato che, a tratti, diventa debole traccia (segnavia rosso-bianco-rossi e bianco-rossi). Stiamo attraversando un pianoro disseminato da pozze e da eriofori che lavorano di buona lena per interrarle. Passiamo a destra di una prima pozza, nella quale il pizzo Spadolazzo (presenza incombente fin dall’inizio dell’escursione), occhieggiando dietro dolci e pallide rocce montonate, si specchia. Superate altre due micro-pozze, passiamo a sinistra, un po’ più alti, di quel che resta di una più grande pozza prosciugata. Il sentiero, piegando leggermente a destra, dopo una breve salita raggiunge una specie di porta, che ci fa accedere ad una sorta di ripiano suggestivo ed un po’ surreale, disseminato di candide collinette di pallida roccia, dai contorni morbidi e riposanti. Il sentierino si districa fra queste singolari presenze, ed esce alla pianetta che ospita un laghetto. Passiamo a destra del mite specchio d’acqua, imboccando, poi, un corridoio che termina nel passo gemello rispetto a quello di Niemet, posto più ad est. Al termine del corridoio, infatti, si apre al nostro sguardo l’alta val Niemet, percorrendo la quale si può scendere all’alpe Sura, all’alpe di Niemet, ad Innerferrera e ad Ausferrera, raggiungendo, infine, la strada che scende in territorio svizzero dal passo dello Spluga, fra Sufers ed Andeer. Il passo di Niemet è posto leggermente più in basso, a 2299 metri, alla nostra destra.
Siamo, però, fuori strada (ce ne accorgiamo perché i segnavia sono spariti: restano solo alcuni bolli blu). Torniamo, dunque, indietro per un breve tratto, fino ad un paletto con tre liste colorate, ovviamente rossa, bianca e rossa. Non ci avevamo fatto caso: forse serve in caso di neve… Invece, guardando con più attenzione, vediamo, vicino al paletto, su un masso, una freccia che ci invita a piegare a sinistra (per chi sale). Ah, ecco, l’attenzione… Mai perderla, in montagna, anche se il filo dei pensieri che si affollano alla mente spesso ci induce a vagare per i sentieri della nostra esistenza. Dunque, lasciamo il sentiero più marcato e cominciamo ad inerpicarci su un’erta china erbosa, verso nord. Non c’è propriamente traccia di sentiero (o meglio, questa parte più in basso, dalla riva del laghetto). Salendo a vista, con un po’ di fatica e tendendo leggermente a sinistra, finiamo, però, per intercettarla, più in alto, in corrispondenza di due grandi lastroni di roccia. Passiamo a sinistra dei lastroni e puntiamo ad una grande roccia, sulla quale vediamo un segnavia che, per la sua posizione elevata, è visibile anche dal fondo del vallone. Puntando al segnavia, ci troviamo sul limite di un ripido corridoio erboso, che sale fra due pareti di roccia liscia. È l’inizio di una sequenza di ripidi corridoi fra modeste roccette affioranti. Non ci rendiamo conto di dove siamo, di cosa ci attende alla fine della salita.
Alla fine di questa salita (attenzione, comunque, sempre a segnavia – bianco-rossi ma anche bolli gialli - ed ometti, che abbondano), eccoci di nuovo al cospetto del pizzo Spadolazzo, che emerge da un mare caotico di roccette bianche, contornato da spruzzi di pascolo. Alle nostre spalle emerge in tutta la sua eleganza il pizzo di Emet (o Timùn), altero, quasi sprezzante nei suoi eleganti e puliti versanti di rocce e sfasciumi, e sempre dire che è montagna fatta di ben altra pasta. Dobbiamo, ora, attraversare una sorta di pianoro alto, zigzagando fra le roccette. Piegando leggermente a sinistra saliamo, quindi, un breve versante e aggiriamo un saltino roccioso sulla sinistra; procediamo, poi, tenendo sempre la direttrice che porta al fianco del pizzo Spadolazzo, che se ne sta sempre lì, diritto davanti al nostro naso. Scesi ad un modesto vallone, risaliamo fra semplici roccette sul lato opposto. Passiamo alti a sinistra di un bel laghetto, posto in un'amena pianetta, che sembra invitare a scendere per una sosta ristoratrice. Alla nostra destra appaiono, poi, anche altri laghetti, uno dei quali ghiacciaio anche a stagione inoltrata. Il più bello dei laghi del comprensorio, però, il lago Ghiacciato, resta nascosto, oltre questi laghetti. Sullo sfondo, le pareti scure e corrucciate del piz Ursaregls (m. 2835) e Veneroccal (m. 2763).
Segnavia ed ometti ci portano, quindi, ad una prima ripida china erbosa, che, di fatto, è il primo attacco del versante meridionale del pizzo. Il sentiero, con un traverso a destra ed uno successivo a sinistra (nel quale passiamo sotto un masso che assomiglia molto alle storiche forche caudine, visto che ci costringe ad inginocchiarci), approda ad un versante in gran parte occupato da sfasciumi, fra i quali inizia una ripida salita, zigzagando. Terriccio subdolo e roccette lisce ci impongono un surplus di attenzione. Questa faticosa salita ci porta alla linea di crinale, in corrispondenza di due grandi ometti (a torre ed a punta di lancia). Vediamo, finalmente, alla nostra destra, la croce di vetta. Ci separa da essa una larga fascia di massi di dimensioni medio-piccole. La tentazione è quella di traversare in diagonale, ma è meglio seguire la traccia che, anche se meno evidente, procede sul limite di sinistra di questa fascia. Il crinale si va, quindi assottigliando, e propone i passaggi che impongono la maggiore cautela, data la vertiginosa esposizione sul lato di sinistra. Innanzitutto alcune roccette, peraltro ben scalinate (per la verità la traccia passa alla loro sinistra, ma è tale l’esposizione che molti preferiranno questi gradini di roccia). Poco più avanti, un brevissimo passaggio (è solo un passo) su roccia liscia in cima ad uno scivolo di roccia (e qui manifestiamo tutto il nostro affetto ad un provvidenziale spuntone alla nostra sinistra abbracciandolo appassionatamente). Alla fine, eccoci all’erta china conclusiva sotto la croce. Gli ultimi passi, più tranquilli, seguono la traccia che sale a zig-zag su terriccio rossastro.


Val Niemet (clicca qui per ingrandire)

La vetta del pizzo Spadolazzo è raggiunta dopo un paio d’ore di cammino dal rifugio Bertacchi (il dislivello approssimativo è di 530 metri; l’escursione da Macolini comporta, dunque, nel complesso circa 3 ore e mezza di cammino, per un dislivello approssimativo di 1060 metri). La grande croce di vetta è stata posta nel 1963, per commemorare il centenario dalla fondazione del CAI. Una targa reca scritto: “Gli alpinisti di Madesimo insieme a quelli dell’intera Valchiavenna celebrandosi il secolo del Club Alpini Italiano hanno eretto questa croce sulla vetta dello Spadolazzo simbolo di fede delle genti affratellate negli ideali dello spirito. 18 agosto 1963”. 
Bellissimo il panorama. L’intera corona delle cime della Valle Spluga si squaderna di fronte al nostro sguardo. Riecco, dunque, cime già viste, accanto a cime nuove. Partiamo da sud-ovest, descrivendo un arco in senso orario. Aprono la carrellata i pizzi Sevino (m. 3025) e Quadro (m. 3013), sulla testata della Valle del Drogo. Seguono il pizzo della Sancia (m. 2861) e la cima di Barna (m. 2862). Ed ancora, ad ovest, i pizzi Piani (m. 3148 e 3158) ed il pizzo Ferrè (el farée, m. 3103), la cima di Val Loga (m. 3004) ed pizzo Tambò (el tambò, m. 3274). A nord, in primo piano, il gruppo del Suretta (el surèta, m. 3027), ed alla sua destra i già citati pizzi Ursaregls (m. 2835) e Veneroccal (m. 2763). Sul fondo della Val Niemet si apre una bella finestra sulle alpi svizzere. Poi, sul fianco orientale della medesima valle, l’arrotondato piz Palü (m. 3172) ed il già menzionato pizzo di Emet, o Timùn (m. 3208). A sud, sul fondo, uno scorcio delle cime della Val Bodengo. Molto bello è anche in colpo d’occhio, in basso, sulla conca di Madesimo e, ad ovest, sul bacino artificiale di Montespluga.
Il sentierino prosegue, oltre la cima, seguendo la crestina. Si tratta del Trekking della Valle Spluga, che, seguendo il crinale, scende al passo di lago Nero, risale alla punta Levis (m. 2690), si abbassa al passo di Suretta (m. 2580) e poi affronta il versante di sfasciumi per approdare al colle sul qale è posto il bivacco Suretta (m. 2748). Si tratta di un percorso che richiede esperienza escursionistica ed attrezzatura adatta (compresi ramponi, che possono servire). Noi, invece, torniamo al rifugio per la medesima via di salita, e di qui all’automobile.

 

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CARTA DEL PERCORSO sulla base della Swisstopo, che ne detiene il Copyright. Ho aggiunto alla carta alcuni toponimi ed una traccia rossa continua (carrozzabili, piste) o puntinata (mulattiere, sentieri). Apri qui la carta on-line

Mappa del percorso - particolare della carta tavola elaborata da Regione Lombardia e CAI (copyright 2006) e disponibile per il download dal sito di CHARTA ITINERUM - Alpi senza frontiere

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