Cima della Rosetta

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Strada per il Bar Bianco-Lares-Pista sterrata-Foppe-Alpi Combanina e Ciof-Ciani-Strada
4 h
780
E
Strada per il Bar Bianco-Lares-Pista sterrata-Foppe-Alpi Combanina e Ciof-Baita del Prato-Bar Bianco-Strada
4 h e 30 min.
840
E
Strada per il Bar Bianco-Lares-Pista sterrata-Foppe-Alpi Combanina e Ciof-Alpe e lago di Culino-Baita del Prato-Bar Bianco-Strada
5 h e 30 min.
1020
E
SINTESI. Alla prima rotonda all'ingresso di Morbegno (per chi proviene da Milano) prendamo a destra ed alla successiva ancora a destra; dopo un ponte imbocchiamo la provinciale della Val Gerola, saliamo fino a Rasura e qui prediamo a destra, imboccando la carozzabile per il bar Bianco, fino al cartello di divieto di accesso ai veicoli non autorizzati. Parcheggiamo appena sotto il cartello ed incamminiamoci sulla strada fino a trovare, sulla sua sinistra, ad un muraglione, la mulattiera segnalata (segnavia rosso-bianco-rosso, numero 124) una mulattiera. La imbocchiamo e passiamo ai piedi di un ampio prato, alla cui sommità occhieggia un gruppo di baite, ed incontriamo un paletto con segnavia bianco-rosso, identificato come paletto n. 6. Poi la mulattiera rientra nel bosco, e, dopo pochi tornanti, ci porta al paletto n. 7. Usciti di nuovo all’aperto, raggiungiamo le baite del bel maggengo del Làres. La mulattiera piega a destra e ci propone un breve tratto, delimitato da una duplice staccionata di legno, nel cuore dei prati, prima di piegare a sinistra e passare in mezzo ad alcune baite. Oltre le baite (segnavia bianco-rosso) attraversiamo una selva, incontriamo una comoda panchina, e raggiungiamo il punto in cui il tracciato piega a destra, salendo fino ad intercettare una pista che proviene dalla strada asfaltata Rasura-Bar Bianco. Procedendo verso sinistra, arriviamo, dopo pochi passi, ad uno slargo che funge da parcheggio; appena prima dello slargo, sulla destra, la mulattiera riprende a salire. Noi, però, proseguiamo sulla pista, che attraversa la Valmala. Sul lato opposto un sentiero sale al limite basso dei prati delle Foppe (m. 1338). Saliamo alla parte alta dei prati, dove la traccia tende a perdersi, ma la successiva salita non è difficile: proseguiamo diritti, circondati da un boschetto di larici, seguendo una sorta di radura intermittente, fino ad incontrare il muricciolo che delimita la parte bassa di una nuova ed ampia fascia di prati, Pescegarz (m. 1540). Ci portiamo, andando a sinistra, alle due baite dell'alpe. Usciti dal bosco, passiamo a sinistra della baita dei prati e saliamo al bivio di quota 1570 metri. Qui ignoriamo il largo sentiero alla nostra sinistra e procediamo diritti su un sentierino che sale, volge a destra e, con poche svolte, porta al limite del dosso di Giuf o Ciof ed alla casera dell'alpe Combanina (m. 1732). Saliamo dritti (ovest) sui prati a monte della casera, fino al filo del dosso, dove troviamo un sentiero che prende a destra, taglia il versante del dosso, passa a monte della baita isolata di quota 1940. Superato un dosso modesto, siamo alle rive del lago di Culino (m. 1959). Dalla baita presso il laghetto scendiamo alla baita di quota 1801. Ignorata la deviazione a destra (che ci riporta alla casera dell'alpe Ciof), proseguiamo diritti (indicazioni del Sentiero Andrea Paniga) in una macchia di larici, uscendo alla parte alta dell'alpeggio di Culino, a monte del Bar Bianco, al quale scendiamo, passando a destra della baita del Prato e seguendo il sentiero segnalato. Appena a valle della struttura vediamo la partenza di una mulattiera che scende diritta in pecceta ed esce ai prati di Ciani, proseguendo nella discesa verso est fino ai prati del Lares. Qui scendiamo alla parte bassa dei prati e, prendendo a sinistra, intercettiamo la carozzabile per il Bar Bianco, presso il punto nel quale abbiamo parcheggiato l'automobile.


Apri qui una fotomappa del versante occidentale della bassa Val Gerola

AGGIORNAMENTO. Attenzione: la pista sterrata che taglia la Val Mala dai Lares alle Foppe è ora (2011) chiusa al traffico delle persone non autorizzate: un cartello segnala che è una pista privata ed è soggetta a caduta massi. Conviene ora percorrere l'anello sfruttando il sentiero che parte un po' più in alto e porta dalla località Ciani, appena sopra i prati del Lares.


Gruppo del Masino e monte Disgrazia da Pescegarz

La Valmala ("val màla", detta anche "val del pich") è la valle cattiva, e deve il suo nome poco accattivante all’orrido che scava nella viva roccia del fianco della valle nella sua parte più bassa: lo possiamo osservare, percorrendo la ex ss. 405, ora strada provinciale, della Val Gerola, in direzione di Gerola, poco oltre il paese di Rasura. Ma è anche una valle che, nella parte alta, propone un aspetto assai più rassicurante, dividendo appena i pascoli che per secoli hanno ospitato mandrie e pastori del piccolo paese di Val Gerola.
Ecco un itinerario escursionistico di medio impegno che consente di esplorarne entrambi i fianchi, effettuando anche un giro completo degli alpeggi sopra Rasura. Portiamoci, con l’automobile, alla parte alta di Rasura, e precisamente al bivio che segnala, a sinistra, la partenza della strada per l’alpe Culino (“cülign”, toponimo che deriva da "aquilino"; data a 6 km), il rifugio Bar Bianco, dato a 15 minuti, il rifugio della Corte ed il ristorante-baita al Ronco, dato a 50 metri, in località Piazza.
Proseguiamo nella salita, verso sinistra; dopo un traverso verso sud, incontriamo un tornante destrorso; appena oltre il successivo tornante, sinistrorso, possiamo lasciare l’automobile, ad uno slargo sulla sinistra, per iniziare, da una quota di circa 960 metri, la camminata. Poco oltre lo slargo, troviamo, sulla nostra destra, infatti, la partenza di una bella mulattiera, che sale all’ombra di un fresco bosco, con ripidi tornanti, fino a tornare ad intercettare la strada asfaltata, ad una quota approssimativa di 1100 metri, poco prima che questa raggiunga lo svincolo, sulla destra, per la Corte (dove si trova l’omonimo rifugio) e le Tagliate.
Sul lato opposto della strada la mulattiera, segnalata con segnavia rosso-bianco-rosso come sentiero 124, prosegue superando il muraglione di contenimento. Possiamo seguirlo, oppure imboccare una pista sterrata appena più in basso. Meglio questa seconda soluzione, tutto sommato. Passiamo ai piedi di un ampio prato, alla cui sommità occhieggia un gruppo di baite, ed incontriamo un paletto con segnavia bianco-rosso, identificato come paletto n. 6. Poi la mulattiera rientra nel bosco, e, dopo pochi tornanti, ci porta al paletto n. 7. Usciti di nuovo all’aperto, raggiungiamo le baite del bel maggengo del Lares, o Larice (denominato così perché un tempo circondato da una fascia di larici): sul fondo emerge la solitaria cima del pizzo di Trona ("piz di vèspui"), una delle più significative della testata della Val Gerola.
La mulattiera piega a destra e ci propone un breve tratto, delimitato da una duplice staccionata di legno, nel cuore dei prati, prima di piegare a sinistra e passare in mezzo ad alcune baite. Oltre le baite (segnavia bianco-rosso) attraversiamo una selva, incontriamo una comoda panchina, e raggiungiamo il punto in cui il tracciato piega a destra, salendo fino ad intercettare la pista sterrata già menzionata, che proviene dalla strada asfaltata Rasura-Bar Bianco. Procedendo verso sinistra, arriviamo, dopo pochi passi, ad uno slargo che funge da parcheggio (potremmo, volendo, salire fin qui con l’automobile, accorciando così l’impegno dell’escursione); appena prima dello slargo, sulla destra, la mulattiera riprende a salire. Noi, però, proseguiamo sulla pista. Alzando gli occhi, sul versante alla nostra destra, vedremo la cappelletta dedicata alla Madonna del Lares o del Larice (che la mulattiera tocca, salendo).
Il tracciato serpeggia, salendo gradualmente, lungo il fianco della valle, segnato ora da severe rocce in cima alle quali si affaccia un fitto bosco. Dopo aver superato un primo vallone, che confluisce, più in basso, nel solco della Valmala, eccoci al cuore della valle, che, per la verità, non suscita, in questo tratto, una particolare impressione. Passiamo, su una passerella di cemento, sul suo lato opposto (meridionale), dove, ad una quota di circa 1300 metri, la pista lascia il posto ad un sentiero ben marcato, che descrive, salendo, una diagonale in un bel bosco di abeti, prima di affacciarsi ai prati delle Foppe (m. 1338). Dobbiamo, ora, risalire i prati, sfruttando un sentierino che parte a destra della prima baita, toccando quelle superiori. Nella salita, ignoriamo una deviazione a destra: si tratta del sentiero, non segnalato, che attraversa di nuovo la Valmala e raggiunge la località Ciani, sopra il Lares.


Gruppo del Masino da Pescegarz

Raggiunta la sommità dei prati, la traccia tende a perdersi, ma la successiva salita non è difficile: proseguiamo diritti, circondati da un boschetto di larici, seguendo una sorta di radura intermittente, fino ad incontrare il muricciolo che delimita la parte bassa di una nuova ed ampia fascia di prati, dove, un po’ più in alto, alla nostra sinistra, vediamo le baite quotate 1519 metri. Sulla destra delle baite, e sul versante opposto della valle, si mostra, elegante, la cima della Rosetta ("scima de la rusèta"). Sulle carte, quest'alpe solitaria non ha nome; si tratta dell'alpe Combanina.
Non possiamo, però, raccontare l’escursione senza prima aver presentato gli elementi di base per capire cos’è e come funziona un alpeggio. Ci aiuta Dario Benetti, nell’articolo “I pascoli e gli insediamenti d’alta quota” (in “Sondrio e il suo territorio”, edito da IntesaBci nel 2001), nel quale descrive la struttura e l’organizzazione tipica degli alpeggi orobici nell’area del Bitto (dalla Val Lesina, ad ovest, alla valle del Livrio, ad est): “ Gli alpeggi di questa zona, anche quelli comunali, erano prevalentemente dati in affitto a comunità di pastori. A tale tipo di gestione corrisponde una struttura architettonica ben precisa: il pascolo d’alpeggio è suddiviso in bàrech, un reticolo di muretti a secco, più o meno regolare, che delimita “il pasto” di una giornata di malga. Questa suddivisione permette di sfruttare razionalmente il pascolo. Il pascolo non è infatti ricco e, se il bestiame fosse lasciato libero, finirebbe con l’esaurirsi anzitempo. In ogni alpeggio il bestiame si sposta dunque quotidianamente da un bàrech all’altro, restando prevalentemente all’aperto (in pochi alpeggi sono previsti stalloni – baitùu – o tettoie aperte per il ricovero notturno o in caso di brutto tempo). Numerose baite sono collocate sull’alpeggio in corrispondenza dei principali spostamenti. Al centro dell’alpeggio c’è la caséra, la costruzione dove si depositano i formaggi e le ricotte per la salatura e la conservazione temporanea… La necessità di sorvegliare il bestiame durante il pascolo di notte, lontano dalla baita dei pastori, era risolta con una particolare forma di ricovero temporaneo, il bàit. Si tratta di un rifugio trasportabile in legno con copertura inclinata rivestita, negli esempi più recenti, in uso fino a qualche anno or sono, in lamiera. Il bàit era diffuso in val Tartano e nelle valli del Bitto e del Lesina; a volte era a due posti. Nella parete laterale è ricavata una apertura trapezoidale per l’accesso con sportellino in legno, mentre in testata sono ricavati due fori per l’aria e per infilarvi due lunghi bastoni per il trasporto a spalla da una sede all’altra. Caratteristico delle valli del Bitto e Lesina, ma presente in passato anche in val Tartano, è il caléc.


Pescegarz

Esso era utilizzato nel caso in cui la permanenza dei pastori in una certa parte dell’alpeggio superava i 5-6 giorni. Questa struttura consiste essenzialmente nei quattro muri perimetrali e in una apertura a valle per l’accesso. La copertura veniva realizzata di volta in volta con elementi provvisori, per esempio una struttura in legno e un telo. La distribuzione interna degli spazi è simile a quella della baita in muratura, con il paiér (il focolare), il supporto girevole in legno per la culdèra e un ripiano sul quale si poggiavano i formaggi ad asciugare. In alcuni alpeggi, infine, è presente il baituu, una grande stalla per il ricovero delle mucche in caso di maltempo. Si tratta di una costruzione molto allungata (20-30 metri) a un solo piano, con muratura in pietrame a secco e tetto a due falde con manto di copertura in piode selvatiche (se il fronte verso valle è aperto la costruzione prende il nome di tecia)… I baituu ospitavano fino a 90 capi di bestiame. All’interno, in un soppalco ricavato nelle capriate del tetto alloggiavano due pastori.


Casera di Ciof o Giuf

Torniamo al racconto dell'escursione. Raggiunte, dunque, le due baite dell'alpe Pescegarz, proseguiamo sulla sinistra, dove troviamo una traccia di sentiero che sale in una selva, passando a sinistra di una radura e raggiungendo un gruppo di cartelli. Da questi apprendiamo che, proseguendo la salita, potremo raggiungere in 50 minuti l’alpe Ciof e l’incrocio con la Gran Via delle Orobie, ed in un’ora e 10 minuti l’alpe Combana. I cartelli danno, invece, per la via di discesa, la località Masoncelli a 40 minuti, le Foppe a 10 minuti e la località Ciani a 40 minuti. Possiamo proseguire sul largo sentiero, oppure procedere per via più diretta. Nel primo caso, dopo un traverso in direzione sud-ovest, giungiamo ad intercettare la mulattiera che congiunge l’alpe Combana (alla nostra sinistra) all’alpe Ciof (alla nostra destra). Raggiungiamo, così, un tratto dell’Alta Via delle Orobie.
All’incrocio ci attendono nuovi cartelli, che danno, per la discesa lungo la via che abbiamo utilizzato salendo, le Foppe a 50 minuti ed i Masoncelli ad un’ora e 20 minuti. La direzione alla nostra sinistra, invece, porta in un’ora all’alpe Stavello ed in 4 ore e 40 minuti al lago di Trona. La direzione alla nostra destra, infine, conduce in 40 minuti all’alpe Culino, in un’ora e 20 minuti all’alpe Olano ed in 2 ore e 40 minuti all’alpe Piazza. Si tratta di indicazioni pensate per chi percorre la Gran Via delle Orobie. Non è, quindi, menzionata l’alpe Ciof, o Giuf, che si trova, però, solo a pochi minuti dal punto che abbiamo raggiunto, sulla nostra destra. A quest’alpe, però, possiamo giungere anche per via più diretta, in questo modo. Dal primo gruppo di cartello pieghiamo a destra, cercando un sasso sul quale è segnalata, all’interno di un segnavia rosso-bianco-rosso, la scritta “Alpe Combanina”. Nei pressi del sasso parte una labile traccia di sentiero che sale diretta, dapprima nel bosco, poi lungo un dosso di prati, e porta proprio in faccia alla luminosa e panoramica baita dell’alpe Ciof, o Giuf (m. 1732). Il suo nome, italianizzato in "Giovo", si riferisce, forse, alla divinità romana di Giove, attestando l'antichissima presenza antropica in questi luoghi.
Sulla facciata della baita, troviamo due cartelli della Comunità Montana di Morbegno: il primo dà, verso sinistra, l’alpe Combina a 30 minuti e l’alpe Stavello ad un’ora, mentre il secondo dà, sulla destra, il Bar Bianco a 40 minuti ed il lago di Culino ("lach de cülìgn”, toponimo che deriva da "aquilino") a 45 minuti.


Le Foppe

Dobbiamo, ora, sciogliere il dilemma: come proseguire? Abbiamo tre possibilità per chiudere l’anello. La più breve prevede una calata diretta al Bar Bianco, sfruttando il sentiero che parte proprio dalla baita, sulla destra (direzione ovest), entra nel bosco, attraversa il solco della valle, piega a destra e, dopo un lungo traverso in direzione nord-nord-est, esce dal bosco ad una quota approssimativa di 1750 metri, a monte della Baita del Prato (m. 1715). Da qui, per facile e diretta discesa, raggiungiamo la parte più bassa dell’alpe, dove si trova il Bar Bianco.
Per trovare la seconda via, che segue il percorso della Gran Via delle Orobie, dobbiamo risalire per un tratto il prato a monte della baita. Incontriamo, subito, un cartello dell’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia, che commemora la straordinaria traversata della 55sima Brigata Fratelli Rosselli, effettuata nell’inverno del 1944, da Bondo, in Val Bregaglia (Svizzera), ad Introbio, in Valsassina, passando per la bocchetta della Teggiola e Codera, in Val Codera, Casten e Frasnedo, in Valle dei Ratti, il passo di Malvedello, fra Valle dei Ratti e Costiera dei Cech, Poira di Dentro, Morbegno, e poi, sulla Via del Bitto, passando per Gerola Alta, la bocchetta di Trona ("buchéta de Truna"), l’alta Val Varrone e l’alta Valle della Troggia. Portiamoci, poi, sul versante destro del prato, proseguendo nella salita, fino a trovare, in corrispondenza del cadavere di un larice colpito da un fulmine, la traccia di sentiero che piega a destra e, attraversata una breve fascia di larici, conduce ad una baita solitaria, nel mezzo di ampi prati. Oltrepassata la baita, incontriamo ancora pochi larici, prima di raggiungere il solco della Valmala, che, qui, appare modesto, appena accennato, percorso da una piccola roggia: che differenza rispetto alla forra della parte bassa! Un ponticello di legno ci permette di tenere i piedi all’asciutto.
Sempre seguendo il sentiero (segnalato da qualche segnavia bianco-rosso) affrontiamo un tratto in modesta salita, fino ad una nuova baita, quotata 1801, dove si trova un gruppo di cartelli. Su un masso è apposta anche la targa del Sentiero Andrea Paniga, cioè della parte occidentale della Gran Via delle Orobie. Prendendo a destra, iniziamo, infine, una tranquilla discesa che conduce alla parte alta dell’alpeggio a monte del Bar Bianco.
Vale la pena, però, di scegliere la terza e più lunga variante, che ha il notevole vantaggio di consentire la visita all’alpe Culino, dove si trova il laghetto omonimo. Per farlo, riportiamoci ai prati sopra la baita dell’alpe Ciof: dobbiamo, ora, risalirli interamente, fino al punto in cui il dosso, che segna anche il confine fra i comuni di Rasura e Pedesina, si restringe ed i prati lasciano il posto ad un bosco di larici. Qui troviamo una traccia di sentiero che rimane approssimativamente sul filo del dosso ed entra nel bosco, facendosi più marcata e piegando a destra. Il sentiero diventa ancora più largo, e taglia il fianco del crinale, salendo molto gradualmente, fino ad uscire dal bosco presso un casello dell’acqua. Oltre il casello, la traccia, bruscamente, si interrompe fra i prati, ma non c’è problema.
Passiamo appena a valle della baita isolata quotata 1940, attraversiamo da sinistra a destra un torrentello e lasciamo alla nostra sinistra una pianeta paludosa. Lo scenario è davvero affascinante: siamo in una sorta di conca, raccolta, tranquilla, bucolica. Cominciamo, poi, a risalire un cocuzzolo che sta alla nostra destra, superando una fascia di macereti e guadagnando i pascoli soprastanti, che sembrano sorvegliati da alcuni larici isolati. In breve, siamo alla cima del modesto rilievo che domina l’alpe ed il laghetto di Culino. Il panorama da qui è davvero bello.
Possiamo, quindi, scendere facilmente al laghetto, che purtroppo in diversi momenti dell’anno è ridotto a poco più di una grande pozza, ed iniziare a percorrere la via del ritorno (anche se, qualora non lo avessimo mai fatto, non perdiamo l’occasione per prolungare l’escursione fino alla cima della Rosetta). Nei pressi della baita quotata 1959 metri troviamo il largo sentiero che scende alla baita di quota 1801 (quella cui giunge anche la variante media, sopra raccontata). Qui troviamo tre cartelli. Il primo cartello dà, in salita, il lago di Culino ("lach de cülìgn”, toponimo che deriva da "aquilino") a 30 minuti e la cima della Rosetta ad un’ora e 10 minuti; il secondo, che segnala il sentiero della Gran Via delle Orobie che passa per l’alpe Ciof, dà l’alpe Combana a 30 minuti e
Laveggiolo (“Lavegiöl”) a 2 ore e 20 minuti; il terzo, quello che ci interessa, segnala che, proseguendo nella discesa, ci si può portare all’alpe Olano in 50 minuti, all’alpe Tagliata in un’ora e 50 minuti ed all’alpe Piazza in 2 ore e 30 minuti. Si tratta di indicazioni che, però, non rientrano nei nostri progetti, ma riguardano coloro che percorrono la Gran Via delle Orobie, o Sentiero Andrea Paniga.
Comunque ci incamminiamo in questa direzione, lasciamo alla nostra sinistra un calecc (ricovero per pastori senza tetto, che veniva sostituito da un telo che i pastori medesimi portavano con sé) ed entriamo in un bosco di larici. La pista ha un fondo molto bello, regolare, adatto anche per la mountain-bike (infatti, anche se con un po’ di fatica nel tratto terminale, si può salire fino al lago di Culino anche su 2 ruote). Usciti dal bosco, incontriamo, questa volta sulla destra, un nuovo calec e, dopo un’ultima traversata in compagnia di larici sempre più radi, approdiamo alla parte alta dell’alpe Culino inferiore. Guardando davanti a noi, non possiamo non ammirare, sul fondo, lo spettacolo sempre grandioso delle cime del gruppo del Masino (da sinistra, il pizzo del Ferro orientale, la Cima di Zocca, la cima di Castello, la punta Rasega, i pizzi Torrone, il monte Sissone ed il monte Disgrazia), e, sulla destra, del pizzo Scalino e della punta Painale. Anche alla nostra destra il panorama è interessante: si aprono, di fronte al nostro sguardo, sul fondo della Val Gerola, la selvaggia ed ombrosa Valburga, la solare Valle di Bomino e l’ampia Valle di Pescegallo.
Oltrepassiamo un terzo calec e cominciamo la discesa di quest’ampia alpe. Ad un casello dell’acqua, ecco di nuovo i cartelli della Gran Via delle Orobie, che segnalano la direzione del sentiero per l’alpe Olano (20 minuti), l’alpe Tagliata (un’ora e 20 minuti) e l’alpe Piazza (2 ore). In direzione di chi sale la cima della Rosetta è, invece, data ad un’ora e 10 minuti. Oltrepassata la Baita del Prato, a 1715 metri, scendiamo alle due baite di quota 1646, dove una targa ricorda il giovane Silvano Piganzoli, ed, infine, al rifugio Bar Bianco (m. 1506), ai piedi dell’alpe. Qui giunge anche la strada che sale da Rasura.
Per abbreviare la discesa, cerchiamo, però, il sentiero, che parte sulla destra del rifugio, e scende, ripido, fino ai prati della località Ciani (dove giunge anche la sopra menzionata variante bassa dell’anello, per il sentiero Ciof-Ciani). Raggiunti i prati, non portiamoci verso il centro, ma restiamo sul limite di destra: raggiunta la parte bassa, troveremo il sentiero che, in breve, scende alla pista sterrata del Lares, passando per la cappelletta votiva della Madonna del Lares. Ci ricongiungiamo, così, all’itinerario percorso in salita. Tornati alla strada asfaltata, la lasciamo, quindi, subito per imboccare la mulattiera che scende, diretta, a tagliare di nuovo la strada, in prossimità dello slargo nel quale abbiamo lasciato l’automobile.
Qualche indicazione sui tempi. La variante bassa dell’anello comporta un dislivello di circa 780 metri di dislivello e 4 ore di cammino. La variante media, invece, comporta 840 metri di dislivello e 4 ore e mezza di cammino. La variante alta, infine, comporta 1020 metri di dialivello e 5 ore e mezza di cammino.

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