Traversata al rifugio Pizzini-Frattola L'Abate Stoppani al ghiacciaio dei Forni


Apri qui una panoramica della Valle del Forno e del rifugio Branca

Il rifugio Cesare Branca (www.rifugiobranca.it) è posto a 2493 metri, alla confluenza della Valle di Ròsole nella Valle dei Forni, in una splendida posizione panoramica sul ghiacciaio dei Forni, il maggiore in Lombardia. La sua esistenza si deve alla generosità della signora Giuseppina Branca, che nel 1932 ne finanziò la costruzione per onorare la memoria del fratello Cesare, valente alpinista milanese. Nel 1933 l’edificio venne inaugurato e donato al CAI di Milano. Accanto ad esso venne nel 1978 costruito un secondo edificio, per iniziativa di Luigi Martinelli, e fu dedicato alla memoria del fratello Genesio. Dopo la ristrutturazione del rifugio Branca negli anni ottanta, nel 1995 i due edifici vennero uniti da un’ala che ne fa oggi una struttura unica.
Viene usato come punto di appoggio per varie ascensioni, fra cui quella al Cevedale, al Palon de la Mare, al monte Vioz, alla Punta di San Matteo, al pizzo Tresero ed alla cima di San Giacomo.

[Torna ad inizio pagina]

ACCESSO

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Albergo Ghiacciaio dei Forni-Rifugio Branca
1 h
320
T
SINTESI. All'ingresso di Santa Caterina Valfurva prendiamo a sinistra e percorriamo la strada della Valle dei Forni fino al suo termine. Parcheggiamo sotto il rifugio-Albergo dei Forni (m. 2176) e ci incamminiamo sulla pista sterrata seguendo le segnalazioni per il rifugio Pizzini-Fràttola ed il rifugio Branca. Superato il torrente Cedec e la malga dei Forni, ignoriamo le indicazioni per il rifugio Pizzini e seguiamo quelle per il rifugio Branca, imboccando la pista sulla destra, che, dopo un tratto di salita graduale ed uno strappo severo, termina al rifugio Branca (m. 2493).



Apri qui una panoramica della Valle dei Forni dal rifugio Branca

La salita al rifugio è semplice ed ha come punto di partenza il parcheggio comunale nei pressi dell'Albergo "Ghiacciaio dei Forni", in Valle dei Forni (Valfurva). Imbocchiamo, a Bormio, la strada per la Valfurva ed il passo del Gavia (all'ingresso di Bormio si prende a destra, poi, dopo una curva a sinistra, si prosegue diritti, ignorando la deviazione sulla destra per Bormio 2000, e si giunge ad una strettoia, alla quale la strada, con semicurva a destra, esce dall'abitato di Bormio). Superati i nuclei contigui di S. Nicolò Valfurva e S. Antonio, proseguiamo fino a Santa Caterina Valfurva. Qui, prima di entrare in paese, troviamo subito, sulla sinistra, una strada che si stacca dalla statale per il Gavia (indicazione della Strada dei Forni). Lasciate alle spalle le ultime case del paese, la strada piega a sinistra e comincia a salire sul lato sinistro (per noi) della Valle dei Forni e porta, dopo 6 km, al parcheggio comunale nei pressi del rifugio-albergo Ghiacciaio dei Forni (m. 2176). Teniamo presente che la strada, in molti punti, è assai ripida, esposta e sprovvista di parapetti. Al suo termine, prendendo a sinistra si sale al parcheggio del rifugio-albergo, mentre scendendo a destra si può lasciare l'automobile all'ampio spiazzo del parcheggio comunale. Infine in alcuni periodi dell'anno è chiusa al traffico dei veicoli non autorizzati, per cui ci si deve informare presso il Municipio di Valfurva.
Lasciata qui l’automobile, non saliamo al parcheggio del Rifugio Albergo "Ghiacciaio dei Forni", ma ci portiamo sul suo limite, dove si trova un pannelo ed una serie di cartelli, che indicano a sinistra la direzione per i rifugi Pizzini e Casati, dati a 2 ore ed a 3 ore e 50 minuti. Invece di seguirla, però, andiamo diritti, nella direzione indicata dal cartello per il rifugio Branca, dato ad un'ora e 10 minuti. Superato un piccolo bacino artificiale dell'AEM, proseguiamo sulla pista e scavalchiamo, su un ponte, le impetuose acque del torrente Cedec, giungendo poi ad un bivio, con segnalazione: stando a destra si va al rifugio Branca, dato a 40 minuti, mentre prendendo a sinistra si sale alla Malga dei Forni (data a 10 minuti) ed al rifugio Pizzini (dato ad un'ora e 40 minuti).

Proseguiamo, dunque, diritti. mentre alla nostra destra il colpo d'occhio sull'alta Valle dei Forni si fa più ampio. In particolare, sul versante opposto della valle riconosciamo un sentiero lo taglia nella parte bassa: si tratta del Sentiero Glaciologico, che potremo seguire per il ritorno ai Forni (e che, ovviamente, potrebbe essere usato per salire, con percorso più lungo, al rifugio Branca). La pendenza della pista non è troppo severa, ma ad un certo punto, raggiunto un sperone roccioso, si impenna. Superiamo così con una certa fatica un paio di tornanti. Poi, improvviso ed inatteso, ecco il rifugio Branca, che vediamo quando ormai siamo a poche decine di metri. Siamo in cammino da poco più di un'ora ed abbiamo superato un dislivello approssimativo in salita di 320 metri.
Dal rifugio ammiriamo lo splendido scenario dell’alta Valle dei Forni, ed in particolare il possente ghiacciaio del Forno, sovrastato dalla punta S. Matteo (m. 3684) e dal monte Vioz (m. 3645). Il ghiacciaio è uno dei più belli dell’arco alpino, ed è ancora imponente, nonostante, nell’arco degli ultimi 140 anni, si sia ritirato di oltre 2 km. Rappresenta, inoltre, un raro esempio, in territorio italiano, di ghiacciaio di tipo hymalaiano, in quanto la colata principale è alimentata da colate secondarie che provengono da altrettanti bacini nell’arco montuoso conosciuto come complesso delle Tredici Cime, dal monte Cevedale al pizzo Treséro.


Apri qui una panoramica della Valle dei Forni dal sentiero glaciologico alto

Certo, più di un secolo fa lo spettacolo era molto più grandioso, perché la fronte del ghiacciaio scendeva fino alla piana dell’attuale località dei Forni, dove oggi si lascia l’automobile. Nella Guida alla Valtellina curata da Fabio Besta ed edita dal CAI nel 1884 (II edizione), infatti, leggiamo:
“L’escursione che sogliono fare quasi tutti coloro che soggiornano anche per poco a S. Caterina è quella alla Valle del Forno e al suo ghiacciaio. La gita fino alle Baite del Forno (2102 m.) può farsi sugli asini o a piedi in circa quattro ore, due nell’andata e poco più di una e mezza nel ritorno. Essa è fonte di care soddisfazioni così a quegli che è avido di campi di neve e di volte rilucenti di ghiaccio, come al geologo che vi può ammirare, tra masse di scisti a mille colori, l’alternarsi di banchi di calcare saccaroide e di porfidi-dioritici, come al botanico che vi può trovare ricca messe di preziose piante…  [Il ghiacciaio dei Forni] scorre nella sua parte inferiore in fondo alla valle come un ampio fiume, irrompe nel suo mezzo in guglie e sèracs stupendi, e si dispiega in alto a guisa d’immenso ventaglio. Si giunge là dove la vedretta comincia (2025 m.) scendendo lungo una ripida parete. La salita fino ai sèracs si compie senza difficoltà anche da signore. Una veduta quasi piena di questo che è tra i più superbi e più compiuti esempi di ghiacciai giganti che siano nelle Alpi si ha dalle Baite del Forno (2103 m.), le quali trovansi sopra un ripiano del monte, in mezzo a prati ridenti, di fronte alla vedretta meravigliosa.”
Comunque, ancora agli inizi degli anni novanta il ghiacciaio, con i suoi 20 kmq di superficie, era il più grande d'Italia e delle Alpi Orientali. Lo spessore del ghiaccio raggiungeva i 150 metri. Nel periodo compreso fra il 1833 ed il 1864 le rilevazioni registrarono un'avanzata media di 26 metri l'anno. Seguì una lunga fase di ritiro, per cui nel 1895 era tornanto là dove era stato nel 1833. Negli anni successivi, fino al 1920, perse altri 200 metri. E così, ancora, negli anni successivi: la media del ritiro dal 1920 al 1965 fu di 24 metri l'anno. Solo negli anni novanta si registrò un'inversione di tendenza, mentre attualmente si è riaffermato il trend al ritiro.

[Torna ad inizio pagina]

TRAVERSATA AL RIFUGIO PIZZINI-FRATTOLA

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Rifugio Branca - Malga dei Forni - Rifugio Pizzini-Frattola
1 h e 50 min.
480
T
Rifugio Branca - Sentiero alto - Rifugio Pizzini-Frattola
1 h e 50 min.
380
E
SINTESI. Un cartello nei pressi del rifugio Branca (sentiero 530, con il rifugio Pizzini dato ad un'ora e 40 minuti, sul lato sinistro del piazzale per chi guarda all'ingresso del rifugio), che indica la partenza di un sentiero il quale comincia subito a guadagnare quota sulle balze a monte del rifugio stesso Il sentiero è sempre ben visibile, e corredato da alcuni segnavia bianco-rossi, anche su paletti. Ben presto siamo ai due passaggi più impegnativi, su roccette esposte sul lato sinistro, con corrimano metallici che servono per affrontarli in sicurezza. Passiamo quindi a destra di due pozze e ci affacciamo alla Val Cedec. Il sentiero comincia gradualmente a scendere fino al largo fondovalle, dove attraversiamo una pianetta acquitrinosa e ci portiamo ad un ponte, oltre il quale un sentierino ci porta ad intercettare la pista per il rifugio Pizzini-Frattola, che raggiungiamo seguendola verso destra.

La traversata al rifugio Pizzini-Fràttola, in Val Cedec, può avvenire per due vie. La più semplice consiste nel ridiscendere al bivio sopra citato per poi lasciare la pista principale e prendere a destra, salendo lungo la pista che porta alla Malga dei Forni (m. 2318).
Giunti alle baite della malga, proseguiamo verso sinistra, in leggera salita. La pista, poi, comincia a scendere gradualmante verso il fondo della Val Cedec e ci porta al ponte della Girella (m. 2346), al quale le acque del torrente Cedec giungono dopo un percorso a zig-zag che giustifica il nome. Dopo il ponte, la pista sale ad intercettare la pista principale che dall'albergo-rifugio Ghiacciaio dei Forni sale al rifugio Pizzini. Seguendola, raggiungiamo il ponte in legno oltre il quale siamo al piazzale dei rifugio (m. 2700).


Laghetto delle Rosole

Più panoramica, ma anche più impegnativa in alcuni passaggi è la traversata alta segnalata da un cartello nei pressi del rifugio Branca (sentiero 530, con il rifugio Pizzini dato ad un'ora e 40 minuti), che indica la partenza di un sentierino il quale comincia subito a guadagnare quota sulle balze a monte del rifugio stesso Il sentiero è sempre ben visibile, e corredato da alcuni segnavia bianco-rossi, anche su paletti). Ben presto siamo ai due passaggi più impegnativi, su roccette esposte sul lato sinistro, con corrimano metallici che servono per affrontarli in sicurezza. Mentre alle nostre spalle la Valle dei Forni va chiudendosi, raggiungiamo un lungo corridoio costituito da uno splendido dosso che si innalza, pianeggiante, sopra una conca allungata. Passati a destra di due belle pozze, adagiate nella conca, cominciamo ad affacciarci alla Val Cedec, e fin da subito il Gran Zebrù si impone, splendido, come signore della valle. Poco oltre, siamo ad un bivio, segnalato da cartelli: da sinistra ci raggiunge il sentiero che sale dalla Malga dei Forni. Lo ignoriamo e proseguiamo diritti. Ci affacciamo ora alla Val Cedec e cominciamo a scendere gradualmente fra pietraie e magri pascoli, tagliando il fianco occidentale del monte Pasquale (m. 3553). Raggiunto il largo fondovalle, attraversiamo una pianetta acquitrinosa e, giunti in prossimità di un ponte sul torrente Cedec, troviamo un cartello che ci indica che proseguendo fino al ponte siamo sull'itinerario per tornare ai Forni in 50 minuti, mentre proseguendo diritti restando sul versante destro (per noi) della valle saliamo in 50 minuti al rifugio Pizzini. Possiamo seguire questa indicazione, sfruttando un sentiero che resta fin quasi alla fine su questo versante, oppure passare il ponte, salire sul versante opposto alla pista carozzabile e seguirla in salita, fino al rifugio Pizzini. In entrambi i casi raggiungiamo il rifugio Pizzini in poco meno di due ore (il dislivello approssimativo in altezza è di 380 metri).

[Torna ad inizio pagina]

SENTIERO GLACIOLOGICO ALTO E BASSO

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Rifugi Casati-Guasti - Sentiero glaciologico alto - Parcheggio dei Forni
2 h e 20 min.
120
E
SINTESI. Dal rifugio Branca scendiamo al vicino laghetto delle Rosole e restiamo alla sua destra, raggiungendo una coppia di cartelli: non prendiamo a destra ma procediamo diritti, raggiungendo il filo di una piccola morena. Qui non seguiamo il sentierino sul filo della morena, ma a scendiamo tagliando il suo fianco (grande ometto), procedendo in direzione di una fascia di grandi roccioni rossastri levigati. Dopo l’iniziale discesa, cominciamo a salire gradualmente, in direzione sud-sud-est, fino alla base di un canalone di sfasciumi, che il sentiero affronta con quale zigzag, raggiungendo l'ampia piana a monte de roccioni. Qui, seguendo i segnavia, pieghiamo leggermente a destra e passiamo a sinistra di una pozza. A questo punto dobbiamo decidere se proseguire per via spedita, oppure prendere a sinistra ed approssimarci al gigante di ghiaccio sfruttando la vicina morena, per poi tornare al punto di partenza. In entrambi i casi, dovremo passare per i due ponti tibetani, lo Tzijjy Bridge ed il più piccolo dell’Elfo. Superati così i due rami del torrente Frodolfo, saliamo ancora per un breve tratto, in una sorta di corridoio fra rocce rossastre. Inizia, quindi, la discesa, nel primo tratto fra roccioni, poi su terreno morenico. Qualche tornante ci fa perdere rapidamente quota e ci porta all’ampia piana alla quale intercettiamo il sentiero glaciologico basso: possiamo tornare così al rifugio seguendolo verso destra oppure proseguire nella discesa restando a sinistra del torrente Frodolfo, fino al ponte che ci permette di traversare in prossimità del parcheggio al quale abbiamo lasciato l’automobile.


Laghetto delle Rosole

Chi sale al rifugio Branca difficilmente si lascia sfuggire l’occasione di un incontro ravvicinato con il ghiacciaio dei Forni. Il sentiero glaciologico serve ottimamente allo scopo. Portiamoci alle spalle del rifugio e superiamo su un ponticello la bella cascata formata dal torrente Rosole, che scende impetuoso da un impressionante salto roccioso. Sul lato opposto inizia un marcato sentiero che scende alla piana nella quale riposa, placido, il laghetto delle Rosole, valle acque di color verde. All’inizio del sentiero troviamo un cartello che segnala i sentieri glaciologico basso (che permette di scendere al parcheggio dei Forni in un’ora e 5 minuti) e glaciologico alto (che porta in 45 minuti ai ponti tibetani, descrive un ampio arco e scende ad intercettare il sentiero glaciologico basso; per questa seconda via  il ritorno al parcheggio dei Forni è dato a 2 ore e 15 minuti). Scesi al laghetto, restiamo alla sua destra, raggiungendo una nuova coppia di cartelli: qui, infatti, i due sentieri glaciologici si dividono. Per imboccare quello basso dobbiamo prendere a destra, mentre per il secondo dobbiamo proseguire diritti, raggiungendo il filo di una piccola morena. Attenzione, qui, a non seguire il sentierino sul filo della morena, ma a scendere tagliando il suo fianco (grande ometto), procedendo in direzione di una fascia di grandi roccioni rossastri levigati.


Sentiero glaciologico

Dopo l’iniziale discesa, cominciamo a salire gradualmente, in direzione sud-sud-est, fino alla base di un canalone di sfasciumi, che il sentiero affronta con quale zigzag. Qui è necessaria un po’ di attenzione, perché, soprattutto nel primo tratto sotto una pellicola di fango si cela neve ghiacciata. Con un po’ di fatica siamo, infine, all’ampia piana a monte de roccioni. Qui, seguendo i segnavia, pieghiamo leggermente a destra e passiamo a sinistra di una pozza. A questo punto dobbiamo decidere se proseguire per via spedita, oppure prendere a sinistra ed approssimarci al gigante di ghiaccio sfruttando la vicina morena, per poi tornare al punto di partenza. In entrambi i casi, dovremo passare per i due ponti tibetani. Il primo, lo Tzijjy Bridge (2009), è il più emozionante: scavalca le acque del Frodolfo proprio nel punto in cui si avventano rabbiose contro una stretta gola. Non potremo non pensare che se per qualche motivo cede, siamo persi. Procediamo con calma, per evitare il mal di mare (il ponte è, infatti, elastico, ed oscilla). Sul lato opposto, ci attende un secondo e più piccolo ponte, il ponte dell’Elfo. Qui l’emozione è minore, ed il pensiero è all’intrusione di quest’essere della mitologia nordica in un ambiente legato ad un immaginario diverso. Sì, perché questo è il regno non degli Elfi, ma dei Maghèt, piccoli folletti dispettosi anzichenò, dediti alla ricerca dell’oro in arcane miniere, cui si devono anche le piene rovinose del Frodolfo. Sicuramente non l’hanno presa bene questa storia degli Elfi.


Ponte tibetano

Superato anche questo ramo del Frodolfo, saliamo ancora per un breve tratto, in una sorta di corridoio fra rocce rossastre levigate dall’azione millenaria del ghiacciaio (che per ora ha lasciato la presa, ma, visti i cicli climatici, con tutta probabilità tornerà a lavorare su queste rocce). Inizia, quindi, la discesa, nel primo tratto fra roccioni, poi su terreno morenico. Qualche tornante ci fa perdere rapidamente quota e ci porta all’ampia piana alla quale intercettiamo il sentiero glaciologico basso, che prosegue nella discesa restando a sinistra del torrente Frodolfo, fino al ponte che ci permette di traversare in prossimità del parcheggio al quale abbiamo lasciato l’automobile. Per questa via siamo tornati in poco più di due ore dal rifugio al parcheggio (il dislivello approssimativo in salita è di 120 metri).


Torrente Frodolfo

[Torna ad inizio pagina]

APPENDICE: L'ABATE STOPPANI AL GHIACCIAIO DEI FORNI, UN SECOLO E MEZZO FA

Tutti conoscono il significato dell’espressione “il bel paese”, e molti la utilizzano, con maggiore o minore ironia, quando parlano dell’Italia. Ben pochi sanno, però, quale sia la sua origine: essa si riferisce al titolo di un’opera di una delle più interessanti figure della geologia italiana ottocentesca, l’abate Antonio Stoppani (1824-1891), che fu anche sacerdote, patriota ed appassionato di glaciologia. In quest’opera descrisse, in altrettante serate, trentaquattro itinerari esemplificativi della bellezza naturalistica dei paesaggi italiani, immaginando di doverli raccontare, con linguaggio semplice e chiaro, ai nipoti. La quarta serata è dedicata alla spiegazione di cosa sia un ghiacciaio ed al racconto di una visita al ghiacciaio dei Forni, conclusa con una serata passata in una baita, grazie all'ospitalità di una famiglia di montanari di cui offre una vivissima descrizione. Eccone, con qualche selezione, il testo.


Ghiacciaio dei Forni

“Le acque ferruginose di Santa Caterina, che godono di sì meritata celebrità, scaturiscono a 1853 metri sul livello del mare, dal fondo piano della valle del Frodolfo. È questo un torrente, nudrito dai ghiacci eterni delle circostanti montagne, che mette foce nell’Adda, non troppo lungi dalle sue sorgenti, in vicinanza di Bormio. La valle che da Bormio mette alle acque, ricca di colli dapprima e sparsa di paeselli, si stringe poi fra le rupi e gli abeti, né manca certo di una certa amenità che ricorda le vallate svizzere. Si riapre quindi, formando una specie di fondo cieco o bacino, il cui piano, occupato in parte dalle sterili alluvioni del Frodolfo, in parte da pascoli torbosi, in parte da ombrose macchie, è seminato di casolari, tra i quali si distingue, più per la mole che per l’eleganza, lo Stabilimento, cioè l’albergo ove, nei tre mesi più caldi, si raccolgono quanti vanno a far prova di quelle linfe portentose…


Ghiacciaio dei Forni

Si attraversano i piani erbosi solcati dal Frodolfo, e cominciamo la salita sulla destra del fiume, internandoci in una valle che si va facendo sempre più oscura ed angusta. Mentre il paesista ammirerebbe  i nudi scogli, sporgenti dalle macchie di abeti di continuo spruzzati da cascate argentine, il geologo sarebbe lieto di osservare quell’alternarsi di schisti a mille colori, di banchi di calcare saccaroide, di porfiri dioritici… Gli schisti sono sassi, ossia rocce, a straterelli lucenti, flessuosi, come formati di tanti fogli sovrapposti… Il porfido dioritico… è una certa roccia bigia, tutta disseminata di cristallini di colore verde cupo, composti di un minerale che si chiama anfibòlo…
Dopo un cammino di forse due ore, per un comodo sentiero che serpeggia entro i burroni, sostenuti talora da travi o da rozzi ponti di legno, quasi a volo sui precipizi, la valle sembra chiudersi interamente. Solo vedesi, giù in fondo a destra, da una gola angusta, spumeggiare il torrente. Eccoci ad una specie di barriera di rupi arrotondate e quasi lisciate, che nella morbidezza delle loro forme presentano il più sentito contrasto coi dirupi e colle vette ispide e acute, che sorgono ovunque all’ingiro. Esse accennano all’antica estensione del ghiacciajo, il quale, strisciandovi sopra in sua lenta mole, le rodeva come farebbe una lima, e le lisciava, come non può meglio il più abile lapidario. Scavalcata quella barriera, apresi d’un tratto, come per incanto, un ampio vano, un vasto bacino circondato da rupi inaccesse, da frane scoscese, da vette nevose, ed eccoci in faccia allo smisurato ghiacciajo, formante quasi l’arena di quell’immenso anfiteatro…
Immaginate un’ampia valle, cui fanno parete, dall’uno e dall’altro lato, rupi ignude, scoscese, talora a picco. Un maestoso fiume ne occupa tutto il fondo. Quel fiume è bianco, come la neve, sodo come il ghiaccio. È infatti un fiume di ghiaccio che scaturisce dagli immensi campi di nevi eterne, le quali rivestono le eccelse vette e colmano i vasti altipiani delle Alpi. E sembra anche al vederle, che quelle nevi eterne, con perpetua onda, si riversino nella immensa fiumana…


Ghiacciaio dei Forni

Sì, il ghiacciajo si può paragonare ad un fiume perché, fino a un certo punto, ha la natura e le proprietà di un fiume; perché come un fiume si muove… Discende, scorre, precipita giù per la valle come un torrente. Come un torrente rode le rupi, seco travolge i massi, rotola i ciotoli, si piega, serpeggia, ha le sue magre e le sue piene straripanti… Le più accurate esperienze furono istituite già da molti anni per determinare il movimento dei ghacciai, e si trovò che essi scorrono (salvo l’estrema lentezza) precisamente come  fiumi… Poiché il ghiaccio,  per quanto vi sembri sodo, è anch’esso pastoso, plastico diremo meglio. Il ghiaccio, o compresso o accumulato in gran copia in guisa da comprimersi da sé, si schiaccia senza rompersi, e scorre come una pece. Così il ghiaccio discende per la valle, così si insinua fra rupe e rupe, così si modella in ogni seno, in ogni anfrattuosità, così può gonfiarsi per aggiunta di nuovo ghiaccio, può straripare, può inondare, e produrrebbe davvero inondazioni spaventevoli, se il disgelo non lo arrestasse per la via, non molto al disotto del limite delle nevi perpetue. Anzi, volete sapere che cosa sia un ghiacciaio? Esso è un canale di scarico delle nevi eterne. Le nevi, sdrucciolando giù dalle vette, si accumulano nei più elevati bacini delle alpi. In questi bacini la neve si conglutina, formando un corpo solo, cioè il ghiacciajo, che, dotato di grande plasticità, si muove da sé giù per la china, riempiendo le valli finchè trovi tale temperatura che lo costringa a sciogliersi in acqua… Il ghiacciajo del Forno ajuterà un pochino anche lui a farvi comprendere il resto.
Esso non è al certo di quella grandezza che distingue i più colossali ghiacciai della Svizzera… E’ un bel ghiacciajo, peraltro, un ghiacciajo classico, tanto più interessante in quanto è uno dei pochi ghiacciai sui versanti italiani delle Alpi, che presenti in modo così perfetto il tipo dei ghiacciai alpini. Misura forse 500 metri nella sua massima larghezza e dal punto ove si stacca dai campi di neve percorre forse tre chilometri, prima di toccare il limite estremo dove si scioglie. D’ordinario chi dallo Stabilimento di Santa Caterina ascende a vedere il ghiacciajo, si contenta di contemplarlo dalla prima altura donde si domina in tutta la sua ampiezza. Questi credono di aver veduto un ghiacciajo, e non hanno visto che una nevicata sul fondo di una valle. No, voi non farete così. Per avere una giusta idea del mare, non basta contemplarlo dal lido; bisogna staccarsi dalle arene, pigliare il largo; sentirsi ridotto a proporzioni microscopiche in seno a quella immensità; fa d’uopo sentirsi orrendamente cullato da quelle montagne danzanti… Così è del ghiacciajo: per comprenderlo, per gustarlo, bisogna avventurarsi su quel mare gelato, misurarne l’ampiezza, riscontrarne ad uno ad uno i meravigliosi accidenti…


Ghiacciaio dei Forni

Ma ora risolviamoci a visitare partitamente il ghiacciajo, cominciando dalla porta…  Nelle giornate estive… il ghiacciajo si strugge rapidamente; l’acqua scorre sulla superficie, cola dai fianchi del ghiacciajo, ne penetra la massa che è assai porosa, tutta screpolata, percorsa da larghe fessure, da canali ramificati, e finisce a raccogliersi sul fondo della valle che serve anche di letto al ghiacciajo. Ne risulta un torrente più o meno voluminoso che, scorrendo per disotto al ghiacciajo, naturalmente viene a sbucare all’estremità inferiore di esso. Così la valle è occupata da due fiumi: l’uno di ghiaccio, sodo e lentissimo al disopra; l’altro d’acqua, scorrevole, velocissimo al disotto. Quel superfluo di calore, che può mantenere l’acqua riscaldata da’ cocenti raggi del sole, benchè abbia corso sopra un letto di ghiaccio, agisce anche al disotto del ghiaccio e lo scioglie. Perciò il torrente sbocca d’ordinario da una lunga galleria di ghiaccio, quasi un antro di puro cristallo e riflessi azzurrini, con tinte e sfumature sorprendenti, talora così vasto, così bizzarro da costituire da sé solo la parte più interessante o almeno più pittoresca del ghacciajo… Avete inteso che cos’è la porta del ghiacciajo? Quella del Forno vantava la sua fra le più stupende, ed è assai probabile che alla profondità della porta della appunto il poetico nome di Forno. Ma (credo sulla fine dell’anno precedente alla mia gita) nella più profonda oscurità della notte uno spaventoso scroscio echeggiò nella valle. La volta di ghiaccio si era sfondata. I suoi ruderi, rappresentati da enormi masse di ghiaccio, venivano travolti dal torrente. Accavallandosi l’un sull’altro, o incastonandosi nell’angusta gola in cui si getta il Frodolfo al suo sbucar dal ghacciajo, lo forzavano a rifluire sopra se stesso, finchè fosse gonfio abbastanza per forzare, abbattere e giù travolgere quelle sbarre improvvisate. Il piano di Santa Caterina venne, benchè senza molto danno, inondato; e i signori beventi, levatisi la mattina, videro estatici il piano tutto sparso di massi di ghiaccio. Il più allegro in quell’occasione fu l’oste, il quale non tardò ad approfittarsi di quella grazia di Dio per rifornire con poca spesa le esauste ghiacciaje. Ma il ghiacciajo del Forno aveva perduto il suo principale ornamento. Quando lo visitai nel 1864 nuove rovine l’avevano ancor più danneggiato…


Torrente Frodolfo

Per avanzarci sul ghiacciajo dovremo scavalcare la morena frontale… Dai monti che sovrastano al ghiacciajo continuamente si spiccano e massi e frane e sfasciume d’ogni sorta. Il tutto si arresta naturalmente sui lembi laterali dello stesso ghiacciajo. Per certe leggi, che sarebbe troppo lungo spiegare, quei cumuli di detrito si accrescono da monte a valle, cioè man mano che vengono in giù  col ghiacciajo, ed attingono il loro massimo sviluppo nella parte estrema del ghiacciajo stesso, di cui recingono i fianchi e la fronte. Così nascono certe colline lineari di massi e di fango che diconsi morene… Il ghiacciajo del Forno vanta un magnifico e regolarissimo sistema di morene, compresavi una poderosa morena mediana, per cui esso è come diviso in due per il lungo, mediante una collina di massi, di ciottoli, di fango, di tritume d’ogni specie.
Scavalcata dunque la morena frontale, camminiamo sul ghiaccio, sul nudo ghiaccio, bianco, poroso, scabro. Da principio il ghiacciajo presenta un piano inclinato, facile, unito, dove si cammina così bene e con egual sicurezza come sul lastricato di Porta Venezia. Ma ben presto la superficie offre mille curiosi accidenti, e si comincia a gustare ciò che è veramente un ghiacciajo. Se da lungi questo non vi sembrava che una grossa nevicata, ora vi credete in un piccolo mondo nuovo, sopra una terra di cristallo, che ha anch’essa i suoi monti, le sue valli, i suoi piani, i suoi burroni, i suoi fiumi, i suoi laghi. Mille limpidi ruscelli serpeggiano nei vitrei letti e insieme confluendo, danno vita a torrentelli che o si versano sui fianchi del ghiacciajo, o vi sfuggono d’improvviso, precipitandosi entro angusti pozzi d’ignota profondità da loro stessi scavati nelle viscere del ghiaccio. Talora l’acqua stagna entro piccoli bacini di forma ellittica che, rappresi dal gelo notturno per effetto della cristallizzazione, disegnano una rosa di terso cristallo entro l’informe massa di ghiaccio. Poderosi massi vedonsi a perpendicolo sovra piramidi di ghiaccio. Meravigliosi sovra ogni altro accidente del ghiacciajo sono gli enormi crepacci che ne lacerano i fianchi. Spesso vi credete di camminare in piena sicurtà sul piano gelato, e vi trovate d’improvviso sull’orlo di un abisso. Una fessura stretta, lunga, profonda, minaccia d’inghiottirvi. Appuntando ben fermo un piede avanti e l’altro indietro, appoggiati al bastone conficcato nel saldo ghiaccio, voi sporgete il capo sull’abisso, e ficcate in fondo lo sguardo pauroso. Che meraviglia! E’ un abisso di cristallo. Il ghiaccio, bianco sugli orli, assume più basso una vaghissima tinta verdiccia e cilestrina, che cresce gradatamente dal cilestro all’azzurro, dall’azzurro all’indaco, dall’indaco al nero, e poi tutto si perde nelle tenebre che riempiono il fondo dell’abisso. Quelle fessure profonde talora centinaia di metri sono, come dissi, veri crepacci. Il ghiaccio, squilibrandosi nei suoi movimenti, è vinto talora dall’enorme tensione, e si spezza… Per quelle fessure non passerebbe un foglio di carta. Si allargano, poi, ma lentamente, insensibilmente, e ci vogliono dei mesi, forse degli anni perché una crepatura diventi un crepaccio e un crepaccio una voragine… Il pericolo maggiore per chi si arrischia sui ghiacciai sta appunto in questi crepacci, soprattutto quando (come spesso avviene anche nella stagione estiva), quegli abissi sono mascherati dalla neve caduta di fresco, che agglutinandosi è capace di gettarsi sospesa a guisa di ponte sul vano di quelle voragini…


Torrente Frodolfo

Era nostra intenzione spingerci sino alle origini del ghiacciajo, cioè fin là ove il ghiaccio dà luogo alla gramolata (la névée dei Francesi e il firn dei Tedeschi), ossia alla neve ghiacciata, la quale poi, sempre ascendendo, lascia il campo alla neve farinosa costituente le vere nevi perpetue. Ma il tempo già nebbioso continuava a caricarsi. In breve ci fu sopra la pioggia. Riguadagnammo allora a marcia forzata il lembo del ghiacciajo, cercando riparo in un piccolo gruppo di capanne che gli sta di fronte sul pendio…
La capanna, o come la chiamano colà, la baita ove pigliammo alloggio non differenzia per nulla dalle mille che si trovano sparse sulle alture di Lombardia. Un largo quadrato, con un po’ di muratura alla base; il resto costrutto con tronchi d’abete. Una tettoja di tavole a capanna, di cui l’uno e l’altro piovente quasi toccano a terra. L’interno è divido in due scompartimenti: il primo suddiviso da un tramezzo, che lascia sull’ingresso una specie di pianerottolo, ove si accende il fuoco per gli usi domestici, ma specialmente per coagularvi il latte, come lo attesta il pentolone di rame pendente da un braccio di leva, imperniato nel suolo da una parte e nella muraglia, mediante un anello, dall’altra. Il resto di quel primo scompartimento serve da fienile. Il secondo, assai più vasto, serve da cucina, da salle à manger, da sala di ricevimento, da camera da letto: è insomma l’appartamento della famiglia; se vuolsi della tribù. Il fuoco si accende nel bel mezzo della camera… Il fumo vi è libero come l’aria, … riempie tutti i vacui dell’appartamento,… s’insinua per la bocca e per le narici nei polmoni, muove agli occhi atrocissimi assalti. Per buona sorte il fumo, come più leggero dell’aria, tende a levarsi in alto ed a fuggire dalle fessure di cui a dovizia sono forniti il tetto e le pareti; quindi rimane pur sempre, fino a breve altezza dal suolo, uno strato d’aria più respirabile. Seduti in terra o sui nani sgabelli, potevamo quindi godere liberamente della scena che si svolgeva davanti. Un pentolone era al fuoco, e vi bolliva una specie di caos che doveva poscia convertirsi in una zuppa per la famiglia. In una pentola accanto al pentolone si cullava una gallina che, poveretta!, tranquillamente invecchiata sulle Alpi, non si aspettava al certo di esser vittima dell’appetito di gente barbara venuta dal piano.


Torrente Frodolfo

La pioggia aveva radunata anzi tempo tutta la tribù. Al chiaror delle fiamme e di mezzo alla nube vorticosa di fumo, come si dipingono le divinità dell’Olimpo, svolgevansi ad una ad una le interessanti figure di quei montanari, che in diverse positure distribuiti nei diversi angoli, ci contemplavano silenziosi, con quell’aria di benessere, di curiosità discreta e di franco riserbo, che distingue il montanaro vivace e intelligente dai contadini tardi, ottusi e malaticci delle nostre basse. Appoggiato il gomito destro a rozza tavola, e la testa alla palma, sedeva il capo di casa: brizzolato il folto crine dalla prima canizie, ma con tutto il vigore della virilità dipinto sul viso. La moglie, intesa ad ammanirci la cena, sembrava più vecchia del marito, benchè certo nol fosse. Le donne in montagna sono troppo spesso sottoposte a lavori sproporzionati alle forze del loro sesso: in troppi luoghi, lo dirà francamente, ho visto la donna sostituita alla bestia da soma: è uno spettacolo che mi ha sempre rattristato nelle mie gite in montagna: la giovinezza è quindi assai breve, benchè forse non sia perciò minore la longevità… Un giovinotto di forse vent’anni, di forme assai robuste, sedeva accosciato a terra in un angolo, con un certo fare noncurante che non accennava a sprezzo, ma a spirito indipendente. Era il maggiore della casa, la speranza del padre e l’ambizione della mamma. Ritto davanti al focolare un pacchierotto di forse dieci anni, tondo e pacifico colle mani in tasca, teneva d’occhio la pentola. La macchietta più viva del quadro era una bambina di circa nove anni; capelli biondi finissimi, liberi di subire tutti i capricci di una testolina che non istava mai ferma un attimo; due occhietti splendidi come due stelle, realizzazione anch’essi del moto perpetuo; due guance paffutelle, sode come il marmo e tinte di rosso, ma non di quel rosso incarnatino, pallido, morbido, che scompare ad ogni alito sulle guance delle nostre bambine profilate; ma un rosso vivido, ruvidetto, tra il carmino e il minio. Per una strana antinomia, la bambina si chiamava Prudenza. Ritrosa e selvatichezza dapprima, era in brevi istanti passata alla massima dimestichezza, e non v’era mattezza a cui venisse meno. Non così la sorella maggiore, ritta e contegnosa nell’angolo più riposto, della quale vi risparmierò la descrizione, dicendovi soltanto che, salvo la vivacità, era il megascopio della minore. Non vi dirò di altre persone, o famigli, od ospiti, o parenti, che formavano il fondo del quadro. La sera fu lieta; la cena deliziosa; la conversazione piacevole. Le meraviglie della città, le ferrovie, un po’ di politica, ecc. ..., erano i temi a cui quella buona gente pigliava maggior interesse.

Intanto la notte era scesa nera, profonda; il fuoco si era ridotto ad alcuni stizzi fumanti; la conversazione languiva. Morfeo, assai precoce in montagna, ripigliava i suoi diritti, e la camera rimaneva deserta, ma mano che si popolava il fienile. Noi fummo naturalmente fra i pochi privilegiati a cui si serbavano gli scarsi pagliericci che coprivano il fondo di tre fusti, o, per vero dire, di tre cassoni. Pigliai anch’io una limitatissima porzione di uno di essi, dove se, dopo prove e riprove, non mi addormentai, almeno riuscii a compormi in tale stato ch’era molto simile al dormire.”

[Torna ad inizio pagina]

LA PIU' ALTA BATTAGLIA DELLA STORIA, SULLA CIMA DEL SAN MATTEO

Dal rifugio si può distinguere, guardando alla sommità del ghiacciaio dei Forni, l’arrotondata cima del San Matteo, che, non molti lo sanno, fu teatro della più alta battaglia della storia, quantomeno di quella europea, la battaglia che si combattè il 13 agosto del 1918 fra gli Alpini e le truppe austriache. Ne parla Bruno Credaro nel bel volumetto “Ascensioni celebri sulle Retiche e sulle Orobie”, edito dalla Banca Popolare di Sondrio nel 1964:


Valle dei Forni

“L'alto pianoro glaciale tra il Tresero e il S. Matteo, doveva vedere, nell'ultimo anno della guerra, lo sviluppo di una vera battaglia che si concluse oltre i 3600 metri con la conquista appunto del S. Matteo. L'azione era stata preparata con molta cura; qui non si poteva agire di sorpresa, come al Gran Zebrù, perchè contro le forze rilevanti degli austriaci dovevano essere impiegate truppe altrettanto numerose.
I nostri alpini si ammassarono dietro lo sperone meridionale del Tresero; da quella posizione la mattina del 13 agosto 1918 cinque colonne partirono all'attacco: una di pochi uomini, al comando del sergente Caimi di Sondrio, doveva puntare direttamente alla cima del S. Matteo per l'aspra parete occidentale; la seconda colonna, comandata dal tenente G. Battista Compagnoni, doveva muovere alla sella tra il S. Marco e il costone del monte Mantello; le altre tre dovevano attaccare quest'ultimo, dove le difese austriache erano particolarmente forti.
Alle quattro incominciano a sparare i cannoni con un fuoco intensissimo, a protezione delle colonne che già al buio si erano portate sotto le posizioni nemiche. Alle undici la pattuglia Caimi era sulla cima del S. Matteo e pochi minuti dopo vi arrivava il Compagnoni, che nell'azione restava ferito. Egli, oltrepassando la sella, si era portato sulle rocce della parete meridionale della vetta; da quella posizione aveva battuto sul rovescio le posizioni nemiche del Mantello, determinandone il crollo; poi aveva proseguito con il suo plotone, arrivando rapidamente sulla cima.


Ghiacciaio dei Forni

Così anche il monte più alto della lunga cresta a sud del Cevedale era conquistato. Ma la posizione era troppo importante perchè gli austriaci non reagissero e incomincio allora il tormento dei bombardamenti quotidiani. Le truppe che erano andate all'assalto erano state sostituite dopo il primo giorno dalla compagnia del capitano Berni e a lui e ai suoi alpini toccò di apprestare le difese per il contrattacco che non sarebbe mancato.
Dana vetta del S. Matteo si stende in lento declivio un ampio pianoro di ghiaccio, che va fino al monte Giumella. Nel ghiaccio, subito sotto la vetta, fu scavato un trincerone, caposaldo della difesa. Pareva preparato per una festa, con quelle pareti azzurre e scintillanti, con quella luce diafana che entrando dalle brevi aperture creava un mondo di sogno. In realtà era una trincea pronta a ricevere la visita di sorella Morte, come le altre innumerevoli che correvano fino alla foce del Piave. Solo mancava il fango: qui la Morte sarebbe arrivata nella grande luce della montagna, vestita di Bianco e di azzurro. E avrebbe, tra quei prodi, scelto i suoi.
Venne un mattino, annunciata, come negli incantesimi, dai tuoni e dai lampi delle bombarde; enormi blocchi di ghiaccio venivano staccati dalle granate e crollavano nel trincerone. Il capitano Berni era nel punto più esposto, quando una franata di ghiaccio lo seppellì in quella tomba di cristallo, the diventò per sempre la sua tomba. E bene fecero gli amici a lasciarlo, perchè non avrebbe desiderato altro posto per quel suo corpo atletico che racchiudeva l'animo e i sogni di un fanciullo decenne.
Dicono che i ghiacciai nella loro lenta discesa a valle restituiscono talora i corpi degli alpinisti caduti nei crepacci. Molti anni or sono due affiorarono alla bocca di un ghiacciaio delMonte Bianco the erano caduti cinquant'anni prima; la montagna pietosa li aveva conservati in modo che parevano morti da un'ora.
Ma il capitano Berni resterà sulla sua montagna, perché la grande calotta del S. Marco riceve nuovi strati di ghiaccio nell'alterna vicenda delle stagioni, ma è immobile sopra le rocce che la sostengono. Una lapide ricorda agli alpinisti che vi salgono, the quella non e una cima come tutte le altre: e la nobile tomba di un alpino caduto per il suo Paese. E allora mi piace pensare che si smorzino le voci allegre e che il passo si faccia leggero per non turbare quel sacro riposo.”


Laghetto delle Rosole

LA LEGGENDA DELLE GUGLIE DEI FORNI

Più e più volte i forbaschi avevano sperimentato quanto potesse essere rovinosa la furia delle acque del Frodolfo. Ed allora un giorno convennero da tutta la Valfurva e tennero consiglio sul da farsi.  A qualcuno venne l’idea che in fondo il fiume non vien fuori dal nulla, ma dal ghiacciaio dei Forni, e che quindi a quello ci si doveva rivolgere per implorare che per il futuro alla valle fossero risparmiate le tragiche alluvioni. L’idea parve buona ed una delegazione eletta si incamminò su per la Valle dei Forni, fino alla località dei Forni, dove, in passato, giungeva la fronte dell’imponente ghiacciaio.


Valle dei Forni

Messo piede sui suoi primi lembi, gridarono, a gran voce, che desideravano avere udienza dallo Spirito del Ghiacciaio, che da sempre ne governa la vita e le vicende. Nessuna risposta. Non si persero d’animo, gridarono ancora ed ancora, finché una voce, sottile e dolce, rispose che lo Spirito non poteva ascoltarli, perché dormiva di quel sonno misterioso che rigenera nel profondo la linfa del ghiacciaio. Era la voce della pronipote dello Spirito, gentile creatura che gli uomini chiamavano Reginetta Blu, cioè la giovane regina che viveva nei riflessi azzurrini ed indaco del grande ghiacciaio. Gli uomini di Valfurva esposero a lei il loro problema, raccontando di tanti lutti, di tante distruzioni, di tanti timori. Non ci vollero molte parole per toccare nel profondo l’animo della figlia dei ghiacci. Ma che poteva fare? Non svegliare lo Spirito, questo non era possibile. Non disporre della vita del ghiacciaio, di questo non era capace. Pensò, allora, che l’acqua del Frodolfo vien fuori dal sole, che la strappa ai ghiacci con il suo morso implacabile. Il sole avrebbe potuto, dunque, in qualche modo regolare la furia del torrente. Pensiero ingenuo, ma nobilissimo. Per ingraziarsi il sole, la Reginetta decise di scarificare la sua stessa vita. Non si sottrasse alle sue lame di luce e ne venne liquefatta. Lo stesso fecero le sue numerosissime ancelle, che non potevano più vivere senza la grazia della loro signora. Tutto questo accadde fra il muto stupore degli uomini, che nulla poterono fare per impedirlo e dovettero tornarsene al fondovalle, muti e tristi.

Quando venne il tempo del risveglio, lo Spirito del Ghiacciaio venne a sapere quello che era successo. Ne fu sconvolto. Con dolore atroce pianse, e chiamò silfi, silfidi e folletti dei morti attorno a sé, perché la fanciulla avesse il più solenne dei funerali. Così fu, e come segno della sepoltura vennero plasmati steli di ghiaccio, di tutte le forme, che con i loro bagliori ricordassero il sacrificio della Reginetta e delle sue ancelle. Agli uomini di Valfurva parvero, quegli steli, quasi braccia protese al cielo, quasi pinnacoli di una chiesa. Li battezzarono, dunque, “Guglie dei Forni”. Lo Spirito del Ghiacciaio non volle che il sacrificio della giovinetta fosse stato invano, e dispose che quelle guglie stessero a protezione della valle: di fronte ad esse la furia del Frodolfo, che fuoriesce da segreti canali nel cuore del ghiacciaio, si placava, e non vi furono più alluvioni in Valfurva. E così fu. Ma non per sempre. Purtroppo il crudele sole, non pago del sacrificio che gli era stato offerto, proseguì nella sua lotta contro il ghiacciaio. A nulla valse la resistenza dello Spirito: i ghiacci arretrarono, sempre di più. Le guglie furono abbattute, e di nuovo la valle tornò ad essere esposta alla furia delle acque del Frodolfo. Così è, ancora oggi.  


Ghiacciaio dei Forni

CARTA DEL PERCORSO sulla base della Swisstopo, che ne detiene il Copyright. Ho aggiunto alla carta alcuni toponimi ed una traccia rossa continua (carrozzabili, piste) o puntinata (mulattiere, sentieri). Apri qui la carta on-line

Copyright © 2003 - 2017 Massimo Dei Cas Designed by David Kohout