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Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti; EEA/F=per escursionisti esperti con facili passi di impegno alpinistico)
Passo dello Spluga-Pizzo Tambò
4h
1210
EEA/F
Passo dello Spluga-Laghetti del Tamborello
2 h e 30 min.
720
EE
SINTESI. Parcheggiata l'auto appena prima della dogana al passo dello Spluga, attraversiamo la strada e troviamo un cartello con indicazione "Tambò". Qui parte un marcato sentiero (senza segnavia) che risale ripido il versante di pascoli, seguendo approssimativamente il confine italo svizzero. Raggiunte le prime pietraie ed i primi nevai, passiamo a destra, un po' alti, del laghetto del Tamborello (m. 2751). Non proseguiamo diritti, ma tagliamo leggermente a sinistra, seguendo gli ometti e passando da nevai a costoni di roccette, fino a raggiungere la sommità di un cupolone nevoso (così appare in inverno), il Pan di Zucchero, per poi scendere alla vedretta della Spianata, che traversiamo in leggera salita. Attacchiamo poi una ripida rampa di sfasciumi, seguendo un sentierino che in vista della cuspide terminale piega a sinistra e conduce ad una porta sorvegliata da due ometti. Oltre la porta ci appoggiamo al versante meridionale e seguiamo l'esile traccia di sentiero terroso che serpeggia fra placche rocciose. Con qualche facile arrampicata ( esposizione alle spalle) siamo al grande ometto ed alla croce di cima (m. 3279) .


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Il pizzo Tambò, con i suoi 3279 metri, rappresenta il tetto della Valle Spluga (o Val San Giacomo o, ancora, come da queste parti si preferisce dire con storico orgoglio, la Val di Giüst) e ne presidia l'angolo nord-occidentale, affermando con orgoglio che le alpi Lepontine non temono il confronto quanto ad imponenza con le dirimpettaie alpi Retiche (siamo, infatti, proprio sul confine, rappresentato dal passo dello Spluga, fra queste due grandi sezioni della catena alpina). Per la sua discreta accessibilità ed il panorama eccezionale è una cima assai frequentata, sia d'estate che nelle stagioni dello sci-alpinismo. La prima ascensione nota è quella di Johann Jacob Wellenmann che, accompagnato da una guida, ne raggiunse la vetta nel luglio del 1859, ma probabilmente non fu la prima in assoluto. Non è chiaro l'etimo, considerato anche che sul versante svizzero il nome suona con accento piano, “Tàmbo”. Se il pizzo prende il nome dall'omonimo alpeggio svizzero, si può ipotizzare l'origine da “campo”, alterato in “tampo” dalle popolazioni Walser. Ma si può ipotizzare anche una derivazione dal latino medievale “tumba”, cioè “tumulo”, nel significato di luogo sopraelevato.


Panorama sulla Valle Spluga dal sentiero di salita (clicca per ingrandire l'immagine)

La salita a questa bella cima comporta però una difficoltà che oltrepassa i limiti dell'escursionismo, ancorché esperto, dal momento che nell'ultimo tratto avviene su roccette esposte, con passi di arrampicata sicuramente semplici (purché non vi sia neve ed il terreno sia asciutto), ma che richiedono comunque una qualche esperienza. Le insidie della cima non terminano qui: se le condizioni di visibilità si fanno precarie, è facile perdere l'orientamento, soprattutto nell'ultimo tratto. Da ultimo, ci sono da attraversare nevaietti anche ripidi che, con neve dura, rendono consigliabilissimi i ramponi. Per non lasciare delusi coloro che non si sentono in grado di affrontare tutto ciò segnaliamo però che la prima parte della salita può terminare agli ampi gradoni che ospitano un complesso di sette fra laghetti e pozze, chiamati “Laghetti del Tamborello”, meta più che meritevole di un'escursione a sé stante.

L'ascensione parte dal passo dello Spluga, valico carico di enorme significato storico, anche se dopo il traforo del San Gottardo ha perso la sua valenza strategica. Ai 2113 metri del passo si sale lungo la ss. 36 dello Spluga, da Chiavenna, passando da Campodolcino e, alla galleria di Madesimo, lasciandola a destra e proseguendo diritti fino a Montespluga. Poco oltre, appunto, il passo.


Panorama dal sentiero di salita al pizzo Tambò (clicca per ingrandire l'immagine)

Lasciata l'automobile nello spiazzo a lato del casello di confine italiano, attraversiamo la strada e, sul lato opposto, imbocchiamo un marcato sentiero trovando, dopo pochi metri, un cartello che dà (molto ottimisticamente) il pizzoTambò a 3 ore. E' la prima ed ultima indicazione: non troveremo altri cartelli, così come non vedremo alcun segnavia. Per tutta la prima parte della salita non c'è, però, problema, perché procediamo su un sentiero sembre ben visibile, risalendo le ripide balze erbose ad ovest del passo dello Spluga. Dopo un breve tratto, troviamo un filo di recinzione che segna il confine di stato: una piccola porta ci consete di mettere piede in territorio elvetico. Il sentiero prosegue deciso nella salita e troviamo i primi ometti, preziosa compagnia a cui prestare la massima attenzione per tutto il resto dell'ascensione. Diritta sopra il nostro naso la cima quotata 2669 metri e denominata sulla carta IGM e sulla Carta Nazionale Svizzera “Pizzo Tamborello”, denominazione che però dovrebbe più correttamente riferirsi alla successiva elevazione di 2862 metri, sulle carte denominata “Lattenhorn”. Per ora, nessuno spiraglio si apre sulla nostra neta. Alle nostre spalle, invece, sulla verticale del passo dello Spluga, è il pizzo Suretta ad imporsi allo sguardo.
Il sentiero raggiunge il filo del crinale che si affaccia sugli ampi pascoli in territorio elvetico. Dopo un'ora buona di cammino cominciamo a trovare i primi nevai, che segnalano un paesaggio che va mutando: agli ultimi pascoli si sostituiscono le pietraie di alta montagna. Gli ometti ci segnalano un percorso che alterna la traversata dei primi facili nevai alla progressione su roccette e sfasciumi. In salita non ci sono problemi, ma nella discesa, con le scarpe bagnate, dobbiamo considerare che le scivolate non sono improbabili.


Panorama dal sentiero di salita al pizzo Tambò (clicca per ingrandire l'immagine)

Eccoci, così, di fronte al Lattenhorn, o Tamborello, che dir si voglia, una cupola arrotondata che mostra una facile via di accesso che segue la sua cresta orientale. Poi, all'improvviso, ecco, a sinistra del Tamborello, spuntare la cuspide sommitale del pizzo Tambò, che sembra irridere, con il suo slanciato profilo, quello tozzo del pizzo minore. Il percorso passa non lontano dal piede del versante meridionale del Tamborello, superando una sella oltre la quale, in basso, alla nostra sinistra, appare il più grande dei laghetti del Tamborello, parzialmente ghiacciato ancora all'inizio della stagione estiva.


Panorama dal sentiero di salita al pizzo Tambò (clicca per ingrandire l'immagine)

Come già detto, per chi non si sente di affrontare difficoltà alpinistiche facili, la meta è quasi raggiunta: si tratta di scendere alle sue rive proseguendo verso sud-ovest, cioè lasciando sul lato destro il percorso dell'ascensione e procedendo fra sfasciumi e chiazze di nevaio. Raggiungiamo così la riva settentrionale del laghetto superiore di Tamborello (m. 2751). Il laghetto è posto in una conca che fa parte di un più ampio ripiano. Procedendo a vista verso sud, ci affacciamo ai successivi gradoni, dove sono posti gli altri laghetti e qualche pozza minore. Vediamo subito il laghetto di quota 2710, al quale scendiamo cercando a vista il percorso più semplice. Dopo averlo raggiunto, ci affacciamo al più ampio ripiano che ospita il laghetto quotato 2672 metri. Scendiamo ancora e, procedendo con cauela fra nevaietti, sfasciumi e roccette, Proseguendo verso sud troviamo altre pozze e possiamo infine salire al Motto del Belvedere (m. 2690), che, come dice il nome, ci offre un panorama amplissimo sulla Valle Spluga. Oltre non procediamo, perché siamo sulla soglia di pericolosi salti rocciosi. Termina dunque qui l'escursione ai laghetti del Tamborello.
Torniamo al racconto dell'ascensione. Giunti in vista del laghetto più alto del Tamborello, proseguiamo salendo e tagliando la parte alta di un ripido nevaio, restando quindi altri rispetto al laghetto. Il pizzo Tambò si mostra ora più chiaramente, e da qui sembra dvavero di difficile accesso. Mettiamo poi piede su un altro nevaio, mentre davanti a noi si profila, in alto, una sorta di cupola nevosa chiamata “Pan di Zucchero” (ben visibile però solo in periodo invernale e primaverile). Alla sua destra un ripido canalino nevoso. Non procediamo però nella sua direzione, ma tagliamo in diagonale a sinistra, risalendo un costone di roccette (sono sempre gli ometti a dettare il percorso). Tagliamo in diagonale un ulteriore nevaio e mettiamo piede su una rampa di roccette che ci porta ad una selletta nevosa: siamo al Pan di Zucchero. Alla nostra sinistra vediamo una modesta elevazione rocciosa (il culmine della quota 3096), che si affaccia ad un salto roccioso, Qui sono state poste una targa ed una croce che ricordano la memoria di Franco Deghi (1957-2015), con il testo “La tua traccia profonda e sicura ci precede sempre, mentre ci guidi e ci fai vedere un angolodi paradiso… Grazie”. Su una vicina targa è scritto: “No, la corda non si è spezzata. I suoi nodi non si sono sciolti… è solo diventata più lunga, ora parte dal cielo”. Anche questa potrebbe essere la meta di una bella escursione: il panorama è superbo, soprattutto verso sud, dove si mostra in primo piano il pizzo Ferrè con il suo ghiacciaio.
Per proseguire, seguiamo sempre gli ometti che ci fanno scendere fra facili roccette alla parte alta della Vedretta della Spianata, che attraversiamo in prossimità del suo limite, in falsopiano. Alla fine siamo ai piedi di una rampa di sfasciumi, che scende dal fianco orientale del pizzo Tambò, di cui intravvediamo la croce sommitale. Inizia ora la parte più faticosa ed impegnativa dell'ascensione. Un sentierino di terriccio infido serpeggia fra i caotici massi, con pendenza severa, che si accentua gradualmente. Lasciamo alla nostra destra due nevaietti e pieghiamo leggermente a sinistra, procedendo in diagonale verso una portina segnata da un masso infisso a mo' di punta di lancia, sul lato sinistro, e da un ometto su un grande masso, sul lato destro.
La porta ci fa accedere al versante meridionale del pizzo, che, di primo acchito, non ci fa certo una bella impressione. La cima è vicina, ma è proprio l'ultimo tratto a riservare le difficoltà maggiori. Innanzitutto memorizziamo bene il masso con l'ometto (eccezionalmente intravvediamo anche due bolli rossi) per il ritorno. Oltre la portina, si trova uno stretto sentierino di antipaticissimo terriccio che prosegue diritto tagliando il fianco. Non lo seguiamo: dopo pochi passi, infatti, guardando in alto alla nostra destra vediamo un ometto che ci segnala che la via di salita deve procedere verso nord, sulle roccette non difficili, ma esposte. Unico vantaggio: abbiamo l'esposizione alle spalle, e non di fianco, e questo forse ci impressiona un po' meno. Con un po' di fiuto procediamo a zig-zag co facili passi di arrampicata, trovando qua e la la traccia beffarda del sentierino. In breve, però, superato l'ultimo passaggio un po' delicato su un masso-scalino con l'ostacolo di un sovrastante roccione che non ci costringe ad inarcarci un po', vediamo la cima con un nevaio. Dopo pochi passi, ecco alla nostra destra un grande ometto, posto appena sopra la piccola croce di vetta del pizzo Tambò (m. 3279). Le tre ore preanninciate dal cartello sono probabilmente diventate quattro, ma di questo ormai ci importa poco.

Il panorama è davvero di prim'ordine. A sud-est vediamo la Valle Spluga e la Valchiavenna, quasi tremila metri più in basso. Il pizzo di Prata sembra dominare la piana di Chiavenna. Procedendo in senso orario, ecco in primo piano il già citato pizzo Ferrè con il suo ghiacciaio e, alla sua destra, le cime gemelle dei pizzi Piani. Alle loro spalle si distinguono, sempre sulla catena delle alpi Lepontine della Valchiavenna, i pizzi Quadro, Sevino e Forato. A sud-ovest la candida cupola del pizzo Bianco, la sella della bocchetta de Curciusa e la mole tozza del piz de la Lumbreida, in territorio elvetico. Poi lo sguardo compie un enorme balzo verso l'orizzonte lontano, scorgendo il monte Rosa, il Cervino e le imponenti cime del Vallese e dell'Oberland Bernese. Verso nord-est vediamo poi, ben più vicine, il pallido Pizzo Uccello e l'Einshorn. A nord ecco l'ampia valle del Reno, oltre la quale si distinguono le cime del Tödl e l'affilato Scharhorn. Ecco poi in primo piano la Valle Spluga elvetica, con le chiare cime dello Steilerhorn e dello Alpenschelihorn che dominano il nucleo di Splügen. Ad est-nord-est le creste degli Schwarzerhörner si congiungono con il gruppo del Suretta, che abbiamo già ammirato nella salita ed alle cui spalle vediamo i pizzi Por e Platta. Alla loro destra i pizzi Arbatsch e Grisch. A sud-est il lago di Montespluga e, alle sue spalle, il pizzo di Emet. Alle sue spalle i gruppo del Bernina. Alla sua destra il pizzoStella, alle cui spalle si stagliamo le cime del gruppo del Masino, viste dall'interessante prospettiva della Val Bregaglia.

Le fatiche sono dunque ampiamente ripagate. Non resta che scendere, moltiplicando l'attenzione, perché il terriccio è davvero infido, cercando con attenzione la via di salita, ed in particolare la portina citata, e proseguendo anche su terreno più tranquillo prestando attenzione ad ogni passo ed agli ometti.


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CARTA DEL PERCORSO sulla base della Swisstopo, che ne detiene il Copyright. Ho aggiunto alla carta alcuni toponimi ed una traccia rossa continua (carrozzabili, piste) o puntinata (mulattiere, sentieri). Apri qui la carta on-line


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