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Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
San Giuseppe-Alpe e rifugio Lagazzuolo-Bocchel del Cane-Lago Pirola-Chiareggio
5 h
1150
E
SINTESI. Saliamo da Sondrio in Valmalenco, passando per Chiesa in Valmalenco e proseguendo sulla strada per Chiareggio. Giunti a San Giuseppe, parcheggiamo allo slargo sulla sinistra appena dopo la chiesetta, presso il cartello che segnala la partenza del sentiero (indicazioni per Lagazzuolo e Chiareggio e segnavia banco-rossi). Scendiamo al torrente Mallero, lo attraversiamo su un ponte e prendiamo a destra. Attenzione ad un bivio, che troviamo quasi subito: non ci sono segnavia, e dobbiamo prendere a sinistra (sentiero che sale). Il sentiero, spesso esposto su un ripido versante boscoso (attenzione), comincia a salire, ripido, sul versante meridionale della Val Orsera, effettuando prima un traverso in direzione nord-ovest, inanellando poi una serrata serie di tornantini in direzione ovest-sud-ovest. Intorno a quota 1900 la vegetazione si fa sempre più rada, finchè il sentiero sbuca sul limite dei pascoli dell'alpe Lagazzuolo e porta al rifugio rifugio Lagazzuolo (m. 1974). Poco più avanti siamo al lago di Lagazzuolo (m. 1992). Seguiamo i segnavia, che segnalano una traccia di sentiero che, lasciata alle spalle la riva di nord-ovest del laghetto (quella di destra, per chi sale), si sviluppa fra la vegetazione, sempre più rada, ed i massi di tutte le dimensioni, sempre più fitti. Nel primo tratto passiamo vicino, rimanendo alla sua sinistra, al corso d'acqua che scende fino al laghetto sottostante. Poi ce ne allontaniamo, spostandoci a sinistra e raggiungendo, dopo un breve traverso, l'imbocco del canalone che adduce alla bocchetta, la quale, finalmente, appare ai nostri occhi. Deviando leggermente a destra, iniziamo l'ultima faticosa salita, seguendo il tracciato suggerito dai segnavia, che ci porta alla sella del Bocchel del Cane, a 2551 metri. Iniziamo la discesa verso ovest-nord-ovest e per un buon tratto i segnavia ci indicano il tracciato più razionale che si districa fra nevaietti e massi di dimensioni rilevanti (attenzione). I massi, dopo il primo tratto, si fanno, poi, via via, più abbordabili, compaiono le prime lingue di timido e magro pascolo, e più in basso vediamo, alla nostra destra, il lago Pirola (m. 2283). Ad un bivio segnalato ignoriamo i segnavia che segnalano il percorso che prende a destra e traversa in direzione del lago Pirola, e proseguiamo verso sinistra (sud-ovest), seguendo un evidente ometto ed i segnavia che, al termine di un breve pianoro dove i massi ci lasciando un po' di tregua, ci fanno scendere in una conca dove li ritroviamo. Poco prima della conca, a sinistra del sentiero, è visibile, segnalato da un cartello, un esemplare di Larice millenario (m. 2160). La discesa prosegue in uno scenario suggestivo, fra radi larici, a sinistra dei bastioni del Torrione Porro (m. 2435). Superata un'ultima impegnativa fascia di grandi massi, il sentiero si tuffa in una macchia, per l'ultima, ripida, discesa verso ovest, che ci porta al pianoro della val Ventina, circa a metà strada fra i vicini rifugi Ventina, alla nostra sinistra, e Gerli-Porro (m. 1965), alla nostra destra. Dal rifugio Geli-Porro imbocchiamo il largo sentiero che scende a Chiareggio: la discesa termina al ponte sul Mallero, oltre il quale saliamo alla piazza centrale di Chiareggio (m. 1612).


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La traversata alta da San Giuseppe a Chiareggio è uno dei più classici itinerari escursionistici offerti dall'alta Valmalenco (val del màler) e, pur non rientrando nelle otto tappe dell'Alta Via della Valmalenco, offre scenari e suggestioni di sicuro impatto emotivo, mostrando il volto più affascinante e spettacolare della valle.
Per effettuarla dobbiamo raggiungere innanzitutto Chiesa in Valmalenco (m. 960), a 15,5 km da Sondrio, proseguendo, poi, sulla strada che porta a Chiareggio. Dopo aver superato su un ponte il Màllero ed aver affrontato una lunga serie di tornanti, raggiungiamo l'ampia conca di prati che ospita San Giuseppe (san giüsèf o giüsèp, m. 1433), a 6 km. da Chiesa, punto di partenza ben noto a coloro che amano salire, per effettuare passeggiate o discese sugli sci, all'alpe Palù. Qui la strada assume, per un buon tratto, un andamento quasi pianeggiante e, sulla sinistra, è ben visibile una graziosa chiesetta, costruita nel 1926 per sostituire la precedente, distrutta da una frana.
Proseguendo per un tratto con l'automobile, troviamo, sempre sulla sinistra, un cartello che segnala il punto di inizio della traversata che conduce dalla val Orsera (val d'ursàra o d'ursèra) alla val Ventina, sviluppandosi attraversando la dorsale montuosa compresa fra il monte Senevedo (m. 2561), la punta Rosalba (m. 2803), la cima del Duca (m. 2953) ed il monte Braccia (còrgn de bracia, m. 2909), passando per due laghi (il lago Lagazzuolo, m. 1974, ed il lago Pirola, m. 2283) e due rifugi (il Ventina, m. 1965, ed il Gerli-Porro, m. 1960), valicando una bocchetta alta, il Bocchel del Cane (buchèl del càa(n), m. 2551) e consentendo, infine, la discesa a Chiareggio dalla val Ventina.
Parcheggiamo, dunque, l'automobile presso il cartello che segnala la partenza del sentiero (indicazioni per Lagazzuolo e Chiareggio), ma se ne abbiamo a disposizione due, lasciamone una a Chiareggio: qualora, infatti, non intendessimo fermarci a pernottare presso alcun rifugio, ci eviterà di dover percorrere 6 chilometri buoni per ridiscendere da Chiareggio a San Giuseppe.
Il sentiero, segnalato da bandierine rosso-bianco-rosse (che ci accompagneranno per l'intero arco della traversata) scende al torrente Mallero (màler), lo attraversa su un ponte e prende a destra. Attenzione ad un bivio, che troviamo quasi subito: non ci sono segnavia, e dobbiamo prendere a sinistra (sentiero che sale). Il sentiero, spesso esposto (attenzione), comincia a salire, ripido, sul versante meridionale della Val Orsera, effettuando prima un traverso in direzione nord-ovest, inanellando poi una serrata serie di tornantini in direzione ovest-sud-ovest. La salita, che avviene sul severo fianco montuoso posto immedietamente a sud-est delle cascate della val Orsera (val d'ursàra o d'ursèra), ben visibili da San Giuseppe, non concede respiro, ma avviene in un fresco bosco di conifere, il che è indubbiamente un vantaggio, se la effettuiamo durante il periodo più caldo dell'estate.


Apri qui una fotomappa del versante Girosso-Lagazzuolo

Intorno a quota 1900 la vegetazione si fa sempre più rada, finchè il sentiero sbuca sui pascoli dell'alpe Lagazzuolo (alp del lagazzö), incontrando le poche baite, ormai abbandonate, su un bel poggio panoramico, dal quale si domina, a nord, la poderosa dorsale nord-occidentale della testata della Valmalenco, che comprende, da ovest, cioè da sinistra, il pizzo Fora (sasa de fura o sasa ffura, m. 3363), il pizzo Tremoggia (m. 3441), il pizzo Malenco (m. 3438) ed il Sasso d'Entova (sasa d’éntua, m. 3329).
Una di queste baite, però, è tornata a nuova vita per iniziativa degli Alpini di Chiesa in Valmalenco che, nel 2009, ne hanno ricavato un rifugio, il rifugio Lagazzuolo, tenuto aperto nella stagione estiva. Chi volesse maggiori informazioni o intendesse ritirare le chiavi per utilizzare la struttura, può contattare Pietro Schenatti (tel. di casa: 0342 452135; cell.: 340 7764161); Fausto Pedrotti (tel. di casa: 0342 452576; cell.: 349 5089697). La salita al rifugio richiede circa un'ora e tre quarti di cammino, mentre il dislivello approssimativo è di 600 metri.
Domina l'alpeggio la punta Rosalba (m. 2809, retaggio del tempo pioneristico dell'alpinismo, quando i conquistatori di una vetta cedevano alla tentazione romantica - o ridicola - di chiamarla con il nome della propria innamorata), a destra della quale si trova la depressione sul crinale dove è collocata la bocchetta che dovremo superare.
Poi, improvvisamente, ecco comparire il bel laghetto di Lagazzuolo (lagazzö), nascosto dai bordi della conca glaciale che lo ospita. Si tratta di una piccola perla naturalistica, che offre, agli escursionisti che spesso vengono fin quassù per riposare lungo le sue rive circondate da radi larici, lo spettacolo riposante delle sue acque, di un bel colore azzurro turchese intenso.
Una sosta, dopo la prima ora o poco più di cammino, non ci sta certo male.


Rifugio Lagazzuolo

Per illustrare meglio le caratteristiche di questo lago e dell'ambiente che lo ospita riportiamo le informazioni che ci vengono offerte dal bel volume "Laghi alpini di Valtellina e Valchiavenna", di Riccardo De Bernardi, Ivan Fassin, Rosario Mosello ed Enrico Pelucchi, edito dal CAI, sez. di Sondrio, nel 1993:
Situato a una quota assai più bassa, ancora nell'area della vegetazione e circondato infatti da un rado ma suggestivo lariceto, il Lago Lagazzuolo, non poi così piccolo come sembra indicare il nome, presenta acque gelide e azzurrissime, raccolte su un gradone, il più basso prima di una serie di rapide e cascate, percorso dal torrentello della Val Orsera, affluente di destra del Mallero, all'altezza di S. Giuseppe in Val Malenco.
In verità il torrente rinasce appena a monte del lago, in un bel sistema di resorgive tra grandi piastroni di serpentino, ai piedi di una ciclopica morena che adduce al sovrastante terrazzo della valle (dove c'è un altro laghetto, molto piccolo e quasi ignorato anche dalle carte, spesso ghiacciato fin tardi) e quindi alla testata sotto le ripide pendici della Cima del Duca e del Monte Braccia, in un ambiente selvaggio e desolato.
A me sembra che, tra tutti i laghi (non pochi) della Val Malenco, esso si presenti come il più tipico laghetto alpino per la forma irregolarmente rotondeggiante, il colore straordinario, l'apertura/chiusura degli orizzonti. A monte si offre infatti una veduta scenografica di pendici erte, rupi incombenti; a valle (N-E) si ammira il non lontano gruppo del Tremogge e le rossastre rocce del Sasso Nero, cuore geografico e geologico della Val Malenco, oltre la vallata, sopra i fitti boschi di Senevedo, Entova e Palù - questi ultimi purtroppo devastati dalle piste di sci -.
Più lontano campeggia il Pizzo Scalino. Arrivarci non è poi così difficile: due orette da S. Giuseppe. Con Entova, dove addirittura si passa in jeep, è sicuramente tra i più facilmente raggiungibili per il turista che soggiorni in Val Malenco.”

La traversata prosegue, dettata ora non più da un evidente sentiero, ma dal susseguirsi dei segnavia rosso-bianco-rossi, che ci portano ad aggirare il laghetto sulla (nostra) destra. Non possiamo affidarci all'impressione visiva: il Bocchel del Cane, infatti, non è infatti, come invece saremmo indotti a credere, l'ampia sella ben visibile davanti ai nostri occhi, sul crinale che separa la val Orsera (val d'ursàra o d'ursèra) dalla val Ventina (val de la venténa), fra la punta Rosalba, a destra, e la cima del Duca, a sinistra. Questa sella è la più alta bocchetta di Lagazzuolo (buchèl - o buchèta - del lagazzö), che guarda sempre alla val Ventina, ma è posta più in alto, a quota 2782 metri. Per fortuna non ci tocca salire fin lassù.
Seguiamo, dunque, i segnavia, che segnalano una traccia di sentiero che, lasciata alle spalle la riva di nord-ovest del laghetto (quella di destra, per chi sale), si sviluppa fra la vegetazione, sempre più rada, ed i massi di tutte le dimensioni, sempre più fitti. Nel primo tratto passiamo vicino, rimanendo alla sua sinistra, al corso d'acqua che scende fino al laghetto sottostante. Poi ce ne allontaniamo, spostandoci a sinistra e raggiungendo, dopo un breve traverso, l'imbocco del canalone che adduce alla bocchetta, la quale, finalmente, appare ai nostri occhi. Deviando leggermente a destra, iniziamo l'ultima faticosa salita, seguendo il tracciato suggerito dai segnavia. Mentre ci ossigeniamo adeguatamente per essere all'altezza degli sforzi che ci attendono, non manchiamo di gustare gli scenari che si sono aperti alle nostre spalle.
Sul fondo del vallone principale, innanzitutto, ecco, a sorpresa, un secondo e più piccolo laghetto, a quota 2256, anch'esso dalle acque di un azzurro turchese intenso: lo vediamo, volgendo le spalle al Bocchel del Cane, alla nostra destra. Il laghetto, denominato erroneamente sulla guida CAI-ITC "Lagazzuolo superiore", viene chiamato localmente "lagösc ed è dominato dai contrafforti del monte Braccia ("bràcia", m. 2909), il cui spigolo di nord-est degrada in una serie di cime minori, fra le quali si apre, a quota 2293, la bocchetta di Girosso (giròos), che pone in comunicazione l'alpe di Girosso (giròos) superiore (m. 2183) con la val Orsera (val d'ursàra o d'ursèra). Volgendo lo sguardo a sinistra, ecco la lunga dorsale che divide la Valmalenco dalla Val di Togno: vi spicca l'inconfondibile profilo del pizzo Scalino (m. 3323). Più a sinistra ancora, alle spalle della dorsale compresa fra il Sasso d'Entova (m. 3329) ed il Sasso Nero (umèt, m. 2919), occhieggiano, per un breve tratto, le più famose ed alte cime della Valmalenco, i pizzi Roseg (da “rösa” o “rosa”, massa di ghiaccio, m. 3937), Scerscen (m. 3971) e Bernina (m. 4049). C'è di che ritemprare lo spirito, se non anche le membra.


Apri qui una fotomappa del bacino del lago Pirola

Di nuovo in cammino: la pendenza, sempre severa, e la natura del terreno, disseminato di massi fra i quali spesso ci si deve districare, non agevolano gli ultimi sforzi, che tuttavia, alla fine, ottengono il meritato premio. Dopo Circa tre ore di cammino, necessarie per superare circa 1150 metri di dislivello, la sella del Bocchel del Cane, a 2551 metri, è raggiunta. Si tratta del punto più alto della nostra escursione, dal quale si apre ai nostri occhi uno scenario che, in una giornata limpida, è davvero superbo. Si mostra, infatti, la splendida compagine delle cime che scandiscono il fianco occidentale dell'alta Valmalenco, vale a dire, partendo da nord (alla nostra destra) il monte del Forno (fùren, o fórn, ma anche munt rus, m. 3214), la cima di Val Bona (m. 3033), le cime di Vazzeda (m. 3301) e di Rosso (m. 3366), il monte Sissone (còrgn de sisùm, chiamato anche piz sisùm e, dai contrabbandieri, “el catapìz”, m. 3330), la punta Baroni (m. 32003) e le cime di Chiareggio. Scendendo, avremo, poi, modo di vedere sempre meglio, a sinistra, la severa mole del monte Disgrazia (m. 3678), che mostra il ghiacciaio della parete nord e, sul fianco orientale, l'impressionante canalone della Vergine. Ancora più a sinistra appariranno il pizzo Cassandra (piz Casàndra o Casèndra, m. 3226), il ghiacciaio ed il passo della Ventina (pas de la venténa), che unisce la valle omonima, nella quale scendiamo, alla val Sassersa (sono i luoghi più memorabili della seconda tappa dell'Alta Via della Valmalenco).
Uno scenario alpino fra i più classici, eleganti e memorabili, che ci accompagna in una discesa la quale, per la verità, non è di tutto riposo. Le discese non lo sono mai, non lo debbono essere mai, dal momento che un calo di concentrazione può essere pagato, anche a caro prezzo, con cadute e distorsioni. In questo caso la natura molto accidentata del terreno impedisce tassativamente di abbassare il livello della concentrazione. Per un buon tratto, infatti, i segnavia ci indicano il tracciato più razionale che si districa fra nevaietti e massi di dimensioni rilevanti. Non contiamo troppo sulla "fornicatio lapidum", per usare un'espressione dello scrittore romano Seneca, cioè sull'abbraccio che rinserra ciascuna pietra alle altre: non è detto che tutte le pietre su cui posiamo il piede siano stabili. L'atmosfera di questi luoghi è, comunque, unica: le rocce, dal colore rossastro, regalano un contrappunto cromatico affascinante con il blu del cielo. Alle nostre spalle, la punta Rosalba, che mostra il suo corrugato ed aspro fianco di nord-ovest, sembra degnare appena di uno sguardo scettico la presunzione degli escursionistici che osano violare luoghi riservati non ad uomini, ma ad aquile e marmotte.
I massi, dopo il primo tratto, si fanno, poi, via via, più abbordabili, compaiono le prime lingue di timido e magro pascolo, sul versante denominato "còsta del làach", la discesa si fa meno faticosa. Ben visibile, fin dal passo, è, alla nostra destra, il lago Pirola (m. 2283), creato da uno sbarramento.


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Dopo un tratto quasi in piano, scorgiamo, alla nostra destra, una serie di segnavia che disegna un arco in direzione del lago, in leggera discesa. Si tratta di una delle due possibili direttrici di discesa: se la scegliamo, ci portiamo, dopo aver attraversato, non senza la rinnovata fatica dei massi caotici fra i quali districarsi, ad est del lago Pirola; piegando a sinistra, su un sentiero un po' esposto che guadagna il filo del bastione roccioso che lo delimita a nord, passiamo a monte della sua riva settentrionale, proseguendo in parallelo fino alla deviazione, a destra, che ci consente di scendere all'alpe Piròla e di qui al bosco, dove un sentiero, prima con direzione nord, poi con direzione sud, infine con direzione ovest, scende ad intercettare la pista che congiunge Chiareggio con il rifugio Gerli-Porro. Questa prima soluzione ha il vantaggio di consentirci un incontro ravvicinato con il bel lago di Pirola (m. 2283), ma taglia fuori il rifugio Gerli-Porro e richiede una buona dose di fatica per attraversare il vallone che scende dalla bocchetta di Sceresone ed affrontare la salita supplementare necessaria per guadagnare i 2336 metri dello sperone roccioso che delimita, a nord, il lago.
La seconda soluzione prevede, invece, che si prosegua la discesa seguendo la direttrice ovest, per assumere, poi, quella sud-ovest. In questo caso ignoriamo i segnavia che scendono verso il vallone, seguendo invece un evidente ometto ed i segnavia che, al termine di un breve pianoro dove i massi ci lasciando un po' di tregua, ci fanno scendere ad una valletta dove li ritroviamo.
Poco prima della valletta troviamo un cartello che segnaòla, alla nostra sinistra, il Larice millenario (m. 2160). Si trova infatti poco più in basso, a sinistra, e merita una vista perché si tratta di un albero eccezionale.
La sua
datazione ne fa risalire l'origine all'anno 1007. Sembra incredibile, ma questo albero vede la luce quando la civiltà europea si trova ancora nel cuore del Medio-Evo, alla svolta decisiva dell'anno Mille, quando, fugate le paure per la fine del mondo ipotizzata dalle profezie del "mille e non più mille", la storia esce dalle ombre dell'alto Medio-Evo e prepara la fioritura del basso Medio-Evo.
Lontano dai clamori della storia e della cronaca, cresce per dieci secoli sopravvivendo ad eventi epocali ed a decine di generazioni. Ha perso gran parte della sua chioma, ma pare goda ancora di salute discreta. Così come gode di un ragguardevole primato: è il più vecchio fra gli alberi italiani di cui è stata rilevata la datazione, ed uno dei più vecchi in Europa.
Gran bella soddisfazione, con un unico cruccio: avrà sentito certamente molti escursionisti parlare del mitico monte Disgrazia, che se ne sta appena là, sul lato opposto della valle, ma lo ha dovuto solo immaginare, perché da qui ancora non si vede, nascosto com'è dal pizzo Ventina (o meglio, si intravvede solo uno scorcio della Punta Kennedy).
Nella zona sono presenti diversi altri vegliardi verdi, larici secolari che non possono competere con il patriarca, ma hanno comunque età da primato. Ulteriore elemento di interesse è l'altitudine di questa macchia di larici straordinari, che sfiora i 2200 metri. Ciò prova che nel Medio-Evo e forse fino al Seicento la temperatura media delle Alpi era piuttosto elevata e consentiva la colonizzazione di zone così alte. Poi il brusco calo delle temperature dal Seicento all'Ottocento, nella cosiddetta Piccola Età Glaciale, determinò un abbassamento del limite del bosco. In alcune zone, però, il bosco si è diradato, ma non è scomparso, come in Val Ventina.


Il Larice millenario (al centro dell'immagine) e la Val Ventina

La discesa prosegue in uno scenario suggestivo, fra larici che non temono l'assedio dei blocchi sulfurei, a sinistra dei bastioni del Torrione Porro (m. 2435). Alla nostra sinistra, stupendo è il colpo d'occhio sulla val Ventina, sul ghiacciaio omonimo e sul versante orientale del monte Disgrazia. Alla fine, superata un'ultima impegnativa fascia di grandi massi, il sentiero si tuffa in una macchia, per l'ultima, ripida, discesa verso ovest, che ci porta al bucolico pianoro della val Ventina, circa a metà strada fra i vicini rifugi Ventina, alla nostra sinistra, e Gerli-Porro (m. 1965), alla nostra destra.
Il più è fatto: non ci resta che imboccare la comoda pista che scende a Chiareggio, affollata, nel cuore della stagione estiva o nei finesettimana, dei numerosi vacanzieri che non perdono l'occasione di respirare l'aria di alta montagna con un'oretta di cammino.
Si chiude a Chiareggio (m. 1612; cirècc, cirécc o ciarécc; in un documento del 1544 “gieregio”; in una mappa del 1816 risultava costituito dalla chiesetta di S. Anna, dall’Osteria del Bosco, dal baitone di fronte alla chiesa e da sei piccole costruzioni lungo il Mallero) una traversata destinata a rimanere indelebilmente nella memoria, fra le più classiche esperienze di incontro con l'alta montagna che incanta.


La fascia dei larici secolari e del larice millenario

È interessante, infine, leggere il racconto della traversata per il Bocchel del Cane effettuata da Bruno Galli Valerio, naturalista ed alpinista che molto amò queste montagna, il 27 settembre 1904: “Mentre risaliamo la Val Malenco alle quattro del mattino, nuvole bianche appaiono un po' da tutte le parti e il cielo finisce per essere tutto grigio. Un vero cielo di novembre, sul quale si staccano le Prealpi e le cime del fondo della Val Malenco, tutte bianche di neve. Questa volta non sbaglio il sentiero del Lagazuolo. Passato ai Prati della Costa sulla riva destra del Mallero, trovo il sentiero subito al di là del ponte, sentiero che risale sulla destra della Valle Orsera. E' un sentiero che sale per boschi, si avvicina alla gola ove il fiume spumeggia in mille cascate, si perde in mezzo ad un prato, riappare al di là di roccie a picco e, finalmente, ci conduce alle dieci e venti alla baita del Lagazuolo (1974 m.).


Apri qui una fotomappa della discesa al rifugio Gerli-Porro

Davanti a noi si eleva, bianco di neve, il Monte Braccia (2907 m.). Risalendo per pascoli e gande, raggiungiamo il lago di Lagazuolo (1986 m.), un laghetto tranquillo, in cui si riflette il Monte Braccia e alcuni larici che si rizzano d'intorno. Il silenzio è grandissimo. Sulla sinistra della valle, delle gande rimontano a un canalone che termina al Bocchel del Can (2550 m.). Lasciato il lago alle dieci e mezzo, passiamo un ponticello sull'Orsera e attacchiamo le gande. Un sentiero corre fra rododendri e Pinus mughus e si perde ben presto. Tocchiamo la prima neve a chiazze qua e là. Poi si fa più abbondante. Essa copre gli interspazi della ganda e rende la salita difficile. Dapprima ne troviamo venti centimetri, poi al di là di uno sperone di roccia, nel canalone che sale al passo, ce n'è un buon mezzo metro. Si affonda ad ogni passo in enormi buchi, si scivola sopra roccie coperte di neve. E' una vera ascensione d'inverno, meno il freddo. Dietro di noi, vediamo sotto il lago azzurro, più su un piccolo laghetto gelato; lontano, in mezzo alle conifere, il lago del Palù e le bianche cime del gruppo del Bernina, dello Scalino, del Painale.


Lago Pirola

A mezzogiorno e mezzo, dopo mille fatiche, arriviamo al passo: davanti a noi appaiono Disgrazia, Ventina, Sissone, Cima di Rosso, Pizzo del Forno e Passo del Muretto, mentre ai nostri piedi, giù in basso nelle gande, il lago Pirola si stende cupo, riflettendo la tristezza del cielo. Alla una e un quarto, cominciamo la discesa, prima per un pendio di neve dove affondiamo fino al ginocchio, poi in un vero ammasso caotico di roccie sepolte sotto la neve. Si affonda continuamente e c'è rischio di rompersi una gamba. Finalmente tocchiamo gande meno grosse. Appare un piccolo laghetto gelato; sentiamo gridare; un uomo appare sulla Bocchetta del Ceresone. Alle due e venti, siamo al lago Pirola. Il cielo diventa di più in più grigio, si direbbe che la neve sta per cadere da un momento all'altro. Alle tre e un quarto, lasciato il lago, incontriamo un giovanotto, quello che abbiamo visto qualche tempo prima sulla bocchetta del Ceresone. Sta cercando pecore smarrite. Ma non trova niente. Per gande, raggiungiamo l'alpe Pirola e di là, per un sentiero a zig-zag, Chiareggio, alle quattro.Sulle cime nevica. Una fine pioggerella ci sorprende lungo il bosco di Chiareggio e ci accompagna nella nostra discesa a Sondrio.” (B. Galli Valerio, Punte e Passi, a cura di Luisa Angelici ed Antonio Boscacci, Sondrio, 1998).


Pozza nella conca di Pirola

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