Traversata ai rifugi Casati-Guasti


Apri qui una panoramica della Val Cedec con il rifugio Pizzini-Frattola

Il rifugio Pizzini-Frattola (sito web: www.rifugiopizzini.it, con possibilità di prenotazione on-line), di proprietà del CAI di Milano, è gestito da Claudio e Mauro Compagnoni (tel. e fax: 0342 935513; tel.: 0342 945618). E' posto a 2706 metri, sulla soglia dell’ampio ripiano terminale della Val Cedec (laterale della Valle dei Forni), nello splendido scenario dominato dall’elegante ed imponente cono del Gran Zebrù, dal monte Cevedale e dal monte Pasquale. Sul nome di questa splendida valle, una delle più belle delle alpi valtellinesi, c’è da osservare che esso nasce da un’errata trascrizione del nome originale, che è Cédè: la pronuncia con la “c” finale, è, dunque, errata, anche se ormai è invalsa nell’uso e riportata dalle carte. Difficile è, poi, stabilire la sua origine: forse proviene da “ceda”, che significa siepe, recinto, luogo recintato.


Rifugio Pizzini-Frattola

Il rifugio venne edificato nel 1887 e denominato Capanna Cedec. Durante la Prima Guerra Mondiale, che vedeva il fronte snodarsi proprio sul filo di cresta che oggi fa da confine fra Lombardia e Trentino Alto Adige, quindi sulle celeberrime cime del Gran Zebrù e del Cevedale, venne distrutto da un colpo di mano austriaco, il 23 settembre del 1915: gli Austriaci, scesi dal monte Cevedale presero il rifugio e lo fecero saltare in aria. Un’appendice a questa incursione merita di essere raccontata. La colonna di 60 Austriaci scese fino all’albergo dei Forni, dove erano asserragliati 20 Alpini. Lo scopo era di distruggere anche questo edificio. Il sergente che li comandava intimò la resa, ma fu ucciso da una colpo sparato dal vicino crotto, dove i soldati italiani si erano asserragliati. La colonna austriaca scelse quindi di ripiegare, e nella tasca della giacca del sergente venne trovato un biglietto, su cui si leggeva: “Cari padri, care madri, cari fratelli, non abbiate paura del cannone italiano… Qui non ci manca niente fuori che l’acqua per lavarci, ma non fa niente perché speriamo di andare tutti i giorni a lavarci nel sangue di quella porca bestiolina traditora italiana…”
Una breve nota storica aiuta a capire meglio la situazione. L’esercito austriaco teneva una posizione nettamente migliore, che correva dal passo di Cevedale e dal Cevedale al monte Vioz, con punta avanzata il monte Pasquale. L’esercito italiano era invece schierato nella zona del Gavia ed in quella dei Forni; in Val Cedec teneva, appunto, la capanna Cedec ed il passo di Zebrù, puntando verso il Gran Zebrù. Questa superba cima fu teatro di una delle situazioni più singolari dell’intera guerra. La vetta fu sempre tenuta dagli Austriaci, ma il 30 maggio del 1915, a pochi giorni dalla dichiarazione di guerra, due alpini del Plotone Guide Ardite dello Zebrù, i bormini Tuana e Schivalocchi, riuscirono a salire fino a poche decine di metri dalla vetta sulla cresta di Solda, e lì costituirono una postazione chiamata “Nido d’aquila”, la più alta postazione italiana in tutta la guerra.


Rifugio Pizzini-Frattola e monte Pasquale

Per molti anni, dopo la guerra, del rifugio rimasero solo le poche macerie. La ricostruzione, per iniziativa di un gruppo di soci del CAI di Milano, venne nel 1926, e con essa la dedica alla memoria di Luigi Emilio Pizzini, eccellente alpinista loro amico. Questo spiega la scritta latina dipinta sulla facciata, “Bello dirutum, amicitia restitutum” (“distrutto dalla guerra, restituito dall’amicizia”). I soci lo donarono alla sezione CAI di Milano. Venne poi ristrutturato ed ampliato nel 1948 per iniziativa del CAI di Milano. Nel 1982 un nuovo ampliamento fu reso possibile dal lascito della signora Frattola, in memoria del marito, il generale degli alpini Carlo Fràttola, e di suo figlio Augusto, che era morto sulle cime di Lavaredo. Per questo la denominazione ufficiale divenne l’attuale, Pizzini-Fràttola.
Dopo l’ultima ristrutturazione del 2002, il rifugio dispone oggi di 100 posti letto in camerette, in parte con bagno sul piano ed in parte con bagno nelle camere. E' dotato anche di una sauna finlandese ed è aperto da marzo per lo sci alpinismo a settembre con un periodo di chiusura tra maggio e giugno. Dispone di un locale invernale, interamente in legno, lo Zeledria, inaugurato nel 1963 ed interamente rifatto nel 2002, sempre aperto (6 posti, dotazione di fornello a gas). Serve come punto di appoggio per ascensioni al Gran Zebrù per la via normale, al monte Cevedale, al monte Pasquale ed alle cime dei Forni, ma anche per traversate alla Val Zebrù, alla Valle di Solda, alla Val Martello, oltre che alla Valle dei Forni.

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ACCESSI

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Albergo Ghiacciaio dei Forni-Rifugio Pizzini-Frattola
2 h
520
T
Albergo Ghiacciaio dei Forni-Malga dei Forni-Rifugio Pizzini-Frattola
2 h e 15 min.
540
E
Albergo Ghiacciaio dei Forni-Baite dei Forni-Ruderi della caserma-Rifugio Pizzini-Frattola
2 h e 20 min.
550
E
SINTESI. All'ingresso di Santa Caterina Valfurva prendiamo a sinistra e percorriamo la strada della Valle dei Forni fino al suo termine. Parcheggiamo sotto il rifugio Ghiacciaio dei Forni (m. 2176) e ci incamminiamo sulla pista sterrata seguendo le segnalazioni per il rifugio Pizzini-Fràttola. Superato il torrente Cedec e la malga dei Forni, ignoriamo le deviazioni per il rifugio Branca e proseguiamo sulla pista che, volgendo a nord, ci porta al ponte della Girella (m. 2346). Proseguiamo nella salita sulla pista fino al ponticello in legno oltre io quale siamo ai 2706 metri del rifugio Pizzini-Fràttola.


Pista per il rifugio Pizzini-Frattola

La salita al rifugio è semplice ed ha come punto di partenza il parcheggio comunale nei pressi dell'Albergo "Ghiacciaio dei Forni", in Valle dei Forni (Valfurva). Imbocchiamo, a Bormio, la strada per la Valfurva ed il passo del Gavia (all'ingresso di Bormio si prende a destra, poi, dopo una curva a sinistra, si prosegue diritti, ignorando la deviazione sulla destra per Bormio 2000, e si giunge ad una strettoia, alla quale la strada, con semicurva a destra, esce dall'abitato di Bormio). Superati i nuclei contigui di S. Nicolò Valfurva e S. Antonio, proseguiamo fino a Santa Caterina Valfurva. Qui, prima di entrare in paese, troviamo subito, sulla sinistra, una strada che si stacca dalla statale per il Gavia (indicazione della Strada dei Forni). Lasciate alle spalle le ultime case del paese, la strada piega a sinistra e comincia a salire sul lato sinistro (per noi) della Valle dei Forni e porta, dopo 6 km, al parcheggio comunale nei pressi del rifugio-albergo Ghiacciaio dei Forni (m. 2176). Teniamo presente che la strada, in molti punti, è assai ripida, esposta e sprovvista di parapetti. Al suo termine, prendendo a sinistra si sale al parcheggio del rifugio-albergo, mentre scendendo a destra si può lasciare l'automobile all'ampio spiazzo del parcheggio comunale.
Lasciata qui l’automobile, dobbiamo scegliere quale, fra i tre itinerari di salita possibili, scegliere. Il più semplice segue interamente la carrozzabile sterrata (la “strada da li pizzini”, chiusa al traffico privato; è però possibile fruire del servizio di autotrasporto fino al rifugio Pizzini) che parte presso il parcheggio dell'Albergo-rifugio "Ghiacciaio dei Forni" (segnalazione). Dopo il primo tratto ripido, con pochi tornanti, la pista comincia a salire, con andamento abbastanza regolare, lungo la parte bassa del fianco occidentale (il sinistro, per noi) della Val Cedec, portando diritta al ponticello che precede il rifugio. Questa via di accesso è la più monotona, ma anche la più consigliabile a chi abbia qualche problema di resistenza fisica.


Gran Zebrù e Val Cedeh

Una variante di questa via, che la allunga di un po' ma la rende più varia, costituisce la seconda possibilità. In questo caso dalla spianata del parcheggio comunale non saliamo al parcheggio del Rifugio Albergo "Ghiacciaio dei Forni", ma ci portiamo sul suo limite, dove si trova un pannelo ed una serie di cartelli, che indicano a sinistra la direzione per il rifugio Pizzini, dato a 2 ore. Invece di seguirla, però, andiamo diritti, nella direzione dindicata dal cartello per il rifugio Branca. Superato un piccolo bacino artificiale, proseguiamo sulla pista e scavalchiamo, su un ponte, le impetuose acque del torrente Cedec, giungendo poi ad un bivio, con segnalazione: stando a destra si va al rifugio Branca, prendendo a sinistra si sale alla Malga dei Forni (data a 10 minuti) ed al rifugio Pizzini (dato ad un'ora e 40 minuti). Prendiamo, dunque, a sinistra, salendo verso la malga dei Forni (m. 2318).
Giunti alle baite della malga, proseguiamo verso sinistra, in leggera salita. La pista, poi, comincia a scendere gradualmante verso il fondo della Val Cedec e ci porta al ponte della Girella (m. 2346), al quale le acque del torrente Cedec giungono dopo un percorso a zig-zag che giustifica il nome. Dopo il ponte, la pista sale ad intercettare la pista principale sopra menzionata, che seguiamo fino al rifugio.


Baite dei Forni

La terza possibilità segue, infine, il sentiero (28 D) che corre a mezza costa sul versante occidentale della Val Cedec, quasi in parallelo, ma più in alto, rispetto alla carozzabile tradizionale di accesso. Si tratta del sentiero panoramico che spesso viene percorso da chi torna dal rifugio Pizzini all'Albergo-rifugio Ghiacciaio dei Forni. Se lo scegliamo per la salita, dobbiamo procedere così. Dal parcheggio comunale saliamo a quello dell'Albergo-rifugio dei Forni. In corrispondenza della partenza della carrozzabile, troviamo il cartello che indica la partenza del sentiero panoramico che passa per le baite dei Forni e le rovine della Caserma, per terminare al rifugio Pizzini.
Nel primo tratto il sentiero sale ripido, con diversi tornantini, fra placidi pini mughi, fino alle Baite dei Forni (m. 2389). Splendida e segnalata è la Baita del Bonét, costruita con la tecnica del Càrden o block-bau (le pareti sono costituite da tronchi che si incastrano negli angoli). Tagliata la pista che proviene, dalla nostra sinistra, dalla località Pradaccio (e confluisce nella carrozzabile dell'accesso "normale"), proseguiamo nella salita, fino ad affacciarci alla Val Cedec. Raggiungiamo una serie di ruderi di fortificazioni militari, che vediamo alla nostra destra, lungo il crinale che precede la piana che guarda alla testata della valle. La ragione della disposizione è chiara: poste appena sotto la linea del crinale, le fortificazioni non erano visibili dalla testata della valle, e quindi dalle truppe Austriache che vi erano asserragliate durante la Prima Guerra Mondiale. La più alta delle rovine, segnalata, è posta a quota 2547.


Resti di fortificazioni della I Guerra Mondiale

Il sentiero prosegue verso nord, e raggiunge la soglia dell'ampio e splendido altipiano che si stende fra la dorsale delle Cime dei Forni ed il fondovalle. La pendenza si addolcisce di molto, si procede quasi in falsopiano, passando a sinistra di un enorme masso-ricovero ed a destra di una malinconica pozza. Un forte senso di solitudine ci prende, ma lo sguardo ed i pensieri finiscono per essere attratti dal Gran Zebrù, signore di questa valle, che si staglia fiero e lontano proprio davanti ai nostri occhi.
Giunti al guado del Rin Grande, il maggiore dei torrentelli che solcano la piana, proseguiamo salendo ancora, sempre molto gradualmente, fino alla breve discesa che ci porta proprio faccia a faccia con il rifugio Pizzini-Frattola.
Le tre possibilità richiedono rispettivamente 2 ore, 2 ore ed un quarto e 2 ore e 20 minuti circa di tempo; il dislivello approssimativo in salita è di 520, 540 e 550 metri.


Monte Pasquale
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TRAVERSATA AL RIFUGIO BRANCA

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Rifugio Pizzini-Frattola-Rifugio Branca
1 h e 15 min.
40
E
SINTESI. Scendendo dal rifugio Pizzini-Frattola verso l’Albergo-rifugio dei Forni sulla carrozzabile, troviamo, dopo una quarto d’ora circa, sul lato sinistro alcuni cartelli, che segnalano, sulla sinistra, la partenza di una pista appena accennata che scende ad un ponte sul torrente Cedec. Scesi al ponte, prendiamo il marcato sentiero che prende a destra. Attraversata una pianetta acquitrinosa, cominciamo a salire fra pietraie e magri pascoli. Pieghiamo poi a destra, seguendo anche qualche raro segnavia bianco-rosso, e siamo ad un bivio, segnalato da cartelli, al quale andiamo a sinistra. Passati a lato di due belle pozze, adagiate nella conca, cominciamo la discesa verso il rifugio (che vedremo solo alla fine), affrontando due passaggi esposti, su roccette, con corrimano metallici che servono per affrontarli in sicurezza. Poi, si cala, senza ulteriori problemi, al piazzale del rifugio Branca (m. 2493 metri).

La più facile traversata che si può effettuare dal rifugio Pizzini-Frattola è, almeno sulla carta (perché poi, in effetti, richiede attenzione in alcuni passaggi) quella al rifugio Branca, posto alle soglie della parte superiore della Valle dei Forni. Scendendo verso l’Albergo-rifugio dei Forni sulla carrozzabile, troviamo, dopo una quarto d’ora circa, sul lato sinistro alcuni cartelli, che segnalano, sulla sinistra, la partenza di una pista appena accennata che scende ad un ponte sul torrente Cedec. Un cartello segnala che per questa via si giunge al rifugio Branca in un’ora oppure alla Malga dei Forni in 30 minuti.


Pozza sul sentiero rif. Pizzini-Frattola - rif. Branca

Scesi al ponte, prendiamo il marcato sentiero che prende a destra. Quasi subito troviamo altri cartelli, che ci confermano che procedendo diritti traversiamo al rifugio Branca (dato, però, qui a 40 minuti). Siamo sul sentiero 28 C e procediamo verso sud. Attraversata una pianetta acquitrinosa, cominciamo a salire fra pietraie e magri pascoli, tagliando il fianco occidentale del monte Pasquale (m. 3553), mentre alle nostre spalle la Val Cedec va gradualmente chiudendosi. Pieghiamo poi a destra, seguendo anche qualche raro segnavia bianco-rosso, e siamo ad un bivio, segnalato da cartelli: da destra ci raggiunge il sentiero che sale dalla Malga dei Forni: lo ignoriamo e proseguiamo diritti. In corrispondenza di un paletto con segnavia bianco-rosso, eccoci ad uno splendido dosso che si innalza, pianeggiante, sopra una conca allungata. Si apre davanti a noi l’ancora imponente ghiacciaio dei Forni, che da ora in poi dominerà il nostro orizzonte. Passati a destra di due belle pozze, adagiate nella conca, cominciamo la discesa verso il rifugio (che vedremo solo alla fine), affrontando due passaggi esposti, su roccette, con corrimano metallici che servono per affrontarli in sicurezza. Poi, si cala, senza ulteriori problemi, al piazzale del rifugio Branca (m. 2493 metri), dopo circa un’ora ed un quarto di cammino (il dislivello in altezza è di poche decine di metri).


Rifugio Branca

Dal rifugio ammiriamo lo splendido scenario dell’alta Valle dei Forni, ed in particolare il possente ghiacciaio del Forno, sovrastato dalla punta S. Matteo (m. 3684) e dal monte Vioz (m. 3645). Il ghiacciaio è uno dei più belli dell’arco alpino, ed è ancora imponente, nonostante, nell’arco degli ultimi 140 anni, si sia ritirato di oltre 2 km. Rappresenta, inoltre, un raro esempio, in territorio italiano, di ghiacciaio di tipo hymalaiano, in quanto la colata principale è alimentata da colate secondarie che provengono da altrettanti bacini nell’arco montuoso conosciuto come complesso delle Tredici Cime, dal monte Cevedale al pizzo Treséro.

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SALITA AL PASSO DEL CEVEDALE ED AI RIFUGI CASATI-GUASTI

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Rifugio Pizzini-Frattola - Rifugi Casati-Guasti
2 h
560
E
SINTESI. Dal rifugio Pizzini-Fràttola proseguiamo su una sterrata che si dirige verso la testata della valle, in direzione nord e poi nord-est, ignorando la deviazione a sinistra per i passi di Val Zebrù. Proseguiamo su terreno morenico, con qualche saliscendi, guadando un ramo del torrente e passando a destra (cioè a valle) del primo laghetto di Cedec, in direzione della testata che chiude la valle. Passiamo, quindi, a destra dell’edificio della teleferica che serve il passo e superiamo, su un ponticello in legno, il torrente che esce dal secondo laghetto di Cedec, raggiungendo, così, il punto nel quale parte il sentiero che porta al passo di Cevedale con molte serpentine e qualche tratto ripido, sul versante di sfasciumi sotto il passo. Un ultimo traverso a destra ci porta ai pochi tornanti che ci consentono di accedere al passo di Cevedale (m. 3266), al di là del quale, a breve distanza, si trova il grande edificio del rifugio Casati (m. 3254); alla sua sinistra, poco più in alto, l’edificio più piccolo del rifugio Guasti. Un tracciato di origine militare, che parte nei pressi del rifugio Guasti ci consente di superare gli ulteriori 100 metri o poco più di dislivello che ci separano del cupolone della cima di Solda (m. 3387) in 20-30 minuti.


Clicca qui per aprire una panoramica dal passo di Cevedale

Dal rifugio, in un paio d'ore circa, è possibile salire al passo di Cevedale ed ai vicini rifugi Casati-Guasti, per ammirare lo splendido scenario che si apre sulle alpi altoatesine, sul vicino monte Cevedale e sul Gran Zebrù, che domina sempre regalmente il panorama.
Per farlo dobbiamo procedere, su una sterrata, verso la testata della valle, in direzione nord e poi nord-est. Un cartello segnala la deviazione, sulla sinistra, del sentiero (“troj del pass Zebrù”) che porta al passo dello Zebrù (m. 3028) e che permette di scendere nella valle omonima, raggiungendo la Baita del Pastore o traversando ai rifugi Bertarelli-V Alpini.
Ignorata la deviazione, proseguiamo su terreno morenico, con qualche saliscendi, guadando un ramo del torrente e passando a destra (cioè a valle) del primo laghetto di Cedec, in direzione della testata che chiude la valle, mentre alla nostra destra si fa sempre più ampia la visuale della vedretta di Cedec, che scende, verso nord-est, dall’arrotondata cima del monte Pasquale (m. 3553), a destra, e dal monte Cevedale, a sinistra (m. 3769). Passiamo, quindi, a destra dell’edificio della teleferica che serve il passo e superiamo, su un ponticello in legno, il torrente che esce dal secondo laghetto di Cedec, raggiungendo, così, il punto nel quale parte il sentiero che porta al passo di Cevedale con molte serpentine e qualche tratto ripido, sul versante di sfasciumi sotto il passo.


Clicca qui per ingrandire una panoramica sulla val Cedec presa dal sentiero per il passo di Cevedale

Un ultimo traverso a destra ci porta ai pochi tornanti che ci consentono di accedere al passo (m. 3266), al di là del quale, a breve distanza, si trova il grande edificio del rifugio Casati (m. 3254); alla sua sinistra, poco più in alto, l’edificio più piccolo del rifugio Guasti. Alla nostra sinistra (nord-ovest), ancora più maestosa, se possibile, la torre del Gran Zebrù, a destra della quale (a nord del rifugio) si riconosce facilmente l’arrotondata cima di Solda. Alla nostra destra (sud-est), il grande ghiacciaio che sale fino alla cima del monte Cevedale, classica meta che si raggiunge con relativa facilità dal rifugio Casati (relativa facilità in quanto non comporta passaggi di arrampicata, in quanto avviene interamente su ghiacciaio; ciò non toglie che vada affrontata con tutte le cautele del caso – preparazione fisica adeguata, ramponi, piccozza, corda – e con l’ausilio di una guida).


Gran Zebrù, rifugio Casati-Guasti e cima di Solda

Restando nell’ambito dell’impegno escursionistico, è la cima di Solda a fare per noi: un tracciato di origine militare, che parte nei pressi del rifugio Guasti ci consente di superare gli ulteriori 100 metri o poco più di dislivello che ci separano da essa, in 20-30 minuti. Dalla cima il panorama si ampia verso nord-ovest, perché appare la più poderosa ed alta cima di questo gruppo, l’Ortles (o, in lingua tedesca, Ortler, m. 3905), con la luminosa vedretta di Solda che scende dalle sue pendici verso sud-est.
A conti fatti, questa facile ascensione richiede, dall’albergo dei Forni, 4 ore circa (ma il tempo varia sensibilmente in funzione dell’allenamento fisico); il dislivello approssimativo in altezza è di 1200 metri. Qualche ultima riflessione storica, al di là di quelle escursionistiche e paesaggistiche, si impone. Siamo, come già detto, in uno dei punti più nevralgici del lungo fronte che contrappose, durante la Prima Guerra Mondiale, l’esercito italiano e quello austro-ungarico.

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TRAVERSATA AL RIFUGIO V ALPINI PER IL PASSO DI VAL ZEBRU'

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Rifugio Pizzini-Frattola - Rifugio V Alpini
2 h
560
E
SINTESI. Un cartello nei pressi del rifugio Pizzini-Frattola, collocato vicino alla partenza della rotabile che scende a valle, indica la direzione (sentiero con numerazione 30) per i Passi Zebrù (dati a 50 minuti), la Baita del Pastore (data a 2 ore e 20 minuti), il rifugio V Alpini (dato a 2 ore e mezza) e Niblongo. Il sentiero sale verso destra, con direzione iniziale nord-ovest, rimontando le balze che guardano al rifugio Pizzini, fino ad approdare ad un’ampia piana, solcata dalle pigre acque che scendono dalla testata della valle. La traversiamo prendendo leggermente a sinistra (direzione ovest). Alcuni segnavia e massi a punta di lancia piantati nel terreno ci guidano nel facile percorso. Al termine della traversata siamo faccia a faccia con uno sperone roccioso che viene attaccato dal largo sentiero sul lato destro. Con rapide e ripide serpentine lo risaliamo, prestando attenzione al lato destro, in alcuni punti esposto. Alla fine della salita siamo ai piedi dell’ultimo strappo: prendendo a destra, con una diagonale, la traccia sale al passo di Val Zebrù (m. 3005) tagliando un nevaio o, a stagione avanzata, una fascia noiosa di sassi mobili. Nel primo tratto di discesa tagliamo verso destra (direzione nord), nel punto meno ripido fino alla conca sottostante il passo, per poi seguirne il contorno descrivendo un ampio arco verso sinistra. Dobbiamo poi guadare il torrentello che scende dalla vedretta della Miniera. Poco oltre, ad una quota approssimativa di 2500 metri, ci lascia, sulla sinistra, il sentiero che punta al fondovalle e conduce alla Baita del Pastore. Proseguiamo diritti (direzione nord-ovest) fino a raggiungere, dopo circa 3 km (lineari) dal passo di Zebrù, una spalla erbosa, oltre la quale il sentiero si affaccia al Vallone del Rio Maré. Qui pieghiamo a destra (direzione nord-est) e cominciamo a salire tagliando la sterminata colata di sfasciumi che la Cima della Miniera ha scaricato a valle, fino ad intercettare, dopo circa 700 metri (lineari), a quota 2750 metri, presso un grande masso, il sentiero che dalla Val Zebrù sale al rifugio V Alpini (cartelli escursionistici). Lo seguiamo, proseguendo nella salita e raggiungendo un grande sperone roccioso. Qui pieghiamo a destra, tagliando un nevaietto. Poco sopra torniamo a tagliarlo da destra a sinistra, poi pieghiamo ancora a destra, ed infine a sinistra, prima dell’ultimo traverso pianeggiante che ci permette di approdare, dopo aver attraversato le acque inquiete di un ramo del Rin Marè, la spianata del rifugio V Alpini, a 2877 metri di quota.


Apri qui una panoramica dal Passo di Val Zebrù

La traversata dalla Val Cedec alla Val Zebrù, per il passo (o passi) di Val Zebrù  è da annoverarsi fra le classi che assolute dell’alta Valtellina. Ne parla già la Guida alla Valtellina curata da Fabio Besta ed edita dal CAI di Sondrio, in questi termini (1884, II edizione): “Un più facile cammino tra la Valle Zebrù e quella di Cedeh è offerta dal passo Zebrù (3020 m.), a cui si giunge dalla Baita del Pastore risalendo tutta la valle. Giunti al fondo si può ascendere il ghiacciaio, in taluni punti erto, che conduce fino al colle, oppure prendere a destra, come fece lo Stoppani nel 1865, su per i ripidi detriti, poi lungo lo spigolo roccioso che rasenta la vedretta, in fine per morena e per l’ultimo lembo del ghiacciaio sopradetto. La discesa in Val Cedeh, per la vedretta da prima, poi per morene, non offre difficoltà. Il primo alpinista che attraversò questo passo venendo dalla Val Cedeh è stato, se ben ci apponiamo, l’illustre botanico Martino Anzi, nel 1864; l’anno dopo lo percorse da Val Zebrù una comitiva guidata dallo Stoppani, i, quale ci lasciò, nelle Serate dello Zio, una stupenda descrizione dell’arduo cammino.”
Ne è passata di acqua sotto i ponti da un secolo e mezzo circa a questa parte. Anche acqua che ha intaccato, come emorragia costante, la consistenza dei ghiacciai alpini. Risultato: il ghiacciaio in fondo alla Val Zebrù è ridotto ad un grande nevaio e la traversata comporta un impegno non più che escursionistico. A grandi linee, si sviluppa così. Un cartello nei pressi del rifugio Pizzini-Frattola, collocato vicino alla partenza della rotabile che scende a valle, indica la direzione (sentiero con numerazione 30) per i Passi Zebrù (dati a 50 minuti), la Baita del Pastore (data a 2 ore e 20 minuti), il rifugio V Alpini (dato a 2 ore e mezza) e Niblongo, cioè il parcheggio all’imbocco della Val Zebrù, dato a 4 ore e 20 minuti. Il sentiero sale verso destra, con direzione iniziale nord-ovest, rimontando le balze che guardano al rifugio Pizzini, fino ad approdare ad un’ampia piana, solcata dalle pigre acque che scendono dalla testata della valle. La traversiamo prendendo leggermente a sinistra (direzione ovest). Alcuni segnavia e massi a punta di lancia piantati nel terreno ci guidano nel facile percorso. Facile anche perché la meta è fin dall’inizio già ben visibile: si tratta della più bassa (e più a sinistra) delle ampie selle che chiudono la valle a nord-ovest. La duplice denominazione di “passo” e “passi” di Val Zebrù è spiegata dal fatto che anche le selle più a destra adducono all’alta Val Zebrù. Alla nostra destra il Gran Zebrù si conferma come signore incontrastato della valle. Al termine della traversata siamo faccia a faccia con uno sperone roccioso che viene attaccato dal largo sentiero sul lato destro. Con rapide e ripide serpentine lo risaliamo, prestando attenzione al lato destro, in alcuni punti esposto. Alla fine della salita siamo ai piedi dell’ultimo strappo: prendendo a destra, con una diagonale, la traccia sale al passo tagliando un nevaio o, a stagione avanzata, una fascia noiosa di sassi mobili.


Val Zebrù dal passo di Val Zebrù

Eccoci, infine, ai 3005 metri del Passo di Val Zebrù, dove si apre, splendida, la visione del versante settentrionale della Val Zebrù. Anche qui il Gran Zebrù si impone, anche occhieggiando, sovrano, alle spalle della rossa Cima della Miniera. Alla sua sinistra, una teoria di cime nben note agli appassionati dell’alpinismo, fra le quali spiccano il monte Zebrù, la cima Tuckett, l’Ortles, la Cina degli Spiriti ed il Monte Cristallo. Un cartello (con numerazione 529 e 529.1) dà il rifugio V Alpini a 2 ore e 20 minuti, la Baita del Pastore a 2 ore e Niblongo a 4 ore e 20 minuti. Siamo ora sul limite di quel poco che resta del ghiacciaio terminale della Val Zebrù, un gran nevaio ripido nel primo tratto, poi più dolce.
L’attenzione, dunque, è al primo tratto di discesa, che avviene tagliando a destra (direzione nord)  nel punto meno ripido fino alla conca sottostante il passo, per poi seguirne il contorno descrivendo un ampio arco verso sinistra. Dobbiamo ora guadare il torrentello che scende dalla vedretta della Miniera. Guardando in alto, vedremo quel che resta della vedretta della Miniera. La denominazione si riferisce ad una miniera di ferro abbandonata.
Il vallone che scende dalla vedretta è legato anche alla leggenda del cavaliere Johannes Zebrusius, da cui deriverebbe anche il nome della valle. A metà del secolo XII Johannes era feudatario della Gera d’Adda. Si innamorò di Armelinda, figlia di un castellano del Lario. Questa ricambiava il suo amore, ma il padre si oppose ad esso. Nella speranza di superare la sua ferma opposizione, Johannes decise di partire per la Crociata in Terrasanta, dove rimase quattro anni, combattendo con valore per difendere la fede cristiana. Tornato, seppe però che il padre non aveva cambiato idea, ed anche l’amata aveva tradito il giuramento di eterno amore, dandosi in sposa ad un castellano del milanese. Piegato dal dolore, giunse fino a questa valle e vi rimase trent’anni ed un giorno, vivendo nella solitudine e nelle preghiere. Prossimo alla morte, costruì un complesso congegno con tronchi di legno. Quando sentì giunta la sua ultima ora, si lasciò andare sui tronchi di quella triste macchina: il peso del suo corpo la mise in moto e fece calare sul moriente un enorme masso bianco, su cui era scritto “Joan(nes) Zebru(sius) a.d. MCCVII”. Il masso c'è ancora, lo si può osservare anche dalla Baita del Pastore. Seguendo a mezza costa l’andamento della valle, attraversiamo il torrentello che scende dalla vedretta della Miniera.
Ma torniamo alla traversata. Poco oltre, ad una quota approssimativa di 2500 metri, ci lascia, sulla sinistra, il sentiero che punta al fondovalle e conduce alla Baita del Pastore. Proseguiamo diritti (direzione nord-ovest) fino a raggiungere, dopo circa 3 km (lineari) dal passo di Zebrù, una spalla erbosa, oltre la quale il sentiero si affaccia al Vallone del Rio Maré. Qui pieghiamo a destra (direzione nord-est) e cominciamo a salire tagliando la sterminata colata di sfasciumi che la Cima della Miniera ha scaricato a valle, fino ad intercettare, dopo circa 700 metri (lineari), a quota 2750 metri, presso un grande masso, il sentiero che dalla Val Zebrù sale al rifugio V Alpini (cartelli escursionistici). Lo seguiamo, proseguendo nella salita e raggiungendo un grande sperone roccioso. Qui pieghiamo a destra, tagliando un nevaietto. Poco sopra torniamo a tagliarlo da destra a sinistra, poi pieghiamo ancora a destra, ed infine a sinistra, prima dell’ultimo traverso pianeggiante che ci permette di approdare, dopo aver attraversato le acque inquiete di un ramo del Rin Marè, la spianata del rifugio V Alpini, a 2877 metri di quota. Poco sotto, l’edificio del rifugio gemello, dedicato alla memoria di Guido Bertarelli. Siamo in cammino da circa 3 ore ed abbiamo superato un dislivello approssimativo in altezza di 730 metri.


Descrizione: D:\dvd\escursioni\valzebru\18pan_versante.jpg
Rifugio V Alpini

La storia del rifugio è antica ed illustre. Originariamente si chiamava capanna Milano, inaugurata il 24 agosto 1884, ampliata nel 1901 e, durante la Prima guerra mondiale, sede del comando di tutte le truppe italiane in Val Zebrù. L’esercito austro-ungarico la sottopose a ripetuti cannoneggiamenti, senza però riuscire mai a distruggerla. Nel 1919-20 la capanna venne restaurata dopo i danni subiti durante la guerra. Nel 1926 venne dedicata al V reggimento degli Alpini e nel 1928 ristrutturata dagli Alpini stessi. Nel 1969, infine, venne costruito il rifugio gemello dedicato a Guido Bertarelli, combattente nella Grande Guerra, scrittore di montagna e promotore della ristrutturazione del 1928. Attualmente il rifugio dispone di 60 posti letto (cui si aggiungono i 12 del Bertarelli), servizi igienici, acqua corrente, docce e servizio ristorante.
Ma cediamo di nuovo la parola alla Guida CAI del 1884, che, ovviamente, nulla sa di questi sviluppi, ma ci illustra, in sintesi, i primordi della sua storia: “In questi giorni appunto si sta ultimando la Capanna Milano (2842 m.) che la benemerita Sezione di Milano del C. A. I. ha fatta costruite sui fianchi del Zebrù, ai piedi di una rupe che interrompe, dopo mezz'ora di cammino dalla sua base, il ghiacciaio di Ramorè.
…Risalendo da S. Antonio o da S. Gottardo la Valle Zebrù, si arriva in meno di due ore alte Case di Zebrù, vasta alpe. …Continuando dalle Case di Zebrù a risalire la valle si giunge alla Baita del Pastore (2056 m.), e di là per la Valle del Ria­mare alla Capanna Milano (2842 m.). Questa capanna sarà d'ora in poi punto di partenza per le salite al Zebrù, al Gran Zebrù e all'Ortler-Spitz e per la traversata dei passi che mettono nelle valli di Trafoi e di Solda.”

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APPENDICE: L'ABATE STOPPANI AI PASSI DELLO ZEBRU', UN SECOLO E MEZZO FA

Tutti conoscono il significato dell’espressione “il bel paese”, e molti la utilizzano, con maggiore o minore ironia, quando parlano dell’Italia. Ben pochi sanno, però, quale sia la sua origine: essa si riferisce al titolo di un’opera di una delle più interessanti figure della geologia italiana ottocentesca, l’abate Antonio Stoppani (1824-1891), che fu anche sacerdote, patriota ed appassionato di glaciologia. In quest’opera descrisse, in altrettante serate, trentaquattro itinerari esemplificativi della bellezza naturalistica dei paesaggi italiani, immaginando di doverli raccontare, con linguaggio semplice e chiaro, ai nipoti. La quinta serata è dedicata al racconto dell’avventurosa salita, attraverso l’intera Val Zebrù, ai passi dello Zebrù, che si affacciano alla Val Cedec. Abbiamo detto che tale escursione rappresenta una validissima alternativa alla salita alla V Alpini (oppure un completamento della stessa), e può terminare con la facile e breve discesa al rifugio Pizzini-Frattola. Non fu così per lo Stoppani e per la sua comitiva, che si muovevano su un terreno caratterizzato, nella seconda metà dell’ottocento, da una presenza dei ghiaccai ben più significativa rispetto all’attuale, ed oltretutto in una giornata di tempo pessimo. Ecco come andò, nel racconto dell’abate stesso:
“La Valle del Zebrù é delimitata, a settentrione, dai contrafforti di M. Cristallo (m. 3431) che è al sud dello Stelvio, e da quelli di Dosso Reit (m. 3075); a mezzodì dalla catena del Confinale (m. 3370), che per mezzo della Cima del Forno (m. 3240) e del Passo Zebrù, si attacca al grandioso gruppo del Ortelio-Cevedale, quasi dividendolo per meta. La prima parte che comprende le vette dell'Ortelio (Ortler spitze), del Zebrù e della Konigspitze, tutte superiori ai 3700 metri, torna lo sfondo della Valle del Zebrù, ricca di ghiacciai, che però sono assai più sviluppati sull'opposto versante tirolese; la seconda parte, che si inizia al Passo Cedeh (m. 3271) e si prolunga fino al Corno dei Tre Signori (m. 3359), costituisce l'imponente sfondo della Val Furva, che a S. Caterina si parte nelle due valli di Gavia e del Forno, Questo sfondo che ha ghiacciai e vedrette più estese nel versante italiano, comprende il M. Cevc­dale (m. 3776), il M. Pasquale (m. 3557), il Pallon della Mare (3707), il M. Vioz (m. 3639), la Punta Pejo (m 3557), il Pizzo Tresèro (m. 3602) che sovrasta immediatamente al ghiacciaio del Forno unitamente al Pizzo S. Matteo (m. 3692) e i monti Ciumella e Mantello, che si elevano rispettivamente a 3599 e 3536 metri. Il torrente Frodolfo, che nasce in Val Gavia dal Lago Bianco, riceve a S. Antonio il Zebrù, che percorre la valle omonima, e si immette nell'Adda a valle di Bormio, presso il villaggio di S. Lucia…
Non spuntava ancor l'alba che la compagnia era già pronta. Il cielo s'andava rasserenando ed alla pioggia era succeduto il vento. La comitiva, divenuta più numerosa, era quindi più lieta. Per guadagnar tempo, una specie di omnibus ci conduce a Sant'Antonio dove lo Zebrù mette foce nel Frodolfo. Si ascende il pendio coperto di colti e di casolari, e in poco d'ora siamo all' ingresso della valle. La valle dello Zebrù è stretta, selvaggia, infossata tra due catene di montagne. Quella che la fiancheggia alla destra, non è che un'enorme scogliera, una parete a picco di nude calcaree, su cui a mala pena s' abbarbica uno sterpo. Alla sinistra i monti sono un po' più mossi, più docili, abbastanza ricchi di vegetazione; ma in complesso la valle riesce poco pittoresca e assai monotona,
fino al fondo, dove improvvisamente la salita si fa ripida, e la scena cambia interamente. Là vi porto immediatamente a risparmio di noje. La a valle, sempre angusta, là sembra chiudersi improvvisa. Una rupe, facendo da contrafforte alle montagne sulla sinistra, ove noi camminavamo, sin spinge fin quasi a toccare quelle sulla destra, in guisa che il torrente è stretto in una forra, d’onde sbuca che è tutto una spuma.
Fa d’uopo girare attorno a quella prima rupe, quindi ad altre, finché ci si apre allo sguardo un capace bacino, quasi in forma d’imbuto, circondato da rupi inaccesse, da vette biancheggianti di neve, d’onde discesero i ghiacciai a imponenti frastagli, che fan da corona al bacino, versandovi ciascuno, quasi altrettanti otri, un torrente. Nessuno di essi arriva però fino al fondo; nemmeno il principale, il primo che si incontra sulla sinistra.
Esso peraltro scende sì basso, e ci si attraversa sulla via di tal guisa, che è necessario o slanciarsi d'un salto oltre il torrente che ne sbocca, rigonfio dal più bel sole del pomeriggio, o attraversare più in alto lo stesso ghiacciaio, che offre una pendenza bastante per incutere qualche timore. I più destri lanciarono il salto, e furor di là; altri, ed io tra questi, attraversammo il ghiacciajo. Scavalcando in seguito un certo numero d' incomposte morene, ci portammo sulla destra della valle affatto sgombra di ghiaccio, dove comincia l'aspra salita che doveva condurci alla vetta, la quale ci stava già di fronte. Si camminava assai a disagio e sempre sopra cumuli incoerenti di macerie, quasi sopra un piccolo caos di massi d'ogni dimensione e d'ogni forma, che al mio occhio rappresentava il sistema delle morene invernali… I ghiacciai sono soggetti a sensibili oscillazioni: ora si avanzano, guadagnando terreno, ora si arretrano o sembrano arretrarsi. Prescindendo dalle grandi oscillazioni, per cui essi, in epoca assai lontana da noi, discesero dalle valli alpine, colmarono í nostri laghi, coprirono le nostre colline, ed invasero fino una parte delle nostre pianure, coperte allora dal mare, per ritirarsi quindi entro í loro attuali o attuali recessi....
Prescindendo dunque da quelle grandi oscillazioni a cui andarono soggetti i ghiacciai in tempi anche preistorici, e da altre meno considerevoli che ebbero luogo in tempi storici, sensibili oscillazioni corrispondono invariabilmente alle stagioni. D’inverno, non essendovi disgelo od essendovene ben poco, il ghiacciajo s’ingrossa e quindi avanza. D'estate al contrario, sotto la sferza del sole, vigorosissima anche in seno alle Alpi, il ghiacciajo s'impicciolisce e sembra, come dissi, ritirarsi. I piccoli ghiacciai presentano assai più sensibili tali oscillazioni annuali. Codesti ghiacciai possono d'inverno accrescersi rapidamente di estensione, ma, avendo poca profondità, ossia poca grossezza, sono in breve tempo disciolti durante la state, e quindi ridotti entro angusti confini... Io ritengo, per esempio, che i ghiacciai dello Zebrù debbano d'inverno discendere in modo. da coprire interamente il fondo del descritto bacino, lasciandovi, nella loro ritirata estiva, le morene che si avanzano, coll'avanzarsi del ghiacciajo, ma non possono con lui ritirarsi. Era su queste morene, ch'io chiamo invernali, che noi camminavamo.
Il salire si era fatto erto quanto mai si può dire; la fatica improba davvero. Ogni due o tre passi bisognava soffermarsi a pigliar fiato, quasi ci colpisse una sincope. Nelle alte regioni non è solo il lavoro dei muscoli che rende sì faticoso il salire. Ritengo che la rarefazione dell'aria, accelerando la respirazione, aumentando i battiti del cuore, producendo quello stato di parossismo, di vertigine, descritto da tutti i viaggiatori alpini, raddoppi quel senso di pena e di sfinimento che si prova pur sempre quando si sale. Forse era meglio ripassare sulla sinistra e seguire le vedrette che salivano fino al valico che dovevamo guadagnare, né io sarei lungi dal consigliarlo a chi volesse ripetere la nostra corsa.
Il pendio da quella parte è piuttosto ripido, ma non così che presenti, per mio avviso, né vero pericolo, né quelle difficoltà contro le quali noi dovemmo lottare tenendo la destra. Infatti, non lungi dalla vetta, ci trovammo di fronte ad una scogliera nuda, inaccessibile, che partendo dalle montagne di destra, finiva al lembo d' una vedretta, limitata in alto da rupi parimenti inaccessibili. Appariva soltanto ai limiti della scogli; verso il ghiacciaio una specie di vallone o piuttosto un canale, d'onda franavano i ruderi d'una enorme morena. dipendente dai ghiacciai della destra. Tra il canale e la vedretta, della quale parlai, sorgeva uno scoglio lungo, acuto a foggia di lama dentata. Volgemmo immediatamente il passo verso il canale, come ad unico punto accessibile. Ma il primo che si provò a salirvi ci rese accorti che era inutile, o almeno pericoloso, di ritentare la prova. Non si arrampicava due passi, che non ne discendesse sdrucciolando altrettanti; di più i massi che lo ingombravano, trovandosi su quel ripido pendio nella condizione del più mobile equilibrio, franavano al basso, con pericolo del salitore, e peggio de' sottostanti che avessero tentato di seguirlo. Parve migliore, anzi unico partito, attraversare la frana, e seguire, come meglio si poteva, quell'acuta lama di scoglio che fiancheggiava la vedretta. 

Qui un altro genere di difficoltà; la fatica dell'aggrapparsi mani e piedi, imposta dalla forma di quella rupe scoscesa e dentata, si raddoppiò per la natura mineralogica della roccia di cui era composta. Constava di uno schisto talcoso, cioè di una roccia fogliettata, composta in massima parte da talco, minerale assai molle, liscio, lucente, sdrucciolevole, untuoso al tatto come fosse sapone. Infatti quella varietà di schisto è detta steatite dai mineralogisti (stear in greco vuol dire lardo), e in commercio pietra saponaria. Afferravi con una mano una scheggia sporgente, e dessa si staccava; ti appuntavi con un piede, e ti sfuggiva come l'avessi posto sul ghiaccio. Infine fu un lavoro di mani e piedi, di ginocchia, di petto, un vero appiccarsi corpo a corpo alla roccia, quale non mi era toccato in mia vita giammai. Ecco, dicevo tra me, ecco il bell'imbroglio in che ci saremmo trovati jeri, quando ci fossimo ostinati a discendere da questa dopo che avessimo raggiunta la vetta dall'opposta parte. Era egli possibile infatti, con un vento impetuoso, in mezzo a turbini di neve, che tutti avrebbe ricoperti quegli scogli e quelle morene, con tutta la facilità di perder la tramontana, era egli possibile, ripeto, di cavarcela senza danno forse serissimo? Credo che anche il proposto dividesse i miei pensieri e le mie convinzioni.
Finalmente lo scoglio è superato, ed eccoci sulla morena stessa che franava nel canale. È un gigantesco cumulo di massi d’ogni forma, d’ogni dimensione, fra i quali spiccano abbondantissimi i pezzi di bianchissimo marmo saccaroide. Ma non ci era tempo a badarci. S’attraversava la morena, quindi una piccola vedretta, poscia di nuovo uno scoglio assai meno difficile del primo; ed eccoci davanti il sospirato valico che ci sovrasta di poche decine di metri. Non altro ce ne divideva che una porzione di pendio coperto di ghiaccio granuloso. Io lo riconobbi benissimo; era il formidabile piano inclinato che l’anno precedente ci aveva intimato il ritorno.
Ma esso aveva perduto ogni prestigio a petto delle difficoltà superate; d'altronde, salendo, non c'era più quell'effetto ottico che produce un ripido pendio misurato dall'alto. Anzi non ci parve vero di poter una volta camminar ritti sulle piante, e in fila serrata. Ricalcando le orme l'uno dell'altro per precauzione, e salendo a larghi zig-zag per diminuire la pendenza, in pochi minuti eravamo sulla cresta nel punto dove comincia la discesa. Il vento, che ci aveva disturbati nel salire e doveva esser più forte sulla vetta, aveva invece dato luogo alla calma; il sole splendeva verso tramonto; il cielo era di cristallo. Lo sguardo dominava le due valli! Spingendolo fin là d’onde si dipartiva dai vasti campi di eterne nevi e dalle serene vette che lo avevano generato; mentre, guardando a sinistra, vedevamo giù rovesciarsi dalle nevose cime, quasi gonfia fiumana divina in più rami e formante diverse cascate, i ghiacciai del passo Martello. Ma più di tutto meravigliose e meritevoli per sé sole della fatica che costa il guadagnare lo Zebrù, sono due gigantesche piramidi gemelle in cui si termina verso nord la scogliera sulla quale ci troviamo. L’una è tutta coperta di neve, l’altra quasi interamente nuda; eppure quella nuda interamente gareggia in bianchezza coll’altra vestita di neve; e il crederete facilmente, quando vi dirò che sulla prima i bellissimi calcari saccaroidi hanno sì grande sviluppo, che essa può ben dirsi una montagna di marmo bianco.
Non credete che sia postuma fantasia quando vi assicuro che lo svolgersi di quelle creste candidissime, frastagliate come da tante aguglie, mi ricordò vivamente il duomo di Milano. Ritengo che all'effetto che produce alla vista quella marmorea piramide debba il suo nome di monte Cristallo, che distingue con termine generico tutta la catena, la quale divide la valle dello Zebrù da quella per cui si sale al passo dello Stelvio.
Pieni, ma non sazi dell’incantevole spettacolo, e quasi ebbri del pensiero della vittoria, discendemmo a balzi nella valle del Frodolfo. Rasentando quella vedretta e quella frana così nefaste, ci pareva impossibile che ieri ci avessero dato tanto da fare. Ma altro è il mare che dorme a guisa di placida laguna, altro il mare furioso sotto gli impeti della tempesta.
Se vi troverete un giorno a Santa Caterina, non lasciate di valicare lo Zebrù. Scegliete peraltro una bella giornata. A tempo sereno quel passaggio non è che una generosa partita di piacere a cui può pigliar parte qualunque più mediocre salitor di montagne. Ma se il tempo è brutto, soprattutto se è turbinoso, può esporre a seri pericoli anche l’alpigiano più esperimentato. Tuttavia, anche col bel tempo, la prudenza ci vuole sempre.”

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IL GRAN ZEBRU', FRA STORIA E LEGGENDA


Gran Zebrù

Lo splendido scenario della Val Cedec, come abbiamo visto, è dominato dal regolare cono del Gran Zebrù, la cima denominata in lingua tedesca “Königspitze”, cioè la Cima del Re (m. 3859).
Questa denominazione, assai felice, esprime nel modo migliore la maestà di questa cima, che, soprattutto vista dalla val Cedec, colpisce per il suo innalzarsi solitario ed imponente in uno scenario ampio e solenne. Stupirà, quindi, sapere che la denominazione deriva da un grossolano errore dei topografi che trascrissero appunto in Königspitze la denominazione tirolese di “cunìgglspizze”, che, in realtà, non ha niente a che fare con “könig”, re, ma con “könich”, cioè con i cunicoli delle miniere scavate sul suo versante altoatesino. Non stupisce, invece, che su tale cima siano fiorite diverse leggende, alle quali possiamo pensare mentre i nostri passi ci avvicinano al rifugio Pizzini. È interessante osservare innanzitutto che cime come queste (turrite ed isolate) hanno dato luogo a leggende simili. In ambito valtellinese, è possibile accostare il Gran Zebrù al pizzo Scalino, in Valmalenco. Di entrambi, infatti, si racconta che non siano solo montagne, ma torri, nelle quali dimorano spiriti di cavalieri.
In particolare il Gran Zebrù sarebbe il castello degli spiriti buoni, posto al confine fra cielo e terra; qui le anime dei più valenti fra gli uomini dimorano felici, nell’attesa di salire al paradiso del sole. Il nome di questo castello deriverebbe, poi, dal principe che lo governa, il nobile cavaliere Johannes Zebrusius, sfortunato protagonista di una delle più commoventi storie d’amore che risalgono al medioevo. A metà del secolo XII Johannes era feudatario della Gera d’Adda e si innamorò di Armelinda, figlia di un castellano del Lario. Mentre questa dichiarava di ricambiare l’amore del cavaliere e gli prometteva eterna fedeltà, il padre si opponeva fermamente ad esso. Per il dolore, ma anche nella speranza di superare l’opposizione di questo padre, mettendosi in buona luce ai suoi occhi, Johannes decise di partire per la Crociata in Terrasanta, dove rimase quattro anni. Tornò, quindi, animato dalle migliori speranze, che però furono subito brutalmente deluse: non solo il padre non aveva cambiato idea, ma anche l’amata gli aveva voltato le spalle, accettando il matrimonio con un castellano del milanese. Piegato dal dolore, Johannes decise di abbandonare il mestiere delle armi e di farsi eremita. Salì, dunque, ai più remoti e solitari fra i monti, scegliendo come dimora la Val Zebrù, dove visse trent’anni ed un giorno nella solitudine e nelle preghiere. Quando sentì giunta la sua ultima ora, si lasciò andare sui tronchi di un congegno che lui stesso aveva preparato: il peso del suo corpo lo mise in moto e fece calare sul moriente un enorme masso bianco, su cui era scritto “Joan(nes) Zebru(sius) a.d. MCCVII”, che fu la sua tomba, e che si vede ancora dalla Baita del Pastore guardando verso il limite inferiore del ghiacciaio della Miniera.


Gran Zebrù

La sua vicenda divenne presto assai nota, e da lui la valle prese il nome. Ma la sua storia non finisce qui (sarebbe un finale davvero troppo triste!), perché il profondissimo dolore ed i lunghi anni di stenti, mortificazioni e preghiere lo avevano a tal punto purificato da farne un’anima meritevole di una sorte eminente: divenne, così, principe del castello dei grandi spiriti, il Gran Zebrù, appunto. Il nome di questo monte è, così, doppiamente legato a quello del cavaliere Zebrusius e, a quanto si dice, alla radice celtica “se” (“spirito buono”), congiunta con “bru” (abbreviazioni di “brugh”, che significa “rocca”, “luogo fortificato”).  Questo dice la leggenda (cfr. la raccolta “Leggende in Alta Valtellina”, a cura di Maria Pietrogiovanna, Valfurva, 1998).
Le ricerche etimologiche sembrano suggerire un’ipotesi diversa, agganciando “Zebrù” al latino “super”, avverbio che significa “sopra”, per cui lo Zebrù sarebbe la cima per eccellenza, la cima che sta sopra le altre montagne. Ipotesi, anche questa, in perfetto accordo con la sua aria maestosa e regale, che non è stata intaccata neppure dopo che, nel 1860, la sua cima venne calcata per la prima volta dall’alpinista Tuckett, il quale, nel rispetto della solennità della montagna, la salì senza ramponi.
Il Gran Zebrù. Foto di Massimo Dei Cas www.paesidivaltellina.itQuesta annotazione serve per passare dall'atmosfera sospesa della leggenda alla più dura prosa della storia, legata, come visto, alle vicende della Prima Guerra Mondiale. Le truppe austriache tenevano una posizione strategicamente migliore, controllando il crinale che, partendo dal Gran Zebrù e passando dalla cima di Solda, dal monte Cevedale, dal Palòn de la Mare e dal monte Vioz, arrivava alla punta S. Matteo, mentre le fortificazioni italiane si snodavano dalle cime dei Forni al Dosegù, passando dal Tresero e dalla punta Pedranzini. Riesce difficile immaginare come si potesse condurre una guerra in luoghi tanto maestosi e sublimi. Una guerra nella quale, oltretutto, due terzi delle vittime non furono legate a scontri fra soldati, ma al gelo, ai crepacci ed alle valanghe. Ma di questo ed altro è capace l’uomo.
Per meglio comprendere di quali gesti di eroismo quasi sovrumano furono testimoni le rocciose pendici del Gran Zebrù, riportiamo un passo tratto da “Storie di guide, alpinisti e cacciatori”, di Bruno Credaro, edito dalla banca Popolare di Sondrio.
"Quando al principio della guerra gli austriaci occuparono di sorpresa il passo dello Stelvio e lo Scorluzzo, i nostri alpini, per parare il colpo, dovettero conquistarsi posti di resistenza su quella lunga catena che, con quote sui 3500 metri, va dal Monte Cristallo alla Thurwieser, tutti monti che davano sulla valle Zebrù con pareti a picco di mille metri d'altezza…
A metà maggio del 1916 gli austriaci avevano occupato il Gran Zebrù, salendo dal non difficile pendio ghiacciato del fianco orientale. Dall'alto di quella vetta isolata a 3860 metri, dominavano un vastissimo orizzonte. A quell'impresa i nostri dovevano opporne una equivalente e cercare di issarsi sulla stessa cima a distanza minima: impresa disperata, perchè dal versante di val Zebrù la montagna s'innalzava con una paretaccia alta un migliaio di metri e di lì bisognava salire. La parete era solcata da un canalone ripidissimo, defilato però, almeno in alcuni tratti, al tiro dei nemici. Approfittando del tempo cattivo e della poca visibilità, gli alpini fissarono una corda sui primi trecento metri. Poi aspettarono il momento favorevole. Per l'azione erano stati scelti cinque: il sergente ente Giuseppe Tuana e i caporali maggiori Stefano Schivalocchi, Giuseppe Canalini, Nino Dell’Andrino e Severino Grenil; erano la punta di diamante di quelle truppe fortissime. Poichè le difficoltà alpinistiche erano almeno pari a quelle militari e si univano formando un terribile binomio, quei valorosi furono lasciati liberi dal comando di scegliere il giorno, o meglio la notte, per l'azione.
E così, quando le condizioni parvero meno avverse, una sera di giugno, appena l'oscurità fu quasi completa, partirono all'attacco, seguiti per i primi trecento metri di dislivello fin dove arrivava la corda fissa, da una squadra che portava materiali e munizioni: questi tornarono e i cinque si trovarono soli sulla grande parete. Incominciò allora la fase decisiva: una salita di settecento metri, già difficile in condizioni alpinistiche normali, che diventava snervante perchè si doveva compiere al buio, indovinando gli appigli, in parte su chiazze di neve gelata della quale, in quelle condizioni, non potevano giudicare l'inclinazione che risultava sempre fortissima; e tutto doveva essere fatto nel massimo silenzio. come nella fase di accostamento ai camosci e per ventura erano tutti cacciatori. Ma lassù non si trattava di camosci: erano canne di mitragliatrici, pronte a incominciare la loro canzone di morte al primo sospetto e sarebbero bastati un paio di razzi per svelare quei cinque ragni eroici che salivano su per il muraglione della König.
La grande padronanza dell'ambiente permetteva a loro di guadagnare rapidamente l'altezza e di risolvere con una notevole autonomia le difficoltà; si bisbigliavano di tanto in tanto qualche suggerimento, ma guai se uno fosse stato meno bravo e coraggioso degli altri.


Rifugio Piazzini-Frattola

Finalmente furono sulla cresta terminale, a meno di cento metri dal posto austriaco; si incastrarono nelle fessure della roccia, cercarono qualche risalto per metterci gli scarponi, scavarono il ghiaccio per crearsi ín qualche modo un riparo. E quando fu chiaro, sparando sulle sentinelle austriache, fecero sapere al nemico che ora sul Gran Zebrù c'erano anche loro. Nel corso di poche notti ebbero un po’ di rifornimento; riuscirono ad impiantare in un angolo morto una piccola baracca e tirarono fin lassù anche in filo telefonico.
Ma i telefoni intanto lavoravano dalla parte opposta e un giorno dalle postazioni nemiche incominciò un duro bombardamento, concentrato su quel minuscolo posto della cresta; a tenerlo erano ancora ín cinque: uno fu ucciso, un paio feriti; ma í nemici non osarono attaccare e coni quel punto altissimo fu tenuto fino alla vittoria. Ora sapete perché il Nino e il Trombinin, quando si incontrano, si abbracciano e si baciano e si guardano con un compiacimento estatico: come per persuadersi, ancora dopo tanti anni, che sono proprio usciti vivi da quella gloriosa e disperata impresa."


Monte Cevedale

E il Cevedale? Anche qui molto c'è da dire, fra storia e leggenda. Limitiamoci ad un'annotazione. Se il Gran Zebrù è il castello degli spiriti buoni, il Cevedale è la dimora delle più buone e nobili anime femminili, che vivono, beate, in un grande palazzo sotterraneo, tappezzato da tenero muschio e nascosto agli sguardi dalla perenne coltre di neve e ghiacci. Qualche volta, però, si mostrano agli occhi degli uomini, ed appaiono, per brevi istanti, nella luce abbagliante del ghiacciaio, con la veste candida ed i capelli ornati di fiori. Possiamo sempre tentare di fissare lo sguardo nella viva luce del ghiacciaio: se ne saremo degni, potremo per qualche attimo scorgere queste nobili figure (e se così avverrà, sarà forse per caso, dal momento che il nome tedesco del Cevedale è Zufalsspitze, cioè Cima del Caso - o anche del pericolo).

CARTA DEL PERCORSO sulla base della Swisstopo, che ne detiene il Copyright. Ho aggiunto alla carta alcuni toponimi ed una traccia rossa continua (carrozzabili, piste) o puntinata (mulattiere, sentieri). Apri qui la carta on-line

Mappa del percorso - particolare della carta tavola elaborata da Regione Lombardia e CAI (copyright 2006) e disponibile per il download dal sito di CHARTA ITINERUM - Alpi senza frontiere

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