CARTA DEL TERRITORIO COMUNALE

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Giovanni Guler von Weineck (cfr. più avanti) definisce Ponte un borgo nobile, ragguardevole e ben noto. Dovremmo aggiungere che si tratta di uno dei centri più vivaci della cultura valtellinese, ed il quadro elogiativo sarebbe completo. È posto sul versante retico medio-valtellinese, fra Sondrio e Tirano, appena sopra Chiuro, allo sbocco della Val Fontana, sul grande conoide della Fiorenza. Borgo antico, antichissimo: il ritrovamento di due massi incisi sulle vicine balze di Castionetto (in territorio di Chiuro) e di due altre pietre incise nella vicina Chiuro attesta la presenza di insediamenti umani in età preistoriche. L’origine del nome è, però, storicamente più vicina: Giustino Renato Orsini lo fa derivare dal medio alto tedesco “Biunte”, termine longobardo che designa un terreno coltivato e recintato, da cui derivano anche le località altoatesine di “Piunt” e “Puintl”. Pare più probabile, però, la derivazione che è anche la più ovvia, cioè quella legata alla presenza di un ponte, verosimilmente sul fiume Adda, quindi di fondamentale importanza come collegamento fra i due versanti, forse vicino all’attuale ponte di Sazzo.
Solo con la spedizione di Druso (16-15 a.C.), in età augustea, i Romani penetrarono in Valtellina, estendendovi il proprio imperium. Chiuro, per la sua posizione sulla strada di valle (il cui primo tracciato è, peraltro probabilmente di epoca pre-romana), fu interessata da qualche insediamento romano, come attestano di alcune monete romane. Il ritrovamento di un cippo granitico con dedica di una moglie Pupa e dei figli alla memoria del marito Gaio Caninio Sisso testimonia la presenza romana. Si tratta di un ritrovamento assai importante, che ha ravvivato la discussione sulla collocazione della Valtellina romana, oscillante fra la Rezia e Como. Scrive, in proposito, lo storico Albino Garretti: “Naturalmente tale attribuzione della Valtellina alla provincia di Rezia è altrettanto ipotetica quanto l'attribuzione al municipio di Como, e in verità la scoperta abbastanza recente dell'iscrizione di Ponte menzionante il veterano Gaio CaninioSissio, con il gentilizio Caninius discretamente diffuso a Como, sembrerebbe deporre a favore dellatesi comense: con peso tuttavia non decisivo, peril fatto che non sappiamo assolutamente nulla delle vicende di quel veterano, peraltro vissuto nonprima del II secolo d. C., e del come abbia avutoquel gentilizio, date le molteplici e non sempre individuabili possibilità di trasmissione e proliferazione proprie dell'onomastica romana”.

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La disgregazione dell’Impero Romano d’occidente portò alle invasioni (o migrazioni, a seconda dei punti di vista) delle popolazioni germaniche e probabilmente Chiavenna fu inglobata, dopo il 489, nel regno ostrogoto di Teodorico, in quel medesimo V secolo nel quale si colloca la prima penetrazione del cristianesimo nella valle. Furono gettate le basi della divisione di Valtellina e Valchiavenna in pievi. “La divisione delle pievi”, scrive il Besta (cfr. bibliografia), “appare fatta per bacini… aventi da epoche remote propri nomi, come è infatti accertato per i Bergalei, i Clavennates, gli Aneuniates”. Esse, dopo il mille, erano San Lorenzo a Chiavenna, S. Fedele presso Samolaco, S. Lorenzo in Ardenno e Villa, S. Stefano in Olonio e Mazzo, S. Eufemia o S. Pietro in Teglio, dei martiri Gervasio e Protasio in Bormio e Sondrio e S. Pietro in Berbenno e Tresivio; costituirono uno dei poli fondamentali dell'irradiazione della fede cristiana. Ponte venne inglobata, in data imprecisata, nella pieve di S. Pietro in Tresivio, dove si trovava già, in età alto-medievale, una fortificazione e dove risiedeva, per tre mesi l’anno, il vescovo di Como. L’offensiva Bizantina riconquistò probabilmente alla “romanità” la valle della Mera e dell’Adda, anche dopo l'irruzione e la conquista dei Longobardi (568); solo nell'VIII secolo, con il re Liutprando, il confine dei domini longobardi raggiunse il displuvio alpino e quindi divenne effettivo in tutta la valle. La presenza longobarda si concretizzò nell’istituzione del sistema della “curtis”, cellula tendenzialmente autosufficiente, costituita da una parte centrale, direttamente controllata dal signore (dominus) e da terreni circostanti coltivati (mansi), che dovevano conferire parte dei prodotti nella corte. Se è valida l’ipotesi dell’origine longobarda del nome di Ponte, questo borgo dovette essere una delle più importanti di queste curtes. La presenza militare fu rappresentata da contingenti di arimanni (uomini liberi e guerrieri) chiamati a presidiare le frontiere del regno. Con i successori di Liutprando, Rachis ed Astolfo, nel medesimo VIII secolo, Valtellina e Valchiavenna risultano donate alla chiesa di Como: inizia così (se non risale già all’epoca romana) quel forte legame fra Valtellina e Como che ancora oggi permane nell’ambito religioso (Valtellina e Valchiavenna appartengono alla Diocesi di Como).
Il dominio longobardo fu però durò solo pochi decenni: i Longobardi furono sconfitti, nel 774, Carlo Magno, e Valchiavenna e Valtellina, rimasti parte del Regno d’Italia, furono sottoposte alla nuova dominazione franca. La contrada di Borgofrancone, in Ponte ed in Chiuro, forse rimanda all’antica presenza dei Franchi. Nel 775 la Valtellina, o buona parte di essa, fu donata alla celebre e potente abbazia di St. Denis a Parigi, e ad essa rimase infeudata fino al secolo X. Nel medesimo secolo, e precisamente nel 918, compare per la prima volta il nome del paese, nell’espressione “vico Ponte”, assieme a quello di Chiuro, in un atto di vendita. La frammentazione dell’Impero di Carlo portò all’annessione del Regno d’Italia al sacro Romano Impero. Il 3 settembre 1024 l’imperatore Corrado succedette ad Enrico II, inaugurando la dinastia di Franconia, e confermò al vescovo di Como i diritti feudali su Valtellina e Valchiavenna; nel medesimo periodo un altro potente vescovo, quello di Coira, estendeva i suoi diritti feudali su Bormio e Poschiavo. Il successivo secolo XII fu di fondamentale importanza per la storia di Ponte, in quanto giunsero da Como, dopo la sua distruzione (1127) conseguenza di una decennale guerra con Milano (1118-1127), alcune famiglie illustri, che segnarono la storia del paese, prima fra tutte quella dei Quadrio, destinata a diventare punto di riferimento fondamentale per tutti i ghibellini di Valtellina e a fare di Ponte, insieme a Chiuro, un paese sempre fedelmente schierato con questa fazione. La loro presenza spiega quel moto di sviluppo e progressiva emancipazione dal comune dalla pieve di Tresivio, culminato nel distacco del 1460, ma già iniziato nel Duecento. Dalla metà di questo secolo, infatti, e durante il successivo dominio visconteo-sforzesco (di cui diremo) Ponte fu sede di un podestà, con giurisdizione sulle terre circonvicine (giusdicenza o cantone); il primo podestà fu, nel 1254, secondo quanto riporta Francesco Saverio Quadrio, Prinzivallo di Quadrio.
Nel 1335 Como, e con essa Valtellina e Valchiavenna, vennero inglobate nella signoria milanese di Azzone Visconti. I nuovi signori riorganizzarono amministrativamente la valle con l’atto degli Statuti di Como, di quel medesimo anno, nel quale figura il “comune loci rusticorum de Ponte”. Sul carattere generale di tale dominazione, scrive il Romegialli, nella sua "Storia della Valtellina" (1834): "Noi lontani da sospettosi loro sguardi; noi popoli di recente acquisizione, noi senza famiglia con motivo o forza da rivalizzare con essi; noi per più ragioni, da Visconti riguardati con amore e in pregio tenuti, dovettimo essere ben contenti dell'avvenuto mutamento. Aggiungasi che il nostro interno politico economico regime, poco tuttavia distava dal repubblicano. E diffatti ci erano serbate le antiche leggi municipali, e soltanto dove esse mancavano, dovevano le milanesi venire in sussidio... Deputava il principe, non già Como, alla valle un governatore... Il governatore chiamavasi anche capitano, al quale associavasi un giudice o vicario... I pretori ed ogni altro magistrato liberamente eleggevansi dal consiglio della valle; e il supremo tribunale, cui presiedeva il capitaneo, stava in Tresivio." Nel 1370 molti comuni valtellinesi, di parte guelfa, capeggiati da Tebaldo De’ Capitanei, si sollevarono contro i nuovi signori; Ponte e Chiuro, però, comuni ghibellini, rimase fermo nella fedeltà ai Visconti. Una pacificazione generale chiuse il conflitto tre anni dopo. In quel secolo Ponte era già probabilmente divisa in contrade, le più antiche delle quali furono Berola, Borgofrancone, La Mufa, Pozzaglio, Torre.

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Nel Quattrocento si concluse il processo che portò Ponte alla piena autonomia, con il distacco dalla pieve di Tresivio (1460) e con l’atto arbitrale del commissario ducale Melchiorre Guazardi (1444) che suddivideva gli alpeggi di Val Fontana, prima goduti promiscuamente, fra le comunità di Chiuro e di Ponte, sancendo la loro definitiva separazione. Toccarono a Ponte gli alpeggi del Piano, di Campiascio, di Arasè, di Sareggio, di Gardè e di Saline, mentre vennero assegnati a Chiuro quelli di Campello, Basalone, Vicima, Montirolo, Piano delle Ortiche, Aiada e Forame. Alla metà del XV secolo appartenevano al comune di Ponte sul versante orobico, le comunità di Sazzo, da cui dipen­devano Albaredo e Briotti, Fontaniva e San Matteo, e sul fondovalle Carugo (poi Carolo). La comunità di Ponte risultava allora divisa in quattro quadre, quella dei Nobili Maggiori ed Esenti, cioè i Quadrio, quella dei Nobili Minori e le due quadre dei Vicini, di qua e di là dell’Adda, ciascuna con propri decani e deputati Il Quattrocento è anche il secolo che vede l’affermazione di uno dei più famosi protagonisti della storia di Ponte e di Chiuro, il condottiero Stefano Quadrio, nato probabilmente nel 1336 e morto nel 1438. Così ne tratteggia, efficacemente, la figura Armida Bombardieri Della Ferrera, nel suo profilo storico di Chiuro nell’omonimo volume edito dalla Biblioteca Comunale di Chiuro: “Guerriero abile, uomo forte e privo di scrupoli nel raggiungere i propri obiettivi, calcolava ogni sua azione con fredda e determinata razionalità. Attraverso la sua opera di condottiero, di uomo politico ed imprenditore deve essere vista la storia chiurasca della prima metà del XV secolo… Fu ritenuto il capo più ragguardevolee capitano generale delle milizie ghibelline valtellinesi, fedelissimo ai duchi di Milano che lo apprezzarono tanto da conferirgli importanti cariche, come quella di governatore di Piacenza…” L’episodio più noto della sua vita fu il decisivo intervento nella battaglia di Delebio, del 18-19 novembre 1432, che vedeva contrapposte le milizie ducali comandate da Nicolò Piccinino a quelle veneziane del provveditore Giorgio Corner. Venezia intendeva, infatti, impossessarsi della valle, nodo fondamentale nelle comunicazioni fra bacino padano e territori germanici, e le su truppe stavano per avere la meglio, quand’ecco che Stefano Quadrio piombò alle loro spalle, con truppe ghibelline raccolte a Chiuro ed in altri comuni, capovolgendo le sorti della battaglia ed operando una vera e propria strage dei nemici. I Visconti, riconoscenti, fecero erigere, così almeno vuole la tradizione, e gli donarono il palazzo fortificato che ancora oggi si vede nel centro di Chiuro. Fu vera gloria? E soprattutto, lo fu per la valle? Difficile dirlo. Un dominio della serenissima in Valtellina l’avrebbe saldata al versante sud-orobico. Impossibile dire se per i Valtellinesi sarebbe stata miglior sorte rispetto a quella che la legò al versante retico; per almeno un aspetto possiamo rispondere affermativamente: sarebbe stata risparmiata alla valle la tragica vergogna della caccia alle streghe (e della caccia al riformato).

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Quindici anni dopo si estinsero i Visconti; terminata la breve esperienza della repubblica milanese (1447), i Milanesi accolsero per loro signore Francesco Sforza. Ma già cominciavano ad affacciarsi quelli che sarebbero stati, dal 1512, i nuovi signori delle valli dell’Adda e della Mera, le Tre Leghe Grigie (Lega Grigia, Lega Caddea e Lega delle Dieci Giurisdizioni, che si erano unite nel 1471 a Vazerol), che miravano ad inglobarle nei loro territori per avere pieno controllo dei traffici commerciali che di lì passavano, assicurando lauti profitti. In particolare, nel 1487 le milizie grigione invasero il bormiese, fra il febbraio ed il marzo, saccheggiando sistematicamente i paesi della valle da Bormio a Sondrio. Le truppe ducali si mossero per fermarne l’avanzata e, dopo alcuni episodi sfavorevoli, riuscirono a sconfiggerle nella piana di Caiolo. Non si trattò, però, di una vittoria decisiva e netta, come dimostra il fatto che le milizie grigione si disposero a lasciare la valle solo dopo la pace di Ardenno (1487), che prevedeva il cospicuo esborso, da parte di Ludovico il Moro, di 12.000 ducati a titolo di risarcimento per i danni di guerra.  Si trattò solo di un preludio, di un segno premonitore di quel che Valtellina e Valchiavenna sarebbero apparse ai loro occhi nella successiva generazione, una inesauribile macchina per far soldi, diremmo noi oggi.
Di lì a poco, nel 1500, Ludovico il Moro con la sconfitta di Novara, perse il ducato di Milano ad opera del re francese Luigi XII. Per dodici anni i Francesi furono padroni di Valtellina e Valchiavenna; il loro dominio, però, per dispotismo ed arroganza, lasciò ovunque un pessimo ricordo. Scrive il Besta: “Sotto il famigerato Malerba la Valtellina ebbe allora a godere nel 1508 la più sfrenata licenza militaresca. Il nome rispose mirabilmente alla qualità del soggetto, osserva lo Sprecher: il Merlo disse che “fece tanto male in Valtellina che saria longo lo scriver”. Ponte e Chiuro furono i luoghi che più assaggiarono le belle maniere del Malerba: quelle erano anche state le terre più ghibelline.”
Quando, dopo il rovescio della Francia, iniziò della dominazione delle Tre Leghe Grigie (1512), questo venne, dunque, salutato non con entusiasmo, ma almeno con un certo sollievo. I nuovi signori proclamavano di voler esercitare un dominio non rapace e prepotente, ma saggio e rispettoso delle autonomie dei valligiani, chiamati "cari e fedeli confederati" nel misterioso patto sottoscritto ad Ilanz (o Jante) il 13 aprile 1513 (di cui si conserva solo una copia secentesca, sulla cui validità gli storici nutrono dubbi); Valtellina e Valchiavenna figuravano come paesi confederati, con diritto perciò di essere rappresentati da deputati alle diete; le Tre Leghe promisero, inoltre,di conservare i nostri privilegi e le consuetudini locali, e di non pretendere se non ciò che fosse lecito e giusto. Ma, per mettere bene in chiaro che non avrebbero tollerato insubordinazioni, nel 1526 abbatterono tutti i castelli di Valtellina e Valchiavenna, anche perché non li potevano presidiare ed avevano dovuto subire, l'anno precedente, il tentativo, fallito, di riconquista della Valtellina messo in atto mediante un famoso avventuriero, Gian Giacomo Medici detto il Medeghino. Sulla natura di tale dominio è lapidario il Besta: "Nessun sollievo rispetto al passato; e men che meno un limite prestabilito alla pressione fiscale. Nuovi pesi si aggiunsero ai tradizionali... I Grigioni... ai primi di luglio del 1512... imponevano un taglione di 21.000 fiorini del Reno pel pagamento degli stipendiari del vescovo di Coira e delle Tre Leghe.... Per quanto si cerchi non si trova al potere dei Grigioni altro fondamento che la violenza. Sarà magari verissimo che i Grigioni non fecero alcuna promessa ai Valtellinesi; ma è anche vero che questi non promisero a loro una perpetua sudditanza". Il medesimo storico annota che le fortificazioni di Ponte e Chiuro furono abbattute dai Grigioni evidentemente perché questi temevano l’ostilità dei Valtellinesi e paventavano di potersi trovare sbarrata da queste la via d’accesso alla Val Fontana, per la quale non è difficile varcare il crinale retico e scendere in Valle di Poschiavo.
Le Tre Leghe concessero, comunque, a Valtellina e Valchiavenna, pur nella subordinazione, un alto grado di autonomia. La Valle, sempre divisa in tre Terzieri, era amministrata da un consiglio detto di valle, con deputati nominati da ciascuna delle giurisdizioni, gli agenti di valle. Ogni deputato era nominato dal consiglio di una singola giurisdizione (a Sondrio ne erano riservati 3). I due contadi di Bormio e Chiavenna si amministravano autonomamente, ma, per le questioni di comune interesse, mandavano il loro voto per iscritto, o deputati delegati a rappresentarne gli interessi. Avevano propri codici e statuti Chiavenna, la valle S. Giacomo, Piuro, le singole giurisdizioni della Valtellina, e la contea di Bormio. Nel 1531 i Valtellinesi stesero un progetto di fusione delle leggi o statuti, e lo presentarono alla dieta o governo delle Tre Leghe Grigie, per l'approvazione col nome di Statuti di Valtellina, ove erano raccolte le disposizioni in materia civile e criminale e le discipline nel ramo acque e strade. Ogni comune, poi, aveva propri ordinamenti, chiamati Ordini comunali, approvati però dal governatore, come lo erano tutte le gride comunali, che ne portavano la firma, limitata però al nome di battesimo. Molto probabilmente gli ordini del comune di Ponte risalgono proprio al Cinquecento. I rapporti di Ponte con i nuovi signori furono buoni, anche perché questi pensarono bene di ingraziarsi i Quadrio, concedendo loro il diritto di riscossione delle tasse che nel terziere di mezzo venivano prima riscosse dal Vescovo di Como.
I grigioni sentirono il bisogno, per poter calcolare quante esazioni ne potevano trarre, di stimare la ricchezza complessiva di ciascun comune della valle. Furono così stesi gli Estimi generali del 1531, che offrono uno spaccato interessantissimo della situazione economica della valle (cfr. la pubblicazione di una copia secentesca del documento che Antonio Boscacci ha curato per il Bollettino della Società Storica Valtellinese n. 53 del 2000). Nel "communis Pontis" vengono registrate case e dimore per un valore complessivo di 2702 lire (per avere un'idea comparativa, Montagna fece registrare un valore di 1512 lire, Tresivio di 386 lire, Chiuro di 1438 lire); i prati ed i pascoli hanno un'estensione complessiva di poco più di 5244 pertiche e sono valutati 2073 lire; boschi e terreni comuni sono stimati 112 lire; un Hospitium communis è stimato 37 lire; campi e selve, estesi 6071 pertiche, sono valutati 3383 lire; 2830 pertiche di vigneti sono stimate 4953 lire; gli alpeggi, che caricano 620 mucche, vengono valutati 124 lire; il valore complessivo dei beni è valutato 13924 lire (sempre a titolo comparativo per Tresivio è di 4259, per Chiuro di 13670 e per Montagna 13400).
Non fu, in generale, il cinquecento secolo clemente, almeno nella sua prima metà: la natura si mostrò più volte piuttosto matrigna che madre. Nel 1513 la peste infierì in molti paesi della valle, Bormio, Sondalo, Tiolo, Mazzo, Lovero, Tovo, Tresivio, Piateda, Sondrio, Fusine, Buglio, Sacco, e Morbegno, portandosi via diverse migliaia di vittime. Dal primo agosto 1513 al marzo del 1514, poi, non piovve né nevicò mai, e nel gennaio del 1514 le temperature scesero tanto sotto lo zero che ghiacciò perfino il Mallero. L’eccezionale ondata di gelo, durata 25 giorni, fece morire quasi tutte le viti, tanto che la successiva vendemmia bastò appena a produrre il vino sufficiente ai consumi delle famiglie contadine (ricordiamo che il commercio del vino oltralpe fu l’elemento di maggior forza dell’economia della Valtellina, fino al secolo XIX). Le cose andarono peggio, se possibile, l’anno seguente, perché nell’aprile del 1515 nevicò per diversi giorni e vi fu gran freddo, il che arrecò il colpo di grazia alle già duramente colpite viti della valle. Nel comune di Sondrio, annota il Merlo, cronista del tempo, vi furono in tutto solo un centinaio di brente di vino. Nel 1526 la peste tornò a colpire nel terziere di Mezzo, e ne seguì una dura carestia, come da almeno un secolo non si aveva memoria, annota sempre il Merlo. L’anno successivo un’ondata di freddo e di neve nel mese di marzo danneggiò di nuovo seriamente le viti. Dalle calende d’ottobre del 1539, infine, fino al 15 aprile del 1540 non piovve né nevicò mai, tanto che, scrive il Merlo, “per tutto l’inverno si saria potuto passar la Montagna dell’Oro (cioè il passo del Muretto, dall’alta Valmalenco alla Val Bregaglia) per andar verso Bregaglia, che forse non accadè mai tal cosa”. La seconda metà del secolo, infine, fu caratterizzata da una grande abbondanza di inverni rigidi e nevosi ed estati tiepide, nel contesto di quel tendenziale abbassamento generale delle temperature, con decisa avanzata dei ghiacciai, che viene denominato Piccola Età Glaciale (e che interessò l’Europa fino agli inizi dell’Ottocento). C’è davvero di che far meditare quelli che (e non son pochi) sogliono lamentarsi perché non ci sono più le stagioni di una volta…
Le Tre Leghe Grigie concessero al vescovo di Como Feliciano Ninguarda, per la sua origine morbegnese, il permesso di effettuare una celebre visita pastorale, nel 1589, di cui diede un ampio resoconto pubblicato nella traduzione di don Lino Varischetti e Nando Cecini. Ecco il suo resoconto su Ponte:
“A due miglia oltre Tresivio, risalendo la Valtellina, sorge il celebre borgo chiamato Ponte,  con trecentosessanta famiglie, tutte cattoliche: vi è la chiesa parrocchiale dedicata a San Maurizio Martire: è fornita di molti calici, argenterie e sacri arredi. Sopra l’altare maggiore vi è un bellissimoabernacolo di bronzo del valore di duemila corone, dove si conserva, in un’artistica pisside d’argento, la SS. Eucaristia. Questa comunità pretende, per antichissima consuetudine e per il fatto che ha sotto di sé molte chiese e cappellanie, di essere autonoma dall’arcipretale di Tresivio e ciò lo attesterebbe la benedizione dei fonti battesimali che si tiene nella stessa chiesa parrocchiale senza intromettente della matrice; aggiungono poi di aver ottenuto per questo, negli anni passati, anche un privilegio dalla Santa Sede Apostolica: non hanno però prodotto il relativo documento. Funge da parroco in tale chiesa parrocchiale di San Maurizio il rev. Defendente Quadrio di Ponte di cui sono collaboratori i seguenti sacerdoti di Ponte: Prete Andrea Longhi, Prete Gerolamo Peranda, Prete Francesco Caglio, Prete Marcantonio Quadrio, Prete Lodovico Quadrio, Prete Giulio Crotti, Prete Camillo De Maria. Nello stesso borgo vi è un'altra chiesa dedicata alla SS. Trinità, ricostruita recentemente per cura del predetto curato. Esiste un'altra chiesa in onore di S. Antonio Abate, il cui beneficio è goduto dallo stesso curato. Vi è un'altra chiesa di San Cipriano che la comunità ha promesso di restaurare entro breve tempo. Vi è poi un'altra piccola chiesa dedicata a San Gerolamo. All'estremità del borgo stesso sorge un'altra chiesa dedicata alla B. V. Maria dotata di beni.
Poco fuori dal borgo, sulla strada di Tresivio, sorge la chiesa di S. Gregorio dotata di beni. Poco oltre la detta chiesa di San Gregorio, sempre sulla strada di Tresivio, vi è una chiesa dedicata a Santa Cristina, parimenti dotata di beneficio. A mezza montagna, ad oltre un miglio sorge la chiesa consacrata di San Rocco. Più in alto, sulla montagna, ve n'è un'altra in onore di San Bernardo, consacrata e dotata di beni, distante dalla parrocchiale tre miglia abbondanti. A due miglia dal borgo di Ponte, oltre l'Adda, sorge la chiesa di San Pietro Martire. Su una piana selvosa, a due miglia dalla parrocchiale, vi è un villaggio chiamato Sazzo, dove esiste una chiesa con cimitero, dedicata a San Michele, consacrata e dotata di beni, esiste il battistero e vi si mantiene un proprio cappellano. Sempre oltre l’Adda, sulla montagna, a tre miglia dalla parrocchiale, vi è il villaggio detto Albareda, dove sorge la chiesa di S. Gregorio, consacrata e dotata di beni in cura del suddetto cappellano: questi due villaggi, con un altro vicino, chiamato Briotti, contano ottantacinque famiglie, tutte cattoliche. In un villaggio della Valle d’Arigna, distante cinque miglia dalla parrocchiale, vi è la chiesa di San Matteo Apostolo con il cimitero: vi è il battistero, vi è mantenuto un cappellano proprio e conta circa cinquantacinque famiglie tutte cattoliche. In una piccola frazione di sei famiglie, tutte cattoliche, detta al Forno, a otto miglia dalla parrocchiale, vi è un’altra chiesa in onore di Sant’Antonio Abate”.

La comunità di Ponte, dunque, stando a questa relazione, nel 1589 contavaLa 360 famiglie, a cui si dovevano aggiungere le 85 di Sazzo, Albareda e Briotti, le 55 della Valle d’Arigna e le 6 di Forno: in tutto possiamo ipotizzare che Ponte avesse 1800-2000 abitanti circa, Sazzo, Albareda e Briotti ne avessero 425-500, Arigna e Forno 305-350. Una generazione circa più tardi, nel 1624, Ponte aveva 2.200 abitanti, Arigna 400, Sazzo 450.
Scarne sono, invece, le notizie che su Ponte ci vengono offerte dalla celebre opera di Giovanni Guler von Weineck (governatore della Valtellina per le Tre Leghe Grigie nel biennio 1587-88), “Raetia”, pubblicata a Zurigo nel 1616 (e tradotta in italiano dal tedesco da Giustino Renato Orsini): “Vicinissimo a Chiuro, ma più in alto, si presenta il nobile, ragguardevole e ben noto borgo di Ponte, albergo di numerosa nobiltà, uomini d'arme e di lettere: i più riputati sono i Quadrio, i Pozzalli, i Crotti ed i Rossi. Stefano Quadrio, capo dei Ghibellini di queste regioni, aiutò co' suoi aderenti il duca di Milano, o per meglio dire il suo generale Nicola Piccinino, che sconfisse i Veneti a Delebio e li cacciò dalla Valtellina, l'anno 1432. Si distinsero ancora i fratelli Marco-Antonio e G. Maria Quadrio, dottori in entrambe le leggi; le cui orme eccellenti vanno seguendo i loro figlioli, bella e nobile gioventù. Aristarco Quadrio, dottore in utroque, che venne ucciso miseramente in Sondrio con una archibugiata, era il più eloquente oratore che io a' miei giorni avessi mai udito in lingua italiana. Anche Andrea Pozzalli fu un gentiluomo assai ragguardevole. Sopra a Ponte sta la frazione di Monte dell'Acqua e al di là dell'Adda troviamo la valle di Arigna e il villaggio di Carugo. Tutti questi luoghi appartengono al comune di Ponte.

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Poi venne il Seicento. Secolo di segno ben diverso, nel quale le ombre sopravanzarono di gran lunga le luci, nel Chiavennasco ed in Valtellina. La tensione fra protestanti, favoriti dalle autorità grigioni, e cattolici cresceva da diversi decenni, soprattutto per le conseguenze del decreto del 1557, nel quale Antonio Planta stabilì che, dove vifossero più chiese, una venisse assegnata ai protestanti per il loro culto, e dove ve ne fosse una sola venisse usata a turno da questi e dai cattolici. Del clima creatosi nella seconda metà del cinquecento può essere rivelatrice la vicenda del vescovo di Vercelli Giovanni Marcello Bonomini, eletto "visitatore" della Diocesi di Como nel 1578, per probabile volontà del Papa, con l'intento particolare di verificare la situazione religiosa nelle valli dell'Adda e della Mera. Il vescovo, per evitare azioni ostruzionistiche delle autorità grigioni o dei predicatori protestanti, preferì dissimulare il vero scopo del suo viaggio in Valtellina, adducendo motivi di salute (la cura della sua gotta con le acque termali di Bormio). Salì, in effetti, a Bormio, ma non vi prese alcun bagno e, sulla via del ritorno, cominciò ad amministrare la Cresima in diversi comuni, fra cui Chiuro e Ponte, nonostante il clero di questi due borghi gli avesse suggerito di astenersene per non suscitare risentimenti nelle autorità grigione. Lo raggiunse, così, l'intimazione del podestà grigione ad astenersi dalle funzioni proibite dai decreti delle Tre Leghe, che lo indusse a lasciare la Valtellina. Appena in tempo, perché le autorità grigioni erano determinate a punire duramente ulteriori disobbedienze ed a trattare il vescovo così come i predicatori protestanti erano trattati a Roma.
Venne, alla fine, preceduto da così cupe premesse, il funesto 1618: in Europa ebbe inizio la Guerra dei Trent’Anni, nella quale Valtellina e Valchiavenna furono coinvolti come nodi strategici fra Italia e mondo germanico; a Sondrio, al colmo delle tensioni fra cattolici e governanti grigioni, che favorivano i riformati in valle, venne rapito l’arciprete Niccolò Rusca, condotto a Thusis per il passo del Muretto e fatto morire sotto le torture; la medesima sera della sua morte, il 5 settembre 1618, dopo venti giorni di pioggia torrenziale, al levarsi della luna, venne giù buona parte del monte Conto, seppellendo le 125 case della ricca e nobile Piuro e le 78 case della contrada Scilano, un evento che suscitò enorme scalpore e commozione in tutta Europa. Due anni dopo, il 19 luglio del 1620, si scatenarono la rabbia della nobiltà cattolica, guidata da Gian Giacomo Robustelli, la sollevazione anti-grigione e la caccia al protestante, nota con l’infelice denominazione di “Sacro macello valtellinese”, che fece quasi quattrocento vittime fra i riformati. Fu l’inizio di un periodo quasi ventennale di campagne militari e battaglie, che videro nei due schieramenti contrapporsi Grigioni e Francesi, da una parte, Imperiali e Spagnoli, dall’altra. Interessante è leggere, a tal proposito, anche quanto scrive Henri duca de Rohan, abilissimo stratega francese nell’ultima parte delle vicende della guerra di Valtellina nel contesto della guerra dei Trent’Anni (1635), nelle sue “Memorie sulla guerra della Valtellina”: “Non si può negare che i magistrati grigioni, tanto nella camera criminale di Tosanna quanto nell’amministrazione della giustizia in Valtellina, abbiano commesso delle ingiustizie capaci di gettare nella disperazione e di spingere alla ribellione contro il proprio sovrano anche i più moderati. Ma bisogna riconoscere che anche i Valtellinesi passarono ogni limite e calpestarono tutte le leggi dell’umanità, essendosi spinti a massacri così crudeli e barbari che le generazioni future non potranno non ricordarli senza orrore. Così la religione è capace di spingere al male uomini che, animati da uno zelo sconsiderato, prendono a pretesto della loro ferocia ciò che dovrebbe essere un fondamento della società umana.” Ponte, non avendo famiglie riformate, non fu toccata dalla strage. La scarsa permeabilità di questo territorio alla fede riformata era già stata notata dal predicatore protestante Ulrich Campell, originario dell’Engadina, che, nella “Raetiae alpestris topographica descriptio” (1572), scriveva: “Dirigendosi verso la parte destra, l’Adda tocca questi borghi un poco più lontani verso nord: prima Gera, poi Chiuro e subito dopo Ponte, borgo famoso per l’ampiezza del luogo e per l’abbondanza e la bontà del vino; questi paesi sono caparbiamente osservanti della religione pontificia (che essi considerano quella cattolica), mentre rifiutano più di tutti gli altri la dottrina e la fede evangelica, forse perché a Tirano c’è il santuario che il popolo finora ritiene sacro e degno di venerazione” (trad. a cura di Cristina Pedrana). Al Campell sfugge un elemento ben radicato nella storia pontasca: nel 1561 era stato fondato a Ponte un collegio di quei Gesuiti che si proponevano di giocare un ruolo decisivo nella controriforma o riforma cattolica. Fra le truppe che posero in atto il massacro vi era anche un contingente di Ponte; scrive il Besta: “Intanto le truppe avviate verso Sondrio, rafforzate dai contingenti di Ponte e di Chiuro, tennero due vie diverse: per il monte e per il piano. Guidava le prime il Guicciardi, le seconde Prospero Quadrio.
La reazione delle Tre Leghe non si fece attendere: corpi di spedizione scesero dalla Valchiavenna e dalla Valmalenco. Il primo venne però sconfitto al ponte di Ganda e costretto a ritirarsi al forte di Riva. La battaglia di Tirano liberò provvisoriamente la Valtellina dalla loro signoria, ma un’alleanza fra Francia, Savoia e Venezia, contro la Spagna, fece nuovamente della valle un teatro di battaglia. Le vicende belliche ebbero provvisoriamente termine con il trattato di Monzon (1626), che faceva della Valtellina una repubblica quasi libera, con proprie milizie e governo, ma soggetta ad un tributo nei confronti del Grigioni. Ma la valle godette solo per breve periodo della riguadagnata pace: il nefasto passaggio dei Lanzichenecchi portò con sé la più celebre delle epidemie di peste, descritta a Milano dal Manzoni, quella del biennio 1630-31 (con recidiva fra il 1635 ed il 1636). L’Orsini osserva che la popolazione della valle, falcidiata dal terribile morbo, scese da 150.000 a 39.971 abitanti (poco più di un quarto). La stima, fondata sulla relazione del vescovo di Como Carafino, in visita pastorale nella valle, è probabilmente eccessiva, ma, anche nella più prudente delle ipotesi, più di un terzo della popolazione morì per le conseguenze del morbo. Ponte, come Chiuro, ne fu duramente colpita, e perse più della metà dei suoi abitanti.
Neppure il tempo per riaversi dall'epidemia, e la guerra di Valtellina tornò a riaccendersi, con le campagne del francese duca di Rohan, alleato dei Grigioni, contro Spagnoli ed Imperiali. Il duca, penetrato d'improvviso in Valtellina nella primavera del 1635, con in una serie di battaglie, a Livigno, Mazzo, S. Giacomo di Fraele e Morbegno, sconfisse spagnoli e imperiali venuti a contrastargli il passo. Ma il suo ricordo nelle genti di Valtellina è legato al peso, che molto gravò anche su Ponte, dell’alloggiamento delle sue truppe, vero e proprio salasso per comunità già stremate economicamente e prostrate moralmente dal flagello della peste. Chi poteva, si rifugiava nei paesini arroccati sui versanti retico ed orobico.
Lo sgombero dei Francesi fu determinato dalla svolta del 1637, un inatteso rovesciamento delle allenze: i Grigioni, che pretendevano la restituzione di Valtellina e Valchiavenna (mentre i Francesi miravano a farne una base per future operazioni contro il Ducato di Milano), si allearono segretamente con la Spagna e l'Impero e cacciarono il Duca di Rohan dal loro paese. Le premesse per la pace erano create e due anni dopo venne sottoscritto il trattato che pose fine al conflitto per la Valtellina: con il Capitolato di Milano del 1639 i Grigioni tornarono in possesso di Valtellina e Valchiavenna, dove, però l’unica religione ammessa era la cattolica. I Grigioni restaurarono l'antica struttura amministrativa, con un commissario a Chiavenna, un podestà a Morbegno, Traona, Teglio, Piuro, Tirano e Bormio, ed infine un governatore ed un vicario a Sondrio.
La seconda metà del secolo ed il successivo Settecento furono caratterizzati dall’incremento del flusso migratorio. Significative le note di sintesi che del fenomeno dà Giustino Renato Orsini, nella sua Storia di Morbegno (Sondrio, 1959): “Le condizioni economiche della Valtellina, assai depresse dopo il suo passaggio ai Grigioni (1512) e per il distacco della Lombardia, cominciavano lentamente a risollevarsi per effetto dell'emigrazione. I nostri massicci montanari, pieni di buon volere, lasciavano in piccole frotte 11 loro paesello per recarsi nei luoghi più lontani: i Chiavennaschi a Palermo, a Napoli, a Roma, a Venezia e persino in Francia, a Vienna, nella Germania e nella Polonia: a Napoli i Delebiesi e quelli di Cosio; a Napoli, Genova e Livorno quelli di Sacco; pure a Livorno ed Ancona i terrieri di Bema e di Valle; a Venezia quelli di Pedesina; a Verona quelli di Gerola; a Roma, Napoli e Livorno quelli d'Ardenno. Numerosi muratori e costruttori di tetti emigravano in Germania; e i montanari della Valmalenco si spargevano come barulli nei più diversi paesi.”
Mazzali e Spini, nella loro Storia della Valtellina, scrivono, al proposito: “La corrente migratoria maggiore fu costituita, nel Cinquecento…., da artigiani… Ma a partire dal primo Seicento si aggiunsero muratori, braccianti e perfino gruppi di soldati mercenari.”
  Anche Ponte fu interessata da questo moto: nell’opera di Tony Corti “I valtellinesi nella Roma del Seicento” (Provincia di Sondrio e Banca Popolare di Sondrio, Sondrio, 2000), è documentata la presenza nella Roma del Seicento di alcuni pontaschi: Antonio Scamezzo, da Ponte Valtellino, fachino, Jacomo Miolat,de Mafeo, da Ponte in Voltolina, vacaro, e Pietro Mariani, da Ponte di Voltolina, vacaro.

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A partire dal Settecento la situazione economica migliorò progressivamente. La ripresa settecentesca non fu, però, priva di arresti e momenti difficili, legati soprattutto ad alcuni inverni eccezionalmente rigidi, primo fra tutti quello memorabile del 1709 (passato alla storia come “l’invernone”, “l’inverno del grande freddo”), quando, ad una serie di abbondanti nevicate ad inizio d’anno, seguì, dal giorno dell’Epifania, un massiccio afflusso di aria polare dall’est, che in una notte gelò il Mallero e parte dell’Adda. Ed ancora, nel 1738 si registrò una nevicata il 2 maggio, nel 1739 nevicò il 27 ed il 30 marzo con freddo intenso, nel 1740 nevicò il 3 maggio, con freddo intenso e nel 1741 nevicò a fine aprile, sempre con clima molto rigido e conseguenze disastrose per le colture e le viti.
Alla metà del XVIII secolo, secondo la testimonianza dello storico settecentesco Francesco Saverio Quadrio, proprio di origine pontasca, Ponte comprendeva i villaggi di Sazio, Carugo, Briotti, Albaredo in Val d’Arigna, parte della Valle d’Agneda, Berola, Piazzi, San Lorenzo. Egli, nelle “Dissertazioni critico-storiche intorno alla Rezia di qua dalle Alpi oggi detta Valtellina”, (libro I,  Edizione anastatica, Bologna, Forni, 1971), ci offre le seguenti notizie del paese:
“Ponto (Pontum). Questo nobil Luogo a niun altro di tutta la Valle secondo nella grandezza, e nella beltà, come scrive un Anomimo, era già di Mura, e di Fosse ricinto, le cui vestigia pur oggi appajono, con tre Castella; l'un posto, dov'era già l'antica Blera, oggi Berola, del qual si veggono tuttavia le vestigia: il secondo situato, dov'è di presente la Chiesa de' Gesuiti con varie Torri, una delle quali si è atterrata solamente a' miei giorni, per servire al Comodo di que' Religiosi; e il terzo locato, dove oggi Piazzetta si appella, che anticamente la Contrada della Torre si nominava, come da varii Instrumenti, che altrove allegheremo, si trae, per una Torre, e altri Avanzi di detto Castello, ch'ivi ancora restavano. Questo terzo Castello è accennato in un Instrumento di Divisione tra Fratelli, Figliuoli di Princivallo di Quadrio, di Ponte, detto per abbreviazione Zallio. Il suo nome si è trasformato per non so quale ragione di Ponto in Ponte, nel favellarne, che si è fatto; che del rimanente nelle più antiche Carte Ponto sempre nominato lo trovo: e il suo nome concorse, cred'io, a formar quello de' Lepontii già da' Romani usitato, che Popoli essendo della Rezia, come già si è detto, largamente si distendevano. Perocchè da questo Luogo varcando il Monte, che le fa spalla, un altro Ponto nella Pregallia si trova, e di là nella Mesolcina scorrendo un altro pure ve n'ha.
Però io credo benissimo ciò, che altrove ho da' Bollandisti, e da altri rapportato, che il nome di Lepontii dal Germanico Vocabolo Punt sia venuto; e che il nome a tai Luoghi rimaso sia, per essere stati in que' tempi i principali della Confederazione, che quella voce significa. Ponto in fatti fu ognor riguardato come un Luogo principale ab antico; e in tal considerazione fu tenuto a' tempi ancora delle Fazioni: perchè fu in tali tempi considerato ognora, come Capo de' Gibellini, che nella Valle predominavano; e ivi i Capitani ognora fiorirono della medesima Fazione. Quivi pure un particolare Pretore aveva, o Podestà, non ostante, che vicinissimo gli fosse Trisivio, dove il Capitan Generale, e Governatore di tutta la Valle prese di poi a risedere; la giurisdizione del qual Podestà si estendeva ad altri Luoghi fuor d'esso, come si trae da' Documenti già sopra allegati, e in particolar sopra Chiuro, come da essi, e dall'Istrumento qui sotto accennato si può altresì vedere.
Nè meno copiose furon le nobili Famiglie, ch'ivi fiorirono; delle quali in un Documento presso me esistente rogato nel 1349, ch'io darò altrove, da ventiquattro Famiglie de' soli Quadrii trovo, che v'erano. L'altre erano i Bonanomi, i Brebbii, i Campnaghi, i Crotti, i Galli, i Guicciardi, i Lamberti, i Lanfranchi, i Longhi, i Mioldi, i Miotti, i Paneghi, i Panegoni, i Piazzi, i Rainoldi, i Rocchi, i Rosati, i Secchi, i Sottovia, i Zuccola ec. A Ponte soggetti sono i Villaggi Sazio, dove due Castella erano, amendue de' Quadrii, come da un Istrumento apparisce, Carrugo, Luogo anch'esso di Castello non isfornito, i Briotti, Alberedo, con la Valle d' Arigna, onde scorre l'Armisa a metter foce nell'Adda; e una parte della Valle d' Agneda: e di qua dall'Adda Berola, i Piazzi, S. Lorenzo, ed altre Contrade.”

Nel Settecento il malcontento contro il dominio delle Tre Leghe Grigie nelle due valli crebbe progressivamente, soprattutto per la loro pratica delle di mettere in vendita le cariche pubbliche. Tale vendita spettava a turno all'una o all'altra delle Leghe e chi desiderava una nomina doveva pagare una cospicua somma di denaro, di cui si sarebbe rifatto con gli interessi una volta insediato nella propria funzione, esercitandola spesso più per amore di lucro che di giustizia. Gli abusi di tanti funzionari retici, l'egemonia economica di alcune famiglie, come quelle dei Salis e dei Planta, che detenevano veri e propri monopoli, diventarono insopportabili ai sudditi. Il malcontento culminò, nell'aprile del 1787, con i Quindici articoli di gravami in cui i Valtellinesi (cui si unirono i Valchiavennaschi, ad eccezione del comune di S. Giacomo) lamentavano la situazione di sopruso e denunciavano la violazioni del Capitolato di Milano da parte dei Grigioni, alla Dieta delle Tre Leghe, ai governatori di Milano e, per quattro volte, fra il 1789 ed il 1796, alla corte di Vienna, senza, peraltro, esito alcuno. Per meglio comprendere l’insofferenza di valtellinesi e valchiavennaschi, si tenga presente che la popolazione delleTre Leghe, come risulta dal memoriale 1789 al conte di Cobeltzen per la Corte di Vienna, contava circa 75.000 abitanti, mentre la Valtellina, con le contee, superava i 100.000. Fu la bufera napoleonica a risolvere la situazione, con il congedo dei funzionari Grigioni e la fine del loro dominio, nel 1797.

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Ponte aveva allora 2625 abitanti. Si trattò di una svolta importante, sulla quale il giudizio degli storici è controverso; assai severo è Dario Benetti (cfr. l’articolo “I pascoli e gli insediamenti d’alta quota”, in “Sondrio e il suo territorio”, IntesaBci, Sondrio, 2001), per il quale la dominazione francese rappresentò l’inizio di una crisi senza ritorno, legata alla cancellazione di quei margini di autonomia ed autogoverno riconosciuti durante i tre secoli di pur discutibile e discussa signoria delle Tre Leghe Grigie: ”L’1 aprile 1806 entrò in vigore nelle nostre valli il nuovo codice civile, detto Codice Napoleone, promulgato nel 1804. A partire da questo momento si può dire che cessi, di fatto, l’ambito reale di autonomia delle comunità di villaggio che si poteva identificare negli aboliti statuti di valle. I contadini-pastori continueranno ad avere per lungo tempo una significativa influenza culturale, ma non potranno più recuperare le possibilità di un pur minimo autogoverno istituzionale, soffrendo delle scelte e delle imposizioni di uno Stato e di un potere centralizzati. Già l’annessione alla Repubblica Cisalpina, peraltro alcuni anni prima, il 10 ottobre 1797, dopo un primissimo momento di entusiasmo per la fine del contrastato legame di sudditanza con le Tre Leghe, aveva svelato la durezza del governo francese: esso si rivelò oppressivo e contrario alle radicate tradizioni delle valli; vennero confiscati i beni delle confraternite, furono proibiti i funerali di giorno, fu alzato il prezzo del sale e del pane, si introdusse la leva obbligatoria che portò alla rivolta e al brigantaggio e le tasse si rivelarono ben presto senza paragone con i tributi grigioni. Nel 1798 a centinaia i renitenti alla leva organizzarono veri e propri episodi di guerriglia, diffusi in tutta la valle: gli alberi della libertà furono ovunque abbattuti e sostituiti con croci. Nel 1797, dunque, la Valtellina e contadi perdono definitivamente le loro autonomie locali, entrano in una drammatica crisi economica e inizia la deriva di una provincializzazione, di una dipendenza dalla pianura metropolitana e di un isolamento culturale e sociale che solo gli anni del secondo dopoguerra hanno cominciato a invertire”.
Per alcuni mesi, dopo il 1797, comunque, rimase in piedi l'ipotesi di un'aggregazione di Valtellina e Valchiavenna come Quarta Lega alla federazione grigiona, cui non erano contrari né Napoleone né Diego Guicciardi, cancelliere di Valle del libero popolo valtellinese. Il sorprendente voto nei comuni delle Tre Leghe Grigie, di cui giunse notizia il primo settembre 1797, chiuse, però, definitivamente questa prospettiva: 24 si espressero contro, 21 a favore, 14 si dichiararono incerti e 4 si astennero. Di conseguenza il 10 ottobre 1797 Napoleone dichiarò Valtellinesi e Valchiavennaschi liberi di unirsi alla Repubblica Cisalpina. Seguì, il 22 ottobre, l'unione della Valtellina e dei Contadi di Bormio e Chiavenna alla Repubblica Cisalpina ed il 28 ottobre la confisca delle proprietà dei Grigioni in Valtellina. Alla Repubblica Cisalpina seguì, nel 1805, il Regno d’Italia, nel quale il comune di Ponte venne posto a capo del II cantone come comune di III classe, con 2.625 abitanti. Nel prospetto dei comuni del 1807 Ponte, con 2.370 abi­tanti totali, figurava composto dalle frazioni di Ponte, con 1.500 abitanti, Sazzo, con 340, ed Arigna, con 530.
Cadde anche Napoleone, lasciando ai posteri il problema di formulare l'ardua sentenza sulla sua vera gloria; il Congresso di Vienna, nel 1815, anche grazie all'operato della delegazione costituita dal chiavennasco Gerolamo Stampa e dal valtellinese Diego Guicciardi, sancì l'aggregazione del dipartimento dell’Adda al Regno Lombardo-Veneto, sotto il dominio della casa d’Austria. Ponte vi entrò come comune principale, capoluogo del II cantone, con 2.640 abi­tanti, comprendente le sezioni di Arigna e Sazzo. Il prestigio di Ponte capoluogo di distretto durò poco meno di una quarantina d’anni: nel 1853, infatti, il distretto di Ponte venne smembrato e confluì parte nel distretto I di Sondrio (Acqua, Boffetto, Chiuro, Piateda, Ponte, Tresivio), parte nel di stretto II di Tirano (Teglio). Ponte, dunque, con le frazioni Arigna e Sasso, fu inserito nel distretto I di Sondrio, comune con consiglio comunale con ufficio proprio e con una popolazione di 3.025 abitanti.
Il dominio asburgico fu severo ma attento alle esigenze della buona amministrazione e di un’ordinata vita economica, garantita da un importante piano di interventi infrastutturali. Venne tracciata la carozzabile da Colico a Chiavenna, e, fra il 1818 ed il 1822, la strada dello Spluga. Tra il 1820 e il 1825 anche Bormio fu allacciata alla valle dell'Adige con l’ardita strada dello Stelvio progettata dall’ingegner Carlo Donegani, che già aveva progettato la via dello Spluga. Nel 1831, infine, fu inaugurata la strada lungo la sponda orientale lariana, da Colico a Lecco, che consentì alla provincia di Sondrio di superare lo storico isolamento rispetto a Milano ed alla pianura lombarda.
Il periodo asburgico fu anche segnato anche da eventi che incisero in misura pesantemente negativa sull’economia dell’intera valle. L’inverno del 1816 fu eccezionalmente rigido, e compromise i raccolti dell’anno successivo. Le scorte si esaurirono ed il 1817 è ricordato, nell’intera Valtellina, come l’anno della fame.
Ci si misero, poi, anche le epidemie di colera, che colpirono la popolazione per ben quattro volte (1836, 1849, 1854 e 1855), mietendo vittime anche a Ponte. Si aggiunse, infine, per soprammercato, l'epidemia della crittogama, negli anni cinquanta, che mise in ginocchio la vitivinicoltura valtellinese. Queste furono le premesse del movimento migratorio che interessò una parte consistente della popolazione nella seconda metà del secolo, sia di quella stagionale verso Francia e Svizzera, sia di quella spesso definitiva verso le Americhe e l’Australia.
Alla proclamazione del Regno d'Italia, Ponte contava 3048 abitanti, che aumentarono nel ventennio successivo, passando a 3187 nel 1871 ed a 3486 nel 1881. Nel 1864 la sua denominazione ufficiale divenne quella attuale di “Ponte in Valtellina”.

Eccezionalmente nutrita è la lista di cittadini di Chiuro che hanno partecipato alle guerre risorgimentali: Bettoraro Vincenzo di Giuseppe (1866-70), Barili Giulio di Antonio (1866), Bettoraro Giuseppe (1866), Bertoletti Ferdinando fu Giuseppe (1860-61-66), Belottini Luigi (1866), Bernardelli Bartolomeo (1866), Beltramini Antonio fu Giuseppe (1866), Beltramini Bortolo (1866), Beltramini Antonio (1866), Bornielli Clemente Pio fu Antonio (1870), Battoraro Giuseppe fu Vincenzo (1859), Calneggia Pietro (1860-61), Cantoni Gregorio fu Giacomo (1866), Cantoni Domenico (1866), Cantoni Luigi (1866), Cornelletti Pietro (1866), Cederna Giuseppe fu Celestino (1866), Donati Luigi (1866-70), Del Giovannino Gregorio fu Maffeo (1848-49), Del Giovannino Giovanni fu Maffeo (1866), Del Giovannino Francesco fu Andrea (1866), Fanchi Luigi fu Andrea (1860-61), Fanchi Giacomo (1866), Fanchi Giovanni fu Giovanni (1866-70), Folini Matteo (1866), Foppoli Vincenzo fu Francesco (1859-66), Foppoli Giovanni Maria fu Francesco (1866), Foppoli Alessandro fu Francesco (1859-60-66), Foppoli Cesare fu Vincenzo (1848), Foppoli D.r Carlo fu Vincenzo (1848), Foppoli Francesco fu Vincenzo (1849), Foppoli Giuseppe fu Vincenzo (1859), Fojanini Giovanni Maria fu Domenico (1859-60), Franchetti Andrea fu Giuseppe (1859-66), Follini Giacomo (1870), Giovannini Giuseppe (1866), Giuliani Luigi (1866), Guicciardi comm. Enrico fu Cesare (1848-49-66), Guicciardi nob. Giovanni fu Nicola (1848), Guicciardi nob. Alessandro fu Nicola (1848), Guicciardi nob. Nicola fu Guicciardo (1866), Gerosa Pietro fu Nicola (1866), Gianatti Maurizio fu Pietro (1860-61-66), Mansetti Cesare (1866), Monti Carlo (1866), Morellini Maffeo fu Domenico (1860-61-66), Moretti Stefano di Giovanni (1866), Moltoni Michele fu Antonio (1866), Moltoni Luigi fu Giuseppe (1859-66), Moltoni Giuseppe fu Giuseppe (1859), Moltoni Andrea (1866), Nani Luigi di Giovanni (1859-60-61-66), Olzer Luigi di Giuseppe (1870), Pasini Stefano (1860), Petruzi Pietro di Francesco (1866), Petruzi Francesco di Francesco (1866), Piazzi nob. Andrea fu Francesco (1860-61), Piazzi nob. Giacinto fu Luigi (1848-49-59-60), Piazzi nob. Giuseppe fu Andrea (1848-49-60-61), Patrizi Maurizio fu Francesco (1866), Pizzini Matteo (1866-70), Quadrio Peranda comm. Giovanni Battista (1866-70), Quadrio Peranda cav. Enrico (1848-59-60-61-66-70), Quadrio-Curzio Antonio fu Alessandro (1848-59-60-61),  Quadrio Peranda nob. Giulio fu Nicola (1848), Rainoldi Gregorio (1866-70), Rainoldi Antonio (1866-70), Rainoldi Giuseppe (1866-70), Santoro Beniamino fu Francesco (1848-49-60-61), Sertore Luigi (1866), Sertore Giuseppe fu Andrea (1849), Stangoni Maurizio fu Ignazio (1866), Stangoni Antonio Ignazio fu Ignazio (1866), Sottovia Giuseppe fu Francesco (1860-61), Simonini Luigi fu Giuseppe (1866), Tempra Giovanni fu Pietro (1866), Tegiacchi Giuseppe (1866) e Toppi Lorenzo (1866).
Ecco come presenta, con dovizia di notizie, il paese la II edizione della Guida alla Valtellina curata da Fabio Besta ed edita a cura del CAI nel 1884: “Ponte (470 m.3186 ah.), grossa e bella borgata , sede di una Pretura e di un Ginnasio, posta tra fertile campagna in amenissima posizione, dista dalla strada nazionale non più di due chilometri. A metà della via sorge a sinistra la Madonna di Campagna, bella chiesa costrutta nel secolo decimo sesto sopra disegno grandioso ed elegante.
Veramente si ha memoria di una piccola chiesa costrutta in questo luogo nel secolo XV e dedicata alla Madonna; ma poi venne rifabbricata ingrandendola di molto. L'attuale chiesa fu consacrata dal Vescovo di Como, Feliciano Ningardarda, il 22 agosto 1593. La volta della cupola è stata dipinta negli anni 1694 e 95 da Giovanni Battista Mattone, pittore piemontese, che ebbe per compenso Filippi 450. L'anno 1718 fu fatto accordo con Giuseppe Prina di Bergamo perché dipingesse tutto il volto della chiesa e i muri laterali, e gli furono perciò concessi Filippi 200. Le cassette dove sono riposte le ossa dei SS. Clemente e Amanzio furono fatte fare circa l'anno 1690 dalla terra di Ponte e costarono lire valtellinesi 1909. Sulla valla piazza che é innanzi alla chiesa si sogliono tenere pia tolte l'anno, in occasione delle feste della Madonna, fiere molto frequentate.
Ponte ha belle fontane alimentate da un acquedotto di recente costruzione. Sulla piazza maggiore, ed innanzi alla chiesa, sta il monumento eretto nel 1871 in onore dell'astronomo Piazzi.
È opera dello scultore milanese Costantino Corti. Sopra un piedestallo di marmo elevasi la statua dello scienziato, collo sguardo rivolto al cielo, campo delle sue meditazioni… Di assai bella struttura è la chiesa parrocchiale, la quale presenta la forma basilicale nella sua disposizione interna a tre navi e nella soffitta a travatura che giudiziosamente venne finora conservata.
È fra le chiese più antiche delle Valtellina; la sua architettura é un misto di longobardo e di gotico: peccato che abbia perdute molto del carattere primitivo per restauri fatti in tempi diversi, specie quelli eseguiti nei secoli XVII e XVIII. Il restauro generale… è commendevole per diligenza o per un certo gusto d'arte. Dall'esame delle varie parti del tempio e dalle inscrizioni incise sulla facciata… si comprende tosto che fu ampliato e ricostutto in tempi diversi. Probabilmente la chiesa primitiva, più piccole ed angusta, risaliva a tempo molto antico, forse al secolo undicesimo. Non é facile assegnare il tempo in cui fu eretto il campanile ; può tuttavia giudicarsi opera del secolo decimo quarto…
È del secolo decimo sesto la bella ceppelletta attigua alla porta maggiore nella navata a mezzogiorno… La facciata della chiesa è singolarmente notevole per le eleganza della porta in pietra, nello stile ogivale del quattrocento, decorata di leggiadre ornamentazioni. Nel timpano dell'arco superiore siammira il celebrato affresco di Bernardino Luini rappresentante la Vergine col Bambino e S. Maurizio col cavallo. La pittura è assai ben conservata, e per grazia di composizione e per vivacità e vaghezza di colorito al giudico fra le miglior di quel valentissimo Raffaello Lombardo. Elegante è pure il rosone od occhio di bue che si apre in alto sopra la porta.
Sede in ogni tempo di molte famiglie patrizie, Ponte fra le sue strette vie ha non pochi palazzi tuttora ben conservati.Ponte è le patria di Stefano Quidrio, il vincitore dei Veneziani a Delebio  (1432), del capitano Giovanni Guicciardi che ebbe tanta parte nella rivolta del 1620, dell'abate Francesco Saverio Quadrio, l'autore … delle Dissertazioni storiche sulla Valtellina e di molte altre opere minori, e del padre Giuseppe Piazzi, l’illustre astronomo scopritore di Cerere. Era pure oriundo di questa terra il conte Diego Guicciardi, statista d'acuto ingegno, che tenne durante l'epoca cisalpina e napoleonica, altissimi ufficii nel governo italiano e si mescolò attivamente per quasi mezzo secolo a tutti i rivolgimenti politici di Valtellina e di Lombardia.
S. Bernardo.A tre ore sopra Ponte, in mezzo ai boschi sul dosso del monte, in posizione stupenda, sta nsogliono passare le più calde giornate d'estate.
La Vai Fontana.È vasta , ricca di maggenghi e di pascoli. S'apre a oriente di Ponte e procede verso nord. Una strada praticabile alle prialì conduce fino alle ultime alpi nel piano della valle; di là un sentiero sale rapidamente l'erta parete del monte che chiude la valle. Dopo non molto si biparte; un ramo ascende a sinistra verso il Passo del Forame, che mette in Val di Togno, l'altra, a destra verso il Passo delle Saline, per cui si scende a Poschiavo. Dalla Val Fontana, è facile l'ascesa al Pizzo Scalino; ed è forse possibile quella alla Cima Vicima, e al Painale tuttora inesplorati.”

Dall’opera “La Valtellina (Provincia di Sondrio)”, di Ercole Bassi (Milano, Tipografia degli Operai, 1890), ricaviamo diverse interessanti notizie statistiche sul paese intorno agli anni ottanta dell’ottocento, riportate nella seguente tabella:

Frazioni principali

Mandamento

Numero delle case al 1865

Numero di famiglie al 1865

Abitanti nel 1881

Patrimonio al 1865 (in Lire)

Passivo al 1883 (in Lire)

Latteria/e
(anno di fondazione, kg. di formaggio, di burro e di altri latticini prodotti)

Alpeggi (fra parentesi: proprietà, numero di vacche sostenibili, prodotto in Lire per vacca, durata dell’alpeggio in giorni)

Arigna, Sazzo
Ponte
310
563
3395
27060
33441
1880; 4200, 1500, 4100

Alpe Ron (70, 40, 80);
Alpe Campondola (40, 35, 80);
Alpe Mutti (30, 35, 80);
Alpe Campiascio (40, 35, 75);
Alpe Gardè (35, 30, 70);
Alpe Combolo (40, 35, 70);
Alpe Aresè (50, 38, 75);
Alpe Spanone (80, 40, 80);
Alpe Covai (30, 35, 70);
Alpe Santo Stefano (30, 35, 75)

 

 

 

 

 

 

 

 


Nell’ultima parte del secolo Ponte subì una leggera flessione demografica, che portò gli abitanti a 3216 nel 1901.
Alla vigilia della grande guerra gli abitanti erano risaliti a 3633. 

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Nello scritto “Cenni storici su Ponte”, pubblicato nel 1901 (Ed. Tipografia Vescovile dell’Oratorio, Como), viene tratteggiato quest’ampio quadro del paese all’inizio del secolo XX (citato da "Un paese di nome Ponte", a cura della Biblioteca Comunale di Ponte in Valtellina):
Dai vecchi documenti risulta che si chiamava questa borgata, in latino, Comune de Ponte e non Pontium, né Pons. Giace nel terziere di mezzo in Valtellina, a destra del fiume Adda, che, nato alle falde dello Stelvio, la percorre, gettandosi poi nel Lato. la posizione di Ponte è amena, solatizia, su un dolce pendio formato dalle diverse alluvioni del vicino torrente Rhon, difesa dai nordici venti dal sovrastante monte di San Bernardo, quasi tutto rivestito da una pineta (pinus silvester) che rende l'aere salubre colle sue emanazioni e che, colle sue radici, concorre alla miglior consistenza territoriale. I venti di mattina e di sera non gli recan gran danno, perché è difeso dallo sperone su cui giace Taglio e dall'altro detto il Calvario. Ha di fronte le Alpi Orobie colle vette ed i ghiacciai di Cocca e del Rodes che servono a mantener pura, ma qualche volta troppo fresca, l'aria. Confina ad Est col fiume Val Fontana, che lo divide da Chiaro e Taglio; a Sud con Chiaro; ad Ovest col torrente Rhon che lo separa da Tresivio ed Acqua; al Nord poi colle Alpi Retiche, quindi colla Svizzera. La sua altezza sul livello del mare è di metri 487; la sua ubicazione Lat. geografica 46. 11' 0". Long. Ovest da Roma 2' 26' 45". Dista dalla strada provinciale circa Kilometri 1,300 e con questa si collega mediante strada anzichenò ripida. A questo pericoloso inconveniente si sta ora rimediando costruendone un'altra più comoda per accedere alla Stazione ferroviaria.
Oltre essere aprica la posizione, i suoi abitanti la resero possibilmente comoda, l'abbellirono di palazzi da far invidia a molte cittadelle, di abbondanti fontane che danno acque purissime tolte dal fiume Val Fontana e condotte a Ponte con grandissimo dispendio, mediante canale e tubatura ed è da due anni illuminato a luce elettrica. Ha un Ginnasio, già fondato nel 1551 dai Reverendi Padri Gesuiti che sulla fine del 1700 dalla Lega Grigia e poscia dalla Repubblica Francese furon soppressi. Il lor patrimonio, che era stato confiscato, fu rivendicato e serve tuttora a sopperire alle spese dell'istruzione ginnasiale. A questo Istituto Ponte è debitore se fra i suoi abitanti molti cittadini si segnalarono nella Chiesa, nel foro, nelle scienze, nelle lettere, nelle arti e nelle armi...
Il carattere di questa popolazione è franco, è schietto e senza iperbole lo si dice gentile, parche è innata la cordialità e l'ospitalità. All'indefesso lavoro della terra, coltivata quasi tutta a vite, devesi in buona parte non solo la robustezza, ma la moralità dei suoi abitanti.
Avvi la Pretura mandamentale, l'Agenzia delle Tasse, Posta e Telegrafo, la Congregazione di carità, che provvede ai bisogni del povero e dell'Infermo, non dimenticando di dare una modesta refezione agli scolari; vi è una Società Operaia di M.S.; un Corpo Musicale che allieta di quando in quando i cittadini; una ben disciplinata Compagnia di Pompieri; vi sono due Sodali Latterie, una Cooperativa encomiata e premiata molte volte dal R. Ministero di Agricoltura e Commercio, l'altra Tornaria, ed infine, onde riparare agli infortuni del bestiame, venne fondata tessé una Società di M.S. per l'assicurazione e tutto ciò prova incivilimento, progresso, fratellanza e previdenza...
Sulle falde del monte S. Bernardo, coperto di case d'abitazione, oltre l'Ora ratorio in Val Fo.ana, sacro a Sana di Padova, vi sono tre chiese. La più amica, e per lo stile e per qualche pittura, è quella di S. Rocco, sur un dosso che domina la Valle Fontana. A questa accedevasi processionalmente tutte le domeniche del Luglio e dell'Agosto a celebrarvi la S. Messa, ma ora una tal pratica si dovette sospendere, essendo ridotti a tre i dodici Sacerdoti che, dotati di Benefici, costituivan il clero di Ponte.
Verso sera di questa sorge una chiesuola dedicata al santo protomartire, che, dal coro di forma esagona e dalla finestra a mezzogiorno, risulterebbe fabbricata circa il secolo XIII, ma ora non si ufficia, attendendo restauri.
Sopra il paese un centinaio di metri, poggia una cappella ove con particolare devozione s’invoca San Antonio Abate e specialmente i pastori la visitano e v’assiston alla Messa che oltre il 17 gennaio vi si celebra di quando in quando.Esiste poi ancora una chiesuola sacra a S. Bernardo sul monte omonimo e dista da Ponte meno di due ore di cammino. E posto all'altezza di m. 1227 sul livello del mare, ed è ora convertito quell'Alpe in stazione climatica ed il Club Alpino di Milano la fece centro di escursioni.Era la chiesuola caduta in deperimento, sebbene il 20 Agosto, prima del 1867, vi si celebrassero le funzioni solennemente e vi fosse distribuzione di pane, formaggio e vino a tuffi, quando mercé le oblazioni dei villeggianti, l'egregio ingegnere Luigi Marchesi prese a restaurarla e nell'interno ed all'esterno. La pavimentò, l'ornò con balaustrata, riparò i muri, insomma la ridusse ufficiabile non solo, ma bellina...
Molti furono i cittadini di Ponte caduti nella prima guerra mondiale: i soldati Nardoni Pietro, Del Giovannino Vittorio, Nani Angelo, Marini Egidio, Tuia Santo, Poda Mario, Cornelatti Pietro, Beltramini Tomaso, Tegiacchi Francesco, Rofinoli Bartolomeo, Battoraro Romolo, Motti Marcellino, Fanchi Antonino, Donati Antonio, Tuia Antonio, Tempra Antonio, Marchetti Genesio, Gerna Giuseppe e Rainoldi Cesare, il carabiniere Moltoni Luigi, il caporal maggiore Fancoli Giuseppe ed il tenente Giacomoni Remo. A questi vanno aggiunti i dispersi Tuia Stefano, Dell’Angelini Angelo, Folini Francesco, Petruzio Angelo, Moretti Stefano e Della Riscia Pietro.
Ecco l’ampia presentazione che di Ponte offre, nel 1928, Ercole Bassi, in “La Valtellina – Guida illustrata”: “Una rotabile lunga circa km. 1, un po' erta, conduce da S. Carlo all'antico borgo di Ponte (m. 500 - ab. 3638 - messag. p. la ferr. - P. T. tel. - RE. CC. - capol. di mand. - alb. Cerere - med. - farm. - meccan.). Ponte possiede una latt. turn. e altra coop. che esporta ottimo burro, una soc. elett., altra di m. socc., una mutua assic. bestiame, altra con Chiuro contro gl'incendi, altra detta «la Fratellanza», altra di cons. in Arigna, un corpo filarm., un consorzio d'irrig. e quanto può trovarsi in una borgata civile. È sede di una scuola agric. annessa alla Colonia Agric. Lomb. che accoglie orfani di contadini morti in guerra, e di un asilo inf. Importante per la storia artistica e del costume del 1500 in poi è la raccolta di documenti della famiglia Guicciardi­Quadrio. Sul piazzale, all'ingresso del borgo, fu eretto un bel monumento ai Caduti dell'ultima guerra. Ponte possiede monumenti di grande interesse artistico. La Chiesa della Madonna di Campagna, che fu già dei Gesuiti, sorse nel sec. XVI; poi rifabbricata ed ingrandita, fu consacrata dal vesc. Ninguarda (22 ag. 1593); la cupola fu dipinta a fresco da G. B. Muttoni per filippi 450; nel 1718 fu assegnata a Giuseppe Prina di Bergamo la esecuzione degli affreschi sulla volta e sulle pareti per filippi 200; i reliquiari dei SS. Clemente ed Amanzio costarono alla terra di Ponte che li donò (1690) lire valtell. 1909; le due tele ai lati dell'altare con storia di S. Ignazio, sono ascritte tra gli ultimi lavori di Gian. Parravicini di grande pregio, ma deperite; notevole infine l'Annunciazione nel pronao. La parrocchiale, dedicata a San Murizio, ha tre navate in stile gotico-lombardo. L'architettura, scrive don S. Monti, è fra le più antiche della valle. Ha forma basilicale, a tre navi sotto semplice soffitto. Lo stile è un misto di romanico e di gotico, con accenni al rinascimento, prova che fu edificata, ampliata e ricostrutta in diversi tempi.
I restauri eseguiti nel XVII e XVIII sec. fecero perdere molto del carattere primitivo. Il restauro generale del 1878 fu lodevole per diligenza e per un certo gusto d'arte. La decorazione prospettica è del Coduri di Como. La chiesa primitiva, più piccola, risaliva al decimo sec. Nel 1347 fu ampliata ed eretto il campanile, come rilevasi da una iscrizione sulla facciata. Alla fine del XV sec. e principio del XVI si ricostrusse abside e coro. Le colonne della navata grande sono di granito; i capitelli intagliati, variati, sono di uno stile che s'avvicina al gotico. La facciata è notevole per la eleganza del rosone a raggi e della porta in marmo dello stile ogivale del 400, decorata di leggiadri ornati finemente scolpiti, degna cornice alla deliziosa ed assai celebrata lunetta a fresco di Bernardino ritenuta tra le migliori sue opere. Rappresenta la V. col B. che benedice la palma del martirio presentata da S. Maurizio, con due vaghi angioletti, il tutto espresso con finezza e soavità incantevole d'espressione e di fattura. Nell'interno il dipinto di S. Antonio abate, è di C. Marni da Bormio del sec. XVIII. Gio. Gavazzeni pinse le due cappelle laterali all'altar maggiore, e quella di S. Elisabetta, e riparò con molto buon gusto quella di M. V. Il Monti attribuisce a Gaudenzio Ferrari i quattro quadri a tempera delle pareti: lo Sposalizio, l'Adorazione dei Magi, il Transito e l'Assunta. Egli rileva la grande espressione delle maestose figure degli Apostoli nel Transito, e la bellezza inarrivabile della M. Altri le attribuiscono a qualche suo allievo e anche al Valorsa. Le tre tele del presbiterio e del coro sono del Romegialli; il telone dell'organo di P. Ligari. L'elegante tabernacolo in bronzo è opera dei fratelli Innocenzo e Francesco Guicciardi da Ponte (1578) come risulta da una iscrizione.
Il grande ed artistico ciborio, tra i primi introdotti in Lombardia, dimostra (dice il Monti), insieme ad una tecnica perfetta, un sapiente eclettismo, e, sebbene non manchi di un certo manierismo caricato, di cui non vanno immuni altri fonditori lombardi della seconda metà del 1500, nel suo complesso è una delle più fulgide prove dell'altezza cui seppe assurgere quell'arte nel periodo glorioso del rinascimento. Il Monti ricorda che l'opera costò 690 monete d'oro da lire 15 l'una, cioè L. 10359, che prima della guerra equivalevano a L. 51750. Sotto l'altar maggiore, in urna d'ebano intar. d'arg. e d'avorio, vi sono le reliquie dei martiri Ss.Clemente ed Amanzio, dono dei Pontesi emigrati a Roma. Jacopo Rodari di Maroggia, residente a Como, fece col gusto artistico del rinascimento, nel 1498, gli stipiti in marmo saccaroide della porta della sagrestia, i medaglioni murati, i capitelli delle lesene, ed il tabernacolo degli oli santi, come risulta da contratto del 6 giugno di detto anno, fatto dalla Comunità e dalla Scuola della B. V. con Tommaso De Rodami che sopraintendeva ai lavori del duomo di Como. Sono del XVI sec. la cappella attigua alla porta della navata a mezzodì, ed il fonte battesimale, monolite di marmo bianco, decorato daeleganti fogliami e chiuso al disopra da un bellissimo armadio ottagono a cupola in forma di tempietto con sagomature ed intagli pregevoli. Sulla base della vasca leggeri la data del 1585. La cappella è chiusa da un'inferriata, che coi ricci, svolazzi e rabeschi ricorda lo stile del XVII al XVIII sec. Pregevole è l'ancona in legno dorato nel primo altare a destra. R suddivisa in tanti scompartimenti, nei quali è intagliata la Passione: le cornici e le lesene ricordano lo stile bramantesco. Il prof. Pogliaghi giudicò questo lavoro classico pel disegno e l'esecuzione.
Il pulpito, la cantoria, gli stalli del coro e le porte sono opere dal 600 al 700, ricchi d'intagli e di tarsie. Fra gli arredi sacri sono notevoli: un baldacchino in damasco cremisi con ricami; un paramento di seta rossa ricamata in argento e oro del 1710; un palliotto rosso ricamato in oro e argento; altro bianco ricamato a fiori; due stendardi di velluto rosso con ricami; una pianeta di velluto cesellato verde di Venezia su fondo in oro del 500; un'altra a righe della seconda metà del sec. XVII; un calice d'argento dorato con ceselli e pietre dure del 1542; delle lampade d'argento, una più antica a trafori; una pisside d'argento del 600. Bello è pure l'affresco nell'altare a sud rappresentante la M. col B., S. Rocco e S. Bernardino. Porta la firma G. Battista da Musso, 1561. Nella sagrestia trovasi una piccola tela del 400 di molto pregio proveniente da Roma. In una cappella vi sono bellissimi medaglioni. Vari oggetti di pregio e bei lavori in ferro si trovano nella casa arcipretale. Sul fianco a sud della chiesa campeggia un San Cristoforo che porta il B., il quale regge colla destra il mondo, e una fascia scritta a caratteri gotici. Il dipinto ha una bella cornice a ornati.
Nel piazzale si ammira il mon. eretto nel 1871 all’illustre astronomo pontese Giuseppe Piazzi, opera dello scultore milanese Costante Corti. È dell'altar maggiore nella Parrocchiale di buon pennello il quadro dell'altar maggiore con M. V. e S. Gregorio nella chiesetta di S. Gregorio, del 1553, sulla strada che va a Tresivio. Si ritiene del Valorsa il quadro a tempera con M. V., il B. e S. Ant. abate e la data del 1535, sull'altar maggiore della chiesetta di S. Bernardo, posta in amenissimo poggio sopra Ponte, ambito soggiorno estivo (m. 1217 - alb. dei frat. Pianta). È degno di nota una bella stufa del 1570 nella Casa Guicciardi fu Arrigo. Diverse porte e finestre del borgo son del 400.
53. Uomini illustri. — Ponte diede i natali oltre all'astron. Piazzi, al capit. Alderamo Quadrio che ebbe molta parte nelle vicende storiche della valle nel secolo XI; a Stefano Quadrio, che alla testa dei Valtel­linesi ebbe precipua parte nella vittoria delle truppe di Filippo Maria Visconti contro i Veneziani a Delebio nel 1432; al cav. Antonio Quadrio, della metà del 500, distinto medico, chirurgo di Re Ferdinando d'Austria; al capitano Giovanni Guicciardi che si distinse nelle guerre del 1620 al 1639; allo statista Diego Guicciardi che si adoperò moltissimo per l'unione della Valle alla Cisalpina nel 1797, e fu ministro di Polizia, consigliere di Stato, membro e cancelliere consulente del Senato del primo regno italico; allo storico Francesco Saverio Quadrio, nato nel 1691, autore delle «Dissertazioni storiche intorno alla Valtellina». Il grande patriota Maurizio Quadrio, chiamato da Gius. Mazzini, di cui fu il più fedele apostolo, «l'anima più pura, la coscienza più salda, la volontà più operosa del suo partito», nacque a Chiavenna nel 1800 da famiglia di Ponte. Il Monti ricorda un Gottardo da Ponte che stampò a Como nel 1521 le opere di Vitruvio.
Di Ponte era pure il senatore Enrico Guicciardi, distinto patriota e uomo di governo, che nel 1866 condusse alla vittoria le milizie valtellinesi contro gli Austriaci allo Stelvio e che, prefetto a Cosenza, represse con molta energia il brigantaggio. Nacquero a Ponte i già nominati Innocenzo e Francesco Guicciardi, del 500, ed il generale Quadrio-Peranda, che ebbe parte onorevole nelle campagne per la libertà d'Italia.
54. Val Fontana. — Da Ponte e da Chiuro si sale nell'amena Val Fontana per una comoda mulattiera che tocca Roncale, e di là, mercè un ombroso viale, giunge alle Piane, ove trovasi la presa per la forza elettrica. Indi prosegue ner l'alpe Campello (rn. 1400) fino allo scosceso passo delle Saline (m. 2590), dal quale si scende a Poschiavo. È segnalata la strada da Ponte al rifugio Cederna (m. 2600) e al Pizzo Scalino (rn. 3323). Questa capanna agevola anche la salita alla cima Vicina (m. 3080), al Painale (m. 3248), ai pizzi Calino (m. 3030), al Canciano (m. 3137), e ad altri minori. Per l'alpe Forame si ascende al passo omonimo (rn. 2850), che mette in valle Antognasca, e dall'alpe Campello si può fare la salita del monte Combolo (in. 2902).”

Nel periodo fra le due guerre la popolazione subì una flessione: si passò dai 3348 abitanti del 1921 ai 3310del 1931, tornando a 3152 nel 1936.
Nella seconda guerra mondiale caddero, fra i cittadini di Ponte, i soldati Macoggi Amerino, Cantoni Luigi, Pedrotti Dino, Beltramini Luigi, Toppi Ettore, Rainoldi Aristide, Simonini Rino, Biscotti Luigi, Praolini Agostino, Parora Silvio e Beltramini Tomaso, il carabiniere Bettoraro Luigi ed il caporal maggiore Rainoldi Giuseppe. A questi va aggiunta una lunga lista di dispersi: Beltramini Virgilio, Bernocchi Ferdinando, Biscotti Folini Luigi, Dell’Anna Giacomo, Franchetti Lino, Mascarini Giuseppe, Moltoni Cirillo, Moltoni Dino, Moltoni Pio, Moretti Attilio, Moretti Isidoro, Pedrotti Luigi, Pedrotti Oreste, Picceni Domenico, Roffinoli Giovanni, Sertore Egidio, Tomè Cirillo e Vairetti Oreste. Morirono, infine, per cause di servizio Pasini Giuseppe, Andreossi Celestino, Branchi Diego, Folini Ginetto e Gavazzi Bernardo.
Anche nel secondo dopoguerra l’andamento demografico prosegue nella flessione; dai 3152 abitanti nel 1951 si passò ai 2962 nel 1961, ai 2563 nel 1971, ai 2329 nel 1981, ai 2239 nel 1991, ai 2252 nel 2001 ed infine ai 2240 nel 2006.

Carta del territorio comunale (estratto dalla CNS su copyright ed entro i limiti di concessione di utilizzabilità della Swisstopo - Per la consultazione on-line: http://map.geo.admin.ch)



BIBLIOGRAFIA

Guicciardi, Luigi, "In occasione che l'Ill.mo e Rev.mo Monsignore Giambattista Castelnuovo, Vescovo di Como visitando la prima volta la Provincia di Sondrio amministri la Cresima e consacri il nuovo altare maggiore nella Chiesa Prepositurale di Ponte. Versi". Como, Pasquale Ostinelli, 1824

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"Vicende orobiche (Ambria, Boffetto, Piateda e Sazzo)", Villa di Tirano, 1986

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Biblioteca Comunale di Ponte in Valtellina (a cura di), "Un paese di nome Ponte ", 2003

Canetta, Eliana e Nemo, “Il versante retico - Dalla cima di Granda al monte Combolo”, CDA Vivalda, 2004

Associazione Archivio della Memoria di Ponte in Valtellina, "La memoria della cura, la cura della memoria", Alpinia editrice, 2007

AA. VV. (a cura di Guido Combi), "Alpi Orobie Valtellinesi, montagne da conoscere", Fondazione Luigi Bombardieri, Bonazzi, Sondrio, 2011

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