CARTA DEI PERCORSI

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Una valle, molti simboli


La Val Saiento

La Val Saiento (val de saént) è la prima laterale settentrionale che dal versante retico scende al fondo della valle dell’Adda dopo Tirano. È una valle particolarissima, per diversi motivi. Innanzitutto è un caso non frequente di doppione toponomastico: ne esiste un’altra, di egual nome, a poca distanza, ed è la prima laterale occidentale della Valle di Poschiavo, in territorio elvetico. Poi è una valle di particolare bellezza, poco frequentata ma non deserta né desolata, impreziosita dal sistema dei tre laghetti di Schiazzera. In fine, e soprattutto, ha una forma inconsueta, che suggerisce la figura della spirale: fatto centro idealmente sulla vetta del monte Masuccio, il monte di Tirano che ne costituisce il vertice o l’origine, la valle descrive, infatti, una spirale discendente, con un ampio arco di cerchio in senso orario. Contornando, infatti, l’enorme conca a nord del Masuccio, che richiama singolarmente un vulcano, il crinale della valle assume via via l’andamento sud, sud-ovest, ovest, nord-ovest e nord, per poi piegare gradualmente ad est e costituire la testata vera e propria della valle, con le tre cime di Schiazzera ed il monte Campiano a dominare lo scenario. Infine il crinale piega gradualmente a sud-est e sud, tornando alla direzione oroginaria ed addolcendosi, per terminare nel cocuzzolo erboso del Monte della Croce.
La spirale è figura archetipica, cioè richiama, nella simbologia di culture diverse ed anche molto lontane (si pensi, ad esempio, alla salita del monte del Purgatorio operata da Dante e Virgilio), il tema del cammino di liberazione e di elevazione al cielo. Infatti essa dice insieme elevazione e ritorno all’origine, cioè esprime geometricamente il principio dell’epistrophé neoplatonica, del ritorno alla fonte, alla scaturigine prima, all’origine dell’essere. Alla luce di ciò la Val Saiento rappresenterebbe la forma più perfetta di un ideale cammino di elevazione, che dalle falde montuose a monte di Lovero sale su su fino alla cima del Masuccio.


La Val Saiento

Ecco, dunque, una valle che invita ai passi dell’andare ed a quelli de pensare.
Con accenti felici Ivan Fassin, ne “Il conglomerato del diavolo – Fantasticheria alpine” (L’officina del Libro, Sondrio, 1991) descrive suggestioni e pensieri che si legano con l’accesso a questa valle così particolare: “L'approccio è, veramente, poco pellegrinale: si sale in macchina per una carrabile stretta e sassosa, ma non molto ripida, fin sotto il ciglione di Schiazzera. Perché infatti il percorso si snoda a partire da questo lato della montagna, e si inoltra nella valle a chiocciola per compiere un giro completo fino alla base della vera e propria vetta. Si sale dunque oltre la barriera di rocce su un breve tratto di mulattiera selciata, ci si inoltra nel pianoro, passando accanto ai ruderi della vecchia caserma della Guardia di Finanza, poi si sale di balza in balza entro un orizzonte limitato dalla barriera dei monti all'esterno, e ombreggiato dal cono della vetta dall'altra parte.
Quasi subito si scorge un grande conoide di massi che scende dalla cima, anzi da un imbuto sovrastante, con cui forma una sorta di gigantesca clessidra, simbolo del tempo inesorabile. In alto infatti gli agenti atmosferici sfaldano la roccia friabile, che lentamente si sbriciola e giù per un canale stretto scende ad ingrandire l'ammasso sottostante.
Sui diversi ripiani che costituiscono il fondo della valletta sono distribuiti alcuni laghetti, al centro di altrettanti piccoli circhi glaciali.


Laghetti di Schiazzera

Più avanti, volgendo a sud, si deve superare un'altra balza di rocce rotte per entrare nel circo più alto, sotto la vetta. Fin qui l'orizzonte non è mai stato ampio, il cammino si è svolto sempre dentro la valle ritorta; d'improvviso si supera il livello delle barriere e l'orizzonte si apre sulle Retiche e sull'Adamello, vastissimo.
Lungo il percorso si incontrano molte altre "cose", non tutte enumerabili qui: la baita dell'alpe Schiazzera, rudimentale, ma non priva di confort; la strada militare che entra nella valle venendo dalla direzione di Baruffini, percorre poi uno strano tortuoso tracciato seguendo approssimativamente la curva di livello dei 2400 mt. di quota. Su un'altura (mt. 2425 ca.), arrotondata dall'antico ghiacciaio, tra il laghetto di Pian Fusino e il lago Schiazzera, non lontano da dove la strada militare fa una svolta per tornare sull'altro versante della valle, un cumulo di sassi, quasi un altare primordiale, consente di traguardare la cima sita a sud-est, e osservare il gioco del sole che d'autunno e d'inverno s'affatica per superare il cono della vetta.
Sulla cima, alta sulla valle e sui circhi che l'attorniano formando una grande spira, piace pensare si sia soffermato S. Michele, prima di scendere a posarsi sulla cupola della Basilica della Madonna di Tirano.” Il riferimento di Fassin è alla battaglia di Tirano del 1620, nella quale le truppe delle Tre Leghe Grigie, calate in Valtellina per soffocare la ribellione dei nobili cattolici che avevano fatto strage dei protestanti, furono sconfitte e costrette temporaneamente a sgomberarla, anche grazie, si disse ben presto, ad un intervento miracoloso del capo dell’esercito celeste, l’arcangelo Michele, sceso dal cielo a dar vita alla statua posta in cima al Santuario della Madonna di Tirano e a dar manforte ai ribelli valtellinesi.
Di più, l'accesso a questa valle offre anche l'opportunità di utilizzare le strutture di un rifugio alpino e contemporaneamente contribuire ad una causa umanitaria. Dall’ex-caserma della Guardia di Finanza, citata anche dal testo di Fassin e posta all'ingresso dell’alpe Schiazzéra, è stato ricavato un rifugio (rifugio Alpe Schiazzera) gestito da volontari tiranesi che aderiscono alla cosiddetta “Operazione Mato Grosso”, finalizzata all’aiuto delle popolazioni di un’area fra le più povere del Brasile. I proventi della gestione del rifugio vengono, appunto, destinati ad interventi umanitari in quest’area. Un buon motivo per applaudire alla sua apertura. Aggiungiamone un altro: si tratta di un punto di appoggio indispensabile per chi intendesse percorrere il Sentiero Italia nel tratto che da Tirano porta nel cuore della Val Grosina.
La presenza di una caserma della Guardia di Finanzia non stupisce: l'alta Val Saiento consente un passaggio abbastanza facile alla Valle di Poschiavo (il passo chiamato Portone) ed alla Valle Piana, laterale della Val Grosina occidentale, dalla quale, poi, è, di nuovo, facile il passaggio, per diverse vie, alla Valle di Poschiavo. Questo spiega il passaggio di contrabbandieri su questi sentieri, e l'azione di contrasto operata dai Finanzieri.


Val Saiento

Accesso alla Val Saiento

Il rifugio, il cui edificio è proprietà del comune di Vervio, è facilmente raggiungibile seguendo due itinerari. Il più comodo ha come punto di partenza l’amena località di Sùsen, posta a 1508 metri, sul versante montuoso che si stende ai piedi della parete di sud-est del monte Masuccio e sovrasta Vervio. Il secondo, invece, parte da Pra’ Baruzzo, alpeggio posto a 1389 metri, sopra Baruffini (termine connesso con il verbo longobardo “rauffen”, cioè “azzuffarsi”), cui si sale facilmente da Tirano.
La salita a Susen ha come punto di partenza Vervio (m. 549), piccolo comune a nord-est di Tirano, sul versante sinistro della Valtellina (per chi la percorra da Tirano in direzione di Bormio). Lo si raggiunge staccandosi dalla ss. 38 dello Stelvio, pochi chilometri oltre Tirano (salendo verso Bormio), allo svincolo segnalato. Giunti alle porte del paese, ci troviamo di fronte ad un bivio: la strada di destra porta alla casa municipale, mentre quella di sinistra inizia una lunga salita che tocca le numerose belle frazioni di mezza montagna del comune di Vervio. E’ quest’ultima la strada che dobbiamo imboccare, come segnala anche un cartello, che indica se il rifugio è aperto o chiuso, ci informa sulla sua distanza (15 km) ed altitudine (2080 metri) e riporta il numero telefonico utile per chi volesse ulteriori informazioni (3472608250).
La strada è, in diversi punti, un po’ stretta, ma, fino a Susen, asfaltata. Dopo circa 3,8 chilometri raggiungiamo, salendo, la frazione Bèrtoli (m. 750), dove si trova la chiesa parrocchiale dei santi Sebastiano e Fabiano (il cui nucleo originario è trecentesco), che mostra, sulla facciata, un dipinto raffigurante il martirio di San Sebastiano. La strada prosegue per la frazione di Ca’ Giacomo (m. 829); poco prima di tale frazione, si stacca da essa, sulla destra, la strada, segnalata, per Susen (è segnalato ancora il rifugio Schiazzera).
Si tratta di una strada piuttosto ripida, che si inerpica decisamente sul fianco montuoso del Monte Croce, con molti tornanti a distanza ravvicinata, toccando le località di Ca’ Giacomelli (m. 958), Solt (m. 1050), Quattro Rui (m. 1081), Pestai (m. 1300) e Piani (m. 1427). Una sosta in una di queste località permette di osservare le tipiche dimore rurali, edificate in sasso e coperte da grosse tegole, che fungevano insieme da stalla e, al piano rialzato, da fienile, cucina e dormitorio. Oltrepassati i Piani, raggiungiamo, infine, le baite di Susen (m. 1508), a poco più di 11 km dal punto di partenza.
La località è davvero amena, e si stende su una panoramicissima fascia di prati, dalla quale ottima è la visuale verso sud-est, dove, sul crinale che separa le province di Sondrio e Brescia, si riconosce l’ampia piana del passo del Mortirolo. Una piccola chiesetta, costruita nel 1948 e dedicata alla Madonna delle Grazie, completa il delizioso quadretto alpino. Qui convengono, la prima domenica di agosto, abitanti da tutte le frazioni di Vervio, per celebrare la festa in onore della Madonna.
La strada prosegue, in direzione della soglia d’ingresso all’alta val Saiento, ma all’asfalto si sostituisce il fondo sterrato, per cui, se la meta dell'escursione non va oltre il rifugio ed i laghetti di Schiazzera, conviene iniziare da qui una piacevole camminata che, in un’ora e mezza circa, ci permette di raggiungere il rifugio. Camminando, oltretutto, abbiamo modo di gustare le belle pinete che ricoprono questa fascia del versante montuoso. Se, però, si intende puntare a mete più lontane (passo e cima di Schiazzera o, con un minimo di esperienza alpinistica, monte Masuccio), conviene chiedere un sacrificio al nostro mezzo e portarci ad una quota più alta (teniamo comunque presente che per una buona metà il fondo della pista è discreto; si fa accidentato dopo l'uscita dalla pecceta, nel lungo traverso che porta sotto la soglia dell'alta valle).
Dopo circa venti minuti di cammino, raggiungiamo il bel terrazzo dell’alpe Campasceul (m. 1575), seguito, a poca distanza, da quello dell’alpe Pramarnone (m. 1635). Alzando gli occhi verso nord-ovest, possiamo ammirare il versante sud-orientale del monte Masuccio (m. 2816), il monte che domina la val Saiento e che sovrasta Tirano. Il monte del piccolo maso, cioè del piccolo alpeggio, stando all'etimo: certamente un monte dal fascino unico, anche se, visto da qui, sembra una cima come tante altre. Ma in alta Val Saiento avremo modo di scoprirne ed apprezzarne il vero volto.
Ad un certo punto la pista inizia una lunga diagonale che taglia il fianco sud-occidentale del dosso che scende dalla cima quotata m. 2591 e dal Monte Croce, a sud-est del monte Campiano (m. 2768). Qui il fondo, come detto, peggiora sensibilmente. Giungiamo, così, in vista dell’aspro salto roccioso che introduce all’alta val Saiento. A proposito di questa valle vale la pena di ricordare che ne esiste un’altra, più grande, che ha il medesimo nome: si tratta della prima laterale che si incontra, sulla sinistra, risalendo la Valle di Poschiavo, in Svizzera. Dopo qualche tornante, eccoci ad una piazzola dove chi non ha problemi di sospensioni può parcheggiare l’automobile, a circa 1990 metri di quota. Un pannello illustra le possibilità escursionistiche offerta dalla valle. Vicino al parcheggio cade, con un salto non molto alto, ma con un effetto interessante, la cascata del torrente Saiento, che esce dall’alta valle e si precipita, con un corso assai ripido, verso il fondovalle.
Manca ormai poco al rifugio: si tratta solo si salire lungo l’ultimo tratto della strada, che ora diventa una ripida mulattiera (chiusa ai motoveicoli). Terminata la ripida salita, troviamo il rifugio Alpe Schiazzera proprio davanti a noi, a 2080 metri, dopo circa un’ora e mezza di cammino, necessaria per superare circa 580 metri di dislivello.
Il rifugio è posto nella parte più bassa dell’ampia conca dell’alpe Schiazzera: poco più a monte, vediamo, infatti, le sue baite. Molto suggestivo è lo scenario che si apre, improvviso, davanti ai nostri occhi: l’alta val Saiento mostra tutto il fascino delle ampie e solitarie distese di pascoli del solare versante retico. Da qui non possiamo, però ancora apprezzare la forma di tale valle,
Un po’ più lungo è l’itinerario di salita al rifugio che parte da Pra’ Baruzzo. Se scegliamo questa seconda possibilità dobbiamo staccarci da viale Garibaldi, a Tirano, nei pressi di piazza Marinoni, ed imboccare la strada per Roncaiola e Baruffini. Essa risale il versante sud-occidentale che scende dal monte Masuccio. Ad un bivio, troviamo le indicazioni per Roncaiola (m. 800, sinistra) e Baruffini (m. 792, destra). Noi dobbiamo prendere a destra, raggiungendo, a 4,1 km da Tirano, la frazione di Baruffini, dove troviamo la cinquecentesca chiesa di S. Pietro Martire.
Da Baruffini proseguiamo sulla carozzabile che sale verso Pra’ Campo (m. 1761, a 10,5 km da Tirano), ma, raggiunto Pra’ Baruzzo (m. 1389), parcheggiamo l’automobile, per iniziare la salita al rifugio. Il percorso che seguiremo è parte del Sentiero Italia (segnavia bianco-rossi), nella sezione che da Tirano, passando per la val Saiento, raggiunge la Val Grosina occidentale. Su questo tratto troviamo, come punti di appoggio, il rifugio Schiazzera e, in Val Grosina, il rifugio Malghera.
Da Pra’ Baruzzo parte una sterrata che si dirige verso nord-est, fino a raggiungere l’alpe Ghiaccia (m. 1586), proseguendo, poi, fino ai prati di Sovo (m. 1727). Qui comincia la mulattiera costruita per fini militari, che sale a Pra’ Sovo (m. 1900), volge per un buon tratto a sinistra, per poi riprendere la direzione nord, aggirando il fianco sud-orientale del monte Masuccio, con un percorso che supera alcune vallecole. La mulattiera raggiunge la quota di 2211 metri: dopo l’ultima traversata, ci ritroviamo, così, a monte dell’ampia piana dell’alpe. Per raggiungere il rifugio, dobbiamo lasciare il Sentiero Italia, staccandocene sulla destra, ad un bivio segnalato, e scendendo fino a quota 2080 metri. Questa seconda possibilità richiede circa 3 ore di cammino, necessarie per superare 830 metri di dislivello.

 

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Ai laghetti di Schiazzera

Il rifugio Alpe Schiazzera può essere base di partenza per alcune belle escursioni. La più facile ha come meta il lago di Schiazzera, che si raggiunge in circa un'ora di cammino. Alle spalle del rifugio una serie di cartelli escursionistici chiarcse le idee. I sentieri 230 e 201 possono essere imboccati in duplice direzione: andando verso destra si sale, in 35 minuti, al dosso erboso sovrastato da una croce, detto Monte Croce (m. 2279), di cui abbiamo visto il dirupato salto del versante sud-occidentale, alla nostra destra, salendo lungo il ripido tratturo che dal parcheggio porta al rifugio. Seguendo la medesima direttrice si effettua il giro dell'intero circo terminale della valle, da est ad ovest, fino al lago di Schiazzera (dato ad un'ora e 45 minuti) e tornando al rifugio dopo 2 ore e tre quarti. Lo stesso giro lo si può effettuare, ovviamente, in senso inverso: in tal caso si raggiunge il lago di Schiazzera in un'ora e 45 minuti (con possibile digressione al passo del Portone, dato a 2 ore). Questa seconda direttrice, però, è la medesima che, innestandosi sul Sentiero Italia, che raggiunge la valle, come abbiamo visto, da Pra' Baruzzo, effettua la traversara alla Val Piana e di qui a Malghera, in 8 ore.
Procediamo, dunque, diritti (lasciando alla nostra destra il sentiero che sale al Monte Croce), alle spalle del rifugio, imboccando una pista che punta al baitone dell'alpe Schiazzera. Qui giunti, pieghiamo a sinistra, su largo sentiero, portandoci ad un ponticello in legno che ci permette di scavalcare il torrente Schiazzera. Dopo un breve strappo, percorriamo un rilassante corridoio erboso che ci porta all'incrocio con la pista militare che costituisce anche il già citato Sentiero Italia (numerazione: 201), che giunge fin qui da Pra' Baruzzo e prosegue verso Salina, le valli piana, Guinzana e Pdruna e Malghera. Un cartello escursionistico si riferisce proprio ad esso e dà il lago Schiazzera a 45 minuti, il monte Croce a 2 ore e Malghera a 7 ore e 45 minuti. Procediamo, ora, sulla comoda pista militare. Comoda perché tracciata con sapienza, assecondando le curve di livello, in modo che la pendenza sia regolare e mai eccessiva. Questo allunga un po' il percorso, ma consente di camminare senza stancarsi troppo. Mentre lavorano le gambe, camminano anche i pensieri: che ci fa una pista militare così ben curata in un luogo pacifico e solitario come questo? La risposta ci porta agli scenari della prima guerra mondiale ed alle preoccupazioni del generale Cadorna, che non si fidava della neutralità elvetica ed era convinto che lo stato maggiore svizzero, simpatizzando per gli austro-ungarici, potesse concedere loro il passaggio attraverso la valle di Poschiavo, che sarebbe risultato rovinoso per la situazione italiana, in quanto avrebbe tagliato fuori il fronte dell'Ortles-Cevedale-Adamello, esponendo la pianura lombarda ad una catastrofica invasione. Per questo il Cadorna fece tracciare, sui versanti retico ed orobico, una fitta rete di mulattiere che servivano postazioni le quali sarebbero servite a bersagliare dall'alto l'esercito invasore. Sulla pista, dunque, dovevano passare non solo truppe, ma anche muli e pezzi d'artiglieria: questo spiega la cura con la quale fu tracciata. Non servì, però, mai, per fortuna, al suo scopo. Serve, invece, ottimamente agli scopi dei pacifici camminatori.
Volgendo a destra, scavalca il ramo più occidentale del torrente Schiazzera, che scende dal lac Brodeg brontolando rumorosamente per cose sue, come fanno tutti i torrenti. Lo lasciamo dire e procediamo: dopo qualche giravolta, aggiriamo un dosso e, quasi d'incanto, la sua voce scompare. Effettuando un ampio arco in senso antiorario, seguiamo un largo cordone morenico e passiamo leggermente alti rispetto al laghetto di Pian Fusino (m. 2261), che vediamo alla nostra destra. Il laghetto è posto sul limite occidentale dell'ampia e bucolica spianata chiamata Pian Fusino, dove indugiano ancora, pigramente, le mucche al pascolo. Ci appressiamo, ora, ad una soglia ed abbiamo la netta impressione che dietro di essa si celi il lago di Schiazzera. In realtà c'è ancora un tratto, quasi pianeggiante, prima di giungere presso le rive del tranquillo lago di Schiazzera (o lago Grande di Schiazzera), preceduto da una grande pozza (m. 2392). La zona è tranquilla ed appartata: vegliano sul lago, a nord, le tre cime chiamate di Schiazzera (da ovest, m. 2818, 2813 e 2800). Alla loro sinistra, il pizzo chiamato l'Ometto (m. 2769), legato ad una leggenda che, nella sosta, possiamo anche ascoltare e meditare.
Ebbene, viveva un tempo a Grosio un uomo che tale consapevolezza aveva interamente smarrito. Il suo nome era Michelozzo, signore di Grosio, uomo di rara presuntuoso. Credeva di essere invincibile, di sapersi trarre da ogni impaccio, e se ne stava così, pieno di sé, nel suo castello. Una sera dimenticò di dire le preghiere, ed il diavolo piombò nella sua camera, nella torre del castello, portandoselo via, in un vorticoso viaggio aereo nelle tenebre profonde. Poi venne il momento di lasciarlo, perché la notte volgeva al termine. ma prima di farlo, il diavolo gli rivolse queste parole beffarde: "Prova, ora, tu che credi di poter tutto, a tornare al tuo castello. Provaci, ometto!"
Michelozzo, senza sapere come, si ritrovò in cima ad un monte che precipita a picco sulla Val di Poschiavo. Non sapeva dove fosse, né come tornare alla propria dimora. Capì, allora, quanto fosse debole, e bisognoso d'aiuto. Così, con umiltà, pregò i Santi che lo aiutassero. Venne S. Michele, e Michelozzo cadde ai suoi piedi, ringraziandolo. Il santo lo riportò a volo al suo castello. Aveva capito la lezione: l'uomo che confida solo nelle sue forze è uno sciocco. Da allora divenne saggio ed umile, mentre la cima che gli aveva fatto vivere l’esperienza del più profondo disorientamento venne chiamata “Ometto”, quasi a ricordare che ogni uomo, in fondo, è ometto. C'è da aggiungere, per scrupolo, che la cima di cui narra la leggenda potrebbe anche essere quella un po' più a nord, alla testata della Val Pedruna (Val Grosina Occidentale), chiamata Sasso dell’Uomo, o Ometto (om, m. 2789).
Ma il grande protagonista dello scenario è alle nostre spalle, a sud. Il monte Masuccio (m. 2816), che ci ha già mostrato, sul nostro lato di sinistra, un volto arcigno nella salita, ora appare con una forma inattesa ed arcana, un cono quasi perfetto, che si innalza, imperioso ed enigmatico, sulla spianata dell'ampia valle. Lì è l'origine della spirale, lì il vertice. Lì, anche, la meta di una classica escursione che, tuttavia, sfruttando un crinale esposto, anche se in alcuni punti attrezzato, viene classificata dalla Guida dei Monti d'Italia CAI-TCI come d'impegno alpinistico, ancorché facile. Limitiamoci, dunque, ad interrogare il senso di quella forma regolare e, vista da qui, imponente.

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Circuito dell'alta Val Saiento

Carichi di interrogativi senza risposta, chiediamo più facili risposte al cartello escursionistico, che ci propone un bivio: lasciando la pista ed imboccando un largo sentiero sulla sinistra si sale, in 40 minuti, al passo Portone (sentiero 230). La pista militare, invece, accompagna il Sentiero Italia (201) e porta in un'ora ed un quarto al monte Croce, in 4 ore e 10 minuti all'alpe Piana ed i 7 ore a Malghera. proseguiamo, dunque, sulla pista, che volge gradualmente a destra, aggirando un poggio di rocce levigate. Alzandoci un po', raggiungiamo con lo sguardo il terzo laghetto dell'alta valle, posto a sud del lago di Schiazzera, in direzione del monte Masuccio: è chiamato localmente lac Brodeg (m. 2356), cioè lago sporco, per il colore opaco delle acque. Passiamo, poi, a sinistra dell'arrotondata cima del poggio e proseguiamo, con tratto in leggera discesa, iniziando un lungo traverso, in direzione nord-est, che taglia il fianco meridionale della cima orientale di Schiazzera.
Riprendiamo a salire, passando a sinistra di una grotta attrezzata a fortificazione e piegando leggermente a sinistra, fino a raggiungere il vallone centrale della valle, dove scrorre un torrentello, a quota 2417. Qui un nuovo cartello escursionistico del Sentiero Italia dà l'alpe Salina ad un'ora e 20 minuti, l'alpe Piana a 3 ore e 45 minuti e Malghera a 6 ore e 35 minuti. Seguendo ancora la pista, iniziamo una salita con pendenza moderata, che ci porta, descritto un ampio arco in direzione sud-est prima, sud-sud-est, poi, a toccare il filo dell'ampio crinale erboso che separa la conca di Schiazzera dall'aspro versante retico a monte di Vione, solcato dalle valli di Ruini e di Pradei. La pista lo percorre, in discesa, per un buon tratto, passando da quota 2440 a quota 2280 circa. A questo punto, giunti alla croce che dà il nome al monte (Monte Croce, m. 2279), lasciamo il Sentiero Italia, che prosegue alla nostra sinistra, per imboccare il sentiero, segnalato, che piega a destra a scende deciso sul fianco occidentale del dosso, con qualche tornante, in direzione nord-ovest. Il fondo è buono ma in alcuni tratti esposto, per cui procediamo con attenzione. Alla fine della discesa ci ritroviamo, fra gande e macereti, sul limite orientale dell'alpe Schiazzera; una traccia dis entiero ci riporta nei pressi del rifugio, dove chiudiamo questo circuito che richiede poco più di due ore di cammino (il dislivello aprossimativo in altezza è di 350 metri.

Passo e cima di Schiazzera


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Dal lago di Schiazzera è possibile anche portarsi al passo ed alla cima omonima. Per farlo, seguiamo il Sentiero Italia fino al cartello nei pressi del torrentello a quota 2417. Qui lasciamo la pista per iniziare a salire, su sentiero e traccia di sentiero, diritti, in direzione nord-nord-ovest, seguendo l'andamento del largo vallone che scende all'alpe Schiazzera. Rimaniamo sempre sul fondo del vallone, raggiungendo un primo ampio pianoro, dove si trova anche una pozza nella quale il monte Masuccio, che da qui mostra un volto, se possibile, ancora più arcigno, si specchia a fatica. Seguendo il sentiero, saliamo, piegando leggermente a sinistra, ad una spianata superiore, caratterizzata da un masso erratico solitario. Guardando al crinale sopra di noi, individuiamo la sella più bassa e cominciamo a salire, in diagonale, verso destra, il versante erboso, abbastanza ripido ma non insormontabile, che ci separa da essa. Una traccia di sentiero, piuttosto debole, ci aiuta. Con un po' di attenzione, per evitare di scivolare, su erba insidiosa, raggiungiamo, alla fine, i 2546 metri del passo di Schiazzera, chiamato anche passo di Zochi o di Zuchèt, con probabile riferimento alla conformazione del versante dal quale siamo saliti. Siamo in cammino (dal rifugio Alpe Schiazzera) da circa due ore, ed abbiamo superato un dislivello approssimativo in salita di 460 metri. Si apre, davanti a noi, la valle Piana, laterale meridionale della Val Grosina Occidentale. Si tratta di un passo assai poco frequentato; l'itinerario di salita e quello di discesa non sono segnalati da segnavia, e non c'è alcun cartello escursionistico, nonostante si tratti di una variante interessante del Sentiero Italia, che consente il passaggio diretto dal rifugio Alpe Schiazzera all'alpe Piana, senza passare per l'alpe Salina.
Il versante della valle Piana è assai diverso e più selvaggio, occupato in gran parte da sfasciumi e da qualche nevaietto. La traccia per la quale scendere è debolissima o addirittura non c'è; comunque non è difficile, tenendosi sul lato destro della valle, e sulla sinistra del canalone che scende dal passo, superare il salto che si affaccia al lungo pianone che le dà il nome. Toccato il pianone, si segue il torrente, restando sulla destra, per poi passare a sinistra e, con breve salita, intercettare una pista che scende al baitone del rifugio alpe Piana, a 1883 metri. Qui ritroviamo il Sentiero Italia, che sale da destra e prosegue a sinistra traversando alle valli Guinzana e Pedruna, prima di raggiungere lo splendido nucleo di Malghera, baricentro della Val Grosina occidentale, con il sorprendente santuario della Madonna della Misericordia (o Madonna della Neve, o del Muschio). La traversata dal rifugio Alpe Piana al ricovero Malghera, per questa via, richiede circa 6 ore di cammino.
Dal passo di Schiazzera, però, possiamo anche intraprendere una bella ascensione, alla facile cima di Schiazzera orientale (m. 2800), che si innalza ad ovest del passo. Si tratta della più orientale delle tre cime che dominano la testata dell'alta Val Saiento. Per la dolcezza e regolarità del versante orientale, che si sfrutta nella salita, è anche un'interessante e segnalata meta per coloro che praticano lo sci-alpinismo. Raggiungerla è abbastanza semplice. Seguendo un sentierino che percorre il crinale, ci portiamo verso ovest e, superato un cocuzzolo erboso, scendiamo di pochi metri fino all'attacco del largo crestone erboso che scende dalla cima verso est. Teniamo, però, presente che è possibile giungere fin qui, se non siamo interessati a toccare il passo di Schiazzera, per via più breve e meno faticosa in questo modo: raggiunto il secondo pianoro di cui abbiamo parlato sopra, invece di prendere a destra andiamo a sinistra, risalendo il canalone erboso a destra di una colata di sfasciumi, fino al punto in cui, piegando a destra, raggiungiamo senza fatica la sella. Prima di salire, osserviamo la cima che abbiamo di fronte. Colpisce ed impressiona per la profonda differenza dei due versanti. Quello settentrionale, che guarda alla valle Piana, è orrido, verticale, costituito da pareti strapiombanti (rocce intrusive di tipo granatoide, dioriti) e da canaloni. Quello opposto, invece, è un tranquillo scivolo erboso, delimitato da un'ampia fascia di sfasciumi.
Da questa sella, dunque, saliamo diritti, rimanendo sempre abbastanza vicini al versante di valle Piana, su traccia di sentiero. Oltrepassata un striscia franosa, la traccia tende a perdersi, ma non c'è problema: proseguendo un po' a zig-zag siamo ad un'ultima breve fascia di piccoli blocchi, oltre la quale pochi ulteriori metri di salita su morbito tappeto erboso ci portano alla cima orientale di Schiazzera (m. 2800), dopo circa tre ore di cammino dal rifugio Alpe Schiazzera (il dislivello è di circa 710 metri).
Nessun ometto, nessuna croce, ma un panorama di prim'ordine. Prendiamo come riferimento il monte Masuccio, a sud, il cui profilo ci è ormai familiare: alle sue spalle, provedendo verso destra, vediamo alcune valli dell'alta Val Camonica (valle di Campovecchio, val Brandet) e gli impianti di risalita dell'Aprica, sormontati dal Dosso Pasò. Segue poi la serrata sequenza di cime e valli delle Orobie orientali e centrali, su cui si distinguono il pizzo Torena, il pizzo del Diavolo di Malgina, le cime dei Cagamei, il pizzo di Coca, il pizzo di Rodes, prima che le cime sfumino in una indistinzione dalla quale solo l'occhio esperto può recuperarle. Verso est si propongono, in primo piano, il già menzionato pizzo Ometto, o Banderola (m. 2794), e la cima centrale di Schiazzera (m. 2813, che nasconde allo sguardo quella occidentale. Alle loro spalle, più lontane, le cime del pizzo Combolo, del pizzo Malgina e del complesso che va dalla vetta di Ron alla punta Painale. Più a destra ancora, appena a sinistra della cima centrale di Schiazzera, il pizzo Scalino. Procedendo verso nord-ovest, appare un bello spaccato della testata della Valmalenco, con la triade Tremogge-malenco-Entova, le cime della Sella, la triade Roseg-Scerscen e Bernina ed i pizzi Argient, Zupò e Palù. Il versante occidentale della Valle Piana nasconde in parte le cime del comprensorio del passo Bernina, a nord. Da nord a nord-est appaiono il corno di Dosdè, la cima Viola, le cime di Lago Spalmo e la cima Piazzi. Poi si scorge una congerie di cime del livignasco, seguite, ad est, dal gruppo Zebrù-Ortles a Cevedale. A sud-est il massiccio dell'Adamello. Insomma, le fatiche per raggiungere questa cima sono ampiamente ripagati.

 

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Passo Portone

Dal laghetto di Schiazzera è anche possibile salire al passo Portone (m. 2633), o Banderola, che si affaccia sul ripido versante della Valle di Poschiavo a monte di Brusio e Viano. Come già detto, un cartello escursionistico segnala questa possibilità, che sfrutta un ben marcato sentiero il quale lascia a destra il lago di Schiazzera ed attacca il versante montuoso ad occidente dello stesso, con andamento regolare. Dopo una sequenza di tornanti sx-dx-sx-dx-sx-dx, siamo a ridosso di una formazione rocciosa. I tornanti si fanno più serrati, la pendenza più ripida ed il terreno più incerto per qualche franetta. Lasciata a sinistra la formazione rocciosa, la salita prosegue, sempre piuttosto ripida, passando a sinistra e quasi sul ciglio di un salto roccioso (attenzione). Pochi sforzi ancora, e siamo alla pianetta del passo Portone, segnalato da un grande ometto (m. 2633). Il sentiero inizia la discesa sul ripido versante opposto dal limite settentrionale del passo. Dal rifugio al passo Portone calcoliamo circa due ore o poco meno di cammino (il dislivello approssimativo è di 550 metri). Il panorama è più limitato rispetto a quello della cima Schiazzera, ma propone un bel colpo d'occhio sulla piana ad est di Tirano e sul versante orientale della Valle di Poschiavo.
Il pannello escursionistico al parcheggio sotto il rifugio segnala la possibilità di percorrere, dal passo, l'intero crinale, descrivendo un arco verso sud e sud ovest, raccordandosi con il percorso che sale da Pra Campo, sopra Baruffini, per procedere nella salita alla cima del monte Masuccio. Ma quest'ultima, come detto, propone qualche passaggio esposto e di difficoltà alpinistica, anche se classificata come F.

CARTA DEL PERCORSO sulla base della Swisstopo, che ne detiene il Copyright. Ho aggiunto alla carta alcuni toponimi ed una traccia rossa continua (carrozzabili, piste) o puntinata (mulattiere, sentieri). Apri qui la mappa on-line


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