CARTA DEL PERCORSO


La parete nord del pizzo Tresero

Il pizzo Tresero (m. 3594, chiamato in passato dai forbaschi Pich Alt, più recentemente Piz Treseir) è una delle più celebrate e frequentate cime dell’alta Valtellina. Trae il suo nome dall'alpe sottostante, e quindi l'etimo più probabile è "tres", cioè "mucchio di fieno" (ma è stata ipotizzata anche la derivazione dal latino "trans ire", cioè "andare oltre", "transitare").
Il suo profilo imponente è fra i più visibili e superbi della Valfurva. Venne salito per la prima volta da topografi che lavoravano alla Carta della Lombardia 1:86400 dell’Istituto Geografico Milanese. Il 28 giugno 1865 vi salirono gli alpinisti Backhouse, Fox, Freshfield, Tuckett, Devouassoud e Michel. La prima donna a porvi piede fu Carolina Galli, nel 1875.


Dalla punta San Matteo al pizzo Tresero

Nel 1884 la Guida alla Valtellina edita, a cura di Fabio Besta, dal CAI di Sondrio dedica al pizzo un ampio spazio: “Quella stupenda piramide bianca elegante e snella, che sorge quasi verticale dietro la fonte di S. Caterina, tanto rapisce per la venustà delle forme che lo sguardo non sa staccarsene e ti desta un desiderio irresistibile di salirla: è il Tresero o Pizzo Alto.” Così scrive il Siber Gysi. E in fatto il fascino di questa candida cima è tale che i visitatori che ebbe, dopo l’anno 1865 in cui la salirono per la prima volta i signori Tuckett e Freshfield, ormai non si contano più. Ed ebbe anche molte gentili visitatrici italiane e straniere.


Apri qui una panoramica sulle tredici cime ed il pizzo Tresero (a destra)

Seguendo la via più battuta e più facile, si risale la Val Gavia fino a metà strada tra il Ponte delle Vacche e quello di Preda, poi si salgono le balze orientali fino al ghiacciaio del Tresero. Il portarsi sulla vedretta, che al principio è tormentata da crepacci, presenta le sole difficoltà della salita, poche per vero dire. Si percorre il ghiacciaio per oltre un’ora fino all’erto spigolo di roccia che lo separa dalla vedretta Dosegù. È facile allora o inerpicarsi su pei micascisti di questa cresta, la buona parte non coperta di ghiaccio, o girarla a destra per entrare nella Vedretta Dosegù sopraddetta, che qui nella sua parte più alta ha moderato pendio. L’uno e l’altro cammino guidano alla bocchetta che sta a occidente del Tresero circa 45 m. sotto la cima estrema. La salita si compie girando a destra per l’erta e sottile cresta di ghiaccio. In questo tratto, se la neve è dura, devonsi tagliare parecchi gradini… La cima del Tresero è ristretta, quadrangolare e coperta di ghiaccio: il suo panorama è fra i più grandiosi.


Punta Pedranzini e pizzo Tresero

Qualche decennio dopo anche questa cima ebbe la triste sorte di fungere da scenario della guerra fra Italiano ed Austro-Ungarici (tracce dei trinceramenti si vedono ancora poco sotto la vetta). Fu conquistata nel giugno del 1917 dagli Italiani, mentre gli Austro-Ungarici restavano trincerati sul vicino San Matteo.
A distanza di oltre centotrent’anni dalle note della Guida alla Valtellina il ghiacciaio del Dosegù si è drasticamente ridotto e si può percorre il tratto di cresta, a stagione inoltrata, senza trovare neppure neve.


Apri qui una panoramica sul ghiacciaio dei Forni e sul pizzo Tresero (a destra)

RIFUGIO BERNI AL GAVIA - PIZZO TRESERO

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Rifugio Berni al Gavia-Ponte dell'Amicizia-Vallone del Dosegù-Pizzo Tresero
4 h
1070
EE
SINTESI. Lasciamo, all’ingresso di Bormio (per chi sale in Alta Valtellina), la strada statale dello Stelvio per prendere a destra, imboccando l'ex strada statale 300 del Gavia. Ignorata la deviazione a destra per Piatta e Bormio 3000, usciamo da Bormio e proseguiamo diritti passando per S. Antonio e S. Nicolò Valfurva e raggiungendo S. Caterina Valfurva. Proseguiamo diritti provinciale 29 che risale la Valle del Gavia. Dopo una serie di tornanti, la strada esce all’aperto, ed effettua un traverso che, superato il punto nel quale è collocata la sbarra che la chiude nel periodo invernale, porta al ponte dell’Alpe (pont da l'alp, m. 2294). Proseguiamo diritti e raggiungiamo il lungo traverso diritto che termina al passo del Gavia. Non ci portiamo, però, fino al passo, ma ci fermiamo 2 km prima, al km. 11, quando vediamo, sulla destra della strada, il rifugio Berni al Gavia (m. 2545). Restando sul medesimo lato rispetto alla strada scendiamo verso est al torrente Gavia, che superiamo su un ponticello. Il sentiero passa accanto all’abbandonato rifugio Gavia e ci porta ad un bivio, al quale prendiamo a sinistra (nord-est), seguendo le indicazioni per il pizzo Tresero ed il ponte dell’Amicizia (dato a 30 minuti), in direzione all’ampio vallone del Dosegù. Prendendo a destra ad un bivio, procediamo sulla traccia marcata con alcuni saliscendi su dossi erbosi ed attraversiamo il Pian Bormino (plan bormìn). Entriamo così nel vallone (o valle) di Dosegù. Raggiunto il torrente Dosegù, lo superiamo sullo stretto Ponte dell’Amicizia. Subito dopo, ad un nuovo bivio, lasciamo a sinistra il sentiero che traversa a mezza costa verso la Valle di Forni e prendiamo a destra, addentrandoci, verso nord-est, nel vallone del Dosegù. Seguiamo il marcato sentiero che si lascia alle spalle gli ultimi magri pascoli e si destreggia fra gli sfasciumi. Saliamo, piegando leggermente a sinistra (nord-nord-est) sul versante meridionale del Colle Placido ed alla nostra destra si mostra la tormentata vedretta o ghiacciaio del Dosegù, sovrastata dalla massiccia ed arrotondata Punta San Matteo (m. 3678), che, curiosamente, è quotata esattamente come un'altra illustre cima della Provincia di Sondrio, il monte Disgrazia. Procedendo diritti passiamo a lato di una conca morenica che ha stagione avanzata mostra un microlaghetto ed alcune pozze, generate dalla fusione di un nevaio. Attacchiamo poi un versante più ripido, che ci porta ai piedi della vedretta (o ghiacciaio) di Punta Pedranzini. A questo punto abbiamo due possibilità. Puntando a sinistra superiamo il bordo crepacciato del ghiacciaio e ci avviciniamo gradualmente alla cresta sud-occidentale del pizzo Tresero, toccandola ad una quota di circa 3300 metri e seguendola fino al bivacco Seveso (m. 3398). Restando sempre sulla cresta aggiriamo scendendo leggermente a sinistra, mettendo piede sulla neve, un risalto roccioso. Tornati sulla cresta e proseguendo verso nord in breve siamo alla cima del pizzo Tresero (m. 3594). Essendo però la cresta esposta e poco raccomandabile alle persone impressionabili, può essere comsigliabile proseguire la salita stando più al centro del vallone. Raggiunto il ghiacciaio e calzati i ramponi, lo saliamo piegando gradualmente a sinistra. Restiamo poco distanti dalla cresta e passiamo così sotto lo scatolone giallo del bivacco Seveso, che fa capolino dalla compatta balconata di rocce rossastre. Poi la pendenza si accentua e giungiamo in vista della grande croce della cima del pizzo Tresero. Superata la balconata di rocce rossastre, ci avviciniamo ad un canalone di sfasciumi sul cui lato destro notiamo un piano inclinato con una corda fissa sul lato destro. A destra del canalone le cupe rocce del versante meridionale del pizzo Tresero. Aiutati dalle corde fisse saliamo il canalone, abbastanza ripido ma non eccessivamente, e finalmente ci portiamo sulla cresta meridionale del Tresero, che qui è larga e tranquilla. Prendiamo a destra e saliamo l’ultimo breve tratto che si porta alla grande croce del pizzo Tresero, a quota 3594 (posta appena sotto la cima, che è a quota 3602).


Apri qui una fotomappa del percorso di salita dal Ponte dell'Amicizia al Pizzo Tresero

Per effettuare la salita, che richiede esperienza escursionistica ma non propone difficoltà alpinistiche, dobbiamo lasciare, all’ingresso di Bormio (per chi sale in Alta Valtellina), la strada statale dello Stelvio per prendere a destra, imboccando l'ex strada statale 300 del Gavia. Ignorata la deviazione a destra per Piatta e Bormio 3000, usciamo da Bormio e proseguiamo diritti passando per S. Antonio e S. Nicolò Valfurva e raggiungendo S. Caterina Valfurva. Proseguiamo diritti sulla provinciale 29 che risale la Valle del Gavia. Dopo una serie di tornanti, la strada esce all’aperto, ed effettua un traverso che, superato il punto nel quale è collocata la sbarra che la chiude nel periodo invernale, porta al ponte dell’Alpe (pont da l'alp, m. 2294). Proseguiamo diritti e raggiungiamo il lungo traverso diritto che termina al passo del Gavia. Non ci portiamo, però, fino al passo, ma ci fermiamo 2 km prima, al km. 11, quando vediamo, sulla destra della strada, il rifugio Berni al Gavia (m. 2545), dedicato al capitano degli Alpini Arnaldo Berni caduto sul San Matteo il 3 settembre 1918, costruito nel 1933 dalla sezione di Mantova del CAI ed ora di proprietà del CAI di Brescia.


Il rifugio Berni al Gavia

Parcheggiamo allo slargo sulla sinistra della strada, vicino al monumento piramidale, in granito, eretto nel 1927, sormontato da un’aquila di bronzo e dedicato a tutti i soldati caduti fra queste montagne durante la Prima Guerra Mondiale. Restando sul medesimo lato rispetto alla strada scendiamo verso est al torrente Gavia, che superiamo su un ponticello. Il sentiero passa accanto all’abbandonato rifugio Gavia e ci porta ad un bivio, al quale prendiamo a sinistra (nord-est), seguendo le indicazioni per il pizzo Tresero ed il ponte dell’Amicizia (dato a 30 minuti), in direzione all’ampio vallone del Dosegù. Prendendo a destra ad un bivio, procediamo sulla traccia marcata con alcuni saliscendi su dossi erbosi ed attraversiamo il Pian Bormino (plan bormìn).


Il vallone del Dosegù

Entriamo così nel vallone (o valle) di Dosegù. Raggiunto il torrente Dosegù, lo superiamo sullo stretto Ponte dell’Amicizia. Subito dopo, ad un nuovo bivio, lasciamo a sinistra il sentiero che traversa a mezza costa verso la Valle di Forni e prendiamo a destra, addentrandoci, verso nord-est, nel vallone del Dosegù. Seguiamo il marcato sentiero che si lascia alle spalle gli ultimi magri pascoli e si destreggia fra gli sfasciumi. Saliamo, piegando leggermente a sinistra (nord-nord-est) sul versante meridionale del Colle Placido ed alla nostra destra si mostra la tormentata vedretta o ghiacciaio del Dosegù, sovrastata dalla massiccia ed arrotondata Punta San Matteo (m. 3678), che, curiosamente, è quotata esattamente come un'altra illustre cima della Provincia di Sondrio, il monte Disgrazia. Procedendo diritti passiamo a lato di una conca morenica che ha stagione avanzata mostra un microlaghetto ed alcune pozze, generate dalla fusione di un nevaio. Attacchiamo poi un versante più ripido, che ci porta ai piedi della vedretta (o ghiacciaio) di Punta Pedranzini (fino a qualche decennio fa si parlava dell'unica vedretta del Dosegù, ma la sua divisione in due rami ha portato a nominare quello occidentale ghiacciaio di Punta Pedranzini, dalla cima che lo sovrasta).


Sentiero per il ponte dell'Amicizia

Vallone del Dosegù

salita nel vallone

A questo punto abbiamo due possibilità. Puntando a sinistra superiamo il bordo crepacciato del ghiacciaio e ci avviciniamo gradualmente alla cresta meridionale del pizzo Tresero, toccandola ad una quota di circa 3300 metri e seguendola fino al bivacco Seveso (m. 3398). Restando sempre sulla cresta aggiriamo scendendo leggermente a sinistra, mettendo piede sulla neve, un risalto roccioso. Tornati sulla cresta e proseguendo verso nord in breve siamo alla cima del pizzo Tresero (m. 3594).


Salita sul ghiacciaio

Bivacco Seveso

La cresta sud-occidentale del pizzo Tresero

Essendo però la cresta esposta e poco raccomandabile alle persone impressionabili, può essere consigliabile proseguire la salita stando più al centro del vallone. Raggiunto il ghiacciaio e calzati i ramponi, lo saliamo piegando gradualmente a sinistra. Restiamo poco distanti dalla cresta e passiamo così sotto lo scatolone giallo del bivacco Seveso, che fa capolino dalla compatta balconata di rocce rossastre. Poi la pendenza si accentua e giungiamo in vista della grande croce della cima del pizzo Tresero. Superata la balconata di rocce rossastre, ci avviciniamo ad un canalone di sfasciumi sul cui lato destro notiamo un piano inclinato con una corda fissa sul lato destro. A destra del canalone le cupe rocce del versante meridionale del pizzo Tresero. Aiutati dalle corde fisse saliamo il canalone, abbastanza ripido ma non eccessivamente, e finalmente ci portiamo sulla cresta meridionale del Tresero, che qui è larga e tranquilla. Prendiamo a destra e saliamo l’ultimo breve tratto che si alla pianetta dove è collocata la grande croce del pizzo Tresero, a quota 3594. Poco più in alto, a quota 3602, la cima vera e propria.


Salita sul ghiacciaio

Salita sul ghiacciaio

Salita sul ghiacciaio

Salita sul ghiacciaio

Salita alla cresta

Salita alla cresta

Il superbo panorama che la cima regala è ben descritto nella citata Guida alla Valtellina del 1884:
La cima del Tresero è ristretta, quadrangolare e coperta di ghiaccio: il suo panorama è fra i più grandiosi. Esso si spazia senza confini sopra un numero sterminato di cime, di ghiacciai e di valli. Ma lasciamo che parli il sig. Felice Liebenskind: “Niuna sommità è più propizia di quella del Tresero per abbracciare d’un solo sguardo tutta la catena dell’Ortler colle, sue cime più importanti. In ampio semicerchio l’occhio comprende l’intero tratto dal Monte Video (?) fino alla punta di S. Matteo, e più a sud la Presanella e l’Adamello colle vette dipendenti. Giù nel profondo giace, appena visibile. S. Caterina. Si riconoscono la casa dei Bagni, la terrazza, le sorgenti e l’ospizio. Terminata a destra dalle pronunciate forme del Confinale, ed a manca dal Sobretta, riposa l’oscura Val Furva: oltre sta il bacino di Bormio e la Valdidentro tinte in magnifico verde, e quali stelluzze e strisce biancastre appariscono le case dei borghi. Più in là si estende, colorata in roseo ai raggi del mattino, la lunga catena del Bernina colle sue fantastiche cime. Ed oltre queste un vero oceano di punte di ghiaccio. Non iscorderò il Monte Rosa e l’affilata punta del Piz Linardo che maestosi sorgono da quell’infinito caos. Il Monte Bianco appena si discerne.


Canalino con corda fissa

Croce sotto la cima del pizzo Tresero

Discesa al ghiacciaio

A settentrione si presenta tutta la giogaja dell’Ortler e quella del Monte Cristallo che corre a levante. Il nome dato a quest’ultima cima non poco mi sorprende, giacchè le rupi scoscese che ne formano le pareti e si diramano verso la Valle Zebrù non giustificano punto tale denominazione; il loro colore non ha nulla in comune con ciò che ordinariamente s’intende sotto l’appellativo di cristallo. Dal Tresero l’Ortler Spitz non appare così imponente come dalla sommità Schönestauf nella Valle di Suldner. Dell’Ortler si vede soltanto la parte inferiore sud-est, buon pezzo del verde poggio superiore dello stesso, la punta sottile e la parte meridionale di quel colle di neve che la modella. Quivi si congiunge l’ampio dorso del Zebrù che cadendo forma un giogo ancor privo di nome (?), indi risale sveltamente alla Königspitze, la quale pare più alta dello stesso Ortler. Quindi discende una ripidissima cresta… Questa cresta continua quasi piana per un bel tratto in forme varie di punte e si rialza a quella del Confinale, che inensibilmente scende verso Val Furva terminando questo piccolo braccio. La Königspitze cala sul Königsjoch, e la cresta s’innalza di poi a tre piccole punte nella sua parte meridiana, il Cevedale. Tutte queste alture, ancorchè appajano meschine a motivo dell’elevato ghiacciaio Cedeh (8000 piedi), raggiungono però i 10.000 piedi, e vedute dalla Valle di Suldner appariscono quasi picchi predominanti…


Apri qui una panoramica sul gruppo dell'Ortles ed il monte Confinale visti dalla cima del pizzo Tresero

Due delle sommità del Cevedale sono visibili: esso si protende verso il mezzodì formando altre due punte al suo termine; non saprei se queste debbano chiamarsi del Monte Rosole. La eduta è sorprendente: chiara si scorge tutta l’addentellata catena meridionale; dal Palon della Mare scende il grande ghiacciaio dell’Ortler e la vedretta del Forno. Una parte di quella si precipita ad oriente piegando sul dosso di rupe contrassegnato da Payer col nome di Scala; l’altra discende come rovinoso torrente, appoggiata a questa sporge tra Vioz e Saline una piccola rupe a forma di parete; dalla Punta Cadini discende un secondo fiume di ghiaccio che poco più sotto si congiunge col primo e con quello della cresta che unisce il Tresero alla Punta di S. Matteo, ove esso ricade verso la Valle Cedeh. La catena a denti del Palon della Mare, se eccettui alcuni intagli inferiori, presenta delle sommità ben formate come Vioz, Saline, ecc. e così fino alla meravigliosa di S. Matteo tutta di ghiaccio ed ultima della giogaja, che rapidamente scende nella valle per risollevarsi al Corno dei Tre Signori, fondendosi colla catena della Presanella. La cresta viene abbasso dalla Punta di S. Matteo e termina appunto colà dove mi trovava. Essa è acuta, poco interrotta da rupi, ma non è agevol cosa, per quanto appaia seducente, salire da essa alla Punta di S. Matteo. A sud s’innalza una parete ampia e diseguale, la Presanella, colle sue cime fantasticamente frastagliate, ed in ultimo, come un pane di zuccaro, l’Adamello.


L'Ortles dalla cima del pizzo Tresero

Il Gran Zebrù dalla cima del pizzo Tresero

La punta S. Matteo dalla cima del pizzo Tresero

Dal pizzo Tresero parte la classicissima traversata delle tredici cime, che termina al monte Cevedale, ma richiede attrezzatura adeguata ed esperienza alpinistica. Noi possiamo accontentarci (si fa per dire) di tornare all’automobile ridiscendendo per la medesima via di salita (scendendo con molta attenzione il canalino con piano inclinato servito da corda fissa).


Apri qui una panoramica sulla tredici cime dal pizzo Tresero

MAPPA DEL PERCORSO DA GOOGLE MAP

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