L'anello di San Bartolomeo


San Bartolomeo di Castelàz

L'ANELLO DELLA MEMORIA DI SAN BARTOLOMEO DI CASTELAZ

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Provinciale 27 -Pista Alta-San Martino-San Bartolomeo di Castelàz-Aquilone-Provinciale 27
3 h e 30 min.
200
T
SINTESI. Ci stacchiamo a destra dalla ss. 38 dello Stelvio (per chi sale verso Bormio) all'uscita de Le Prese, successiva a quella di Sondalo. Raggiunto il nucleo, attraversiamo il ponte sul fiume Adda, verso sinistra, svoltiamo a destra e passiamo accanto alla chiesa di San Gottardo, proseguendo sul vecchio tracciato della ss. 38 dello Stelvio, ora strada provinciale 27. Lasciata alle spalle Le Prese, passiamo per Verzedo e la provinciale affronta una rampa, oltre la quale la strada comincia a scendere gradualmente. Procedendo lentamente, notiamo, nell'ultima parte della discesa, sul lato destro della provinciale una pista sterrata che si inoltre nel bosco. Poco prima (probabilmente ci è sfuggita) c'è una seconda pista, che si stacca sul medesimo lato dalla provinciale. Parcheggiata l'automobile (m. 1110), imbocchiamo quest'ultima pista (la pista alta tracciata nell'estate del 1987). Il primo tratto è ora piuttosto rovinato, con fondo sterrato, ma dopo poche centinaia di metri si trova una carreggiata larga ed asfaltata. Dopo pochi tornanti, raggiungiamo una piazzola sulla destra della strada, posta in corrispondenza del poggio sul quale stava l'antichissima chiesa di San Martino di Serravalle (m. 1198). Salendo ancora, troviamo una galleria illuminata che passa sotto lo sperone sulla cui sommità stanno il prati del Piàz (prestiamo attenzione ad autoveicoli e biker). Superiamo il torrente della Valle delle Presure e ci portiamo sul suo versante settentrionale. Proseguiamo salendo sulla pista alta e giungiamo ad un secondo luogo della memoria, un ampio slargo a sinistra, ora attrezzato ad area di sosta, con un monumento collocato da Protezione Civile ed ANAS nel 1998, osservatorio sulla frana della Val Pola e punto più alto della pista (m. 1329 circa). Superata una galleria paramassi e scavalcato il torrente della Val Mala, cominciamo a scendere. Dopo una sequenza di tornanti sx-dx-sx-dx-sx-dx-sx, giungiamo in vista della gentile conca di prati che ospita il grazioso nucleo di Foliano. Alla sua sinistra, in posizione rialzata, la chiesetta ed il campanile, nascoste fra i pini, di San Bartolomeo di (o de) Castelàz (m. 1214). Proseguiamo nella discesa sulla carozzabile fino al suo termine: la strada si innesta sullo svincolo che dalla provinciale 27 porta alla nuova ss. 38 dello Stelvio. Procediamo con attenzione verso sinistra, fino alla strada provinciale, e seguiamola verso l'alta Valle, per raggiungere la piana di Aquilone, dove si trova la chiesetta che commemora le vittime della frana della Val Pola del luglio 1987. Proseguendo sulla provinciale verso sud torniamo all'automobile.

Ci sono luoghi di incontri e scontri epocali. Tale è l'antica Serravalle, dove demoniaco e santità, ecatombe e memoria hanno intrecciato le loro forze contrapposte. In alto, sopra tutto, l'antica chiesetta di San Bartolomeo de Castelàz (San Bortolamè), che sorge su uno sperone roccioso quasi di fronte all'immane frana della Val Pola, staccatasi all'alba del 28 luglio 1987 con 50 milioni di metri cubi di materiale che si sono riversati sul fondovalle, innalzandone il livello di 50-70 metri e risalendo il versante opposto per circa 300 metri. La posizione della chiesetta l'ha incredibilmente salvata, mentre intorno ad essa, sui tre lati possibili, la violenza della frana ha avuto conseguente terribili: il nucleo di S. Antonio Morignone è stato sepolto, la chiesetta di S. Martino di Serravalle è sparita, il nucleo di Aquilone è stato distrutto per lo spostamento d'aria. Per questo San Bartolomeo è diventata un simbolo di speranza, di rinascita, di vittoria sulla paura (il santo veniva anticamente invocato proprio per vincere la paura). Ma anche un luogo della memoria.


Apri qui una panoramica della frana della Val Pola (immagine del 2006)

A San Bartolomeo si può salire in automobile, ma anche in mountain-bike o a piedi. In ogni caso dobbiamo staccarci dalla ss. 38 dello Stelvio (per chi sale verso Bormio) all'uscita de Le Prese (Li Présa vegia), successiva a quella di Sondalo. Raggiunto il nucleo, si attraversa il ponte sul fiume Adda, verso sinistra, si svolta a destra e si passa accanto alla chiesa di San Gottardo e si prosegue sul vecchio tracciato della ss. 38 dello Stelvio, antecedente allo sconvolgimento del 1987 (ora strada provinciale 27). Lasciata alle spalle Le Prese, passiamo per Verzedo (Vergée) e ci affacciamo ai luoghi dell'ecatombe. Il paesaggio si fa surreale, ed il traffico molto limitato (pochi gli autoveicoli, non rari i ciclisti) acuisce il senso di smarrimento.
La provinciale affronta una rampa che testimonia fisicamente il mutamento della geografia e l'innalzamento del fondovalle di oltre 50 metri per il deposito del materiale franoso. Sono i milioni di metri cubi di questo materiale sta, da qualche parte, polverizzato, il ponte del Diavolo e la località Serravalle, proprio nel punto più stretto dell'intera Valtellina.
Di questo luogo cruciale scrive il Vescovo Feliciano Ninguarda, nel resoconto della sua visita pastorale nel 1589: “Tra i due monti in un luogo stretto distante da Bormio sei miglia c'è un muro alto e stretto, tanto che per di lì nessuno può passare se non attraverso una porta costruita vicino al fiume; codesta posta in tempo di guerra o di pestilenza è ben custodita e per questo è chiamata Serra, cioè la chiusa di quei monti, e separa la comunità Bormiese dalla rimanente parte della valle che è chiamata Valtellina”. Il Tuana, qualche decennio più tardi (1630), nel “De rebus Vallistellinae”, a sua volta, riferisce: “A tre miglia dal paese di Cepina, verso mezzogiorno, presso gli estremi confini della Valtellina, all'incrocio quasi dei due versanti della montagna, una muraglia venne inserita nella muraglia delle montagne, e tutta la valle è così chiusa, non essendoci altra via per entrare nel Bormiese o per uscirne che una porta custodita, protetta da una torricella con fossati e cinte, sopra lo scrosciare dell'Adda”. La fortificazione venne fatta costruire dai Bormini sul finire del secolo XII (è citata per la prima volta in un documento del 1201, il trattato di pace fra Como e Bormio), per preservare l'indipendenza della loro contea. Siamo, dunque, alle soglie della Magnifica Terra, cioè della Contea di Bormio e, propriamente, la Valtellina qui termina.


La frana di Val Pola

Dell'antico ponte del Diavolo, poi, molto si potrebbe dire lasciando briglie sciolte alle fantasie e fantasticheria. Il nome ha ispirato molte leggende. La più nota, riportata dalla Rini-Lombardini nel volume “Bellezze e leggende della terra di Bormio”, narra di un patto fra i valligiani ed il diavolo. Questi, infatti, avevano bisogno di un ponte per poter attraversare il fiume Adda nel punto più stretto della valle, ma non erano in grado di costruirlo. Lo commissionarono, dunque, proprio al diavolo, con tanto di regolare contratto che prevedeva, come compenso, l'anima del primo che vi fosse passato sopra. Al diavolo parve un patto equo, ed il ponte fu costruito. Ora la situazione era delicata: chi si sarebbe sacrificato per il bene di tutti passando per primo sul ponte? Nessun problema. L'astuzia dei valligiani rese il dilemma superfluo, perché a passare sul ponte venne mandato un cane, e di quello il diavolo si dovette accontentare.
Ma c'è una versione più articolata della leggenda del ponte e del diavolo, riportata in calce ad una “Vita di San Bartolomeo” (il titolo dello scritto è “La vera historia del Ponte del Diavolo di Bormio”, datata 20 marzo 1289; cfr. l'articolo sull'Eco delle Valli del 29 luglio 1952, firmato Scarabeo). Visto che proprio alla chiesa del santo dobbiamo salire, non possiamo esimerci dal considerarla. Si narra che in un tempo imprecisato il diavolo avesse preso possesso del Bormiese, sbarrandone le tre principali porte d'accesso (il passo del Foscagno, il passo del Gavia e, appunto, Serravalle). I Bormini dovevano offrirgli come tributo un certo numero di anime ogni anno (con la proverbiale astuzia gli offrivano però le anime dei pazzi di Uzza). Un giorno venne in Valtellina San Bartolomeo, deciso a porre fine alla signoria del diavolo sulla Magnifica Terra ed all'eresia che ne era conseguenza. Risalendo la valle, giunse a Serravalle, dove ancora non esisteva il ponte poi chiamato del Diavolo. Qui vide, sui lati opposti della valle, due gigantesche statue in granito di false divinità, collocate dal diavolo stesso, con la scritta “Di qui non si passa. Belzebù”. Un folletto suo servitore riferì a Belzebù che San Bartolomeo era giunto a Serravalle, ed il diavolo si affrettò a scendere da Bormio per scoprire le ragioni di quella scomoda visita. Il santo gli intimò di andarsene dalla Conte di Bormio. Belzebù si inquietò molto, perché la sua santità rendeva l'imposizione assai seria. Per cercare di trarsi d'impaccio, accampò la scusa di non poter attraversare l'Adda, per la mancanza di un ponte. Il santo non si scompose, scese alle turbolente acque del torrente senza neppure bagnarsi e con un virgulto toccò il basamento delle gigantesche statue, che subito crollarono, l'una addosso all'altra, proprio sopra il fiume. I frammenti di granito, però, non si riversarono nelle sue acque, ma, incastrati miracolosamente gli uni negli altri, costituirono un solidissimo ponte in pietra. Belzebù, sconfitto, lo dovette attraversare ed abbandonò per sempre il Bormiese. In memoria di quel prodigio il nuovo ponte venne denominato “del Diavolo”.
E non è finita qui, perché questi luoghi sono legati anche alla lotta fra il diavolo, sempre lui, ed un pio pastore, Tirindré. Un giorno Belzebù lo inseguì sul suo infernale destriero. Tirindré fuggiva con il suo gregge, salendo per un erto sentierino da Sant'Antonio Morignone a San Bartolomeo, ma il diavolo gli era addosso. Il suo cavallo stava per ghermirlo con lo zoccolo, che però fallì il colpo e ricadde pesantemente su un masso, che da allora reca impressa, appunto, l'orma dei quattro zoccoli del cavallo del diavolo (cfr. Rini-Lombardini, “In Valtellina, colori di leggende e tradizioni”, Sondrio, 1961). Sulla scorta di queste divagazioni nell'immaginario abbiamo, dunque, compreso che in questi luoghi il diavolo è sempre stato gabbato, dall'astuzia dei valligiani, dal miracolo di San Bartolomeo o dall'agilità del pastore Tirindré. Ma quanto è accaduto nel luglio del 1987, sempre a voler lasciar correre la fantasia, sembra un sua terribile vendetta. San Bartolomeo: eccolo. Il suo imponente campanile, proprio davanti a noi, alto sullo sperone boscoso, sembra indicare il cielo.


La frana di Val Pola vista da San Bartolomeo (immagine del 2015)

Intanto cominciamo, dopo la rampa, a scendere gradualmente. Alla nostra sinistra si apre lo scenario della mutilazione immane lasciata sul fianco della montagna dalla frana scesa sul versante del monte Zandila (ai tempi dell'alluvione, per un refuso, si parlò della frana del pizzo Coppetto, che però se ne sta, incolpevole, più a nord). Procedendo lentamente, notiamo, nell'ultima parte della discesa, sul lato destro della provinciale una pista sterrata che si inoltre nel bosco.
Poco prima (probabilmente ci è sfuggita) c'è una seconda pista, che si stacca sul medesimo lato dalla provinciale. È il primo tratto della pista alta che venne tracciata nel periodo successivo al 28 luglio 1987 per porre fine all'isolamento dell'alta valle (isolamento che in verità non fu mai assoluto, sia perché si poteva sempre passare dalla Valle di Poschiavo e dal passo della Forcola di Livigno, sia perché era transitabile anche il passo di Verva, in cima alle Val Grosina, che dava e dà accesso alla Val Viola Bormina). Il primo tratto della pista alta è ora piuttosto rovinato, con fondo sterrato, ma dopo poche centinaia di metri si trova una carreggiata larga ed asfaltata. La sfruttiamo per salire a San Bartolomeo, a piedi, in mountain-bike o in automobile. Prima di metterci in cammino, da una quota approssimativa di 1110 metri, ricordiamo che sotto i nostri piedi sta quanto resta del nucleo di Morignone (m. 1055), cancellato dalle carte geografiche, ma non da quelle della memoria, all'alba del tragico 28 luglio del 1987.


Remo Bracchi: poesia in memoria di San Martino di Serravalle

La strada sale sul versante che fu raggiunto dal materiale della frana, fino ad una quota di circa 1350 metri. Oggi il rimboschimento ha attenuato i segni di questo evento geologico epocale. Nel primo tratto ci allontaniamo da San Bartolomeo, procedendo verso sud-est, poi volgiamo a sinistra. Dopo pochi tornanti, raggiungiamo il primo luogo della memoria. Si tratta di una piazzola sulla destra della strada, posta in corrispondenza del poggio sul quale stava l'antichissima chiesa di San Martino di Serravalle (San Martìn, m. 1198), una delle più antiche della Valtellina, risalente al secolo X e dedicata a San Martino di Tours. Alcuni scavi degli anni ottanta hanno inoltre provato la presenza umana in questi luoghi in epoca protostorica. Accanto alla chiesa vi era anche un ricovero (xenodochio). Sicura è la presenza di monaci, di cui però non conosciamo l'ordine. Purtroppo non ne è rimasto nulla: il materiale franoso in risalita l'ha raggiunta e sepolta. Una perdita enorme dal punto di vista culturale. Al centro di un piccolo monumento in cemento un affresco di Gabriele Luise (1990) raffigura lo sconvolgimento della tragica frana. Ai lati, due targhe riportano altrettante poesie di Remo Bracchi, dedicate a San Martino di Serravalle ed ai pastori Clemente Giacomelli ed Attilio Tini, sepolti dalla frana proprioqui il 28 luglio 1978. Una scritta, infine, esprime lo spirito del luogo: “Apròs al tè altàr o San Martìn a segnàr che la vita sul planger la vanza (accanto al tuo altare o San Martino per darci la prova che la vita sopravanza sempre la morte)”.
Salendo ancora, troviamo una galleria illuminata che passa sotto lo sperone sulla cui sommità stanno il prati del Piàz (se siamo a piedi prestiamo attenzione: di qui passano pochissimi autoveicoli e qualche biker, ma la cautela è d'obbligo). Superiamo il torrente della Valle delle Presure e ci portiamo sul suo versante settentrionale.


Il monumento in ricordo di San Martino di Serravalle

Un tempo il sentiero attraversava un versante esposto su un precipizio, passando nei pressi di una cascata legata ad una leggenda (cfr. Rini-Lombardini, “Le novelle dell'Adda”, 1929) che non manchiamo di considerare. Ne è protagonista la giovane Elisabetta, figlia di Ivo dei nobili Alberti che, intorno all'anno 1000, dimorava presso le fortificazioni di Serravalle. Il padre era famoso per la sua avidità e crudeltà ma, persa la moglie, cambiò radicalmente stile di vita, facedosi eremita. La figlia lo seguì in questa sua scelta di penitenza. Viveva nei boschi sopra Serravalle, ed un giorno non fece ritorno dalla figlia dopo essersi incamminato sul sentiero che saliva a San Bartolomeo. La figlia andò alla sua ricerca, salendo a San Bartolomeo e proseguendo sull'antica via dei pellegrini, verso San Martino. La vide un cavaliere che procedeva sulla medesima via, e le chiese con dolcezza chi fosse e cosa facesse lì. La ragazza fu presa da timore e non rispose. Il cavaliere, allora, scese da cavallo e le si avvicinò. La giovane, terrorizzata, scappò via e, temendo di essere raggiunta, invocò il Signore e si precipitò dalla rupe che il sentiero attraversa proprio in questa valle. Da allora una candida cascata sgorga dalla rupe ed uno scuro tronco sembra protendersi dal sentiero verso di essa, come figura mostruosa.


Remo Bracchi: la poesia in memoria di Clemente ed Attilio

Proseguiamo salendo sulla pista alta e giungiamo ad un secondo luogo della memoria, un ampio slargo a sinistra, ora attrezzato ad area di sosta, con un monumento collocato da Protezione Civile ed ANAS nel 1998. Il luogo è forse l'osservatorio più suggestivo sulla frana della Val Pola. Siamo al punto più alto della pista (m. 1329 circa) che, superata una galleria paramassi e scavalcato il torrente della Val Mala, comincia a scendere. Dopo una sequenza di tornanti sx-dx-sx-dx-sx-dx-sx, giungiamo in vista della gentile conca di prati che ospita il grazioso nucleo di Foliano (Fuliàn), abitato permanentemente fino al 1962. Una campagna di scavi ha portato alla luce i resti carbonizzati di un edificio edificato con lo schema a Stabbau (base in pietra con rialzo in legno), datato, con il carbonio-14, fra IX e X secolo. A sinistra del nucleo, in posizione rialzata, la chiesetta ed il campanile, nascoste fra i pini, di San Bartolomeo di (o de) Castelàz (m. 1214).
San Bartolomeo ha origini medievali, sicuramente anteriori al 1393, ed era annessa ad un castello di cui ora non resta quasi traccia. Il già citato reverendo Tuana scrive, nel “De Rebus Vallistellinae”: “Sulle rupi che sovrastano la frazione di Morignone si scorge pure una chiesa dedicata a S. Bartolomeo, dove si ergono anche i ruderi di una torre abbattuta”. La fortificazione, parte integrante del sistema difensivo di Serravalle, aveva anche la funzione di segnalazione, in quanto sfruttava l'eccellente posizione: da qui si domina lo sviluppo della valle a nord e a sud. Lo sperone era inoltre posto proprio a monte del punto più stretto della valle, la citata fortificazione di Serravalle. Da San Bartolomeo passava la già citata via di comunicazione che univa Sondalo a Bormio (quella stessa che passava per San Martino), come testimoniano i ritrovamenti di monete di epoca medievale ma anche tardo antica, frutto di diverse campagne di scavi (la moneta più antica fu coniata a Costantinopoli nel IV sec. d. C. e reca l'effigie dell'imperatore Giuliano II).


San Bartolomeo di Castelàz

L'importanza di questo luogo, presso il quale sostavano spesso mercanti e pellegrini, spiega gli importanti i dipinti conservati: le pareti di ignoto maestro lombardo (Martirio di San Bartolomeo, che reca la data del 1393), due cicli pittorici di fine Quattrocento della scuola di Giovannino da Sondalo, il Presbiterio del 1579 affrescato dal grosino Cipriano Valorsa. Ruba la scena l'imponente campanile, ben visibile dal fondovalle, che ha sostituito l'antica torre di guardia ed è stato eretto alla fine del Cinquecento o all'inizio del Seicento. Cosa non comune di Valtellina, esso è staccato dalla chiesa, come prevedevano le norme in materia del Concilio di Trento. Conserva due antiche campane a slancio, un la3 datato 1634 ed un do4 datato 1615, fuse nella fucina che funzionava nel borgo di Foliano. La recente elettrificazione consente di far sentire regolarmente la loro voce allo scoccare del mezzodì. Impressiona e suggestiona il pensiero che quel suono echeggia in questi luoghi da quattro secoli. Impressiona anche l'ossario posto a lato della chiesetta, costruito nel 1784: il cumulo di teschi ed ossa riporta ai pensieri di mestizia legati alla tragedia della Val Pola, ma anche alla riflessione sul corso del tempo e sulle misteriose radici che trattengono passato e presente in una comunanza che non deve essere dimenticata. Dall'ameno prato accanto al campanile la frana è ancora ben visibile, ma leggermente defilata, sulla sinistra, e, se possibile, meno impressionante.


Remo Bracchi: poesia in onore di San Bartolomeo

L'anello della memoria prosegue scendendo sulla carozzabile fino al suo termine: la strada infatti si innesta sullo svincolo che dalla provinciale 27 porta alla nuova ss. 38 dello Stelvio. Se siamo a piedi, procediamo con attenzione verso sinistra, fino alla strada provinciale, e seguiamola verso l'alta Valle, per raggiungere la piana di Aquilone, dove ci attende il quarto luogo della memoria. Niente immagini amene di aquiloni liberi nel cielo. Lo stesso toponimo ha un significato diverso, essendo contrazione di “cantòn de qui de Liòn”, frazione di Morignone. La piana è un deserto. Solo tre case, sul fondo, restarono in piedi. Qui si consumò la tragedia più terribile: 28 abitanti morirono, non sepolti dalla massa franosa, ma travolti dall'immane spostamento d'aria che nessuno seppe prevedere. Una chiesetta, sacrario della memoria, conserva nomi e volti.


La piana di Aquilone

La raggiungiamo e vi troviamo un elenco delle sue vittime. È il momento di raccontare, in sintesi quanto accadde la mattina del 28 luglio 1987.
Alle 7.23 un fragore sordo, uno schiocco simile ad un colpo di frusta si sente fino a Bormio. Viene giù un intero pezzo di montagna, l’immane frana della Val Pola o del monte Zandila (nota anche, ma impropriamente, come frana del pizzo Coppetto), vengono giù, in circa mezzo minuto, 34 milioni di metri cubi di materiale, che riempiono il fondovalle, si incastrano, in basso, nella strozzatura della valle seppellendo il ponte del Diavolo, risalgono il versante opposto cancellando quattro abitati, S. Antonio, Morignone, Piazza (per fortuna evacuati) ed Aquilone (che non viene distrutta direttamente dalla massa franosa, ma dall’immane spostamento d’aria). Nuove vittima si aggiungono al bilancio di quella maledetta estate: i 7 operai al lavoro per ripristinare la ss. 38 e 28 abitanti di Aquilone, che non è stata evacuata perché non si immaginava che l’eventuale frana potesse avere dimensioni così apocalittiche.
Qualche dato può rendere l'idea delle dimensioni epocali di questo evento, causato da una paleofrana riattivata dall'eccezionalità delle precipitazioni successive al 18 luglio 1987. Il distacco della massa avviene in circa 8 secondi, la caduta in 23. La massa si stacca da una quota di circa 2300 s.l.m. e precipita come rock avalanche (frana di roccia) per un dislivello di 1250 metri, accumulando sul fondovalle una massa di 40 milioni di metri cubi (per effetto dei vuoti al suo interno). La sua velocità al momento dell'impatto con il fondovalle varia a seconda dei punti, da 275 a 390 km/h. L'accumulo di materiale franoso ha un'altezza che varia dai 30 ai 90 metri, ed interessa una orzione di 1,5 km a valle del punto d'impatto e di 1 km a monte. Il materiale risale anche il versante opposto per circa 300 m. L'area interessata dalla frana copre 2,4 km quadrati. La frana provoca un sisma stimato fra i 3,3 ed i 3,9 gradi della scala Richter (viene registrato in 8 stazioni in Italia ed in 7 stazioni in Svizzera, poste a distanza tra i 37 ed i 248 km dalla Val Pola). La massa precipitata solleva una vera e propria onda perché sul fondovalle i precedenti eventi aluvionali avevano generato un lago, detto di Morignone. L'onda all'origine è alta 95 m. e conserva un'altezza di 15-20 metri a circa 1,3 km dal punto di origine. La frana seppellisce Sant'Antonio Morignone e San martino di Serravalle, sul versante montuoso opposto. Lo spostamento d'aria distrugge Sant'Antonio, Poz, Tirindré (già evacuate) e buona parte di Aquilone (che non era stata evacuata). 28 le vittime di Aquilone. Testimoni oculari descrivono così la scena: la mattina è limpida, tersa; ad un certo punto il bosco della Val Pola (versante orientale del monte Zandila) si abbassa di colpo, si ripiega su se stesso, si rigonfia e si rovescia in avanti insieme a tutto il materiale che frana a valle (cfr. "Bollettino Storico Alta Valtellina", n. 14, anno 2011, articolo "La frana della Val Pola" di Simone Angeloni).
La tragedia si consuma in pochi secondi, il successivo incubo, invece, dura diverse settimane. Il corpo franoso, alto mediamente 50 metri, crea uno sbarramento artificiale che interrompe il deflusso dell’Adda verso Tirano. Per molti giorni l’Adda è come un’arteria spezzata: gli affluenti a valle della frana ne alimentano il corso, ma le acque dell’Alta Valtellina si accumulano in un nuovo e sinistro lago artificiale, le cui acque premono sempre di più sulle pareti della diga.
Per settimane i telegiornali si occupano di questo evento eccezionale ed imprevedibile negli sviluppi. Si parla di una possibile modificazione della geografia della valle, qualora le acque dovessero infiltrarsi nella muraglia del materiale scaricato dalla montagna, imbevendolo e facendolo scivolare rovinosamente, con un’onda di violenza inimmaginabile, verso Tirano e la media Valtellina. Che fare? Consolidare i bastioni che trattengono le acque del nuovo e sinistro lago? Prosciugarlo gradualmente? Si opera in entrambe le direzioni, nel mese di agosto, nella convinzione di poter disporre di tutto il tempo necessario (il livello delle acque del lago cresce di 2 cm circa ogni ora, e l'invaso, si calcola, non sarà pieno prima di 60 giorni; nel frattempo tutti i dispositivi di pompaggio e regimentazione saranno in piena funzione).
Ma se l’uomo pensa di poter disporre del tempo degli orologi, non potrà mai fare lo stesso del tempo del cielo e delle nubi. E di nuovo nubi, nere ed incombenti, si addensano e riversano precipitazioni di eccezionale intensità su tutta la valle, di nuovo lo zero termico raggiunge i 4000 metri. Siamo ad uno nuovo drammatico finesettimana, l’ultimo di agosto, il lago cresce con un ritmo allarmante, 20 centimetri ogni ora. Per fortuna le precipitazioni durano solo alcune ore. Ma la situazione è dichiarata grave: bisogna intervenire sul corpo della frana, svasarlo, creare un nuovo alveo per il fiume Adda e procedere alla tracimazione controllata. Espressione che fa il giro d’Italia, perché di nuovo i media hanno di che tenere incollati allo schermo milioni di Italiani, che di nuovo possono commuoversi per le migliaia di persone che vengono evacuate nel timore di un precipitare degli eventi.
Alle 22 di sabato 29 agosto i geologi Maione, Presbitero e Lunardi prendono una decisione drastica: tutti i centri abitati nei pressi del corso dell’Adda, da Grosotto a Sondrio, debbono essere evacuati. E viene la domenica, domenica 30 agosto 1987. Le prime luci rischiarano uno scenario letteralmente spettrale nei paesi deserti. È il giorno della tracimazione controllata. Arriva anche la RAI, a raccontare in diretta l’evento storico, con l’inviato Scaramucci ed il giornalista Santalmassi a seguire dallo studio. Non si sa cosa potrà accadere. Si prepara il nuovo alveo, si scava una breccia sul fronte della frana. L’acqua comincia di nuovo a defluire a valle. È come una rinascita. All’inizio c’è qualche timore: solo parte dell’acqua che esce dal lago raggiunge l’alveo a valle della frana, 7 metri cubi al secondo spariscono nel suo immane corpo. Poi anche questo allarme rientra: 40 metri cubi al secondo escono dal lago, altrettanti raggiungono Le Prese (termine da connettere a "presa", cioè terreno comunale o terreno bonificato).
Riecco l’Adda, quella vera, quella che nasce nel cuore della Magnifica Terra del Bormiese. Il fiume riacquista la sua antica vita e la geografia della valle non subisce ulteriori sconvolgimenti. Gli evacuati rientrano, gradualmente, nelle proprie case nei giorni successivi, il lago viene poco a poco svuotato.
Resta, nell’immaginario collettivo, l’immagine della Valtellina legata al concetto di alluvione e dissesto idrogeologico. Resta il compito di porre finalmente termine all’isolamento dell’alta valle. Restano discussioni, polemiche, paure. Resta, a distanza di vent’anni, la necessità di ricordare, per tanti motivi. Innanzitutto per onorare la memoria di chi ha perso la vita in quei maledetti 11 giorni dal 18 al 28 luglio del 1987.

L'anello si chiude qui. Si tratta di tornare all'automobile (se siamo a piedi), seguendo, verso sud, la provinciale 27. Nel ritorno non manchiamo di ricordare che, poco oltre lo svincolo per la ss. 38, camminiamo sopra Sant'Antonio Morignone (Sant'Antòni), che giace, polverizzato, parecchie decine di metri sotto i nostri piedi, a quota 1071 metri, con la cinquantina di case di cui era costituito. Giace con le sue memorie e le sue leggende, come quella del Sass de Mort, un roccione dove una sera di novembre Nunziatina, tornando a casa, vide una processione di morti. Si fermò per il terrore, ed allora un defunto le chiese di accendergli la candela che si era spenta. Nunziatina tornò a casa, si consultò con l'uomo più saggio del paese e, seguendo il suo consiglio, si recò subito dall'anima che era rimasta ad attenderla. Portava con sé un cero acceso, e con quello accese la fiammella del defunto. D'improvviso vide tante fiammelle che salivano al cielo. L'anima a cui aveva riacceso la fiammella la benedisse. Poi tutte le fiammelle sparirono, in alto.
I curiosi sentieri della storia e dell'immaginario hanno qualche raro punto di incontro.


Il monumento di ANAS e Protezione Civile

CARTA DEL PERCORSO sulla base della Swisstopo, che ne detiene il Copyright. Ho aggiunto alla carta alcuni toponimi ed una traccia rossa continua (carrozzabili, piste) o puntinata (mulattiere, sentieri). Apri qui la carta on-line

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IN MEMORIAM: LE IMMAGINI DELLE VITTIME DELLA FRANA DELLA VAL POLA

All'uscita meridionale da Cepina, sul margine della vecchia pista bassa, quasi al cospetto dell'immane ferita che non si vuol chiudere sul versante montano un tempo occupato dalla Val Pola, è stato eretto un tempietto in memoria di quanti, abitanti di S. Antonio Morignone ed Aquilone ed operai, sono morti travolti dalla frana del 29 luglio 1987. Speriamo di non offendere la sensibilità di nessuno riportandone le immagini, che ancora ci guardano dal masso sul quale sono state poste a loro ricordo. Ciascuno indovinerà ciò che questi sguardi vogliono ancora dire.


Alma Sambrizzi

Anna Bonetti

Attilio Giacomelli

Bruno Piccagnoni

Bruno Schyns

Clemente Giacomelli

Dino Confortola

Flavio Bonetti

Giuseppe Lumina

Guido Facen

Lorenzino Giacomelli
Lorenzo Bonetti

Lorenzo Parravicini

Marco Bonetti

Norberto De Monti

Pia Giordani

Raffaella Bonetti

Rino Merazzi

Rita Bonetti

Roberto Schyns

Roberto Trotalli

Roland Schyns

Stefano Bonetti

Tiziana Bonetti

Umberto Compagnoni


La chiesetta in memoria dei caduti nell'alluvione del 1987

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TUTTE LE VITTIME DELL'ALLUVIONE DEL LUGLIO 1987

Persone decedute in Val Tartano ed in provincia di Sondrio

COGNOME E NOME

DATA DI NASCITA

RESIDENZA

 

Gusmeroli Marcellino

17.10.37

Tartano (SO)

deceduto

Fognini Ottavina

25.08.44

Tartano (SO)

disperso

Gusmeroli Marzia

12.08.70

Tartano (SO)

disperso

Gusmeroli Renata

27.06.74

Tartano (SO)

disperso

Fumerio Enrica.

17.04.41

Giussano (MI)

deceduto

Citterio Gabriele

26.01.74

Giussano (MI)

deceduto

Libera Anacleto

17.12.18

Roma

disperso

Gusmeroli Alessandra

05.02.24

Roma

disperso

Spinelli Marica.

05.12.51

Briosco (MI)

deceduto

Fontana Elisa       

27.02.30

Varese

deceduto

Libera Nillo          

17.12.26

Colorina (SO)

deceduto

Ferrario Cherubino 

07.06.10

Lurate (CO)

deceduto

De Bastiani Romano

04.08.36

S.G.Bellunese (BL)

deceduto

Bolis Maria Alessandrina    

02.06.31

Lentate sul Seveso (MI)

deceduto

Casati Alessandro 

02.05.75

Lentate sul Seveso (MI)

deceduto

Romanò Pio         

27.07.42

Novedrate (CO)

disperso

Bianchini Armida   

09.03.24

Varese

disperso

De Nardi Antonio   

05.09.40

Vittorio Veneto (TV)

disperso

Strappazzon Lino   

16.08.48

Seren del Grappa (BL)

disperso

Toccalli Virginio    

27.05.49

Albosaggia (SO)

disperso

Bancora Ausano    

01.02.24

Guansate (CO)

disperso

Gianoli Fabio   08.07.31 Albosaggia (SO) deceduto
Non identificato     deceduto
Crapella Diego      

25.10.21

Caiolo (SO)

deceduto

Persone decedute a causa della frana di Val Pola

Bonetti Raffaella
Bonetti Marco
Bonetti Lorenzo

26.11.66
22.06.64
07.12.75

Aquilone (SO)
Aquilone (SO)
Aquilone (SO)

deceduto
disperso
disperso

Schins Roland

08.11.51

Belgio

deceduto

Bonetti Annacristina

05.12.51

Belgio

deceduto

Schins Bruno

15.12.83

Belgio

disperso

Schins Roberto

03.06.82

Belgio

disperso

Sambrizzi Alma

27.02.54

Aquilone (SO)

deceduto

Bonetti Flavio G.

05.08.74

Aquilone (SO)

disperso

Bonetti Stefano A.

17.04.76

Aquilone (SO)

disperso

Bonetti Tiziana

06.12.83

Aquilone (SO)

disperso

Colturi Daniela Silvana

24.09.53

Aquilone (SO)

disperso

Bonetti Luca

19.01.80

Aquilone (SO)

disperso

Bonetti Silvia

05.03.83

Aquilone (SO)

disperso

Bonetti Laura

06.12.85

Aquilone (SO)

disperso

Confortola Bernardino

05.05.28

Aquilone (SO)

disperso

Bonetti Rita

17.02.34

Aquilone (SO)

deceduto

Giordani Pia.

10.06.31

Aquilone (SO)

deceduto

Giacomelli Clemente

23.11.17

S.Martino (SO)

disperso

Giacomelli Attilio

18.12.25

S.Martino (SO)

disperso

Trotalli Umberto

14.09.31

Morignone (SO)

deceduto

Piccagnoni Bruno

11.01.39

Aquilone (SO

disperso

Operai deceduti a causa della frana di Val Pola

Lumina iuseppe             

28.06.49

Cepina (SO)

disperso

Marazzi Rino                   

15.08.35

Bormio (SO)

disperso

Facen Guido                   

10.09.39

Tovo S.Agata (SO)

disperso

Parravicini Lorenzo           

04.06.63

Lovero (SO)

disperso

Giacomelli Lorenzo           

03.08.57

Bormio (SO)

disperso

De Monti Norberto           

08.01.56

Piazza (SO)

disperso

Compagnoni Umberto       

02.10.60

Valfurva (SO)

disperso

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APPENDICE: IL SANTUARIO DELLA MEMORIA

San Bartolomeo di Castelaz è l'unica contrada che si è salvata dall'immane frana della Val Pola, che è scesa proprio di fronte ad essa, sul versante opposto, per poi risalire lo sperone del piccolo nucleo. Le sue case, però, non sono state raggiunte, perché prima di guadagnarne la sommità il corpom della frana si è diviso in due tronconi, risparmiandole. A San Bartolomeo si trova un'antichissima chiesetta, edificata anteriormente al secolo XIV (gli affreschi più antichi risalgono al 1393). Dopo la tragedia del luglio 1987 è diventata una sorta di santuario della memoria, al quale salire per guardare, ricordare, meditare. Due pannelli riportano altrettante poesie tratte dai volumi che don Remo Bracchi, illustre dialettologo e cantore dei valori più profondi della terra di Valdisotto, ha dedicato a questi eventi.
Eccole, nel testo dialettale e nella traduzione italiana.

San Bortulamè

Emó, per breciàr i téi pè,
emó 'n vegnerà sul tè sas,
a st'òasi de vèrt, o San Bortulamè,
del font de 'n desèrt senza fin,
in cèrca de cara presénza che tas.
Ti, l'ùnik camini che 'l me vanza
de tuta la tèra perduda...
Oh, làga che 'n pòstia li nòsa speranza,
che 'ntant an te rèstia virgìn
e 'n tìria 'n pò 'l flè, prima d'ir cu la muda.
De tuta li nòsa fraziòn,
per sècul i pa i è vègní
chilò, vèrz al nin de la soa riligiòn,
per viver a l'òmbra di sant,
che sèmpre i crescèsa i sei picen iscí.
De tùta li val l'à ciamà
per sècul sta nòsa campana,
per fam una sòla famiglia che va,
guidàda vèrz l'title de quel cant,
del pòst de l'esilio ala pàtria lontàna.

San Bartolomeo

Di nuovo, per abbracciarci ai tuoi piedi,
di nuovotorneremo sopra la tua altura,
o San Bartolomeo, a qust'oasi di verde,
dal fondo di un deserto sconfinato, nel quale vaghiamo
cercando le care presenze che non rispondono più.
E' questo l'unico angolo che ci rimane intatto
dell'intera nostra terra perduta.
Oh, lascia che deponiamo sul tuo altare
le nostre speranze stanche,
che riposiamo un attimo accanto a te, mentre riprendiamo
il respiro, prima di essere sospinti sul cammino dell'esilio.
Da tutte le nostre frazioni,
i nostri padri sono saliti per secoli quassù, al nido caldo della loro religione,
per vivere all'ombra dei santi, e chiedere loro di far crescere
i propri piccoli, fin nel più lontano futuro, allo stesso modo.
Questa nostra campana ci ha chiamati
a raccolta per secoli da tutte le valli,
per fare di noi una sola famiglia in cammino,
guidata da quel suono,
dalla terra profonda del dolore verso la patria lontana.



La frana della Val Pola

 

Bruno (la poesia è dedicata a Bruno Piccagnoni, che, la mattina della tragedia, poco prima che la frana scendesse fu visto salire con il fuoristrada sulla via di Foliano, che sale dopo S. Bartolomeo; si presume che la frana, risalendo dal fondovalle, l'abbia investito; scomparve a 48 anni, lasciando la moglie Belotti Franca ed i figli Claudio e Lorena).

Cus' él che quél dí 'l te ciamàa,
che t'aes tànta smània de ir?
I t'à vedú su per i pra

un àmen avànt de sparìr.
Apéna per nò 'l ghé 'n morir,
apéna per nó che no 'n sa.
I spéita quél dì de vegnìr

incóntra tüc quénc i nös pa.
Incòntra i vegnìa. T'àes capí,
e no te volés che i speitésa
tròp témp su la pòrta del dì.

Te vàes su per l'èrba segùr,
al témp che i téi mòrt i rivésa.
E tut l'é stac' céir, pö tut skur.


Bruno

Che cosa è stato quel giorno a chiamarti,
che tu avevi tanta voglia di andare?
Ti hanno avvistato sui prati,

un attimo solo, prima che sparissi.
Per noi soltanto esiste un morire,
per noi che non conosciamo.

Tutti i nostri padri desiderano quel giorno
per venire ad accoglierci.

Essi ti scendevano incontro. Tu avevi compreso
e non volevi che attendessero troppo a lungo
lassù,
sulle soglie del giorno.
Salivi sicuro il sentiero d'erba,
il tempo sufficiente perché giungessero i tuoi morti.
E tutto fu luminoso. Poi tutto fu buio.

Per visitare questi luoghi della memoria basta seguire, magari in bike, il vecchio tracciato della ss. 38, oggi sostituito dalla nuova strada in galleria; un cartello indica lo svincolo che porta alla chiesetta.

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LA MONTAGNA E LE SUE METAMORFOSI

Può essere interessante leggere, alla luce di quanto accaduto nel 1987, le seguenti riflessioni che Bruno Credaro pone in apertura del suo volume “Ascensioni celebri sulle Retiche e sulle Orobie” (Banca Popolare di Sondrio, 1964):
Le montagne restano e gli uomini passano. Vorrei aggiungere subito che nulla, o quasi, si cambia nelle strutture e nelle linee dei monti nel volgere di molte generazioni e che noi li vediamo ora come li hanno veduti i nostri padri e i nonni e addirittura i Romani quando vennero quassù per la prima volta a conquistare la cerchia alpina.
Solo la veduta lunga dei geologhi e dei geografi ci porta a pensare a un grande abbassamento delle catene dei monti per le erosioni e le degradazioni.
Ma gli alpinisti non vanno tanto lontano. Che io sappia, solo Edoardo Whymper, primo scalatore del Cervino, arrivò a pensare che un giorno anche quel monte della sua gloria si sarebbe appiattito a formare una desolata pianura: le grandi paure dettate dai grandi amori.
Neppure le alluvioni e i nubifragi lasciano tra i monti segni apprezzabili. Guardate reversione di Piuro: una enorme frana seppellì il paese con i suoi ottocento abitanti. Una grande tragedia; ma ora appena si riesce a capire dove il fondovalle si alzò di quindici o venti metri. I prati e qualche quadratino di vigna hanno rinverdito da più di tre secoli il terreno e, dal punto di vista della geografia, tutto è tornato come prima.
Nei miei giovani anni e precisamente nel 1911, ho veduto la nostra Valtellina da Sondalo al Pian di Spagna sconvolta da un nubifragio durato violentissimo tutta una notte.
Paesi dimezzati, campi e vigneti e prati diventati enormi ghiaioni, strade spazzate via per chilometri, il piano da Castione in giù diventato un grande lago giallo sul quale galleggiavano i mobili delle case e bestie morte.
Ma bastarono dieci anni perchè tutto tornasse come prima.
Gli uomini sono come le formiche. Quando si passeggia nei boschi di larici è facile notare i coni che questi insetti si costruiscono per depositarvi le uova. L'uomo, animale per sua natura dispettoso, raramente non cede alla tentazione di sconvolgerli con un paio di calci; ma se ripassa due giorni dopo, li ritrova come erano prima."

Illuminati da queste considerazioni, possiamo gettare uno sguardo all'elenco dei più significativi eventi alluvionali e calamitosi antecedenti al 1987, che hanno segnato, negli ultimi 7 secoli, la storia di Valtellina e Valchiavenna:

DATA

CALAMITA’

LOCALITA’O TORRENTE

DANNI

1300

Alluvione

Samolaco

Distruzione abitato

1338

Alluvione

Tutta la provincia

Generalizzati

1538

Frana

Ardenno

Distruzione abitato

1589

Frana

Spriana

Inizio franamenti

1600

Alluvione

Boalzo

Distruzione abitato

1618

Frana

Piuro

Distruzione abitato

1807

Frana- Alluvione

Serio

Danni abitato

1817

Alluvione

Villa di Tirano

Danni abitato

1834

Alluvione

Mallero- Sondrio

Danni abitato

1844-45

Alluvione

Cedrasco

Danni abitato

1855

Alluvione

Tartano

Danni strada statale

1864

Alluvione

Torrente Rezzelasco

Danni strada statale

1882

Alluvione

Torrente Rhon e fiume Adda

Danni vari

1882

Frana

Frasino

Danni vari

1887

Alluvione

Vallaccia – S.Cassiano

Danni abitato

1888

Alluvione

Adda

Generali

1890

Alluvione

Bitto-Morbegno

Danni abitato

1890

Alluvione

Lesina

Danni abitato

1900

Frana

Canale-Tirano

Inizio fenomeno

1906

Alluvione

Pedemonte

Danni abitazioni

1911

Alluvione

Masino

Danni abitazione

1911

Alluvione

Mallero-Sondrio

Danni abitazioni

1911

Alluvione

Marasco

Danni abitazioni

1911

Frana

Ciappanico

Danni vari

1921

Alluvione

Bitto-Morbegno

Danni abitazioni

1924

Alluvione

Val Codera

Danni vari

1926

Frana

Curlo

Inizio franamenti

1927

Alluvione

Torrente Mallero-Sondrio

Danni abitato

1927

Alluvione

Masino

Danni strada statale 38

1927

Alluvione

Rabbiosa

Danni abitato

1932

Alluvione

Liro

Generali

1936

Alluvione

Valfine

Vari

1937

Alluvione

Tartano

Vari

1937

Alluvione

Margatta

Vari

1950

Alluvione

Val Sissone

Vari

1951

Alluvione

Arlate-Grosotto

Vari

1951

Alluvione

Schiusone

Vari

1951

Alluvione

Dragonera

Vari

1952

Alluvione

Masino

Danni colture

1953

Alluvione

Schiesone

Danni ingenti

1954

Frana

Biorca- Mazzo

Vari

1960

Alluvione

Tartano

Vari

1960

Alluvione

Adda

Vari

1961

Frana.

Confinale

Danni strada statale del Gavia

1963

Frana

Mallero

Vari ingenti

1965

Frana

Valchiosa

Vari ingenti

1966

Frana

Grosotto

Vari ingenti

1966

Alluvione

Lovero

Vari ingenti

1967

Frana

Rogolo

Vari ingenti

1971

Alluvione

Vallate- Traona

Vari ingenti

1972

Frana

Novata Mezzola

Danni stada stradale

1976

Frana

Campodolcino

Danni strda statale

1977

Frana

Sasso Bisolo

Danni vari

1983

Alluvione-frane

Adda-Tresenda

Danni ingenti

1983

Alluvione-frane

Mera

Danni vari

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