CARTE DEI PERCORSI 1, 2, 3 - GALLERIA DI IMMAGINI - ALTRE ESCURSIONI A GEROLA ALTA


Il rifugio Falc

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Fra i rifugi che si raggiungono facilmente dalla Bocchetta di Trona e quindi dall'alta Val Gerola va annoverato il rifugio FALC (m. 2120, detto, dialettalmente, "cà dul bóla"), edificato dall'omonima Società Alpinistica milanese ed inaugurato il 18 settembre 1949. F.A.L.C. è un acronimo dell'espressione beneaugurante latina Ferant Alpes Laetitiam Cordibus, cioè Arrechino le Alpi gioia ai cuori. E' posto appena sotto la bocchetta di Varrone, molto frequentata, soprattutto dagli escursionisti che salgono al pizzo dei Tre Signori. Recentemente è stato significativamente ampliato rispetto alla struttura originaria.

Si può raggiungere il rifugio dalla Val Gerola attraverso due itinerari, entrambi molto interessanti. Il primo è quello che parte da Laveggiolo, passa per il rifugio Trona Soliva e la bocchetta di Trona, si affaccia all'alta Val Varrone e traversa al rifugio FALC. Il secondo parte dal Villaggio Pescegallo, sale ai laghi artificiali di Trona e d'Inferno e si pora alla bocchetta del Varrone, appena sotto la quale è, appunto, posto il rifugio.


Apri qui una fotomappa del rifugio FALC e dei suoi dintorni

LAVEGGIOLO-RIF. TRONA SOLIVA-BOCCHETTA DI TRONA-RIF. FALC

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Laveggiolo - Rif. Trona Soliva - Rif. FALC
2 h e 30 min.
700
E
SINTESI. Alla prima rotonda all'ingresso di Morbegno (per chi proviene da Milano) prendamo a destra ed alla successiva ancora a destra; dopo un ponte imbocchiamo la provinciale della Val Gerola, saliamo a Gerola Alta e all'uscita dal paese lasciamo la strada per Pescegallo per prendere a destra, imboccando la strada che termina a Laveggiolo, dove parcheggiamo (m. 1471). Ci incamminiamo sulla pista che procede verso ovest-sud-ovest, in direzione dell'imbocco della Val Vedrano, lasciandola però non appena vediamo sulla sinistra un sentiero che se ne stacca traversando più basso fino al torrente Vedrano, che supera su un ponticello, per poi salire sul versante opposto e tagliare più volte la pista. Alla fine restiamo sulla pista e giungiamo così alla casera quotata 1865 e proseguiamo sul tracciato che si inoltra nella valle della Pietra, in direzione del rifugio Trona Soliva. La traversata, con qualche saliscendi, ci porta al grande edificio del rifugio di Trona Soliva (m. 1907). Proseguiamo sul sentiero segnalato, verso sud-ovest. Ad un bivio segnalato ignoriamo il sentiero che traversa alla diga di Trona e stiamo a destra, sul sentiero che aggira un dosso e risale il vallone che adduce alla bocchetta di Trona (m. 2092). Qui prendiamo a sinistra (indicazioni per i rifugi FALC e Santa Rita) e cominciamo a traversare sulla parte alta della Val Varrone, fino a trovare l'indicazione per il rifugio FALC: qui lasciamo il sentiero per salire verso sinistra, seguendo i segnavia, fra facili rccette, fino a raggiungere, dopo pochi minuti, il rifugio FALC (m. 2120).


Il rifugio Trona Soliva

Il primo itinerario attraversa luoghi densi di bellezza naturale ma anche di suggestione storica. Non è azzardato affermare, infatti, che la bocchetta di Trona ("buchéta de Truna") è, dal punto di vista storico, il più importante fra i numerosi valichi che collegano i due versanti della lunga catena orobica. Tale importanza ha radici antichissime: di qui, infatti, passa quella via del Bitto che è stata, per molti secoli, la via di comunicazione terrestre più diretta e breve fra la Valtellina ed il basso Lario, il che vuol dire, poi, con Milano. Il suo primato cominciò ad essere intaccato solo in epoca medievale, con la costruzione di una strada sulla riva orientale del Lario, poi ampliata nel secolo XIX. Ma al tempo dei Romani questi temevano una calata dei barbari proprio da qui (e fortificarono diversi luoghi strategici della Valsassina), ed è a loro che risale la definizione di questo asse come “via gentium”, cioè via delle genti. Parrebbe strano, visto che si dipana nel cuore delle Orobie occidentali, fra Valsassina (o, più precisamente fra Val Troggia, Val Biandino ed alta Val Varrone) e Val Gerola, eppure è così.

Rifugio FALC

Qualche dato generale aiuta a comprendere l’importanza storica di questa direttrice. La via parte da Introbio, nel cuore della Valsassina, ma facilmente raggiungibile da Lecco (che dista circa 16 chilometri). Si sviluppa per 11,5 km da Introbio alla bocchetta di Trona (al confine fra le province di Bergamo e Sondrio), con un dislivello in salita di circa 1500 metri, e per 20 km dalla bocchetta di Trona a Morbegno, con un dislivello in discesa di circa 1900 metri effettivi (1800 sulla carta). In totale, 31,5 km circa, che, aggiunti ai 16 da Lecco ad Introbio, portano la distanza fra Lecco e Morbegno a 47,5 km.
Per la Via del Bitto, da Introbio, in Valsassina, a Morbegno passarono, nei secoli genti, mercanti ed eserciti. Fin dal primo apparire dei popoli che, salendo da sud, colonizzarono per primi questo questo lembo della catena orobica. Sembra che i primi siamo stati i Liguri, seguiti dai Celti e dagli Etruschi. Vennero, quindi, i Romani, ai tempi dell’imperatore Augusto. E, dopo di loro, venne la religione cristiana, predicata da S. Ermagora. Dopo la caduta dell’impero romano vennero i Goti, e dopo di loro i Longobardi, sconfitti dai Franchi: tutti passarono dalle valli orobiche, ed il valico della bocchetta di Trona era, fra tutti, il più praticato.

All’inizio del Quattrocento salirono dalla Val Varrone alla bocchetta di Trona truppe al soldo dei Rusconi di Como, ghibellini, per dar man forte alla loro fazione, prevalente a Morbegno e sulla sponda orobica della bassa Valtellina, contro la fazione guelfa, che prevaleva a Traona e sul versante retico: la loro calata in valle, però, venne bloccata dalla coalizione avversa, salita in Val Gerola. Nel 1431 fu la volta dei Veneziani, che, uniti ad un contingente di Valsassinesi, varcarono la bocchetta per scendere a conquistare la bassa Valtellina, possesso dei Visconti di Milano: furono però disastrosamente sconfitti nella sanguinosa battaglia di Delebio l’anno successivo, nel 1432. Passarono di qui, il secolo successivo, nel 1515, i mercenari svizzeri in rotta dopo la sconfitta subita nella battaglia di Melegnano da parte dei Francesi: scesi in bassa Valtellina, molti di loro riuscirono a riparare nella natia Svizzera.
Nel 1531 venne un esercito nella direzione opposta, cioè dalla bassa Valtellina: si trattava di 6000 uomini delle Tre Leghe, capitanati da Giorgio Vestari, che, per la Val Troggia scesero ad Introbio, tentando di conquistarla. Vanamente. Sempre dalla Valtellina salirono i funesti Lanzichenecchi, nell’anno più nero della storia di questa valle, perché vi portarono un’epidemia di peste che ridusse la sua popolazione complessiva a poco più di un quarto. Pochi anni dopo, nel 1635, furono gli Spagnoli in rotta, sconfitti dai Francesi a Morbegno in uno dei tanti fatti d’armi della fase valtellinese della Guerra dei Trent’Anni, a varcare la bocchetta di Trona per scendere in Val Varrone. Ed ecco subito dopo, l’anno successivo, che il francese Duca di Rohan, vincitore sugli Spagnoli, passò anch’egli di qui per calare poi in Valsassina ed assumerne il controllo. È l’ultimo transito significativo di armati. Poi più nulla. Ora passano solo i ben più miti escursionisti, lasciando impressioni ammirate ma anche, talvolta, qualche rifiuto davvero indesiderato.
Una nota linguistica: il toponimo "Trona" è, in questi luoghi, tanto diffuso da essere riferito, oltre alla bocchetta, ad un pizzo, ad un lago ed ad un'alpe; esso deriva da "truna", che significa "ricovero", "luogo riparato", ma anche "cunicolo", e si riferisce, qui, ai cunicoli delle miniere di ferro sfruttate in passato.


Pizzo Varrone

Vediamo ora come salire al rifugio di Trona Soliva ed alla bocchetta di Trona, per poi traversare facilmente al rifugio FALC.
Per raggiungere la bocchetta di Trona abbiamo due possibilità di fondo: una prima, più impegnativa, parte da Gerola e risale la valle della Pietra ("val de la Préda"), ed una seconda, più agevole, parte da Laveggiolo e passa per il rifugio di Trona Soliva. Raccontiamo la prima.
Portiamoci all’uscita di Gerola verso sud (alta valle) e, ignorata la deviazione sulla destra per le frazioni di Castello e di Laveggiolo (“Lavegiöl”), proseguiamo fino al ponte sul torrente che scende dalla valle della Pietra. Appena prima del ponte, stacchiamoci dalla strada sulla destra, percorrendo per un breve tratto una strada asfaltata che ci conduce ad un secondo ponte, superato il quale ci troviamo sul lato sinistro (per noi) della valle della Pietra. Percorriamo, così, per un buon tratto una bella mulattiera, fino ad intercettare una pista sterrata, che, tagliando un bel bosco di larici, ci porta ad una radura con alcune baite, a quota 1250. Qui troviamo un ponte che ci riporta sul lato destro della valle, dove seguiamo per un tratto l’argine del torrente, prima di cominciare a salire in un bosco, trovando, a quota 1450 circa, un bivio. Un cartello ci informa che entrambi i rami portano al rifugio di Trona, quello di destra in un’ora, quello di sinistra in un’ora e mezza. Il primo, infatti, sale deciso sul fianco della valle, in un bellissimo bosco, per poi sbucare, a quota 1700, su un ampio dosso, occupato dai prati e da qualche larice solitario, e salire, con traccia debole, fino ad intercettare, a quota 1900, la mulattiera che da Laveggiolo effettua la traversata all’alpe di Trona Soliva.
Noi dobbiamo, però, seguire la traccia di sinistra, che, dopo qualche metro, supera un primo torrentello che scende dal fianco orientale della valle, per poi incontrarne, più in alto, un secondo. Stiamo salendo, con diversi tornanti, su una bella mulattiera, con fondo lastricato di pietre, in uno scenario che non manca di elementi di asprezza, legati alle slavine che hanno reso irregolari le macchie e la vegetazione. Intorno a quota 1580 incontriamo una deviazione, sulla sinistra: si tratta di un sentiero che punta verso il bacino artificiale di Trona. Noi proseguiamo sul tracciato principale, che in alcuni punti è scavato nella roccia, ed a quota 1620 metri circa varchiamo in senso opposto, cioè da sinistra a destra, il torrentello incontrato più in basso, che in questo punto scende, molto suggestivamente, da una lunga roccia, dalla pendenza non accentuata, con un fresco scroscio. Più in alto, ritroviamo per la terza volta, a quota 1780 metri, il corso d’acqua, e lo varchiamo da destra a sinistra, per poi cominciare a risalire un largo dosso che porta al limite inferiore dei pascoli di Trona, passando a destra della casera nuova di Trona (m. 1830).
Al termine della salita, ci troviamo ad un quadrivio, nel quale alcuni cartelli ci chiariscono un po’ le idee. Abbiamo, infatti, intercettato la Gran Via delle Orobie, che, percorsa verso destra porta al rifugio di Trona Soliva, mentre in senso opposto si dirige al bacino artificiale di Trona. C’è, però, anche un sentierino che si stacca dalla Gran Via e punta deciso, in salita, alla bocchetta di Trona, ed è quello che ci interessa. Se, però, vogliamo prima sostare al rifugio di Trona Soliva, ottenuto riadattando la casera vecchia di Trona (m. 1907), prendiamo a destra.
Il rifugio è già ben visibile, ai piedi dell’ampio e luminoso anfiteatro di alpeggi che si dispiega ai piedi del versante orientale del pizzo Mellasc (m. 2465). Lo raggiungiamo dopo un ultimo tranquillo tratto: sono trascorse circa due ore e mezza dalla partenza, ed abbiamo superato 850 metri in altezza. Il panorama dal rifugio è bellissimo: guardando a sud, riconosciamo lo sbarramento della diga di Trona e, alla sua destra, la mole imperiosa del pizzo omonimo (m. 2510). Alle spalle della diga si vede bene anche il solco della valle della Pietra, risalendo la quale si trova il bellissimo lago Zancone ("làch Sancùn", m. 1856) e la bocchetta di Trona (m. 2324). Più a sinistra, il Torrione di Tronella (m. 2311), nel quale culmina la frastagliata costiera che divide le valli di Trona e di Tronella.


Apri qui una panoramica su Val Gerola e Valle di Trona dalla pista per il rifugio Trona Soliva

Vediamo, ora, come giungere al rifugio da Laveggiolo (seconda possibilità), e, infine, come proseguire dal rifugio alla bocchetta. Raggiunta, dunque, Gerola Alta sfruttando la provinciale n. 7 della Val Gerola, in uscita dal paese, subito dopo la chiesa di S. Bartolomeo ed il piccolo cimitero, lasciamo la strada principale e prendiamo a destra, su strada asfaltata che sale alle frazioni alte ad ovest del paese. Dopo pochi tornanti passiamo a destra della località Castello (“castèl”, nucleo già citato in un documento del 1323); ignorata la deviazione a destra per la località Case di Sopra (“li cà zzuri”, già citata nel 1333 e distrutta da una valanga nel 1836), incontriamo, quindi, nel successivo tratto la chiesetta secentesca di San Rocco (“san ròch”, m. 1395), su un poggio panoramico che guarda all’alta Val Gerola. I successivi tornanti destrorso e sinistrorso ci portano, infine, a Laveggiòlo (“lavegiöl”, m. 1470), dove troviamo un parcheggio al quale lasciare l’automobile.
L’antico nucleo è citato già in un documento del 1321, dove risulta costituito  da tre nuclei famigliari, tutti Ruffoni, che discendono da un unico capostipite, tal ser Ugone. È collocato su una fascia di prati assai panoramica (il colpo d’occhio sul gruppo del Masino e sulla testata della Val Gerola è davvero suggestivo), nella parte mediana del lungo dosso che scende verso est dalla cima del monte Colombana (“ul pizzöl”, m. 2385). Il suo nome deriva, probabilmente, da "lavegg", la nota pietra grigia molto utilizzata in Valtellina per ricavarne piatti ed altri utensili.
Dalla spianata del parcheggio, dove si trova anche un’edicola del Parco delle Orobie Valtellinesi, parte una pista sterrata che si dirige verso l’imbocco della Val Vedràno (“val vedràa”), il cui torrente, omonimo, confluisce nel Bitto poco a nord di Gerola.
Si tratta di una pista chiusa al traffico; un gruppo di cartelli vicino a quello di divieto di accesso ci segnala, fra l’altro, che imboccando la pista percorriamo un tratto della Gran Via delle Orobie (G.V.O.) e insieme del Sentiero della Memoria (a ricordo del ripiegamento della 55sima brigata partigiana Fratelli Rosselli, che effettuò, nel novembre del 1944, la traversata Valsassina-Val Gerola-Costiera dei Cech-Valle dei Ratti-Val Codera-Svizzera), che ci porta, in un’ora e mezza, al rifugio di Trona Soliva; da qui, poi, con un’ulteriore ora di cammino, possiamo portarci al rifugio Falc. Incamminiamoci, dunque, sulla pista, fino a trovare, dopo un breve tratto, sulla sinistra, un cartello della G.V.O. che segnala la partenza di un sentiero (segnalato da segnavia rosso-bianco-rossi) che se ne stacca per portarsi, con tracciato più diretto, al guardo del torrente Vedrano. Lo imbocchiamo e, dopo una breve e poco marcata discesa, procediamo quasi in piano, superando alcune baite; ad un bivio, presso una fontanella ed un casello del latte, ignoriamo la traccia meno marcata che sale verso destra (indicazione “Vedrano” su un masso), procedendo diritti. Superati in rapida successione due modesti corsi d’acqua, usciamo dal bosco e superiamo un torrentello, per poi scendere leggermente fino al ponticello di travi in legno che ci permette di superare il torrente Vedrano (m. 1541).


Sentiero per la Val Vedrano

Sul lato opposto della valle troviamo subito, a destra, un’amena radura, con un tavolo in legno e due panche per chi volesse sostare; un’indicazione su un masso (“Castello”) segnala che giunge fin qui anche un sentiero che parte più in basso, dalla località Castello. Il sentiero, che qui diventa larga mulattiera, prende a salire sul fianco boscoso della valle, ingentilito da luminosi larici e, dopo un traverso a sinistra, propone una sequenza di tornanti dx, sx, e dx, prima di intercettare, a quota 1595, la medesima pista sterrata che abbiamo lasciato poco dopo Laveggiolo. Pista che possiamo tranquillamente seguire nel prosieguo dell'escursione, perché in anni recenti è stata prolungata fino al rifugio Trona Soliva, mentre la storica mulattiera (che però in buona parte è rimasta) corre un po' più bassa rispetto alla pista medesima.
Dopo un tornante a destra ed il successivo a sinistra, percorriamo un lungo traverso, superando un primo traliccio, un torrentello ed un secondo traliccio (si tratta della linea ad alta tensione che scavalca il crinale orobico in corrispondenza della bocchetta di Trona), presso una radura. Passiamo, poi, accanto alla baita isolata quotata 1725 metri. Una sosta ed uno sguardo alle nostre spalle ci permette di ammirare l’ottimo colpo d’occhio sulle cime del gruppo del Masino, dal pizzo Cengalo al monte Disgrazia.


Laveggiolo dalla pista agro-silvo-pastorale per il rifugio Trona Soliva

Dopo il successivo tornante a destra, troviamo, sulla sinistra, il cartello che segnala la ripartenza della mulattiera che abbiamo lasciamo un bel tratto sotto. Se lasciamo la pista per seguire la mulattiera, saliamo per un tratto verso sinistra, poi affrontiamo una sequenza di tornanti dx-sx-dx-sx ed usciamo dalla macchia di larici, attraversando una piccola radura fino ad una roccia affiorante, per poi volgere di nuovo a destra. Dopo un ultimo tornante a sinistra, raggiungiamo una radura con un tavolo in legno e due panche: siamo alla “furscèla” (m. 1888), cioè alla forcella, piccola bocchetta sul crinale che dal Piazzo (“piz di piàz”, m. 2269) scende verso est.
Ci affacciamo, così, sulla soglia settentrionale dell’ampio bacino dell’alpe di Trona e si apre davanti a noi l’intera testata della Val Gerola, che mostra, da est (sinistra), il monte Verrobbio (m. 2139), il pizzo della Nebbia (“piz de la piana”, m. 2243), i pizzi di Ponteranica (“piz de li férèri” o “piz ponterànica”, orientale, m. 2378, meridionale, m. 2372, occidentale, m. 2372), l’agile spuntone del monte Valletto (“ul valèt” o “ul pizzàl”, m. 2371), la compatta compagine della Rocca di Pescegallo (o Denti della Vecchia, “ul filùn de la ròca” o “denc’ de la végia”, cinque torrioni il più alto dei quali è quotato m. 2125 e che vengono visti come un unico torrione da Gerola, chiamato anche “piz de la matìna” perché il sole vi sosta, appunto, la mattina), i pizzi di Mezzaluna (“li mezzalüni”, vale a dire il pizzo di Mezzaluna, m. 2333, la Cima di Mezzo ed il caratteristico ed inconfondibile uncino del torrione di Mezzaluna, m. 2247), il pizzo di Tronella (“pìich”, m. 2311), il regolare ed imponente cono del pizzo di Trona (“piz di vèspui”, m. 2510) ed infine il più famoso ma non evidente, per il suo profilo tondeggiante e poco pronunciato, pizzo dei Tre Signori (“piz di tri ségnùr”, m. 2554, chiamato così perché punto d’incontro dei confini delle signorie delle Tre Leghe in Valtellina, degli Spagnoli nel milanese e dei Veneziani nella bergamasca).


Clicca qui per aprire una panoramica sul gruppo del Masino visto dalla pista per il rifugio Trona

Dopo qualche saliscendi, raggiungiamo un grande traliccio, a monte del quale si trova un frangi-valanghe in cemento, su cui è scritto “Rifugio di Trona 10 min.” Pochi metri più avanti, infatti, dopo una semicurva ci appare la struttura del rifugio: ci vien da pensare che 10 minuti è stima ottimistica, e ci vorrà almeno un quarto d’ora. Dopo aver superato il punto nel quale ci intercetta, salendo da sinistra, il sentiero che sale diretto dal fianco orientale della Val della Pietra (segnalazione su un masso), ci attende un’antipatica discesa (infatti ogni discesa diventa salita al ritorno!), che ci porta ad attraversare un torrentello, prima di riprendere a salire. Attraversato il torrentello, alziamo lo sguardo verso il crinale nel quale culminano gli alpeggi: vedremo, alla sommità di una sorta di enorme scivolo erboso, il profilo sfuggente del pizzo Mellasc.
Poi dobbiamo giocoforza salire ad intercettare la pista che ci porta al grande edificio del rifugio di Trona Soliva (“casèri végi”, la Casera vecchia di Trona sulla carta IGM, m. 1907),
che offre i servizi di pranzo, di mezza pensione o pensione completa, con piatti tipici valtellinesi fatti in casa (pizzoccheri fatti a mano, gnocchi di patate al grano saraceno prodotti nel rifugio stesso, polente e carni, dolci fatti in casa) o classici della cucina italiana (lasagne, paste fresche all'uovo fatte in casa, ...). A 15 minuti dal rifugio c'è anche una palestra attrezzata di arrampicata su roccia. Diverse arrampicate con diversi gradi di difficoltà si trovano da mezz'ora di cammino in poi. Dal rifugio si possono effettuare diverse escursioni, comprese le salite al pizzo dei Tre Signori ed al pizzo Mellasc', che domina con la sua verde ed un po' sfuggente cima il versante ad ovest del rifugio.


Il rifugio di Trona Soliva

Dopo la sosta risotratrice, ci rimettiamo in cammino. Appena oltre il rifugio, si trova un bivio: il sentiero di sinistra (prosecuzione della G.V.O. e del Sentiero della Memoria) scende alla Casera nuova di trona (“li caséri”), dalla quale si può salire diritti alla diga di Trona e poi prendere a sinistra (Tronella e Pescegallo), si può salire a destra (rifugio Falc e pizzo dei Tre Signori) e si può, infine, scendere a sinistra in Valle della Pietra, fino a Gerola; il sentiero di destra, invece, non segnalato da cartelli, sale alla bocchetta di Trona.o sud ovest dalla casera, vediamo, invece, la cima del Piazzo, bel terrazzo panoramico sulla Val Gerola.
Per salire alla bocchetta di Trona dal rifugio proseguiamo diritti, seguendo il sentiero che assume, nel primo tratto, la direzione sud-ovest, per poi volgere a sinistra, dopo aver attraversato un torrentello, ed aggirare un crinale che si stacca dalla quota 2302 e scende verso nord-est. Oltrepassato il crinale, ci troviamo ai piedi di un ampio e facile canalone e lo risaliamo, passando alti, sulla destra, rispetto alla baita isolata di quota 2019 ("baita de varùn"), e guadagnando i 2092 metri della bocchetta di Trona, riconoscibile anche per il grande traliccio che sembra vegliarla. Soffermiamoci, ora, ad ammirare il versante retico, dove si impone buona parte della lunga testata del gruppo Masino-Disgrazia, sulla quale distinguono, da sinistra, il pizzo Cengalo, i pizzi Gemelli, i pizzi del Ferro (sciöma dò fèr), la cima di Zocca, le cime di Castello e Rasica, i pizzi Torrone, il monte Sissone ed il monte Disgrazia, che si impone per la mole imponente.


Bastionata di Piazzocco

Sul lato della bergamasca si apre, invece, un orizzonte assai vasto, che propone, in primo piano, l’ampia conca dell’alta Val Varrone, dove, a quota 1672, è posto il rifugio Casera Vecchia di Varrone. Si tratta di una struttura sempre aperta nella stagione estiva e nei finesettimana durante il resto dell’anno, che rappresenta un ottimo punto di appoggio per l’esplorazione delle Orobie occidentali. La discesa al rifugio può avvenire facilmente sfruttando un largo sentiero, anch’esso di notevole importanza dal punto di vista storico: si tratta dell’antica Strada del Ferro, poi denominata Strada di Maria Teresa.
A monte della bocchetta, appena sopra di noi, troviamo, invece, il rudere dell’ex-fortino militare fatto costruire nel 1917 nel contesto delle fortificazioni della linea Cadorna: si temeva, infatti, che, in caso di sfondamento del fronte dello Stelvio-Adamello, o di invasione della Svizzera, gli Austriaci avrebbero potuto dilagare, attraverso la Valtellina, nella pianura Padana, minacciando Milano. La linea orobica doveva, quindi, assicurare il versante delle Orobie bergamasche da possibili direttrici secondarie di attacco alla pianura padana, oltre che fungere da punto di partenza per eventuali controffensive. Il fortino divenne, dopo la guerra, una cappella. Sorse qui anche, nel 1924, Casa Pio XI, rifugio-colonia estiva della Federazioni Oratori Milanesi, che fu poi incendiata dai nazifascisti il 21 marzo 1944, per togliere ai partigiani un punto di appoggio. Per visitare l’ex-colonia Pio XI dobbiamo salire di qualche decina di metri dalla bocchetta, perché è collocato a quota 2122.


Pizzo Varrone

A questo punto troviamo davanti a noi il largo sentiero che scende alla piana dell'alta Val Varrone, dove si trova, come abbiamo visto, il rifugio Casera Vecchia di Varrone. Noi dobbiamo però prendere a sinistra, percorrendo un sentiero segnalato (indicazioni per il rifugio S. Rita). Scendiamo per un tratto verso sinistra, sul sentiero che effettua una lunga traversata (quota 2020-2040) dell'alta Val Varrone, in direzione della Bocchetta della Cazza e del rifugio Santa Rita, sotto lo sguardo attento del Dente del Varrone, monumentale dito di roccia puntato al cielo. Dobbiamo però prestare attenzione, perché ben presto troviamo le indicazioni che segnalano la deviazione per il rifugio F.A.L.C.: qui dobbiamo prendere a sinistra e salire in direzione sud-est, lungo un facile vallone, fra massi e roccette, sbucando in breve al ripiano che ospita il rifugio FALC, poco sotto la bocchetta del Varrone.

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PESCEGALLO-LAGHI DI TRONA E D'INFERNO-BOCCHETTA DEL VARRONE-RIFUGIO FALC

Pescegallo - Lago di Trona - lago d'Inferno - Bocchetta del Varrone - Rif. FALC
3 h
670
E
SINTESI. Alla prima rotonda all'ingresso di Morbegno (per chi proviene da Milano) prendamo a destra ed alla successiva ancora a destra; dopo un ponte imbocchiamo la provinciale della Val Gerola, saliamo a Gerola Alta e proseguiamo fino al termine della strada, a Pescegallo (m. 1450). Parcheggiamo qui ed incamminiamoci sul sentiero che si trova ad ovest degli impianti di risalita (indicazioni per l'anello dei laghi). Il sentiero entra subito in una pineta, sale e raggiunge presso una baita isolata la deviazione a sinistra per la Val Tronella. La ignoriamo e proseguiamo uscendo dal bosco. Superato il torrente Tronella cominciamo a salire con ripidi tornanti un ampio dosso che costituisce il fianco orientale del Pizzo del Mezzodì, per poi prendere a destra e raggiungere, con un tratto pianeggiante verso nord-ovest il dosso panoramico con una pozza e la baita di quota 1835 (il Pich). Il sentiero prosegue volgendo a sinistra e salendo gradualmente verso l'imbocco della Val Pianella, in direzione sud-ovest, Scende quindi ad un avvallamento e risale al camminamento dello sbarramento del lago di Trona. Oltre il camminamento, riprendiamo a salire, superando alcune roccette (con un primo tratto protetto sulla destra) e raggiungendo un pianoro a sinistra del quale vediamo la baita solitaria quotata 1888 metri. Qui dobbiamo prestare attenzione, perché troviamo un bivio non molto evidente, al quale si stacca, sulla sinistra del sentiero principale, un sentierino che sale, per via direttissima, al lago dell’Inferno. Non c’è segnalazione. Unico ausilio, l’indicazione su un masso “lago Zancone”; poco più avanti, ad un nuovo bivio, lasciamo la traccia per il lago Zancone che va a sinistra e proseguiamo a destra (indicazione lago Inferno direttissima). Il sentierino non è molto visibile e risale il l’ampio versante di sfasciumi che si stende ai piedi del limite settentrionale della costiera del pizzo di Trona; dopo un traverso a destra, supera un passaggino esposto sulla destra (attenzione!), per poi risalire, con molti tornantini, un versante di sfasciumi; lasciati gli sfasciumi sulla sinistra, continua nella salita (pochi i segnavia), con un curioso passaggio su roccia che si apre ad una cavità nella roccia (corda fissa). Infine passiamo a sinistra di un forno fusore e raggiungiamo gli edifici nei pressi del camminamento della diga del lago dell’Inferno (m. 2085). Anche qui attraversiamo il camminamento e sul lato opposto seguiamo le indicazioni per la bocchetta del Varrone, salendo verso sinistra (ma evitando di mboccare sulla sinistra il sentiero più basso per la valle dell'Inferno). Giunti alla bocchetta del Varrone (m. 2126) vediamo poco sotto, a destra, il rifugio Falc.

Vediamo ora come raggiungere il rifugio FALC da Pescegallo, cn un percorso altrettanto bello ed interessante, che coincide con l'itinerario per l'ascensione al pizzo dei Tre ignori dal versante della Val Gerola.

Saliamo in automobile al Villaggio Pescegallo (m. 1454), dove termina, oltrepassata Gerola, la strada provinciale n. 7 della Val Gerola. Parcheggiata qui l'automobile, dirigiamoci verso l'edificio da cui parte la seggiovia per il rifugio Salmurano. Alle sue spalle inizia un sentiero, segnalato da due cartelli e da segnavia rosso-bianco-rossi (percorso 8), che punta in direzione nord-ovest, entrando ben presto in un bel bosco. I cartelli indicano i due percorsi 144 (sentiero dell’Homo Salvadego, con il rifugio Benigni dato a 2 ore e 15 minuti ed il rifugio Trona Soliva a 2 ore e 30 minuti) e 148 (con il lago di Trona dato ad un’ora e 40 minuti ed il lago Rotondo a 3 ore): la direttrice che ci interessa è quella lago di Trona-lago Inferno-Bocchetta di Piazzocco. Entrati in una bel bosco di abeti rossi, dopo un tratto di severa pendenza raggiungiamo la pianetta di quota 1550, dove troviamo un pannello che ci parla delle diverse conifere che possiamo trovare nei boschi della valle.
Poco dopo, a quota 1590, usciamo dal bosco presso una baita isolata sul Dossetto: qui alcuni cartelli segnalano la deviazione, a sinistra, per la Val Tronella ed il rifugio Benigni (dato ad un’ora e 50 minuti) e la prosecuzione del sentiero principale, con il lago di Trona dato ad un’ora e 10 minuti. Proseguendo diritti, passiamo, quindi, a monte di un roccione liscio e, dopo alcuni strappetti, raggiungiamo una splendida radura (m. 1620): guardando in alto, davanti a noi, vediamo sulla destra il tondeggiante torrione di Tronella (m. 2311, il “pìich”) e, alla sua sinistra, i pizzi di Mezzaluna (“li mezzalüni”, vale a dire il pizzo di Mezzaluna, m. 2333, la Cima di Mezzo ed il caratteristico ed inconfondibile uncino del torrione di Mezzaluna, m. 2247). Superiamo, poi, tre torrentelli (altrettanti rami del “bit de trunèla”, il torrente che scende dalla Val Tronella) e saliamo, con qualche tornantino, ad un ampio versante occupato da un pascolo (m. 1660). Entriamo in un ampio recinto per il bestiame (delimitato da un basso muretto perimetrale) uscendone verso sinistra. Alla nostra sinistra la Val Tronella si mostra ora in tutta la sua bellezza: sul suo lato sinistro vediamo anche la costiera che la delimita ad est, costituita dalla cosiddetta Rocca di Pescegallo (o Denti della Vecchia, “ul filùn de la ròca” o “denc’ de la végia”, cinque torrioni il più alto dei quali è quotato m. 2125 e che vengono visti come un unico torrione da Gerola, chiamato anche “piz de la matìna” perché il sole vi sosta, appunto, la mattina).
Inizia ora una salita faticosa: inanellando un tornante dopo l’altro, guadagniamo quota sul ripido versante a monte dei pascoli. Dopo una prima serie di tornantini, effettuiamo un traverso a sinistra; segue una sequenza di tornanti dx-sx-dx-sx-dx, all’ultimo dei quali  (m. 1810) si stacca, sulla sinistra, il sentiero che si addentra in Val Tronella (si tratta della Gran Via delle Orobie, che giunge fin qui da destra e prosegue per il lago di Pescegallo, dato ad un’ora e 10 minuti, il passo di Verrobbio, dato ad un’ora e 50 minuti, ed il passo di San Marco, dato a 2 ore e 50 minuti). Se invece proseguiamo sul sentiero principale i cartelli danno il lago di Trona a 30 minuti, il lago Zancone a 50 minuti, il lago Rotondo ad un’ora e 50 minuti ed il rifugio Trona Soliva ad un’ora. Di questi luoghi noi toccheremo solo il primo. Proseguiamo, dunque, verso destra, con un ultimo strappo, poco prima della fine del quale notiamo un sentierino che si stacca dal nostro sulla sinistra; non ci sono cartelli, solo la scritta, su un masso, “1/2 luna”, perché esso porta proprio ai piedi del celeberrimo e suggestivo uncino di roccia del torrione della Mezzaluna. Ignorata la deviazione, per un bel tratto proseguiamo diritti, con diversi saliscendi, allietati dallo spettacolo delle cime del gruppo del Masino, che si mostrano, dal pizzo Badile al monte Disgrazia, proprio davanti a noi. Cominciano a moltiplicarsi anche le indicazioni della segnaletica “orizzontale”: su diversi massi troviamo le indicazioni “Pizzo 3 S” e “Rifugio Falc”.
Passiamo, così, leggermente a valle della baita quotata 1857 e raggiungiamo uno splendido terrazzo sul filo del dosso che scende, verso nord, dalla costiera Mezzaluna-Tronella. Alle nostre spalle il picco roccioso denominato pizzo del Mezzodì (m. 2116); davanti a noi una pozza e la baita quotata 1835 metri. Sul fondo, lo splendido scenario del gruppo del Masino. Un luogo davvero stupendo. Il cartello della G.V.O. nella quale ci siamo immessi, dà ora il lago di Trona a 20 minuti ed i rifugi Falc e casera di Trona ad un’ora. Ora il sentiero cambia nettamente direzione: prendiamo a sinistra e percorriamo quindi, dopo una breve salitella, un lungo tratto sostanzialmente pianeggiante verso sud-ovest, avvicinandoci alla soglia della Valle di Trona, circondati da splendidi larici. Guardando a destra, vediamo bene il fianco occidentale dell’alta Valle della Pietra, con la bocchetta di Trona (la riconosciamo per il traliccio nei suoi pressi) e, alla sua destra, l’ampio terrazzo dell’alpe di Trona soliva, dominato dalla forma regolare del pizzo Mallasc (“melàsc”, m. 2465); alla sua sinistra, invece, in primo piano si mostra una delle più belle cime del comprensorio, il cono arrotondato del pizzo di Trona (“piz di vèspui”, cioè il pizzo del vespro, sul quale, guardando da Gerola, il sole indugia la sera, m. 2510). Usciti all’aperto, troviamo i cartelli (m. 1890) che segnalano la deviazione a sinistra (sentiero 148) per il lago Zancone ("làch sancùn", dato a 20 minuti) ed il lago Rotondo ("làch redont", dato ad un’ora e 20 minuti). Noi, invece, restiamo sulla G.V.O. (un cartello dà Laveggiolo a 2 ore e 10 minuti, l’alpe Combana a 4 ore e 20 minuti e l’alpe Culino a 5 ore e 10 minuti, ma nessuna di queste mete ci interessa).
Inizia ora una ripida discesa; passiamo, poi, fra due grandi massi erratici rossastri, superiamo una pianetta e scendiamo al camminamento dello sbarramento artificiale di Trona, bacino utilizzato dall'ENEL (1805 m). Oltre il camminamento, riprendiamo a salire, superando alcune roccette (con un primo tratto protetto sulla destra) e raggiungendo un pianoro a sinistra del quale vediamo la baita solitaria quotata 1888 metri.
Qui dobbiamo prestare attenzione, perché troviamo un bivio non molto evidente, al quale si stacca, sulla sinistra del sentiero principale, un sentierino che sale, per via direttissima, al lago dell’Inferno. Non c’è segnalazione e, se si vuole optare per questa via, più breve, anche se più faticosa, bisogna aguzzare la vista. Unico ausilio, l’indicazione su un masso “lago Zancone”; poco più avanti, ad un nuovo bivio, lasciamo la traccia per il lago Zancone che va a sinistra e proseguiamo a destra (indicazione lago Inferno direttissima). Il sentierino non è molto visibile e risale il l’ampio versante di sfasciumi che si stende ai piedi del limite settentrionale della costiera del pizzo di Trona; dopo un traverso a destra, supera un passaggino esposto sulla destra (attenzione!), per poi risalire, con molti tornantini, un versante di sfasciumi; lasciati gli sfasciumi sulla sinistra, continua nella salita (pochi i segnavia), con un curioso passaggio su roccia che si apre ad una “truna” (cavità: da qui il toponimo “Trona” frequente in questa zona, con riferimento alle miniere di ferro): qui una corda fissa ci aiuta a non finirci dentro; infine passiamo a sinistra di un forno fusore e raggiungiamo gli edifici nei pressi del camminamento della diga del lago dell’Inferno, sul suo lato sinistro (m. 2085); attraversiamo il camminamento e troviamo, sul lato opposto, un sentierino che sale ad intercettare il sentiero che arriva fin qui per un più ampio giro, e che ora descriviamo.
Torniamo, dunque, al bivio presso la baita di quota 1888 e proseguiamo, questa volta, sul sentiero principale (che, per la verità, per un bel pezzo sarà poco marcato), cioè seguendo l’indicazione su un masso “Pizzo 3 s – lago Inferno. Saliamo per un tratto su sfasciumi, passiamo a sinistra di un grande masso e proseguiamo con un tratto pianeggiante. Dopo uno strappetto che ci porta a tagliare uno speroncino roccioso, attraversiamo un torrentello che scende da una bella gola di rocce arrotondare e siamo alla baita quotata 1914 metri. La oltrepassiamo, procedendo diritti e passando sul limite destro di un pianoro acquitrinoso. Quando il prato comincia a salire, dobbiamo stare attenti ad un secondo bivio (la traccia qui è debolissima): la traccia di destra prosegue per il rifugio di Trona, mentre noi dobbiamo prendere a sinistra (indicazione su un masso “pizzo 3 s e rifugio Falc). Un po’ più in alto la traccia si fa più marcata e, salendo ancora, intercetta un sentiero ben marcato che proviene, da destra, dall’alpe di Trona.


Rifugio FALC

Lo seguiamo verso sinistra, puntando alla diga dell’Inferno, di cui possiamo vedere lo sbarramento. Il sentiero effettua un lungo traverso sul ripido fianco occidentale della Val della Pietra, avvicinandosi alla Valle dell’Inferno. Per buona parte il percorso si snoda sulla viva roccia, perché camminiamo sul dorso arrotondato di grandi roccioni, tenendoci sempre in prossimità del versante montuoso: gli abbondanti segnavia ci aiutano a non perderlo. Ad un certo punto raggiungiamo una sorta di corridoio, con un grande roccione alla nostra sinistra, sul quale si trova una targa ormai illeggibile. Qui ecco un nuovo bivio: un sentiero prende a destra, invertendo la direzione, e torna all’alpe di Trona; il sentiero che ci interessa, invece, pur piegando anch’esso a destra, procede in direzione opposta. Tagliamo, poi, un ripido versante erboso, superando un paio di punti esposti, insidiosi con fondo bagnato: attenzione! Ci ritroviamo, così, alti sopra il camminamento della diga dell’Inferno, che vediamo alla nostra sinistra, e ci raggiunge, da sinistra, il sentierino, già citato, che sale proprio dal camminamento.
Procediamo diritti, piegando poi leggermente a destra, e ci ritroviamo alla bocchetta del Varrone (m. 2126), la larga sella che si apre appena  ad ovest e leggermente a monte del lago dell’Inferno, fra il pizzo Varrone (“varùn”, m. 2325), a sud, e la cima quotata 2191, a nord. È, questa, una delle tre porte che si aprono fra alta Val Varrone ed alta Val Gerola: la principale si trova più a nord, ed è la bocchetta di Trona; della terza, cioè della bocchetta di Piazzocco, diremo fra poco. Queste tre porte hanno un’importanza storica enorme, avendo costituito per secoli il più agevole accesso alla bassa Valtellina, prima che venisse aperta la strada che segue la riva orientale del Lario.
Poco sotto la bocchetta, sul versante dell’alta Val Varrone, cioè alla nostra destra, vediamo il rifugio F.A.L.C.


Rifugio FALC (prima dell'ampliamento)

Una serie di cartelli illustra i diversi itinerari che si dipartono dalla bocchetta. Procedendo in piano a sinistra possiamo tagliare il fianco occidentale della valle dell’Inferno, per poi salire alla bocchetta dell’Inferno in un’ora, per poi piegare ad est e portarci al rifugio Benigni in 3 ore. Il sentiero opposto, che scende verso destra e passa per il rifugio Falc, porta, invece, in 20 minuti alla bocchetta di Trona e, per via alta, in 5 ore a Premana; per altra via possiamo scendere, in un’ora, al rifugio Casera Vecchia di Varrone oppure traversare, sempre in un’ora, al rifugio Santa Rita, sulla Via del Bitto. Salendo, invece, verso destra (sud-ovest) ci portiamo in 20 minuti alla bocchetta di Piazzocco, dalla quale possiamo salire al pizzo dei Tre Signori con un’ulteriore ora di cammino, oppure proseguire per il Pian delle Parole (dato ad un’ora e 40 minuti da qui) o al rifugio Grassi (dato a 2 ore).


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RIFUGIO FALC-PIZZO DEI TRE SIGNORI

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Rif. FALC - Pizzo dei Tre Signori
1 h e 30 min.
470
EE
SINTESI. Dal rifugio FALC saliamo alla vicina bocchetta del Varrone (m. 2126). Saliamo ancora verso destra seguendo le indicazioni per la bocchetta di Piazzocco (m. 2252), che raggiungiamo dopo una salita, con qualche tornantino, su un largo sentiero. Qui ignoriamo la deviazione che scende (sentiero del Cardinale) e proseguiamo su debole traccia verso sud-sud-est. Dopo un primo tratto troviamo un segnavia rosso-bianco-rosso (primo di una lunga serie). Poco oltre, una paretina rocciosa può dare qualche problema: la possiamo facilmente aggirare scendendo di pochi metri sulla destra. Incontriamo poi una piccola finestra sul crinale alla nostra sinistra, dalla quale si mostra il pizzo di Trona. A quota 2330 termina la fascia di pascoli e ci troviamo di fronte al largo versante settentrionale del pizzo, che risaliamo un po’ a zig-zag, destreggiandoci fra facili rocce e canalini (i segnavia, rosso-bianco-rossi e bianco-gialli, e gli ometti dettano il percorso) e raggiungendo dopo brevissima discesa una nuova più larga porta del crinale, a quota 2415: la croce di vetta è ormai ben visibile, in alto, davanti a noi. Nel primo tratto dell'ultima salitastiamo sulla sinistra, per poi piegare a destra, su facili roccette. Passiamo, quindi, a sinistra di un nevaietto ed approdiamo ad un’ultima piana erbosa (m. 2490), che adduce ad una terza porta, cui giungiamo dopo brevissima discesa. Ci attende l’ultimo strappo: il sentiero risale, in diagonale, verso sinistra, zigzagando, il ripido versante di terriccio e piccoli sassi; poi piega a destra e di nuovo a sinistra: mani a terra, dobbiamo superare alcune facili roccette, prima di trovarci proprio sotto la cima. Dopo un brevissimo tratto a destra, il sentiero termina ad una placca non difficile, superata la quale siamo alla pianetta della cima del pizzo dei Tre Signori (m. 2554).

La più naturale escursione che ha come base il rifugio FALC è ovviamente la salita al pizzo dei Tre Signori. Vediamo come procedere.

Clicca qui per aprire una panoramica a 360 gradi dalla cima del Pizzo dei Tre Signori

La salita non è difficole, anche se richiede cautela ed esperienza escursionistica.
Dal rifugio FALC torniamo (o saliamo) alla vicina bocchetta del Varrone, poi prendiamo a destra, procedendo sul sentiero per la bocchetta di Piazzocco ("buchétìgn dul bùgher", m. 2252), che raggiungiamo dopo una salita, con qualche tornantino, su un largo sentiero. Qui un cartello segnala il sentiero (Sentiero del Cardinale) che, scendendo leggermente, sulla sinistra, porta in un’ora e 20 minuti al Pian delle Parole ed in un’ora e 40 minuti al rifugio Grassi. Non viene indicata, invece, la direzione per la salita al pizzo dei Tre Signori: dobbiamo individuare un sentiero meno marcato, a sinistra di quello citato, che procede verso sud-sud-est, salendo, leggermente a destra e quasi a ridosso del crinale che delimita ad ovest la valle dell’Inferno. Prima di incamminarci verso la cima, possiamo risalire, anche solo per un tratto, il facile versante erboso (percorso anche da traccia di sentiero) che culmina nel cocuzzolo (sormontato da una piccola croce) che fronteggia il torrione del pizzo Varrone: guardato da qui, il pizzo dei Tre Signori mostra un profilo ben più imponente e significativo rispetto a quello, piuttosto sfuggente, mostrato dalla valle dell’Inferno.
Ma torniamo al sentierino per la cima. Solo dopo un primo tratto troviamo un segnavia rosso-bianco-rosso (primo di una lunga serie) che ci rassicura sulla bontà della scelta. Poco oltre, una paretina rocciosa può dare qualche problema: in tal caso la possiamo facilmente aggirare scendendo di pochi metri. Ci attende, poi, una piccola finestra sul crinale alla nostra sinistra, dalla quale si mostra in tutta la sua eleganza il pizzo di Trona, sul versante orientale della valle dell’Inferno, accompagnato dalla cima gemella di soli 20 metri più bassa (m. 2490), alla sua destra. A quota 2330 termina la fascia di pascoli e ci troviamo di fronte al largo versante settentrionale del pizzo, che dovremo risalire un po’ a zig-zag, destreggiandoci fra facili rocce (i segnavia, rosso-bianco-rossi e bianco-gialli, e gli ometti dettano il percorso: è essenziale non lasciarlo per evitare di trovarsi in punti esposti a salti anche vertiginosi). Passiamo a sinistra di un canalino con un nevaietto, poi prendiamo leggermente a sinistra, seguendo un corridoio che ci porta ad una pianetta molto panoramica. Saliti per un tratto, prendiamo a destra, seguendo un secondo corridoio, poi di nuovo a sinistra, risalendo un canalino fra roccette. Raggiunta una piccola conca prendiamo a destra, poi ad una nuova piccola conca ancora a sinistra. Dopo aver seguito verso sinistra un facile corridoio, prendiamo di nuovo a destra per risalire un caratteristico corridoio fra roccette (cerchiamo di memorizzare, soprattutto in vista del ritorno, il suo punto di arrivo).
Dopo un breve tratto a sinistra ed uno a destra, ci affacciamo ad una nuova più larga porta del crinale, alla quale giungiamo dopo brevissima discesa, a quota 2415: la croce di vetta è ormai ben visibile, in alto, davanti a noi. A sinistra, invece, è sempre grandioso lo scenario della costiera che va dal pizzo di Trona alla sella erbosa del Paradisino. Anche questa porta va curata in discesa, perché, pur essendo larga, è assai esposta su entrambi i lati. Ci attende, ora, la salita dell’ultimo grande costolone roccioso che porta alla vetta. Colpisce, guardandolo, sul suo limite di destra, il curiosissimo dito roccioso che termina con una sorta di unghia affilata.


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Nel primo tratto di salita stiamo sulla sinistra, per poi piegare a destra, su facili roccette. Passiamo, quindi, a sinistra di un nevaietto ed approdiamo ad un’ultima piana erbosa (m. 2490), che adduce ad una terza porta, cui giungiamo dopo brevissima discesa. Ci attende l’ultimo strappo: la croce ci sembra ormai vicina, diritta sopra la nostra testa. Stando sul lato destro della porta e guardando in basso (con cautela), vediamo il caratteristico lago di Sasso, in alta Val Biandino. Il sentiero risale, in diagonale, verso sinistra, zigzagando, il ripido versante di terriccio e piccoli sassi; poi piega a destra e di nuovo a sinistra: mani a terra, dobbiamo superare alcune facili roccette, prima di trovarci proprio sotto la cima. Dopo un brevissimo tratto a destra, il sentiero termina ad una placca non difficile, superata la quale siamo alla pianetta della cima (attenzione, però: se la roccia è bagnata o le calzature non sono adeguate, anche questa placca può rivelarsi più ostica del previsto; in ogni caso si può giungere in vetta anche stando un po’ più sulla destra e risalendo un versante di terriccio e sassi e piegando poi a sinistra su facile e brevissima cengia di roccia).  
Eccoci, finalmente, al coronamento delle nostre fatiche (4 ore circa di cammino, per un dislivello approssimativo in salita di 1230 metri). Ai 2554 metri della vetta, accanto alla grande croce, eretta il 3 agosto del 1913 dal Cardinal Ferrari, modificata e benedetta il 19 luglio del 1935 dal cardinale Schuster e restaurata il 28 agosto del 1978 dal C.A.I. di Introbio, troviamo anche un piccolo altare, sul quale è apposta una piastra di bronzo che ci permette di individuare, traguardandole, le cime che da qui si possono vedere. Infatti il panorama è spettacolare, paragonabile, sul versante orobico, solo a quello che si apre dal monte Legnone.
Seguiamo le indicazioni della piastra, in un giro di orizzonte da nord, in senso orario. A nord si profilano le cime più celebri del gruppo del Masino: i pizzi Badile (esattamente a nord, m. 3308), Cengalo (m. 3367) e del Ferro (occ. m. 3267, centr. 3289 ed or. m. 3234), le cime di Zocca (m. 3174) e di Castello (m. 3386), la punta Rasica (m. 3305), i pizzi Torrone (occ. m. 3349, cent m. 3290, or. m. 3333), il monte Sissone (m. 3330) ed il monte Disgrazia (m. 3678), che si eleva proprio alle spalle del pizzo di Trona (m. 2510). Segue la testata della Valmalenco, che propone, da sinistra, il pizzo Gluschaint (m. 3594), le gobbe gemelle della Sella (m. 3584 e 3564) e la punta di Sella (m. 3511), il pizzo Roseg (m. 3936), il pizzo Scerscen (m. 3971) il pizzo Bernina (m. 4049), i pizzi Argient (m. 3945) e Zupò (m. 3995), la triplice innevata cima del pizzo Palù (m. 3823, 3906 e 3882), ed il più modesto pizzo Varuna (m. 3453). Ecco, poi, il gruppo Scalino-Painale, sul quale si individuano, da sinistra il pizzo Scalino (m. 3323), la punta Painale (m. 3248), la cima Vicima (m. 3122) e la vetta di Ron (m. 3136). Alla sua destra, sul fondo, si scorge il gruppo dell’Ortles, con l’Ortles (m. 3902), il Gran Zebrù (m. 3857) ed il Cevedale (m. 3769). Più a destra la cima della Presanella (m. 3558) ed il gruppo dell’Adamello (m. 3554). Ci avviciniamo ormai all’est, e si mostra, in primo piano, il monte Ponteranica (m. 2380), sulla testata orientale della Val Gerola, e, alle sue spalle, nella sezione centro-orientale delle Orobie, il pizzo del Diavolo di Tenda (m. 2914). Dietro questa cima si intravvede il pizzo di Coca, la vetta più alta delle Orobie, con i suoi 3050 metri.
Eccoci ad est: sul versante orobico bergamasco ed alle sue spalle si vedono la punta della Presolana (m. 2521), il pizzo Arera (m. 2519), il pizzo Alben (m. 2019), il monte Venturosa (m. 1999) ed il monte Soda Dura (m. 2010). Ecco a sud, dove si vedono la Val Cava (m. 1254), il monte Zucco Campelli (m. 2159), il monte Resegone (m. 1875), il monte Due Mani (m. 1562) ed il monte Barro, sopra Lecco (m. 929). Se la giornata è limpida e se abbiamo uno sguardo d'aquila, scorgeremo, sul fondo, il luccichìo della Madonnina del Duomo di Milano. Seguono il monte Colchignone (m. 1473), il monte Punta del Toro (m. 1935), la Grigna Meridionale (m. 2184), la Grigna Settentrionale (m. 2410) e lo Zucco di Cam (m. 2192). Proseguendo verso ovest, siamo proiettati alle lontane cime della Val d’Aosta: dopo il Gran Paradiso (m. 4061), ad ovest si vedono il monte Rosa (m. 4634) ed il monte Cervino (m. 4478). Torniamo assai più vicino a noi con il Cimone di Margno (m. 1801) ed il monte Muggio (m. 1754). Un altro salto indietro, addirittura nelle alpi Svizzere (Oberland Bernese), dove spiccano le due eleganti punte della Jungfrau (m. 4158) e del Finsteraarhorn (m. 4274). Eccoci di nuovo in Valtellina, con il monte Legnone (m. 2609), che chiude ad ovest la catena orobica, ed il pizzo Alto (m. 2512), anch’esso sulla testata della Val Lésina. Ed eccoci tornati in Val Gerola, con il monte (o pizzo) Rotondo (m. 2496) ed il pizzo Mellasc (m. 2456). Poco più a destra il pizzo Tambò (m. 3279) ed il pizzo Stella (m. 3163), in Valchiavenna, alle spalle del Sasso Manduino (m. 2888) e della testata della Valle dei Ratti, che culmina nel pizzo Ligoncio (m. 3038). E con queste cime siamo tornati a nord, ed al pizzo Badile, che segue, sulla destra. C’è da dire che queste sono solo le più importanti cime che da qui si vedono.    
Ma sul panorama splendido di cui si gode dal questa cima, cediamo di nuovo la parola alla Guida alla Valtellina: "Il panorama è superbo. A sud il monte precipita ripidissimo nella valle Brembana di cui si vede tutto il corso fin dove il Brembo si getta nell'Adda. Ai piedi delle Prealpi si scorge Bergamo alta, più in giù Treviglio, Crema, Cremona. Volgendo ad occidente appare a piè del monte la Valsassina, che, aprendosi, permette la vista di Lecco e del suo lago; più in là si vede il lago d'Annone, e tutta la Brianza, Milano, Monza e Novara, poi Pallanza sul lago Maggiore, parte del lago di Lugano e il lago di Como da Argegno a Lenno. La catena dell'Alpi e la catena Orobia s'abbracciano tutte collo sguardo da questa vetta..."
Probabilmente sulla cima troveremo anche compagnia, perché questa è una vetta molto frequentata da escursionisti, che salgono soprattutto dal versante bergamasco o lecchese. Può anche darsi che ad accoglierci sia qualche stambecco. Stupirà, forse, la sua presenza, ma è facilmente spiegabile.


Apri qui una panoramica a 360 gradi su pizzo di Trona, pizzo dei Tre Signori ed alta Val Varrone

Quattro sono le specie di ungulati presenti nelle montagne orobiche, caprioli, cervi, camosci e stambecchi. Mentre le prime tre sono cacciabili, gli stambecchi, invece, per ora fanno storia a sé, in quanto sono stati reintrodotti in questo ambiente nel 1989 (per la precisione in due nuclei, nella zona del Pizzo dei Tre Signori e del Pizzo di Coca) a partire da esemplari provenienti dal Parco del Gran Paradiso, in Valle d’Aosta, e quindi sono tuttora protetti. Per questo non temono la presenza dell’uomo e non fuggono neppure se questo si porta ad una distanza relativamente modesta; spesso si lasciano anche toccare. Li si vede, quindi, tener fede alla loro fama di eccellenti arrampicatori (si dice metaforicamente, di una persona che è uno stambecco quando si muove con agilità e disinvoltura fra rocce e balze), stazionando o spostandosi anche su versanti ripidi e molto esposti.
Può capitare di vederli anche sulle vette più alte, come quella del Pizzo dei Tre Signori. Si riconoscono facilmente per la coppia di corna, nel maschio molto sviluppate (possono superare il metro di lunghezza) e percorse da serie di anelli, e per gli atteggiamenti che, se interpretati antropomorficamente, potrebbero apparire al limite della spavalderia e dell’esibizionismo.  Si tratta di abili scalatori, ma anche di animali sedentari, poco veloci e piuttosto silenziosi (qualche volta emettono un belato che assomiglia a quello di capra domestica). Le femmine e i giovani vivono in branchi abbastanza numerosi, distinti da quelli dei maschi adulti, più ridotti. E’ interessante ricordare che gli stambecchi, a causa dell’attività venatoria, furono ad un passo dall’estinzione nel territorio alpino italiano agli inizi dell’Ottocento, cioè circa due secoli fa, quando solo poche decine di individui sopravvivevano nella reale riserva di caccia dei Savoia, l’attuale Parco Nazionale del Gran Paradiso. Oggi è, invece, relativamente facile vederli a quote abbastanza elevate sul versante orobico che va dalla Val Gerola al monte Legnone. Si tratta di una colonia ormai ben rappresentata in esemplari di tutte le età (una sessantina nella zona del Pizzo dei Tre Signori). Ogni volta che li avvistiamo, ci rammentano che la montagna non è solo degli uomini, ma anche delle molte specie animali che la animano di una vita sempre diversa e sorprendente.


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RIFUGIO FALC-RIFUGIO SANTA RITA-LAGO DI SASSO

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Rif. FALC - Rif. Santa Rita - Lago di Sasso
1 h e 30 min.
120
E
SINTESI. Dal rifugio FALC scendiamo verso nord-ovest, seguendo le indicazioni pe ril rifugio Santa Rita, fra facili roccette, ed intercettiamo in breve il sentiero che traversa dalla bocchetta di Trona alla bocchetta della Cazza. sulla parte alta della Val Varrone. Andiamo a sinistra e dopo una lunga traversata con qualche saliscendi raggiungiamo la bocchetta della Cazza: poco oltre vediamo il rifugio Santa Rita (m. 2000), che raggiungiamo in pochi minuti. Poco prima di raggiungere il rifugio, troviamo una deviazione, segnalata da cartelli, che ci fa imboccare, sulla sinistra, un sentiero che taglia il fianco montuoso e scende gradualmente al Baitello del Lago (m. 1844). Seguendo le segnalazioni saliamo poi verso il ripiano terminale della val Biandino, dominato, in alto, dal Pizzo dei Tre Signori. Passiamo poi a valle del fianco montuoso che, alla nostra sinistra, mostra un imponente movimento franoso, prima di raggiungere il limite dell'ampia conca che ospita il lago di Sasso (m. 1922).

Più tranquilla ma non meno interessante la traversata al vicino rifugio Santa Rita ed allo splendido Lago di Sasso, in alta Val Biandino. Per effettuarla dobbiamo dal rifugio scendere per il canalone in direzione nord-ovest (indicazioni per il rifugio Santa Rita), percorrendo a rovescio l'ultimo tratto dell'itinerario sopra descritto che porta al rifugio FALC dalla bocchetta di Trona. Intercettato dopo una decina di minuti il sentiero che traversa l'alta Val Varrone, procediamo verso sinistra (direzione sud-sud-ovest), passando a monte del rudere di una baita legata allo sfruttamento delle miniere di ferro che vennero aperte qui intorno alla metà del secolo XVIII per volontà di Maria Teresa d'Austria (nei suoi pressi si può ancora vedere l'ingresso in una di queste miniere). Il sentiero si avvicina alla dorsale che separa l'alta Val Varrone dalla Val Biandino. Terminata la traversata, ci si ritrova, dopo una breve discesa, alla bocchetta della Cazza (termine dialettale che sta per "mestolo"), presso la quale sorge il rifugio Santa Rita (m. 2000).


Rifugio Santa Rita

Il rifugio è stato edificato presso la baracca che in passato ospitava i minatori che lavoravano nelle miniere del comprensorio Varrone-Lago di Sasso. Tre di questi minatori morirono intorno alla fine dell'Ottocenti travolti da una slavina: al loro ricordo è stata dedicata la croce presso la bocchetta, che da allora ha preso anche il nome di Passo della Croce dei Tre.
Vale assolutamebte la pena di prolungare l'escursione fino al bellissimo e solitario lago di Sasso. Poco prima di raggiungere il rifugio, troviamo una deviazione, segnalata da cartelli, che ci fa imboccare, sulla sinistra (o sulla destra, se veniamo dal rifugio Santa Rita), un sentiero che taglia il fianco montuoso e scende gradualmente al Baitello del Lago (m. 1844). Seguendo le segnalazioni saliamo poi verso il ripiano terminale della val Biandino, dominato, in alto, dal Pizzo dei Tre Signori. Passiamo poi a valle del fianco montuoso che, alla nostra sinistra, mostra un imponente movimento franoso, di cui ora conosciamo l’origine. Alla fine appare, bellissima, la meta, che dal sentiero abbiamo solo intravisto per un breve tratto, e che ora invece si mostra in tutta la sua bellezza: il lago di Sasso (m. 1922).
Lo spettacolo che si offre al nostro sguardo è splendido, anche se una nota di tristezza vela qquesta pura gioia per gli occhi: il destino del laghetto, anche se in tempi che superano di gran lunga quelli in cui si misura l’esistenza dell’uomo, è segnato, in quanto i depositi alluvionali che vi si raccolgono finiranno per interrarlo.
Giulio Selva nel volume “Il pizzo dei Tre Signori”, di Angelo Sala (ed. Bellavite, 2002), ci propone il racconto della leggenda del Lago di Sasso.

Questa leggenda riguarda l’origine di uno dei più bei laghetti della catena orobica, il lago di Sasso, ai piedi del pizzo dei Tre Signori, in alta val Biandino, sul versante orobico bergamasco. Siamo, quindi, oltre i confini delle Orobie valtellinesi, ma, essendo il laghetto facilmente raggiungibile con una escursione che parte dalla Val Gerola (escursione che, per la suggestione dei luoghi attraversati, non può non essere prima o poi messa in programma da chi ama questi scenari), il racconto merita di essere menzionato in questa sede.


Lago di Sasso

Prima, però, bisogna dar conto di ciò che, a proposito dell’origine del lago, dice la scienza: una grande frana, scesa dal versante di sinistra (per chi sale) dell’alta val Biandino, ed ancora ben visibile, avrebbe creato uno sbarramento all’imbocco della piana ai piedi (in direzione nord-ovest) del Pizzo dei Tre Signori, sul versante orobico bergamasco, e, data la natura impermeabile delle rocce di questa zona (si tratta del verrucano lombardo, dal caratteristico colore rossastro), tale sbarramento avrebbe permesso al torrente Troggia di formare il piccolo ed incantevole specchio d’acqua. Ma ciò che la scienza non ci dice è perché cosa abbia causato la frana e, soprattutto, perché dal lago emerga un grande masso, muto ed enigmatico. Bene: dove non giunge la scienza, là ci viene in soccorso la tradizione popolare, che racconta come andarono le cose.
Protagonista della leggenda è un pastore solitario e misantropo, di cui si è perso il nome, e si ricorda solo il soprannome, Ransciga (termine dialettale equivalente a ciò che in terra di Valtellina si chiama roncola o “mèla”, coltellino a lama ricurva che i contadini portavano sempre in tasca perché tornava utile in mille occasioni, per tagliare pane e formaggio come per fare la punta ad un bastone). Un pastore poco socievole, dunque, che se ne stava bene solo con le sue capre, nei pascoli delle montagne che circondano il Pizzo dei Tre Signori.
Gli capitò, così, un giorno, mentre stava a guardare il cielo senza nuvole, così simile a quegli stati d’animo senza pensieri che tanto gli piacevano, di osservare un uccello mai visto. Da esperto conoscitore di quelle montagne qual era, non poté non rimanere stupefatto nel vedere quel volatile nerissimo e gigantesco, che volava là, in alto, presso la cima del pizzo dei Tre Signori, senza neppure muovere le ali. E mentre era intento a domandarsi di qual diavolo di uccello si trattasse, questi, come se si fosse accorto della sua insistita attenzione, fermò per un istante il suo volo, lo puntò e scese in picchiata come se volesse ghermirlo e portarlo via. Il pastore fece appena in tempo a rifugiarsi dietro un grande masso, per poi correre al suo baitello: al prossimo assalto del volatile, non si sarebbe fatto trovare impreparato! Uscì, infatti, armato del suo fucile, perché non era tipo da lasciarsi spaventare troppo facilmente. Se ne stette quindi fermo a tranquillo ad attendere il successivo attacco, che non tardò a venire: quando il misterioso volatile gli fu di nuovo addosso, gli scaricò contro i pallettoni del suo fucile.
Quel che accadde poi ha dell’incredibile: l’uccello, colpito, emise un urlo che nulla aveva di animalesco e si tramutò in una palla di fuoco, precipitando in basso, nella piana del torrente Troggia.
Al gran fragore seguì un gran fumo, simile ad una nebbia, di color giallastro, ed una grande puzza, mai sentita. Il Ransciga, superato lo stupore, si lasciò vincere dalla curiosità, e scese a vedere. Quel che vide era davvero prodigioso: al posto della piana verdeggiante c’era un’enorme buca, circondata da massi di tutte le dimensioni, ed era proprio da lì che uscivano il fumo e la puzza. Istintivamente, sparò ancora, in direzione del centro della buca, e fu allora che dal cuore della terra udì salire una voce terrificante: “Io torno all’inferno, ma tu resterai per sempre dove ti trovi adesso”. Comprese, allora, di che diavolo di uccello si trattasse (era proprio il diavolo!), ma questo fu il suo ultimo pensiero, perché venne tramutato, subito dopo, in un grande masso. Il tempo, poi, circondò il masso di uno specchio d’acqua, che colmò la buca diabolica, e, da allora, qui tutto sembra pace e silenzio.

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ANELLO DEL PIZZO DEI TRE SIGNORI

Il pizzo dei Tre Signori ("Piz di tri Ségnùr") non è una montagna qualunque, ma una specie di simbolo, di icona di questo comprensorio, oltre che, con i suoi 2554 metri, la vetta più elevata della Val Gerola. Quando pensiamo a questa cima oggi ci viene in mente soprattutto l’ampiezza del panorama che essa ci apre. Ma l’importanza di questo gigante, nel passato, era legata soprattutto al suo corpo poderoso, nel quale vennero scavate miniere di ferro, conosciute e sfruttate sin dall'epoca romana.
La bocchetta di Trona ("buchéta de Truna", m. 2092), che si apre poco a nord del pizzo, fu, infatti, fin da epoche antichissime, il più agevole valico che congiungeva, attraverso la Valsassina, il milanese alla Valtellina: solo in tempi molto più recenti, infatti, la via del lago di Como divenne praticabile. Per la cosiddetta Via del Bitto, da Introbio, in Valsassina, a Morbegno passarono, quindi, nei secoli genti, mercanti ed eserciti. Sempre sotto lo sguardo impassibile e disincantato del pizzo che gli uomini, con presunzione, hanno battezzato dei Tre Signori, ma che è in realtà il signore di queste montagne.

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Di solito si pensa il pizzo come meta di una classicissima escursione, della quale la "Guida alla Valtellina", edita dal CAI di Sondrio nel 1884, afferma: "Da Gerola è facile la salita al Pizzo dei Tre Signori... Essa è stata più volte compiuta da gentili signore e signorine. ". Vale però la pena segnalare che esiste anche la possibilità di chiudere un non meno affascinante anello escursionistico intorno al pizzo.

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Rifugio FALC-(Rifugio Santa Rita)-Lago di Sasso-Bocchetta e valle dell'Inferno-Rifugio FALC
4/5 h
520
E

Dal rifugio FALC scendiamo verso nord-nord-ovest, seguendo i segnavia e le indicazioni per il rifugio Santa Rita. Ci affacciamo così all'alta Val Varrone ed alla conca che ospita fra l'altro il rifugio Casera Vecchia di Varrone (m. 1672). In pochi minuti intercettiamo un sentiero che congiunge la bocchetta di Trona, alla nostra destra, alla bocchetta della Cazza, alla nostra sinistra, tagliano il versante alto della testata della Val Varrone. Procediamo verso sinistra, cioè verso sud-ovest, con qualche saliscendi, mantenendo una quota approssimativa compresa fra 2020 e 2040 metri, mentre alla nostra sinistra il pizzo Varrone e la bastionata rocciosa di Piazzocco. La traversata termina alla bocchetta della Cazza (termine dialettale che sta per "mestolo"): poco oltre, su facile crinale, ci portiamo al rifugio S. Rita (m. 2000), che sembra davvero sospeso, in una surreale solitudine, fra cielo e terra. Vale la pena di ricordare che il tratto dalla bocchetta di Trona al rifugio ha un rilevante interesse storico, poiché appartiene all'antichissima Via del Bitto che collegava la Valtellina al lecchese.
Per proseguire nel nostro anello dobbiamo però tornare indietro di qualche decina di metri: poco prima del rifugio troviamo, infatti, una deviazione, segnalata da cartelli, che ci fa imboccare un sentiero che taglia il versante di pascoli in direzione sud-est e scende gradualmente al Baitello del Lago (m. 1844). Seguendo i segnavia procediamo sul sentierino che sale verso il ripiano terminale della val Biandino, dominato, in alto, dal Pizzo dei Tre Signori. Passiamo poi a valle del fianco montuoso che, alla nostra sinistra, mostra un imponente movimento franoso. Alla fine appare, bellissima, la meta, che dal sentiero abbiamo solo intravisto per un breve tratto, e che ora invece si mostra in tutta la sua bellezza: il lago di Sasso (m. 1922).
Lo spettacolo che si offre al nostro sguardo ripaga ampiamente le circa quattro ore di cammino necessarie per giungere fin qui, superando poco più di 700 metri di dislivello in salita. Una nota di tristezza vela però questa pura gioia per gli occhi: il destino del laghetto, anche se in tempi che superano di gran lunga quelli in cui si misura l’esistenza dell’uomo, è segnato, in quanto i depositi alluvionali che vi si raccolgono finiranno per interrarlo.

Proseguiamo ora passando un po' alti a destra del lago, seguendo i bolli rosso-arancio e bianco-rossi, per poi scendere all'ampia conca posta a sud. Davanti a noi il pizzo si staglia nelle sue forme armoniche ed eleganti. Piegando a sinistra risaliamo i ripidi pascoli che scendono ad ovest dalla propaggini del pizzo, intercettando un sentiero che proviene da sinistra (dalla bocchetta di Piazzocco) ed è chiamato Sentiero del Cardinale, perché venne percorso nel 1913 dal Cardinal Ferrari che saliva a benedire la croce sulla vetta del pizzo. Descrivendo un arco verso destra i segnavia ci indirizzano ad un facile canalone e alla bocchetta di Castel Reino(m. 2138) per la quale guadagniamo il Pian delle Parole, il solare crinale erboso sul quale intercettiamo il sentiero 101 (Sentiero delle Orobie Occidentali) che proviene, dalla nostra destra, dal rifugio Grassi (m. 1987). Siamo nel cuore della signoria del Pizzo, che appare da qui davvero meritevole del nome (laddove dalla Val Gerola si mostra più come cupolone di imponenza minore). E siamo anche ad un secondo confine: ci affacciamo sulla Valtorta e quindi sulle Orobie bergamasche, quindi da Madrid a Venezia: la Serenissima per secoli fu infatti signora delle valli bergamasche.


Lago di Sasso e pizzo dei Tre Signori

Proseguendo verso est (sinistra) saliamo, sempre su sentiero ben segnalato, con tratti assicurati da corrimano, alla bocchetta Alta (m. 2235), dove siamo ad un bivio: di qui parte infatti la direttissima per il pizzo dei Tre Signori chiamata anche via del Caminetto (numerazione 45), perché propone un passaggio attrezzato attraverso uno stretto camino roccioso, poco sotto la cima. Noi invece proseguiamo diritti, piegando leggermente verso destra (direzione sud-est), tagliando con andamento quasi pianeggiante il lungo e ripido versante erboso che si stende ai piedi delle rocciose propaggini meridionali del pizzo (è il cosiddetto Sentiero dei Solivi, che fa parte del Sentiero delle Orobie Occidentali, con numerazione 101).
Il sentiero si porta alle propaggini rocciose del crinale sud-orientale del pizzo, superando passaggi esposti ed attrezzati e calando alla Valle dell'Inferno. Qui, ad un bivio segnalato, lasciamo il sentiero 101 e prendiamo a sinistra (sentiero 105), salendo in direzione nord-ovest su terreno di sfasciumi, fino alla bocchetta dell'Inferno (m. 2306). Sulla salita incombe, alla nostra sinistra, la caratteristica formazione rocciosa sul versante nord-orientale del pizzo, denominata la Sfinge. Nonostante la sinistra ed abissale denominazione, la bocchetta rappresenta il punto più alto dell'intero anello, varcato il quale siamo proiettati dal clima mite di Venezia a quello rigido di Coira, perché rientriamo in Val Gerola e quindi nell'antico dominio delle Tre Leghe Grigie.


La bocchetta dell'Inferno

Scendiamo sul versante valtellinese della Valle dell'Inferno, in direzione dell'ambio lago omonimo, restando sul lato sinistro (occidentale) della valle. Giunti nei pressi del lago, dobbiamo prestare attenzione ai segnavia, perché il sentiero procede zigzagando fra i roccioni del versante del pizzo (incontriamo infatti anche l'indicazione di una deviazione a sinistra denominata via direttissima di salita al pizzo dei Tre Signori).
Costeggiando, rimanendo abbastanza alti, la riva sinistra (occidentale) del lago d'Inferno cominciamo ad incontrare i rimi pascoli ed una traccia di sentiero che ci porta alla bocchetta di Piazzocco (m. 2252). Di qui parte la cosiddetta via normale di salita al pizzo, dal versante valtellinese. Noi procediamo in direzione opposta, sempre verso nord, scendendo su un marcato sentiero alla bocchetta di Varrone, quindi di nuovo al rifugio FALC.

CARTA DEL PERCORSO

L'ANELLO DEL PIZZO VARRONE


Pizzo e dente del Varrone

Il pizzo Varrone, con i suoi 2325 metri , non è fra le più alte e neppure fra le più imponenti cime delle Orobie occidentali, ma è una delle più significative dal punto di vista alpinistico, visto che la sua cima, ed ancor più l'ardito Dente che la affianca, si lascia raggiungere solo con una vera e propria scalata. Il suo profilo slanciato visto dall'alta Val Varrone disegna poi uno degli scenari più suggestivi di questo angolo della catena orobica.
Nei suoi pressi si trova la bocchetta di Trona ("buchéta de Truna") che, dal punto di vista storico, è il più importante fra i numerosi valichi che collegano i due versanti della lunga catena orobica. Tale importanza ha radici antichissime: di qui, infatti, passa quella via del Bitto che è stata, per molti secoli, la via di comunicazione terrestre più diretta e breve fra la Valtellina ed il basso Lario, il che vuol dire, poi, con Milano. Il suo primato cominciò ad essere intaccato solo in epoca medievale, con la costruzione di una strada sulla riva orientale del Lario, poi ampliata nel secolo XIX. Ma al tempo dei Romani questi temevano una calata dei barbari proprio da qui (e fortificarono diversi luoghi strategici della Valsassina), ed è a loro che risale la definizione di questo asse come “via gentium”, cioè via delle genti. Parrebbe strano, visto che si dipana nel cuore delle Orobie occidentali, fra Valsassina (o, più precisamente fra Val Troggia, Val Biandino ed alta Val Varrone) e Val Gerola, eppure è così.


Clicca qui per aprire una panoramica a 360 gradi dalla bocchetta di piazzocco, sul pizzo dei Tre Signori e sul pizzo Varrone

Qualche dato generale aiuta a comprendere l’importanza storica di questa direttrice. La via parte da Introbio, nel cuore della Valsassina, ma facilmente raggiungibile da Lecco (che dista circa 16 chilometri). Si sviluppa per 11,5 km da Introbio alla bocchetta di Trona (al confine fra le province di Bergamo e Sondrio), con un dislivello in salita di circa 1500 metri, e per 20 km dalla bocchetta di Trona a Morbegno, con un dislivello in discesa di circa 1900 metri effettivi (1800 sulla carta). In totale, 31,5 km circa, che, aggiunti ai 16 da Lecco ad Introbio, portano la distanza fra Lecco e Morbegno a 47,5 km.
Per la Via del Bitto, da Introbio, in Valsassina, a Morbegno passarono, nei secoli genti, mercanti ed eserciti. Fin dal primo apparire dei popoli che, salendo da sud, colonizzarono per primi questo questo lembo della catena orobica. Sembra che i primi siamo stati i Liguri, seguiti dai Celti e dagli Etruschi. Vennero, quindi, i Romani, ai tempi dell’imperatore Augusto. E, dopo di loro, venne la religione cristiana, predicata da S. Ermagora. Dopo la caduta dell’impero romano vennero i Goti, e dopo di loro i Longobardi, sconfitti dai Franchi: tutti passarono dalle valli orobiche, ed il valico della bocchetta di Trona era, fra tutti, il più praticato.


Dente del Varrone dall'alta Val Varrone

All’inizio del Quattrocento salirono dalla Val Varrone alla bocchetta di Trona truppe al soldo dei Rusconi di Como, ghibellini, per dar man forte alla loro fazione, prevalente a Morbegno e sulla sponda orobica della bassa Valtellina, contro la fazione guelfa, che prevaleva a Traona e sul versante retico: la loro calata in valle, però, venne bloccata dalla coalizione avversa, salita in Val Gerola. Nel 1431 fu la volta dei Veneziani, che, uniti ad un contingente di Valsassinesi, varcarono la bocchetta per scendere a conquistare la bassa Valtellina, possesso dei Visconti di Milano: furono però disastrosamente sconfitti nella sanguinosa battaglia di Delebio l’anno successivo, nel 1432. Passarono di qui, il secolo successivo, nel 1515, i mercenari svizzeri in rotta dopo la sconfitta subita nella battaglia di Melegnano da parte dei Francesi: scesi in bassa Valtellina, molti di loro riuscirono a riparare nella natia Svizzera.
Nel 1531 venne un esercito nella direzione opposta, cioè dalla bassa Valtellina: si trattava di 6000 uomini delle Tre Leghe, capitanati da Giorgio Vestari, che, per la Val Troggia scesero ad Introbio, tentando di conquistarla. Vanamente. Sempre dalla Valtellina salirono i funesti Lanzichenecchi, nell’anno più nero della storia di questa valle, perché vi portarono un’epidemia di peste che ridusse la sua popolazione complessiva a poco più di un quarto. Pochi anni dopo, nel 1635, furono gli Spagnoli in rotta, sconfitti dai Francesi a Morbegno in uno dei tanti fatti d’armi della fase valtellinese della Guerra dei Trent’Anni, a varcare la bocchetta di Trona per scendere in Val Varrone. Ed ecco subito dopo, l’anno successivo, che il francese Duca di Rohan, vincitore sugli Spagnoli, passò anch’egli di qui per calare poi in Valsassina ed assumerne il controllo. È l’ultimo transito significativo di armati. Poi più nulla. Ora passano solo i ben più miti escursionisti, lasciando impressioni ammirate ma anche, talvolta, qualche rifiuto davvero indesiderato.


Ex-fortino della linea difensiva Cadorna sopra la bocchetta di Trona

Una nota linguistica: il toponimo "Trona" è, in questi luoghi, tanto diffuso da essere riferito, oltre alla bocchetta, ad un pizzo, ad un lago ed ad un'alpe; esso deriva da "truna", che significa "ricovero", "luogo riparato", ma anche "cunicolo", e si riferisce, qui, ai cunicoli delle miniere di ferro sfruttate in passato.
Attorno a questa fascinosa vetta ed alla bocchetta così densa di storia è possibile stringere un elegante anello escursionistico che, a seconda dei punti di partenza, può configurarsi di medio o di elevato impegno fisico. Raccontiamo la versione più lunga, che ha come punto di partenza la Val Gerola; dai rifugi FALC e Santa Rita è possibile percorrerlo in un tempo pressoché dimezzato. L'anello potrebbe anche essere chiamato anello dei tre rifugi, perché tocca appunto i tre rifugi sopra menzionati.

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Rifugio FALC -Bocchetta della Cazza-Lago di Sasso-Sent. Cardinal Ferrari-Bocchetta di Piazzocco-Rifugio FALC
4/5 h
470
E

Dal rifugio FALC scendiamo ad intercettare il sentiero che proviene dalal nostra destra (dalla bocchetta di Trona) e prosegue verso sinistra (bocchetta della Cazza), Prendiamo a sinistra, iniziando una traversata che permette di ammirare il pizzo Varrone (m. 2325), il cui profilo severo è caratterizzato dall'inconfondibile Dente del Varrone, che, visto da qui, sembra, erroneamente, essere la cima principale. Terminata la traversata, ci ritroviamo, dopo una breve discesa, alla bocchetta della Cazza (termine dialettale che sta per "mestolo"), presso la quale sorge il rifugio S. Rita. Il dislivello complessivo da Laveggiolo è di 670 metri circa, mentre il tempo approssimativo è di tre ore.
Per proseguire nell'anello dobbiamo però tornare per breve tratto sui nostri passi. Poco prima di raggiungere il rifugio, giungendo dalla Val Varrone, si trova una deviazione a sinistra, segnalata da un cartello, che permette di imboccare un sentiero il quale compie una traversata sul fianco erboso della costiera Val Varrone - Val Biandino, perdendo con gradualità quota e portando al baitello del Lago (m. 1844). Poco oltre si comincia a salire dolcemente, si passa sul lato opposto (da sinistra a destra) del torrente Troggia e si raggiunge in breve il pianoro terminale della valle, occupato dal bellissimo lago di Sasso (m. 1922), che deve il suo nome alla sua forma, oppure ai grandi massi che vi sono caduti dentro dal versante destro. Il panorama è dominato dal pizzo dei Tre Signori (m. 2554) che da qui mostra il profilo forse migliore.


Apri qui una panoramica dalla bocchetta di Piazzocco

Procediamo ora passando a destra del lago, un po' alti, su roccioni levigati, seguendo i bolli rosso-arancio e bianco-rossi. Accediamo così all'ampia conca a sud del lago. Un ampio arco ci permette di superare una scorbutiva pietraia e di addentrarci nel vallone, prima di volgere a sinistra (direzione est) ed attaccare il ripido versante di pascoli ai piedi della Foppagrande. La salita ci porta ad intercettare il cosiddetto Sentiero del Cardinale, che ci raggiunge da sinistra (dalla bocchetta di Piazzocco) e prosegue per la cima del pizzo dei Tre Signori.


Cima del pizzo Varrone dalla croce in memoria di Arturo Tagliabue alla cima del Varrone delle Vacche

Il suo nome è legato al Cardinal Ferrari di Milano, che lo percorso nel 1913 per salire a benedire la croce della vetta. Vale la pena di ricordare la singolare ed amatissima figura di questo arcivescovo, noto per la sua semplicità e per le sue umili origini contadine. Basti raccontare un aneddoto. Quando era ancora vescovo di Como (1892-94) venne in visita pastorale in Valtellina e passò per un impervio sentiero in Val Fabiolo (Val di Tartano), la Rusanìda. Quando giunse al punto più critico, dove il sentiero è intagliato nella viva roccia e corre su un impressionante strapiombo, gli uomini che gli facevano da guida si offrirono di sorreggerlo e di dargli la mano per sicurezza. Egli, però, non volle farsi aiutare, e rivelò di essere stato, da ragazzo, umile capraio: ne aveva visti di passaggi sospesi sul vuoto, ormai non lo impressionavano più. In paese non si parlava d'altro: tutta la gente esprimeva la sua ammirazione per quel cardinale così santo, così coraggioso e così alla mano. Dicevano: "Pensée mò che l'è pasà da Rusanìda!" Da allora, quando qualcuno si lamentava di dover badare alle capre, veniva quasi sempre apostrofato con frasi di questo tenore: "Vàrda che dàa 'l cardinal Feràri l'ha fàc ul cauréer", cioè "Guarda che anche il cardinal Ferrari ha fatto il capraio!". Si diceva anche: "Crèet mìa da sbasàt a cürò 'l càure, che dàaa 'l cardinàl Feràri, quànt l'èra 'n tùus, l'andàva cul càure", cioè: "Non credere di fare un lavoro umile curando le capre, perché anche il cardinal Ferrari, quando era ragazzo, andava con le capre" (cfr. il Vocabolario dei dialetti della Val Tartano di Giovanni Bianchini).


Croce alla memoria di Arturo Tagliabue alla cima del Varrone delle Vacche

Torniamo al racconto dell'anello. Dobbiamo ora percorrere il sentiero a rovescio, cioè verso sinistra (nord e nord-nord-est), traversando il ripido versante (attenzione ad alcuni passaggi esposti) fino a portarci sotto la sella della bocchetta di Piazzocco, alla quale il sentiero sale volgendo a destra (est). Ai 2252 metri della bocchetta di Piazzocco ci affacciamo sulla valle dell'Inferno e quindi torniamo in Val Gerola. Prima di iniziare la discesa alla bocchetta di Varrone saliamo però la facile china erbosa a nord della bocchetta, fino a raggiungere la cima dove troviamo una piccola croce (m. 2290) alla memoria di Arturo Tagliabue (data della morte: 1848). Da qui vediamo bene la cima del pizzo Varrone e la croce che la sovrasta e possiamo valutare bene l'impegno alpinistico richiesto per raggiungerla. Siamo al punto più alto dell'anello e ridiscendiamo alla bocchetta, dove seguiamo le indicazioni del cartello escursionistico e scendiamo verso nord, raggiungendo in un quarto d'ora la bocchetta di Varrone. Poco sotto la bocchetta, sul lato sinistro, rivediamo il rifugio FALC, che possiamo raggiungere in pochi minuti chiudendo l'anello intorno al pizzo Varrone.


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CARTA DEL PERCORSO

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