CARTA DEL PERCORSO - ESCURSIONI A RASURA - GALLERIA DI IMMAGINI


Apri qui una fotomappa del versante occidentale della bassa Val Gerola

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Strada per il Bar Bianco-Lares-Pista sterrata-Foppe-Pescegarz-Pedesina-Rasura
4 h
740
E
SINTESI. Alla prima rotonda all'ingresso di Morbegno (per chi proviene da Milano) prendamo a destra ed alla successiva ancora a destra; dopo un ponte imbocchiamo la provinciale della Val Gerola, saliamo fino a Rasura e qui prediamo a destra, imboccando la carozzabile per il bar Bianco, fino al cartello di divieto di accesso ai veicoli non autorizzati. Parcheggiamo appena sotto il cartello ed incamminiamoci sulla strada fino a trovare, sulla sua sinistra, ad un muraglione, la mulattiera segnalata (segnavia rosso-bianco-rosso, numero 124) una mulattiera. La imbocchiamo e passiamo ai piedi di un ampio prato, alla cui sommità occhieggia un gruppo di baite, ed incontriamo un paletto con segnavia bianco-rosso, identificato come paletto n. 6. Poi la mulattiera rientra nel bosco, e, dopo pochi tornanti, ci porta al paletto n. 7. Usciti di nuovo all’aperto, raggiungiamo le baite del bel maggengo del Làres. La mulattiera piega a destra e ci propone un breve tratto, delimitato da una duplice staccionata di legno, nel cuore dei prati, prima di piegare a sinistra e passare in mezzo ad alcune baite. Oltre le baite (segnavia bianco-rosso) attraversiamo una selva, incontriamo una comoda panchina, e raggiungiamo il punto in cui il tracciato piega a destra, salendo fino ad intercettare una pista che proviene dalla strada asfaltata Rasura-Bar Bianco. Procedendo verso sinistra, arriviamo, dopo pochi passi, ad uno slargo che funge da parcheggio; appena prima dello slargo, sulla destra, la mulattiera riprende a salire. Noi, però, proseguiamo sulla pista, che attraversa la Valmala. Sul lato opposto un sentiero sale al limite basso dei prati delle Foppe (m. 1338). Saliamo alla parte alta dei prati, dove la traccia tende a perdersi, ma la successiva salita non è difficile: proseguiamo diritti, circondati da un boschetto di larici, seguendo una sorta di radura intermittente, fino ad incontrare il muricciolo che delimita la parte bassa di una nuova ed ampia fascia di prati, Pescegarz (m. 1540). Ci portiamo, andando a sinistra, alle due baite dell'alpe. cerchiamo poi la partenza del sentiero che scende a Pedesina, sul limite del bosco, partenza che si trova più a sud rispetto al punto dal quale siamo saliti (cioè, se guardiamo a valle, più a destra). Partiamo dalle baite a guardiamo diritti al limite del bosco: noteremo, fra i verdi larici, anche uno scheletro di larice colpito da un fulmine; sul prato, appena a destra, il rudere (poche pietre che accennano alle quattro mura perimetrali) di un calec, cioè di un ricovero privo di tetto (fungeva da tetto un telo che i pastori portavano con sé). Dirigiamoci in direzione del calec (dove si trova un segnavia bianco-rosso) e proseguiamo verso il limite del bosco: osservando con un po’ di attenzione, vedremo, sul tronco di una pianta, un segnavia rosso-bianco-rosso, che indica la partenza del sentiero. Una volta trovato, il sentiero non lo perdiamo più. Oltrepassato un baitello con un cartello della Comunità Montana di Morbegno, proseguiamo, nella discesa, accompagnati da segnavia bianco-rossi (e da qualche freccia che indica il sentiero per chi sale). Tornati nel bosco, scendiamo decisamente fino ad intercettare una traccia che proviene da sinistra e, prendendo a destra, raggiungiamo la parte bassa delle baite della località Masoncelli (m. 1240), presso un bel prato: sul suo limite di sinistra il sentiero, che è ormai una larga mulattiera delimitata da un muretto a secco, riprende a scendere, biforcandosi: andiamo a sinistra (nonostante le frecce bianche indichino la direzione di destra) e scendiamo a guadare per la seconda volta il torrentello della Val del Bur. Dopo un breve tratto pianeggiante, passiamo a sinistra di una nuova baita con cartello della Comunità Montana Valtellina di Morbegno, poco oltre la quale ci stacchiamo dal sentiero sulla destra, imboccandone uno che scende, deciso, con rapidi tornantini, ad intercettare una strada asfaltata che, percorsa in discesa, ci porta all'oratorio di S. Rocco, poco sopra la chiesa di S. Antonio e della S. Croce. Seguendo una stradella scendiamo per via più diretta alla provinciale della Val Gerola; sul lato opposto imbocchiamo una carrozzabile ad alcune case sottostanti, dove troviamo la comoda mulattiera che scende a Rasura. Percorriamola verso nord: dopo un primo tratto nel bosco, attraversiamo una fascia di ripidi prati, che sembrano precipitare nell’oscuro fondovalle dove corre rabbioso il Bitto. Attraversata una pista carrozzabile, proseguiamo fino a trovare un cartello che segnala il “Gisöl del Pich”, cioè la cappelletta della roccia. Superiamo poi il ponte sulla Valmala e la mulattiera torna a farsi pista carrozzabile, che si snoda fra prati e baite, finché, dopo un’ultima curva, eccoci di nuovo in vista delle case di Rasura. Ci portiamo sotto la chiesa di San Giacomo e prendendo a sinistra saliamo ad intercettare la provinciale della Val Gerola; sul lato opposto imbocchiamo la carozzabile e saliamo fino all'automobile

Prati del Grasso. Foto di Massimo Dei Cas www.paesidivaltellina.it
Cima della Rosetta

GGIORNAMENTO. Attenzione: la pista sterrata che taglia la Val Mala dai Lares alle Foppe è ora (2011) chiusa al traffico delle persone non autorizzate: un cartello segnala che è una pista privata ed è soggetta a caduta massi. Conviene ora percorrere l'anello sfruttando il sentiero che parte un po' più in alto e porta dalla località Ciani, appena sopra i prati del Lares.

Cappelletta ai Lares. Foto di Massimo Dei Cas www.paesidivaltellina.it
Cappelletta alla pista del Lares

Rasura e Pedesina sono, nell’ordine, i primi due comuni che si incontrano risalendo la Val Gerola. Proponiamo un’interessante camminata che consente di partire da Rasura, raggiungere Pedesina e tornare, per via diversa, a Rasura, seguendo un percorso che tocca maggenghi poco conosciuti e si snoda per buona parte nella riposante ombra dei boschi.
Può essere un’ottima idea per una passeggiata tardo-primaverile, o autunnale, all’insegna del silenzio e della tranquillità. Portiamoci, con l’automobile, a Rasura, parcheggiando nella piazza del paese (m. 780). Imbocchiamo, quindi, il passaggio pedonale che ci consente di salire alla parte alta del paese senza seguire la strada asfaltata, passando proprio davanti ad una cappelletta dedicata alla Beata Vergine Maria. Il percorso si ricongiunge alla strada asfaltata, che, però, possiamo lasciare di nuovo, sfruttando un secondo sentiero che sale fra alcune baite e prati. Raggiunta per la seconda volta la strada asfaltata, la seguiamo verso destra, fino al tornante sinistrorso. Poco oltre il tornante, troviamo, sulla nostra destra, la partenza di una bella mulattiera, che sale all’ombra di un fresco bosco, con ripidi tornanti, fino a tornare ad intercettare la strada asfaltata, ad una quota approssimativa di 1100 metri, poco prima che questa raggiunga lo svincolo, sulla destra, per la Corte (dove si trova l’omonimo rifugio) e le Tagliate.
Sul lato opposto della strada la mulattiera, segnalata con segnavia rosso-bianco-rosso come sentiero 124, prosegue superando il muraglione di contenimento. Possiamo seguirlo, oppure imboccare una pista sterrata appena più in basso. Meglio questa seconda soluzione, tutto sommato. Passiamo ai piedi di un ampio prato, alla cui sommità occhieggia un gruppo di baite, ed incontriamo un paletto con segnavia bianco-rosso, identificato come paletto n. 6. Poi la mulattiera rientra nel bosco, e, dopo pochi tornanti, ci porta al paletto n. 7. Usciti di nuovo all’aperto, raggiungiamo le baite del bel maggengo del Làres, o Larice (denominato così perché un tempo circondato da una fascia di larici): sul fondo emerge la solitaria cima del pizzo di Trona ("piz di vèspui"), una delle più significative della testata della Val Gerola.
La mulattiera piega a destra e ci propone un breve tratto, delimitato da una duplice staccionata di legno, nel cuore dei prati, prima di piegare a sinistra e passare in mezzo ad alcune baite. Oltre le baite (segnavia bianco-rosso) attraversiamo una selva, incontriamo una comoda panchina, e raggiungiamo il punto in cui il tracciato piega a destra, salendo fino ad intercettare la pista sterrata già menzionata, che proviene dalla strada asfaltata Rasura-Bar Bianco. Procedendo verso sinistra, arriviamo, dopo pochi passi, ad uno slargo che funge da parcheggio (potremmo, volendo, salire fin qui con l’automobile, accorciando così l’impegno dell’escursione: in tal caso, però, dobbiamo acquistare il permesso di transito al Rosa's Bar); appena prima dello slargo, sulla destra, la mulattiera riprende a salire. Noi, però, proseguiamo sulla pista. Alzando gli occhi, sul versante alla nostra destra, vedremo la cappelletta dedicata alla Madonna del Lares o del Larice (che la mulattiera tocca, salendo).
Il tracciato serpeggia, salendo gradualmente, lungo il fianco della valle, segnato ora da severe rocce in cima alle quali si affaccia un fitto bosco. Dopo aver superato un primo vallone, che confluisce, più in basso, nel solco della Valmala ("val màla", detta anche "val del pich"), eccoci al cuore della valle, che, per la verità, non suscita, in questo tratto, una particolare impressione. Passiamo, su una passerella di cemento, sul suo lato opposto (meridionale), dove, ad una quota di circa 1300 metri, la pista lascia il posto ad un sentiero ben marcato, che descrive, salendo, una diagonale in un bel bosco di abeti, prima di affacciarsi ai prati delle Foppe ("fòpp", m. 1338). Dobbiamo, ora, risalire i prati, sfruttando un sentierino che parte a destra della prima baita, toccando quelle superiori. Prima di farlo, ricordiamo anche una diversa possibilità: nella parte bassa dei prati, verso il centro, si può trovare, cercandola sul limite del bosco, la partenza di un sentierino, non segnalato
neppure sulla carta IGM, che scende, ripido e deciso, fino alle baite a monte della strada provinciale n. 7 della Val Gerola, raggiungendola, infine, in un punto fra Pedesina e Rasura, a sud (cioè a monte) del ponte che scavalca l’orrido della Valmala. Se vogliamo abbreviare la camminata, possiamo cercarlo: non affidiamoci, comunque, a discese a vista, fuori sentiero. Ma torniamo al nostro percorso. Nella salita, ignoriamo una deviazione a destra: si tratta del sentiero, non segnalato, che attraversa di nuovo la Valmala e raggiunge la località Ciani ("ciàni", cioè i piani), sopra il Lares (cfr. la nota intdoruttiva di aggiornamento).
Raggiunta la sommità dei prati, la traccia tende a perdersi, ma la successiva salita non è difficile: proseguiamo diritti, circondati da un boschetto di larici, seguendo una sorta di radura intermittente, fino ad incontrare il muricciolo che delimita la parte bassa di una nuova ed ampia fascia di prati, Pescegarz, dove, un po’ più in alto, alla nostra sinistra, vediamo le due baite chiamate “caséri végi de cumbanìna” (m. 1543): siamo, infatti, nella parte più bassa dell'ampio dosso di Combanina ("dòs de cumbanìna"), chiamato anche "dòs de Giùuf". Quanto all’origine del nome Combanina (e dell’analogo Combàna), si può ipotizzare che derivi dalla voce comasca e bormina “combal”, “combol”, cioè sommità.

Il Grasso. Foto di Massimo Dei Cas www.paesidivaltellina.it
Pescegarz

Sulla destra delle baite, e sul versante opposto della valle, si mostra, elegante, la cima della Rosetta ("scima de la rusèta"). È, questo, il punto di massima elevazione raggiunto dall’escursione. Un punto non molto alto, ma di eccellente valore panoramico. Guardando a nord, in particolare, distinguiamo molte delle più famose cime del gruppo del Masino, dal pizzo Cengalo ai pizzi del Ferro (sciöme dò fèr), dalla cima di Zocca alla cima di Castello, dalla punta Rasica ai pizzi Torrone, dal monte Sissone al monte Disgrazia.


Panorama da Pescegarz

Le due baite, poste quasi a ridosso di una formazione rocciosa che sembra sorreggere sulle sue spalle un’intera macchia di larici, appartengono già al territorio del comune di Pedesina, dal momento che si trovano sulla parte sinistra dei prati, ed il confine passa, più o meno, nel mezzo (l’abbiamo attraversato salendo dalle Foppe, ma, sicuramente, nulla ce l’avrà fatto sospettare). Da quest’alpe la salita potrebbe proseguire con due diverse mete: l’alpe Ciof (deformazione di "Giùuf" sulla carta IGM), o Combanina, dalla quale si può, successivamente, raggiungere l’alpe ed il laghetto di Culino ("lach de cülìgn”, toponimo che deriva da "aquilino"), oppure l’alpe Combana ("cumbàna"), dalla quale si prosegue per l’alpe Stavello ("stavél") e la Val di Pai ("val de pài"). Seguendo il sentiero che prosegue, a sinistra delle baite (ci sono, un po' più in alto, cartelli indicatori), si sale ad intercettare la Gran Via delle Orobie, dopodiché prendendo a destra si sfrutta la prima possibilità, prendendo a sinistra la seconda. Ma questo sarà per un altro giorno.
Noi, dopo aver abbeverato ed appagato gli occhi nello splendore di questa solitudine di un verde intenso, ci accingiamo a scendere direttamente a Pedesina. Per farlo, dobbiamo trovare la partenza del sentiero, sul limite del bosco, partenza che si trova più a sud rispetto al punto dal quale siamo saliti (cioè, se guardiamo a valle, più a destra). Partiamo dalle baite a guardiamo diritti al limite del bosco: noteremo, fra i verdi larici, anche uno scheletro di larice colpito da un fulmine; sul prato, appena a destra, il rudere (poche pietre che accennano alle quattro mura perimetrali) di un calec, cioè di un ricovero privo di tetto (fungeva da tetto un telo che i pastori portavano con sé). Dirigiamoci in direzione del calec, e proseguiamo verso il limite del bosco: osservando con un po’ di attenzione, vedremo, sul tronco di una pianta, un segnavia rosso-bianco-rosso, che indica la partenza del sentiero.
Una volta trovato, il sentiero non lo perdiamo più, non solo perché incontriamo qualche altro segnavia, ma anche e soprattutto perché la traccia è larga e sempre netta. Scendiamo, quindi, decisi, con molti tornanti, nel cuore del bosco, fino ad incontrare un segnavia nel quale è indicato che stiamo percorrendo il sentiero numero 115. Poco oltre, superata una bella ed aperta pecceta, in un tratto protetto da parapetto in legno sul lato sinistro pieghiamo a destra e troviamo, su un baitello, un cartello della Comunità Montana di Morbegno, che dà, per chi sale, l’alpe Combanina ad un’ora e 10 minuti. Proseguiamo, nella discesa, accompagnati da segnavia bianco-rossi (e da qualche freccia che indica il sentiero per chi sale): intercettiamo, così, in una radura, una traccia che proviene, pianeggiante, da sinistra, continuiamo verso destra e guadiamo il torrentello della Val del Bur, chiamata così probabilmente perché in passato veniva utilizzata per convogliare a valle i grossi tronchi (“bur”) tagliati più a monte, presso un rudere di baita.
Tornati nel bosco, scendiamo decisamente fino ad intercettare una seconda traccia che proviene da sinistra e, prendendo a destra, raggiungiamo la parte bassa delle baite della località Masoncelli ("masunscél", m. 1240), presso un bel prato: sul suo limite di sinistra il sentiero, che è ormai una larga mulattiera delimitata da un muretto a secco, riprende a scendere, biforcandosi: un ramo, a destra, porta direttamente alle case alte del paese, il secondo, a sinistra, intercetta la strada asfaltata che sale a monte di queste case. Seguendo il secondo (nonostante le frecce bianche indichino la direzione di destra), scendiamo a guadare per la seconda volta il torrentello della Val del Bur. Dopo un breve tratto pianeggiante, passiamo a sinistra di una nuova baita con cartello della Comunità Montana Valtellina di Morbegno, poco oltre la quale ci stacchiamo dal sentiero sulla destra, imboccandone uno che scende, deciso, con rapidi tornantini, ad intercettare una strada asfaltata ad un tornante sx: qui troviamo alcuni cartelli che segnalano la partenza del sentiero che abbiamo sfruttato scendendo. La strada, dopo un traverso verso sinistra ed un tornante dx, ci porta all'oratorio di S. Rocco, poco sopra la chiesa di S. Antonio e della S. Croce.
Eccoci, dunque, a Pedesina, paesino che merita attenzione, anche perché, non molti lo sanno, detiene un record a livello nazionale: nel 2005, con i suoi 37 abitanti, è risultato il comune più piccolo d’Italia, seguito, a ruota, dal comune di Morterone. Scendendo verso la parte bassa del paese (se seguiamo la strada asfaltata), abbiamo modo di ammirare il bell’oratorio settecentesco di San Rocco, sulla cui facciata è dipinto il santo protettore degli appestati, a testimonianza di un tempo passato nel quale questo paese era assai più popolato e vivace in una valle tutto sommato felice, ma nel quale, anche, non era risparmiato neppure questi luoghi ameni e riparati il flagello del male più temuto, la peste, appunto. Molto bella è anche la chiesa parrocchiale di S. Croce e di S. Antonio (m. 991), di origine quattrocentesca: se ne sta, quasi sospesa, sul ripido versante del paese di prati e case. Un paese davvero simpatico, dal quale dobbiamo, però, ora staccarci per intraprendere l’ultimo tratto dell’anello, il ritorno a Rasura.
Invece di camminare seguendo la ex ss. 405, ora strada provinciale,, stacchiamocene, sulla destra, scendendo su una carrozzabile ad alcune case sottostanti, dove troviamo la comoda mulattiera che ci ricondurrà a Rasura. Si tratta dell’antichissima Via del Bitto, che partiva da Morbegno, risalita l’intera Val Gerola fino alla bocchetta di Trona ("buchéta de Truna") e scendeva poi ad Introbio, in Valsassina. Percorriamola verso nord (sinistra): dopo un primo tratto nel bosco, attraversiamo una fascia di ripidi prati, che sembrano precipitare nell’oscuro fondovalle dove corre rabbioso il Bitto.
Attraversata una pista carrozzabile, proseguiamo fino a trovare un cartello che segnala il “Gisöl del Pich”, cioè la cappelletta della roccia. Si tratta di una bella cappelletta, recentemente restaurata e dedicata alla Madonna, che se ne sta arroccata su una roccia affiorante sul margine del bosco a sinistra della mulattiera (cioè a monte). All’interno, un bel dipinto di madonna con Bambino. Cappellette di questo genere non sono rare fra i luoghi più esposti e dirupati delle nostre montagne, ed avevano la duplice funzione di consentire una pausa di preghiera e meditazione nella fatica del cammino e di proteggere i viandanti dai massi che il versante poteva scaricare o da qualche malefica presenza che poteva insidiarli venendo su dagli oscuri recessi della valle, soprattutto sul far del tramonto, quando il suono dell’Ave Maria annunciava che era bene non avventurarsi in luoghi solitari.
Poco oltre, eccoci al bel ponte sulla Valmala, che qui, però, non mostra il volto orrido che invece esibisce al ponte che sta a monte, quello sulla ss. Della Val Gerola. Nel tratto successivo camminiamo a ridosso dell’aspro fianco roccioso, che sembra incombere alla nostra sinistra. Volgendo lo sguardo alle nostre spalle, riconosciamo il solco profondo della bassa Val Bomino, mentre, sulla destra, occhieggia appena il pizzo di Tronella, sulla testata della Val Gerola. Poi raggiungiamo luoghi meno selvaggi, e la mulattiera torna a farsi pista carrozzabile, che si snoda fra prati e baite, finché, dopo un’ultima curva, eccoci di nuovo in vista delle case di Rasura.
Appena oltre il cartello che segnala il sentiero che si stacca sulla destra per scendere al Punt de la Sort e risalire a
Bema, ci troviamo proprio sotto l’imponente chiesa parrocchiale di San Giacomo di Rasura: in pochi minuti possiamo, quindi, risalire alla strada statale, attraversarla e recuperare l’automobile.
L’intero anello è stato chiuso in circa 4 ore di cammino. Il dislivello in altezza superato è di circa 740 metri.

CARTE DEL PERCORSO SULLA BASE DI © GOOGLE-MAP (FAIR USE)

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