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SAN PIETRO DI SAMOLACO -TORRE DI SEGNAME - CA' PIPETA

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Ronscione-Torre di Segname-Ca' Pipeta-Ronscione
2 h e 30 min.
400
T

Da S. Pietro di Samolaco può partire un’escursione ad anello che ci porta ad incontrare i segni di una storia di cui ormai resta solo una sbiadita eco. Una storia che mostra il duplice volto delle vicende convenzionalmente considerate di maggior rilievo (i fatti d’armi, la storia politico-militare e diplomatica) e di quelle relegate nella penombra di un angolo di poco rilievo (la storia della civiltà materiale, dei modi di vivere).
Due significativi simboli di questa duplice storia sono la torre di Segname (o del Signame) e la Casa della Pipeta (o Pipetta, o anche Ca’ Pipeta): l’una rievoca lo sguardo vigile che sorvegliava i passaggi nella bassa valle della Mera, l’altra resta come muto testimone dell’ingegno contadino che per innumerevoli generazioni ha cercato di strappare alla montagna angoli improbabili di sussistenza. L’una svetta con l’orgoglio di un dito puntato verso il cielo al culmine dell’imponente sperone roccioso fra S. Pietro e Gordona, l’altra rimane quasi acquattata nel fresco silenzio dei boschi di castagno, discreta e nascosta da clamori e vanità umane.
Raggiungiamo S. Pietro di Samolaco in automobile staccandoci dalla ss. 36 dello Spluga all’altezza di Prata Camportaccio: imboccando lo svincolo sulla sinistra (indicazioni per S. Pietro, Gordona e Mese) scavalchiamo la Mera ed intercettiamo la strada provinciale Trivulzia, che corre parallela alla strada statale sul lato opposto (occidentale) della piana della Mera.
Prendendo a sinistra, siamo, in breve, alle case del più importante dei nuclei che costituiscono Samolaco, san pédar (l’antica Silvaplana). Saliamo, ora, lungo la via Tonaia, che passa a nord del centro del paese, dove spicca il campanile della chiesa di S. Pietro. Senza svoltare a sinistra, cioè in direzione del centro, raggiungiamo il ponte sul torrente Mengasca  - meng(h)iàsc’c(h)ia - e portiamoci, seguendo le indicazioni per Ronscione, sul lato opposto dello sbocco della valle omonima, salendo, poi, con alcuni tornanti, lungo via Ronscione direzione nord.
Raggiungiamo, così, e superiamo il nucleo di Ronscione (runscióom), in posizione rialzata rispetto a S. Pietro: qui, prima dell’arginatura della Mera, operata fra il 1880 ed il 1890, viveva buona parte della popolazione (buona parte della rimanente viveva a Monastero, altro nucleo in posizione più elevata rispetto al fondovalle). Procedendo incontriamo, sulla sinistra, una deviazione, che ignoriamo, rimanendo sulla strada principale, la quale, scavalcata una vallecola, termina al nucleo di Bedogna (da bedógn, betulla), dove, ad uno slargo sovrastato da un muraglione, la strada termina.
Inizia, invece, la nostra camminata, da una quota di 323 metri. Un cartello della Comunità Montana della Valchiavenna segnala la partenza di due sentieri: l’uno sale diretto a monte del muraglione, cioè verso ovest (D14) e porta, in due ore, a Sorboggia; l’altro procede, invece, verso nord-ovest e porta, in due ore e mezza, alla Torre del Signame (D15; l’indicazione del tempo necessario si riferisce però all’anello escursionistico intero, perché i arriva alla torre in poco più di un’ora). Ovviamente il sentiero che ci interessa è questo secondo.
Superato su un ponticello in cemento un torrentello, ci incamminiamo lungo il sentiero, segnalato da segnavia rosso-bianco-rossi e bianco-rossi. La torre è già visibile, là in fondo, davanti a noi, emerge dalle piante che ricoprono la cima del severo sperone roccioso posto all’imbocco meridionale della forra della bassa Val Bodengo, il cui versante orientale mostra impressionanti salti di scure rocce, modellate dai ghiacciai del quaternario. Tagliamo una fascia di vigneti passando a valle di un nuovo nucleo di dimore rurali, prima di immergerci in un bosco di castagni. Superato il torrentello della val dal vendüu, che fa sentire la sua voce argentina scendendo da un piccolo salto roccioso, passiamo a destra di una baita isolata e, piegando leggermente a sinistra, oltrepassiamo un sasso sul quale vediamo una feccia bianca con l’indicazione “Torre”.
Poco oltre, ecco un nuovo piccolo corso d’acqua, quello della Caurga: il versante montuoso di Samolaco è ricco di sorgenti e torrentelli perenni, che lo hanno profondamente modellato, conferendogli un’inconfondibile morfologia variegata, nella sequenza contrappuntata di vallecole e piccoli dossi. Incontriamo un ultimo nucleo di baite diroccate, prima di uscire per un tratto dal bosco. Davanti a noi un imponente poggio boscoso; non è, però, quello della torre, che resta nascosto alle sue spalle. Guardando a destra, possiamo osservare, sul lato settentrionale dell’imbocco della Val Bregaglia, la valle dell’Acqua Fraggia, che culmina nel passo di Lei (m. 2660), alla cui destra si riconoscono la punta di Lago (m. 3069) ed il pizzo Galleggione (m. 3107).
Il sentiero, rientrato nel bosco, assume un andamento più severo, piegando leggermente a sinistra e salendo sul filo di un largo dosso, fino al rudere di una baita isolata, su un piccolo poggio, a quota 460.

Alle spalle del rudere troviamo l’indicazione di un bivio: prendendo a destra si sale, su un sentierino, per via più diretta alla torre, mentre imboccando la più larga mulattiera di sinistra si procede per via più comoda sull’itinerario per la torre (ma su quello per la Casa della Pipeta). Se abbiamo un po’ di pratica escursionistica (ed il terreno è asciutto) può essere interessante la prima opzione; in caso contrario seguiamo la più tranquilla mulattiera (le due direttrici tornano ad incontrarsi poco più in alto). Vediamo la prima.
Il sentierino sale ripido (su un tronco vediamo subito un segnavia rosso-bianco-rosso: seguiamoli, di qui in poi, scrupolosamente, per evitare di ritrovarci in zone esposte ed impervie), fino ad una prima formazione rocciosa; sul suo lato sinistro tagliamo una roccia affiorante sfruttando un tratto scalinato sul suo margine superiore, di destra. La debole traccia si affaccia, quindi, su un salto, alla nostra sinistra, piega quindi a destra ed inizia a zigzagare (perdendosi per brevi tratti) in una fascia di formazioni rocciose affioranti ed arbusti, fino a guadagnare un terreno più tranquillo, sul filo di un dosso, che per qualche istante ci dà la sensazione di culminare direttamente nel poggio della torre. In realtà non è così: il sentierino, infatti, superate alcune simpatiche roccette di colore rossastro ed un muretto a secco intercetta, ad una quota di 550 metri, la mulattiera che abbiamo lasciato un centinaio di metri più in basso, nei pressi di un rudere isolato.
Se seguiamo quest’ultima, invece, giungiamo, seguendo la “Val dal Runchiasc” (che segna il confine tra Samolaco, a sud, e Gordona, a nord), fra castagni, querce, betulle e sorbi, all’imbocco di uno splendido corridoio boscoso, dove troviamo un ponticello in legno, che scavalca l’omonimo torrentello (poco oltre, seminascosti nel bosco, si possono osservare i ruderi della località Tagnina); qui prendiamo a destra, attraversando una fascia di grandi massi erratici, saliamo in diagonale fino al rudere di quota 550. E’ in fase di allestimento (febbraio 2008) un sistema di segnaletica verticale che renderà ancora più agevole l’esplorazione di questi splendidi boschi. Per ora ci sono solo i pali, senza cartelli.
Procedendo dal rudere verso destra affrontiamo l’ultimo strappo che ci condurrà alla torre: accompagnati dal serrato gioco delle luci e delle ombre che si rincorrono nel cuore del bosco, saliamo seguendo i segnavia. Nell’ultimo tratto pieghiamo a sinistra, affrontando qualche tornantino, e trovando anche qualche comoda salinatura con pioli di legno, fino alla sommità dello sperone; alla nostra destra vediamo un tavolo in legno con due anche e, un po’ più in là, la torre di Segname (m. 655), in territorio del comune di Gordona. Siamo giunti fin qui in un’ora o poco più di cammino (il dislivello in salita è di 320 metri), senza eccessive difficoltà, anche se il fondo della mulattiera, costituito in diversi tratti da un fitto tappeto di foglie di castagno, può risultare, qualche volta, scivoloso.
È ora di dar voce alla storia. La doppia denominazione Signame-Segname rimanda alla voce dialettale “signèm” ed alle voci attestate in documenti secentesci di “Segname” e “Segnam”. Viene ricordata anche come torre del Panperduto, con curiosa analogia con la fortificazione a monte di Montagna in Valtellina, detta castello di Mancapane (l’evidente riferimento è ai lunghi assedi che riducevano allo stremo le scorte di cibo degli assediati).
Assai antica èla sua orogine; se non risale addirittura al secolo VI, quando, come scrive Cassiodoro, al tempo delle guerre gotiche le valli alpine si riempirono di torri di avvistamento, è da collocarsi nel cuore più oscuro del Medio Evo, al tempo delle terribili incursioni degli Ungari (secolo IX), dal cui nome deriva, il che è tutto dire, l’odierno “orchi”. Viene menzionata, per la prima volta, come Torre di Gordona in un documento del 1213, che parla di una controversia fra il vescovo di Como ed il comune di Chiavenna per i diritti su di essa.
Il nome ne rivela la funzione: si trattava di una torre di avvistamento, che doveva segnalare eventuali passaggi di truppe in pianura e che si inseriva in un più ampio sistema di strutture analoghe (ne dovevano sorgere altre a Montespluga, sul dosso Cigolino e, a sud del Segname, sul monte Berlinghera, ma di esse, purtroppo, oggi non resta traccia). Scrive, al riguardo, Giovanni Guler von Weineck, governatore di Valtellina e Valchiavenna nel 1587-88 per le Tre Leghe Grigie, nella sua opera Raetia (Zurigo, 1616): "Più avanti, al di sopra del torrente Bogia, sorge in cima ad un alto poggio una torre, che da tempi immemorabili porta il nome di Torre del pan perduto. Tutta la Valle, dal Castello di Chiavenna all'insù, sino al lago di Como ed a Milano, è munita di simili torri che si guardano di lontano, perché accadendo pericolosi eventi, venivano segnalati rapidamente dall'una all'altra: di giorno mediante fumate, e di notte con fuochi. Si dice che quando in passato i Tedeschi, o gli Svizzeri, od anche i Grigioni irrompevano dai monti con poderose forze, dal castello di Chiavenna se ne poteva dar notizia alla città di Milano in meno di un'ora".
Ha una struttura a pianta quadrangolare irregolare (m. 2,54 x 2,16 x 2,40 x 2,17), fondata direttamente sulla roccia, con mura che alla base raggiungono lo spessore di un metro. In realtà si tratta di una doppia fascia muraria (muro a sacco), con due paramenti murari separati da un’intercapedine riempita da materiali di scarto e malta di calce. Non presentava accessi (l’attuale è stato aperto solo all’inizio del Novecento), ma solo feritoie per l’avvistamento; vi si accedeva, quindi, dalla sommità, utilizzando scale di legno Il fronte nord, che ha un’altezza di circa 9,5 m, è quello meglio conservato; qui si trova la già citata breccia effettuata all’inizio del ‘900 con metodi esplosivi, al fine di consentire l’accesso alla torre. La guarnigione dimorava in abitazioni costruite nei pressi della torre, i cui ruderi sono visibili nei pressi della torre, poco a monte di un valloncello detto “Val di Müschöö”, dal nome dei berretti indossati dai guardiani stessi. Questi dovettero probabilmente subire, in passato, almeno un tragico assedio, come è testimoniato dalla denominazione di Torre del Panperduto, con la quale pure essa era nota.
Durante il periodo della dominazione delle Tre Leghe Grigie, in due successivi momenti, nel 1526 e dopo il capitolato di Milano nel 1639, si procedette allo smantellamento dei sistemi di fortificazione nelle valli dell’Adda e della Mera: la torre è una delle pochissime strutture rimaste in piedi, preservata, forse, dalla sua posizione piuttosto fuori mano, o anche perché tutto sommato, non avendo funzioni militari, ma solo di avvistamento, poteva risultare utile anche ai nuovi dominatori.
Il restauro, effettuato nel 1999 dal Comune di Gordona, con fondi comunali e della legge 102/90, e curato dagli architetti Pedeferri Marco, Pelanconi Emilio e Moncecchi Marco, l’ha riportata, se non proprio al primigenio splendore, quantomeno ad una nuova altera bellezza, salvandola da un triste destino di diroccamento sotto gli implacabili insulti del tempo. Vi si può accedere, aprendo il lucchetto che chiude la ghiera metallica al suo ingresso (la chiave è legata alla stessa) e salendo lungo tre rampe di scale in metallo (sconsigliate a chi soffre di vertigini).
Davvero suggestivo il panorama dalla sua sommità: da sinistra (nord) possiamo osservare, sul fianco occidentale della media Valchiavenna, il passo della Forcola, quindi Chiavenna e la sua piana; segue l’imbocco della Val Bregaglia, chiuso, a nord, dalla valle dell’Acqua Fraggia, il pizzo di Lago ed il pizzo Galleggione; ad est si impongono il pizzo di Prata e sui suoi selvaggi versanti occidentali, seguiti da un interessante scorcio delle cime della bassa Val Codera e della Valle dei Ratti, chiuse, a destra, dal Sasso Manduino; infine, a sud-est e a sud, possiamo osservare la bassa valle della Mera, fino al lago di Mezzola ed all’alto Lario.
Possiamo, se non disponiamo di sufficiente tempo, tornare per la medesima via di salita, ma vale davvero la pena descrivere un più ampio anello, che ci porta a scoprire l’altro volto della storia, quella degli umili, di cui non parlano le cronache, ma le antichissime e salde eredità d’affetti ed i segni di pazienti fatiche disseminati in tutti i boschi di Samolaco. Sul lato opposto, rispetto alla torre, del punto nel quale il sentiero per il quale siamo saliti ha raggiunto la sommità del poggio, cioè sulla sinistra vediamo un secondo sentiero che corre lungo il filo dello sperone, in direzione nord-ovest. Seguiamolo, sempre guidati dai segnavia bianco-rossi e bianco-rosso-bianchi. Dopo una breve salitella, troviamo un tratto con leggeri saliscendi. Siamo alla sommità di un ripido versante boscoso, che scende alla nostra sinistra, ed a pochi metri dal pauroso salto che precipita alla nostra destra. Raggiungiamo una piccola radura panoramica, con ottimo colpo d’occhio sulla valle dell’Acqua Fraggia ed iniziamo a scendere, passando anche per una sorta di breve corridoio. Scendendo, pieghiamo progressivamente a sinistra. Il sentiero, largo e comodo, si fa più ripido e ci propone alcuni tornantini. Davanti a noi, oltre i rami delle piante della boscaglia, vediamo la valle della Forcola ed il passo omonimo; più a sinistra, lo sbocco della Val Bodengo. Nell’ultimo tratto, che propone anche qualche salinatura in sasso e con pioli di legno, scendiamo verso ovest; ci fanno corona alcune sorridenti e candide betulle.
La discesa termina alle poche baite dell’alpe Segname (m. 543), dove arriva (la vediamo alla nostra destra) la mulattiera che sale dalle baite della cascina, a sud di Gordona. Le baite si trovano all’estremità settentrionale dello splendido corridoio, già citato sopra, che si apre fra lo sperone della torre, ad est, ed il versante che scende verso nord-est dal monte Borlasca. Qui si origina anche la val dal runchiasc (in dialetto di Gordona), o val dal runc(h)iésc (in dialetto di samolaco), che segna il confine tra Samolaco e Gordona. Percorriamo il corridoio boscoso verso sinistra (sud): lo scenario è fiabesco, un’atmosfera sospesa, irreale, sembra preludere all’epifania di qualche spirito dei boschi o di qualche altro essere generato dal cuore di antichissime saghe. Ci accompagna solo il ritmico scroscio delle foglie calpestate dai nostri passi, ed il canto intervallato di ilari uccelli. Un tempo qui lo scenario era assai più animato: si racconta, in particolare, che questa sorta di conca nascosta servisse come rifugio per le donne quando sul fondovalle le soldataglie passavano, non disdegnando, quando possibile, razzie e violenze.
Camminando, vediamo sulla nostra destra due pozze, mentre a sinistra, un po’ più in alto, si scorgono, fra gli alberi, alcuni ruderi. Siamo alla località Tagnina. Il sentiero, al termine del corridoio, scende per un breve tratto, fino al ponticello in legno che abbiamo incontrato se siamo saliti per la via più agevole alla torre. Attraversiamo di nuovo il ponticello, trovando, pochi metri più in là, un bivio (vi si trova, per ora, un palo; seguirà un cartello), al quale prendiamo a destra, rientrando nel territorio del comune di Samolaco, cominciando a salire gradualmente ed attraversando un modesto corso d’acqua.
La salita è breve: dopo una semicurva a destra, raggiungiamo il limite della radura dove si trova, sulla nostra destra, la Ca’ Pipeta o Pipetta – c(h)è di pipéta -, unica, in provincia di Sondrio, per la singolarità del connubio fra opera della natura ed opera dell’uomo. La natura ci ha messo un enorme masso erratico, che, inarcandosi, lascia fra sé ed il terreno un grande spazio vuoto; ci ha messo anche una sorgente d’acqua. L’uomo ci ha messo il suo ingegno, riempiendo quello spazio con un manufatto che è diventato una dimora, costruita fra la fine del ‘700 (su un’architrave in legno è segnata la data del 1779) e gli inizi dell’800, lavorando anche nei giorni festivi, ovviamente con la dispensa del parroco. Alla fine ne è venuta fuori una casa con 8 locali, una stalla ed un fienile, abitata ancora nell’Ottocento. Una dimora che è entrata nella leggenda, la leggenda dell’uomo chiamato Pipetta. Forse un giorno questa dimora sarà ristrutturata, forse molte persone vorranno venire a vedere di cosa è capace l’umile tenacia contadina. Probabilmente in passato attorno alla casa si coltivava la vite, come testimoniano i resti di importati terrazzamenti.
Proseguiamo, sul sentiero, passando a sinistra di un rudere, attraversando un modesto corso d’acqua e passando accanto ad un secondo rudere. Iniziamo, quindi, a scendere, piegando prima leggermente a destra, poi a sinistra (passiamo a sinistra di un muretto a secco) ed infine di nuovo a destra, nella cornice di uno splendido bosco di castagni. Piegando ancora a destra, passiamo a sinistra di un bel muro a secco, ancora in buone condizioni, scendiamo ad una vallecola, superiamo una breve salita sul lato opposto e riprendiamo a scendere. Poi superiamo una nuova vallecola, scendendo ad una più marcata valle; sul lato opposto una breve ma ripida salita ci porta su un largo dosso, dove ci attende un tratto in falsopiano, a monte di una fascia di ginestre, fino ai ruderi di un antico nucleo rurale. Qui ci raggiunge, scendendo da destra, un sentiero segnalato da segnavia (li avevamo persi di vista da un bel po’…); un palo attende, ancora, il suo cartello.
Proseguendo la discesa in direzione opposta, passiamo a destra di un singolarissimo rudere che ha tutta l’aria di essere una sorta di rustico-torre. Nella successiva discesa attraversiamo un primo modesto corso d’acqua ed una più importante valle. La successiva discesa ci porta alle spalle di un modesto poggio boscoso, quotato 440 metri, con un rudere appena visibile ai suoi piedi. Qui verrà collocato un cartello indicatore. Prendendo a destra, una pista ci porta ad intercettare una più larga pista sterrata che scende da destra. Noi, invece, prendiamo a sinistra, lasciando il poggio ala nostra destra e scendendo lungo un sentiero poco marcato, segnalato da pochi segnavia. La traccia non è molto chiara, ed è nascosta soprattutto dalle foglie di castagno.
Nella discesa troviamo una sequenza di tornanti dx-sx-dx-sx-dx, prima dell’ultimo traverso che ci porta ad intercettare una strada asfaltata che sale da sinistra. Un cartello indica che il sentiero dal quale siamo scesi porta all’alpe Borlasca in 3 ore e 30 minuti ed all’alpe Campo in 4 ore e 30 minuti. Scendiamo, ora, verso sinistra; al fondo in asfalto si sostituisce quello in cemento e, dopo una curva a destra, ci immettiamo nella strada asfaltata che abbiamo percorso in automobile salendo da Ronscione a Bedogna. Prendendo a sinistra, superato su un ponte una valle, siamo subito al parcheggio dove abbiamo lasciato l’automobile, circa 2 ore e mezzo prima. Si chiude così uno splendido anello, non molto impegnativo (il dislivello in salita è di circa 400), ma sicuramente remunerativo e memorabile.

 


Ca' Pipeta

GORDONA-TORRE DI SEGNAME

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Centralina sulla Boggia-Torre di Segname
1 h
400
T

La torre di Signame, come detto, appartiene al territorio del comune di Gordona, che si trova immediatamente a nord di Samolaco, ed anche da Gordona si può facilmente salirvi, seguendo un sentiero che si può combinare ad anello con quello appena descritto. Vediamo come.


Cascata della Boggia

Dirigiamoci con l'automobile verso il centro di Gordona. Poco prima di accedere alle case del paese, sulla sinistra troveremo una strada che si stacca dalla principale, con la segnalazione “Cascata della Boggia” (cartello turistico, di color marrone). Imbocchiamo la strada la quale, dopo un breve tratto diritto, porta alla centralina dell’Edipower, che sfrutta, dal 2007, il salto terminale delle acque del torrente Boggia. Lasciata l’automobile sull’ampio piazzale antistante (250 m. s.l.m.), imbocchiamo una stradina che procede dal lato destro del recinto alla vicina selva, dove troviamo subito, su un albero, un segnavia rosso-bianco-rosso. La pista diventa subito un largo sentiero, che volge a sinistra e sale, deciso, nel bosco, fino ad intercettare la mulattiera che proviene da Gordona (strèda de caslét). Procediamo, ora, verso sinistra (sud), oltrepassando una sorgente sul lato destro della mulattiera e raggiungendo quasi subito il recinto che delimita la parte superiore della centralina. Passando a destra della rete di recinzione, eccoci al ponte sul torrente Boggia (bögia), che raccoglie le acque della Val Bodengo e delle sue convalli. Il ponte (pónt de la bögia) è attestato da documenti già cinquecenteschi. Nel 1776 venne costruito uno splendido ponte in pietra, denominato “ponte di Segname”, sostituito ora da una passerella di ferro con fondo in legno. Vi accediamo superando un tornello che impedisce alle capre di transitare.


Cascata della Boggia

Qui salivano non solo quanti dovevano transitare da Gordona a Samolaco, o viceversa, ma anche i turisti che venivano ad ammirare una delle bellezze naturali della Valchiavenna, la cascata della Boggia (pisòta dal pónt de la bögia), nota quanto le altre due spettacolari cascate di Pianazzo e dell’Acquafraggia. Ne parla la II edizione della “Guida alla Valtellina”, edita dal CAI di Sondrio nel 1884: “Scendendo per la strada carozzabile lungo la Mera, per circa cinque chilometri, e attraversando il fiume, si giunge a Gordona (1314 ab.), ameno paesello da cui si domina tutto il piano della valle. Una strada mulattiera conduce in breve alla Boggia. Le abbondanti acque del torrente precipitano da un’altezza di oltre sessanta metri. Un ponte in pietra riunisce all’origine della cascata le opposte sponde del baratro; e quando il sole è molto alto sull’orizzonte, chi dal mezzo del ponte guarda in giù si vede centro di un bell’arcobaleno orizzontale.”  


Pozza della Boggia

Oggi dobbiamo compiere uno sforzo di immaginazione per ricreare questa scena: sul bordo della grande conca dalla quale l’acqua affrontava il salto della cascata, infatti, un muro ha creato un piccolo sbarramento, dal quale le acque vengono convogliate alla centrale. Solo una piccola parte delle acque viene rilasciata da una finestra laterale a destra dello sbarramento, e cade sul fondo dell’orrido baratro. Questo resta dell’antica gloria: una cascata in versione ridotta, che ben poco restituisce della furia grandiosa del passato. Dal ponte possiamo vedere bene, sul lato opposto, cioè guardando a valle, anche la pozza terminale scavata dal torrente, che oggi raccoglie, nel periodo estivo, quanti vi cercano refrigerio nella calura. Sul lato opposto troviamo subito una cappelletta (capèla dal pónt de la bögia, m. 276 s.l.m.), con dipinto di Madonna con Bambino, in pessime condizioni.


Val Bodengo

Pochi metri oltre troviamo un bivio, con doppio cartello, che segnala a sinistra la mulattiera per il Casletto (dato a 30 minuti) e Samolaco (dato a 45 minuti) ed a destra la torre Segname (data a 30 minuti), la Ca’ Pipeta (45 minuti) e Samolaco (un'ora e 30 minuti). Lasciamo, dunque, alla nostra sinistra la strèda de caslét e procediamo sulla mulattiera di destra, sempre molto larga, che comincia senza complimenti a guadagnare quota, con flemmatici tornanti, in un bosco di castagni e betulle. Teniamo presente che l’indicazione del cartello è largamente ottimistica: alla torre mancano ancora un’oretta o poco meno di cammino. Il primo tratto della salita ci regala qualche colpo d’occhio sull’impressionante forra terminale della Val Bodengo (corrimano metallici che fungono da parapetto ci ricordano che non è proprio il caso affacciarsi al salto roccioso che non vediamo), per la gioia degli amanti dell’orrido. Sul lato opposto della valle si intravvedono alcune pareti di roccia lisce e verticali, che impressionano per la loro cupa repulsività. Anche al lato della mulattiera, sulla sinistra, troviamo un roccione affiorante molto liscio, levigato a mo’ di scivolo.


Gordona

Poi la mulattiera si allontana dal precipizio della valle, uscendo ad una radura dalla quale, alle nostre spalle, si apre un bel colpo d’occhio su Gordona. C’è ancora sudore da versare, prima di raggiungere i muretti a secco che, delimitando su entrambi i lati la mulattiera, annunciano un piccolo nucleo di baite, posto sul limite settentrionale dell’ampio corridoio che separa la rocca della torre dal fianco meridionale della Val Bodengo. Si tratta della “piéna de signèm”, piana di Segname, scavata da una lingua del ghiacciaio della Val Bodengo, che, pur profondendo tutte le sue forze, non riuscì a spianare la rocca di durissima roccia che ospita la torre. Invece di procedere lungo la piana, seguiamo il cartello che segnala, sulla sinistra, la partenza del sentiero che sale alla torre, data a 20 minuti. Considerato che camminiamo da una quarantina di minuti circa e che il cartello precedente la dava a 30 minuti, fatta la proporzione 10 minuti teorici:40 minuti reali=20 minuti teorici:X, calcoliamo il valore di X, che è di un’ora e venti minuti! Per fortuna non manca davvero un’ora e venti minuti: in una ventina di minuti di tranquilla salita saremo alla torre.


Torre del Signame

Nel primo tratto il sentiero sale diritto e deciso, fra sorridenti betulle, fino ad una piccola porta nella roccia, che introduce ad una sezione in piano. Di qui si aprono diversi interessantissimi scorci sulla bassa Valchiavenna e sull’imbocco della Val Bregaglia, anche se il panorama è dominato, ad est, dal pizzo di Prata, orgogliosa cuspide che si innalza sopra un oceano di orridi salti rocciosi. Attenzione a non sporgersi troppo, perché sotto, anche se non lo vediamo, c’è un impressionante salto di roccia verticale. Alla fine la torre di Segname appare, un po’ più bassa rispetto al sentiero, che sbuca all’antistante radura dove un tavolo in legno invita al meritato riposo (camminiamo da circa un'ora ed abbiamo superato un dislivello di altezza di circa 400 metri).
Questo facile percorso, come detto, può essere combinato ad anello con quello già descritto: se, infatti, siamo saliti fin qui da Samolaco, possiamo scendere dal sentiero e, giungi al limite della piana, prendere a destra sulla larga mulattiera fino al bivio nei pressi del ponte. Qui prendiamo a destra e, superati i ruderi del Muntée, scendiamo, su fondo scalinato, con qualche saliscendi, ai piedi della rupe di Segname, fino alla località del Casletto, dove troviamo una cappelletta. Qui parta una carrareccia fra i campi, che porta ai ruderi della Cesura, una fattoria secentesca con chiesetta di Sant’Orsola e casa-torre. La denominazione indica che qui passava (e passa) il confine fra Samolaco e Gordona. Superato il torrente Mengasca, siamo ad un bivio con una nuova cappelletta: qui prendiamo a destra, salendo ad una piazzetta. Prendendo ancora a destra, riattraversiamo il torrente Mengasca e torniamo a Ronscione, dove abbiamo lasciato l’automobile. L’anello (che, ovviamente, può anche essere percorso a rovescio, lasciando l’automobile alla centralina di Gordona), richiede complessivamente circa 3 ore per essere percorso (il dislivello in altezza è di circa 420 metri).


Panorama dalla Torre del Signame

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