Apri qui una galleria di immagini - Carta del percorso - Biv. Primalpia-Cataeggio - Rif. Volta-Cataeggio


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TRAVERSATA PRIMALPIA-CATAEGGIO

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Biv. Primalpia-Passo di Primalpia-Corte di Cevo-Ceresolo-Cataeggio
6 h
580
EE
SINTESI. Dal bivacco Primalpia, a 1980 metri, possiamo scegliere di seguire le indicazioni del sentiero Walter Bonatti, oppure di lasciarle alla nostra destra e di seguire quelle del sentiero LIFE (con tratti meno esposti, ma sconsigliabile in presenza di neve sui versanti). Se scegliamo il sentiero LIFE seguiamo i segnavia bianco-rossi procediamo lungo il sentiero, abbastanza evidente, che punta ad una baita solitaria, sul lato opposto dell’alpe, a nord-est rispetto a noi. Oltre la baita, il sentiero prosegue, salendo leggermente e puntando ad un crinale che separa l’alpe dal vallone che dovremo sfruttare per salire al passo di Primalpia. Raggiunto il crinale erboso, in corrispondenza di un grande ometto, scendiamo, per un breve tratto, sul crinale medesimo, fra erbe e qualche roccetta, fino ad un masso, sul quale il segnavia, accompagnato dalla targhetta azzurra con il logo “Life”, indica una svolta a destra. Dobbiamo, ora, prestare un po’ di attenzione, perché il sentiero, volgendo decisamente a destra, ci porta ad una breve cengia esposta, per la quale scendiamo al canalone che adduce al passo. Le corde fisse ci aiutano nella breve discesa, che sfrutta dapprima uno stretto corridoio nella roccia, poi una traccia di sentiero esposta. Con le dovute cautele, eccoci sul fondo del canalone, nel quale scorre il modesto torrentello alimentato dai laghetti superiori. Seguendo i segnavia, lo attraversiamo e cominciamo a risalire, sul lato sinistro (per noi) del canalone, un ampio versante erboso disseminato di massi, ricongiungendoci con il Sentiero Italia Lombardia nord 3. Oltre la soglia, ci appare il laghetto di Primalpia o lago del Manzèl (m. 2296), a monte della quale si trova la baita al Lago (m. 2351). Qui intercettiamo per la seconda volta il sentiero Walter Bonatti, che però di nuovo subito ci lascia, salendo a sinistra, per via più breve, alla bocchetta di Spluga (se siamo in ritardo con il ruolino di marcia ci conviene seguirlo, risparmiando un'ora buona di cammino). Passando a sinistra del laghetto, puntiamo alla selletta che imtroduce ad una conca di sfasciumi la quale ospita un secondo e più piccolo laghetto (m. 2389), con un nevaietto che rimane anche a stagione inoltrata. Salendo sul fianco destro del canalino terminale, guadagniamo il passo di Primalpia (m. 2476), che si affaccia sull'alta Valle di Spluga. Iniziamo quindi la discesa dell'intera valle di Spluga, ignorando le indicazioni a sinistra per il rifugio Omio. Procediamo quindi diritti, su traccia che, nel primo tratto, è assai scarsamente segnalata e labile. Restiamo sul versante destro idrografico della valle, con una diagonale che perde quota solo molto gradualmente, superando qualche valloncello, fino ad intercettare la traccia segnalata (segnavia rosso-bianco-rossi) che dal passo posto fra valle di Spluga e val Toate scende al più grande dei laghi della valle di Spluga. Sebbene la discesa non sia particolarmente problematica, è opportuno seguire le bandierine rosso-bianco-rosse per superare agevolmente l'ultimo zoccolo con affioramenti rocciosi, che presenta qualche tratto esposto. Raggiungiamo così sponda sud-orientale del lago di Spluga, passando poi sul lato opposto della valle. Riprendiamo a scendere, sul lato sinistro della valle, oltrepassando le casere dell'alpe due laghetti minori. La traccia non è sempre evidente e le segnalazioni abbondano, ma con un po' di attenzione non ci si può perdere. Scendiamo così su facili balze alla casera più bassa, posta a 1939 metri, a destra di un grande masso. Oltrepassata la casera, la discesa diventa più ripida e la traccia più marcata. Dopo aver attraversato un tratto di bosco, si raggiunge un nuovo ampio prato, passando molto a sinistra di un'altra casera, per poi rientrare nel bosco e scendere alle baite diroccate della Corte di Cevo (“cort dè cèf”, m. 1769). La successiva discesa a Ceresolo (Sceresö, m. 1041) avviene in gran parte nel bosco. L'ultimo tratto della discesa avviene su una mulattiera ben costruita, che taglia la forra terminale della valle e raggiunge un ponte posto a circa 700 metri. Il sentiero Italia, però, non passa per il ponte, ma, poco prima che la mulattiera lo raggiunga, se ne stacca sulla sinistra, compiendo una lunga traversata dell'aspro e un po' desolato fianco montuoso occidentale della bassa Val Masino. Qui la traccia è ben visibile e segnalata, ma in diversi punti molto sporca: si tratta della sezione meno esaltante del sentiero, che, oltretutto, impone anche l'attraversamento di un corpo franoso ed una salita di oltre 150 metri. Superato un vallone, si raggiungono infine le case di Cornolo (“còrnol”), Ca' di Mei e Ca' dei Sandri, per poi scendere a Cataeggio (m. 787) da sud ovest.


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Il bivacco può essere punto di appoggio per una duplice interessante traversata: al rifugio Volta ed al rifugio Omio, passando per il passo di Primalpia e la bocchetta del Calvo. Il primo tratto del cammino è comune. Vediamo, dunque, come muoverci. Gettato un ultimo colpo d’occhio al circo terminale dell’alta Valle dei Ratti (il panorama è davvero superbo), dobbiamo rimetterci in marcia per raggiungere il passo di Primalpia, seguendo i segnavia bianco-rossi lungo il sentiero, abbastanza evidente, che punta ad una baita solitaria, sul lato opposto dell’alpe, a nord-est rispetto a noi. In realtà la solitudine dell’alpe è apparente più che reale: d’estate viene ancora caricata, per cui probabilmente ci sentirà di ascoltare il rallegrante scampanio delle mucche, e magari anche il meno rallegrante abbaiare del cane da pastore (chissà perché questi animali considerano gli escursionisti dei nemici mortali dei capi di bestiame che hanno imparato a sorvegliare: nel loro immaginario, probabilmente, costoro ritemprano le forze divorandosi innocenti vitelli rapiti alla loro mandria). In breve, eccoci alla baita, che ospita gli alpeggiatori, sempre disposti a scambiare qualche parola con questi curiosi umani itineranti, e ad offrire preziose indicazioni. Oltre la baita, il sentiero prosegue, salendo leggermente e puntando ad un crinale che separa l’alpe dal vallone che dovremo sfruttare per salire al passo di Primalpia.
Raggiunto il crinale erboso, in corrispondenza di un grande ometto, si apre, di fronte ai nostri occhi, di nuovo, più vicino, l’ampio scenario dei pascoli dell’alpe Talamucca. Riconosciamo anche, facilmente, il rifugio Volta, che è l’ultimo edificio, a sinistra, nel circo dell’alta valle. Purché la giornata di buona, o almeno discreta. Purtroppo la Valle di Ratti, per la sua vicinanza al lago di Como, è spesso percorsa da correnti umide, che generano nebbie anche dense, le quali ne velano la bellezza davvero unica. Se, quindi, potremo godere di una giornata limpida, consideriamoci fortunati. Scendiamo, ora, per un breve tratto sul crinale, fra erbe e qualche roccetta, fino ad un masso, sul quale il segnavia, accompagnato dalla targhetta azzurra con il logo “Life”, indica una svolta a destra. Dobbiamo, ora, prestare un po’ di attenzione, perché il sentiero, volgendo decisamente a destra, ci porta ad una breve cengia esposta, per la quale scendiamo al canalone che adduce al passo. Le corde fisse ci aiutano nella breve discesa, che sfrutta dapprima uno stretto corridoio nella roccia, poi una traccia di sentiero esposta. Con le dovute cautele, eccoci sul fondo del canalone, nel quale scorre il modesto torrentello alimentato dai laghetti superiori. Qui le due traversate si separano.


Il Lago Manzèl

Per raggiungere il rifugio Volta, dobbiamo portarci sul lato destro del largo vallone, dove troviamo un sentierino, scarsamente marcato, che discende un versante morenico fino ad intercettare il sentiero che sale dal lato opposto della Valle dei Ratti (cioè da Frasnedo). Qui prendiamo a destra e, procedendo come sopra descritto (presentazione dell’itinerario Frasnedo-Volta), raggiungiamo la sommità del Mot e traversiamo, infine, al rifugio. Se, invece, vogliamo effettuare la più lunga traversata al rifugio Omio (ricalcando la terza tappa del Sentiero Life delle Alpi Retiche), procediamo così. Giunti alla base del canalino attrezzato con corde fisse, attraversiamo il torrente e cominciamo a risalire, sul lato sinistro (per noi) del canalone, un ampio versante erboso disseminato di massi, ricongiungendoci con il Sentiero Italia Lombardia nord 3. Il passo sembra lì, a pochi minuti di cammino. Ma, come spesso accade in questi casi, quel che ci sembra un valico è in realtà solo la soglia di un gradino superiore. La delusione della scoperta, però, dura ben poco, perché, oltre la soglia, ci appare, piccola perla di immenso valore, il laghetto di Primalpia (etimologicamente, la prima fra le alpi, l'alpe per eccellenzam. 2296), a monte della quale si trova la baita al Lago (m. 2351). Ecco uno di quegli angoli di montagna solitaria e silenziosa che, da soli, ripagano di ogni fatica. Passando a sinistra del laghetto, puntiamo alla selletta che ci sembra essere, finalmente, il passo agognato. Ed invece, per la seconda volta, raggiunta la selletta siamo alle soglie di un ultimo gradino, una conca di sfasciumi che ospita un secondo e più piccolo laghetto (m. 2389), con un nevaietto che rimane anche a stagioneinoltrata.
Il passo, questa volta, è davvero davanti a noi: qualche ultimo sforzo e, salendo sul fianco destro del canalino terminale, eccoci, finalmente, al passo di Primalpia (pàs de primàlpia, m. 2476). Un passo che regala un’emozione intensa, perché apre un nuovo, vasto ed inaspettato orizzonte: davanti a noi, in primo piano, l’alta Valle di Spluga, ma poi, oltre, un ampio scorcio della piana della media Valtellina, incorniciato, sulla sinistra, dai Corni Bruciati (protagonisti dell’ultima giornata del Sentiero Life), sul fondo dal gruppo dell’Adamello e, sulla destra, dalla catena orobica, che mostra le sue più alte vette della sezione mediana. Valeva davvero la pena di giungere, almeno una volta nella vita, fin qui: ecco un pensiero che non potremo trattenere. Qui, di nuovo, Sentiero Life e Sentiero Italia Lombardia nord 3 si separano: il secondo, infatti, effettua la lunga discesa della Valle di Spluga, passando per i suoi splendidi laghetti (dal passo si vedono solo quelli più piccoli, inferiori, mentre restanascosto il più grande lago superiore, il “läch gränt”).


Alta Valle di Spluga

Inizia ora una lunga discesa, di circa 1700 metri di dislivello, lungo la Valle di Spluga. Una valle che rivela un volto selvaggio, legato ai suoi scenari ed alla sua difficile accessibilità (anche qui l'automobile non può oltrepassare i 700 metri di Cevo, il paesino da cui parte la mulattiera che risale la valle). Se si ha un po' di tempo, vale la pena di fare una puntata alla bocchetta di Spluga, posto più a nord: basta seguire le indicazioni per la capanna Volta o del sentiero Life, tagliando, poco sotto il passo, a sinistra ed aggirando uno sperone roccioso. La visuale che da questo secondo passo si ha sulla valle di Spluga e l'alto Lario è molto più ampia e suggestiva.


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Terminata la diversione, si torna al passo di Primalpia e si inizia una discesa che, nel primo tratto, è assai scarsamente segnalata ed avviene su una traccia di sentiero molto labile. Si rimane sul versante destro idrografico della valle, con una diagonale che perde quota solo molto gradualmente, superando qualche valloncello, fino ad intercettare la traccia segnalata (segnavia rosso-bianco-rossi) che dal passo posto fra valle di Spluga e val Toate scende al più grande dei laghi della valle di Spluga. Sebbene la discesa non sia particolarmente problematica, è opportuno seguire le bandierine rosso-bianco-rosse per superare agevolmente l'ultimo zoccolo con affioramenti rocciosi, che presenta qualche tratto esposto. Il più grande dei laghetti dell'alta valle di Spluga è una piccola perla, incastonata fra il pianoro (piuttosto accidentato) terminale della valle ed il monte Spluga (o cima del Calvo -sciöma del munt Splüga-, m.2967), che rappresenta la maggiore elevazione nella testata della valle.
Raggiunta la sua sponda sud-orientale, ci si deve concedere una sosta per ammirarne la bellezza, prima di passare sul lato opposto della valle. Un ulteriore motivo di interesse è rappresentato dal fatto che non vi sono altri laghi, nell'intera Val Masino, oltre a questo ed a quello più piccolo di Scermendone. Dal lago sono ben visibili i passi di Primalpia e Talamucca (peraltro visibilissimi anche da buona parte del piano della media Valtellina, nel tratto da Sondrio ad Ardenno: basta alzare gli occhi verso nord ovest per individuare le forme regolari della cima del Desenigo e, alla sua destra, le due evidenti selle dei passi.
Sostando possiamo approfondire la nostra conoscenza di questo lago bellissimo, misterioso, sorprendente: si dice che raggiunga una profondità massima di 40 metri. Leggiamo, dunque, le annotazioni del dott. Paolo Pero, professore di storia naturale nel Liceo Ginnasio "G. Piazzi" di Sondrio, contenute nell'operetta "I laghi alpini valtellinesi" (Padova, 1894): "Una roccia eminentemente cristallina, che s'innalza in una serie di vette dirupate, chiude le limpidissime acque del lago Spluga. Il quale è collocato alla estremità superiore della Valle di questo nome, aperta nel versante destro della Val Masino. in cui sbocca, di poco a N. del paesello di Cevo. Ha forma rotondeggiante, alquanto allungata e diretta da N. O. a S. E. Verso S. O. s'innalza il monte Spluga (2844 m.), ed a N. O la cima del Calvo (2955 m.), che si continua poi con numerose creste verso E. fino al pizzo di Merdarola (2376 m.).

Lago di Spluga

I contrafforti di questi monti, che si continuano poi coi monti coi versanti della Valle Spluga, s'innalzano nella estremità superiore di questa, in vari cocuzzoli, assai arrotondati, e chiudono a S.E. e a E. l'ameno lago in discorso, il quale, pertanto, si può dire, per la sua origine, orografico. La mancanza quasi totale di detriti, in questa specie da altipiano, permette di dedurre non solo l'origine del lago, ma di studiare eziandia l'assetto della roccia in posto. Essa mostrasi in ampi strati, che s'innalzano quasi perpendicolari all'orizzonte, essendo lievemente inclinati verso S. e diretti da E. ad O. E' costituita essenzialmente di gneis cristallino molto compatto, assai povero di mica, con grandi cristalli di feldspato, ora spesseggianti in grandi vene, che corrono parallelamente a' piani di stratificazione, ora più radi, ma assai grossi, sparsi porfiricamente nella massa gneissica. Grandi vene di quarzite bianca attraversano pure sinuosamente ed in ogni direzione gli strati della roccia: profondi litoclasti dividono pur questa in grossi massi, che precipitano dall'alto a testimonianza del continuo lavoro delle forze meteoriche e del tempo edace. Per la posizione sopra descritta il lago non ha lunghi affluenti, ma pochi ruscelletti, di cui due sono i principali, che sboccano nel lago a N. e ad O. e gli portano le gelide acque provenienti dalla fusione delle nevi, le quali, pressoché persistenti, rivestono le pendici dei monti che coronano la Valle di Spluga e specialmente il versante N. E. del monte di questo nome. Una porzione di questi affluenti scorre nascosta fra le abbondanti frane che rivestono il piede dei monti accennati. A S. E. s'apre un piccolo emissario, fra un'ampia dilacerazione della roccia in posto, che mantiene il medesimo aspetto di quello dei monti sopra nominati. Quest'apertura è sbarrata in parte da massi disposti caoticamente, fra i quali scorre l'emissario, che rimane solo in parte visibile all'esterno. Esso infatti poco più lungi dal lago è aumentato e scorre spumeggiante nella stretta apertura formatasi nella roccia. Il poco e grossolano detrito non vale quindi a precludere propriamente il corso dell'emissario, onde le acque sono principalmente trattenute dalla roccia in posto, e però l'origine che sopra attribuimmo al lago. I due affluenti portano necessariamente abbondante detrito al bacino lacustre, sicché esso mostrasi colle sponde di N. e di O. assai poco inclinate, mentre è assai ripida quella di E. la quale si continua, quasi perpendicolarmente, col cocuzzolo roccioso che s'innalza da questa parte. Qui infatti ha luogo la maggior profondità che, per quanto ho potuto verificare, raggiunge fino i 40 metri. Il letto del lago è formato di sostanza sabbiosa, talora di ghiajetta; solo in un piccolo seno verso N. E. diventa sensibilmente melmoso e quasi paludoso. Le acque sono notevolmente trasparenti, sicché lasciano scorgere per un ampio tratto il fondo, ove esso non prende tosto rapida inclinazione, e mostrano un colore azzurro pallido, secondo il numero II. della scala Forel. Le carte topografiche dell'Istituto Militare riportano l'altitudine di 2141 m. e l'Ispettore Cetti vi attribuisce la superficie di 42.000 mq. Io lo visitai il giorno 29 giugno 1893 ed alle ore 11 ant. trovai che le acque presso l'emissario avevano la temperatura di 7,5 gradi centigradi, mentre l'esterna era di 17, con cielo sereno e l'aria calma."
Per illustrare meglio le caratteristiche di questo lago e dell'ambiente che lo ospita riportiamo anche le informazioni che ci vengono offerte dal bel volume "Laghi alpini di Valtellina e Valchiavenna", di Riccardo De Bernardi, Ivan Fassin, Rosario Mosello ed Enrico Pelucchi, edito dal CAI, sez. di Sondrio, nel 1993:
Con il Lago Scermendone, ancor meno inserito nell'ambiente della Val Masino, si tratta in pratica del solo lago della Valle, noto regno del granito. A proposito della quale può parere singolare questa assenza di laghi, mentre ha abbondanza di acque, largamente note dalle numerose cascate, spesso a catena, sui torrenti che scendono dalle valli minori sospese. Ma è probabile che la natura stessa della roccia, il granito «ghiandone», molto sgretolabile da un lato, alla piccola scala, e viceversa impervio ed erto nelle grandi linee orografiche, non abbia facilitato la formazione - o forse la sopravvivenza - di laghetti neanche nei circhi glaciali, per lo più molto svasati ed erosi profondamente dai torrenti sul fondo. Questo bel laghetto, dunque, situato a 2160 m, in cima alla valle omonima, gode di una situazione di quasi unicità, e anche di isolamento, considerate le difficoltà dell'accesso. La valle infatti si presenta ertissima, oltre che defilata dai percorsi turistici usuali, pressoché intatta da interventi edilizi e del tutto da interventi di viabilità non pedonale...


Il lago di Spluga

Il lungo accesso (dai 700 m ca. di Cevo sono quasi 1500 m di dislivello, superabili in non meno di 4 ore da escursionisti «normali») si presenta però come un viaggio interessante nel passato agro-pastorale del territorio valtellinese. Si può ripassare tutta la vicenda della colonizzazione delle aspre pendici montane per strapparvi spazi al prato e al pascolo: una colonizzazione che si è sviluppata nel tempo e si è poi stabilizzata nello spazio su diversi piani altimetrici. Così si percorre una bellissima strada selciata (con piccole opere murarie di protezione e passaggi eccezionali) fino al maggengo di Ceresolo, poi il sentiero si fa assai più ripido adducendo ai prati di monte di Corte del Dosso (con deviazioni per altri prati) e infine alla Casera Spluga, il principale alpeggio e alle altre cascine sparse sull'alto­piano superiore, dove il tracciato si fa finalmente meno ripido. Superato un bel lariceto, solo rocce e piccoli spazi a pascolo accompagnano al lago, che risulta una meta ben meritata!
A proposito del nome, comune peraltro al monte adiacente e a tutta la valle, si può ricordare che - di derivazione latina o prelatina - significa in ogni caso grotta (spelonca, anfratto).”


Lago inferiore di Spluga

Riprendiamo il cammino, dunque, sul lato sinistro della valle, oltrepassando le casere dell'alpe (che d'estate viene ancora caricata, come, del resto, l'alpe Talamucca) e due laghetti minori. La traccia non è sempre evidente e le segnalazioni non sovrabbondano, ma con un po' di attenzione non ci si può perdere (diversa è però la situazione in caso di foschia molto bassa, ma questa è un'insidia comune a quasi tutti gli itinerari escursionistici oltre una certa quota). Lo scenario dell'alta valle è sempre molto suggestivo, soprattutto nel suo lato sinistro, chiuso dalla costiera che la separa dalla valle Merdarola. Se si dovesse perdere la traccia, molto labile in questo tratto, si può prendere come punto di riferimento la più bassa delle casere ("casén") al di sopra del limite boschivo, ben visibile e posta a 1939 metri, a destra di un grande masso. Oltrepassata la casera, la discesa diventa più ripida e la traccia più marcata. Dopo aver attraversato un tratto di bosco, si raggiunge un nuovo ampio prato, passando molto a sinistra di un'altra casera, per poi rientrare nel bosco e scendere alle baite diroccate della Corte di Cevo (“cort dè cèf”, m. 1769).
La successiva discesa a Ceresolo (Sceresö, m. 1041) avviene in gran parte nel bosco, il che, d'estate, permette di difendersi dalla calura, che non fa sconti agli escursionisti affaticati. La bassa valle di Spluga diventa sempre meno suggestiva ed offre molti segni che testimoniano gli effetti dell'abbandono della montagna da parte dell'uomo. Salvo poi trovare altri segni che indicano un ritorno di interesse economico: si sta, infatti, costruendo un bacino artificiale per una piccola centrale idroelettrica.
L'ultimo tratto della discesa avviene su una mulattiera ben costruita, che taglia la forra terminale della valle e raggiunge un ponte posto a circa 700 metri. Vale la pena di oltrepassarlo, per raggiungere il vicino paesino di Cevo e scambiare qualche impressione con la gente del posto, scendendo poi, lungo la strada, alle cascate del Ponte del Baffo, spettacolo che certo risentirà della costruzione dell'invaso.
Il sentiero Italia, però, non passa per il ponte, ma, poco prima che la mulattiera lo raggiunga, se ne stacca sulla sinistra, compiendo una lunga traversata dell'aspro e un po' desolato fianco montuoso occidentale della bassa Val Masino. Qui la traccia è ben visibile e segnalata, ma in diversi punti molto sporca: si tratta della sezione meno esaltante del sentiero, che, oltretutto, impone anche l'attraversamento di un corpo franoso ed una salita di oltre 150 metri. Superato un vallone, si raggiungono infine le case di Cornolo (“còrnol”), Ca' di Mei e Ca' dei Sandri, per poi scendere a Cataeggio (m. 787) da sud ovest. Qui, o nella vicina Filorera (m. 841, vedi immagine), si può comodamente pernottare.
Questa tappa comporta un dislivello complessivo, in salita, di circa 650 metri, e tempi medi che si aggirano intorno alle 6 ore, sempre, ovviamente, al netto delle soste. Consiglio però vivamente di prolungarla di un paio d'ore, salendo, lungo la strada, al pianoro fra Filorera e San Martino (m. 923), almeno fino alle prede, cioè ai grandi massi caduti, in qualche mitico e remoto tempo di lotte fra giganti, dalla laterale valle di Preda. La più grande di queste prede è la celeberrima Preda di Remenno, detta anche Sasso Remenno (m. 943), che è anche il più grande monolito d'Europa ed una frequentatissima palestra di roccia.
Se invece si è troppo stanchi, si potranno comunque osservare da Filorera l'affilata cima del Cavalcorto, forse il simbolo più rappresentativo della
Val Masino, e, alla sua destra, gli eleganti pizzi del Ferro (sciöma dò fèr), testata della valle omonima (se qualche vostro amico sta percorrendo la terza tappa del sentiero Roma, può darsi che stia passando proprio di lì...).

TRAVERSATA VOLTA-CATAEGGIO

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Biv. Primalpia-Passo di Primalpia-Corte di Cevo-Ceresolo-Cataeggio
6 h
670
E
SINTESI. Dal rifugio Volta (m. 2212) ridiscendiamo verso la media Valle dei Ratti seguendo il medesimo sentiero di salita. Traversiamo quindi in leggera discesa verso le baite dell'alpe Talamucca e proseguiamo verso sud, scendendo alla sommità del Mot (m.2074). Sempre seguendo il sentiero segnalato scendiamo più decisamente con diversi tornantini lungo il fianco orientale del Mot, a lato di una valletta, fino ad un bivio segnalato. Ignoriamo il sentiero di destra che prosegue nella discesa della Valle dei Ratti e prendiamo a sinistra (est-sud-est), iniziando a salire lungo un ripido vallone di pietrame e strisce di pascolo. Dopo circa un quarto d'ora intercettiamo la traccia di sentiero che traversa fin qui dal bivacco Primalpia, e procediamo come sopra descritto, cioè continuiamo nella salita del canalone, passando per il lago di Manzèl e terminando la salita al passo di Primalpia (m. 2476). Iniziamo quindi la discesa dell'intera valle di Spluga, ignorando le indicazioni a sinistra per il rifugio Omio. Procediamo quindi diritti, su traccia che, nel primo tratto, è assai scarsamente segnalata e labile. Restiamo sul versante destro idrografico della valle, con una diagonale che perde quota solo molto gradualmente, superando qualche valloncello, fino ad intercettare la traccia segnalata (segnavia rosso-bianco-rossi) che dal passo posto fra valle di Spluga e val Toate scende al più grande dei laghi della valle di Spluga. Sebbene la discesa non sia particolarmente problematica, è opportuno seguire le bandierine rosso-bianco-rosse per superare agevolmente l'ultimo zoccolo con affioramenti rocciosi, che presenta qualche tratto esposto. Raggiungiamo così sponda sud-orientale del lago di Spluga, passando poi sul lato opposto della valle. Riprendiamo a scendere, sul lato sinistro della valle, oltrepassando le casere dell'alpe due laghetti minori. La traccia non è sempre evidente e le segnalazioni abbondano, ma con un po' di attenzione non ci si può perdere. Scendiamo così su facili balze alla casera più bassa, posta a 1939 metri, a destra di un grande masso. Oltrepassata la casera, la discesa diventa più ripida e la traccia più marcata. Dopo aver attraversato un tratto di bosco, si raggiunge un nuovo ampio prato, passando molto a sinistra di un'altra casera, per poi rientrare nel bosco e scendere alle baite diroccate della Corte di Cevo (“cort dè cèf”, m. 1769). La successiva discesa a Ceresolo (Sceresö, m. 1041) avviene in gran parte nel bosco. L'ultimo tratto della discesa avviene su una mulattiera ben costruita, che taglia la forra terminale della valle e raggiunge un ponte posto a circa 700 metri. Il sentiero Italia, però, non passa per il ponte, ma, poco prima che la mulattiera lo raggiunga, se ne stacca sulla sinistra, compiendo una lunga traversata dell'aspro e un po' desolato fianco montuoso occidentale della bassa Val Masino. Qui la traccia è ben visibile e segnalata, ma in diversi punti molto sporca: si tratta della sezione meno esaltante del sentiero, che, oltretutto, impone anche l'attraversamento di un corpo franoso ed una salita di oltre 150 metri. Superato un vallone, si raggiungono infine le case di Cornolo (“còrnol”), Ca' di Mei e Ca' dei Sandri, per poi scendere a Cataeggio (m. 787) da sud ovest.


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Il primo tratto di questa quarta giornata ci impone di tornare sui propri passi rispetto al cammino del giorno precedente: scendiamo, infatti, dal rifugio Volta al Mot e da questo al vallone risalito il giorno prima, senza però percorrerlo fino in fondo: seguendo le segnalazioni, infatti, tagliamo, ad una quota approssimativa di 1950 metri, verso est (sinistra), per risalire un canalone che si fa sempre più stretto e conduce al passo di Primalpia (m. 2476).
I segnavia sono piuttosto scarsi, ma non si può sbagliare. Il sentiero non si porta al centro del canalone, dal quale scende un torrentello, ma rimane sul fianco di pascoli e massi che ne costituisce il lato sinistro (per chi sale). Ad esso si congiunge, da destra, il Sentiero Life delle alpi Retiche, che proviene dal bivacco Primalpia, scende nel canalone sfruttando un passaggio attrezzato che supera il fianco roccioso alla nostra destra (lo distinguiamo, guardando a destra) e sale fino ad intercettare il Sentiero Italia.
Cogliamo, dunque, l'occasione per raccontare come si ginge fin qui partendo dal bivacco Primalpia.
Seguendo i segnavia bianco-rossi, lasciamo il bivacco, seguendo un sentiero, abbastanza evidente, che punta ad una baita solitaria, sul lato opposto dell’alpe, a nord-est rispetto a noi. Attenzione a non seguire le indicazioni del Sentiero Walter Bonatti (che più avanti intercettiamo e che prende a destra salendo). In realtà la solitudine dell’alpe è apparente più che reale: d’estate viene ancora caricata, per cui probabilmente ci sentirà di ascoltare il rallegrante scampanio delle mucche, e magari anche il meno rallegrante abbaiare del cane da pastore (chissà perché questi animali considerano gli escursionisti dei nemici mortali dei capi di bestiame che hanno imparato a sorvegliare: nel loro immaginario, probabilmente, costoro ritemprano le forze divorandosi innocenti vitelli rapiti alla loro mandria).


Il Lago Manzèl

In breve, eccoci alla baita, che ospita gli alpeggiatori, sempre disposti a scambiare qualche parola con questi curiosi umani itineranti, e ad offrire preziose indicazioni. Oltre la baita, il sentiero prosegue, salendo leggermente e puntando ad un crinale che separa l’alpe dal vallone che dovremo sfruttare per salire al passo di Primalpia. Raggiunto il crinale erboso, in corrispondenza di un grande ometto, si apre, di fronte ai nostri occhi, di nuovo, più vicino, l’ampio scenario dei pascoli dell’alpe Talamucca. Riconosciamo anche, facilmente, il rifugio Volta, che è l’ultimo edificio, a sinistra, nel circo dell’alta valle. Purché la giornata di buona, o almeno discreta. Purtroppo la Valle di Ratti, per la sua vicinanza al lago di Como, è spesso percorsa da correnti umide, che generano nebbie anche dense, le quali ne velano la bellezza davvero unica. Se, quindi, potremo godere di una giornata limpida, consideriamoci fortunati.
Scendiamo, ora, per un breve tratto sul crinale, fra erbe e qualche roccetta, fino ad un masso, sul quale il segnavia, accompagnato dalla targhetta azzurra con il logo “Life”, indica una svolta a destra. Dobbiamo, ora, prestare un po’ di attenzione, perché il sentiero, volgendo decisamente a destra, ci porta ad una breve cengia esposta, per la quale scendiamo al canalone che adduce al passo. Le corde fisse ci aiutano nella breve discesa, che sfrutta dapprima uno stretto corridoio nella roccia, poi una traccia di sentiero esposta. Con le dovute cautele, eccoci sul fondo del canalone, nel quale scorre il modesto torrentello alimentato dai laghetti superiori. Seguendo i segnavia, lo attraversiamo e cominciamo a risalire, sul lato sinistro (per noi) del canalone, un ampio versante erboso disseminato di massi, ricongiungendoci con il Sentiero Italia Lombardia nord 3.
Giunti qui dal rifugio Volta o dal bivacco Primalpia, proseguiamo alla volta del passo, che sembra lì, a pochi minuti di cammino. Ma, come spesso accade in questi casi, quel che ci sembra un valico è in realtà solo la soglia di un gradino superiore. La delusione della scoperta, però, dura ben poco, perché, oltre la soglia, ci appare, piccola perla di immenso valore, il laghetto di Primalpia o del Manzèl (m. 2296), a monte della quale si trova la baita al Lago (m. 2351). Ecco uno di quegli angoli di montagna solitaria e silenziosa che, da soli, ripagano di ogni fatica. Qui ritroviamo per un tratto le indicazioni del Sentiero Walter Bonatti, che però subito ci lascia salendo alla nostra sinistra, al passo o bocchetta di Spluga. Passando a sinistra del laghetto, puntiamo alla selletta che ci sembra essere, finalmente, il passo agognato. Ed invece, per la seconda volta, raggiunta la selletta siamo alle soglie di un ultimo gradino, una conca di sfasciumi che ospita un secondo e più piccolo laghetto (m. 2389), con un nevaietto che rimane anche a stagione inoltrata.
Il passo, questa volta, è davvero davanti a noi: qualche ultimo sforzo e, salendo sul fianco destro del canalino terminale, eccoci, finalmente, al passo di Primalpia (m. 2476). Un passo che regala un’emozione intensa, perché apre un nuovo, vasto ed inaspettato orizzonte: davanti a noi, in primo piano, l’alta
valle di Spluga, ma poi, oltre, un ampio scorcio della piana della media Valtellina, incorniciato, sulla sinistra, dai Corni Bruciati, sul fondo dal gruppo dell’Adamello e, sulla destra, dalla catena orobica, che mostra le sue più alte vette della sezione mediana. Valeva davvero la pena di giungere, almeno una volta nella vita, fin qui: ecco un pensiero che non potremo trattenere. Qui, di nuovo, Sentiero Life e Sentiero Italia Lombardia nord 3 si separano: il secondo, infatti, effettua la lunga discesa della Valle di Spluga, passando per i suoi splendidi laghetti (dal passo si vedono solo quelli più piccoli, inferiori, mentre resta nascosto il più grande lago superiore, il “läch gränt”), mentre il Sentiero Life, invece, rimane in quota, effettuando una traversata dell’alta Valle di Spluga che, passando per il passo gemello della bocchetta di Spluga, sale al passo del Calvo.
Inizia ora una lunga discesa, di circa 1700 metri di dislivello, lungo la Valle di Spluga. Una valle che rivela un volto selvaggio, legato ai suoi scenari ed alla sua difficile accessibilità (anche qui l'automobile non può oltrepassare i 700 metri di Cevo, il paesino da cui parte la mulattiera che risale la valle). Se si ha un po' di tempo, vale la pena di fare una puntata alla bocchetta di Spluga, posto più a nord: basta seguire le indicazioni per la capanna Volta o del sentiero Life, tagliando, poco sotto il passo, a sinistra ed aggirando uno sperone roccioso. La visuale che da questo secondo passo si ha sulla valle di Spluga e l'alto Lario è molto più ampia e suggestiva.


Apri qui una fotomappa della discesa dalla Valle di Spluga

Terminata la diversione, si torna al passo di Primalpia e si inizia una discesa che, nel primo tratto, è assai scarsamente segnalata ed avviene su una traccia di sentiero molto labile. Si rimane sul versante destro idrografico della valle, con una diagonale che perde quota solo molto gradualmente, superando qualche valloncello, fino ad intercettare la traccia segnalata (segnavia rosso-bianco-rossi) che dal passo posto fra valle di Spluga e val Toate scende al più grande dei laghi della valle di Spluga. Sebbene la discesa non sia particolarmente problematica, è opportuno seguire le bandierine rosso-bianco-rosse per superare agevolmente l'ultimo zoccolo con affioramenti rocciosi, che presenta qualche tratto esposto. Il più grande dei laghetti dell'alta valle di Spluga è una piccola perla, incastonata fra il pianoro (piuttosto accidentato) terminale della valle ed il monte Spluga (o cima del Calvo -sciöma del munt Splüga-, m.2967), che rappresenta la maggiore elevazione nella testata della valle.
Raggiunta la sua sponda sud-orientale, ci si deve concedere una sosta per ammirarne la bellezza, prima di passare sul lato opposto della valle. Un ulteriore motivo di interesse è rappresentato dal fatto che non vi sono altri laghi, nell'intera Val Masino, oltre a questo ed a quello più piccolo di Scermendone. Dal lago sono ben visibili i passi di Primalpia e Talamucca (peraltro visibilissimi anche da buona parte del piano della media Valtellina, nel tratto da Sondrio ad Ardenno: basta alzare gli occhi verso nord ovest per individuare le forme regolari della cima del Desenigo e, alla sua destra, le due evidenti selle dei passi.
Si riprende a scendere, dunque, sul lato sinistro della valle, oltrepassando le casere dell'alpe (che d'estate viene ancora caricata, come, del resto, l'alpe Talamucca) e due laghetti minori. La traccia non è sempre evidente e le segnalazioni non sovrabbondano, ma con un po' di attenzione non ci si può perdere (diversa è però la situazione in caso di foschia molto bassa, ma questa è un'insidia comune a quasi tutti gli itinerari escursionistici oltre una certa quota). Lo scenario dell'alta valle è sempre molto suggestivo, soprattutto nel suo lato sinistro, chiuso dalla costiera che la separa dalla valle Merdarola. Se si dovesse perdere la traccia, molto labile in questo tratto, si può prendere come punto di riferimento la più bassa delle casere ("casén") al di sopra del limite boschivo, ben visibile e posta a 1939 metri, a destra di un grande masso. Oltrepassata la casera, la discesa diventa più ripida e la traccia più marcata. Dopo aver attraversato un tratto di bosco, si raggiunge un nuovo ampio prato, passando molto a sinistra di un'altra casera, per poi rientrare nel bosco e scendere alle baite diroccate della Corte di Cevo (“cort dè cèf”, m. 1769).
La successiva discesa a Ceresolo (Sceresö, m. 1041) avviene in gran parte nel bosco, il che, d'estate, permette di difendersi dalla calura, che non fa sconti agli escursionisti affaticati. La bassa valle di Spluga diventa sempre meno suggestiva ed offre molti segni che testimoniano gli effetti dell'abbandono della montagna da parte dell'uomo. Salvo poi trovare altri segni che indicano un ritorno di interesse economico: si sta, infatti, costruendo un bacino artificiale per una piccola centrale idroelettrica.
L'ultimo tratto della discesa avviene su una mulattiera ben costruita, che taglia la forra terminale della valle e raggiunge un ponte posto a circa 700 metri. Vale la pena di oltrepassarlo, per raggiungere il vicino paesino di Cevo e scambiare qualche impressione con la gente del posto, scendendo poi, lungo la strada, alle cascate del Ponte del Baffo, spettacolo che certo risentirà della costruzione dell'invaso.
Il sentiero Italia, però, non passa per il ponte, ma, poco prima che la mulattiera lo raggiunga, se ne stacca sulla sinistra, compiendo una lunga traversata dell'aspro e un po' desolato fianco montuoso occidentale della bassa Val Masino. Qui la traccia è ben visibile e segnalata, ma in diversi punti molto sporca: si tratta della sezione meno esaltante del sentiero, che, oltretutto, impone anche l'attraversamento di un corpo franoso ed una salita di oltre 150 metri. Superato un vallone, si raggiungono infine le case di Cornolo (“còrnol”), Ca' di Mei e Ca' dei Sandri, per poi scendere a Cataeggio (m. 787) da sud ovest. Qui, o nella vicina Filorera (m. 841, vedi immagine), si può comodamente pernottare.
Questa tappa comporta un dislivello complessivo, in salita, di circa 650 metri, e tempi medi che si aggirano intorno alle 6 ore, sempre, ovviamente, al netto delle soste. Consiglio però vivamente di prolungarla di un paio d'ore, salendo, lungo la strada, al pianoro fra Filorera e San Martino (m. 923), almeno fino alle prede, cioè ai grandi massi caduti, in qualche mitico e remoto tempo di lotte fra giganti, dalla laterale valle di Preda. La più grande di queste prede è la celeberrima Preda di Remenno, detta anche Sasso Remenno (m. 943), che è anche il più grande monolito d'Europa ed una frequentatissima palestra di roccia.
Se invece si è troppo stanchi, si potranno comunque osservare da Filorera l'affilata cima del Cavalcorto, forse il simbolo più rappresentativo della
Val Masino, e, alla sua destra, gli eleganti pizzi del Ferro (sciöma dò fèr), testata della valle omonima (se qualche vostro amico sta percorrendo la terza tappa del sentiero Roma, può darsi che stia passando proprio di lì...).

CARTA DEL PERCORSO sulla base della Swisstopo, che ne detiene il Copyright. Ho aggiunto alla carta alcuni toponimi ed una traccia rossa continua (carrozzabili, piste) o puntinata (mulattiere, sentieri). Apri qui la carta on-line

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