CARTA DEL PERCORSO sulla base della Swisstopo, che ne detiene il Copyright. Ho aggiunto alla carta alcuni toponimi ed una traccia rossa continua (carrozzabili, piste) o puntinata (mulattiere, sentieri). Apri qui la carta on-line

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Rimettiamoci in marcia: è tempo di puntare al passo che ci condurrà in alta Val Fontana. Dopo un ultimo sguardo ai bellissimi scenari che ci circondano,
di cui pizzo Scalino, alla nostra sinistra, appare il re,
riprendiamo a camminare ed a scrutare i massi vicini e lontani, alla ricerca dei segnavia.
Per un breve tratto restiamo intorno a quota 2700, poi qualche piccola discesa ci fa abbassare un poco. Passiamo a valle di una curiosa cascatella, che esce da una spaccatura di due massicce formazioni rocciose.
Scrutando davanti a noi, vediamo i segnavia su massi che individuiamo ad una certa distanza, sotto di noi: cominciamo così a descrivere un arco in discesa, che ci avvicina ad un lungo dosso di rocce arrotondate.
Alla fine lo fiancheggiamo per un tratto, in discesa, finché, a quota 2540, circa, finalmente la discesa termina,
al cospetto della severa parete della punta Painale,
perché, raggiunto il piede del dosso citato, possiamo ora aggirarlo: finalmente, perché per ogni metro perso, ce ne sarà uno che dovremo riguadagnare in salita.
Con un breve arco in senso contrario a quello finora descritto, svoltiamo a sinistra e cominciamo la salita verso il passo. Il punto di svolta è anche quello a cui giunge una traccia di sentiero che proviene dal rifugio De Dosso. Difficilmente, però, riusciremo a scorgerla.
Anche nella salita i segnavia non sono molti,
ma non si può sbagliare.
Lasciamo alla nostra destra una bella morena e risaliamo un canalone di sfasciumi,
rimanendo a sinistra di un piccolo corso d’acqua. Un mare di massi rossastri è l’unico testimone delle nostre fatiche, perché siamo in cammino da più di tre ore e la quota elevata aumenta lo sforzo.
Aggirata sulla sinistra una modesta formazione rocciosa, eccoci finalmente al corridoio terminale, che adduce al passo.
Esperienza meravigliosa, quella dei passi: ti avvicini, ed hai davanti agli occhi solo l’esile striscia della sella, stagliata contro l’infinito del cielo,
e poi, d’improvviso, un altro mondo, un altro orizzonte, altri spazi, inattesi e mai visti, si dischiudono di fronte al tuo sguardo.
In questo caso la sorpresa è veramente grande, anche per chi ha già familiarità con l’alta Val Fontana: quel che appare, infatti, non è solo l’ampio circo della val Forame, che chiude a nord-ovest la Val Fontana,
non è solo la successione delle laterali orientali della valle, val Sareggio, valle dei Laghi e val Malgina,
ma anche una fuga di quinte costituita da cime lontane, di cui non sappiamo probabilmente riconoscere il profilo, ma che ci restituiscono l’impressione di una profondità senza fine.
In effetti la quota cui è posto il passo è considerevole: se consideriamo il Sentiero Italia dalla Val Codera fino a Tirano nel suo complesso, l’altezza di questo passo è inferiore solo a quella della bocchetta di Caspoggio, sul cammino della sesta tappa dell’Alta Via della Valmalenco. E la capanna Cederna-Maffina, meta della semitappa, appare come un piccolo puntino, sui pascoli più alti, a sinistra rispetto al nostro punto di osservazione.
Merita, però, uno sguardo anche il crinale di nord-nord-est della punta Painale, che scende fino alle ultime rocce alla nostra destra: si tratta, infatti, del crinale sfruttato da chi scala la cima.
La scalata è classificata come facile, ma ai profani dell'alpinismo, almeno vista così, ad occhio, non apparirà certo tale. Del resto, è cosa nota che alpinisti e consumascarpe (così si potrebbero definire gli appassionati dell’escursione) rappresentano due tipi antropologici diversi fra coloro che amano la montagna, la frequentano e la rispettano. Bene, è tempo di por fine alle chiacchiere e di accingerci a scendere. Le chiacchiere, però, sono necessarie per prendere un po’ di tempo ed abituarsi all’idea di scendere su un versante che, nel primo tratto, ha una pendenza di tutto rispetto.
Il primo passaggino, su roccia e terreno franoso, esige attenzione, ma anche più sotto, per le prime decine di metri, bisogna procedere con cautela. Una traccia di sentiero scende leggermente verso destra, per poi perdersi. Un segnavia su un masso ben visibile, sotto, ci indica che dobbiamo utilizzare un canalino ingombro di materiale franoso, oppure un piccolo dosso erboso. Raggiunto il masso, scendiamo ancora, su un terreno sempre insidioso, ma meno ripido. Questa discesa è sconsigliabile in presenza di neve, che qui si può trovare anche ad inizio di stagione.
In fondo, su un grande masso in un pianoro dove anche a stagione avanzata si annida un nevaietto, un segnavia ci attende, paziente. Senza percorso obbligato, lo raggiungiamo, puntando poi al successivo segnavia, che ci fa piegare a sinistra. La nostra meta è il rifugio Cederna-Maffina, il cui solitario edificio, perso fra i pascoli della val Forame, possiamo già individuare dal passo, guardando alla nostra sinistra.

Se, dal pianoro, proseguiamo la discesa, scendiamo fino all’alpe Forame, dove troviamo una baita isolata, a 2168 metri, ed intercettiamo il sentiero che sale al rifugio dall’alpe Campiascio (m. 1680). Questa soluzione deve essere scelta da chi elegge come punto terminale della tappa non il rifugio Cederna-Maffina, ma il rifugio ANA Massimino Erler, in località Campello: in questo caso si deve proseguire su una carrozzabile che, dall’alpe Campiascio, scende al Pian dei Cavalli, per poi proseguire fino al rifugio.

Chi vuole, invece, raggiungere la capanna Cederna-Maffina deve seguire il percorso disegnato dai segnavia, che effettua una traversata più breve, in quanto, poco sopra quota 2500, punta direttamente in direzione del rifugio, superando una fascia di massi, fra quota 2520 e quota 2550 circa, e proseguendo in direzione di un vallone dal quale scende uno dei corsi d’acqua che confluiscono nel torrente della valle. Superato il vallone, alla fine siamo al rifugio, posto a quota 2587. Va notato che esiste anche una piccola variante, segnalata nell’ultimo tratto, sulla destra, da segnavia bianco-rossi, variante che porta ad incrociare, più in basso, al secondo tornante, il sentiero che dalla capanna scende alla val Forame.

In ogni caso, vale un’avvertenza: l’abbandono dei pascoli della Val Forame ha contribuito non solo ad arricchirne la presenza di marmotte, il cui acuto fischio costituisce un elemento imprescindibile dello scenario sonoro alpino, ma anche, sembra, di vipere, che, invece, si fanno sentire assai meno. Una notazione, a proposito della solitudine: il passaggio dalla Valmalenco, sempre affollata, almeno nel periodo estivo, alle valli Painale e Forame suscita una forte impressione, in quanto sembra di essere approdati a mondi assai diversi. Qui domina, infatti, anche d’estate, un forte senso di enigmatica solitudine, tanto da far nascere in noi l’impressione di aver effettuato un cammino non nello spazio, ma, a ritroso, nel tempo, verso un tempo nel quale la montagna non era ancora terreno d’elezione per gli amanti di un incontro con la natura (relativamente) incontaminata, ma luogo di taciturne e quotidiane fatiche e ristrettezze. E’ come se in questi luoghi l’uomo si fosse arreso, abbandonandoli, e la montagna celebrasse il suo trionfo, un trionfo non disturbato dai rari animali peregrinanti e zainati. Per tutti questi elementi di suggestione, questa tappa del Sentiero Italia ha qualcosa di unico.

A proposito di animali peregrinanti e zainati: ne esiste una sottospecie, ormai scomparsa da tempo, molto legata a questi luoghi e, forse, anche alle vicende del rifugio che abbiamo raggiunto. Si tratta dei contrabbandieri, che sfruttavano i luoghi toccati dal Sentiero Italia, dalla Val Fontana al versante retico sopra Teglio, Bianzone, Villa di Tirano e Tirano, per esercitare la loro attività, contrastati dalla Guardia di Finanza, che proprio nell’attuale rifugio ANA Massimino Erler aveva una sua caserma. La costruzione del rifugio data esattamente ad un secolo fa: nel 1903, infatti, grazie alla generosità di Antonio Cederna, che amava profondamente questi luoghi (tanto da scrivere, nel lontano 1866, un volume intitolato Monti e passi della Val Fontana), e per interessamento della sezione valtellinese del CAI, venne eretta la capanna, inaugurata il 31 luglio dell’anno successivo (per cui l’anno prossimo si festeggia il centenario), capanna che però ebbe una vita travagliata, in quanto già nel 1914 venne gravemente danneggiata.
Venne avanzata anche l’ipotesi che ciò fosse accaduto ad opera della Guardia di Finanza, per togliere ai contrabbandieri un punto di appoggio fondamentale. Un intervento di ricostruzione, nel 1926, portò alla temporanea riapertura del rifugio, che, tuttavia, venne di nuovo chiuso nel 1938, dopo una seconda azione di danneggiamento. Dobbiamo, quindi, giungere ad anni più vicini a noi, e precisamente al 1980, per vedere la riapertura della struttura, grazie all’iniziativa della sezione valtellinese del CAI. La denominazione fu ampliata, per commemorare, oltre al Cederna, anche i fratelli Fedele ed Antonio Maffina, morti due anni prima scalando il pizzo di Coca, nelle Alpi Orobie.
La presenza di un rifugio in questi luoghi si giustifica non solo dal punto di vista alpinistico, ma anche e soprattutto da quello escursionistico. Fra le ascensioni è da menzionare, oltre a quelle alla punta Painale ed al pizzo Canciano, quella al pizzo Scalino. Se guardiamo, infatti, dal rifugio in direzione nord, individuiamo facilmente una depressione denominata Colle o Passo di Val Fontana (m. 3008), collocata, più o meno, a metà strada fra i pizzi Scalino (m. 3323), a sinistra, e Canciano (m. 3103), a destra. Dal passo si accede direttamente al limite meridionale della Vedretta del pizzo Scalino, che viene poi percorsa in direzione oves-sud-ovest, fino all’attacco finale che permette di raggiungere la vetta. C’è poi da ricordare che tale vetta è raggiungibile dalla Cederna-Maffina anche per diversa via, cioè percorrendo il crinale meridionale.

Il rifugio è anche un importante crocevia escursionistico: di qui non passa, infatti, solo il Sentiero Italia, ma anche l’Alta Via della Val Fontana, che descrive un ardito arco in prossimità del crinale della valle, percorrendone il circo terminale, verso est, e le laterali val Sareggio, dei Laghi e Malgina, per poi affrontare il crinale che passa per il pizzo Combolo (m. 2900) ed il monte Calighè (m. 2698) e scendere, passando dal facile monte Brione (m. 2542), alla parte alta di Prato Valentino, sopra Teglio. Ci si potrebbe domandare per qual motivo il Sentiero Italia, dopo aver seguito per un buon tratto l’Alta Via della Valmalenco, non faccia lo stesso con quella della Val Fontana. La risposta è probabilmente questa: la seconda traversata è, in molti punti, più ostica e faticosa della prima, il che la pone fuori della portata di molti escursionisti.
Qualche nota tecnica, per concludere. La tappa, nella sua interezza, richiede circa 4 ore e mezza di marcia (6 se decidiamo di scendere fino al rifugio Erler), ed il superamento di un dislivello in salita di circa 930 metri.
Le due semitappe, invece, sono così riassumibili: dal rifugio Cristina al passo degli Ometti è necessaria un’ora e tre quarti circa di cammino, per superare 530 metri circa di dislivello; dal passo degli Ometti al rifugio Cederna-Maffina sono necessarie circa due ore e tre quarti di cammino, per superare 400 metri circa di dislivello in salita. Per proseguire nel cammino, apri la terza presentazione.

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