CARTA DEL PERCORSO


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Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Diga di Gera-Rifugio Bignami-Forca di Fellaria-Sasso Moro
4 h e 30 min.
1200
EE
SINTESI. Salendo da Sondrio in Valmalenco, ci portiamo a Lanzada e proseguiamo sulla strada che passa per Campo Franscia e si conclude a Campomoro, nei pressi della diga omonima (m. 1980). Proseguiamo su una strada sterrata che si porta ai piedi della diga successiva, quella di Gera, e qui parcheggiamo. Saliti al camminamento dlel'invaso, prendiamo a sinistra, lo attraversiamo ed imbocchiamo sul lato opposto il marcato sentiero che porta al rifugio Bignami (m. 2385). Seguendo le indicazioni, prendiamo a sinistra, passiamo per l'alpe Fellaria. Oltre le baite, procediamo in direzione nord-ovest. Troviamo subito un primo bivio, al quale prendiamo a sinistra, e poco oltre un secondo, al quale prendiamo di nuovo a sinistra, seguendo una traccia che traversa un bel pianoro, verso ovest, restando a sinistra del torrente. Iniziamo poi a salire gradualmente, oltrepassando una morena. Oltrepassato il filo di una modesta morena, vediamo, davanti a noi, in alto, la sella della forca di Fellaria. La traccia di sentiero sale con diversi tornantini dapprima sul lato sinistro del largo canalone, poi portandosi al centro e raggiungendo una conca di sfasciumi che precede di poco la larga sella della forca. Uno slalom fra alcuni massi ci porta all’erta finale, che affrontiamo stando sulla traccia di sinistra (ce n’è anche una a destra: entrambe portano alla forca). Siamo così alla forca di Fellaria (m. 2839). Qui lasciamo il sentiero che traversa al rifugio Carate Brianza (triangoli gialli) e cerchiamo sul lato di sinistra (sud) della forca una traccia di sentiero, poco visibile, ma segnalata da ometti, che attacca il versante settentrionale del Sasso Moro, su terreno coperto da sfasciumi. Da qui in avanti dobbiamo prestare costante attenzione agli ometti, per evitare lunghi e faticosi giri (non ci sono segnavia). Nel primo tratto di salita la traccia attacca direttamente il versante, poi piega a destra ed inizia una breve traversata, in diagonale, salendo solo leggermente, fino ad una specie di porta, segnalata da due ometti , per la quale accediamo ad un primo ripiano. Dalla porta non proseguiamo diritti, ma volgiamo a sinistra, sempre prestando la massima attenzione agli ometti, salendo per via diretta ad un ripido canalino che ci fa accedere ad una modesta pianetta. Davanti a noi, leggermente a destra, vediamo il crinale interrompersi bruscamente e precipitare con un orrido salto sul versante della conca di Musella. Non proseguiamo diritti verso il crinale, ma pieghiamo a sinistra, raggiungendo un ampio pianoro di sfasciumi e dirigendoci verso est-sud-est, cioè tornando indietro in direzione della Bignami e passando a destra di una pozza d’acqua. Percorso questo pianoro, gli ometti ci fanno piegare gradualmente a destra, cioè in direzione del crinale, e ci portano ad un canalino intagliato fra roccioni scuri, dai quali scende anche un rivolo d’acqua. Superato il canalino (attenzione ai sassi mobili ed al terriccio insidioso), affrontiamo un canale più ampio, fra due roccioni, piegando a destra. Al termine del canale, si presenta davanti a noi una nuova ampia conca. Puntiamo in direzione di alcuni modesti roccioni scuri; il sentiero, con ripidi zig-zag, guadagna l’ampio cupolone sassoso della quota 3069, dove proseguiamo la salita senza portarci sulla destra (non, dunque, in direzione di un sasso appuntito che sembra un ometto), ma rimanendo, più  meno, al centro, finché giungiamo a vedere un grande ometto, sormontato da un sasso a punta di lancia, che segna la quota 3069. Riprendiamo il cammino, verso il torrione del Sasso Moro, che vediamo ad est, seguendo una debole traccia, che si affaccia ad un saltino di rocce a monte di un’ampia conca; scendiamo a zig-zag fra le boccetta, e ci troviamo a sinistra di una porta sul crinale (m. 3020 circa), alla quale giunge, sul versante opposto della conca di Musella, un ripido canalino. Proseguiamo rimanendo sotto il crinale, fino a giungere in vista di un nevaio, non particolarmente ripido, di cui siamo, più o meno, all’altezza del limite alto. Con i ramponi ne attraversiamo il limite alto (poco più di una superficie gelata), oppure lo aggiriamo a monte (con grande cautela perché sotto massi e terriccio si trova ghiaccio). Poco prima del limite del nevaio, sfruttiamo un canalino che sale ad un balcone superiore di sfasciumi. Qui giunti, percorriamo quasi in piano l’ampio terrazzo e passiamo a destra di un microlaghetto. Scendiamo poi leggermente, passando a monte di chiazze di nevaio e raggiungendo un marcato corridoio, ai piedi del versante di sfasciumi che sale fino alle ultime rocce sotto la cima. Percorrendolo, raggiungiamo una traccia e ritroviamo gli ometti. Invece di puntare al limite inferiore delle rocce della cupola sommitale, traversiamo a destra, portandoci ad una bocchetta cui giunge un ripido canalino dal versante di Musella. Una traccia, alla nostra sinistra, si appoggia per un breve tratto al versante del canalino, restando a sinistra rispetto al suo ripido solco: salendo a ridosso del fianco roccioso, prestiamo attenzione a non scivolare sul terriccio. Superato questo breve passaggio un po’ esposto, pieghiamo a sinistra e risaliamo un altrettanto breve canalino fra roccette, fino ad una porta finale, in corrispondenza di un ometto: qui intercettiamo la traccia di sentiero che sale dalle roccette sopra menzionate. Una brevissima e facile salita dall’ometto ci porta agli ometti posti ai 3108 metri del piccolo pianoro sommitale del Sasso Moro (memorizziamo la via percorsa, per non avere perplessità nella discesa).


Il Sasso Moro sullo sfondo del rifugio Carate Brianza

Tutti gli escursionisti che si siano trovati a salire ai più famosi rifugi della Valmalenco, la Carate Brianza, la Marinelli, la Bignami, hanno potuto avere un incontro ravvicinato, forse senza rendersene conto, con il poderoso ed impressionante massiccio del Monte Moro: i sentieri percorsi per raggiungerli, infatti, ne tagliano, nella prima parte, il fianco basso meridionale od orientale, e passano sotto paurosi e scuri strapiombi che, in alcuni punti, possono sfiorare i mille metri. Dal rifugio Carate Brianza ("la caràte"), in particolare, guardando verso sud est si può ammirare lo scenario dominato da questo colosso, scuro al mattino e nelle ore centrali della giornata, rosseggiante sul far del tramonto (per gli elementi ferrosi presenti nel serpentino dominante), che appare in tutta la sua estensione anche a chi, dal rifugio Bignami, guardi a sud mentre percorre il sentiero che porta alla bocchetta di Caspoggio.


Apri qui una fotomappa del percorso di salita al Sasso Moro dal rif. Bignami

La salita alla cima di questo gigante (m. 3108), che separa l’ampia conca di Musella da quella occupata dagli invasi di Campomoro e Gera (dighe de la gère e dighe de cammòor), è piuttosto impegnativa, e richiede sicura esperienza escursionistica (meglio, se possibile, una guida), ma regala scenari straordinariamente aperti e suggestivi, offrendo, nel contempo, la possibilità, a chi si sentisse meno sicuro, di fermarsi all’ampia cima secondaria di nord-ovest, di poco più bassa (m. 3069) ed ugualmente panoramica, oltre che decisamente più facile da raggiungere. L’itinerario si snoda toccando (o partendo da, se qui abbiamo dormito) il rifugio Bignami, raggiungendo la forca di Fellaria (buchèl de felérìe) e guadagnando il crinale che, con articolati saliscendi, dalla forca sale, verso sud-est, alla cima, passando, appunto, per l’anticima di quota 3069. Ovviamente alla forca di Fellaria si può salire, con percorso più lungo, anche passando dal rifugio Carate Brianza (o, con percorso analogo, partendo da questo rifugio). C’è da tener presente che i segnavia ci abbandonano a questa forca: per il resto, fino alla quota 3069 siamo guidati da numerosi ometti, mentre per buona parte del tratto successivo dobbiamo orientarci da soli. Il periodo ideale per la salita è la stagione avanzata: la presenza di neve, infatti, può complicare diversi passaggi.
Ecco come procedere, nella duplice ipotesi di una salita per la Bignami o la Carate Brianza. Punto di partenza è la diga di Campomoro (m. 1990), che si raggiunge salendo, da Chiesa Valmalenco (a 15,5 km da Sondrio) verso Campo Franscia (m. 1550, 8 km da Chiesa Valmalenco -sgésa-; localmente solo “franscia”; l’aggiunta di “Campo-“ si deve ad una situazione curiosa: la Guardia di Finanza progettò di costruire a Campomoro una caserma; il progetto, però, mutò e la scelta cadde su Franscia, ma nei documenti, già pronti, venne cancellato solo –moro, sostituito con –franscia; così nacque il toponimo “Campofranscia”) e da qui, su strada interamente asfaltata, a Campomoro (cammòor, 6 km da Campo Franscia).  
Nella prima ipotesi, poi, si prosegue lungo la strada sterrata che fiancheggia sulla destra il bacino di Campomoro (dighe de cammòor), fino al grande spiazzo che precede il punto nel quale la strada è chiusa al traffico da una sbarra. Parcheggiata qui l’automobile (m. 1990), troviamo, poco più avanti, un cartello segnala il sentierino che porta ai piedi del muraglione della diga di Gera (dighe de la gère), che risaliamo con una doppia diagonale su strabella asfaltata. Percorso, verso sinistra, il camminamento in cima al muraglione, imbocchiamo il largo sentiero che, tagliando l’impressionante fianco orientale del Sasso Moro e sul versante denominato "còsto granda". Non attardiamoci su questo sentiero, perché, nella prima parte, pende sul nostro capo un salto di quasi mille metri, dal quale si può sempre scaricare qualche sasso, con conseguenze facilmente immaginabili. Di sicuro il Sasso Moro non potrà non colpirci, prima della fine della giornata, ma non desideriamo certo che lo faccia in questo modo…!
Conclusa la traversata in diagonale, alla sinistra del lago di Gera, un paio di tornanti ci portano, dopo circa un’ora di cammino, alla bella spianata che ospita il rifugio Bignami (m. 2381), nella splendida cornice della vedretta di Fellaria orientale. Prendendo come riferimento un cartello che dà la bocchetta di Caspoggio ad un’ora e 45 minuti ed il rifugio Marinelli a 2 ore e 30 minuti, ci incamminiamo, ora, sul sentiero che conduce alla bocchetta di Caspoggio ed alla forca di Fellaria (in entrambi i casi, percorriamo la sesta tappa dell’Alta Via della Valmalenco, nell’itinerario classico o nella variante bassa denominata VI C). Oltrepassiamo, così, le baite dell’alpe Fellaria (m. 2401), che merita un discorso a parte. Si tratta, infatti, di uno dei più alti alpeggi alpini, posta, com’è, a 2400 metri. Il suo centro è posto in un piccolo avvallamento che pone le baite al riparo dai venti che spirano dai ghiacciai omonimi. Fino alla metà degli anni Settanta del secolo scorso era caricata da una decina di famiglie della contrada di Ganda (Lanzada), ciascuna con il proprio soprannome (i re, i gat, i santin, i mau, i gnolii, i tonitoni, i alpin, i öc, i péteréi), con una settantina di capi che salivano fin qui dopo aver sostato nei sottostanti alpeggi di Campomoro e di Gera (prima che gli attuali invasi li sommergessero); oggi, invece, da molti anni nessun capo di bestiame pascola più nella splendida cornice dell’alta Valle di Campomoro.
Oltre le baite, troviamo subito un primo bivio, al quale prendiamo a sinistra, e poco oltre un secondo, dove prendiamo di nuovo a sinistra, separandoci dal sentiero per la bocchetta di Caspoggio, che scende, sulla destra, a scavalcare il torrente Fellaria su un ponte di legno. Noi, invece, stando a sinistra, saliamo ad una portina fra roccette e proseguiamo sul sentiero verso ovest, percorrendo la splendida ed ampia piana che precede l’inizio del crinale che sale alla forca di Fellaria.
Dopo la noiosa traversata di una fascia di massi, il sentiero riprende su un terreno più riposante, restando sempre a sinistra del torrente che discende, quieto, la piana, fra massi levigati, sprazzi di pascolo e macchie di eriofori. I segnavia che ci guidano sono i classici triangoli gialli dell’Alta Via della Valmalenco ed alcuni segni di color bianco. Alla nostra sinistra si snoda l’articolato versante settentrionale del Monte Moro, ma, da qui, non è chiaro dove si trovi la vetta. Ad un certo punto ci sembra di vedere un grande paletto di legno, quasi un’asse: quando ci passiamo vicini, vediamo, però, che si tratta di una singolarissima pietra, piatta ed allungata, eretta, a mo’ di ometto, proprio nel punto in cui il sentiero comincia ad affrontare il pendio che conduce alla forca di Fellaria. Guardando di nuovo a sinistra, vediamo che il fianco del Sasso Moro è percorso da un largo canalone di sfasciumi: una via di salita alla sua cima lo risale, direttamente e faticosamente, passando, nella sua parte media, a destra di una prima fascia rocciosa e poi, nella parte alta, piegando a sinistra per aggirare un sistema di balconate rocciose che si stende sotto la cima. Questa via, piegando poi a destra, porta alla ganda che si stende proprio sotto la cima: la intercetteremo proprio nel tratto terminale della nostra salita, provenendo da un più largo giro.
Iniziamo, ora, a salire gradualmente verso la forca, oltrepassando una morena, mentre alle nostre spalle la visuale sui seracs dell’impressionante balconata della vedretta di Fellaria Orientale, sotto il piz Varuna, si va riducendo alla metà. Oltrepassato il filo di una modesta morena, vediamo, davanti a noi, in alto, la sella della forca, posta a 2819. La traccia di sentiero sale con diversi tornantini dapprima sul lato sinistro del largo canalone, poi portandosi al centro e raggiungendo una conca di sfasciumi che precede di poco la larga sella della forca. Uno slalom fra alcuni massi ci porta all’erta finale, che affrontiamo stando sulla traccia di sinistra (ce n’è anche una a destra: entrambe portano alla forca).
La forca di Fellaria, posta a 2819 metri, è una facile porta di accesso che congiunge il bacino di Fellaria, che confluisce nella Val Lanterna, da quello di Musella, che confluisce nel vallone di Scerscen. Le cime di Musella (m. 2990, 3079, 3094; più ad est, la cima di Caspoggio, m. 3136; queste vette sono chiamate, però, localmente, nel loro complesso, “sas di fòrbes”) e la cima di Caspoggio ci negano, a nord, la visione della testata della Valmalenco mentre a sud e a sud est la visuale è chiusa dagli scuri ed accigliati roccioni del versante settentrionale del Sasso Moro, che incutono un certo timore. Ad est, invece, la visuale raggiunge, alle spalle del piz Varuna e della cima Fontana, un’ampia sezione delle cime della Valfurva. Ad ovest, infine, il Sasso Nero, (umèt), gemello dall’aspetto meno severo del Sasso Moro, si frappone fra il monte Sissone (còrgn de sisùm, chiamato anche piz sisùm e, dai contrabbandieri, “el catapìz”), le cime di Rosso e di Vazzeda ed il massiccio delle Sciore, a sinistra, la punta di Fora (sasa de fura o sasa ffura) e la triade Sassa d’Entova, pizzo Malenco e pizzo Tremoggie (piz di tremögi; le tre vette, nel loro insieme, erano chiamate, localmente, “i tremögi”; la denominazione distinta deriva da un interesse alpinistico), a destra.

Vediamo, ora, come giungere fin qui passando per il rifugio Carate Brianza.  In questo caso dobbiamo lasciare l’automobile nei pressi del rifugio Campomoro o del bar-ristoro Poschiavina, e scendere, per una strada asfaltata che si stacca sulla sinistra dalla principale, alla diga di Campomoro, attraversandone, sul camminamento, la corona e portandoci sul suo lato settentrionale, dove troviamo una pista che scende ad uno spiazzo sottostante, a quota 1940. Qui parte, segnalato da un cartello, il più frequentato sentiero per i rifugi Carate Brianza e Marinelli.
Nel primo tratto sale, ripido, sull’aspro versante meridionale del Sasso Moro (m. 3108), con qualche tratto esposto protetto da corrimano. Il sentiero volge, poi, gradualmente a destra (nord-ovest), raggiungendo un più tranquillo bosco di larici, che attraversiamo percorrendo un lungo tratto con andamento quasi pianeggiante. Usciti dal bosco, riconosciamo subito la bocchetta delle Forbici (buchèl di fòrbes) e, poco sotto, il rifugio Carate Brianza (m. 2636), per il quale passa il sentiero. Per raggiungerlo, dopo aver intercettato il sentiero che sale, da sinistra, dall’alpe Musella, dobbiamo risalire una serrata sequenza di dossi (si tratta dei famosi “sette sospiri”), ai piedi del versante meridionale delle eleganti cime di Musella (m. 3088).
Dopo due ore circa di cammino siamo, dunque, al rifugio, posto pochi metri sotto la bocchetta delle Forbici (m. 2660), che introduce al grandioso, selvaggio e bellissimo vallone di Scerscen (il termine “Scérscen” deriva, probabilmente, da quello dialettale “scérsc”, “cerchio”, e si riferisce alla conformazione dell’ampio catino glaciale che si apre, con forma circolare, ai piedi dei colossi della testata occidentale della Valmalenco.. Guardando da qui verso sud-est possiamo ammirare i poderosi contrafforti del Monte Moro, che mostra in primo piano l’anticima di quota 3069, mentre la cime è più defilata, sulla destra. Alla destra del rifugio troviamo il cartello che indica la partenza del sentiero per la forca di Fellaria ed il rifugio Bignami. Invece di salire alla bocchetta delle Forbici, dunque, imbocchiamo questo sentiero, che si dirige verso est-nord-est, e che è segnalato da segnavia diversi (soprattutto bianco-rossi, ma anche triangoli bianchi con bordo giallo, ad indicare che si tratta della variante C della sesta tappa dell’Alta Via, e segmenti bianchi).
Non si tratta di un sentiero marcato, anzi la traccia, in molti punti, si perde in un dedalo caotico di massi, grandi e piccoli, ma non rischiamo di perderci, in quanto i segnavia sono addirittura sovrabbondanti, soprattutto nella prima parte, e ci guidano, si può ben dire, passo per passo. Oltretutto ben presto giungiamo in vista della meta, in quanto la forca ci appare come l’evidente sella che chiude il vallone di sfasciumi verso il quale ci stiamo dirigendo. Il vallone è delimitato a sud dalle propaggini che scendono verso nord-ovest dalla cima del Sasso Moro ed a nord dalle cime di Musella.
Il sentiero comincia la traversata a mezza costa sul fianco sinistro (per noi) del vallone, cioè su quello settentrionale, salendo molto gradualmente. I magri pascoli cedono ben presto il passo ad una fascia di massi di dimensioni medio-piccole. Guardando davanti a noi, abbiamo l’impressione che la traccia debba effettuare la traversata rimanendo su questo versante e raggiungendo la sella con un arco di cerchio. Invece, ad un certo punto, i segnavia ci fanno piegare a destra e scendere leggermente, raggiungendo il cuore del vallone, dove si trova una fascia di grandi massi.
È, questo, il tratto più faticoso della salita: i segnavia ci guidano, ma, per diversi minuti, dobbiamo, con cautela, districarci in una congerie di massi di dimensioni rilevanti, portandoci gradualmente sul lato opposto (destro) del vallone. Su un terreno del genere ci si deve muovere sempre con calma ed attenzione, perché un piede messo malamente o uno scivolone in un buco possono essere all’origine di infortuni anche seri. Qualche pausa, per riprendere fiato, ci consente di osservare le cime di Musella occidentali che, viste da qui, assumono un aspetto quasi gotico, mostrandosi come un irto sistema di guglie e pinnacoli.
Dopo aver guadagnato un po’ di quota sul versante destro, iniziamo la parte terminale della traversata, con andamento più tranquillo, in direzione sud-est, verso l’evidente depressione della forca. Prima di raggiungerla, passiamo a sinistra di un’ampia finestra dalla quale appaiono, alla nostra destra, il monte Disgrazia e, sul fondo, uno scorcio della catena orobica.
Poi, dopo circa un’ora di cammino dal rifugio Carate Brianza, ci affacciamo alla forca e, senza scendere subito, percorriamo, verso destra, il corridoio pianeggiante che ci porta al suo lato meridionale, raggiungendo il medesimo punto sopra descritto per il primo itinerario. A conti fatti, questa seconda via di accesso richiede, rispetto alla prima, un’ora di cammino in più (tre ore contro due, anche se il dislivello è solo di poco superiore – diciamo 60 metri circa), ed è anche panoramicamente meno interessante, per cui, tutto sommato, vale la pena di sfruttarla solo se abbiamo pernottato a rifugi Marinelli o Carate Brianza, oppure se vogliamo corredare l’ascensione al Sasso Moro con un percorso ad anello, scegliendo quello che passa per la Bignami come itinerario di ritorno.


Panorama dalla quota 3069

Inizia, ora, la parte decisamente più complessa della salita. Sul lato di sinistra (o di destra, se siamo saliti dalla Carate) della forca, troviamo una traccia di sentiero, poco visibile, ma segnalata da ometti, che attacca il versante settentrionale del Sasso Moro, su terreno coperto da sfasciumi. Da qui in avanti dobbiamo prestare costante attenzione agli ometti, per evitare lunghi e faticosi giri: nessun segnavia ci sarà d’aiuto. Nel primo tratto di salita la traccia attacca direttamente il versante, poi piega a destra ed inizia una breve traversata, in diagonale, salendo solo leggermente, fino ad una specie di porta, segnalata da due ometti che fungono un po’ da stipiti ideali, per la quale accediamo ad un primo ripiano, che ci apre, ad ovest, una prima splendida, anche se limitata, finestra sul monte Disgrazia, sulle cime di Chiareggio, sul monte Sissone, sulle cime di Rosso e di Vazzeda e sul gruppo delle Sciore. Più a destra, oltre alla punta di Fora ed alla triade Entova-Malenco-Tremoggia, compaiono il pizzo Gluschaint (che significa “luminoso”, per l’aspetto che mostra sul versante elvetico) e le cime gemelle della Sella. Dietro le gotiche cime di Musella, infine, cominciano a far capolino i pizzi Roseg (da “rösa” o “rosa”, massa di ghiaccio), Scerscen e Zupò (che significa “nascosto”, da “zuper”, nascondere).
Dalla porta non proseguiamo diritti, come forse istintivamente tenderemmo a fare, ma volgiamo a sinistra, sempre prestando la massima attenzione agli ometti, salendo per via diretta ad un ripido canalino che ci fa accedere ad una modesta pianetta. Davanti a noi, leggermente a destra, vediamo il crinale interrompersi bruscamente e precipitare con un orrido salto sul versante della conca di Musella. Anche qui non proseguiamo diritti verso il crinale, ma pieghiamo a sinistra, raggiungendo un ampio pianoro di sfasciumi e dirigendoci verso est-sud-est, cioè tornando indietro in direzione della Bignami e passando a destra di una pozza d’acqua, che ci regala uno splendido effetto di specchio che ha come protagoniste cime di Musella, cima di Caspoggio e pizzo e Zupò (l’inseparabile gemello, l’Argient, resta, invece, ancora nascosto).
Percorso questo pianoro, gli ometti ci fanno piegare gradualmente a destra, cioè in direzione del crinale, e ci portano ad un canalino intagliato fra roccioni scuri, dai quali scende anche un rivolo d’acqua. Prima di attaccare il canalino, guardiamo a sinistra, in basso: scorgeremo uno splendido laghetto di un azzurro intenso, sperduto in un mare di sfasciumi.
Superato il canalino (attenzione ai sassi mobili ed al terriccio insidioso), affrontiamo un canale più ampio, fra due roccioni, piegando a destra. Al termine del canale, si presenta davanti a noi una nuova ampia conca. Guardando a nord, nessuna cima della testata della Valmalenco, dal pizzo Gluschaint al pizzo Varuna, manca ora all’appello. Cominciamo a descrive un arco a sinistra, in direzione del crinale; passiamo, così, poco a sinistra di una portina (m. 3020 circa) che si affaccia su un salto roccioso: da essa la visuale si apre sulla media Valmalenco, con il Sasso Alto (“sas òlt”, o monte Motta), il monte Canale e, sul fondo, le Orobie centrali. Puntiamo, dunque, in direzione di alcuni modesti roccioni scuri; il sentiero, con ripidi zig-zag, guadagna l’ampio cupolone sassoso della quota 3069, dove proseguiamo la salita senza portarci sulla destra (non, dunque, in direzione di un sasso appuntito che sembra un ometto), ma rimanendo, più  meno, al centro, finché giungiamo a vedere un grande ometto, sormontato da un sasso a punta di lancia, che segna la quota 3069. Lo raggiungiamo dopo circa 50 minuti di cammino dalla forca.
Amplissimo, da qui, il panorama, analogo a quello che si può godere dalla cima del Sasso Moro, che ora si mostra, a sud-est, come un vicino torrione scuro e minaccioso. In particolare, a sud lo sguardo raggiunge Primolo, mentre verso ovest possiamo vedere non solamente la Carate Brianza e la bocchetta delle Forbici, ma anche, al di là di questa, il laghetto delle Forbici. Fin qui possiamo giungere senza particolari problemi, purché prestiamo attenzione agli ometti (cosa ancor più necessaria nella discesa per la medesima via). Potremmo anche essere paghi, perché sicuramente la meta è di primario valore panoramico, e comunque fa molto chic poter rispondere, a chi chiede “Dove sei stato?”, “Sulla quota 3069”, gustando poi lo stupore dell’interlocutore di fronte ad un’indicazione che sorprenderà anche i più esperti conoscitori di cime malenche.
Se, invece, vogliamo proseguire, procediamo così. Innanzitutto vinciamo un moto di delusione: eravamo convinti di trovarci, a quota 3069, ormai in prossimità della cima e di dover affrontare solo un ultimo sforzo rimanendo sul crinale. Invece il crinale che ci separa dalla vetta è tutt’altro che semplice: sale e scende con salti piuttosto arditi e la via alla cima non è certo diretta. Vinta la delusione, vinciamo anche la repulsione: la salita al torrione terminale del Sasso Moro, visto da qui, appare di impegno alpinistico. Così, in realtà, non è, ma per scoprirlo dobbiamo proprio arrivare a ridosso dei suoi bastioni. Non ci resta, ora, che vincere la stanchezza, perché i saliscendi si snodano su un terreno che richiede concentrazione, quindi il recupero di una certa freschezza, che è possibile solo dopo un’adeguata sosta. Consiglio, quindi, di approfittare della bella calotta della quota 3069 per recuperare energie. Ricordo, infine, che da qui fino all’attacco diretto del torrione non troveremo più neppure ometti.
Riprendiamo il cammino, verso il torrione, seguendo una debole traccia, che si affaccia ad un saltino di rocce a monte di un’ampia conca; scendiamo a zig-zag fra le boccetta, e ci troviamo a sinistra di una porta sul crinale (m. 3020 circa), alla quale giunge, sul versante opposto della conca di Musella, un ripido canalino. La tentazione è quella di guadagnare il crinale e seguirlo fino allo strappo finale, ma è del tutto sconsigliabile, per i salti che questo propone e che da qui non vediamo. Proseguiamo, dunque, rimanendo sotto il crinale, fino a giungere in vista di un nevaio, non particolarmente ripido, di cui siamo, più o meno, all’altezza del limite alto.
È, questo, il punto di maggiore difficoltà dell’escursione: se abbiamo con noi i ramponi (cosa consigliabile) li calziamo attraversandone il limite alto (poco più di una superficie gelata); in caso contrario, potremmo sentirci poco sicuri e propendere per un aggiramento a monte, che sfrutta le roccette ed il terreno smosso. Teniamo, però, presente che questa soluzione è assai più faticosa di quanto potremmo a prima vista immaginare, perché terriccio e massi spesso poggiano su un fondo ghiacciato, che non vediamo, per cui tengono molto meno di quanto potremmo prevedere. Attenzione, in particolare, a non appoggiarci a massi di una certa consistenza che siano a monte rispetto a noi, per evitare di farceli scivolare letteralmente addosso. In un modo o nell’altro, comunque, raggiungiamo il lato opposto del nevaietto; non, però, il suo limite estremo; fermiamoci un po’ prima, per sfruttare un canalino che sale ad un balcone superiore di sfasciumi.
Qui giunti, possiamo dire di essere a buon punto. Percorrendo quasi in piano l’ampio terrazzo, raggiungiamo un bellissimo microlaghetto, alla nostra sinistra, che ci risolleva sicuramente il morale. Oltrepassato il microlaghetto, scendiamo leggermente, passando a monte di chiazze di nevaio e raggiungendo un marcato corridoio, ai piedi del versante di sfasciumi che sale fino alle ultime rocce sotto la cima. Percorrendolo, raggiungiamo una traccia e ritroviamo gli ometti: qui giunge, infatti, la via di salita sopra menzionata, che risale, diritta, il canalone di sfasciumi direttamente dall’alpe di Fellaria. Se sia più semplice o meno faticosa della via qui descritta, non saprei dire.
Ci resta da scegliere, ora, per quale via attaccare la cima. Gli ometti segnalano una traccia che risale, a zig-zag, il ridico versante di sfasciumi, portando ad alcune roccette (attaccabili in due punti). Non sono eccessivamente difficili, ma, non essendo attrezzate con corde fisse, possono risultate ostiche, anche perché non sempre asciutte. Ecco una soluzione di ripiego che ci permette di evitare la seppur breve arrampicata. Invece di puntare al limite inferiore delle rocce, traversiamo a destra, portandoci ad una bocchetta cui giunge un ripido canalino dal versante di Musella. Si tratta del canalino che sfruttarono, il 5 settembre 1912, i primi salitori del Sasso Moro, A. Balabio, R. Rossi e F. Barbieri, i quali si staccarono dal sentiero per la bocchetta delle Forbici dopo il primo gradino, piegando a destra e raggiungendo un canale di sfasciumi che cominciarono a risalire, fino ad una biforcazione, alla quale presero a destra, giungendo al punto nel quale ci troviamo, poco sotto la cima.
Una traccia, alla nostra sinistra, si appoggia per un breve tratto al versante del canalino, restando a sinistra rispetto al suo ripido solco: salendo a ridosso del fianco roccioso, prestiamo attenzione a non scivolare sul terriccio. Superato questo breve passaggio un po’ esposto, pieghiamo a sinistra e risaliamo un altrettanto breve canalino fra roccette, fino ad una porta finale, in corrispondenza di un ometto: qui intercettiamo la traccia di sentiero che sale dalle roccette sopra menzionate. Una brevissima e facile salita dall’ometto ci porta agli ometti posti ai 3108 metri del piccolo pianoro sommitale del Sasso Moro (memorizziamo la via percorsa, per non avere perplessità nella discesa).
Spettacolare il panorama. A nord, a sinistra della triade Sassa d’Entova (sasa d’éntua, m. 3329), pizzo Malenco (m. 3441) e pizzo delle Tremogge (m. 3441; le tre vette, nel loro insieme, erano chiamate, localmente, “i tremögi”; la denominazione distinta deriva da un interesse alpinistico), la testata della Valmalenco, che propone, da sinistra, il pizzo Gluschaint (m. 3594), le gobbe gemelle della Sella (m. 3584 e 3564) e la punta di Sella (m. 3511), il pizzo Roseg (m. 3936), il pizzo Scerscen (m. 3971) il pizzo Bernina (m. 4049), i pizzi Argient (m. 3945) e pizzo Zupò (m. 3995, la triplice innevata cima del pizzo Palù (m. 3823, 3906 e 3882), a monte del ramo orientale della vedretta di Fellaria e, a chiudere la splendida carrellata, il più modesto pizzo Varuna (m. 3453). Davanti a queste possenti cime quasi sfigurano le pur belle e frastagliate cime di Musella (occidentale, m. 3094, centrale, m. 3088 ed orientale, m. 3079) e la cima di Caspoggio (m. 3136).
A destra del piz Varuna lo sguardo corre alle cime del versante orientale della Valle di Poschiavo e, alle loro spalle, alla cima Viola (m 3347) ed alla cima Piazzi (m. 3439), che si vede appena, alla sua destra. Sul fondo, ad est, alle spalle del monte Spondascia (2867), le cime del gruppo dell’Ortles-Cevedale. Proseguendo verso destra, si scorge il gruppo dell’Adamello e, in primissimo piano, quello dello Scalino, con il pizzo Canciano (m. 3103), la cima di Val Fontana (m. 3228) ed il pizzo Scalino (m. 3323). Alla sua destra riescono ad emergere la punta Painale (m. 3248) e la vetta di Ron (m. 3136), seguite dal crinale che scende fino alla Corna Mara (m. 2807). In primo piano si distinguono invece, sul versante che separa la Valmalenco dalla Val di Togno, il passo degli Ometti, il monte Acquanera (m. 2806) e l’appuntito pizzo Palino (m. 2686). Ai piedi di questo versante si stende, ampia  e luminosa, l’alpe Campagneda, seguita dall’alpe Prabello e dall’alpe Largone (o Argone, probabilmente dal termine ligure “arg”, che significa “bianco”).
Guardando a sud, riconosciamo, in posizione centrale, quasi come baricentro della media Valmalenco, il monte Motta o Sasso Alto (m. 2336), e, alle sue spalle, a guardia della bassa Valmalenco, il monte Canale (m. 2522), sul limite sud-orientale dell’ampia alpe di Arcoglio (termine connesso con “arco”, in riferimento alla forma della valle). Sul fondo, lontane e difficilmente distinguibili dall’occhio non esperto, le cime della sezione centrale delle Orobie. Proseguendo verso destra, i Corni Bruciati (m. 3114 e 3097) ed il pizzo Cassandra (piz Casàndra o Casèndra, m. 3226) preparano il noto profilo del (m. 3678), cui fa da valletto, sulla destra, il monte Pioda (sciöma da piöda, m. 3431), seguito dalla punta Baroni (m. 3203) e dal monte Sissone (m. 3330). A ovest, infine, le cime di Rosso e di Vazzeda (m. 3366 e 3301), seguite dalla cima di Val Bona (m. 3033), dal monte Rosso (m. 3088) e dal monte del Forno (fùren, o fórn, ma anche munt rus, m. 3214). Chiude questa splendida parata di cime la Sassa di Fora (m. 3318) e, davanti a lei, la pianeggiante sommità del Sasso Nero (m. 2919).
Le 4 ore e mezza circa di cammino necessarie per salire fin qui passando per la Bignami (e superando un dislivello di circa 1200 metri) sono, dunque, ampiamente ripagate. Ci attende, ora, la discesa, che richiede attenzione uguale, se non maggiore, rispetto alla salita. Innanzitutto ripercorriamo correttamente l’ultimo strappo prima della cima: riportiamoci all’ometto, discendiamo per il canalino e pieghiamo a destra sul sentirono fino alla bocchetta del canalino che sale dalla conca di Musella.


Panorama dal sentiero per il Sasso Moro

Scendiamo poi per sfasciumi al corridoio e, salendo leggermente, ripassiamo a monte del laghetto, appena oltre il quale ritroviamo la parte sommatale del canalino che scende al nevaio. Riattraversato il nevaio, proseguiamo salendo fino alla sella di quota 3020, che si affaccia sul versante di Musella, affrontando, poi, i modesti salti di roccette che superiamo per la via più facile (stando leggermente a destra), fino a riguadagnare il cupolone della quota 3069 (il grande ometto, visibile per buona parte del ritorno, è comunque un punto di riferimento che ci impedisce di perderci per altre vie).
Attenzione anche alla seconda parte della discesa, che, pur, sviluppandosi su terreno più semplice, nasconde l’insidia di perdersi fra vallette e canaloni che possono portare a salti di roccia pericolosi. In sintesi, dal grande ometto procediamo così (seguendo gli altri ometti): scendiamo stando sulla sinistra (senza esporci al salto del crinale); se non ci ritroviamo, possiamo stare anche sulla destra, descrivendo però un arco verso sinistra che ci porta a scendere alla ben visibile piana sottostante, percorrendo la quale verso ovest ritroviamo la via segnata dagli ometti. Ora pieghiamo a destra riprendendo la discesa. Sotto di noi, due canalini; dobbiamo imboccare quello di destra. Quando, nella discesa, vediamo, in basso a destra, il laghetto azzurro pieghiamo leggermente a destra, passando a ridosso (sulla sinistra) di un roccione scuro e percorrendo un ripido canalino, per poi piegare decisamente a sinistra e guadagnare una seconda piana. Qui ripassiamo presso la pozza (che rimane alla nostra destra), procedendo per un tratto in piano verso ovest, fino a giungere in vista di una terza piana, alla quale scendiamo volgendo a destra. Ora dobbiamo cercare, sulla destra, la coppia di ometti, oltrepassata la quale inizia la diagonale che taglia il versante di sfasciumi. Perdendo quota solo leggermente (evitiamo di scendere nel canalone a valle del versante), ci affacciamo al versante che guarda direttamente al corridoio della forca di Fellaria. Un ultimo tratto di discesa zig-zagante ci porta finalmente alla forca, dalla quale scegliamo se tornare a Campomoro passando per la Bignami o la Carate.   

CARTA DEL PERCORSO sulla base della Swisstopo, che ne detiene il Copyright. Ho aggiunto alla carta alcuni toponimi ed una traccia rossa continua (carrozzabili, piste) o puntinata (mulattiere, sentieri). Apri qui la carta on-line

Mappa del percorso - particolare della carta tavola elaborata da Regione Lombardia e CAI (copyright 2006) e disponibile per il download dal sito di CHARTA ITINERUM - Alpi senza frontiere

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