Apri qui una panoramica della Val dei Ratti vista dalla Croce GAM di quota 2585

Carte del percorso 1, 2, 3, 4

Sarebbe semplicemente irrispettoso voler riassumere in poche righe cosa abbia rappresentato Walter Bonatti per l'alpinismo italiano ed internazionale. In questo panorama la sua figura giganteggia per tempra, determinazione ed inesauribile spirito di avventura. Per molti anni, gli ultimi venti della sua vita, scelse come dimora, insieme alla compagna Rossana Podestà, Dubino.
Dopo la sua scomparsa, il 13 settembre 2011, la sezione Novate Mezzola-Verceia del CAI ha promosso l'allestimento e la segnalazione di un sentiero d'alta quota dedicato alla sua memoria, il sentiero Walter Bonatti, appunto, inaugurato il 9 agosto 2014 con una festa al bivacco Primalpia in Val dei Ratti.
Si tratta di una traversata da compiere nell'arco di due giorni, da Monastero di Dubino, e precisamente dalla casa di Bonatti, ai Bagni di Masino, risalendo il lungo crinale che separa la Costiera dei Cech dalla Val dei Ratti (quindi la Valtellina dalla Valchiavenna), fino al monte Bassetta, effettuando una splendida ed inedita via alta della Val dei Ratti, per il bivacco ed il passo di Primalpia, tagliando l'alto circo della Valle di Spluga e scendendo per il passo del Calvo in Valle dell'Oro, al rifugio Omio, e di qui, infine, ai Bagni di Masino.


Val Codogno e bocchetta di Val Bassa

Un sentiero non difficile, ma molto impegnativo per lo sviluppo (oltre 25 km) ed i dislivelli da affrontare, dunque dedicato agli escursionisti con ottimo allenamento, senso dell'orientamento ed esperienza. I segnavia bianco-rossi guidano ottimamente l'escursionista, anche se in alcuni punti, con visibilità scarsa, bisogna prestare molta attenzione per non perderli.
Avvertenza
: la scansione su due giorni richiede ottimo allenamento fisico; è consigliabile prevedere almeno tre giorni, oppure partire dall'alpe Piazza, cui si può accedere in automobile acquistando a Cino il permesso di transito. La buona visibilità è condizione importante per evitare problemi di orientamento. Inoltre si tratta di un sentiero da percorrere nella buona stagione avanzata (per sfruttare le condizioni ideali di terreno). E' necessario, in sintesi, mettere in atto tutti gli accorgimenti per ottimizzare le condizioni di sicurezza (cfr. www.sicurinmontagna.it).
Il sentiero ha, fra gli altri, il pregio di avvicinare ad alcuni fra i più solitari e suggestivi angoli della Val dei Ratti, l’ultima valle di una certa ampiezza, insieme alla Val Codera (il torrente Ratti la percorre per 11 km), che non è servita da una carrozzabile e che quindi si lascia visitare solo con grande fatica e dispendio di sudore. La valle, che si apre alle spalle di Verceia (anche se appartiene nella sua quasi totalità amministrativamente, al comune di Novate Mezzola), resta quindi emblema di una montagna che, pur non avendo nulla da invidiare alle mete più frequentate, è stata risparmiata dalle peregrinazioni di massa delle frotte di turisti alla ricerca di frescure a portata di motore. Una valle senza motori e senza roditori: il nome le deriva infatti dalla nobile famiglia dei Ratti, che in passato erano proprietari dei suoi alpeggi.

PRIMA GIORNATA: DAL MONASTERO DI DUBINO AL BIVACCO PRIMALPIA

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Monastero-Alpe Piazza-Monte Bassetta-Val Codogno-Valle di Piempo-Biv. Primalpia
10h
2350
EE
Variante: Alpe Piazza-Monte Bassetta-Val Codogno-Valle di Piempo-Biv. Primalpia
10h
1620
EE
Variante: Monastero-Alpe Piazza-Monte Foffricio-Rif. Chianova alla Foppaccia
6 h
1300
EE
Variante: Rif. Chianova alla Foppaccia-Monte Bassetta-Val Codogno-Valle di Piempo-Biv. Primalpia
6 h
1570
EE
SINTESI. Dalla casa in cui abitò Walter Bonatti in frazione Monastero di Dubino (presso la chiesa, m. 265) seguiamo le indicazioni del cartello che ci indirizza ad un sentiero che sale gradualmente nel bosco verso ovest-nord-ovest, fino al rudere della calchera di quota 538; qui (indicazioni) piega a destra e sale più ripido con serrati tornanti in direzione nord e nord-est, fino ad uscire dal bosco sui prati che ospitano le baite ed il rudere della chiesetta di San Giuliano (m. 768). Seguendo una pista sterrata che sale verso destra intercettiamo la carozzabile Cino-Alpe Piazza. Pochi metri più in basso (destra) troviamo il cartello che segnala il sentiero che sale in una selva di castagni, intercettando in diversi punti la carozzabile, fino al parcheggio appena sotto l'alpe Piazza. Superata la sbarra, siamo al limite bassodei prati dell'alpe e procediamo su sentierino stando a destra. Oltrepassata una chiesetta, ci portiamo alle baite alte di destra, dove un cartello ci fa andare a sinistra (m. 990). Oltrepassata una fontana con grande segnavia rosso-bianco-rosso, procediamo in piano a sinistra delle baite più alte dell'alpe, prima di entrare in un bosco di pini silvestri. Seguiamo un marcato sentiero (segnavia) che sale in direzione nord e nord-est, fino ad una piana di betulle. Qui ignoriamo una deviazione a destra e procediamo diritti. Dopo una svolta a sinistra ed una a destra, usciamo dal bosco in corrispondenza del poggio del monte Foffricio (ripetitore alla nostra destra, m. 1220), dove troviamo altri cartelli. Ignorando il sentiero per i Prati dell'O, procediamo in direzione pposta a quella del ripetitore (cioè verso nord-est), seguendo il crinale che separa la bassa Valtellina dalla bassa Valchiavenna, Il crinale si fa sempre più stretto e propone alcuni passaggi molto panoramici ma esposti, soprattutto sul lato sinistro (attenzione!). Più in alto il crinale torna a farsi largo, oltrepassiamo alcune macchie di abeti, intercettiamo il sentiero segnalato che sale dalla Foppaccia (alla nostra sinistra) e, procedendo appena sotto il crinale, usciamo all'aperto, in vista dell'alpe Bassetta con il relativo baitone e del poggio del monte Bassetta, sulla sua verticale (m. 1746). Al baitone troviamo altri cartelli. Proseguiamo in prossimità del crinale, entrando in una macchia di abeti: in breve siamo ai cartelli del passo del Culmine (m. 1818), che in realtà si trova qualche decina di metri più avanti (scritta in rosso su un masso). Qui cerchiamo sulla sinistra la partenza di un sentiero che, oltrepassato un cancelletto, procede quasi in piano tagliando il ripido versante occidentale e settentrionale del monte Brusada (il sentiero è esposto: attenzione!), portandoci in vista dell'alpe Codogno. Proseguendo diritti, ci portiamo alla croce ed alla baita di Codogno (m. 1880), dove, seguendo un nuovo cartello del Sentiero Walter Bonatti, pieghiamo a destra, salendo su un versante di pascoli e pietrame fino a circa quota 1900. Qui pieghiamo ancora a sinistra (andamento nord-est), continuando a salire su un largo dosso erboso, in vista dell'evidente sella del passo della bocchetta di Val Bassa (m. 2370), nel circo terminale della valle. Dalla bocchetta ci portiamo ad un ampio canalone di pietrame e scendiamo tenendo il suo lato, su chine erbose, in direzione nord-est, fino ad affacciarci alla parte alta del bacino di Piempo. Qualche centinaio di metri sotto di noi vediamo la Casera Nuova (m. 1870). Scendiamo per un tratto, in direzione nord, fra pietrame e radi pascoli, fino a trovare un nuovo cartello che indica il sentiero che ci fa piegare a destra (quota 2020 metri circa). Il sentiero riprende quota, su chine erbose, con andamento ripido, in direzione est, portandosi ai piedi della costiera che separa il bacino di Piempo da quello di Primalpia. Il sentierino sale verso nord e raggiunge la Forcelletta, intaglio erboso sulla costiera, a quota 2000 metri circa, per poi scendere, in direzione est (piegando cioè a destra) sul versante opposto. Attraversiamo un terreno di sfasciumi, pieghiamo a sinistra e percorriamo un corridoio erboso che ci introduce all'ampio circo dell'alpe Primalpia. Pieghiamo nuovamente a destra, superiamo una valletta e procediamo senza difficoltà passando dal rudere di baita quotato 2007 metri e puntando al bivacco Primalpia, che distinguiamo chiaramente. Perdendo gradualmente quota in direzione nord-est siamo finalmente alla bella struttura del bivacco Primalpia (m. 1980), posto quasi al centro del luminoso versante.

La prima parte della lunga traversata si sviluppa sul lungo crinale che dai 2143 metri del monte Brusada, fra Costiera dei Cech e Valle dei Ratti, scende fino a Dubino, sul fondovalle, passando per il passo del Culmine (m. 1818), per i monti Bassetta (m. 1746) e Foffricio (m. 1258), per l’alpe Piazza (m. 980), sono posti, più in basso, anche i prati di San Giuliano (m. 760). Fra gli aspetti interessanti del trekking c'è, dunque, anche la scoperta di questa località, tanto affascinante quanto poco nota.
Punto di partenza del trekking è la casa di Walter Bonatti, presso la frazione Monastero di Dubino. Per raggiungere Dubino possiamo seguire diverse vie.Se proveniamo dalla Valchiavenna, all’altezza di Nuova Olonio dobbiamo imboccare, prendendo a sinistra, la strada provinciale Valeriana, che tocca tutti i paesi del piano della Costiera dei Cech. Dubino è il primo che si incontra dopo aver attraversato Nuova Olonio, che è una sua frazione. Se proveniamo da Milano ci conviene, invece, lasciare la ss. 38, sulla sinistra, all’altezza di Delebio, seguendo, appunto, le indicazioni per Dubino. Se, infine, veniamo da Sondrio possiamo sfruttare il medesimo svincolo a Delebio, oppure lasciare prima la ss. 38, sulla destra, all’ultimo semaforo in uscita da Morbegno, seguendo le indicazioni per la Costiera dei Cech; in questo caso, raggiunto e superato il ponte sull’Adda, dovremo prendere a sinistra, imboccando la già citata provinciale Valeriana, per poi attraversare Traona, Piussogno e Mantello, prima di raggiungere Dubino.
Bene, a Dubino siamo arrivati: ora dobbiamo salire alla frazione di Monastero, posta leggermente più a monte e ad ovest rispetto al centro del paese: la possiamo riconoscere per la presenza della ben visibile chiesa dedicata alla Beata Vergine Immacolata, riedificata alla fine del 1600 su un nucleo che risale al secolo XIII. Se proveniamo da Mantello, possiamo svoltare a destra subito dopo l’incrocio fra la provinciale Valeriana e la strada che proviene da Delebio; salitiper un tratto verso il centro del paese, prendiamo poi a sinistra, proseguendo nella salita fino ad intercettare la via che, percorsa verso sinistra, porta al parcheggio che si trova immediatamente a valle della chiesa.
Lasciamo qui l’automobile, ed incamminiamoci, da una quota di 265 metri, alla volta di San Giuliano, prima tappa della lunga salita. Ecco cosa riporta di questo itinerario la seconda edizione della “Guida della Valtellina” del C.A.I., edita nel 1886: “Da Monastero, per erto sentiero, si sale in un’ora e mezzo alla solitaria chiesuola di S. Giuliano. Sorge essa sopra un promontorio che si protende nella valle, e dal quale si gode una meravigliosa vista. Anzitutto lo sguardo si sofferma ad ammirare l’ampio bacino superiore del lago di Como colle sue borgate e colle sue ville, poi si eleva a considerare la pittoresca cerchia delle montagne che l’attornia; poi abbraccia tutto il tratto della Valtellina inferiore, la valle di Lesina e il Legnone, le valli del Bitto e di Tartano, il colmo di Dazio e più oltre i monti della Valtellina superiore; in fine volgendosi al nord s’interna in quel labirinto di monti, fra i quali stanno la valle Codera, la valle Pregallia e la valle di S. Giacomo”. Una presentazione che sottolinea i numerosi motivi di interesse legati all’escursione.
Mettiamoci, dunque, in cammino.
Saliamo alla parte alta di Monastero, dove troveremo una pista che piega a destra. Appena prima della svolta, stacchiamocene sulla sinistra, seguendo una pista più stretta, tracciata di recente.
Pochi passi oltre l’inizio di questa pista, però, troviamo la partenza di un sentiero, sulla destra, che sale nella selva, mentre la pista prosegue al suo limite, con andamento sostanzialmente pianeggiante. La via più breve per S. Giuliano passa per il sentiero, mentre il sentiero Walter Bonatti ne segue una più lunga ma un po’ meno faticosa, quella che segue la pista. Se imbocchiamo il sentiero, non segnalato, cominciamo una lunga salita in diagonale: la traccia è sempre abbastanza visibile, anche se in diversi punti piuttosto sporca, per cui non possiamo perderla.
Ad un certo punto troviamo, su un masso a lato del sentiero, una grande freccia color arancio, contornata da piccoli bolli del medesimo colore: è il punto in cui nel nostro sentiero si innesta un sentierino secondario, ma segnalato, che proviene dal bosco alla nostra sinistra. Da qui in poi perdersi è impossibile, tanta è l’abbondanza di segni, color arancio o color rosso, che costellano il percorso, tanto da suscitare, in alcuni punti, la singolare impressione che i tronchi degli alberi, che li ospitano, siano vittime di una qualche forma di reazione allergica (non agli escursionisti, direi: di gente, per questo sentiero, ne passa ben poca). Il sentiero piega a destra ed attraversa una vallecola, prima di assumere un andamento decisamente ripido, risalendo l’ampio crinale del monte, all’ombra di un bel bosco di castagni.
Qualche pausa si impone: laddove la vegetazione apre qualche finestra, possiamo osservare, sulla destra, la centrale idroelettrica Vanoni e, più a sinistra, le anse dell’Adda nella piana di fronte a Monastero, frutto dell’opera di canalizzazione promossa, a metà dell’Ottocento, dal governo austriaco, opera che permise di recuperare alle colture agricole ampie porzioni di terreno. Nella salita incontriamo anche quattro tralicci, prima di approdare al poggio panoramico che ospita la chiesetta di S. Giuliano, posta a 772 metri.

Del nucleo di S. Giuliano parla anche il vescovo di Como, di origine morbegnese, Feliciano Ninguarda, nel resoconto della sua visita pastorale del 1589: "A due miglia sopra il monte vi è un'altra famiglia di coloni del predetto monastero (sc. di Dubino). Sono venti famiglie tutte cattoliche. La chiesa è dedicata a S. Giuliano, da cui prende il nome la frazione, ma raramente vi si celebra la messa". S. Giuliano, poi, è, secondo un'antichissima tradizione, uno dei sette eremiti legati alla leggenda dei Sette Fratelli e disseminati in altrettanti punti della bassa Valtellina.
Ecco quel che scrive don Domenico Songini, in “Storie di Traona – II” (Sondrio, 2004), inserendo il santo nell’alone dei santi sette fratelli di cui narra un’antichissima leggenda assai diffusa fra i Cech: “Sullo sperone di roccia calcarea che divide la valle del Mera dalla valle dell'Adda sorge la chiesetta dedicata a san Giuliano, che già anticamente era segnalato nella cerchia dei Santi Sette Fratelli. Chi era san Giuliano? Probabilmente era un militare della legione delle Gallie, all'epoca dell'imperatore Decio (248-251). Questi, per rafforzare la religione pagana, impose ai militari ed ai funzionari pubblici di munirsi di un attestato d'aver sacrificato agli dei. Il tribuno Fereolo e vari suoi militari, tra i quali Giuliano di Bienne, rifiutarono il sacrificio e vennero pertanto decapitati. Il culto di san Giuliano si diffuse in Alvernia ed in Italia Settentrionale, portatovi forse dai messi del convento di san Dionigi di Parigi, proprietario del territorio che va dal lago di Como al fiume Masino. La festa si celebra il 28 agosto: significativa l'analogia con la vicenda dei militari della Legione Tebea: sant'Alessandro (Traona), san Fedele (Buglio e Mello), san Carpoforo (Delebio).”
La chiesetta di San Giuliano, abbiamo detto: non ci si attenda una di quelle graziose chiesette alpine, più o meno ben curate, meta, almeno una volta all’anno, del concorso di gente che sale per partecipare alla celebrazione liturgica nella ricorrenza del santo cui sono dedicate. Niente di tutto ciò: la chiesetta è un rudere, attorniato da un coacervo caotico di rovi e boscaglia, nel quale la preziosa opera di qualche mano santa ha aperto giusto la via per poterci passare attraverso. Una piccola chiesetta di cui è andato in rovina il tetto, con mura che hanno tutta la parvenza di essere pericolanti. Eppure, anche nella decadenza estrema, essa sembra conservare un residuo, seppur piccolo, del suo antico orgoglio, almeno per la posizione che occupa, il poggio, appunto, che domina i prati e le baite di S. Giuliano (ruderi anch’esse), posti più a monte, ma qualche metro più in basso rispetto alla sua sommità. Dal poggio scendiamo rapidamente ai prati, intercettando un sentiero che sale alla nostra sinistra. È, questa, la via del sentiero Bonatti per raggiungere S. Giuliano.
Per descriverla, torniamo alla pista sopra Monastero, e prendiamo a seguirla per un buon tratto, finché comincia decisamente a scendere. Lasciamola proprio in quel punto, seguendo il sentiero che se ne stacca sulla destra, proseguendo con andamento per lunghi tratti quasi pianeggiante. Ignorate diverse deviazioni a valle ed a monte, ci ritroviamo, ad una quota di 527 metri, di fronte ad un impressionante dirupo di rocce biancastre, a nord-ovest rispetto al punto che abbiamo raggiunto. Nei pressi del sentiero vediamo anche una casupola in mattoni e cemento, su cui è tracciata la scritta S.G., corredata di una freccia: è la segnalazione della partenza del sentiero che, piegando a destra rispetto alla direttrice che abbiamo finora tenuto, sale verso San Giuliano.

L'alpe Piazza. Foto di Massimo Dei Cas www.paesidivaltellina.it
L'alpe Piazza

In questo tratto, la nostra mitica Terra di Mezzo sembra avere la connotazione assai comune della fascia di castagneti di mezza montagna di cui sono ricche Valtellina e Valchiavenna. Ma resta il fascino dell’indeterminatezza: consultando la carta, non sapremmo stabilire con sicurezza quando abbiamo lasciato la terra di Valtellina ed a quale dei due regni appartenga quel sentiero che si inerpica con tanta risolutezza nel cuore del bosco. Anche questo sentiero ha un andamento piuttosto ripido, ed attraversa un bel bosco di castagni, fino a sbucare al limite interiore dei prati di S. Giuliano, più ad ovest (a sinistra) rispetto al poggio raggiunto dal sentiero più diretto. Del panorama che si apre da qui ha già detto la Guida del C.A.I.


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Ora dobbiamo salire ad intercettare da San Giuliano la carozzabile Cino-Alpe Piazza, seguendo una pista sterrata. Raggiunta la carozzabile, scendiamo di pochi metri, verso destra, fino a trovare un cartello che segnala la partenza di un sentiero che salein un bosco di castagni, intercettando in più punti la carozzabile e portando al parcheggio appena sotto il limite inferiore dell’ampia alpe Piazza, i cui prati si dispongono ad una quota compresa fra i 960 ed i 1000 metri. L’alpe offre un aspetto davvero gentile: le numerose baite, ben curate, le conferiscono un volto ancor più accogliente. Qui la nostra Terra di Mezzo dischiude al nostro sguardo il suo angolo sicuramente più ameno. Un angolo di grande valore anche panoramico: la visuale sull’alto Lario, dalla parte alta dei prati, è ampia e sorprendente. Siamo in cammino da circa due ore, il dislivello superato in altezza è approssimativamente di 720 metri.


L'alpe Piazza

Saliamo, ora, seguendo un sentierino, verso destra, passando per una cappelletta e raggiungendo le baite del limite superiore di destra dei prati (m. 990 circa). Qui troviamo un cartello del Sentiero Walter Bonatti, che ci manda a sinistra, su un sentiero che percorre il limite alto dell'alpe, passando per una fontana sulla quale è ben visibile un grande segnavia rosso-bianco-rosso. Si tratta del sentiero con numerazione 24 per il monte Foffricio (segnavia rosso-bianco-rosso), che il Sentiero Walter Bonatti segue.
Il sentiero, largo ma non segnalato sulla carta IGM, segue il bordo superiore dei prati (direzione ovest-nord-ovest) e poi entrando in una bella pineta.


L'alpe Piazza

Procediamo ignorando un sentierino che si stacca sulla sinistra: dopo un tratto quasi in piano, incontriamo una sorgente ed una radura; poi il sentiero, sempre molto largo, riprende a salire, piegando gradualmente a destra (nord), con una serie di quattro tornantini che ci porta sul limite di una luminosa fascia di betulle. Il sentiero piega leggermente a sinistra e, nella salita, vediamo su un tronco un segnavia rosso-bianco-rosso. Ignorati due sentierini che si staccano sulla destra, siamo ad una fascia di roccette, dove il sentiero sembra perdersi (ma i segnavia ci fanno procedere sicuri), e raggiungiamo uno splendido poggio di betulle, quotato 1109 metri (sul alcune carte questa piana viene identificata erroneamente con il monte Foffricio). Sul suo limite settentrionale ci affacciamo (con la dovuta prudenza) ad un salto sulla Val dei Ratti (e precisamente sulla minore Val di Fontana): la posizione è splendidamente panoramica, e da qui dominiamo il Lago di Novate e la bassa Valchiavenna.


Sasso Manduino visto dal crinale

Qui siamo ad un bivio: un sentierino porta a destra, sul lato opposto del poggio (segnavia) e procede tagliando il versante del monte Foffricio, congiungendosi con la mulattiera che sale alla sua cima dal lato opposto (anch'essa dal limite alto di destra dell'alpe Piazza).
Il sentiero Walter Bonatti prosegue invece diritto, restando quindi vicino al limite di sinistra del poggio di betulle, per poi immergersi in un ombroso bosco di faggi. La traccia è sempre marcata ed attraversa un valloncello verso sinistra, oi piega a destra e con un ultimo traverso riapproda alla luce di una pianetta. Alla nostra destra, su un modesto poggio boscoso, il ripetitore televisivo ci rende certi che quello è il monte Foffricio (m. 1220).


Il Sasso Manduino visto dal crinale

Qui troviamo altri cartelli, che indicano due varianti del Sentiero Walter Bonatti. Prendendo a sinistra e seguendo quindi il crinale fra Valtellina e Valchiavenna procediamo verso il monte Bassetta (dato ad un'ora e mezza) ed a Codogno (data a 2 ore e mezza). Procedendo diritti, invece, traversiamo ai Prati dell'O (dati a 40 minuti) ed ai Prati Nestrelli (dati ad un'ora e mezza), dai quali poi possiamo salire al monte Bassetta. Questa seconda variante è più lunga (anche se salendo direttamente dai Prati dell'O al monte Bassetta finisce per risultare equivalente alla prima). Descriviamo dunque prima la possibilità più diretta, con il sentiero che inizia da qui una lunga e splendida salita, sempre seguendo il crinale che culmine nel monte e nell’alpe Bassetta.


Il Sasso Manduino visto dal crinale

Cominciamo dunque a salire lungo il crinale, incontrando ben presto un secondo bivio: anche qui, seguendo i segnavia, dobbiamo prendere a sinistra, proseguendo sulla traccia meno marcata. Il crinale si restringe gradualmente, ed alla fine siamo veramente nel punto più suggestivo di quella sorta di Terra di Mezzo costituita dal crinale fra Valchiavenna e Valtellina: dopo un breve traverso a sinistra, una nuova svolta a destra ci porta proprio sul filo del crinale, un filo in molti punti esiguo, delimitato, sulla nostra destra, da una fascia di boscaglie e vegetazione disordinata, e, sulla nostra sinistra, da un versante assai ripido, coperto da ombrose pinete. Un crinale da evitare se c’è neve o ghiaccio, e da affrontare con la massima attenzione, perché uno scivolone sulla nostra sinistra potrebbe ci farebbe cadere per qualche centinaia di metri.


La Val Chiavenna vista dal monte Bassetta

Le due grandi valli, Valtellina e Valchiavenna, qui paiono davvero toccarsi, separate, come sono, solo dall’esile striscia che il sentiero, sempre ben visibile, segue con diligenza. Qualche masso erratico conferisce un aspetto ancor più enigmatico a questi luoghi, che meritano davvero di essere visitati. Anche per le sorprese panoramiche che riservano: ad un certo punto, ecco, alla nostra sinistra, aprirsi uno splendido scorcio sulla piana di Chiavenna, con una visuale di impagabile bellezza sull’inconfondibileprofilo del Sasso Manduino (m. 2888), la stupenda parete rocciosa posta fra Valle dei Ratti e Val Codera.


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Poi, poco al di sotto di quota 1500, il crinale comincia ad allargarsi, il bosco a diradarsi, compare una lunga fascia di prati, che accompagna l’ultima parte della salita alla cima del monte Bassetta (m. 1746). Ci raggiunge da sinistra il sentiero che sale dalla Foppaccia (data a 20 minuti). Un cartello del Sentiero Walter Bonatti dà la Bassetta a 20 minuti. Proseguiamo quindi diritti. La pendenza del sentiero è sempre piuttosto pronunciata, per cui qualche sosta ci scappa: volgendo lo sguardo, scopriremo che si tratta di una sosta quanto mai opportuna, perché il colpo d’occhio sul lago di Como lascia davvero senza fiato.
All’ingresso dell’alpe Bassetta oltrepassiamo il limite settentrionale e più alto del territorio del comune di Dubino, entrando in quello di Cino; troviamo, su un masso, un segnavia inclinato, che segnala, sulla nostra destra, più in basso, il rudere della cosiddetta “Prima baita” (m. 1661), posto a valle di una vasca di cemento per la cattura dell’acqua piovana.


L'alto Lario visto dal monte Bassetta

Teniamo presente questo luogo: appena sotto il rudere parte un sentiero che scende fino ai Prati dell’O (m. 1226), dove si trova la pista che riconduce all’alpe Piazza, il che ci offre una possibilità interessante per tornare all’alpe per una via diversa, lasciando la Terra di Mezzo per immergerci nella terra dei Cech.
Ma torniamo alla nostra salita: un monte si impone, perentorio, al nostro sguardo che segue la linea del crinale, ma non è il monte Bassetta, bensì il monte Brusada (m. 2143), dal profilo severo, quasi altero.
Il monte Bassetta ha un profilo ben più modesto, ma, a suo modo, accattivante e simpatico: la sua cima altro non è se non l’arrotondato poggio erboso nel quale il crinale raggiunge la sua prima significativa elevazione (m. 1746), prima di cominciare a scendere leggermente. Se il monte è modesto, il panorama è amplissimo, in direzione della Valchiavenna, del lago di Como, della catena orobica. Guardando verso nord, in particolare, distinguiamo alcune fra le più importanti cime della Val Codera e della Valle dei Ratti: da sinistra, il monte Matra (m. 2206), il pizzo di Prata (m. 2727), l'affilata Punta Redescala (m. 2304), il Sasso Manduino (m. 2888), il pizzo Ligoncio (m. 3033).


Il monte Brusada visto dal monte Bassetta

Questo è, forse, il cuore rotondo della Terra di mezzo, il suo baricentro, il suo punto archetipico. Non siamo né di qua, né di là, ma nella rotonda sospensione di un luogo arcano. Poco oltre, e poco più in basso, due grandi baite ben ristrutturate sembrano rompere l’incanto, e ricordare che questo è anche un posto di uomini, con le loro vicissitudini, necessità ed occupazioni. A monte delle baite, un singolare e grande masso erratico, sospeso, come tutto, qui, nella Terra di Mezzo. Dalle baite parte un sentiero che punta verso est-nord-est, correndo poco al di sotto del crinale, che riprende a salire, alternando radi alberi, massi e piccole radure.


La testata della Val dei Ratti dal monte Bassetta

Prima di raccontare il seguito della traversata dal monte Bassetta alla Val Codogno, raccontiamo la variante monte Foffricio-Prati dell'O-Monte Bassetta: è assai meno suggestiva dal punto di vista panoramico, ma ha il vantaggio di essere decisamente più tranquilla e qindi raccomandabile a chi soffrisse di vertigini. Oltretutto è pressoché equivalente in termini di tempo ed impegno.
Torniamo, dunque, al monte Foffricio. Invece di salire a sinistra, proseguiamo diritti (senza scendere verso destra sul sentiero che riporta all'alpe Piazza), imboccando un sentiero che con andamento quasi pianeggiante taglia una fascia di boschi, passa accanto ad una baita solitaria ed esce dal bosco nei pressi del limite superiore dei Prati dell'O (m. 1226). Non ci portiamo, però, ai prati, ma appena vediamo un sentiero che si immette scendendo da destra in quello che stiamo percorrendo, prendiamo a sinistra e lo imbocchiamo. Si tratta del marcato sentiero che sale al monte Bassetta. troviamo solo pochi segnavia, ma non possiamo perderlo. Sale con andamento regolare ed ampi tornanti, in direzione nord.


Il baitone dell'alpe Bassetta

Nel primo tratto incontriamo i pochi pini silvestri sopravvissuti ai catastrofici incendi che hanno sfregiato il versante nel secolo scorso. Poi lo scenario si fa più brullo, ma non privo di fascino. Dopo un ultimo tornante sx, la mulattiera porta al limite inferiore di una fascia di prati. Lì si ferma, ma con breve salita siamo ad una pianetta con i ruderi della Prima Baita, poche decine di metri sotto il crinale, e quindi sotto il sentiero prima descritto. Qui il sentiero riprende verso destra, salendo tagliando in diagonale il versante appena sotto l'alpe Piazza e terminando al baitone dell'alpe (m. 1720), appena sotto la cima del monte Bassetta (m. 1746), dove si congiunge con il sentiero Walter Bonatti.
Accanto al baitone si trova anche una stalla aperta, che può fungere da ricovero in caso di emergenza. Qui troviamo anche altri cartelli, che indicano però il sentiero Bonatti solo nella direzione inversa (discesa all'alpe Bassetta).


La Val dei Ratti vista dal sentiero Passo del Culmine-Codogno

CARTA DEL PERCORSO DA DUBINO AL PASSO DEL CULMINE sulla base della Swisstopo, che ne detiene il Copyright. Ho aggiunto alla carta alcuni toponimi ed una traccia rossa continua (carrozzabili, piste) o puntinata (mulattiere, sentieri). Apri qui la mappa on-line

Dobbiamo ora raggiungere la porta, la più agevole ed importante fra le porte che congiungono i due mondi, le due grandi valli, il passo del Culmine (m. 1818).
Per trovarlo, nascosto com'è da una pecceta, dobbiamo procedere sulla traccia di sengtiero che segue approssimativamente il crinale, fino ad una radura con altri cartelli e l'indicazione "Passo Culmine 1818 m."
Il cartello del sentiero Walter Bonatti dà Codogno ad un'ora. Procediamo diritti, fino a trovare una seconda radura, con la scritta "Passo Culmine", in rosso, su un masso.
Siamo al poco evidente passo del Culmine e da qui parte, segnalato, alla nostra sinistra un sentiero che taglia, quasi in piano, il versante occidentale e settentrionale del monte Brusada. Superato un cancello, usciamo all'aperto, godendo di uno straordinario panorama sulla media e bassa Val dei Ratti, su un versante battuto dalle slavine, da evitare quindi in presenza di neve. Il sentiero non è largo ed è molto esposto: il versante alla nostra sinistra è ripido e privo di alberi, per cui una disattenzione ci farebbe cadere per diverse centinaia di metri.


Verso il passo del Culmine

Dopo un primo tratto verso nord, attraversiamo un largo canalone, che scende ad ovest direttamente dalla cima del monte. Si tratta della parte alta della Val Priasca, tributaria della Val dei Ratti e nota localmente per essere covo di malefiche streghe. Attraversato un secondo canalone, pieghiamo a sinistra e tagliamo il filo di un ampio dosso, per poi volgere a destra, assumendo la direzione nord-est ed est. Procedendo su un versante di macereti e bassa vegetazione, ci affacciamo così alla Val Codogno, che si apre a valle del monte Sciesa (m. 2412) e confluisce da sud nella media Val dei Ratti.
A quota 1804 il sentiero confluisce in quello che sale da sinistra, e precisamente dall'alpeggio di Lavazzo (se per qualsiasi necessità dobbiamo scendere al fondovalle, possiamo sfruttarlo).


La bocchetta di Val Bassa

La bocchetta di Val Bassa

La Forcelletta

Proseguendo diritti, ci portiamo alla croce ed alla baita di Codogno (m. 1880), dove, seguendo un nuovo cartello del Sentiero Walter Bonatti, pieghiamo a destra, salendo su un versante di pascoli e pietrame fino a circa quota 1900. Qui pieghiamo ancora a sinistra (andamento nord-est), continuando a salire su un largo dosso erboso, in vista dell'evidente sella del passo della bocchetta di Val Bassa (m. 2370), nel circo terminale della valle. La solitudine regna sovrana su questi luoghi, che conservano intatto il fascino della montagna come luogo dello spirito. Senza difficoltà ci portiamo alla sella che si apre fra il già citato monte Sciesa, alla nostra destra (visto da qui è un modesto dosso di rocce brune), ed il monte Erbea (m. 2430), sul crinale roccioso alla nostra sinistra.


L'alta Valle dei Ratti vista dal bivacco Primalpia

Dalla bocchetta ci portiamo ad un ampio canalone di pietrame e scendiamo tenendo il suo lato, su chine erbose, in direzione nord-est, fino ad affacciarci alla parte alta del bacino di Piempo, uno degli alpeggi storici della Val dei Ratti. Qualche centinaio di metri sotto di noi vediamo la Casera Nuova (m. 1870). Scendiamo per un tratto, in direzione nord, fra pietrame e radi pascoli, fino a trovare un nuovo cartello che indica il sentiero che ci fa piegare a destra (quota 2020 metri circa). Il sentiero riprende quota, su chine erbose, con andamento ripido, in direzione est, portandosi ai piedi della costiera che separa il bacino di Piempo da quello di Primalpia. Il sentierino sale verso nord e raggiunge la Forcelletta, intaglio erboso sulla costiera, a quota 2000 metri circa, per poi scendere, in direzione est (piegando cioè a destra) sul versante opposto.


L'alpe Primalpia

Attraversiamo un terreno di sfasciumi, pieghiamo a sinistra e percorriamo un corridoio erboso che ci introduce all'ampio circo dell'alpe Primalpia. Pieghiamo nuovamente a destra, superiamo una valletta e procediamo senza difficoltà passando dal rudere di baita quotato 2007 metri e puntando al bivacco Primalpia, che distinguiamo chiaramente. Perdendo gradualmente quota in direzione nord-est siamo finalmente alla bella struttura del bivacco Primalpia (m. 1980), posto quasi al centro del luminoso versante.


Il bivacco Primalpia

Eccoci, dunque, giunti all'edificio bianco-rosso del bivacco. Si tratta di una struttura in muratura, inaugurata nel 1995 dalla sezione del CAI di Novate-Mezzola-Verceia. L’interno è accogliente: ci sono 18 brandine, disposte in letti a castello, c’è l’acqua corrente, c’è una stufa a gas ed un focolare, c’è la corrente generata da un pannellofotovoltaico. C’è anche un simpatico cartello, con una scritta che recita così: “Il pattume se si scende a valle portarlo con sé, perché il camion non passa! Grazie!” Non manchiamo, dunque, di ripagare la generosa iniziativa di chi ha voluto questo prezioso punto di appoggio con il massimo rispetto per la struttura e magari con un contributo riconoscente.


Il Sentiero Bonatti in Val dei Ratti

CARTA DEL PERCORSO DAL PASSO DEL CULMINE AL BIVACCO PRIMALPIA sulla base della Swisstopo, che ne detiene il Copyright. Ho aggiunto alla carta alcuni toponimi ed una traccia rossa continua (carrozzabili, piste) o puntinata (mulattiere, sentieri). Apri qui la mappa on-line

Qui termina, di fronte allo splendido scenario della testata della Val dei Ratti, la prima giornata del sentiero Walter Bonatti, decisamente la più faticosa: il dislivello approssimativo in altezza è di 2350 metri ed il tempo di percorrenza oscilla fra le 8 e le 10 ore.

Può essere, dunque, un'idea spezzare questa tappa in due, dedicando la prima gionata alla traversata al rifugio Chianova alla Foppaccia (cfr. sopra) e la seconda alla traversata Chianova-Primalpia. In questo caso la prima giornata comporta un dislivello approssimativo di 1300 metri (diciamo 5-6 ore di percorrenza), la seconda un dislivello approssimativo di 1570 metri (diciamo altre 5-6 ore di cammino).
Se scegliamo questa variante, dobbiamo procedere così. Percorrendo il lungo crinale che dall'alpe Piazza sale al monte Bassetta, poco sotto quota 1500 noteremo un sentiero che si stacca sulla sinistra da quello del crinale stesso. Imboccandolo, traversiamo in una splendida pecceta ed iniziamo una lunga discesa (in basso la traccia si fa meno marcata) fino al limite alto dei prati del maggengo della Foppaccia (m. 1044), dove si trova il rifugio Chianova. Il giorno successivo percorriamo in senso inverso questo itinerario, tornando sul crinale.


Apri qui una fotomappa della media Val dei Ratti

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SECONDA GIORNATA: DAL BIVACCO PRIMALPIA AI BAGNI DI MASINO

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Bivacco Primalpia-passo di Primalpia-Passo del Calvo-Rifugio Omio-Bagni di Masino
7 h
750 (in discesa: 1570)
EE
SINTESI. Dal bivacco Primalpia gnoriamo le indicazioni del sentiero Life e procediamo seguendo la traccia che sale in direzione est-nord-est, verso il bivacco Bottani-Cornaggia. A quota 2100 metri circa, però, i due sentieri si separano: mentre quello per il bivacco prosegue a destra, il sentiero Bonatti piega decisamente a sinistra (nord e nord-nord-ovest). Seguendo i segnavia superiamo un terrazzo erboso ed alcuni avvallamenti e puntando alla costiera che separa l'anfitreatro di Primalpia dal canalone che sale al passo omonimo. Inizia un tratto che richiede grande attenzione, perché, sfruttando un canalone, ci portiamo ai roccioni che chiudono a sud il più ampio canalone per il passo di Primalpia. Scendiamo così alla conca del già citato lago di Primalpia o del Marzèl (m. 2296), portandoci poi sul lato sinistro (per noi) del canalone. Superato il lago, saliamo fra sfasciumi e magri pascoli ad un masso con indicazioni, ad un bivio dove lasciamo alla nostra destra il Sentiero Life e proseguiamo la salita verso sinistra (indicazioni per il rifugio Omio), fra sfasciumi e roccette. Proseguendo nella salita passiamo accanto al rudere del baitello dell'alpe, chiamato sulle carte Baita del Lago (m. 2351). Proseguendo nella salita con qualche svolta fra magri pascoli e roccette, siamo all'ampio ripiano che introduce alla la bocchetta di Spluga o bocchetta di Talamucca, dove incrociamo il sentiero per il rifugio Volta (che scende verso sinistra) e dove sentiero Bonatti e Sentiero Life si ritrovano per la seconda volta, per non lasciarsi più. Dobbiamo, ora, stare attenti (soprattutto nell’eventualità, non remota, di foschia e visibilità limitata) a non seguire le indicazioni per la capanna Volta, che ci portano a scendere dalla bocchetta verso sinistra. Dobbiamo, invece, rimanere a destra: raggiunta, sul lato opposto della bocchetta, una grande placca di granito con un segnavia rosso-bianco-rosso sulla sinistra, affiancato dalla targhetta azzurra con il logo “Life” sulla destra, troviamo il punto nel quale le due vie si separano. Dobbiamo stare attenti a non piegare a destra, sul sentierino che si porta al passo di Primalpia, ma procediamo in direzione opposta (nord), senza perdere quota, bensì cominciando a salire a ridosso (alla nostra sinistra) delle grandi placche di granito che scendono dalla testata nord-occidentale dell’alta Valle di Spluga. Incontriamo alcuni segnavia rosso-bianco-rossi, poi un grande quadrato bianco, e, ancora, segnavia rosso-bianco-rossi sul fianco della testata. Il sentiero sale decisamente, snodandosi fra gli ultimi magri pascoli, per poi raggiungere la sterminata e caotica zona di sfasciumi che riempie interamente l’angolo nord-occidentale dell’alta valle. Terminano i pascoli dobbiamo districarci fra massi di ogni dimensione, seguendo la direzione dettata dagli abbondanti segnavia, in direzione del passo del Calvo. Se guardiamo davanti a noi, vedremo una larga depressione, apparentemente accessibile, dietro la quale occhieggiano i Corni Bruciati. Non è quello il passo. Si trova più a sinistra, ed è costituito da un intaglio appena distinguibile su una più modesta depressione, riconoscibile per la grande e liscia placca giallastra sottostante. Alla base del passo vediamo un grande cerchio bianco contornato di rosso che segnala che inizia un tratto esposto e potenzialmente pericoloso. L’ultimo tratto della salita, infatti, sfrutta una cengia a ridosso del fianco roccioso di destra del versante (le corde fisse assistono questo passaggio), poi uno stretto e ripido corridoio erboso (anche qui le corde fisse sono di grande aiuto), ed infine un’ultima brevissima cengia (sempre corde fisse), che ci porta non direttamente all’intaglio del passo, ma ad uno stretto corridoio che lo precede. Ora vediamo l’intaglio, alla nostra sinistra (su una placca rocciosa sono assicurate la targa gialla del Sentiero Life ed una scatola metallica), ma dobbiamo prestare attenzione anche nell’ultimo passaggino, per evitare di cadere in un singolare buco che si spalanca, improvviso, alla nostra sinistra, sotto un grande masso. Il primo tratto della discesa dal passo o bocchetta del Calvo (m. 2700) sfrutta la lunga ed esposta cengia del Calvo, adeguatamente attrezzata ma pur sempre da affrontare con la debita cautela e da evitare in presenza di neve o dopo abbondanti precipitazioni. Poi tocchiamo un terreno più tranquillo e si scende lungo un facile dosso, in direzione nord-nord-est, fino ad intercettare la traccia del sentiero che congiunge il rifugio Omio alla bocchetta della Mardarola. Seguendola verso sinistra dopo qualche saliscendi siamo al rifugio Omio (m. 2100). Per scendere ai Bagni di Masino si sfrutta il classico sentiero abbondantemente segnalato che si abbassa fra gradoni e pascoli, piega a sinistra superando una valletta, passa fra enormi massi ed i ruderi di baita dell'alpe dell'Oro, entra in pineta per uscirne al panoramicissimo Pian del Fango e riprende la discesa (attenzione a non seguire false tracce) in pineta e faggeta, prima di uscirne definitivamente nella piana a monte dei Bagni di Masino.


Il bivacco Primalpia

Questa seconda giornata del sentiero Walter Bonatti coincide in parte con la terza giornata del Sentiero LIfe delle Alpi Retiche (per questo troveremo lungo parte del cammino anche il logo di questa traversata).
I due itinerari, che si sono incontrati al bivacco, si separano però subito, per ritrovarsi alla bocchetta di Spluga, nell'alto circo della Valle di Spluga. Raccontiamoli entrambi.


Apri qui una videomappa del versante orientale dell'alta Val dei Ratti

Il Sentiero Life, lasciato il bivacco Primalpia, punta ad una baita solitaria, sul lato opposto dell’alpe, a nord-est rispetto a noi. In realtà la solitudine dell’alpe è apparente più che reale: d’estate viene ancora caricata, per cui probabilmente ci sentirà di ascoltare il rallegrante scampanio delle mucche, e magari anche il meno rallegrante abbaiare del cane da pastore.


Passaggio attrezzato del sentiero Life

In breve, eccoci alla baita, che ospita gli alpeggiatori, sempre disposti a scambiare qualche parola con questi curiosi umani itineranti, e ad offrire preziose indicazioni. Oltre la baita, il sentiero prosegue, salendo leggermente e puntando ad un crinale che separa l’alpe dal vallone che dovremo sfruttare per salire al passo di Primalpia. Raggiunto il crinale erboso, in corrispondenza di un grande ometto, si apre, di fronte ai nostri occhi, di nuovo, piùvicino, l’ampio scenario dei pascoli dell’alpe Talamucca. Riconosciamo anche, facilmente, il rifugio Volta, che è l’ultimo edificio, a sinistra, nel circo dell’alta valle. Purché la giornata dibuona, o almeno discreta. Purtroppo la Valle di Ratti, per la sua vicinanza al lago di Como, è spesso percorsa da correnti umide, che generano nebbie anche dense, le quali ne velano la bellezza davvero unica. Se, quindi, potremo godere di una giornata limpida, consideriamoci fortunati.
Scendiamo, ora, per un breve tratto sul crinale, fra erbe e qualche roccetta, fino ad un masso, sul quale il segnavia, accompagnato dalla targhetta azzurra con il logo “Life”, indica una svolta a destra.


Passaggio attrezzato del sentiero Life

Dobbiamo, ora, prestare un po’ di attenzione, perché il sentiero, volgendo decisamente a destra, ci porta ad una breve cengia esposta, per la quale scendiamo al canalone che adduce al passo. Le corde fisse ci aiutano nella breve discesa, che sfrutta dapprima uno stretto corridoio nella roccia, poi una traccia di sentiero esposta. Con le dovute cautele, eccoci sul fondo del canalone, nel quale scorre il modesto torrentello alimentato dai laghetti superiori. Seguendo i segnavia, lo attraversiamo e cominciamo a risalire, sul lato sinistro (per noi) del canalone, un ampio versante erboso disseminato di massi, ricongiungendoci con il Sentiero Italia Lombardia nord 3. Il passo sembra lì, a pochi minuti di cammino.


Il canalone che adduce al passo di Primalpia (sentiero Life)

Ma, come spesso accade in questi casi, quel che ci sembra un valico è in realtà solo la soglia di un gradino superiore. La delusione della scoperta, però, dura ben poco, perché, oltre la soglia, ci appare, piccola perla di immenso valore, il laghetto di Primalpia (m. 2296, localmente chiamato lago del Marzèl), a monte della quale si trova il rudere della baita al Lago (m. 2351).


Il lago Marzèl

Qui i due sentieri si toccano di nuovo, per lasciarsi di nuovo subito, come vedremo. Intanto osserviamo che questo è uno di quegli angoli di montagna solitaria e silenziosa che, da soli, ripagano di ogni fatica. Passando a sinistra del laghetto, puntiamo alla selletta che ci sembra essere, finalmente, il passo agognato. Ed invece, per la seconda volta, raggiunta la selletta siamo alle soglie di un ultimo gradino, una conca di sfasciumi che ospita un secondo e più piccolo laghetto (m. 2389), con un nevaietto che rimane anche a stagione inoltrata.


Il canalone che adduce al passo di Primalpia (sentiero Life)

Il passo, questa volta, è davvero davanti a noi: qualche ultimo sforzo e, salendo sul fianco del canalino terminale, eccoci, finalmente, al passo di Primalpia (pàs de primàlpia, m. 2476). Un passo che regala un’emozione intensa, perché apre un nuovo, vasto ed inaspettato orizzonte: davanti a noi, in primo piano, l’alta Valle di Spluga, ma poi, oltre, un ampio scorcio della piana della media Valtellina, incorniciato, sulla sinistra, dai Corni Bruciati (protagonisti dell’ultima giornata del Sentiero Life), sul fondo dal gruppo dell’Adamello e, sulla destra, dalla catena orobica, che mostra le sue più alte vette della sezione mediana. Valeva davvero la pena di giungere, almeno una volta nella vita, fin qui: ecco un pensiero che non potremo trattenere. Qui, di nuovo, Sentiero Life e Sentiero Italia Lombardia nord 3 si separano: il secondo, infatti, effettua la lunga discesa della Valle di Spluga, passando per i suoi splendidi laghetti (dal passo si vedono solo quelli più piccoli, inferiori, mentre restanascosto il più grande lago superiore, il “läch gränt”).


La valle di Spluga vista dal passo di Primalpia

Il Sentiero Life, invece, rimane in quota, effettuando una traversata dell’alta Valle di Spluga che, passando per il passo gemello della bocchetta di Spluga, sale al passo del Calvo. Dobbiamo, quindi, innanzitutto portarci alla bocchetta dello Spluga, prestando attenzione a non imboccare il sentiero che scende sul fianco destro della valle omonima, ma portandoci a sinistra del passo, dove un sentierino scende per un tratto sul fianco della testata della valle, per poi congiungersi con una traccia che effettua latraversata alla bocchetta. Qualora perdessimo il sentierino, scendiamo per un breve tratto lungo il Sentiero Italia: troveremo, in basso rispetto al sentiero, sulla sinistra, un masso, sul quale è segnalata la triplice direttrice per Frasnedo (cioè per il passo di Primalpia (etimologicamente, la prima fra le alpi, l'alpe per eccellenza), che abbiamo appena lasciato), per la Val Masino (Sentiero Italia) e per la capanna Volta (è la direttrice che ci interessa, a sinistra). Nella medesima direzione, troviamo, poi, un secondo masso, con una freccia nera, in campo bianco, e con la scritta “Cap. Volta”, affiancata da un segnavia bianco-rosso e dalla targhetta azzurra con il logo “Life”: è questa la direzione da prendere (a sinistra). Troviamo anche l'indicazione "Omio". Non possiamo, dunque, sbagliare.


La bocchetta di Talamucca o passo di Spluga

Il sentierino taglia il fianco dello sperone montuoso che separa i due valichi. Superata una breve fascia di massi, guadagniamo una posizione dalla quale è possibile ammirare un ampio scorcio del lago superiore di Spluga, che, purtroppo, dobbiamo lasciare qualche centinaio di metri più in basso rispetto a noi (è a 2160 metri, mentre noi stiamo oltrepassando la quota 2500), ma che, anche da qui, ci regala qualcosa del fascino profondo e selvaggio delle sue scure acque. Si tratta di un lago che merita un’attenta considerazione, anche perché è il più grande dell’intera Val Masino (valle ricchissima di scenari alpini incomparabili, ma assai povera di laghi: menzionati il lago di Spluga, appunto, e quello, in Val Terzana, di Scermendone, li abbiamo praticamente menzionati tutti). Sullo sfondo, le più alte cime della catena orobica.
Oltrepassato un masso che segnala un bivio (a destra si scende alla baita Spluga, nei pressi del già citato lago, a sinistra si prosegue per la capanna Volta), al quale prendiamo a sinistra, eccoci, alla fine, alla bocchetta di Spluga o bocchetta di Talamucca (quest'ultima è forse la denominazione più corretta, visto che localmente era chiamata bochèta dè la möca, m. 2522), dove, su un masso, ritroviamo la targa gialla del Sentiero Life.


L'alto Lario visto dalla bocchetta di Talamucca o passo di Spluga

Raccontiamo ora come giunge sin qui il Sentiero Walter Bonatti, con un tracciato più breve e, soprattutto in presenza di neve, più sicuro. Torniamo al bivacco Primalpia. Nel primo tratto il sentiero Bonatti coincide con la traccia che sale in direzione est-nord-est, verso il bivacco Bottani-Cornaggia sulla parte alta della Costiera dei Cech (la traversata sfrutta il passo alto di Visogno). A quota 2100 metri circa, però, i due sentieri si separano: mentre quello per il bivacco prosegue a destra, il sentiero Bonatti piega decisamente a sinistra (nord e nord-nord-ovest). Seguendo i segnavia superiamo un terrazzo erboso ed alcuni avvallamenti e puntando alla costiera che separa l'anfitreatro di Primalpia dal canalone che sale al passo omonimo, raggiungendola ad una quota più alta rispetto al sentiero Life.
Inizia un tratto che richiede grande attenzione, perché, sfruttando un canalone, ci portiamo ai roccioni che chiudono a sud il più ampio canalone per il passo di Primalpia. Fra roccette che richiedono un po' di attenzione, scendiamo così alla conca del già citato lago di Primalpia o del Marzèl (m. 2296), ritrovando il Sentiero Life. Portiamoci ora sul lato sinistro (per noi) del canalone e, superato il lago, saliamo fra sfasciumi e magri pascoli ad un masso con indicazioni, e qui i due sentieri si dividono di nuovo: al bivio lasciamo alla nostra destra il Sentiero Life e proseguiamo la salita verso sinistra (indicazioni per il rifugio Omio), fra sfasciumi e roccette. Proseguendo nella salita passiamo accanto al rudere del baitello dell'alpe, chiamato sulle carte Baita del Lago (m. 2351). Alla nostra destra possiamo vedere il grande ometto del passo di Primalpia, che con questa via più diretta abbiamo tagliato fuori.


La bocchetta di Talamucca o passo di Spluga

Proseguendo nella salita con qualche svolta fra magri pascoli e roccette, siamo all'ampio ripiano che introduce alla la bocchetta di Spluga o bocchetta di Talamucca (quest'ultima è forse la denominazione più corretta, visto che localmente era chiamata bochèta dè la möca, m. 2522), dove incrociamo il sentiero per il rifugio Volta (che scende verso sinistra) e dove sentiero Bonatti e Sentiero Life si ritrovano per la seconda volta, per non lasciarsi più.
Dal pianoro della bocchetta il panorama è molto ampio e suggestivo, non solo in direzione della media Valtellina, ma anche, sul lato, opposto, in direzione della Valle dei Ratti e dell’alto Lario. In particolare, possiamo da qui vedere la traversata alta dalla Bocchetta di Val Bassa al bivacco Primalpia.
Dobbiamo, ora, stare attenti (soprattutto nell’eventualità, non remota, di foschia e visibilità limitata) a non seguire le indicazioni per la capanna Volta, che ci portano a scendere alla bocchetta verso sinistra (tali indicazioni – segnavia rosso-bianco-rossi - si giustificano in riferimento ad un percorso che, dalla bocchetta, scende in alta Valle dei Ratti e di qui al rifugio Volta). Dobbiamo, invece, rimanere a destra: raggiunta, sul lato opposto della bocchetta, una grande placca di granito con un segnavia rosso-bianco-rosso sulla sinistra, affiancato dalla targhetta azzurra con il logo “Life” sulla destra, troviamo il punto nel quale le due vie si separano.


L'alta valle di Spluga

Non seguiamo il sentierino che volge bruscamente a destra e che si porta al passo di Primalpia, ma procediamo in direzione opposta (nord), senza perdere quota, ma cominciando a salire a ridosso delle grandi placche di granito che scendono, alla nostra sinistra, dalla testata nord-occidentale dell’alta Valle di Spluga. Incontriamo alcuni segnavia rosso-bianco-rossi, poi un grande quadrato bianco, e, ancora, segnavia rosso-bianco-rossi sul fianco della testata. Il sentiero sale decisamente, snodandosi fra gli ultimi magri pascoli, per poi raggiungere la sterminata e caotica zona di sfasciumi che riempie interamente l’angolo nord-occidentale dell’alta valle. Ora possiamo, guardando in basso, alla nostra destra, vedere il lago superiore di Spluga nella sua interezza. Ancora più suggestiva ci appare, sullo sfondo, la fuga di quinte delle valli orobiche (sezione centro-orientale).


Apri qui una fotomappa della Valle di Spluga

Terminano i pascoli e si fa meno accentuata, ma non meno faticosa, la salita: dobbiamo, infatti, ora districarci fra massi di ogni dimensione, con pazienza e cautela, seguendo la direzione dettata dagli abbondanti segnavia. La cautela è d’obbligo: siamo ormai stanchi, e la possibilità diprocurarci una storta, o peggio, anche su un terreno apparentemente non pericoloso è dietro l’angolo. Alle nostre spalle, intanto, si rende ora ben visibile, sull’angolo sud-occidentale della valle, la cima del Desenigo (m. 2845).
Ma dove andremo a finire? Dov’è il passo del Calvo che ci porterà alle soglie della Val Ligoncio? Se guardiamo davanti a noi, vedremo una larga depressione, apparentemente accessibile, dietro la quale occhieggiano, furbi ed un po’ impertinenti, i Corni Bruciati. Non è quello il passo. Si trova più a sinistra, ed è costituito da un intaglio appena distinguibile su una più modesta depressione, riconoscibile per la grande e liscia placca giallastra sottostante. Se poi queste indicazioni non bastassero a capire qual è la meta, poco male: con un po’ di pazienza, seguendo i segnavia ed alcuni grandi ometti, ci si arriverà. Dietro la bocchetta dello Spluga appare, ad un certo punto, anche l’inconfondibile corno del monte Legnone: ce lo ricordiamo, ha dominato lo scenario della prima giornata del sentiero. Alla nostra sinistra, le formazioni gotiche e tormentate della testata nord-occidentale della Valle di Spluga. Un’avvertenza: se, per qualunque motivo, ci trovassimo nella necessità di scendere a valle, cioè di scendere dalla Valledi Spluga, non scegliamo di scendere, a vista, attraversando la fascia di sfasciumi in direzione del lago: la fascia è, infatti, chiusa dal salto di qualche centinaia di metri di rocce lisce, arrotondate e ripidissime.
Dopo quasi un’ora di traversata, eccoci, infine, alla base del passo: un grande cerchio bianco contornato di rosso ci segnala che inizia un tratto esposto e potenzialmente pericoloso. L’ultimo tratto della salita, infatti, sfrutta una cengia a ridosso del fianco roccioso di destra del versante (le corde fisse assistono questo passaggio), poi uno stretto e ripido corridoio erboso (anche qui le corde fisse sono di grande aiuto), ed infine un’ultima brevissima cengia (sempre corde fisse), che ci porta non direttamente all’intaglio del passo, ma ad uno stretto corridoio che lo precede. Ora vediamo l’intaglio, alla nostra sinistra (su una placca rocciosa sono assicurate la targa gialla del Sentiero Life ed una scatola metallica), ma dobbiamo prestare attenzione anche nell’ultimo passaggino, per evitare di cadere in un singolare buco che si spalanca, improvviso, alla nostra sinistra, sotto un grande masso.


Apri qui una fotomappa della Valle dell'Oro

CARTA DEL PERCORSO DAL BIVACCO PRIMALPIA AL PASSO DEL CALVO sulla base della Swisstopo, che ne detiene il Copyright. Ho aggiunto alla carta alcuni toponimi ed una traccia rossa continua (carrozzabili, piste) o puntinata (mulattiere, sentieri).
Apri qui la mappa on-line

Eccoci, infine, ai 2700 metri del passo del Calvo. Se il passo di Primalpia (etimologicamente, la prima fra le alpi, l'alpe per eccellenza) emoziona, quello del Calvo toglie addirittura il fiato, perché spalanca, improvvisa e sublime, di fronte a noi, l’intera compagine delle cime del gruppo del Masino e del Monte Disgrazia ("desgràzia"). Da sinistra, l’occhio esperto riconosce, da sinistra, i pizzi dell’Oro (m. 2695, 2703 e 2576), sulla testata della valle omonima, la cima del Barbacan (sciöma dò barbacàn, o Barbacane, da un termine di origine persiana che significa "balcone", m. 2738), sulla costiera che separa la Valle dell’Oro dalla Val Porcellizzo ("val do porscelécc"), le cime d’Averta (dal dialettale "avert", cioè aperto, m. 2778, 2861), il pizzo Porcellizzo (sciöma dò porsceléc', m. 3075), la punta Torelli (m. 3137), i pizzi Badile (m. 3308) e Cengalo (dal latino "cingulum", da cui anche "seng" e "cengia", stretto risalto di roccia, 3367), che spiccano, per mole ed altezza, sulla testata della Val Porcellizzo, i pizzi Gemelli (m. 3221 e 3259), i pizzi del Ferro (sciöma dò fèr), occidentale (o cima della Bondasca, m. 3267), centrale (m. 3287) ed orientale (m. 3200), sulla testata della valle omonima, la cima di Zocca (m. 3175), la punta Allievi (m. 3123), la Cima di Castello ("castèl") (m. 3386), la punta Rasica ("rèsga"m. 3305), le celeberrime cime della Valle di Zocca ("val da zòca"), ed ancora i pizzi Torrone occidentale (m. 3349), centrale (m. 3290) ed orientale (m. 3333, riconoscibile per il sottile ago alla sua sinistra), sulla testata della valle omonima, il Monte Sissone ("sisùn", in Val Masino, "còrgn de sisùm", in Valmalenco; m. 3331), le cime di Chiareggio (da "clarus", nel senso di spoglio di alberi;) m. 3203, 3107 e 3093) ed il monte Pioda (sciöma da piöda, m. 3431), sulla testata della val Cameraccio, ed infine il Monte Disgrazia ("desgràzia") (m. 3678), che signoreggia per mole ed eleganza su tutte le altre cime, ed ancora loro, i Corni Bruciati (m. 3097 e 3114), sulla testata della Valle di Preda Rossa, lo scenario conclusivo del Sentiero Life.
È, questo, il punto più alto ed emotivamente più forte dell’intero sentiero Bonatti. Resta l’ultima discesa, in Val Ligoncio e Valle dell’Oro, che ha come meta il rifugio Omio, dove si conclude questa terza giornata. Il rifugio venne edificato nel 1937 dalla Società Escursionisti Milanesi ed intitolato alla memoria di Antonio Omio, una delle sei vittime della tragica ascensione alla punta Rasica (in Valle di Zocca) del 1935. Incendiato dalle forze nazifasciste nel 1944, perché veniva utilizzato come punto di appoggio dalle forze partigiane, venne ricostruito nel 1948 e ristrutturato nel 1970 e nel 1997.
Siamo stanchi, una certa tendenza alla rilassatezza si può fare subdolamente strada, complice il pensiero ingannevole: “il più è fatto!” Invece dobbiamo rimanere concentrati ed attenti, perché il primo tratto della discesa sfrutta la lunga ed esposta cengia del Calvo (battuta da cacciatori, molto prima che da escursionisti), adeguatamente attrezzata ma pur sempre da affrontare con la debita cautela e da evitare in presenza di neve o dopo abbondanti precipitazioni (tanto per fare un paragone forse familiare a diversi lettori, assomiglia un po’ alla discesa dal passo del Barbacan (o Barbacane, da un termine di origine persiana che significa "balcone") sud- est in Val Porcellizzo, lungo il Sentiero Risari, da molti utilizzato come prima trappa di un abbreviato Sentiero Roma). Ma dove ci troviamo esattamente? Ora, guardando una cartina ci accorgiamo che sul punto di incontro fra le valli di Spluga, Ligoncio e dei Ratti è posta la cima del Calvo (sciöma del munt Splüga), o monte Spluga (m. 2967), che resta, nascosto, alla nostra sinistra. In realtà le cime del Calvo sono due: la già citata è quella occidentale, e ve n’è una seconda, orientale (m. 2873). Ebbene, la cengia che sfrutteremo taglia, in diagonale, proprio in fianco nord-orientale di questa seconda cima, dalla base massiccia. Dopo questi chiarimenti geografici, cominciamo a scendere.
La traccia di sentiero segue la lunga cengia, in gran parte assistita da corde fisse, sempre molto utili. Scendiamo con calma, assicurandoci alle corde fisse. Sulla nostra destra si apre il selvaggio circo terminale della Val Ligoncio (la sezione meridionale di quella che genericamente viene denominata Valle dell’Oro), segnata dai repulsivi salti delle cime che la incorniciano. Distinguiamo anche, più a sinistra, la spaccatura della bocchetta di Medaccio (da "meda", mucchio, quindi monte, in forma dispregiativa), a destra della punta omonima, per la quale si può passare dalla Val Ligoncio alla Valle della Merdarola ("val da merdaröla").


La cengia del Calvo

Dopo un ultimo canalino di terriccio scivoloso ed una brevissima risalita, eccoci, alla fine, alla base del passo. Alla nostra sinistra vediamo un nevaietto che rimane per l’intera stagione (può servire come punto di riferimento per chi voglia riconoscere la cengia del Calvo guardando dalla Omio). Proseguiamo al discesa, un po’ faticosamente e senza allentare l’attenzione, superando una fascia di grandi massi. Alle nostre spalle si fa più riconoscibile il poderoso fianco roccioso della cima del Calvo (sciöma del munt Splüga) orientale. Alla sua destra, dopo una curiosa sequenza di irti spuntoni, defilata, la cima del Calvo occidentale, sulla verticale del nevaietto.
La discesa prosegue, seguendo i segnavia rosso-bianco-rossi, fino ai primi pascoli. Dopo un masso che presenta anche una croce rossa, attraversiamo un torrentello che scende dal nevaietto e proseguiamo nella discesa, in diagonale, verso sinistra. Dopo un buon tratto di discesa, fermiamoci e volgiamo lo sguardo: le due cime del Calvo sono ancora più riconoscibili, e si distingue anche, sul fianco di quella orientale, la cengia che abbiamo sfruttato scendendo dal passo del Calvo. In direzione opposta, al centro della valle, si distingue il rifugio Omio.
Ed è lì che, alla fine, ci porta il sentiero, che si snoda fra i pascoli della Val Ligoncio (val dò ligùnc'), superando diversi torrentelli (àquè do ligùnc’, che confluiscono, più in basso, nel fiöm do ligunc’ o fiöm da caséna di lüsèrt) e balze. Nell’ultimo tratto il sentiero intercetta i due rami del sentiero Dario di Paolo, che salgono ai passi della Vedretta, per il quale si scende nell’alta Valle dei Ratti, e Ligoncio, per il quale si scende in valle d’Arnasca (uno dei più antichi toponimi valtellinesi, dalla radice ligure o celtica "arn", che significa "acqua"). Dal rifugio Omio (m. 2100) inizia l'ultima parte del sentiero: seguendo il segnalato percorso scendiamo diretti fra grandi placche e zolle erbose, in direzione est, fino all'alpe dell'Oro, dove il sentiero, che si fa più marcato, piega a sinistra, si districa fra grandi blocchi ed entra in una splendida pineta, per uscirne al ripiano del Pian del Fango, splendido belvedere sui pizzi Badile e Cengalo. Tagliati i prati acquitrinosi, rientriamo nel bosco e, prestando attenzione ai segnavia per no perderci in sentieri secondari, perdiamo rapidamente quota in una splendida faggeta, e ne usciamo sul limite dei prati dei Bagni di Masino, dove termina l'emozionante cavalcata del sentiero Bonatti.
Questa seconda giornata comporta circa 7 ore di cammino, mentre il dislivello approssimativo in salita è di 750 metri (1570 metri circa, invece, il dislivello in discesa).


Valle dell'Oro

CARTA DEL PERCORSO DAL PASSO DEL CALVO AL RIFUGIO OMIO sulla base della Swisstopo, che ne detiene il Copyright. Ho aggiunto alla carta alcuni toponimi ed una traccia rossa continua (carrozzabili, piste) o puntinata (mulattiere, sentieri). Apri qui la mappa on-line

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