La storia dei potenti e quella degli umili

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Da S. Pietro di Samolaco può partire un’escursione ad anello che ci porta ad incontrare i segni di una storia di cui ormai resta solo una sbiadita eco. Una storia che mostra il duplice volto delle vicende convenzionalmente considerate di maggior rilievo (i fatti d’armi, la storia politico-militare e diplomatica) e di quelle relegate nella penombra di un angolo di poco rilievo (la storia della civiltà materiale, dei modi di vivere).
Due significativi simboli di questa duplice storia sono la torre di Segname (o del Signame) e la Casa della Pipeta (o Pipetta, o anche Ca’ Pipeta): l’una rievoca lo sguardo vigile che sorvegliava i passaggi nella bassa valle della Mera, l’altra resta come muto testimone dell’ingegno contadino che per innumerevoli generazioni ha cercato di strappare alla montagna angoli improbabili di sussistenza. L’una svetta con l’orgoglio di un dito puntato verso il cielo al culmine dell’imponente sperone roccioso fra S. Pietro e Gordona, l’altra rimane quasi acquattata nel fresco silenzio dei boschi di castagno, discreta e nascosta da clamori e vanità umane.
Raggiungiamo S. Pietro di Samolaco in automobile staccandoci dalla ss. 36 dello Spluga all’altezza di Prata Camportaccio: imboccando lo svincolo sulla sinistra (indicazioni per S. Pietro, Gordona e Mese) scavalchiamo la Mera ed intercettiamo la strada provinciale Trivulzia, che corre parallela alla strada statale sul lato opposto (occidentale) della piana della Mera.
Prendendo a sinistra, siamo, in breve, alle case del più importante dei nuclei che costituiscono Samolaco, san pédar (l’antica Silvaplana). Saliamo, ora, lungo la via Tonaia, che passa a nord del centro del paese, dove spicca il campanile della chiesa di S. Pietro. Senza svoltare a sinistra, cioè in direzione del centro, raggiungiamo il ponte sul torrente Mengasca  - meng(h)iàsc’c(h)ia - e portiamoci, seguendo le indicazioni per Ronscione, sul lato opposto dello sbocco della valle omonima, salendo, poi, con alcuni tornanti, lungo via Ronscione direzione nord.
Raggiungiamo, così, e superiamo il nucleo di Ronscione (runscióom), in posizione rialzata rispetto a S. Pietro: qui, prima dell’arginatura della Mera, operata fra il 1880 ed il 1890, viveva buona parte della popolazione (buona parte della rimanente viveva a Monastero, altro nucleo in posizione più elevata rispetto al fondovalle). Procedendo incontriamo, sulla sinistra, una deviazione, che ignoriamo, rimanendo sulla strada principale, la quale, scavalcata una vallecola, termina al nucleo di Bedogna (da bedógn, betulla), dove, ad uno slargo sovrastato da un muraglione, la strada termina.
Inizia, invece, la nostra camminata, da una quota di 323 metri. Un cartello della Comunità Montana della Valchiavenna segnala la partenza di due sentieri: l’uno sale diretto a monte del muraglione, cioè verso ovest (D14) e porta, in due ore, a Sorboggia; l’altro procede, invece, verso nord-ovest e porta, in due ore e mezza, alla Torre del Signame (D15; l’indicazione del tempo necessario si riferisce però all’anello escursionistico intero, perché i arriva alla torre in poco più di un’ora). Ovviamente il sentiero che ci interessa è questo secondo.
Superato su un ponticello in cemento un torrentello, ci incamminiamo lungo il sentiero, segnalato da segnavia rosso-bianco-rossi e bianco-rossi. La torre è già visibile, là in fondo, davanti a noi, emerge dalle piante che ricoprono la cima del severo sperone roccioso posto all’imbocco meridionale della forra della bassa Val Bodengo, il cui versante orientale mostra impressionanti salti di scure rocce, modellate dai ghiacciai del quaternario. Tagliamo una fascia di vigneti passando a valle di un nuovo nucleo di dimore rurali, prima di immergerci in un bosco di castagni. Superato il torrentello della val dal vendüu, che fa sentire la sua voce argentina scendendo da un piccolo salto roccioso, passiamo a destra di una baita isolata e, piegando leggermente a sinistra, oltrepassiamo un sasso sul quale vediamo una feccia bianca con l’indicazione “Torre”.
Poco oltre, ecco un nuovo piccolo corso d’acqua, quello della Caurga: il versante montuoso di Samolaco è ricco di sorgenti e torrentelli perenni, che lo hanno profondamente modellato, conferendogli un’inconfondibile morfologia variegata, nella sequenza contrappuntata di vallecole e piccoli dossi. Incontriamo un ultimo nucleo di baite diroccate, prima di uscire per un tratto dal bosco. Davanti a noi un imponente poggio boscoso; non è, però, quello della torre, che resta nascosto alle sue spalle. Guardando a destra, possiamo osservare, sul lato settentrionale dell’imbocco della Val Bregaglia, la valle dell’Acqua Fraggia, che culmina nel passo di Lei (m. 2660), alla cui destra si riconoscono la punta di Lago (m. 3069) ed il pizzo Galleggione (m. 3107).
Il sentiero, rientrato nel bosco, assume un andamento più severo, piegando leggermente a sinistra e salendo sul filo di un largo dosso, fino al rudere di una baita isolata, su un piccolo poggio, a quota 460.

Alle spalle del rudere troviamo l’indicazione di un bivio: prendendo a destra si sale, su un sentierino, per via più diretta alla torre, mentre imboccando la più larga mulattiera di sinistra si procede per via più comoda sull’itinerario per la torre (ma su quello per la Casa della Pipeta). Se abbiamo un po’ di pratica escursionistica (ed il terreno è asciutto) può essere interessante la prima opzione; in caso contrario seguiamo la più tranquilla mulattiera (le due direttrici tornano ad incontrarsi poco più in alto). Vediamo la prima.
Il sentierino sale ripido (su un tronco vediamo subito un segnavia rosso-bianco-rosso: seguiamoli, di qui in poi, scrupolosamente, per evitare di ritrovarci in zone esposte ed impervie), fino ad una prima formazione rocciosa; sul suo lato sinistro tagliamo una roccia affiorante sfruttando un tratto scalinato sul suo margine superiore, di destra. La debole traccia si affaccia, quindi, su un salto, alla nostra sinistra, piega quindi a destra ed inizia a zigzagare (perdendosi per brevi tratti) in una fascia di formazioni rocciose affioranti ed arbusti, fino a guadagnare un terreno più tranquillo, sul filo di un dosso, che per qualche istante ci dà la sensazione di culminare direttamente nel poggio della torre. In realtà non è così: il sentierino, infatti, superate alcune simpatiche roccette di colore rossastro ed un muretto a secco intercetta, ad una quota di 550 metri, la mulattiera che abbiamo lasciato un centinaio di metri più in basso, nei pressi di un rudere isolato.
Se seguiamo quest’ultima, invece, giungiamo, seguendo la “Val dal Runchiasc” (che segna il confine tra Samolaco, a sud, e Gordona, a nord), fra castagni, querce, betulle e sorbi, all’imbocco di uno splendido corridoio boscoso, dove troviamo un ponticello in legno, che scavalca l’omonimo torrentello (poco oltre, seminascosti nel bosco, si possono osservare i ruderi della località Tagnina); qui prendiamo a destra, attraversando una fascia di grandi massi erratici, saliamo in diagonale fino al rudere di quota 550. E’ in fase di allestimento (febbraio 2008) un sistema di segnaletica verticale che renderà ancora più agevole l’esplorazione di questi splendidi boschi. Per ora ci sono solo i pali, senza cartelli.
Procedendo dal rudere verso destra affrontiamo l’ultimo strappo che ci condurrà alla torre: accompagnati dal serrato gioco delle luci e delle ombre che si rincorrono nel cuore del bosco, saliamo seguendo i segnavia. Nell’ultimo tratto pieghiamo a sinistra, affrontando qualche tornantino, e trovando anche qualche comoda salinatura con pioli di legno, fino alla sommità dello sperone; alla nostra destra vediamo un tavolo in legno con due anche e, un po’ più in là, la torre di Segname (m. 655), in territorio del comune di Gordona. Siamo giunti fin qui in un’ora o poco più di cammino (il dislivello in salita è di 320 metri), senza eccessive difficoltà, anche se il fondo della mulattiera, costituito in diversi tratti da un fitto tappeto di foglie di castagno, può risultare, qualche volta, scivoloso.
È ora di dar voce alla storia. Assai antica è l’origine della torre; se non risale addirittura al secolo VI, quando, come scrive Cassiodoro, al tempo delle guerre gotiche le valli alpine si riempirono di torri di avvistamento, è da collocarsi nel cuore più oscuro del Medio Evo, al tempo delle terribili incursioni degli Ungari (secolo IX), dal cui nome deriva, il che è tutto dire, l’odierno “orchi”. Viene menzionata, per la prima volta, come Torre di Gordona in un documento del 1213, che parla di una controversia fra il vescovo di Como ed il comune di Chiavenna per i diritti su di essa.
Il nome ne rivela la funzione: si trattava di una torre di avvistamento, che doveva segnalare eventuali passaggi di truppe in pianura e che si inseriva in un più ampio sistema di strutture analoghe (ne dovevano sorgere altre a Montespluga, sul dosso Cigolino e, a sud del Segname, sul monte Berlinghera, ma di esse, purtroppo, oggi non resta traccia). Scrive, al riguardo, Giovanni Guler von Weineck, governatore di Valtellina e Valchiavenna nel 1587-88 per le Tre Leghe Grigie, nella sua opera Raetia (Zurigo, 1616): "Più avanti, al di sopra del torrente Bogia, sorge in cima ad un alto poggio una torre, che da tempi immemorabili porta il nome di Torre del pan perduto. Tutta la Valle, dal Castello di Chiavenna all'insù, sino al lago di Como ed a Milano, è munita di simili torri che si guardano di lontano, perché accadendo pericolosi eventi, venivano segnalati rapidamente dall'una all'altra: di giorno mediante fumate, e di notte con fuochi. Si dice che quando in passato i Tedeschi, o gli Svizzeri, od anche i Grigioni irrompevano dai monti con poderose forze, dal castello di Chiavenna se ne poteva dar notizia alla città di Milano in meno di un'ora".
Ha una struttura a pianta quadrangolare irregolare (m. 2,54 x 2,16 x 2,40 x 2,17), fondata direttamente sulla roccia, con mura che alla base raggiungono lo spessore di un metro. In realtà si tratta di una doppia fascia muraria (muro a sacco), con due paramenti murari separati da un’intercapedine riempita da materiali di scarto e malta di calce. Non presentava accessi (l’attuale è stato aperto solo all’inizio del Novecento), ma solo feritoie per l’avvistamento; vi si accedeva, quindi, dalla sommità, utilizzando scale di legno Il fronte nord, che ha un’altezza di circa 9,5 m, è quello meglio conservato; qui si trova la già citata breccia effettuata all’inizio del ‘900 con metodi esplosivi, al fine di consentire l’accesso alla torre. La guarnigione dimorava in abitazioni costruite nei pressi della torre, i cui ruderi sono visibili nei pressi della torre, poco a monte di un valloncello detto “Val di Müschöö”, dal nome dei berretti indossati dai guardiani stessi. Questi dovettero probabilmente subire, in passato, almeno un tragico assedio, come è testimoniato dalla denominazione di Torre del Panperduto, con la quale pure essa era nota.
Durante il periodo della dominazione delle Tre Leghe Grigie, in due successivi momenti, nel 1526 e dopo il capitolato di Milano nel 1639, si procedette allo smantellamento dei sistemi di fortificazione nelle valli dell’Adda e della Mera: la torre è una delle pochissime strutture rimaste in piedi, preservata, forse, dalla sua posizione piuttosto fuori mano, o anche perché tutto sommato, non avendo funzioni militari, ma solo di avvistamento, poteva risultare utile anche ai nuovi dominatori.
Il restauro, effettuato nel 1999 dal Comune di Gordona, con fondi comunali e della legge 102/90, e curato dagli architetti Pedeferri Marco, Pelanconi Emilio e Moncecchi Marco, l’ha riportata, se non proprio al primigenio splendore, quantomeno ad una nuova altera bellezza, salvandola da un triste destino di diroccamento sotto gli implacabili insulti del tempo. Vi si può accedere, aprendo il lucchetto che chiude la ghiera metallica al suo ingresso (la chiave è legata alla stessa) e salendo lungo tre rampe di scale in metallo (sconsigliate a chi soffre di vertigini).
Davvero suggestivo il panorama dalla sua sommità: da sinistra (nord) possiamo osservare, sul fianco occidentale della media Valchiavenna, il passo della Forcola, quindi Chiavenna e la sua piana; segue l’imbocco della Val Bregaglia, chiuso, a nord, dalla valle dell’Acqua Fraggia, il pizzo di Lago ed il pizzo Galleggione; ad est si impongono il pizzo di Prata e sui suoi selvaggi versanti occidentali, seguiti da un interessante scorcio delle cime della bassa Val Codera e della Valle dei Ratti, chiuse, a destra, dal Sasso Manduino; infine, a sud-est e a sud, possiamo osservare la bassa valle della Mera, fino al lago di Mezzola ed all’alto Lario.
Possiamo, se non disponiamo di sufficiente tempo, tornare per la medesima via di salita, ma vale davvero la pena descrivere un più ampio anello, che ci porta a scoprire l’altro volto della storia, quella degli umili, di cui non parlano le cronache, ma le antichissime e salde eredità d’affetti ed i segni di pazienti fatiche disseminati in tutti i boschi di Samolaco. Sul lato opposto, rispetto alla torre, del punto nel quale il sentiero per il quale siamo saliti ha raggiunto la sommità del poggio, cioè sulla sinistra vediamo un secondo sentiero che corre lungo il filo dello sperone, in direzione nord-ovest. Seguiamolo, sempre guidati dai segnavia bianco-rossi e bianco-rosso-bianchi. Dopo una breve salitella, troviamo un tratto con leggeri saliscendi. Siamo alla sommità di un ripido versante boscoso, che scende alla nostra sinistra, ed a pochi metri dal pauroso salto che precipita alla nostra destra. Raggiungiamo una piccola radura panoramica, con ottimo colpo d’occhio sulla valle dell’Acqua Fraggia ed iniziamo a scendere, passando anche per una sorta di breve corridoio. Scendendo, pieghiamo progressivamente a sinistra. Il sentiero, largo e comodo, si fa più ripido e ci propone alcuni tornantini. Davanti a noi, oltre i rami delle piante della boscaglia, vediamo la valle della Forcola ed il passo omonimo; più a sinistra, lo sbocco della Val Bodengo. Nell’ultimo tratto, che propone anche qualche salinatura in sasso e con pioli di legno, scendiamo verso ovest; ci fanno corona alcune sorridenti e candide betulle.
La discesa termina alle poche baite dell’alpe Segname (m. 543), dove arriva (la vediamo alla nostra destra) la mulattiera che sale dalle baite della cascina, a sud di Gordona. Le baite si trovano all’estremità settentrionale dello splendido corridoio, già citato sopra, che si apre fra lo sperone della torre, ad est, ed il versante che scende verso nord-est dal monte Borlasca. Qui si origina anche la val dal runchiasc (in dialetto di Gordona), o val dal runc(h)iésc (in dialetto di samolaco), che segna il confine tra Samolaco e Gordona. Percorriamo il corridoio boscoso verso sinistra (sud): lo scenario è fiabesco, un’atmosfera sospesa, irreale, sembra preludere all’epifania di qualche spirito dei boschi o di qualche altro essere generato dal cuore di antichissime saghe. Ci accompagna solo il ritmico scroscio delle foglie calpestate dai nostri passi, ed il canto intervallato di ilari uccelli. Un tempo qui lo scenario era assai più animato: si racconta, in particolare, che questa sorta di conca nascosta servisse come rifugio per le donne quando sul fondovalle le soldataglie passavano, non disdegnando, quando possibile, razzie e violenze.
Camminando, vediamo sulla nostra destra due pozze, mentre a sinistra, un po’ più in alto, si scorgono, fra gli alberi, alcuni ruderi. Siamo alla località Tagnina. Il sentiero, al termine del corridoio, scende per un breve tratto, fino al ponticello in legno che abbiamo incontrato se siamo saliti per la via più agevole alla torre. Attraversiamo di nuovo il ponticello, trovando, pochi metri più in là, un bivio (vi si trova, per ora, un palo; seguirà un cartello), al quale prendiamo a destra, rientrando nel territorio del comune di Samolaco, cominciando a salire gradualmente ed attraversando un modesto corso d’acqua.
La salita è breve: dopo una semicurva a destra, raggiungiamo il limite della radura dove si trova, sulla nostra destra, la Ca’ Pipeta o Pipetta – c(h)è di pipéta -, unica, in provincia di Sondrio, per la singolarità del connubio fra opera della natura ed opera dell’uomo. La natura ci ha messo un enorme masso erratico, che, inarcandosi, lascia fra sé ed il terreno un grande spazio vuoto; ci ha messo anche una sorgente d’acqua. L’uomo ci ha messo il suo ingegno, riempiendo quello spazio con un manufatto che è diventato una dimora, costruita fra la fine del ‘700 (su un’architrave in legno è segnata la data del 1779) e gli inizi dell’800, lavorando anche nei giorni festivi, ovviamente con la dispensa del parroco. Alla fine ne è venuta fuori una casa con 8 locali, una stalla ed un fienile, abitata ancora nell’Ottocento. Una dimora che è entrata nella leggenda, la leggenda dell’uomo chiamato Pipetta. Forse un giorno questa dimora sarà ristrutturata, forse molte persone vorranno venire a vedere di cosa è capace l’umile tenacia contadina. Probabilmente in passato attorno alla casa si coltivava la vite, come testimoniano i resti di importati terrazzamenti.
Proseguiamo, sul sentiero, passando a sinistra di un rudere, attraversando un modesto corso d’acqua e passando accanto ad un secondo rudere. Iniziamo, quindi, a scendere, piegando prima leggermente a destra, poi a sinistra (passiamo a sinistra di un muretto a secco) ed infine di nuovo a destra, nella cornice di uno splendido bosco di castagni. Piegando ancora a destra, passiamo a sinistra di un bel muro a secco, ancora in buone condizioni, scendiamo ad una vallecola, superiamo una breve salita sul lato opposto e riprendiamo a scendere. Poi superiamo una nuova vallecola, scendendo ad una più marcata valle; sul lato opposto una breve ma ripida salita ci porta su un largo dosso, dove ci attende un tratto in falsopiano, a monte di una fascia di ginestre, fino ai ruderi di un antico nucleo rurale. Qui ci raggiunge, scendendo da destra, un sentiero segnalato da segnavia (li avevamo persi di vista da un bel po’…); un palo attende, ancora, il suo cartello.
Proseguendo la discesa in direzione opposta, passiamo a destra di un singolarissimo rudere che ha tutta l’aria di essere una sorta di rustico-torre. Nella successiva discesa attraversiamo un primo modesto corso d’acqua ed una più importante valle. La successiva discesa ci porta alle spalle di un modesto poggio boscoso, quotato 440 metri, con un rudere appena visibile ai suoi piedi. Qui verrà collocato un cartello indicatore. Prendendo a destra, una pista ci porta ad intercettare una più larga pista sterrata che scende da destra. Noi, invece, prendiamo a sinistra, lasciando il poggio ala nostra destra e scendendo lungo un sentiero poco marcato, segnalato da pochi segnavia. La traccia non è molto chiara, ed è nascosta soprattutto dalle foglie di castagno.
Nella discesa troviamo una sequenza di tornanti dx-sx-dx-sx-dx, prima dell’ultimo traverso che ci porta ad intercettare una strada asfaltata che sale da sinistra. Un cartello indica che il sentiero dal quale siamo scesi porta all’alpe Borlasca in 3 ore e 30 minuti ed all’alpe Campo in 4 ore e 30 minuti. Scendiamo, ora, verso sinistra; al fondo in asfalto si sostituisce quello in cemento e, dopo una curva a destra, ci immettiamo nella strada asfaltata che abbiamo percorso in automobile salendo da Ronscione a Bedogna. Prendendo a sinistra, superato su un ponte una valle, siamo subito al parcheggio dove abbiamo lasciato l’automobile, circa 2 ore e mezzo prima. Si chiude così uno splendido anello, non molto impegnativo (il dislivello in salita è di circa 400), ma sicuramente remunerativo e memorabile.

 

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