CARTE DEI PERCORSI 1, 2, 3, 4, 5, 6, 7, 8
Su YouTube: Sasso Bianco


Apri qui una fotomappa del gruppo Canale-Arcoglio-Sasso Bianco

INDICE


Apri qui una panoramica sulla Val Torreggio e la Valmalenco, dal versante alto meridionale della Val Torreggio

Il rifugio Bosio-Galli (m. 2086) è posto al centro della Val Torreggio (Torre di S. Maria, Valmalenco), in un'incantevole piana dominata a nord dai Corni di Airale e ad est dai Corni Bruciati. Costruito nel 1924, fu dedicato dal CAI di Desio al cavalier Carlo Bosio, suo primo presidente, e dal settembre 1997 anche a sua figlia Anna Bosio Galli. Un locale invernale più recente è dedicato a Dino Galimberti. Il rifugio è aperto dai primi di giugno fino alla fine di settembre, dispone di 50 posti letto in camerette e cameroni. Punto di arrivo della I tappa e punto di partenza della II tappa dell'Alta Via della Valmalenco, è punto di appoggio di numerose altre interessanti traversate. Ulteriori informazioni si possono trovare alla pagina web http://www.caidesio.net/joomla254/la-sezione/rifugi/rifugio-bosio-galli.


Apri qui una fotomappa della Val Torreggio vista dal passo di Corna Rossa

Il rifugio riposa su un poggio di verdi micascisti al centro di una bella conca di origine glaciale, sbarrata dalla morena frontale di un antico ghiacciaio, che originò un lago di cui ora resta, come unica traccia, il terreno di torbiera nei pressi del rifuio, dove il torrente Torreggio scorre pigro, fra enormi blocchi di serpentino che, sullo sfondo dei Corni Bruciati, conferiscono allo scenario una singolare ed arcana bellezza.


Val Torreggio

TORRE DI S. MARIA-ALPE DI ARCOGLIO-SASSO BIANCO-RIFUGIO BOSIO

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Musci-Pra' Fedugno-Alpe Arcoglio inferiore e Superiore-Lago di Arcoglio-Sasso Bianco-Colma di Zana-Rif. Bosio
6 h
1650
E
Piazzola al bivio Piasci-Arcoglio inf.- Alpe Arcoglio inferiore e Superiore-Lago di Arcoglio-Sasso Bianco-Colma di Zana-Rif. Bosio
5 h
820
E
SINTESI. Da Torre di S. Maria, seguendo l'indicazione per i rifugi alpini, saliamo su carozzabile al bivio Arcoglio-Piasci, presso il quale possiamo parcheggiare l'automobile (se non disponiamo del permesso di transito, parcheggiamo ai 1000 metri dei Musci, al quarto tornante sx dopo la località S. Giuseppe, dove un cartello segnala la partenza di un sentiero che sale nei boschi fino a Pra' Fedugno e taglia la pista presso questo parcheggio). Dal bivio ci incamminiamo sulla pista di sinistra, per l'alpe di Arcoglio inferiore (m. 1976). Usciti dal bosco in vista delle prime baite, gettiamo l'occhio sulla destra, dove parte, segnalato, in sentierino che sale ripido il versante dei prati (direzione nord), per giungere alla sommità di una sorta di poggio e piegare a sinistra (direzione ovest). Salendo ancora su traccia piuttosto ripida, ci affacciamo all'alpe di Arcoglio superiore, a guardia della quale è posta una bella chiesetta, isolata, sulla destra (m. 2123). Sempre seguendo i triangoli gialli proseguiamo nella salita verso sud-ovest, superando l'ultimo gradino roccioso e raggiungendo la conca del laghetto di Arcoglio (m. 2234). Lasciato il laghetto alla nostra sinistra, cerchiamo i segnavia che ci indirizzano ad una traccia di sentiero a tratti poco visibile e ci fanno descrivere un ampio arco verso sud-ovest, che ci porta sul crinale fra l'alpe di Arcoglio e l'alpe Colina, in corrispondenza di una piccola sella erbosa. La traccia prosegue verso destra salendo sul fianco del Sasso Bianco e raggiungendone facilmente la cima (m. 2490). Dalla cima del Sasso Bianco scendiamo verso nord-ovest, passiamo poco a destra della Colma di Zana (m. 2417), che si affaccia sull'alpe Colina (versante retico sopra Postalesio). Iniziamo a salire a poca distanza dal crinale, in direzione ovest-nord-ovest, fra pietraie e rari pascoli seguiamo per un buon tratto, in leggera salita, il crinale, poi ce ne stacchiamo scendendo ad una conca, per poi risalire ad una piccola sella posta a destra di una cima costituita da rocce rotte. Oltre la sella scendiamo ad una più ampia conca, raggiunta la quale dobbiamo per l'ultima volta intraprendere una salita, fino ad una porta (m. 2500 circa) che ci permette di superare il crinale che scende dal monte Caldenno (m. 2669), alla nostra sinistra. Scendiamo fra pietraie e magri pascoli, verso nord-ovest e poi nord, fino ad intercettare la traccia che scende, alla nostra sinistra, dal passo di Caldenno. Pieghiamo a destra e raggiungiamo il Pian delle Pecore, dove è collocata una grande baita. L'ulteriore discesa, in direzione nord-est, ci permette di superare gli ultimi cento metri, raggiungendo il rifugio Bosio, a 2086 metri.


Val Torreggio

La salita al rifugio Bosio-Galli dal Torre di S. Maria costituisce la prima tappa dell'Alta Via della Valmalenco, cioè della lunga traversata, in otto giorni, dell'intera compagine montuosa della valle, che interessa il gruppo del Disgrazia, quello del Bernina e quello dello Scalino, con un percorso che, dalla seconda tappa, si mantiene quasi sempre al di sopra della quota dei 2000 metri. Un percorso che si è affermato di diritto fra quelli classici nel cuore delle Alpi Retiche, un'esperienza alla portata di tutti (purché ci sia un'adeguata preparazione fisica), da vivere anche scaglionata in diversi periodi, perché le singole tappe possono essere percorse autonomamente.
L'alta via descrive un arco molto ampio (ha uno sviluppo di oltre 100 km), che parte da Torre S. Maria ed arriva a Caspoggio. Saliamo dunque a Torre e lasciamo la bella chiesa alla nostra destra; seguendo le indicazioni per i rifugi alpini, imbocchiamo, sulla sinistra, la stradina che ci porta alla località Musci (1000 metri circa). Qui si trova l'indicazione del punto di partenza del sentiero (quel triangolo giallo che accompagna, come una guida che rallegra sempre lo sguardo, l'intero itinerario), che, con una traccia non sempre marcata, ma ben visibile, sale ripido nel bosco e, oltrepassata una bella cappelletta, raggiunge l'alpe di Pra' Fedugno, a 1607 metri. Dall'alpe un sentiero più marcato sale ad intercettare la strada sterrata che porta alla località Piasci, dove si trova il rifugio Cometti (m. 1720).
Volendo si può salire da Torre S. Maria anche seguendo questa strada, assai meno ripida, ma anche molto più lunga. Dai Piasci, seguendo il sentiero segnalato che parte proprio nei pressi del rifugio Cometti (alle sue spalle), si prosegue in direzione dell'alpe di Arcoglio inferiore, verso sud-ovest.


Lago di Arcoglio

Vediamo, ora, come raggiungere la medesima alpe di Arcoglio inferiore per una via decisamente meno faticosa, cioè sfruttando la carozzabile citata Torre S. Maria-Piasci. La strada (informarsi presso il comune di Torre sulle condizioni di transitabilità, che possono variare; per informazioni, telefonare agli uffici municipali, in quanto regolamentazione ed acquisto dei pass sono soggetti a cambiamento). Nel primo tratto, superata la chiesetta di San Giuseppe, sale verso sud, proponendo poi una sequenza di tornanti dx-sx-dx-sx, cui segue un nuovo tratto verso sud che passa per la località dei Pizzi. Una nuova sequenza di tornanti dx-sx-dx-sx-dx-sx-dx introduce all’ultimo lungo traverso, questa volta in direzione nord-ovest (attenzione, soprattutto nella sequenza di tornanti, ad alcuni tratti alquanto ripidi, che possono risultare insidiosi in presenza di ghiaccio o di neve).

La pista, dopo aver attraversato il solco della valle del torrente Arcoglio, termina all’alpeggio dei Piasci, dove si trova il rifugio Cometti. Ben prima del suo termine e del solco della valle, però, si trova una deviazione a sinistra per l’alpe di Arcoglio inferiore. Nei pressi della deviazione vi è anche una piazzola nella quale è possibile (ma non probabile nel cuore della stagione estiva o nei giorni festivi) lasciare l’automobile. Inizia da qui (oppure dal rifugio Cometti, se preferiamo portarci fino ai Piasci, come sopra descritto), cioè da una quota approssimativa di 1700 metri, la traversata al rifugio Bosio.
Seguiamo una sterrata e, dopo un buon tratto di salita, nel bosco, con pochi tornanti, usciamo all'aperto; con ultimo ripido strappo, raggiungiamo quindi le baite dell’alpe di Arcoglio inferiore (m. 1976 nella parte alta). L’alpeggio è diviso in due nuclei di baite: il tratturo raggiunge quello settentrionale (sul lato di destra, per noi, del solco di un ramo del torrente Arcoglio). Da queste baite parte, alla nostra destra (segnalazione con bolli bianco-rossi e triangoli gialli) la salita verso l’alpe di Arcoglio superiore, lo splendido lago di Arcoglio ed il Sasso Bianco.


Val Torreggio

Dunque, per faticosa salita dalla localitù Musci, o per meno faticosa salita dal rifugio Cometti o dallla deviazione sulla carozzabile, siamo giunti all'alpe di Arcoglio interiore. Vediamo ora come procedere. Giunti in vista delle prime baite, gettiamo l'occhio sulla detsra, dove parte, segnalato, in sentierino che sale ripido il versante dei prati (direzione nord), per giungere alla sommità di una sorta di poggio e piegare a sinistra (direzione ovest). Salendo ancora su traccia piuttosto ripida, ci affacciamo all'alpe di Arcoglio superiore, a guardia della quale è posta una bella chiesetta, isolata, sulla destra (m. 2123).
Lo scenario dell'alpe è assai gentile, ed anche se percorreremo il sentiero fuori stagione troveremo probabilmente qualche presenza che non ci farà sentire troppo soli. Sempre seguendo i triangoli gialli proseguiamo nella salita, guadagnando l'ultimo gradino roccioso dove ci attende la prima sorpresa del nostro itinerario: inatteso, appare il bellissimo laghetto di Arcoglio (m. 2234), adagiato su un balcone che fronteggia, sul lato opposto della valle, il gruppo Scalino-Painale. Di fronte al nostro sguardo è visibile l'intero percorso che dovremo compiere durante l'ottava ed ultima tappa, dal rifugio Cristina a Caspoggio.


Lago di Arcoglio

Può essere interessante leggere, a distanza di oltre un secolo, le note che sul lago stese il dott. Paolo Pero, professore di Storia Naturale al Liceo “G. Piazzi” di Sondrio, nell’operetta “I laghi alpini valtellinesi”, edita a Padova nel 1894: “Grazioso laghetto di forma lievemente arcuata, colla concavità rivolta a mezzodì e la convessità a N. è quello d' Arcoglio. Situato sulla sponda destra del torrente Torreggio, ha a S.O. il monte Arcoglio (2457 m.) dal quale si distacca una cresta montuosa che piegando a S. indi ad E. circonda il lago a guisa d'ampio anfiteatro e termina colla vetta del monte Canale (2523 m). Verso N. O. e N. E. è libero affatto da qualunque notevole rilievo montuoso, e dove le sue sponde di poco elevate, si mostrano dolcemente arrotondate dall'agente glaciale.
Presso le acque si estende un terreno alquanto torboso alternata. mente a lembi ghiaiosi, e si continua tosto coi pascoli ridenti degli ameni rilievi circostanti. Qua e là, specialmente verso N. dove manca il terriccio, emergono piccoli cocuzzoli di roccia in posto, dai quali si può conoscere la natura di questa e l'origine del lago. La roccia è di gneiss micaceo e cloritico quasi crittomera, a finissimi elementi, con stratificazione ben evidente, pressoché perpendicolare all’orizzonte e diretta da N. a S. Questo lago è dunque, per la sua origine, orografico. Il detrito morenico, depositatosi fra i rilievi della roccia in posta, ha cooperato a rialzare il livello delle sue acque. Queste sono assai limpide e trasparenti e lasciano scorgere il fondo del lago per un largo tratto dalla sponda, il quale indi s’abbassa assai notevolmente, e le acque assumono il loro colore proprio, di un bel verde azzurrognolo, corrispondente al num. VI. della scala Forel. Ha un piccolo affluente a S. che vi trasporta dalle dirupate pendici sovrastanti, notevole quantità di detrito, ed un eguale emissario a N. che si apre fra i cocuzzoli della roccia viva o di poco elevati, onde le acque si mantengono costantemente al medesimo livello.
È situato all'altezza di 2230 m. secondo le misure dell'Istituto cartografico di Firenze. Presenta una superficie maggiore di quella assegnatavi dal Cotti, nel suo solito Elenco, cioè di 8300 m. q. e non di 7000.
La temperatura delle sue acque, alle 12 merid. del giorno 2 Sett. 1892, era di 11° C, mentre l'esterna era di 17°,3 C.Sulle sponde limacciose e torbose vive abbondante la Rana temporaria L. ma non ebbi indizio della esistenza di pesci: mi consta però che viveva un tempo la pregiata Trutta fario L. e che venne distrutta or è già qualche anno. Sarebbe certamente assai utile cosa il ripopolare anche questo lago del suo antico naturale abitatore, il quale come già per il passato dovrebbe trovarvi buone condizioni di sviluppo, avuto specialmente riguardo alla abbondante vita inferiore ed alla notevole profondità del lago. Per le speciali condizioni della spiaggia e della grande trasparenza delle acque, la reticella Müller mi tornò sempre senza alcun individuo di Entomostraci.


Lago di Arcoglio

Feci abbondante raccolta di saggi di limo per lo studio delle Diatomeo, delle quali determinai buon numero di specie, fra cui alcune che non soglionsi generalmente trovare che in rapporto alle formazioni calcaree, come già ebbi occasione più volte di osservare. Infatti a S. E. del monte Arcoglio, e precisamente sul fianco sovrastante al lago, esiste un affioramento calcareo-dolomitico, nel quale si aprono ampie fessure a guisa di caverne. Le specie cui ho accennato sono la Cymbella Ehrenbergii, la Navicula Tuscula e quelle del genero Epilhemia. Non rinvenni però l'unica specie del genere Achnanlidium, che pure si suole trovare con quelle ora menzionate. Compare la non comune Achnanthes delicalula (Falcatella delicalula Rab.) che incontrammo raramente nei laghi precedentemente studiati, che il Van Heurck indica proprie delle acque salmastre, ma che il Brun dice comune fra le roccie ed i muschi umidi delle cascate alpine.”


Alpe di Arcoglio superiore

Per illustrare meglio le caratteristiche di questo lago (e di quello di Zana) e dell'ambiente che lo ospita riportiamo le informazioni che ci vengono offerte dal bel volume "Laghi alpini di Valtellina e Valchiavenna", di Riccardo De Bernardi, Ivan Fassin, Rosario Mosello ed Enrico Pelucchi, edito dal CAI, sez. di Sondrio, nel 1993:
Li accomuna, oltre alla ipotesi di gita ricordata sopra. Il fatto di appartenere entrambi ai grande sistema di pianori (diciamo: declivi a gradoni, non troppo ripidi) che digradano da una parte (oriente) e dall'altra (occidente) della cresta rocciosa che si origina dal Monte Arcoglio scendendo giù verso la Valle del Torreggio. Più ampi e più irregolari quelli dove sta ben nascosto (quasi introvabile) il minuscolo laghetto di Zana, più definiti quelli verso Arcoglio, con pascoli un tempo fiorenti e popolati. La natura morbida e friabile dei terreni (micascisti) dà al paesaggio una nota di dolcezza segantiniana, mentre in distanza si osservano le forme aspre del Gruppo del Disgrazia, e, proprio dirimpetto al Lago di Zana, più lontano ancora, il massiccio dioritico del Bernina, sul lato aperto della conca di Arcoglio.


Pozza in Val Torreggio e Sasso Bianco

Si tratta, come si intuisce, di un ambiente di spazi aperti verso nord, estremamente gradevole e interessante dal punto di vista scenografico, oggi un po' trascurato forse come meta turistica, anche se assai più facilmente raggiungibile che in passato grazie alla strada che sale da Torre S. Maria, e alle sue diramazioni.
Da ricordare ancora che la Cima Bianca di Arcoglio, così denominata dall'affioramento calcareo, offre, per quanto limitata e in scala ridotta, qualche illusione... dolomitica.
Lasciato il laghetto alla nostra sinistra, cerchiamo i segnavia che ci indirizzano ad una traccia di sentiero a tratti poco visibile. I segnavia ci fanno compiere un ampio arco che ci porta sul crinale fra l'alpe di Arcoglio e l'alpe Colina, in corrispondenza di una piccola sella erbosa. La traccia prosegue verso destra salendo sul fianco del Sasso Bianco e raggiungendone facilmente la cima.


Monte Disgrazia

E' però possibile seguire un itinerario più breve, che si stacca da quello segnalato per guadagnare facilmente bocchetta posta sul crinale che separa l'alpe di Arcoglio dalla val Torreggio. La bocchetta è facilmente individuabile perché si trova subito a destra del Sasso Bianco, cima che a sua volta si riconosce facilmente per il colore delle rocce che la costituiscono. Il laghetto rimane ancora ben visibile allo sguardo, mentre ci dirigiamo verso sinistra, puntando alla cima arrotondata del Sasso Bianco (m. 2490), che si raggiunge senza problemi seguendone il crinale sud-orientale. L'immagine invernale della cima non permette di comprendere il motivo della sua denominazione. Se però lo raggiungiamo quando la neve ha abbandonato la sua morsa sulle rocce, ne potremo ammirare il colore biancastro.


Colma di Zana

Dietro il piccolo ometto posto sulla cima si staglia la severa e sassosa val Airale, prolungamento della val Torreggio; sul crinale che la separa dalla Valle di Preda Rossa si riconosce il passo di Corna Rossa, sul quale è posto il rifugio Desio, ora pericolante. Dalla cima possiamo dominare anche l'intera testata della Valmalenco, e l'intera catena orobica. La singolarità di questo monte non finisce qui: pochi metri sotto la vetta si può vedere una singolare cavità, detta "truna", legata a diverse leggende popolari. Si tratta di una spaccatura nella roccia biancastra, che sembra penetrare nelle viscere della montagna e di cui l'occhio non riesce a raggiungere il fondo. Non c'è da stupirsi, dunque, se la fantasia popolare vi ha costruito sopra una trama di leggende. Se, infine, guardiamo ad ovest, potremo seguire il disegno del crinale che separa la val Torreggio, nella quale dovremo scendere, dall'alta alpe Colina, sul versante retico della media Valtellina.
Una variante di questa prima tappa dell'alta via sale proprio da questa alpe, che si raggiunge facilmente con una carrozzabile che da Sondrio sale a Triangia e prosegue fino all'alpe. Dall'alpe, invece, il sentiero è meno evidente: con un po' di attenzione, però, si può intercettare, nella parte alta del crinale, la traccia che, con una diagonale verso destra, sale alla bocchetta denominata Colma di Zana (m. 2417), che immette nella val Torreggio.
Alla medesima bocchetta scende il nostro itinerario: lasciata, infatti, la cima del Sasso Bianco ci dirigiamo verso nord-ovest, passiamo poco a destra della bocchetta. Ci aspetteremmo di intraprendere subito una decisa discesa nella val Torreggio, il cui fianco settentrionale di dispiega di fronte al nostro sguardo: il declivio del fianco meridionale, sul quale ci troviamo, è infatti assai dolce, e le balze di pascoli e roccette sembrano invitare a scendere.


Clicca qui per aprire una panoramica settentrionale dal Sasso Bianco

Invece ci attende una traversata piuttosto lunga, che ci farà raggiungere il rifugio Bosio solo dopo aver descritto un ampio arco. Dalla colma di Zana seguiamo per un buon tratto, in leggera salita, il crinale, poi ce ne stacchiamo scendendo ad una conca, per poi risalire ad una piccola sella posta a destra di una cima costituita da rocce rotte. Oltre la sella ci attende una nuova discesa ad una più ampia conca, raggiunta la quale dobbiamo per un'ultima volta intraprendere una salita, che ci conduce ad una porta (vedi foto sopra) che ci permette di superare il crinale che scende dal monte Caldenno (m. 2669). Questi saliscendi ci impongono il superamento di un dislivello in salita di circa centocinquanta metri. La porta, infatti, è collocata quasi alla medesima altezza della cima del Sasso Bianco. Oltre la porta inizia l'ultima discesa, inizialmente su un terreno disseminato di grandi massi: stanchi come siamo, questo supplemento di attenzione e di tormento per i nostri piedi non ci rallegra di certo!
Poi i massi lasciano il posto ai magri pascoli, che ci permettono una discesa più riposante. Il tracciato tende all'inizio leggermente a sinistra, per poi piegare a destra, superare un torrentello ed intercettare il sentiero che scende dal passo di Caldenno, che congiunge la val Torreggio alla valle di Postalesio. Raggiungiamo così un bel pianoro dove è collocata una grande baita. L'ulteriore discesa ci permette di superare gli ultimi cento metri, raggiungendo il piano dell'alta val Torreggio, dove, in uno scenario ingentilito da radi larici e dai meandri di un quieto torrente, si trova il rifugio Bosio, a 2086 metri. Qui, dopo circa 8 ore di cammino ed un dislivello in salita di oltre 1600 metri, termina la prima tappa dell'alta via. Per il resoconto sulla seconda, apri la relativa presentazione.


Apri qui una panoramica del versante settentrionale della Val Torreggio, dal sentiero dell'Alta Via della Valmalenco (I tappa)

[Torna all'indice]

TORRE DI S. MARIA-ALPE DI ARCOGLIO-LAGO DI ZANA-RIFUGIO BOSIO (VARIANTE)

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Parcheggio al bivio Arcoglio-Alpeggi di Arcoglio inferiore e superiore-lago di Arcoglio-Sasso Bianco-Lago di Zana-Rifugio Bosio
4 h
800
E
SINTESI. Da Torre di S. Maria, seguendo l'indicazione per i rifugi alpini, saliamo su carozzabile al bivio Arcoglio-Piasci, presso il quale possiamo parcheggiare l'automobile (se non disponiamo del permesso di transito, parcheggiamo ai 1000 metri dei Musci, al quarto tornante sx dopo la località S. Giuseppe, dove un cartello segnala la partenza di un sentiero che sale nei boschi fino a Pra' Fedugno e taglia la pista presso questo parcheggio). Dal bivio ci incamminiamo sulla pista di sinistra, per l'alpe di Arcoglio inferiore (m. 1976). Usciti dal bosco in vista delle prime baite, gettiamo l'occhio sulla destra, dove parte, segnalato, in sentierino che sale ripido il versante dei prati (direzione nord), per giungere alla sommità di una sorta di poggio e piegare a sinistra (direzione ovest). Salendo ancora su traccia piuttosto ripida, ci affacciamo all'alpe di Arcoglio superiore, a guardia della quale è posta una bella chiesetta, isolata, sulla destra (m. 2123). Sempre seguendo i triangoli gialli proseguiamo nella salita verso sud-ovest, superando l'ultimo gradino roccioso e raggiungendo la conca del laghetto di Arcoglio (m. 2234). Lasciato il laghetto alla nostra sinistra, cerchiamo i segnavia che ci indirizzano ad una traccia di sentiero a tratti poco visibile e ci fanno descrivere un ampio arco verso sud-ovest, che ci porta sul crinale fra l'alpe di Arcoglio e l'alpe Colina, in corrispondenza di una piccola sella erbosa. La traccia prosegue verso destra salendo sul fianco del Sasso Bianco e raggiungendone facilmente la cima (m. 2490). Dalla cima del Sasso Bianco scendiamo verso nord-ovest, passiamo poco a destra della Colma di Zana (m. 2417), che si affaccia sull'alpe Colina (versante retico sopra Postalesio). Lasciamo ora i triangoli gialli alla nostra sinistra e scendiamo verso destra (nord), seguendo il facile declivio di balze e roccette, fino a raggiungere la quota di circa 2260-2280 metri. Seguendo alcuni triangoli rossi, vediamo una traccia di sentiero discontinua, che piega a sinistra (ovest-nord-ovest) e, con un tracciato pressoché pianeggiante, ci porta al laghetto di Zana (m. 2280). Seguendo i triangoli rossi oltre il laghetto di Zana, scendiamo in breve verso nord-ovest, al Pian delle Pecore, dove intercettiamo il sentiero dell'Alta Via. Seguendolo verso destra (nord-est) scendiamo al rifugio Bosio (m. 2086).


Lago di Zana

Questa prima e lunga tappa può essere effettuata con un'interessante variante, non segnalata, che ha il duplice pregio di permetterci un incontro con il bellissimo laghetto di Zana e di farci risparmiare tre quarti d'ora circa di cammino. Saliti al Sasso Bianco dagli alpeggi di Arcoglio e scesi alla colma di Zana, invece di proseguire sul crinale, possiamo scendere sulla destra, seguendo il facile declivio di balze e roccette, fino a raggiungere la quota di circa 2260-2280 metri. Se guardiamo con attenzione, troveremo alcuni triangoli rossi, che ci permettono di individuare una traccia di sentiero discontinua, che piega a sinistra e, con un tracciato pressoché pianeggiante, ci porta al laghetto di Zana, nascosto in una conca della valle omonima. I luoghi che attraversiamo sono dolci e riposanti. Di fronte a noi, se la giornata è buona, si disegna l'imponente scenario del rosseggiante versante di sud-est del monte Disgrazia, occupato, in parte, dal ghiacciaio della Cassandra. Un po' più a destra si mostrano in primo piano i severi corni di Airale (m. 2614), che sembrano incombere sull'alpe omonima, posta a poca distanza dal rifugio Bosio. Seguendo i triangoli rossi oltre il laghetto di Zana, scendiamo in breve al pianoro sopra citato, dove si trova la grande baita e dove incontriamo il sentiero dell'alta Via che scende dall'ultimo vallone meridionale dell'alta val Torreggio.

 

[Torna all'indice]

TORRE DI S. MARIA-PIASCI-RIFUGIO BOSIO (DIRETTISSIMA)

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Parcheggio al bivio Arcoglio-Piasci-Alpe Palù-Rif. Bosio
2 h
500
E
SINTESI. Da Torre di S. Maria, seguendo l'indicazione per i rifugi alpini, saliamo su carozzabile al bivio Arcoglio-Piasci, presso il quale possiamo parcheggiare l'automobile (se non disponiamo del permesso di transito, parcheggiamo ai 1000 metri dei Musci, al quarto tornante sx dopo la località S. Giuseppe, dove un cartello segnala la partenza di un sentiero che sale nei boschi fino a Pra' Fedugno e taglia la pista presso questo parcheggio). Dal bivio proseguiamo diritti, raggiungendo dopo qualche saliscendi i prati dei Piasci, dove si trova il rifugio Cometti (m. 1742). All'ingresso dei prati non dobbiamo però prendere a sinistra e dirigerci al rifugio Cometti ed alla chiesetta, ma proseguire sul sentiero che passa nei pressi del primo nucleo di baite e punta alle baite sul lato opposto dell'alpeggio, cioè sul lato nord-occidentale. Superato un muretto a secco, entriamo nel bosco, pieghiamo per breve tratto a sinistra (dir. ovest), superando un valloncello ed una radura, per poi piegare a destra e tornare ad assumere la direzione ovest-nord-ovest. Inizia un traverso pianeggiante, che però precede una decisa impennata del sentiero. Raggiunto un poggio erboso (m. 1750), scendiamo per breve tratto verso ovest, fino ad un alpeggio abbandonato, con ruderi di baite ed una sorgente. Piegando leggermente a destra, attraversiamo i prati e raggiungiamo una salitella che ci immette in una sorta di corridoio, che percorriamo in piano, uscendo ad una conca con altri ruderi di baita. Più avanti ci affacciamo agli ampi prati dell'alpe Palù (m. 1971), che attraversiamo sfruttando la fascia rocciosa centrale. Lasciate alle spalle le ultime baite, entriamo in una serie di brevi vallette, che ci permettono di superare una strozzatura del torrente Torreggio, fino a raggiungere il poggio che ospita il rifugio Bosio (m. 2086), che ci appare solo nell'ultimissimo tratto.


Val Torreggio

E', questa, la direttissima, il più breve itinerario di salita al rifugio Bosio. Parte anch'esso dall'alpeggio dei Piasci, raggiunto con l'automobile come sopra descritto. Questa volta dai Piasci non imbocchiamo il sentiero che parte presso il rifugio Cometti e sale all'alpe di Arcoglio inferiore, ma quello che punta direttamente alla Val Torreggio e nel traversa il fianco meridionale.
Per trovarne la partenza, all'ingresso dei prati non dobbiamo prendere a sinistra e dirigerci al rifugio Cometti ed alla chiesetta, ma proseguire sul sentiero che passa nei pressi del primo nucleo di baite e punta alle baite sul lato opposto dell'alpeggio, cioè sul lato nord-occidentale. Superato un muretto a secco, entriamo nel bosco, pieghiamo per breve tratto a sinistra (dir. ovest), superando un valloncello ed una radura, per poi piegare a destra e tornare ad assumere la direzione nord-ovest. Inizia un traverso pianeggiante, che però precede una decisa impennata del sentiero, non a caso denominata "Calvario": giunti infatti sul ciglio di un dirupo, guadagniamo rapidamente, con nervose serpentine, un centinaio di metri di quota, raggiungendo un poggio erboso. Ci attende una breve discesa (dir. ovest), che ci porta ad un alpeggio abbandonato, con ruderi di baite ed una sorgente. Piegando leggermente a destra, attraversiamo i prati e raggiungiamo una salitella che ci immette in una sorta di corridoio, che percorriamo in piano, uscendo ad una conca con altri ruderi di baita.


Rifugio Bosio-Galli

Più avanti ci affacciamo agli ampi prati dell'alpe Palù, che attraversiamo sfruttando la fascia rocciosa centrale per evitare il terreno paludoso (cui si riferisce l'etimo del nome). Lasciate alle spalle le ultime baite, entriamo in una serie di brevi vallette, che ci permettono di superare una strozzatura del torrente Torreggio. lasciata la strozzatura, eccoci, infine, ai piedi del poggio che ospita il rifugio Bosio, che ci appare solo nell'ultimissimo tratto. Siamo in cammino da circa un'ora e mezza ed abbiamo superato un dislivello approssimativo in altezza di 350 metri.


Apri qui una fotomappa della Val Torreggio

[Torna all'indice]

TORRE DI S. MARIA-CIAPPANICO-ALPE SON-ALPE ACQUABIANCA-ALPE AIRALE-RIFUGIO BOSIO

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Ciappanico-Alpi Son, Acquabianca, Serra ed Airale-Rif. Bosio
3 h e 30 min.
1070
E
SINTESI. A Torre di S. Maria passiamo a sinistra della chiesa parrocchiale di S. Maria e e proseguiamo a destra, attraversando, su un ponte, il torrente Torreggio; ignorata una successiva deviazione a destra saliamo, con qualche tornante, il primo tratto del fianco settentrionale della bassa Val Torreggio. Raggiunta Ciappanico, che si trova a 2,7 km da Torre, possiamo proseguire, per un tratto, su una pista sterrata, che si stacca, sulla sinistra, dall’ultimo tratto della strada asfaltata e porta, in breve, ad una piazzola, dove parcheggiamo l’automobile. Da Ciappanico alta ci incamminiamo verso ovest (segnavia rosso-bianco-rossi), cominciando a salire in direzione dell’alpe Son e tagliando, in diversi punti, la pista sterrata, che prosegue fino alla medesima alpe. Raggiunta la parte alta dei prati dell'alpe Son (m. 1385) proseguiamo verso ovest (ignoriamo la deviazione a sinistra che sale ai Piasci) fino a raggiungere i prati dell’alpe Acquabianca, a 1563 metri. Anche qui portiamoci, seguendo l’indicazione per la Bosio segnata su un grande masso, alla parte alta, di sinistra, dell’alpe, dove, con un primo tratto un po’ nascosto dalla vegetazione, il sentiero riprende, assumendo la direzione nord ed inerpicandosi, dopo aver attraversato una radura, in un bellissimo bosco di conifere. Alla fine della salita si congiunge con il sentiero (ora pista agro-silvo-pastorale) che, dal pianoro dell’alpe Lago di Chiesa, si inoltra in Val Torreggio. Percorrendo il sentiero verso sinistra passiamo leggermente a monte dell’alpe Serra (m. 1927), usciamo dal bosco, giungendo in vista dei Corni Bruciati, che chiudono la valle ad ovest, attraversiamo i prati dell’alpe Airale (m. 2097) ed infine, attraversato il Torreggio sul nuovo ponte in legno costruito nel 2000 dai cacciatori, raggiungiamo il rifugio Bosio.


Val Torreggio

Una variante della I tappa dell'Alta Via della Valmalenco parte da Ciappanìco (m. 1034), graziosa frazione di Torre. La si raggiunge percorrendo la strada che attraversa Torre, lascia a destra la chiesa parrocchiale di S. Maria e prosegue prendendo a destra (si ignora, invece, la deviazione a sinistra con la segnalazione per i rifugi alpini), attraversando, su un ponte, il torrente Torreggio, ignorando una successiva deviazione a destra e risalendo, con qualche tornante, il primo tratto del fianco settentrionale della bassa Val Torreggio. Raggiunta Ciappanico, che si trova a 2,7 km da Torre, possiamo proseguire, per un tratto, su una pista sterrata, che si stacca, sulla sinistra, dall’ultimo tratto della strada asfaltata e porta, in breve, ad una piazzola, dove possiamo lasciare l’automobile. Qui troviamo, sulla parete di un’antica casa, la scritta “Benvenuti a Ciappanico alto”, e, su un pannello arrugginito, l’indicazione “Sentiero Roma”, che si giustifica considerando che l’ultima tappa del celeberrimo sentiero alto prevede la traversata dalla Valle di Preda Rossa alla Val Torreggio, con discesa finale a Chiesa Valmalenco oppure a Torre, passando appunto per Ciappanico. Il paesino ha un fascino del tutto particolare: vi si osservano ancora l’edificio della vecchia scuola elementare, un po’ staccato dalle case, ed una graziosa chiesetta.


Piana del rifugio Bosio-Galli

La mulattiera, segnalata da qualche segnavia rosso-bianco-rosso, comincia a salire, dopo un interessante tratto rialzato rispetto alla superficie dei prati, in direzione dell’alpe Son, tagliando, in diversi punti, la pista sterrata, che prosegue fino alla medesima alpe. Nella salita possiamo osservare alla nostra sinistra il fianco meridionale della bassa Val Torreggio, segnato da un imponente movimento franoso, mentre alla nostra destra si comincia a mostrare la dirupata formazione rocciosa nota come “Rocca di Castellaccio” (m. 1777), sede, secondo un’antica leggenda, di una feroce banda di predoni che scendevano nottetempo a depredare ed uccidere gli sventurati viandanti solitari nei pressi di Ciappanico. Alle nostre spalle, infine, si vede in primo piano l’aspra e scoscesa valle Dagua, dominata dal pizzo Palino (m. 2686), a sinistra, e dal monte Foppa (m. 2444), a destra, sulla dorsale che separa la Valmalenco dalla Val di Togno. Superato un primo gruppo di baite, a quota 1284, raggiungiamo il bel dosso dei prati dell’alpe Son, a 1364 metri. Ignoriamo la deviazione a sinistra segnalata dal cartello che indica il rifugio Cometti e l’Alta Via (anche se potremmo sfruttarla salendo ai Piasci per poi imboccare la cosiddetta "direttissima", sopra descritta: superato su un ponte il torrente Torreggio, una comoda mulattiera ci porta, infatti, senza problemi all'alpeggio), portiamoci alla parte alta dei prati e riprendiamo a salire, fino a raggiungere i prati dell’alpe Acquabianca, a 1563 metri.


Monte Disgrazia

Anche qui portiamoci, seguendo l’indicazione per la Bosio segnata su un grande masso, alla parte alta, di sinistra, dell’alpe, dove, con un primo tratto un po’ nascosto dalla vegetazione, il sentiero riprende, assumendo la direzione nord ed inerpicandosi, dopo aver attraversato una radura, in un bellissimo bosco di conifere. Alla fine della salita si congiunge con il sentiero che, dal pianoro dell’alpe Lago di Chiesa, si inoltra in Val Torreggio tagliandone il fianco settentrionale. Percorrendo il sentiero verso sinistra passiamo leggermente a monte dell’alpe Serra (m. 1927), usciamo dal bosco, giungendo in vista dei Corni Bruciati, che chiudono la valle ad ovest, attraversiamo i prati dell’alpe Airale (m. 2097) ed infine, attraversato il Torreggio sul nuovo ponte in legno costruito nel 2000 dai cacciatori, raggiungiamo il rifugio Bosio, dopo circa tre ore di cammino.

[Torna all'indice]

ALPE POVERZONE-RIFUGIO BOSIO (PER LA BOCCHETTA DEL VALDONE O LA COLMA DI ZANA)

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Alpe Poverzone-Bocchetta del Valdone-Alpe Canale-Alpe Arcoglio inferiore e Superiore-Lago di Arcoglio-Sasso Bianco-Colma di Zana-Rif. Bosio
7 h
900
EE
Alpe Poverzone-Alpe Colina-Colma di Zana-Rif. Bosio
6 h
670
EE
SINTESI. Saliamo in automobile da Sondrio sulla provinciale della Valmalenco, lasciandola per prendere a sinistra subito dopo il tornante dx che segue Mossini (indicazioni per Triangia). Raggiunta Triangia, prendiamo a destra passando in mezzo al paese e proseguendo sulla carozzabile che sale a Ligari. Più avanti strada è chiusa al traffico dei veicoli non autorizzati (informarsi presso il comune di Sondrio per l'acquisto del pass). Una serie di tornanti ci porta, poi, ai prati della località Forcola (m. 1610). La carozzabile, con fondo sconnesso, sale quindi all'alpe Poverzone, dove, su un piccolo dosso a sinistra della pista, è posta, a 1908 metri, una croce, e prosegue fino all'alpe Prato Secondo (m. 1928), dove parcheggiamo. Proseguiamo sulla pista sterrata che traversa verso ovest, terminando all'alpe Colina. Ci portiamo all'ultimo gruppo di baite posto a 2079 metri. Qui si trova anche un baitone, e da qui parte la pista che effettua la lunga traversata verso est che, passando per l’alpe Marscenzo, conduce all’alpe Poverzone, sopra Triangia. La ignoriamo ancora e salendo passiamo a destra del laghetto di Colina che se ne sta, nascosto da un dosso disseminato di massi e radi larici, poco distante da queste baite, ad ovest-nord-ovest, a quota 2076. Raggiungiamo il termine della pista, presso una tettoia, e prendiamo leggermente a destra, fino ad intercettare una traccia che sale in diagonale, a destra, e si porta ad un corpo franoso. Qui il sentiero sembra interrompersi: dobbiamo salire in diagonale, prendendo leggermente a sinistra, fino ad intercettare una seconda traccia, abbastanza marcata, anche se stretta, che supera alcuni punti esposti (attenzione, quindi!) e conducendo finalmente alla stretta porta che introduce all’ampia conca denominata Colma di Zana (m. 2417). La porta è riconoscibile anche per la presenza di una modesta formazione rocciosa, una sorta di piccolo gendarme, che ne presidia il lato destro. Seguendo i cartelli escursionistici dell'Alta Via della Valmalenco (ed i triangoli gialli) prendiamo ora a sinistra, salendo lungo l’ampio crinale, per poi traversare a destra e scendere ad un largo canalone. Salendo lungo quest’ultimo, raggiungiamo una caratteristica porta delimitata a destra da una elevazione secondaria. Troviamo subito i triangoli gialli dell'Alta Via della Valmalenco (I tappa). Li seguiamo verso sinistra ed iniziamo a salire a poca distanza dal crinale, in direzione ovest-nord-ovest, fra pietraie e rari pascoli seguiamo per un buon tratto, in leggera salita, il crinale, poi ce ne stacchiamo scendendo ad una conca, per poi risalire ad una piccola sella posta a destra di una cima costituita da rocce rotte. Oltre la sella scendiamo ad una più ampia conca, raggiunta la quale dobbiamo per l'ultima volta intraprendere una salita, fino ad una porta (m. 2500 circa) che ci permette di superare il crinale che scende dal monte Caldenno (m. 2669), alla nostra sinistra. Scendiamo fra pietraie e magri pascoli, verso nord-ovest e poi nord, fino ad intercettare la traccia che scende, alla nostra sinistra, dal passo di Caldenno. Pieghiamo a destra e raggiungiamo il Pian delle Pecore, dove è collocata una grande baita. L'ulteriore discesa, in direzione nord-est, ci permette di superare gli ultimi cento metri, raggiungendo il rifugio Bosio, a 2086 metri.

Vediamo, però, ora le varianti che permettono di raggiungere il rifugio partendo non da Torre, ma dal versante retico mediovaltellinese, e, più precisamente, dagli alpeggi sopra Triangia. Si tratta, anche in questo caso, di due varianti della prima tappa dell’Alta Via della Valmalenco, entrambe ricche di motivi d’interesse. Punto di partenza, in questo caso, può essere l’alpe Poverzone. La via per raggiungere l’alpe passa per Triangia, paesino che si trova nella piana a monte del colle omonimo, che domina, ad ovest, Sondrio.
Imbocchiamo, dunque, da Sondrio la strada che sale in Valmalenco, per lasciarla, però, abbastanza presto, non appena troviamo la strada, segnalata, che se ne stacca, sulla sinistra, per salire, con alcuni tornanti, a Triangia (m. 800). Qui, invece di proseguire sulla strada principale, che comincia a scendere verso Castione Andevenno, prendiamo a destra, attraversando il paese e passando davanti alla chiesa parrocchiale di San Bernardo. Usciti dal paese, continuiamo a salire su una strada che passa nei pressi del laghetto di Triangia (deviazione sulla destra) e per la bella e panoramica frazione di Ligari (m. 1092), dove si trova un grazioso oratorio settecentesco. Dopo una lunga traversata verso destra (nord-est), la strada (chiusa però recentemente al traffico dei veicoli non autorizzati; chiedere al comune di Sondrio per le autorizzazioni) raggiunge, poi, i prati Rolla (m. 1304), dai quali si apre un primo interessante scorcio della Valmalenco e della sua testata, che mostra i pizzi Tremoggia ed Entova (sasa d’éntua). Segue una serie di tornanti, su un fondo sterrato, fino ai prati della Forcola (m. 1518), ad 8 km da Triangia. Da qui si mostrano anche le rimanenti e più famose cime della testata della Valmalenco, cioè i pizzi Roseg, Scerscen e Bernina: si tratta di un primo assaggio degli scenari destinati a deliziare la vista di chi percorre interamente l’Alta Via della Valmalenco. Possiamo lasciare qui l’automobile, allungando il cammino di circa un’ora, oppure continuare a salire, su una strada dal fondo in alcuni punti sconnesso, in direzione ovest, fino all’alpe Poverzone (m. 1908), presidiata da una grande croce in metallo posta a monte di un dirupo, che domina Sondrio.
Lasciata qui l’automobile, incamminiamoci sulla pista sterrata che aggira il versante meridionale del monte Rolla (m. 2277) ed effettua una lunga traversata verso nord-ovest, fino all’alpe Colina (a 16 km da Triangia). Passiamo, così, a monte dell’alpe Prato Secondo (m. 1928), e raggiunge, dopo una curva a destra, il piede di un facile canalone erboso, che culmina nell’evidente bocchetta del Valdone (m. 2176), a destra del crinale meridionale del monte Canale (m. 2522). Qui dobbiamo scegliere fra le due varianti: entrare in Valmalenco per questa bocchetta ed attraversare gli alpeggi di Torre prima di entrare in Val Torreggio, oppure proseguire fino all’alpe Colina e da qui salire alla Colma di Zana, sul fianco meridionale della Val Torreggio.
Esaminiamo la prima variante. Possiamo, dalla strada, salire facilmente alla bocchetta seguendo una traccia di sentiero (ma, se non la si trova, si può salire facilmente anche senza percorso obbligato). La bocchetta propone un singolare cambiamento di prospettiva: lasciato alle spalle l’ampio e luminoso versante retico che sovrasta Castione, ci affacciamo alla ripida ed ombrosa Val Valdone nome che deriva forse da "val domini", cioè valle del signore o del Signore), la prima laterale occidentale della Valmalenco.
Nella discesa, dobbiamo ora seguire con attenzione i segnavia rosso-bianco-rossi, che ci guidano su un sentiero che passa a monte delle baite dell’alpe Valdone, tagliando, verso sinistra, i ripidi pascoli del fianco del monte Canale (m. 2522). Il sentiero, dopo aver superato un valloncello, scende gradualmente, fino ad un bivio: mentre la traccia principale prosegue, più decisamente, la discesa in direzione del cuore della val Valdone (si tratta del sentiero che si immerge negli ombrosi boschi del versante settentrionale della valle, uscendone a Cagnoletti), una traccia meno marcata se ne stacca sulla sinistra, proseguendo nella diagonale che taglia il fianco orientale del monte Canale.
Raggiunto un ampio dosso, il sentiero, con traccia debole, comincia a scendere, ripido, verso il limite superiore del bosco, per poi, poco al di sotto di quota 1900, piegare a sinistra, ed entrare in una macchia di larici. In questo tratto dobbiamo prestare attenzione a non perderla, seguendo i segnavia: se dovessimo, però, smarrirla, scendiamo fin quasi al limite del bosco di larici, rimanendo sul fianco del dosso, per poi piegare a sinistra ed effettuare una breve traversata nel bosco: giungeremo ad una conca facilmente riconoscibile per la presenza di una postazione di avvistamento degli animali collocata nei pressi di uno spuntone roccioso. Seguendo un sentiero quasi pianeggiante che passa appena a monte della postazione, ci riportiamo sul percorso principale.
Il sentiero segnalato, invece, dopo un primo tratto incerto e quasi pianeggiante nel cuore del bosco, scende, ripido, fino ad intercettare un sentiero quasi pianeggiante che, seguito in direzione nord, conduce ad una sorgente d’acqua, a quota 1847. Qui giunge anche un sentiero che sale dai Prati Fontani, alpeggio posto a sud-est, a quota 1714. Chi scendesse per questo sentiero, raggiunti i prati, potrebbe proseguire nella discesa, fino ad intercettare, a quota 1500 circa, la pista che da Torre sale agli alpeggi di Arcoglio e dei Piasci. Dalla sorgente, proseguendo sul sentiero principale (direzione nord), guadagniamo leggermente quota, affacciandoci, infine, ai prati dell’alpe Canale (m. 1900), dove troviamo diverse baite ed una croce in legno. Il panorama che si gode da qui è molto bello: la testata della Valmalenco, verso nord-est, mostra le sue più importanti cime, vale a dire, da sinistra, i pizzi Roseg (da “rösa” o “rosa”, massa di ghiaccio, m. 3937), Scerscen (m. 3971) e Bernina (m. 4049), la cresta Güzza (m. 3869), i pizzi Argient (m. 3945), Zupò (che significa “nascosto”, da “zuper”, nascondere, m. 3995), Palù (m. 3905) e Varuna (m. 3453). A sinistra delle cime principali si distinguono, poi, altre cime illustri, la triade Tremoggia ( piz di tremögi, m. 3441)-Malenco (m. 3438)-Entova (m. 3329; le tre vette, nel loro insieme, erano chiamate, localmente, “tremögi”; la denominazione distinta deriva da un interesse alpinistico) ed i pizzi Gemelli (m. 3500). Più a sinistra
ancora (nord), in primo piano, troviamo le cime del versante settentrionale della val Sassersa, vale a dire, da destra, il monte Braccia (còrgn de bracia, m. 2909) e la cima del Duca (m. 2969). Ad est, infine, sono riconoscibili, in primo piano, il pizzo Palino (m. 2686) ed il monte Foppa (m. 2444), sulla dorsale che separa la Valmalenco dalla Val di Togno.
L'alpe Canale appartiene al ricco sistema di alpeggi del comune di Torre. Ecco come descrive gli alpeggi di Valmalenco Dario Benetti, nell’articolo “I pascoli e gli insediamenti d’alta quota” in “Sondrio e il suo territorio” (IntesaBci, 2001): “Gli alpeggi della Valmalenco hanno una morfologia a nucleo. Ogni famiglia aveva la propria baita. Non si spostava tutta la famiglia. Di solito andava il capofamiglia con due o tre insieme e gli altri rimanevano a lavorare i campi. Gli altri che rimanevano a casa, una volta alla settimana, andavano a portargli la roba, tutto a spalla, naturalmente, e portavano indietro il burro per venderlo e comprare farina. In alcuni casi la lavorazione del latte era effettuata in gruppi di tre o quattro famiglie che si impegnavano a turno. La produzione principale, più che il formaggio, era il burro, venduto al mercato di Sondrio (alpeggi di Lanzada) o in valle di Poschiavo in Svizzera (alpeggi di Torre). Tra gli alpeggi a nucleo più interessanti sono da considerare i due nuclei dell’alpe Arcoglio in comune di Torre, l’alpe Gembré (in pietra), Campaccio, Prabello, Brusada e l’alpe Musella in comune di Lanzada; in questi ultimi sono ancora presenti alcuni esempi antichi di edifici in legno con struttura a blockbau. Parte dei maggenghi (chiamati anche Barchi) era di proprietà comunale. Alcuni alpeggi (Gembré, Fellaria, Val Poschavina) sono a elevata altitudine e venivano utilizzati, al massimo, per un mese. In alcune alpi si falciava qualche piccolo appezzamento di prato (Pradaccio e Giumellino a Chiesa, Acquabianca, Canale, Palù a Torre) da utilizzare nelle stagioni peggiori unitamente al fieno selvatico raccolto sui versanti più alti delle creste montane”.
Dall’opera “La Valtellina (Provincia di Sondrio)”, di Ercole Bassi (Milano, Tipografia degli Operai, 1890), ricaviamo inoltre interessanti notizie statistiche sulla situazione degli alpeggi di Torre sul finire dell'Ottocento: si menzionano, infatti, le alpi Canale (60 capi, 80 giorni d'alpeggio, prodotto di 40 lire per capo, proprietà privata), Arcoglio (160 capi, 80 giorni d'alpeggio, prodotto di 49 lire per capo, proprietà privata e comunale), Zana (50 capi, 70 giorni d'alpeggio, prodotto di 35 lire per capo, proprietà privata), Airale, Serra ed Acquabianca (160 capi, 75 giorni d'alpeggio, prodotto di 40 lire per capo, proprietà privata) e Palù (80 capi, 75 giorni d'alpeggio, prodotto di 40 lire per capo, proprietà privata).
Dall’alpe Canale dobbiamo, ora, portarci all’alpe di Arcoglio inferiore, proseguendo sul sentiero che ritroviamo sul limite dei prati e che rientra nel bosco, aggirando il fianco che scende verso nord dal monte Canale. Dopo aver attraversato un torrentello su un piccolo ponte in legno, raggiungiamo, così, il limite degli ampi prati dell’alpe. Siamo alla conca che costituisce la sezione sud-orientale dell’alpe (m. 1960), e dobbiamo attraversarla per portarci alle baite della sezione nord-occidentale, cui giunge anche un tratturo che si stacca dalla pista che sale da Torre S. Maria. Qui troviamo un cartello della Comunità Montana Valtellina di Sondrio, che ci indica l’alpe di Arcoglio inferiore (quota 1976).
Seguendo i segnavia rosso-bianco-rossi ed i triangoli e le frecce gialle dell’Alta Via, che qui cominciamo a trovare, saliamo sfruttando un ripido tratturo che diventa mulattiera e sormonta un dosso di prati, fino a guadagnare l’alpe di Arcoglio superiore (m. 2130). Passiamo nei pressi della chiesetta, isolata, sulla destra, rispetto alle baite, e posta a quota 2123. nei pressi della chiesetta si trova, su un sasso, l’indicazione di un bivio: proseguendo diritti seguiamo il percorso più classico dell’Alta Via, mentre prendendo a destra ne percorriamo una variante più breve, che in un’ora e mezza circa ci porta al rifugio Bosio. Rimaniamo sul percorso classico: ci siamo congiunti, infatti, con il tracciato tradizionale che sale da Torre e prosegue per il laghetto di Arcoglio e la cima del Sasso Bianco, per poi effettuare una lunga traversata nell’alta Val Torreggio prima di scendere al rifugio Bosio. Riassumiamone i punti salienti.
Sempre seguendo i triangoli gialli, proseguiamo nella salita, guadagnando l'ultimo gradino roccioso dove ci attende la prima sorpresa del nostro itinerario: inatteso, appare il bellissimo laghetto di Arcoglio (m. 2234), adagiato su un balcone che fronteggia, sul lato opposto della valle, il gruppo Scalino (m. 3323)-Painale (m. 3248). Si tratta di uno scenario bellissimo, che il celeberrimo discesista italiano Zeno Colò definiva fra i più belli d’Europa. Lasciato il laghetto alla nostra sinistra, cerchiamo i segnavia che ci indirizzano ad una traccia di sentiero a tratti poco visibile. I segnavia ci fanno compiere un ampio arco che ci porta sul crinale fra l'alpe di Arcoglio e l'alpe Colina, in corrispondenza di una piccola sella erbosa, dalla quale un ripido canalone scende ai pascoli dell’alpe Colina. La traccia prosegue verso destra salendo sul fianco del Sasso Bianco e raggiungendone facilmente la cima (m. 2490).
Si apre, da qui, un ampio scorcio sull’alta Val Torreggio. Dietro il piccolo ometto posto sulla cima si staglia la severa e sassosa valle Airale, prolungamento della val Torreggio; sul crinale che la separa dalla valle di Preda Rossa si riconosce il passo di Corna Rossa, sul quale è posto il rifugio Desio, permanentemente chiuso in quanto pericolante. A destra del passo, possiamo osservare, da una prospettiva un po’ insolita, il monte Disgrazia (m. 3678). Dalla cima possiamo dominare anche l'intera testata della Valmalenco, e l'intera catena orobica.
Dopo una sosta dedicata a gustare le bellezze del panorama, possiamo facilmente scendere ai sottostanti pascoli dell’alta Val Torreggio, in corrispondenza della colma di Zana.
Fermiamoci ora qui, per descrivere la seconda variante, che conduce anch’essa alla colma di Zana (m. 2490). Torniamo, dunque, ai piedi del canalone che porta alla bocchetta del Valdone, e proseguiamo sulla pista sterrata che porta all’alpe Marscenzo (m. 2009). Poco oltre, seguendo una debole traccia di sentiero, si potrebbe salire, con un po’ di attenzione, alla depressione denominata colma di Arcoglio (m. 2313), a sinistra del monte Canale, per poi scendere, sul versante opposto, fino all’alpe di Arcoglio. Noi, invece, proseguiamo sulla pista, fino all’alpe Colina (m. 2076), a 16 km circa da Triangia, dove si trova anche il grazioso laghetto omonimo.
Seguiamo la pista che dall’alpe sale verso i pascoli più alti e, al suo termine, prendiamo a destra, su traccia debole ed incerta, che effettua una diagonale verso destra e sale, appunto, alla bocchetta denominata colma di Zana (m. 2417). Il versante è, qui, piuttosto ripido, per cui la traversata alla bocchetta va fatta con la dovuta attenzione.
Ecco, infine, la sommaria descrizione dell’ultimo tratto, che conduce dalla colma di Zana al rifugio Bosio. Dalla colma di Zana seguiamo per un buon tratto, in leggera salita, il crinale, poi ce ne stacchiamo scendendo ad una conca, per poi risalire ad una piccola sella posta a destra di una cima costituita da rocce rotte. Oltre la sella ci attende una nuova discesa ad una più ampia conca, raggiunta la quale dobbiamo per un'ultima volta intraprendere una salita, che ci conduce ad una porta la quale ci permette di superare il crinale che scende dal monte Caldenno (m. 2669). Questi saliscendi ci impongono il superamento di un dislivello in salita di circa centocinquanta metri. La porta, infatti, è collocata quasi alla medesima altezza della cima del Sasso Bianco.
Oltre la porta inizia l'ultima discesa, inizialmente su un terreno disseminato di grandi massi: stanchi come siamo, questo supplemento di attenzione e di tormento per i nostri piedi non ci rallegra di certo! Poi i massi lasciano il posto ai magri pascoli, che ci permettono una discesa più riposante. Il tracciato tende all'inizio leggermente a sinistra, per poi piegare a destra, superare un torrentello ed intercettare il sentiero che scende dal passo di Caldenno, che congiunge la val Torreggio alla valle di Postalesio. Raggiungiamo così un bel pianoro dove è collocata una grande baita. L'ulteriore discesa ci permette di superare gli ultimi cento metri, raggiungendo il piano dell'alta val Torreggio, dove, in uno scenario ingentilito da radi larici e dai meandri di un quieto torrente, si trova il rifugio Bosio, a 2086 metri.
Facciamo, ora, un po’ di conti. La variante che conduce al rifugio dall’alpe Poverzone passando per la bocchetta del Valdone richiede circa 7 ore di cammino, necessarie per superare circa 900 metri di dislivello. La variante che conduce al rifugio passando, invece, per la colma di Zana richiede circa 6 ore di cammino, necessarie per superare un dislivello di circa 670 metri. Se, infine, partiamo dai prati della Forcola, calcoliamo un’ora in più ed aumentiamo di circa 400 metri il dislivello.

[Torna all'indice]

CHIESA IN VALMALENCO-ALPE LAGO DI CHIESA-RIFUGIO BOSIO

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Strada Chiesa-Primolo-Alpe Lago di Chiesa-Rif. Bosio
3 h e 30 min.
1000
E
SINTESI. Da Chiesa in Valmalenco saliamo sulla carozzabile per Primolo, fino all'ultimo tornante dx (quota 1300), dove si trova un cartello che indica il rifugio Bosio. Parcheggiamo qui e, dopo un brevissimo tratto sulla strada asfaltata per l'alpe Lago, imbocchiamo la mulattiera che se ne stacca sulla destra, salendo in un bosco di larici. Dopo averla tagliata altre due volte, se ne allontana e sale più direttamente. Superata una valletta, intercetta di nuovo la carozzabile poco prima dell'ingresso all'ampia piana dell'alpe Lago di Chiesa (m. 1614). Seguiamo la nuova pista agro-silvo-pastorale che oltrepassa le baite dell'alpe e sale con qualche tornante nel bosco, fino ad una radura all'imbocco della Val Torreggio, dove troviamo un cartello che segnala, sul limite del bosco, il sentiero per l'alpe Mastabia. Lo ignoriamo e proseguiamo sulla pista che si inoltra in Val Torreggio. Passiamo leggermente a monte dell’alpe Serra (m. 1927), usciamo dal bosco, giungendo in vista dei Corni Bruciati, che chiudono la valle ad ovest, attraversiamo i prati dell’alpe Airale (m. 2097) ed infine, attraversato il Torreggio sul nuovo ponte in legno costruito nel 2000 dai cacciatori, raggiungiamo il rifugio Bosio.

La traversata al rifugio Bosio-Galli può avvenire anche dall’alpe Lago di Chiesa (m. 1614), alla quale sale una carrozzabile che si stacca dalla strada Chiesa in Valmalenco-Primolo in corrispondenza del primo tornante dx (1095 metri, segnalazione: un cartello giallo indica Lago di Chiesa, Alpe Pirlo, Primolo e Bosio - ore 3).
La strada è però chiusa al traffico dei veicoli non autorizzati, per cui dobbiamo parcheggiare l'automobile nel vicino spiazzo. Poco oltre la sua partenza, troviamo una comoda mulattiera, che sale da sinistra e procede a destra (indicazione "Bosio" su un grande masso) e che per via più diretta porta all'alpe, attraversando una splendida pecceta. Nel primo tratto procediamo verso ovest-nord-ovest, intercettando di nuovo la carozzabile, poi continuiamo a salire in direzione sud-ovest e ovest-sud-ovest, intercettando la carrozzabile per la terza volta. Procedendo ancora verso ovest, tocchiamo la carozzabile ad un suo tornante dx. Dopo un tratto in direzione ovest, la mulattiera volge a sinistra, per tagliare un ampio dosso (in questo tratto si aprono alla nostra sinistra ottimi scorci su Chiesa Valmalenco e Primolo), piega a sud, sud-est e di nuovo sud, poi rientra verso destra e procede in direzione ovest, fra radi larici e pini mughi, intercettando la carozzabile che nel frattempo ha compiuto un'ampia diversione in direzione opposta. Ignorato il sentiero che procede verso ovest per l'Alpe Pirlo, seguiamo per un buon tratto la strada, poi ce ne allontaniamo di poco, restando alla sua sinistra. Superati su due ponticelli in legno altrettanti rami del torrente Giumellino, che scende dalla valle omonima, siamo di nuovo alla strada, che a questo punto seguiamo fino all'alpe: dopo una svolta a destra, siamo al suo limite orientale (su un grande masso leggiamo "Alpe Lago m. 1614").


Alpe Lago di Chiesa

L'alpe Lago di Chiesa (m. 1614) è costituita da una grande pianoro che colpisce per la sua incantevole bellezza, suscitando un profondo senso di pace e di raccoglimento. La sua denominazione segnala l’antica presenza di un lago, ora prosciugato, che notizie storiche davano ancora nel Seicento ricco di gustose trote.
[Quella che segue è una relazione ormai "datata", che però merita di essere conservata per il suo valore "storico". Da pochi anni, infatti, è stata tracciata una pista agro-silvo-pastorale che si affianca ed in parte soppianta il sentiero storico. Si tratta di fatto di un prolungamento della pista che sale all'alpe Lago. Essa passa alle spalle della chiesetta di S. Abbondio, descrive un arco verso sinistra e, dopo qualche tornante, raggiunge la radura da cui parte il sentierino per l'alpe Mastabia. Di qui entra in Val Torreggio percorrendone il fianco settentrionale, fino all'alpe Airale, a poca distanza dal rifugio Bosio].

Giunti sulla soglia dell'alpeggio, proseguiamo sul suo lato destro, in direzione della chiesetta di sant’Abbondio. Proseguendo nella medesima direzione ed ignorando la deviazione a destra per l'Alpe Pirlo, lasciamo alle spalle le ultime baite e procediamo salendo per breve tratto verso nord-ovest, poi, ignorando una deviazione a destra, pieghiamo a sinistra (direzione sud-sud-ovest), superiamo su un ponticello un modestro torrente e ci volgiamo per qualche istante a gustare il panorama dell'alpeggio, incorniciato dall'elegante profilo del pizzo Scalino.

Apri qui una panoramica dell'alpe Lago di Chiesa

Affrontiamo, ora, una sorta di rampa, poi uno strappetto che ci introduce ad una bella pecceta. Ignorata una seconda deviazione segnalata a destra per l'alpeMastabbia, pieghiamo gradualmente a destra (andamento ovest-sud-ovest) ed iniziando una lunga traversata: il sentiero, stretto ma sempre ben marcato, viene raggiunto da sinistra da quello che sale, ripido, dall'Alpe Serra e procede diritto nel bosco, salendo molto gradualmente e tagliando il fianco meridionale della bassa Val Torreggio. Usciti dal bosco, salutiamo i Corni Bruciati, numi tutelari della valle, che si ergono fieri proprio davanti al nostro naso, e siamo alle baite dell'alpe Airale (m. 2073), ai piedi del vertiginoso versante dei corni omonimi. Proseguiamo, poco sotto le baite, ancora per breve tratto, all'aperto, fino alla deviazione a sinistra (su un masso: freccia a sinistra con scritta "Bosio", freccia diritta con scritta "Desio P. Cassandra") che ci porta al nuovo elegante ponte in legno ("La passerella del cacciatore") che scavalca il torrente Torreggio. Poco oltre, il rifugio Bosio, che raggiungiamo dopo circa 3 ore e mezza di cammino (il dislivello approssimativo è di 1000 metri).

[Torna all'indice]

RIFUGIO PONTI-PASSO DI CORNA ROSSA-RIFUGIO BOSIO

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Rifugio Ponti-Passo di Corna Rossa-Rifugio Bosio
3 h
380
E
SINTESI. Seguiamo il percorso dell'ultimo giorno del Sentiero Roma (traversata Ponti-Bosio). Dal rifugio Ponti seguiamo le indicazioni "Bosio" e "Corna Rossa" procediamo verso est-mord-est, fra placche rocciose, e saliamo sul filo della grande morena del centro della Valle di Preda Rossa, per poi scendere ad un ramo del torrente di Preda Rossa. Saliamo di nuovo sul filo di una morena laterale e di nuovo scendiamo a guadare un altro ramo del torrente. Procediamo verso est e saliamo ad un ripiano di sfasciumi, passando per un grande masso con indicazione "Desio" e "Bosio". Seguendo i segnavia ci approssimiamo al piede della costiera Valle di Preda Rossa-Val Torreggio e cominciamo a risalirne ilversante di sfasciumi con ampie diagonali. Raggiungiamo così la fascia di rocce rossastre e placche, fra le quali serpeggia una traccia. Alcuni passaggi sono assistiti da corde fisse. La salita fra stretti canalini ci porta in vista del parafulmine che annuncia il passo di Corna Rossa (m. 2826), presidiato dal pericolante e dismesso rifugio Desio. Iniziamo a scendere in Val Airale (parte terminale della Val Torreggio) fra blocchi e sfasciumi (ignoriamo la deviazione a sinistra per i laghetti di Cassandra), procedendo in direzione sud-sud-est e poi sud. Superata una sorta di gola, siamo ad un ripiano dove volgiamo decisamente a sinistra (est), sempre procedendofra sfasciumi. Poi pieghiamo leggermente a destra (sud-est) e scendiamo a ridosso dei bastioni rocciosi della valle, procedendo a sinistra del torrente. Dopo un buon tratto di discesa, pieghiamo leggermente a sinistra (direzione est) e percorriamo la piana fino al ponte dei Cacciatori, varcato il quale in breve siamo al rifugio Bosio-Galli (m. 2086).

Al rifugio Bosio giunge anche l'ultima tappa del celeberrimo Sentiero Roma, che parte dal rifugio Ponti in Valle di Preda Rossa (Val Masino), sale al passo di Corna Rossa e scende per la Val Airale. Eccone la descrizione.
Dal rifugio Ponti, seguendo le abbondanti segnalazioni, si segue l'tinerario che, nella sua prima parte, coincide con quello degli alpinisti che scalano il Disgrazia. Si attraversa il primo torrente che scende dal ghiacciaio di Preda Rossa ("sgiascé"), per poi salire sul filo della grande morena centrale che termina ai piedi del medesimo ghiacciaio. Seguendo le bandierine rosso-bianco-rosse, si scende, quindi, sul lato opposto, seguendo un sentierino e, ignorate le indicazioni per il Monte Disgrazia ("desgràzia"), si raggiunge un masso sul quale è segnalato il percorso per i rifugi Desio e Bosio.
Volgendo lo sguardo alle spalle, si può godere di un buon colpo d’occhio sulla poderosa costiera Remoluzza-Arcanzo, fra Valle di Preda Rossa e Val di Mello ("val da mèl"), sulla quale sono individuabili, da nord (cioè da destra) la Bocchetta Roma ("pas da ciöda"), il pizzo della Remoluzza (sciöma da remolöza, m. 2814), il pizzo di Averta (dal dialettale "avert", cioè aperto, m. 2853), il pizzo Vicima (sciöma da veciöma, m. 2687), la cima degli Alli (sciöma dei äl, o Ali, m. 2725) e la cima di Arcanzo (m. 2715). La discesa termina sul greto del secondo torrente che scende dal ghiacciaio e che deve essere attraversato. Il sentiero è a tratti ben visibile, ma talora ci si deve affidare alle segnalazioni.
Fra massi rosseggianti sempre più numerosi e con immagini sempre diverse del Monte Disgrazia ("desgràzia", m. 3678, alla cui sinistra si individua bene la sella di Pioda, a sua volta a destra del monte Pioda - "sciöma da piöda"-), il percorso prosegue, passando a monte della seconda morena della valle, quella orientale, e giungendo ad un grande masso, su cui un’indicazione indirizza ad un nevaio che è presente anche a stagione avanzata e che deve essere risalito. E' già visibile, in alto, la piccola depressione del passo (m. 2836), posto a sud della cima di Corna Rossa (m. 3180); il Monte Disgrazia, intanto, si defila sempre più dietro la dorsale della punta di Corna Rossa.
Il nevaio va tagliato verso sinistra, o aggirato a monte, con cautela, perché, nella parte alta, è abbastanza ripido, per cui val la pena di calzare i ramponi. Raggiunta la fascia di rocce sul suo limite superiore, si inizia la salita su un fondo costituito da terriccio, sassi mobili e massi talora scivolosi. Per questo va affrontata con cautela: in un paio di punti corde fisse la rendono più sicura. Sono pochi i punti esposti, ma conviene ugualmente salire senza fretta. Poco oltre il secondo punto attrezzato con corde fisse, si raggiunge finalmente il passo, annunciato dalla punta del parafulmine posto nei suoi pressi (e tutt’altro che superfluo: la zona, per la presenza di rocce con alto contenuto ferroso, è particolarmente bersagliata dai fulmini; lo si tenga presente e si eviti, di conseguenza, di affrontare la salita al passo in condizioni di tempo incerto).

La prima immagine che lo sguardo incontra, oltre il passo di Corna Rossa, è quella del versante destro della Val Torreggio. Volgendo lo sguardo a sinistra si vede il versante sinistro della Val Airale, prosecuzione della Val Torreggio. Più a sinistra ancora, ecco il rifugio Desio (m. 2886; 2830 su alcune carte), chiuso perché pericolante, a seguito delle eccezionali nevicate dell’inverno 2000-2001: esso rimane oltre il crinale, per cui non è visibile per chi sale. Il CAI di Desio medita però di ripristinarne la funzionalità, il che sarebbe davvero lodevole, considerato il suo valore storico. Fu, infatti, insieme al rifugio Marinelli, il primo costruito in Valmalenco, per facilitare l'ascensione al monte Disgrazia, ed assolveva alla sua funzione con una capienza di 18 posti letto. Volgendoci ancora alle nostre spalle possiamo ammirare la morena centrale di Preda Rossa, parte della costiera Remoluzza-Arcanzo e, sul fondo, alcune fra le più famose cime della Val di Mello ("val da mèl"), che, durante le precedenti giornate, abbiamo imparato a conoscere bene: i pizzi del Ferro ("sciöme do fèr"), la cima di Zocca ed i pizzi Torrone, fra i quali spicca, per la forma a punta di lancia, il pizzo Torrone orientale. Visto da qui, il rifugio Ponti non è che un piccolo punto perso fra le gande.
Dal passo di Corna Rossa, attraverso la Val Airale, si deve, ora, scendere in Val Torreggio, il cui fondo è dominato dai Corni Bruciati. Nel primo tratto di discesa procediamo verso sud, fino ad un cengione che ci fa scendere dal circo superiore della valle e ci fa accedere, a quota 2570 metri circa, ad una scorbutica fascia di grandi massi, fra i quali i segnavia dettano il percorso meno faticoso. Pieghiamo decisamente a sinistra ed a quota 2500 metri circa siamo alle morene di un antico ghiacciaio e ad una strozzatura della valle, oltra la quale si comincia ad intravvedere qualcosa come una traccia di sentiero. Procediamo ora verso nord-est e sud-est, scendendo ad intercettare il sentiero che, alla nostra sinistra, sale al vallone dei laghetti di Sassersa. Procediamo ancora verso sud-est, prima di piegare a sinistra e procedere in direzione est, fino alla piana del rifugio. Superato il torrente Torreggio, alla nostra destra, su un ponte in legno, eccoci finalmente al rifugio Bosio-Galli.
In realtà potrebbe essere un’interessante variante visitare questo splendido sistema di laghetti di Cassandra, disseminati in un vallone nascosto ai piedi del pizzo di Cassandra. In tal caso seguiamo i segnavia che ci guidano nella traversata in direzione est, che ci porta a scendere da uno sperone roccioso al più alto dei laghetti (m. 2746), nelle cui splendide acque di un blu intenso si specchia il nevaio che scende dal ghiacciaio della Cassandra. Proseguiamo, seguendo le rade indicazioni, descrivendo un arco verso destra sud-est ed ignorando, sulla sinistra, la deviazione per il passo Cassandra (m. 3097), che permette di accedere alla Vedretta della Ventina (védrècia de la venténa), in alta Valmalenco (val del màler).
L’arco descritto ci permette di giungere in vista dei due laghetti inferiori di Cassandra (m. 2464). Prendendo ancora a destra scendiamo al più grande, passando a sinistra di un pronunciato torrione, quotato 2710 metri, ed a destra di una enorme ganda. In prossimità del laghetto dobbiamo superare, con una certa fatica, una fascia di grandi massi rossi (seguiamo i segnavia, per non complicarci inutilmente la vita). Poi, piegando ancora a destra, superiamo una breve porta e, sfruttando un facile canalino, raggiungiamo il pianoro quotato 2391 metri. Volgendo a sinistra e seguendo i segnavia bianco-rossi, superiamo, con cautela, un sistema di roccette e, dopo un’ultima discesa, intercettiamo il sentiero principale che dal passo di Corna Rossa scende alla piana della Val Torreggio.
Ma torniamo a questo sentiero principale. Con una discesa piuttosto monotona, questo, a quota 2560 circa, piega a sinistra, passando dalla direzione sud alla direzione sud-est.


Val Airale

Lasciati alle spalle i grandi massi, proseguiamo la discesa su un terreno misto, fino a giungere in vista della splendida piana della Val Torreggio, dove, a 2086 metri di quota, troviamo il rifugio Bosio. La piana, nella quale il torrente Torreggio disegna qualche pigro meandro, è dominata, ad ovest, dai Corni Bruciati (settentrionale, m. 3097, e meridionale, m. 3114), che, alla fine, risultano le cime che più risaltano nell’intero Sentiero Roma: li possiamo vedere, sotto diverse angolatura, infatti, dalla Val Ligoncio (val dò ligùnc') e dal passo del Barbacan nord fino alla Val Torreggio, cioè durante tutte le giornate della traversata, esclusa la prima.
Dal rifugio Bosio, infine, inizia l’ultima parte della discesa. Possiamo scegliere di scendere a Torre S. Maria o a Chiesa Valmalenco. Nel primo caso abbiamo due possibilità. Seguendo il sentiero che dal rifugio comincia a scendere verso destra (est-sud-est), raggiungiamo l’alpe Palù (toponimo assai diffuso, che deriva da "palude", m. 1971), dalla quale iniziamo una lunga traversata sul fianco meridionale della Val Torreggio, che termina allo splendido terrazzo dell’alpe Piasci, dove si trova anche il rifugio Cometti (m. 1720). Qui giunge una carrozzabile sterrata (chiusa al transito dei veicoli non autorizzati), che scende fino a Torre.
La seconda possibilità prevede di seguire per un tratto il sentiero, segnalato, che, in direzione est, scende all’alpe Lago di Chiesa, effettuando una traversata sul fianco settentrionale della Val Torreggio. Dobbiamo prestare attenzione alla nostra destra: dopo circa mezzora di cammino troviamo, in una radura, un cartello (indicazione per Torre), posto un po’ più in basso rispetto al sentiero principale, che indica la partenza di un sentiero secondario che scende in una splendida pineta (direzione sud), raggiungendo una radura e, poco oltre, il limite settentrionale dell’alpe Acquabianca (m. 1568), nel cuore della Val Torreggio, sul suo versante settentrionale. Il sentiero piega, poi, a sinistra: seguendo i segnavia scendiamo, quindi, all’alpe Son (m. 1364), dominata, sulla sinistra, dalla dirupata rocca di Castellaccio (m. 1777).
La successiva discesa tocca le baite di quota 1284 e termina a Ciappanìco (m. 1034), graziosa frazione di Torre S. Maria. Qui troviamo, sulla parete di un’antica casa, la scritta “Benvenuti a Ciappanico alto”, e, su un pannello arrugginito, l’indicazione “Sentiero Roma”, che serve come indicazione per coloro che intendano effettuare la traversata da est verso ovest (cosa, evidentemente, perfettamente legittima e, in diversi punti, come il Passo Camerozzo, perfino più agevole, anche se la direttrice più tradizionale è quella che abbiamo raccontato, da ovest ad est). Una strada asfaltata porta, dopo 2,7 km, a Torre S. Maria.

[Torna all'indice]

RIFUGIO PONTI-SCERMENDONE-PASSI DI SCERMENDONE E CALDENNO-RIFUGIO BOSIO

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Rifugio Ponti-Preda Rossa-Scermendone-passi di Scermendone e Caldenno-Rifugio Bosio
6 h
900
E
SINTESI. Dalla chiesetta di San Quirico (m. 2137) imbocchiamo il tratturo (lo vi trova alla sua sinistra, per chi rivolga lo sguardo alla facciata della chiesetta) che si inoltra a mezza costa, verso est-nord-est, in Val Terzana, sul suo lato destro (per noi, cioè meridionale), portando all'alpe Piano di Spini (m. 2198). Qui diventa sentiero e, dpo uno strappo, varca un corridoio oltre il quale raggiunge la conca del lago di Scermendone (m. 2339). Dal lago la salita prosegue prendendo a sinistra e passando sul lato opposto della valle. Il sentiero descrive un ampio arco, passando a destra di un castello di roccia, e punta alla già ben visibile sella del passo di Scermendone (m. 2595), riconoscibile anche per le due torri guardiane, che raggiungiamo dopo un ultimo tratto verso destra. Scendiamo ora dal passo su un ripido sentierino che dopo i primi tornanti piega a sinistra, procedendo su un dosso erboso, poi piega a destra e si avvicina ad un grande piana in gran parte occupata da blocchi rossastri. Seguendo i segnavia ci districhiamo fra i massi ed intercettiamo il sentiero che sale dalla media valle del Caldenno. Volgiamo a sinistra e ci allontaniamo dal torrente, per salire su un declivio erboso che ci porta ad una conca con una bella pozza, a destra di un enorme masso erratico. Un segnavia bianco-rosso ci indica la direzione nella quale procedere (destra). Pieghiamo poi a sinistra e ci portiamo al limite di un corridoio erboso, delimitato, a monte, da un dosso; qui troviamo una marcata traccia di sentiero, che sale tendendo leggermente a sinistra (su un masso c’è anche una freccia giallo-rossa). Ben presto, però, la traccia volge a destra, assumendo la definitiva direzione ovest, verso il passo. Dopo un tratto interessato da smottamento, siamo ai 2517 metri del passo di Caldenno. Su un grande masso si trova segnalata la direzione nella quale scendere al rifugio Bosio, in circa mezzora. Il sentiero procede all’inizio in direzione est, poi piega leggermente a destra e poco sotto a sinistra, assumendo l’andamento nord-est e passando, a quota 2375, da sinistra a destra di un valloncello, di cui poi segue per un buon tratto il lato orientale, piegando ancora a destra ed assumendo l’andamento est-nord-est. A quota 2225 se ne allontana e, piegando leggermente ancora a destra, raggiunge il lato occidentale di un nuovo valloncello. L’ultima parte della discesa avviene in un bel bosco di pini mughi, fino al rifugio Bosio (m. 2086).


Val Terzana

Ben più lunga, ma anche affascinante è la traversata Ponti-Bosio per l'alpe Scermendone ed i passi di Scermendone e Caldenno. Le due traversate, ovviamente, possono essere combinate ad anello, che potremmo chiamare l'anello dei Corni Bruciati.
Dal rifugio Ponti scendiamo alla piana di Preda Rossa, fino al suo limite meridionale (spianata dove vengono parcheggiate le automobili). Qui troviamo, sulla sinistra, lo sbarramento che chiude il corso del torrente di Preda Rossa. Poco a monte, segnalato da un cartello, si trova un ponticello che consente di scavalcare il torrente e di imboccare il sentiero per gli alpeggi di Scermendone. Superata una valletta, cominciamo, così, la traversata, che taglia il tormentato fianco occidentale del Sasso Arso, serpeggiando fra i blocchi scaricati dal versante. Procediamo, così, verso sud, poi volgiamo a sinistra (est), affacciandoci alla parte terminale della Val Terzana e salendo al limite dell'alpeggio di Scermendone basso (m. 2032). Qui, superato il torrente su un nuovo ponticello, lasciamo a destra la baita dell'alpe e puntiamo a sud, cioè direttamente al versante del monte, dove troviamo una larga mulattiera che ci porta, in breve, alla chiesetta di San Quirico, sul limite orientale dell'alpe di Scermendone, dopo poco più di un’ora di cammino da Preda Rossa e 230 metri di dislivello superati.
La chiesetta di san Quirico (san Cères, m. 2131) è legata ad una devozione molto antica. Chi passasse di qui la seconda domenica di luglio troverebbe l'alpe costellata delle tende degli escursionisti che qui convengono per celebrare la festa del santo, nella quale la chiesetta viene aperta per la celebrazione della S. Messa. Pochi metri oltre la chiesetta si trova il bivacco Scermendone, ricavato nel 1999 da una baita riadattata, come punto d'appoggio prezioso sul sentiero Italia. Abbiamo, infatti, intercettato il percorso del Sentiero Italia, che sale all'alpe Scermendone da Cataeggio, passando per l'alpe Granda. Qui si può pernottare liberamente (nella parte cui si ha libero accesso, sempre aperta, ci sono quattro posti letto, con la possibilità di ricavarne altri collocando brandine sul pavimento), oppure ci si può riparare in caso di cattivo tempo (in caso di temporale il rischio di essere colpiti da fulmini è, in questa zona, piuttosto elevato).

Dalla chiesetta di San Quirico all'alpe Scermendone ci inoltriamo nella suggestiva e solitaria Val Terzana, fino al suo fondo, dove il passo di Scermendone ci permette di scendere all'alta Valle di Postalesio, traversando al passo di Caldenno e scendendo infine al rifugio Bosio. Si tratta di una traversata lunga ma davvero splendida. Prima di incamminarci, però, s Sostando presso la chiesetta, leggiamo quanto scrive don Domenico Songini, nel bel volume “Storie di Traona – Terra Buona – II” (Sondrio, 2004): “Scermendone, toponimo inesplorato fino alle indagini di don Ezio Presazzi - prevosto di Baglio - che asserisce derivato dai primitivi pastori di Cermenate, che già nel 1308 caricavano l'alpe con l'impegno di consegnare il latte d'una giornata (una cagliata) alla parrocchia di san Fedele.
Scermendone rappresenta la tipica altura, a dossi e a pianori, a 2000 rn. sulla dorsale tra la Valtellina e la Valmasino, di proprietà della comunità di Buglio, che v'invia il bestiame per l'alpeggio estivo e che vi si dà convegno per una sagra popolare di gran prestigio: nel solito mese di luglio, dopo la metà, tempo delle feste dei nostri SS. Sette Fratelli.
Il Santo venerato lassù, alla stessa altitudine di Sant'Esfrà (m 2010) è San Ceres, ritenuto uno dei Sette Fratelli. Realmente l'Oratorio è dedicato a San Quirico, il figlioletto di Santa Giuditta, ambedue martiri del IV secolo. Questa attribuzione sembra poco convincente: il martirologio infatti assegnava la festa al 9 dicembre, tempo in cui il monte è quasi inaccessibile. Allora perché San Ceres ?
Qualcuno vede un'affinità linguistica con "Siro", il santo evangelizzatore di Pavia, vescovo del IV secolo: le chiese di Pavia possedevano vasti feudi in Valtellina; non manca anche qualche allusione al Saint Cyr di franca memoria. A confondere le acque, interviene anche la mitologia pagana, cui non sembra vero richiamarsi a Cerere, la dea-madre. Tutto lascia supporre trattarsi d'un Santo dei Pastori: San Siro si festeggia il 16 giugno, nel colmo della stagione degli alpeggi; San Ceres, la II domenica di luglio, nel momento della "pesa del latte". La tradizione locale indica nell'incavo di un roccione prospiciente il "Pian di Spin" la grotta del Santo Eremita. È uno dei Sette Fratelli? ...”
A poche decine di metri da San Quirico parte una pista che si addentra in Val Terzana, tagliandone il fianco meridionale, fino alla già citata alpe Piano di Spini (m. 2198, cattiva traslitterazione del pian di spìn, letteralmente piano delle spine).

Sulla nostra destra il facile crinale è percorso da un sentiero che sale ad un'ampia sella che si affaccia sulla Valtellina: proseguendo verso destra possiamo ridiscendere a San Quirico passando per un bellissimo microlaghetto e per la Croce dell'Olmo (più avanti, prendiamo a destra e scendiamo un largo canalone erboso che scende ad un sentiero che, percorso verso destra, ci riporta al limite orientale dell'alpe). Se, invece, dalla sella proseguiamo verso sinistra troveremo un cartello che indica il punto nel quale parte un sentiero che scende all'alpe Baric; di qui si prosegue scendendo all'alpe Vignone ed a Prato Maslino. Se, infine, proseguiamo salendo lungo il crinale saliamo facilmente all'arrotondata, erbosa e panoramica cima di Vignone (m. 2609).


Laghetto di Scermendone

Ma torniamo all'alpe Piano di Spini. Alle spalle della baita di sinistra dell’alpe comincia un sentiero (segnavia rosso-bianco-rossi), che sale per un tratto verso sinistra, sormonta un dosso e prosegue verso nord-est, fino ad un breve corridoio nella roccia, che ci porta qualche metro sopra il laghetto di Scermendone (m. 2339). Si tratta di uno specchio d’acqua non ampio, ma pur sempre considerevole, sia per la sua bellezza, sia per il fatto che, insieme ai laghetti della valle di Spluga e ad uno specchio ancor più modesto al centro della val Cameraccio, è ciò che resta di una presenza di laghi alpini che, in Val Masino, dovette essere, in tempi remoti, ben più consistente. Una sosta sulle sue rive permette di osservare il Sasso Arso ed i Corni Bruciati: viste da qui, queste formazioni montuose mostrano bene la ragione della loro denominazione.
Per illustrare meglio le caratteristiche di questo lago e dell'ambiente che lo ospita riportiamo le informazioni che ci vengono offerte dal bel volume "Laghi alpini di Valtellina e Valchiavenna", di Riccardo De Bernardi, Ivan Fassin, Rosario Mosello ed Enrico Pelucchi, edito dal CAI, sez. di Sondrio, nel 1993:


Val Terzana

Dall'altra parte della Val Masino (verso oriente), poco più avanti si apre la Valle di Sasso Bisolo, dalla quale era possibile salire con facilità fino a qualche anno fa al pianoro di Preda Rossa (ora è stata interrotta da frane a più riprese). Si può salire comunque abbastanza agevolmente oggi anche dal versante valtellinese per strade che portano ad alti prati sotto il crinale di Scermendone (il toponimo allude probabilmente appunto  al «crinale»). Dietro questo, al di là di un sistema di ampi pascoli, una valletta si distende dal salto su Sasso Bisolo, fino al passo di Scermendone, parallela alla Valtellina. Il lago sta annidato in un anfratto tra le numerose balze e i dossi che articolano l'altopiano pascolivo. L'accesso più interessante però è probabilmente quello dal Piano di Preda Rossa, per un sentiero che con alcuni saliscendi s'inoltra in un bel lariceto, tra massi di frana caduti dal Sasso Arso (su un pietrone vi sono incisioni di sigle e date probabilmente opera di pastori) e quindi porta alla valletta (Val Terzana). Si passa per unpiccolo pascolo, poi il sentiero si fa meno evidente, ma resta ben più interessante di quelli che si scorgono dall'altra parte nei pascoli, in quanto attraversa vari microambienti naturali, corre sotto le morene sospese di antichi ghiacciaietti sulle falde dei Corni Bruciati, costeggia la forra del ruscello che a tratti si nasconde tra le rupi, passa vicino a strane lame di roccia (sulle destra salendo anziché le rosse rocce serpentinose che danno il nome alle cime già ricordate, compaiono scisti stratificati e friabili che si modellano in forme emergenti dalle morbide chine dei pascoli), e di pianoro in pianoro giunge al passo. Il lago, dalle acque cupe, se ne sta un po' in disparte in una buca dell'altopiano.”
Riprendiamo la salita al passo.
Il sentiero comincia, dal lago, a piegare gradualmente a sinistra: passiamo così a monte di un ampio pianoro erboso, che lasciamo alla nostra destra (ma, volendo, potremmo staccarci, qui, dal sentiero, attraversare il pianoro e risalire un largo e facile canalone che ci porta ad un bocchetta che si affaccia sul versante valtellinese; qui, prendendo a destra, per traccia di sentiero ripida ma non difficile, possiamo salire alla cima di Vignone, m. 2609, mentre prendendo a sinistra possiamo portarci ad una seconda bocchetta, con un cartello che ci indica che risalendo il crinale alla nostra sinistra in mezzora siamo alla cima del pizzo Bello, m. 2743).
Torniamo, però, ora al sentiero principale: superta qualche modesta roccetta, oltrepassiamo il torrentello della valle, portandoci alla sua sinistra. Il passo è sempre là, visibile quasi per l’intero percorso, e si fa, poco a poco, più grande. In questo tratto passiamo a destra di uno sperone di roccia, ovviamente dalla tonalità rossastra, non molto alto (m. 2621), che però, visto da qui, fa la sua bella figura.
Alle sue spalle i Corni Bruciati, di cui però è difficile distinguere la cima, perché, da questo angolo visuale, si mostrano assai meno pronunciati di quanto non appaiano dalla Valle di Preda Rossa. Lo scenario alla nostra destra è, invece, diverso: a sinistra della tondeggiante cima di Vignone, un largo canalone, quasi interamente occupato da sfasciumi, sale, con pendenza modesta, fino ad una depressione sul crinale. La salita parrebbe agevole, ma la discesa sull’opposto versante erboso, che guarda all’alpe Baric, è piuttosto difficoltosa nel primo tratto, ripido ed esposto. A sinistra del canalone, ecco, poi, la cima quotata 2643 metri, che una modesta sella separa dal pizzo Bello, di cento metri più alto. Per la verità quest’ultima cima si mostra, da qui, niente affatto bella: anzi, il suo versante di nord-ovest è costituito da una parete verticale di scura roccia, ben diversa dal ripido ma erboso versante opposto. Ancora più a sinistra, una serie di guglie rocciose segna il crinale fino al passo di Scermendone, sorvegliato da due torri guardiane.
Dai suoi 2595 metri ci affacciamo, alla fine, dopo un’ora e mezza circa di cammino da San Quirico (460 metri di dislivello in salita), all’alta Valle di Postalesio, e vediamo subito il meno pronunciato passo gemello (quello di Caldenno), che permette di scendere al rifugio Bosio, in Val Torreggio (Valmalenco). Oltre il crinale orientale della valle, possiamo individuare alcune cime assai distanti fra di loro: i corni di Airale, in Val Torreggio, a sinistra, poi il lontano pizzo Varuna (o Verona), sulla testata della Valmalenco, ed ancora la cima Viola, fra Valle d’Avedo (val Grosina) e Valle Cantone di Dosdè, ed infine, sulla destra, il pizzo Scalino e la punta Painale. Volgendoci verso la Val Terzana, la dominiamo interamente, e scorgiamo il laghetto di Scermendone ed un bel tratto dell’omonima alpe, da cui siamo partiti.


Alta valle del Caldenno

Cominciamo, ora, la discesa dal passo, sfruttando un sentierino che inanella veloci serpentine su un versante ripido, prima di piegare a sinistra ed affacciarsi ad un versante più tranquillo. Piegando leggermente a destra, ci porta al limite di una sterminata ganda di massi rossi, che la leggenda vuole luogo di segregazione dei cunfinàa che di notte danno di mazza disperatamente agli indifferenti sassi. Invece di proseguire verso destra (sentiero che scende in Valle di Postalesio), pieghiamo a sinistra, portandoci al limite di un corridoio erboso, delimitato, a monte, da un dosso; qui troviamo una marcata traccia di sentiero, che sale tendendo leggermente a sinistra (su un masso c’è anche una freccia giallo-rossa). Ben presto, però, la traccia volge a destra, assumendo la definitiva direzione ovest, verso il passo. Il sentiero, qui meno marcato, passa a destra di una nuova pozza e supera un ometto, oltre il quale troviamo un nuovo bollo rosso contornato di giallo. Colpisce, in questo ampio corridoio, la fascia di rocce di gneiss scoperte, con incisioni singolari, che danno l’impressione di essere opera di una mano umana. Ma di ciò diremo più avanti. Il sentiero lascia quindi alle spalle questo corridoio e sale gradualmente, tagliando il ripido fianco erboso dell’alta valle: in un tratto interessato da uno smottamento, poco prima del passo, dobbiamo stare un po’ attenti, perché la traccia è appena accennata.
Alla fine, eccoci ai 2517 metri del passo di Caldenno: sul lato opposto non un ripido versante, ma una sorta di piccolo altipiano, ideale per riposare. Straordinario il panorama che si apre davanti a noi, soprattutto per l’improvvisa comparsa del profilo regale del monte Disgrazia, che dall’alta valle non si vede. A nord si mostra, dunque, splendido, il monte Disgrazia (m. 3567), ed alla sua destra si distingue bene il pizzo Cassandra (m. 3226). Procedendo in senso orario, distinguiamo i due Corni di Airale, sul versante settentrionale della Val Torreggio. L’orizzonte, poi, si allarga alle cime del gruppo dello Scalino, con il pizzo Scalino, la punta Painale e la vetta di Ron. Ad est intuiamo appena il gruppo dell’Adamello, poi il panorama è chiuso dalla cima quotata 2610, che nasconde alla nostra vista il monte Caldenno (m. 2669). Alla sua destra, cioè a sud, dominiamo tutta l’alta Valle del Caldenno, mentre sul fondo si disegna una porzione delle Orobie centrali, con la Valle del Livrio, la Valcervia e la Valmadre, sul cui fondo si vede bene il passo di Dordona. A sud-ovest e ad ovest l’orizzonte è chiuso dalle cime che contornano l’alta Valle del Caldenno. Ad est, in particolare, possiamo individuare il passo di Scermendone (m. 2595), che congiunge Valle del Caldenno e Val Terzana: si tratta della più marcata depressione sul crinale. Alla sua destra il crinale sale fino alla torre quotata m. 2900, nel gruppo dei Corni Bruciati. A nord-ovest, infine, il crinale sale fino alla cima di Postalesio (m. 2995), quotata, ma non nominata sulle carte IGM.
Il pianoro che, sul versante della Val Torreggio si apre nei pressi del passo (ma anche il corridoio che abbiamo percorso iniziando l’ultimo traverso che conduce al passo) è ricco di rocce di gneiss, che riportano segni e cavità che danno l’impressione di costituire un segno dell’arte petroglifica preistorica. Ecco cosa ne scrive don Nicolò Zaccaria, prevosto di Sondalo ed esperto mineralista, il quale, nel 1902, dopo aver visitato questi luoghi, scrisse: “L’anno 1864 feci un’escursione sull’alpe Caldenno in comune di Berbenno. Appartiene al gruppo del Disgrazia, ed è un’alpe a circa 2600 metri sul mare. Alla sua sommità vi è un valico pel quale si entra nella Val Malenco sopra Torre. Or bene, proprio a questo passo la roccia gnesiaca è nuda e quasi piana ed in essa sono scalfite parecchie cavità d’una dimensione e d’una profondità poco su e poco giù come quella delle scodelle. Variano tuttavia nella forma, perché a prima vista hanno l’aspetto di un piede di cavallo. Quegli alpigiani mi condussero loro a vedere le orme impresse nella pietra dalle streghe che vi ballavano sopra con i piedi di cavallo”. In realtà, come poi fu appurato da Antonio Giussani, non ci sono di mezzo né uomini preistorici né streghe: si tratta di erosioni della roccia del tutto naturali. Nei pressi del passo troviamo anche, su un grande massicazioni di un sentiero che da esso taglia direttamente al passo di Corna Rossa (rifugio desio, ora chiuso perché pericolante): non si tratta, però, di una traversata agevole, ed una scritta raccomanda di seguire scrupolosamente i segnavia.
Sul medesimo masso si trova segnalata la direzione nella quale si scende, invece, più comodamente e brevemente, al rifugio Bosio, in circa mezzora. Il sentiero procede all’inizio in direzione est, poi piega leggermente a destra e poco sotto a sinistra, assumendo l’andamento nord-est e passando, a quota 2375, da sinistra a destra di un valloncello, di cui poi segue per un buon tratto il lato orientale, piegando ancora a destra ed assumendo l’andamento est-nord-est. A quota 2225 se ne allontana e, piegando leggermente ancora a destra, raggiunge il lato occidentale di un nuovo valloncello. L’ultima parte della discesa avviene in un bel bosco di pini mughi, fino al rifugio (m. 2086). La traversata dal rifugio Ponti al rifugio Bosio per questa via avviene in circa 6 ore di cammino, necessarie per superare un dislivello approssimativo in altezza di 900 metri.


Val Torreggio dal passo di Caldenno
[Torna all'indice]

RIFUGIO BOSIO-PASSO DI CORNA ROSSA-RIFUGIO PONTI

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Rifugio Bosio-Passo di Corna Rossa-Rifugio Ponti
5 h
850
EE
SINTESI. Dal rifugio Bosio superiamo verso nord il torrente sul nuovo Ponte dei Cacciatori, prendendo poi a sinistra (direzione ovest), su sentiero segnalato, che corre a destra (per noi) del torrente. Costeggiamo il piede di una bastionata di rocce, che si eleva alla nostra destra, e, su terreno disseminato di massi, pieghiamo leggermente a destra (direzione nord-ovest), fino a giungere in vista, a quota 2250 metri, della cascata del torrente che scavalchiamo, per procedere in direzione dei contrafforti della cima di Postalesio e del Corno Bruciato nord-orientale. Tagliamo una costa erbosa, restando pochi metri più in alto del fondovalle, e raggiungiamo la morena di un antico ghiacciaietto, fino ad un ripiano occupato da grandi blocchi. Qui possiamo trovare neve fino a stagione avanzata. Seguendo con attenzione i segnavia, pieghiamo a sinistra (direzione ovest), passando in prossimità del piede del Corno Cruciato nord-orientale ed aggirando una bastionata a nord. Attacchiamo, quindi, a quota 2670 metri, una larga cengia, piegando a destra (direzione nord-ovest), che ci fa approdare un noiosissimo pendio di detriti; piegando ancora a destra (direzione nord), saliamo, infine, alla ben visibile sella rocciosa del passo di Corna Rossa (m. 2886), dove si trova il pericolante rifugio Desio. La discesa in Valle di Preda Rossa richiede una certa cautela. Sempre seguendo i segnavia, ci infiliamo in un ripido canalone di sfasciumi, con qualche passaggio esposto servito da corde fisse. Nel primo tratto scendiamo verso destra, con qualche serpentina, poi pieghiamo a sinistra con un traverso, quindi ancora a destra (direzione ovest), fino a raggiungere il limite di un nevaio che si scende tagliando in diagonale verso sinistra, fino a circa quota 2620. Siamo ora ai cordoni morenici e, piegando verso destra (direzione ovest) tagliamo, procedendo in piano, alcuni torrentelli e scavalcando la più orientale delle morene del ghiacciaio di Preda Rossa. Riprendiamo quindi a scendere, sempre verso ovest, al vallone compreso fra questa morena e la più grande morena posta più ad ovest. Scavalcato il torrente sul fondo del vallone e gettata un'occhiata alla regale mole del monte Disgrazia che, a nord, emerge, splendido ed arcano, da questa sorta di purgatorio nel quale procediamo, risaliamo il fianco orientale di questa seconda morena, piegando leggermente a sinistra nel primo tratto. Raggiunto il filo della morena, vediamo la meta, il rifugio Ponti, ormai vicino. Pieghiamo ora decisamente a destra scendendo ad un secono meno marcato vallone, superiamo il torrente sul fondo e risaliamo sul versante opposto prendendo a sinistra e percorrendo l'ultimo facile traverso che ci porta al rifugio Ponti (m. 2559).

Chi poi volesse traversare dal rifugio Bosio al rifugio Ponti per la via più breve del passo di Corna Rossa, percorrendo a rovescio l'ultima tappa del Sentiero Roma e chiudendo uno splendido anello che si potrebbe chiamare "Anello dei Corni Bruciati", deve procedere così. Dal rifugio Bosio superiamo verso nord il torrente sul nuovo Ponte dei Cacciatori, prendendo poi a sinistra (direzione ovest), su sentiero segnalato, che corre a destra (per noi) del torrente). Costeggiamo il piede di una bastionata di rocce, che si eleva alla nostra destra, e, su terreno disseminato di massi, pieghiamo leggermente a destra (direzione nord-ovest), fino a giungere in vista, a quota 2250 metri, della cascata del torrente che scende dai bastioni oltre i quali si nascondono, a nord, i laghetti di Cassandra. Ignorate le deviazioni a destra per i laghetti di Cassandra, scavalchiamo il torrente e lo lasciamo alla nostra destra, e procediamo in direzione dei contrafforti della cima di Postalesio e del Corno Bruciato nord-orientale, in uno scenario che si fa sempre più isolato e selvaggio, fra torreggianti formazioni di serpentine ed anfiboliti. Tagliamo una costa erbosa, restando pochi metri più in alto del fondovalle, e raggiungiamo la morena di un antico ghiacciaietto, fino ad un ripiano occupato da grandi blocchi. Qui possiamo trovare neve fino a stagione avanzata. Seguendo con attenzione i segnavia, pieghiamo a sinistra (direzione ovest), passando in prossimità del piede del Corno Cruciato nord-orientale ed aggirando una bastionata a nord. Attacchiamo, quindi, a quota 2670 metri, una larga cengia, piegando a destra (direzione nord-ovest), che ci fa approdare un noiosissimo pendio di detriti; piegando ancora a destra (direzione nord), saliamo, infine, alla ben visibile sella rocciosa del passo di Corna Rossa (m. 2886).


Monte Disgrazia

Qui troviamo il rifugio Desio, attualmente inagibile per instabilità strutturale. La malinconia ci prende di fronte alla struttura chiusa, pensando alla sua gloriosa storia: il rifugio, con il nome originario di Corna Rossa, fu il primo, con il più noto rifugio Marinelli, ad essere eretto in Valmalenco, allo scopo di agevolare la salita al monte Disgrazia. Il morale si risolleva gettando l'occhio allo splendido scenario della Val Masino che si apre di fronte a noi. In basso, nel circo terminale della Valle di Preda Rossa spicca la morena centrale di Preda Rossa, parte della costiera Remoluzza-Arcanzo e, sul fondo, alcune fra le più famose cime della Val di Mello ("val da mèl"): i pizzi del Ferro ("sciöme do fèr"), la cima di Zocca ed i pizzi Torrone, fra i quali spicca, per la forma a punta di lancia, il pizzo Torrone orientale. Visto da qui, il rifugio Ponti non è che un piccolo punto perso fra le gande. Se però il tempo si sta guastando, evitiamo di soffermarci al passo, particolarmente bersagliato dai fulmini per la composizione delle rocce.

La discesa in Valle di Preda Rossa richiede una certa cautela. Sempre seguendo le bandierine, ci infiliamo in un ripido canalone di sfasciumi, con qualche passaggio esposto servito da corde fisse. Nel primo tratto scendiamo verso destra, con qualche serpentina, poi pieghiamo a sinistra con un traverso, quindi ancora a destra (direzione ovest), fino a raggiungere il limite di un nevaio che si scende tagliando in diagonale verso sinistra, fino a circa quota 2620. Siamo ora ai cordoni morenici e, piegando verso destra (direzione ovest) tagliamo, procedendo in piano, alcuni torrentelli e scavalcando la più orientale delle morene del ghiacciaio di Preda Rossa.
Riprendiamo quindi a scendere, sempre verso ovest, al vallone compreso fra questa morena e la più grande morena posta più ad ovest. Scavalcato il torrente sul fondo del vallone e gettata un'occhiata alla regale mole del monte Disgrazia che, a nord, emerge, splendido ed arcano, da questa sorta di purgatorio nel quale procediamo, risaliamo il fianco orientale di questa seconda morena, piegando leggermente a sinistra nel primo tratto. Raggiunto il filo della morena, vediamo la meta, il rifugio Ponti, ormai vicino. Pieghiamo ora decisamente a destra scendendo ad un secono meno marcato vallone, superiamo il torrente sul fondo e risaliamo sul versante opposto prendendo a sinistra e percorrendo l'ultimo facile traverso che ci porta al rifugio Ponti (m. 2559), che raggiungiamo dopo circa 4 ore e mezza di cammino (il dislivello approssimativo in altezza è di 850 metri).


Rifugio Ponti

È interessante, infine, leggere il resoconto della discesa dal passo di Scermendone all’alpe Sasso Bisolo effettuata il 31 luglio 1908 da Bruno Galli Valerio, alpinista e naturalista che molto amò queste montagne :
La Bocchetta di Scermendone (2598 m.) è la quarta partendo dalla cresta dei Corni Bruciati e andando verso sud. Essa è la meno visibile, nascosta com'è da un gendarme, ma la si riconosce perchè vi risale una lingua di erba e, avvicinandoci, vi scorgiamo una traccia di sentiero. Sotto di noi, nel verde dei pascoli, appare il lago azzurro di Scermendone e, lontano, le belle cime del Calvo e del Ligoncio. Scendendo per coste erbose, arriviamo sulle rive del laghetto. Poichè non c'è sentiero, scendiamo obliquamente il fianco sinistro della valle, poi rientrando per un tratto in questa, passiamo sulla destra per rag­giungere l'alpe di Pian di Spino. Scesi ad una piccola baita vicino ad un boschetto di rododendri in piena fioritura, ci portiamo di nuovo sulla sinistra e seguendo un sentiero a zig-zag, che si perde ad ogni istante e che non finisce mai, arriviamo nella valle di Sasso Bisolo, alle quattro e venti pomeridiane. Nella discesa il colpo d'occhio verso il Disgrazia è bellissimo. C'è nell'aria un gradevole odore di fieno. Sostiamo, un po', vicino a un bosco di conifere, poi riprendiamo la discesa e alle sette di sera, arriviamo all'osteria del Baffo, in Val Masino, accolti festosamente dai vecchi amici che ci preparano una cena eccellente dove figurano le trote del Masino.” (Bruno Galli Valerio, “Punte e passi”, a cura di Luisa Angelici ed Antonio Boscacci, Sondrio, 1998).

[Torna all'indice]

RIFUGIO BOSIO-VAL SASSERSA-PASSO DELLA VENTINA-RIFUGI GERLI-PORRO E VENTINA

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Rif. Bosio-Alpi Giumellino, Pirlo, Pradaccio- Vallone di Sassersa-Val Sassersa-Val Ventina- Rifugi Ventina e Gerli Porro
8 h
700
E
SINTESI. SINTESI (VARIANTE BREVE). Dal rifugio Bosio portiamoci al ponte sul Torreggio e proseguiamo per la vicina alpe Airale (m. 2097). Qui il sentiero (triangoli gialli) comincia a salire gradualmente sul fianco montuoso, in direzione est-nord-est, entra nel bosco per poi assumere un andamento pianeggiante ed uscirne ai 2077 metri dell'alpe Mastabia. Proseguiamo sul fianco occidentale della Valmalenco, alternando tratti nel bosco ad altri in cui si attraversano corpi franosi e pascoli. Superate alcune cave di talco abbandonate, scendiamo di oltre duecento metri, raggiungendo il filo di un largo dosso, che ci introduce all'alpe Giumellino (m. 1756). Dall'alpe Giumellino proseguiamo verso nord, tagliamo un dosso, pieghiamo leggermente a sinistra (nord-nord-ovest), attraversiamo un vallone e su pietraie e magri pascoli ci affacciamo al versante meridionale del Vallone di Sassersa, portandoci verso il suo centro, dove intercettiamo il sentiero che sale dall'alpe Pradaccio. Lo seguiamo verso ovest, salendo fino al limite del vallone, dove si apre l'ampia conca che ospita il laghetto di Sassersa inferiore (m. 2368). Muovendoci fra grandi blocchi passiamo alla sua destra e volgiamo a destra (nord-ovest), riprendendo a salire nella parte alta della Val Sassersa, per raggiungere passo Ventina, portandoci verso il suo lato sinistro. Nella parte terminale notiamo due evidenti canaloni che salgono al crinale: il passo è appunto posto su quello di sinistra, ed è riconoscibile per un sottile ago di roccia sul suo lato destro. I segnavia ci guidano sulla traccia che serpeggia fra roccette e sfasciumi, e siamo ai 2765 metri del passo Ventina. Il primo tratto della discesa in Val Ventina è piuttosto ripido, su una traccia con fondo in terriccio e rapidi slalom ci permette di perdere rapidamente quota. Dopo il primo tratto di discesa ci troviamo di fronte un nevaietto, che i segnavia ci suggeriscono di oltrepassare seguendo il suo lato sinistro. Raggiunto il limite inferiore del nevaio, un grande segnavia ci indica dove possiamo ritrovare la traccia del sentiero, che prosegue con pendenza meno severa, scendendo presso il filo di una grande morena. Il tracciato prosegue sulla destra di questo filo, poco distante dal crinale. La discesa concude al grande pianoro della Val Ventina, ingentilito dai radi larici, dove procediamo fra rivoli d'acqua, grandi massi e magri pascoli. Superato su un ponticello un ramo del torrente Ventina, giungiamo in vista del rifugio Ventina (m. 1965, alla nostra destra) e, poco più avanti, del rifugio Gerli-Porro (m. 1960).
VARIANTE LUNGA: Si procede, come sopra, dal rifugio Bosio all'alpe Giumellino; qui non si prende a nord, ma a destra (sud-est), scendendo in una macchia fino al bivio di quota 1675, dove prendiamo a sinistra (nord-est), superando un dosso ed un vallone e raggiungendo l'alpe Pirlo (m. 1614). Qui imbocchiamo il sentiero di sinistra (nord-ovest), sempre nel bosco, fino al limite dell'alpe Pradaccio (m. 1725). Qui, prestando attenzione ai triangoli gialli, stiamo a sinistra ed imbocchiamo il sentiero che sale nel vallone di Sassersa, intercettando a quota 1900 metri circa il sentiero della variante reve che sale da sinistra.

Dal rifugio Bosio parte la II tappa dell'Alta Via della Valmalenco, che traversa ai rifugi Gerli-Porro e Ventina per la Val Sassersa ed il passo della Ventina. Lasciato il rifugio Bosio, varchiamo il torrente Torreggio su un bel ponte, posato dai cacciatori nel 2000. Ci ritroviamo così sul lato sinistro della valle, dove partono tre sentieri: uno si dirige ad ovest, verso la val Airale ed il passo di Corna Rossa, che permette di scendere in Valle di Preda Rossa (Val Masino). Un secondo prende la direzione opposta e conduce, dopo una lunga traversata sul fianco sinistro della valle, all'alpe Lago di Chiesa (làch o lèch de sgésa, pianoro e maggengo nella zona dove ancora nel settecento si trovava un lago), dalla quale una comoda carrozzabile scende a Chiesa in Valmalenco. L'alta via della Valmalenco segue però un terzo tracciato che, in corrispondenza dell'alpe Airale (m. 2097), comincia a salire gradualmente sul fianco montuoso, in direzione est-nord-est, per poi assumere un andamento pianeggiante e scendere ai 2077 metri dell'alpe Mastabia, posta su un bel dosso panoramico. All'alpe sale anche un sentiero che proviene dall'alpe Lago.

Proseguiamo sul fianco occidentale della Valmalenco, alternando tratti nel bosco ad altri in cui si attraversano corpi franosi e pascoli. Superate alcune cave di talco abbandonate, scendiamo di oltre duecento metri, raggiungendo il filo di un largo dosso, che ci introduce all'alpe Giumellino (giümelìn o giümelìgn; in realtà si tratta di un maggengo, che nel 1816 contava 5 baite; m. 1756). La discesa prosegue nel bosco, piegando però verso destra (est ed est-nord-est) ed oltrepassando alcune cave di pietra ollare.


Alpe Pirlo

Raggiungiamo così i 1619 metri dell'alpe Pirlo (pérlu o pìrlu), dove si trova un microlaghetto-sorgente, in un ambiente bucolico. Dopo un tratto in leggera salita, che conduce all'alpe Prato (m. 1629), ricominciamo a salire nel bosco, con una diagonale che ci porta ad intercettare il sentiero che proviene da Primolo ("prémul", sopra Chiesa Valmalenco - "sgésa") e sale, da destra, all'alpe Pradaccio (m. 1720). L'alpe Pradaccio è un luogo ideale per una sosta, quanto mai opportuna, visto che ci attende la faticosa salita del grande vallone di Sassersa, che si presenta imponente di fronte al nostro sguardo. Abbiamo percorso un lungo tratto, ma, probabilmente con un po' di disappunto, dobbiamo constatare di non aver guadagnato quota, ed anzi di avere perso più di 350 metri rispetto al punto di partenza.
I prati dell’alpe Pradaccio si stendono su un ampio pianoro, circondato da un selvaggio versante montuoso, occupato, sulla sinistra, da una massa sterminata di sfasciumi, sormontati dalle rocce frastagliate della cresta di Primolo. Ciò che maggiormente colpisce, però, è il canalone che scende all’alpe più a sinistra, anch’esso in gran parte occupato da sfasciumi. Si tratta del vallone di Sassersa, che sfrutteremo per salire ai laghetti.
Il terreno sembra, da qui, piuttosto difficoltoso, ma in realtà un buon sentiero renderà la salita meno ostica (anche se la pendenza non darà respiro). All’ingresso dell’alpe ci accoglie un cartello dell’Alta Via della Valmalenco che dà i laghetti di Sassersa (laghèt de sasèrsa, o de sasàrsa) a due ore (e ci vogliono tutte), il passo Ventina (pas de la venténa) a 3 ore e l’alpe Ventina (alp de la venténa; nel 1544: alpis de leventina) a 4 ore e 30 minuti. Poco più avanti, un secondo cartella segnala la deviazione a destra (che ignoriamo) per l’alpe Braccia, dalla quale si può ridiscendere a Primolo (si tratta del sentiero che abbiamo incontrato ed ignorato percorrendo la pista sterrata oltre il parcheggio di Primolo). Un secondo cartello, che segnala il sentiero numerato 301 (il nostro), dà il laghetti ad un’ora e 50 minuti, il passo Ventina a 2 ore e 50 minuti e Chiareggio a 5 ore e 10 minuti. Proseguiamo sul sentiero che corre alle spalle delle tre baite dell’alpe, attraversando poi una macchia di pini mughi, in direzione del vallone (nord).
Superata una radura ed una nuova macchia, eccoci al punto in cui inizia la salita vera e propria. Un invito eloquente, scritto a grandi caratteri su un masso (“Forza!”) ci fa capire ci stiamo infilando nella parte più faticosa dell’escursione. Il sentiero, con fondo sempre buono, sale, zigzagando, fra i pini mughi, che ci fanno simpatica compagnia, portandosi a ridosso del fianco roccioso di destra (per noi) del vallone, dove alcune formazioni rocciose con placche nerastre sembrano osservarci meno amichevolmente. I segnavia sono assai abbondanti, e di diverso tipo: triangoli gialli, bandierine bianco-rosse e rosso-bianco-rosse. A quota 1960 metri, troviamo, proprio in mezzo al sentiero, una sorta di sasso della memoria, sul quale diverse persone hanno inciso qualcosa che vorrebbe essere una traccia del loro passaggio.
È, questo, anche un punto di svolta, perché il sentiero piega leggermente a sinistra e cominciamo ad incontrare le prime fasce di massi (fra le quali, comunque, la traccia di districa sempre elegantemente). Lasciamo, quindi, i roccioni del fianco destro del vallone e ci portiamo verso il suo centro. In questa sezione intercettiamo un sentiero che ci raggiunge da sinistra: si tratta di una variante più diretta della seconda tappa dell’Alta Via, che giunge qui dall’alpe Giumellini (o Giumellino). Ne possiamo seguire visivamente il percorso: scende, sulla nostra sinistra, nel vallone da un promontorio boscoso ed effettua una diagonale fra i massi, fino al punto nel quale siamo.
Raggiungiamo, dunque, il centro del vallone, dove sentiamo il torrentello scorrere sotto i grandi massi (lo vedremo solo più in alto), e, lasciandolo alla nostra sinistra, riprendiamo a salire, zig-zagando fra qualche raro lembo di pascolo, terriccio e sassi. Dopo esserci avvicinati ad una nuova macchia di pini mughi, sulla nostra destra, pieghiamo ancora a sinistra e, a quota 2060, raggiungiamo il centro del vallone, scavalcando il corso d’acqua (che qui si vede) e portandoci sul lato opposto (sinistro), dove la salita riprende. La soglia terminale del vallone sembra ormai lì, a portata di mano, ma, quando, dopo aver versato copiose gocce di sudore, la raggiungiamo, a quota 2180, ci accorgiamo che non è così: c’è da attraversare, ancora, un largo corridoio, che si va gradualmente restringendo fino ad una porta finale. Unica consolazione: la pendenza si fa meno severa. Raggiungiamo quasi subito una modesta pianetta, a quota 2200, luogo ideale per una sosta: alla nostra destra gorgoglia il torrente Secchione (ciciùu; in un documento del sec. XVI: prope flumine sigioni), al quale possiamo rinfrescarci, se la calura infierisce. Nella sosta, guardiamo alle nostre spalle, in direzione est: distingueremo, dietro il versante che separa la media Valmalenco dalla Val di Togno, da sinistra, il pizzo Scalino, la punta Painale, la vetta di Ron ed il monte Calighè.

Il sentiero piega, ora, decisamente a sinistra, in corrispondenza di un grande ometto e di un ricovero ricavato sotto un enorme masso. A proposito di ricovero: teniamo presente che questi luoghi ne offrono ben pochi, e sono anche battuti da fulmini, per cui è assai imprudente avventurarsi in escursioni quando le previsioni meteorologiche non assicurano tempo stabile. Il sentiero guadagna quota sul fianco sinistro del vallone, portandosi, a quota 2270 metri, a ridosso delle formazioni rocciose che lo delimitano (dove troviamo anche la scritta “Al passo poi… c.na Porro), prima di puntare alla sua soglia terminale. Qui appare, all’improvviso, il severo, corrugato e slanciato profilo del pizzo Rachele (m. 2998), sdegnato ed imbronciato, parrebbe, forse per quei due soli metri che lo tengono al di sotto della soglia dei Tremila, o per quel nome femminile, attribuitogli dai primi scalatori che pensarono a qualche gentildonna loro cara, nome che mal si adatta al suo corrucciato aspetto. Alla sua sinistra, la cima quotata 2923.


Laghetto di Sassersa

Varchiamo la soglia. Il più basso dei laghetti di Sassersa (m. 2368) non si vede ancora, ma è questione di poco: la traccia piega leggermente a sinistra, evitando i massi più ostici, e ci porta, in breve, proprio alla sua riva orientale. Non fermiamoci qui: seguiamo i segnavia che passano a destra del laghetto e guadagniamo un po’ di quota, per poterlo osservare nella sua interezza. Se la giornata è buona, ci regalerà uno splendido sorriso di un blu intenso, con un singolare effetto di contrasto rispetto all’atmosfera complessiva della Val Sassersa (val de sasèrsa), che ha nel suo stesso nome il carattere inquietante di un luogo misterioso, legato forse a qualche espiazione tremenda. Sassersa, da sasso arso: qui è un trionfo delle tonalità rossastre, color ocra, mattone, ruggine. Come se un antichissimo incendio fosse divampato, bruciando e sbriciolando in una miriade di massi i versanti rocciosi. Ma le cose non sono così semplici. Il fuoco non è solo divampato, ma ha dovuto anche combattere una sua battaglia, contro un nemico segreto. Non ovunque ha vinto. Il versante che chiude l’orizzonte alla nostra sinistra (sud), infatti, si sottrae al dominio cromatico delle rocce ad ovest e a nord. Uno sguardo alla carta, e ci accorgiamo che questo versante ospita, a sinistra del pizzo Giumellino (m. 3094), il monte dell’Amianto (crestùn de giümelìn, m.2959): ecco spiegato il mistero della lotta che il fuoco stesso ha dovuto ingaggiare, contro un nemico invincibile.
Vale la pena, ora, di effettuare un fuori-programma che richiede non più di trenta minuti, ampiamente ripagati dagli scenari spettacolari che ci propone. Lasciamo, quindi, il percorso dell’Alta Via, che punta al passo ventina (m. 2675), già ben visibile, dal laghetto, guardando verso nord-ovest (si tratta di una marcata, per quanto breve, depressione, riconoscibile per il gendarme di roccia che la presidia alla sua destra). Lo lasciamo per andare a scovare gli altri due laghetti di Sassersa. Si tratta, infatti, di un sistema di tre laghetti di origine glaciale, con disposizione a rosario (il più basso riceve le acque del più alto).
Prima di visitare il laghetto medio e quello superiore, vediamo di capire come si sono formati. Tutto iniziò nell’era quaternaria, cioè nell’ultima era geologica, iniziata forse 1.800.000 di anni fa. Iniziò con una grande glaciazione, che coinvolse tutta la catena alpina. Il ghiaccio ricopriva ogni cosa, fino ad una quota superiore ai 2.500 metri, ed i ghiacciai si estendevano fino alla Brianza. Immaginiamo lo scenario spettrale: una coltre bianca ed immobile, dalla quale emergevano, come grandi isolotti di roccia, le cime medio-alte della valle, formando una sorta di arcipelago frastagliato, un dedalo di percorsi fra ghiaccio e roccia. L’azione di questo enorme ghiacciaio, lenta, inesorabile, scandita da ritmi difficilmente immaginabili, nell’arco di migliaia di anni, cominciò a modellare le rocce sottostanti, scavando e levigando. Fu un’azione che si esercitò in quattro grandi momenti: tante furono, infatti, le successive glaciazioni (la quarta ebbe inizio 40.000 anni fa), prima dell’ultimo e definitivo ritiro dei ghiacci. Ritiro che lasciò, in alcune conche scavate dai ghiacciai, buona parte dei laghetti alpini di quota medio-alta.
Possiamo, ora, incamminarci verso gli altri due laghetti. Il cammino sarà breve e facile. Seguiamo, per un brevissimo tratto, l’Alta Via, fino al masso che segnala il bivio: proseguendo diritti si va al passo di Ventina (pas de la venténa), piegando a sinistra si va ai laghetti di Sassersa. Prendiamo, dunque, a sinistra (direzione sud), restando sempre poco alti rispetto al primo laghetto e seguendo qualche raro bollo rosso (se non li vediamo, possiamo anche procedere a vista, senza particolari problemi). Ora siamo soli: gli escursionisti che percorrono l’Alta Via, non rari, nel cuore della stagione, non ci seguono. In pochi minuti, descrivendo un breve arco, raggiungiamo le formazioni rocciose che separano la conca del lago più basso da quella del lago di mezzo (m. 2391). Questo appare, d’improvviso, e ci lascia senza fiato. Il luogo è quasi surreale. La sponda opposta, in particolare (quella di sud-ovest), è occupata da una formazione di rocce levigate, solcata da una serie di incisioni bizzarre, che danno l’impressione di una scritta nei caratteri di un alfabeto sconosciuto. Le acque del lago replicano quella scritta, con un effetto di grande suggestione. Camminiamo ancora un po’, percorrendo parte della riva sinistra del lago, e portandoci qualche metro più in alto, per vederlo nella sua forma complessiva. Se il sole lascerà cadere i suoi raggi su questo luogo, accadrà qualcosa di veramente singolare. Le acque sembrano scomparire, lasciando il posto ad uno specchio nel quale si immergono, in un bagno di luce, i massi del versante montuoso che ci sta di fronte (che scende, verso est, dal pizzo Rachele). L’alto ed il basso si richiamano, dall’alto la roccia sembra scendere ad immergersi e dal basso una roccia rinnovata dalla luce sembra risalire al respiro della solitudine. Sublime.
Ma un laghetto manca all’appello, quello superiore (m. 2400). Se ne sta, nascosto, dietro il bastione di rocce arrotondate sulle quali è scolpita l’enigmatica scritta. Forse perché è il meno accattivante. Ma andiamo a vederlo. Bastano pochi minuti di cammino: percorriamo la riva sinistra del lago di mezzo, poi cominciamo a salire, sempre verso sinistra. Ci affacciamo alla conca superiore, che ospita il laghetto, di forma circolare. Se il sole lo bacia, ci regala un sorriso di un azzurro intenso. Altrimenti se ne rimane corrucciato, stretto contro il fianco della montagna.
Torniamo, ora, sui nostri passi, e rientriamo sul percorso dell'Alta Via. Prima di proseguire nel cammino, però, ascoltiamo questa leggenda legata ai laghetti di Sassersa: ce la racconta Ermanno Sagliani, nell'opera "Tutto Valmalenco (Edizioni Press, Milano):
"Due giovani fratelli, Giacomo e Giuseppe, pastori negli alpeggi soprastanti Primolo, si erano invaghiti di Alina, graziosa e capricciosa figlia di un notabile malenco. Spesso la fanciulla crudele si scherniva di loro e li sottoponeva ad umilianti prove d'amore, non decidendosi mai né per l'uno né per l'altro. Un giorno finalmente disse che avrebbe sposato il più coraggioso, colui cioè che fosse riuscito a raggiungere l'alta vetta d'una cuspide di roccia e ghiaccio dell'alta Val Sassersa, forse il Pizzo Cassandra.
I due giovani competitori partirono per la montagna con cuore intrepido e pieno di speranza; ma non fecero più ritorno. Le ore, i giorni trascorsero nell'attesa e Alina, presa da rimorso, decise di andar loro incontro. Risalì il faticoso vallone di Sassersa e, giunta stremata all'alto circo della valle dov'è ora il primo laghetto, chiamò invano i due giovani. Pentita del suo crudele capriccio pianse amare lacrime. Proseguì il cammino, poco più in alto, e qui, dopo aver invocato nuovamente e vanamente, s'abbandonò ancora ad un pianto disperato. Salì ancora, oltre una balza, e ormai senza lacrime, singhiozzò e cadde sfinita dal dolore.
Da quel giorno, nei luoghi del pianto di Alina, rimasero tre laghetti: i laghetti di Sassersa. ll primo, nero come il lutto; il secondo, verde come gli occhi di Alina e il più grande per via delle abbondanti lacrime; il terzo, piccolo e azzurro come il cielo che accolse il pentimento della fanciulla. Davanti il Pizzo Cassandra, dove perirono Giacomo e Giuseppe, sorse una cima a due punte, detta dai contadini malenchi i Gemellini, oggi Pizzo Giumellino. Le montagne, circostanti presero un color rossigno come il sangue dei due fratelli caduti."


Val Ventina

Di nuovo in cammino, dunque. Si tratta di superare gli ultimi trecento metri, disegnando un arco che ci porta sul lato sinistro (per noi) della valle. Il lato opposto esalta l'impressione di inquietudine suscitata da questo luogo unico nel pur vasto repertorio di colori e suggestioni offerto da questa maratona fra le montagne di Valmalenco. Sembra un luogo surreale, soprattutto se lo poniamo a confronto con i ben più familiari profili delle cime del gruppo Scalino-Painale, ben visibili sullo sfondo.
Ma anche da questo luogo di metafisica segregazione emergiamo, dopo aver pagato un abbondante tributo di sudore.
Eccolo, il panorama che l'espiazione ci ha meritato, lo scenario che si apre davanti a noi raggiunti i 2675 metri del passo Ventina (sulla sinistra nel crinale terminale della val Sassersa, riconoscibile per il caratteristico ago roccioso che lo presidia). Da passo a passo: lo sguardo, con un volo, raggiunge subito il passo del Muretto (pas de mürét, l'antico monte dell'Oro), che, al termine dell'omonima valle, porta in Svizzera. E poi, alla sua sinistra, l'elegante piramide del monte del Forno. E ancora, più a sinistra, il pronunciato profilo della cima di Vazzeda. Il primo tratto della discesa in val Ventina è piuttosto ripido, ma ci viene risparmiato il tormento del faticoso passaggio di masso in masso, in quanto una traccia con fondo in terriccio e rapidi slalom ci permette di perdere rapidamente quota.
Dopo il primo tratto di discesa ci troviamo di fronte un nevaietto, che i segnavia ci suggeriscono di oltrepassare seguendo il suo lato sinistro: qui, per un tratto, dobbiamo rassegnarci ad un nuovo percorso fra i massi. Raggiunto il limite inferiore del nevaio, un grande segnavia ci indica dove possiamo ritrovare la traccia del sentiero, che prosegue con pendenza meno severa, scendendo presso il filo di una grande morena. Il tracciato prosegue sulla destra di questo filo, poco distante dal crinale. Il passo è ormai abbondantemente alle nostre spalle, e noi possiamo osservare il pizzo Rachele (m. 2998), che ne sorveglia il lato alla nostra destra, e le propaggini del crinale meridionale della massiccia cima del Duca (m. 2968), sul lato opposto. La morena ci testimonia che qui un tempo c'era quello stesso ghiacciaio che, raggiunto il suo fronte massimo intorno alla metà dell'Ottocento, si è poi progressivamente ritirato nel secolo e mezzo successivo. Ci potrebbe forse capitare di ascoltare, scendendo, qualche frequentatore abituale di questi luoghi commentare cono toni stupiti e magari un po' desolati questo ritiro. Per osservare il ghiacciaio dobbiamo guardare alla nostra sinistra. Ciò che però attira innanzitutto il nostro sguardo è il versante orientale del monte Disgrazia (m. 3678), alla cui destra si distinguono la punta Kennedy (m. 3283) ed il pizzo Ventina (m. 3254). Fra le due cime si insinua il canalone della Vergine, occupato da un piccolo ma poderoso ghiacciaio. Il ghiacciaio è ormai ritratto nel grande vallone che scende dal pizzo Cassandra (piz Casàndra o Casèndra, m. 3226). La valle è percorsa dai diversi rami del torrente Ventina, che scende proprio dal ghiacciaio. Sulle sue rive, nei periodi di maggiore afflusso vacanziero, soggiornano torme di turisti attratti dal fascino dell'alta quota raggiunta senza eccessivi sforzi (al pianoro si può infatti salire da Chiareggio in un'ora di cammino o poco più).
La meta ormai è vicina: abbiamo percorso buona parte del pianoro della valle, ingentilito dai radi larici, e rimane sempre suggestivo, di fronte al nostro sguardo, lo scorcio della val Muretto. La traccia di sentiero, in questo tratto, si dipana fra grandi massi, che ci costringono a prestare attenzione fino all'ultimo passo. Il tratto più insidioso di un'escursione, infatti, è spesso quello terminale, quando la stanchezza ed una naturale deconcentrazione possono determinare incidenti dagli esiti talora anche seri. Se noi proseguiamo oltre i rifugi Gerli-Porro e Ventina, possiamo gustare quei panorami per i quali Chiareggio e l'alta Valmalenco (val del màler) sono giustamente famose. Ecco una parte della testata della val Sissone (val de sisùm), meta della terza giornata dell'alta via: si distinguono, da sinistra, la punta Baroni, o Cima di Chiareggio settentrionale, il monte Sissone (chiamato localmente piz sisùm e, dai contrabbandieri, “el catapìz”), la seminascosta cima di Rosso e la cima di Vazzeda, che le ruba la scena.
Il pernottamento può avvenire in uno dei due rifugi che costituiscono la meta di questa seconda tappa. Il primo rifugio sul nostro cammino è il Ventina (m. 1965). Fra questo rifugio ed il Gerli-Porro si notano, sulla destra, numerosi segnavia che dettano il percorso che, salendo ripido sul fianco montuoso, conducono al pianoro roccioso che ospita il lago Pirola (m. 2283). Ecco, infine, il rifugio (anzi, i rifugi) Gerli-Porro (m. 1960). Qui, dopo circa otto ore di cammino, termina la seconda tappa, che costituisce un poderoso balzo in avanti che, dai bucolici scenari della val Torreggio, ci ha portati nel cuore dell'alta Valmalenco (val del màler), dove ormai si respira quell'inconfondibile aria di alta quota che costituirà l'elemento caratterizzante di molte delle tappe successive.

[Torna all'indice]

RIFUGIO BOSIO-LAGHETTI DI CASSANDRA

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Parcheggio Piasci-RifugioCometti-Rifugio Bosio-Laghetti della Cassandra
3 h e 20 min
1050
E
SINTESI. Dal rifugio Bosio superiamo verso nord il torrente sul nuovo Ponte dei Cacciatori, prendendo poi a sinistra (direzione ovest), su sentiero segnalato, che corre a destra (per noi) del torrente. Costeggiamo il piede di una bastionata di rocce, che si eleva alla nostra destra, e, su terreno disseminato di massi, pieghiamo leggermente a destra (direzione nord-ovest), fino a giungere in vista, a quota 2250 metri, della cascata del torrente. Incontriamo un'evidente segnalazione che indica la deviazione per il passo della Cassandra. Ci stacchiamo così sulla destra dal sentiero per la Desio e risaliamo un poco pronunciato dosso erboso, a sinistra di una piccola cascata. Troviamo ben presto un secondo bivio: le indicazioni per il passo ci indirizzano a destra, ma ci conviene proseguire verso sinistra, per evitare di dover superare alcune roccette non prive di qualche insidia. La traccia di sinistra, segnalata da segnavia bianco-rossi, ci permette di raggiungere la sommità di un bastione roccioso: ci troviamo così sul limitare di un bel pianoro, dove si osservano anche i resti di una baita (m. 2391). Ora dobbiamo lasciare i segnavia bianco-rossi, che proseguono verso sinistra, puntando a destra, fino a ricongiungerci con il ramo di destra che abbiamo lasciato poco sotto. I segnavia ci guidano nella risalita di un largo corridoio occupato da grandi massi. Il corridoio conduce ad un secondo pianoro, occupato in gran parte dal più basso dei laghetti della Cassandra (m. 2464). I segnavia ci guidano in una faticosa salita, a sinistra del laghetto, fra massi enormi, fino ad un terrazzo occupato da una grande ganda. Dopo un traverso verso sinistra, risaliamo un secondo e più ampio corridoio, fino a raggiungere un terzo pianoro, interamente occupato dalla morena. I segnavia proseguono verso sinistra e ci conducono ben presto ad un bivio, al quale prendiamo a sinistra, lasciando a destra la traccia per il passo della Cassandra. Seguendo i segnavia rossi e le indicazioni per il rifugio Desio si punta in direzione del ben visibile ghiacciaio della Cassandra. Ancora un breve tratto sul terreno che un tempo apparteneva al ghiacciaio, e passiamo a sinistra di un piccolo laghetto. Qualche passo su un nevaio, ignorando la deviazione a sinistra della traccia per il rifugio Desio (al passo di Corna Rossa, attualmente inagibile), e siamo ad un laghetto più ampio, il più alto, a quota 2700 m. circa, collocato proprio sotto l'estrema propaggine del ghiacciaio ed in gran parte ghiacciato anche a stagione avanzata.


Lago di Cassandra

Fra le diverse escursioni che hanno come base il rifugio Bosio, quella ai laghetti di Cassandra (3 maggiori e 5 minori) è sicuramente fra le più suggestive.
Dici Cassandra e sei nel cuore del mito, di uno dei miti più singolari ed inquietanti fra quelli che ci sono giunti dall'antica Grecia. Ne è protagonista la figlia di Priamo che, avendo rifiutato l'amore di Apollo, fu colpita dalla maledizione di annunciare sciagure che si sarebbero avverate, senza però essere creduta da nessuno. Profetizzò così la caduta di Troia; nessuno le credette, ma Troia cadde veramente. Ora Cassandra, impietrita dal dolore, è uno dei pizzi che fa da corona alla maestosa mole del Monte Disgrazia ("desgràzia"). 
Ma è anche uno dei valloni più selvaggi ed aspri delle alpi Retiche. E' poi un ghiacciaio che si annida nel ripido vallone che scende dalla parete meridionale del Disgrazia. Ed è, infine, una serie di laghetti dove le acque del ghiacciaio, come azzurre lacrime, riposano sconsolate. Visitare questi luoghi, legati ad un misterioso annuncio di sventura, non è però né pericoloso né difficile. L'escursione può essere concentrata in una sola giornata, salendo con l'automobile al parcheggio poco distante dalla località Piasci, oppure diluita in due, con pernottamento al rifugio Bosio.
Raccontiamo la prima possibilità. Saliamo a Torre S. Maria, in Valmalenco e, poco prima di giungere alla bella chiesa parrocchiale, deviamo a sinistra, seguendo il cartello che indica i Rifugi Alpini. Una strada, con fondo in asfalto nel primo tratto, in cemento ed in terra battuta nel secondo, conduce, dopo una lunga salita, ad un bivio. Prendiamo a destra, seguendo il cartello che indirizza alla località Piasci.
Dopo una marcata discesa raggiungiamo il parcheggio, oltre il quale dobbiamo proseguire a piedi. Varchiamo un ponte ed in breve siamo ai bei prati dei Piasci. Salendo verso sinistra, superiamo una chiesetta e raggiungiamo il rifugio Cometti (m. 1720). Qui dobbiamo ignorare i triangoli gialli dell'Alta Via della Valmalenco, che sale da qui all'alpe di Arcoglio (termine che deriva da "arco"), e seguire invece le indicazioni per il rifugio Bosio. Attraversiamo così, su una traccia di sentiero, la parte alta dei prati, raggiungendo le ultime baite, alle spalle delle quali, superato un cancelletto in legno, lasciamo i Piasci ed entriamo in un bel bosco di larici. Il sentiero è qui ben visibile, anche se i segnavia sono quasi assenti. Non possiamo comunque sbagliare: ignorando una deviazione che scende verso destra, percorriamo un lungo tratto salendo molto gradualmente. Ci attende poi uno strappo severo, con qualche tornante secco, che ci fa guadagnare quota e ci permette di entrare in Val Torreggio. Il sentiero riprende quindi un andamento dolce: si alternano tratti nel bosco ad uscite in alcune amene radure, dalle quali possiamo già ammirare i Corni Bruciati, che si stagliano sul fondo della valle. Superata l'alpe Palù (toponimo assai diffuso, che deriva da "palude"m. 1971), attraversiamo alcuni corridoi limitati da bastioni rocciosi, prima di raggiungere il rifugio Bosio (m. 2086), posto al limite del lungo ed incantevole pianoro terminale della Val Torreggio, dove il torrente omonimo scende tranquillo fra alcuni massi ciclopici. Questa prima parte dell'escursione, che richiede un'ora di cammino o poco più, avviene in una cornice naturalistica veramente incantevole, caratterizzata da tonalità gentili, che evocano sentimenti di pace ed armonia.
Da qui in poi, però, tutto cambia, seppur gradualmente. Attraversiamo il Torreggio, su un bel ponte gettato nel 2000 dai cacciatori. Sul lato opposto dirigiamoci verso sinistra, seguendo le bandierine rosso-bianco-rosse che segnano il sentiero che sale al rifugio Desio (ora pericolante), presso il passo di Corna Rossa (dal quale si scende in valle di Preda Rossa). Inizialmente il sentiero ha un andamento quasi pianeggiante, poi comincia a salire, piegando anche, per un breve tratto, a destra (prestiamo attenzione ai segnavia, per non perdere questo cambiamento di direzione). Ci stiamo avvicinando alla val Airale, sassosa e severa propaggine della val Torreggio. I pascoli si fanno, infatti, sempre più radi, cedendo il passo a massi grandi e piccoli.
Prima di raggiungere un evidente gradino roccioso, incontriamo, un'evidente segnalazione che indica la deviazione per il passo della Cassandra. Ci stacchiamo così sulla destra dal sentiero per la Desio e risaliamo un poco pronunciato dosso erboso, a sinistra di una piccola cascata. Troviamo ben presto un secondo bivio: le indicazioni per il passo ci indirizzano a destra, ma ci conviene proseguire verso sinistra, per evitare di dover superare alcune roccette non prive di qualche insidia. La traccia di sinistra, segnalata da segnavia bianco-rossi, ci permette di raggiungere la sommità di un bastione roccioso: ci troviamo così sul limitare di un bel pianoro, dove si osservano anche i resti di una baita (m. 2391). Ora dobbiamo lasciare i segnavia bianco-rossi, che proseguono verso sinistra, puntando a destra, fino a ricongiungerci con il ramo di destra che abbiamo lasciato poco sotto (per intercettarlo, basta osservare i segnavia rosso-bianco-rossi su alcuni grandi massi).
I segnavia ci guidano nella risalita di un largo corridoio occupato da grandi massi. Il corridoio conduce ad un secondo pianoro, occupato in gran parte dal più basso dei laghetti della Cassandra (m. 2464), le cui dimensioni possono variare anche considerevolmente fra l'inizio e la fine della stagione estiva. Il colore azzurro delle sue acque crea un singolare contrasto con le tonalità grigio-rossicce delle rocce che dominano il grande anfiteatro che lo circonda. Intorno allo specchio d'acqua, infatti, rocce di ogni dimensione, placche rocciose e torrioni severi la fanno da padrone. Verso sud-est, in particolare, sono i Corni di Airale ad imporsi con il loro profilo aspro e quasi cupo. Un'inafferrabile profezia di sciagura sembra aleggiare in questi luoghi segregati da muraglie che escludono da ogni lato lo sguardo da un più ampio orizzonte.
Proseguiamo: i segnavia ci guidano in una faticosa risalita, a sinistra del laghetto, fra massi enormi, fino ad un terrazzo occupato da una grande ganda che il ghiacciaio della Cassandra, ritirandosi, ha lasciato dietro di sé. Dopo un traverso verso sinistra, risaliamo un secondo e più ampio corridoio, fino a raggiungere un terzo pianoro, interamente occupato dalla morena. I segnavia proseguono verso sinistra e ci conducono ben presto ad un bivio: prendendo a destra si sale, sfruttando un ampio canalone, al passo della Cassandra (m. 3097), oltre il quale ci si ritrova alla sommità del ghiacciaio della Ventina (védrècia de la venténa). Prendendo invece a sinistra e seguendo i segnavia rossi e le indicazioni per il rifugio Desio si punta in direzione del ben visibile ghiacciaio della Cassandra, il cui fronte è ormai ridotto ad un balcone pensile che si annida nel canalone della parete sud del Monte Disgrazia ("desgràzia").
Il pizzo della Cassandra (m. 3226) è là, a destra del passo, appena accennato sul massiccio fronte di rocce rossastre che chiude il vallone omonimo. Più a sinistra, invece, si innalzano, maestosi ed imponenti, i contrafforti rocciosi che culminano nella vetta del Monte Disgrazia ("desgràzia"), che, visto da qui, sembra incombere con la sua poderosa mole. Ancora un breve tratto sul terreno che un tempo apparteneva al ghiacciaio, ed ecco un piccolo laghetto, lacrima gentile ed azzurra in questi luoghi dove il senso di un'imminente ed indecifrabile tragedia sembra essersi fatto pietra.


Monte Disgrazia dalla Val Torreggio

Qualche passo su un nevaio, ignorando la deviazione a sinistra della traccia per il rifugio Desio (al passo di Corna Rossa, attualmente inagibile), e siamo ad un laghetto più ampio, il più alto, a quota 2700 m. circa, collocato proprio sotto l'estrema propaggine del ghiacciaio ed in gran parte ghiacciato anche a stagione avanzata. Soffermiamoci presso la sua riva ad ascoltarne il silenzio. Forse la sventura profetizzata è quella che ci appare tutt'intorno: un giorno anche le più maestose pareti saranno sgretolate, e non ne rimarrà che un deserto di massi. Ma anche noi, come gli antichi Troiani, non crederemo a questa profezia e, tornando, serberemo l'immagine della poderosa parete del Disgrazia come simbolo dell'eterno che non passa.
E ci affideremo alle più razionali ed illuminanti note offerte dal bel volume "Laghi alpini di Valtellina e Valchiavenna", di Riccardo De Bernardi, Ivan Fassin, Rosario Mosello ed Enrico Pelucchi, edito dal CAI, sez. di Sondrio, nel 1993:
Coi due laghetti di Cassandra, sempre dislocati nella Val Torreggio, al suo estremo superiore, passiamo in tutt'altro ambiente e paesaggio. I laghi stanno quasi dirimpetto a Zana, ma invisibili perché nascosti dietro alcune guglie e spuntoni posti a contrafforte sud della valletta trasversale che chiude il bacino del Ghiacciaietto Cassandra, il quale scende precipite dalla vetta del Disgrazia.
Siamo nel cuore di formazioni montuose impervie e scoscese, costituite di rocce serpentinose, dal colore, in distanza, rosso-violaceo, dall'aspetto ferrigno e piuttosto scostante. I laghi, come anche il sovrastante Pizzo Cassandra, traggono il loro nome, come è intuibile, non certo dal mitico personaggio, ma probabilmente da una voce dialettale arcaica per indicare una gola, una forra «incassata» (c'è infatti una gola «delle Cassandre» appena a monte di Sondrio, lungo il corso del Mallero). Se è così, il luogo più rispondente alla definizione non è la montagna, imponente ma piuttosto tozza e compatta, quanto proprio il canale vallivo che adduce ai laghetti, e forse anche tutto l'ambiente glaciale del versante sud del Monte Disgrazia.
In ogni modo i due laghetti, raggiungibili a prezzo di una gita non breve e piuttosto faticosa (dal Rifugio Bosio), costituiscono un insperato elemento decorativo di un ambiente sinistro e sconvolto di rocce imponenti, di frane gigantesche, di morene. Vivido è il contrasto tra il colore turchese dell'acqua (lago inferiore, 2464 m) e il bruno rossiccio delle rocce, volgente al verde in alcuni punti, soprattutto dove le frane e le spaccature sono più recenti. Un modo non banale di approccio, anche se ancor più faticoso, è arrivare nella zona dall'alto, dopo aver risalito un ripido pendio canale erboso tra due punte, poche centinaia di metri più avanti del Rifugio Bosio, a destra. Esso consente una vista scenografica e globale su tutta l'area, che ben compensa la fatica della salita
.”
Una nota, per concludere: seguendo le indicazioni per il rifugio Desio, poco sotto il laghetto più alto, risaliamo un costolone di roccia e giungiamo al circo alto della Val Airale, caratterizzato da un lungo corridoio inclinato di rocce sulfuree; seguendo i segnavia, lo attraversiamo e siamo ai piedi del passo di Corna Rossa, dal quale, con un po' di attenzione (segnavia e qualche catena nei punti meno agevoli) scendiamo alla parte alta della Valle di Preda Rossa, per traversare, poi, facilmente al rifugio Ponti (ma seguiamo sempre i segnavia).


Laghetto di Cassandra

[Torna all'indice]

RIFUGIO BOSIO-MONTE CALDENNO

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Rif. Bosio-Monte Caldenno
2 h e 30 min.
580
EE
SINTESI. Dal rifugio Bosio-Galli imbocchiamo il sentiero segnalato per il passo di Caldenno, che nel primo tratto in direzione ovest, in un fitto bosco di pini mughi, poi sud-ovest, tenendo il lato destro (per chi sale) di una vallecola. A quota 2191 piega ancora leggermente a destra, tornando all’andamento ovest ed allontanandosi dalla vallecola, per raggiungere  e seguire il lato sinistro di una seconda vallecola, riprendendo l’andamento sud-ovest. A quota 2375 attraversa il corso d’acqua da sinistra a destra e, piegando ancora a destra, procede salendo con direzione ovest, fino alle ultime balze che precedono il passo di Caldenno, posto a 2517 metri. Poco sotto il passo, però, lasciamo il sentiero per prendere a sinistra, su debole traccia di sentiero, che attraversa due modesti corpi franosi. Dopo il secondo, dobbiamo stare attenti a non perdere la traccia, che scende gradualmente fino ad un bel ripiano, sulla cui soglia è posto un grande ometto. Percorso questo ripiano, ci affacciamo ad un vallone, e dobbiamo scendere fino al suo fondo, seguendo il dosso erboso, un po’ ripido, leggermente a sinistra. Sul fondo del vallone attraversiamo un modesto corso d’acqua e cominciamo a salire, in direzione di una piana occupata da sfasciumi. Puntiamo al grande masso che è posto più o meno al suo centro: dopo averlo raggiunto, vedremo i segnavia dell’Alta Via della Valmalenco. Seguendoli, continuiamo a salire, fino a raggiungere una porta delimitata a sinistra da una modesta elevazione; qui si trova il cartello che indica la direzione per il monte Caldenno (destra). Saliamo verso sud-ovest, su traccia molto debole di sentiero, su una china poco ripida, disseminata di modeste formazioni rocciose. Salendo più o meno diritti, ci portiamo ad un paio di pianori, giunti all’ultimo ripiano sotto il ripido versante che porta al crinale, puntiamo a destra, seguendo la striscia erbosa che corre sul limite di sinistra del canalone di sfasciumi: in breve, senza difficoltà, siamo ad un'ampia sella sul crinale. Prendendo a sinistra (sud-est) ci dirigiamo al monte Caldenno, superando una breve fascia di massi, sul crinale e raggiungendo la parte erbosa dello stesso, percorsa da uno stretto sentierino. Per un buon tratto procediamo senza problemi, poi dobbiamo superare il tratto più impegnativo, costituito da un breve passaggio su roccette, esposto su entrambi i lati, prima di salire all'ometto della cima del monte Caldenno (m. 2669). Dalla sella sul crinale possiamo però anche volgere in direzione contraria (nord-ovest), per salire alla vicina cima gemella, su traccia di sentiero, che ben presto ci porta ad attaccare il ripido crinale che sale alla cima. Nel primo tratto possiamo stare su una fascia di facili massi, piuttosto che sulla traccia di sentiero che corre sul filo del crinale esposto. Poi siamo ad un punto nel quale attraversiamo una versante erboso un po’ ripido (attenzione), prima di portarci alle soglie dell’ampia cupola della cima. Questa cima gemella, infatti, è in realtà un ampio ripiano ondulato, con una depressione nel mezzo: ora possiamo, destreggiandoci facilmente fra massi, portarci nel punto di massima elevazione (cima di quota m. 2672).


Clicca qui se vuoi aprire un panorama a 360 gradi dalla cima gemella del monte Caldenno (quota 2672)

Il monte Caldenno, quotato 2669 metri sulla carta IGM, è il punto di massima elevazione del territorio comunale di Postalesio. È posto al vertice cui convergono i confini i tre comuni, Postalesio, appunto, a sud-est, con l’ampia conca dell’alpe Colina, Berbenno, a sud-ovest, con l’alta valle di Postalesio o valle del Caldenno, Torre di Santa Maria, a nord, con la Val Torreggio. Ma l’aspetto più interessante di questa cima è che essa costituisce un ottimo belvedere sul monte Disgrazia, sul lato opposto della Val Torreggio, a nord. Singolarmente, non si tratta della massima elevazione sul crinale che separa questa valle dal versante retico medio valtellinese: poco più ad ovest, infatti, si trova la cima quotata 2672 metri, senza alcuna denominazione sulla carta IGM. Si tratta di una cima, peraltro, ugualmente panoramica e da prendere in considerazione per la sua più facile accessibilità rispetto al monte Caldenno, la cui salita richiede esperienza e piede fermo. Per salire alla sua cima dobbiamo accedere all’ampio ripiano che si apre sul lato sud-orientale della Val Torreggio, e la via più semplice e frequentata è quella che parte dall’alpe di Arcoglio inferiore (cui giunge una pista che parte da Torre S. Maria), passa per l’alpe di Arcoglio superiore, il laghetto di Arcoglio ed il sasso Bianco, seguendo il tracciato di una delle varianti della prima tappa dell’Alta Via della Valmalenco. Si può accedere a tale ripiano, però, anche dall’alpe Colina, con percorso meno frequentato ma assai interessante, vale a dire il sentierino che da tale alpeggio sale alla Colma di Zana. Vediamo come procedere se scegliamo questa seconda opzione, meno semplice della prima.
Partiamo, dunque, da Postalesio. La pista che conduce all’alpe Colina, infatti, costituisce un prolungamento della strada asfaltata che dal centro del paese sale al maggengo di Pra’ Lone (m. 1028). Qui, alla prima piazzola utile, conviene (se siamo buoni camminatori) lasciare l’auto e proseguire a piedi seguendo la strada sterrata, che può, comunque (nonostante il fondo sia mediocre) , essere percorsa da autoveicoli per un buon tratto, fino a quota 1700 metri circa, dove si trova il cartello di divieto di accesso ai veicoli non autorizzati. Nella salita si aprono interessanti scorci orobici, con in primo piano il pizzo Pidocchio. In alcuni punti si giunge ad intravedere la bassa Valtellina, parzialmente nascosta dal Culmine di Dazio. Se, però, abbiamo scelto di camminare, ci conviene seguire l’antica mulattiera, che intercetta in più punti la pista. La partenza della mulattiera si trova al primo tornante destrorso posto al termine dei prati del maggengo di Pra’ Lone. La mulattiera ci permette di attraversare una splendida fascia boschiva, contemplando i mille ricami e contrappunti che la luce disegna fra le multiformi ombre del sottobosco. Poco dopo aver superato una statuetta di Sant’Antonio abate, la strada esce dal bosco e punta in direzione dell’alpe, proseguendo oltre le prime baite e raggiungendo, con una deviazione, il gruppo più numeroso di baite.
L’alpe Colina, collocata a 1947 metri, ha diversi aspetti interessanti: la posizione particolarmente panoramica, la cura sobria con cui sono tenute molte baite ed i piccoli incantevoli angoli che vi si possono scovare. Il colpo d'occhio sulla sezione centrale delle Orobie è ottimo. Bisogna però proseguire, lasciando alla propria destra la strada che porta all’alpe Poverzone (dalla quale si scende a Triangia) e puntando, seguendo una traccia di sentiero, ad una baita dall’architettura curiosa. Proseguendo verso sinistra, in direzione del crinale che separa l’alpe da quella di Caldenno, si sormonta un dosso oltre il quale appare il lago di Colina (m. 2076).
Lasciamo alle spalle anche il lago e saliamo alla strada sterrata che conduce all’ultima baita. Alla nostra destra, in direzione nord-est, si mostra la cima del Sasso Bianco, facilmente riconoscibile per il colore chiaro delle sue rocce. Alla sua sinistra, si distingue il monte Caldenno, la più significativa fra le cime che chiudono, a nord, l'alpe, segnando il confine fra media Valtellina e Val Torreggio. Psoeguiamo, ora, sulla pista sterrata, fino al suo termine, presso una tettoia. Ora dobbiamo traversare il ripido pendio sottostante al crinale che separa l'ampia conca dell'alpe dalla Val Torreggio.


Val Torreggio

Innanzitutto dobbiamo trovare il sentierino, procedendo dapprima a vista, prendendo leggermente a destra, fino ad intercettare una traccia che sale in diagonale, a destra, e si porta ad un corpo franoso.Il Sasso Bianco si mostra, da qui, ancora più pronunciato, sulla destra (est).
Dobbiamo raggiungere la sella poco marcata visibile a sinistra del Sasso Bianco, denominata colma di Zana (m. 2417), denominata così perché è posta sulla verticale della valle di Zana, laterale della Val Torreggio (sul versante opposto rispetto a quello in cui ci troviamo noi). Raggiunto il corpo franoso, il sentiero sembra interrompersi: dobbiamo salire in diagonale, prendendo leggermente a sinistra, fino ad intercettare una seconda traccia, abbastanza marcata, anche se stretta, che supera alcuni punti esposti (attenzione, quindi!) e conducendo finalmente alla stretta porta che introduce all’ampia conca denominata Colma di Zana (m. 2417). La porta è riconoscibile anche per la presenza di una modesta formazione rocciosa, una sorta di piccolo gendarme, che ne presidia il lato destro.


Val Torreggio

Qui troviamo alcuni cartelli escursionistici: nella direzione dalla quale siamo saliti l'alpe Colina è data ad un'ora; procedendo diritti, si sale al Sasso Bianco in 15 minuti, per poi scendere all'alpe di Arcoglio superiore (data ad un'ora e 10 minuti) ed ai Piasci (un'ora e 50 minuti), seguendo il sentiero con numerazione 305, sull'Alta Via della Valmalenco; prendendo a sinistra, infine, sempre sul medesimo sentiero, si scende al Pian deella Pecora in un'ora e 20 minuti ed al rifugio Bosio in un'ora e mezza.
Ora dobbiamo seguire per un buon tratto il percorso dell’Alta Via della Valmalenco. Seguendo segnavia bianco-rossi e triangoli gialli, procediamo per un tratto salendo lungo l’ampio crinale, per poi traversare a destra e scendere ad un largo canalone. Salendo lungo quest’ultimo, raggiungiamo una caratteristica porta delimitata a destra da una elevazione secondaria. Qui troviamo tre cartelli escursionistici: il primo dà, nella direzione dalla quale proveniamo, la Colma di Zana a 30 minuti, il Sasso Bianco a 50 minuti e l’Alpe di Arcoglio Superiore ad un’ora e 50 minuti; il secondo indica che l’Alta Via della Valmalenco prosegue (scendendo) per portarsi al Pian della Pecora (50 minuti) ed infine al rifugio Bosio (un’ora e 10 minuti); il terzo, infine, segnala proprio il monte Caldenno, indicando che dobbiamo lasciare l’Alta Via prendendo a sinistra.
Mentre, dunque, l'Alta Via inizia la discesa, noi volgiamo a sinistra e continuiamo a salire, su traccia molto debole di sentiero, su una china poco ripida, disseminata di modeste formazioni rocciose. Salendo più o meno diritti, ci portiamo ad un paio di pianori, e cominciamo a vedere con maggiore chiarezza la conformazione del crinale al quale dovremo accedere per salire alla cima del monte Caldenno. Vediamo, in particolare, alla nostra sinistra una larga sella che separa la cima del monte (che si trova più o meno sulla verticale della nostra testa) e quella della già citata quota 2672. A questa sella sale un largo canalone di sfasciumi.


Panorama sulla Valmalenco

Ora dobbiamo puntarla: giunti all’ultimo ripiano sotto il ripido versante che porta al crinale, puntiamo a destra, seguendo la striscia erbosa che corre sul limite di sinistra del canalone di sfasciumi: in breve, senza difficoltà, siamo alla sella.
Prendendo a sinistra ci dirigiamo al monte Caldenno, mentre a destra possiamo salire alla quota 2672. Nel primo caso dobbiamo innanzitutto superare una breve fascia di massi, sul crinale, raggiungendo quindi la parte erbosa dello stesso, percorsa da uno stretto sentierino. Per un buon tratto procediamo senza problemi, anche se alla nostra destra il ripidissimo salto che precipita sulla Valle di Postalesio sicuramente impressiona. Siamo ormai in vista del regolare cono dela cima del monte Caldenno, sormontato da un grande ometto. Prima di attaccare la breve salita alla cima, però, dobbiamo superare il tratto più impegnativo, costituito da un breve passaggio su roccette, esposto su entrambi i lati. Affrontiamolo solo se siamo sicuri e se le condizioni delle roccette sono buone (asciutte). Alla fine, seguendo la traccia che compie l’ultimo strappo, siamo ai 2669 metri della cima del monte Caldenno.


Apri qui una panoramica sulla Val Torreggio e la Valmalenco, dal versante alto meridionale della Val Torreggio

Ottimo il panorama.  Partiamo da ovest. In primo piano, i Corni Bruciati (punta settentrionale, m. 3097, e punta centrale, m. 3114) ed il monte Disgrazia, m. 3678), separati dal passo di Corna Rossa, che congiunge Valmalenco e Val Masino; più a destra, i severi Corni di Airale, che dominano l'alpe omonima, sul versante settentrionale della Val Torreggio, nei pressi del rifugio Bosio. Ancora più a destra, le maestose cime della Valmalenco si mostrano in tutta la loro elegante imponenza: si individuano, da sinistra (ovest) il pizzo Glüschaint (m. 3594), le gobbe gemelle della Sella (m. 3584 e 3564) e la punta di Sella (m. 3511), il pizzo Roseg (m. 3936), il pizzo Scerscen (m. 3971) il pizzo Bernina (m. 4049), la Cresta Güzza (m. 3869), i pizzi Argient (m. 3945) e pizzo Zupò (m. 3995), la triplice innevata cima del pizzo Palù (m. 3823, 3906 e 3882), a monte del ramo orientale della vedretta di Fellaria e, a chiudere la splendida carrellata, il più modesto pizzo Varuna (m. 3453). Proseguiamo nel giro di orizzonte verso destra: sotto di noi appare il piccolo e grazioso laghetto di Arcoglio, e l'omonima alpe, cui possiamo scendere seguendo le indicazioni dell'Alta Via della Valmalenco. Alle sue spalle, il gruppo Scalino-Painale-Ron, sul quale si individuano, da sinistra (nord) il pizzo Scalino (m. 3323), la punta Painale (m. 3248), la cima Vicima (m. 3122) e la vetta di Ron (m. 3136). Le Orobie, infine: da qui se ne può dominare il settore centro-orientale.
Se non abbiamo troppo fiducia nella nostra esperienza o il tratto esposto ci impressiona troppo, vediamo come salire alla cima gemella di quota 2672, altrettanto panoramica e più semplice. Torniamo, dunque, alla sella sul crinale: in questo caso prendiamo a destra, sempre su traccia di sentiero, che ben presto ci porta ad attaccare il ripido crinale che sale alla cima. Anche in questo caso la vertiginosa esposizione sulla Valle di Postalesio (che ora è, però, ovviamente, alla nostra sinistra) impressiona, ma abbiamo la possibilità di procedere appoggiandoci sul meno ripido versante di destra, cioè della Val Torreggio. In particolare, nel primo tratto possiamo stare su una fascia di facili massi, piuttosto che sulla traccia di sentiero che corre sul filo del crinale. Poi siamo ad un punto nel quale attraversiamo una versante erboso un po’ ripido (attenzione), prima di portarci alle soglie dell’ampia cupola della cima. Questa cima gemella, infatti, è in realtà un ampio ripiano ondulato, con una depressione nel mezzo: ora possiamo, destreggiandoci facilmente fra massi, portarci nel punto di massima elevazione e godere dell’ampio panorama, del tutto analogo a quello descritto per il monte Caldenno. Conti alla mano, in entrambi i casi il dislivello approssimativo in salita è di 1000 metri, ed il tempo necessario è di circa 3 ore e mezza, o poco più.

Segnaliamo anche come salire al monte Caldenno dalla Valle del Caldenno, o Valle di Postalesio. In questo caso dal parcheggio in cima a  Prato Isio (raggiunto percorrendo la pista che sale da Polaggia di Berbenno) prendiamo la pista che porta all’alpe Caldenno, proseguendo, poi, sul segnalato sentiero che risale la valle, guadagnando dapprima l’ampia conca dell’alpe Palù, quindi il terrazzo dell’alta valle. Qui un cartello segnala un bivio: prendendo a sinistra si sale al passo di Scermendone, mentre a destra si sale a quello di Caldenno. Raggiungiamo, dunque, il passo di Caldenno,e qui, invece di seguire il sentiero segnalato che scende al rifugio Bosio, procediamo nella traversata dell’alta valle, su debole traccia di sentiero. In pratica appena sotto il passo lasciamo alla nostra sinistra il sentiero per il rifugio e prendiamo a destra, su debole traccia di sentiero, che attraversa due modesti corpi franosi. Dopo il secondo, dobbiamo stare attenti a non perdere la traccia, che scende gradualmente fino ad un bel ripiano, sulla cui soglia è posto un grande ometto. Percorso questo ripiano, ci affacciamo ad un vallone, e dobbiamo scendere fino al suo fondo, seguendo il dosso erboso, un po’ ripido, leggermente a sinistra. Sul fondo del vallone attraversiamo un modesto corso d’acqua e cominciamo a salire, in direzione di una piana occupata da sfasciumi. Puntiamo al grande masso che è posto più o meno al suo centro: dopo averlo raggiunto, vedremo i segnavia dell’Alta Via della Valmalenco. Seguendoli, continuiamo a salire, fino a raggiungere la porta di cui sopra abbiamo detto, dove si trova il cartello che indica la direzione per il monte Caldenno (ora, alla nostra destra).
In questo caso il tempo necessario si aggira intorno alle 4 ore e mezza, ed il dislivello approssimativo sale a 1350 metri.

Infine, se ci troviamo al rifugio Bosio dobbiamo imboccare il sentiero della I tappa dell'Alta Via della Valmalenco percorrendolo a rovescio. Come sopra esposto, dopo il primo tratto del percorso, seguendo segnavia bianco-rossi e triangoli gialli, procediamo per un tratto salendo un ampio crinale, per poi traversare a destra e scendere ad un largo canalone. Salendo lungo quest’ultimo, raggiungiamo la citata caratteristica porta delimitata a destra da una elevazione secondaria. Qui troviamo tre cartelli escursionistici: il primo dà, nella direzione verso cui andiamo, la Colma di Zana a 30 minuti, il Sasso Bianco a 50 minuti e l’Alpe di Arcoglio Superiore ad un’ora e 50 minuti; il secondo indica, nella direzione dalla quale proveniamo, il Pian della Pecora (50 minuti) ed infine il rifugio Bosio (un’ora e 10 minuti); il terzo, infine, segnala proprio il monte Caldenno, indicando che dobbiamo lasciare l’Alta Via prendendo a destra e salendo verso il crinale della valle come sopra descritto. In questo caso il dislivello in salita è di circa 580 metri ed il tempo approssimativo di percorrenza è di 2 ore ed un quarto.


Monte Disgrazia sull'alta Val Torreggio

[Torna all'indice]

CARTA DEL PERCORSO sulla base della Swisstopo (CNS, come quelle sopra riportate), che ne detiene il Copyright. Ho aggiunto alla carta alcuni toponimi ed una traccia rossa continua (carrozzabili, piste) o puntinata (mulattiere, sentieri).
Apri qui la carta on-line

Mappa del percorso - particolare della carta tavola elaborata da Regione Lombardia e CAI (copyright 2006) e disponibile per il download dal sito di CHARTA ITINERUM - Alpi senza frontiere

GALLERIA DI IMMAGINI

Escursioni e camminate (consigli ed indicazioni; I miei canali su YouTube: paesi e campane, rifugi e vette, passi e poesie, poesie, musica)
Storia, tradizioni e leggende
Immagini, suoni e parole

La riproduzione della pagina o di sue parti è consentita previa indicazione della fonte e dell'autore
(Massimo Dei Cas, www.paesidivaltellina.it)

Designed by David KohoutCopyright © 2003 - 2017 Massimo Dei Cas