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Punti di partenza ed arrivo |
Tempo necessario |
Dislivello in altezza
in m. |
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti) |
Dascio-S. Fedelino-Novate Mezzola-Avedèe-Codera |
6 h |
900 |
E |
L’
E.R.S.A.F., Ente Regionale per i Servizi all’Agricoltura e alle
Foreste, sta completando (luglio 2006) la pulizia, l’attrezzatura
e la segnaletica di una nuova importante traversata,
in sei giornate (meglio, cinque effettive più una aggiuntiva),
dal Pian di Spagna alla piana della Val Torreggio,
in Valmalenco, ai piedi dei Corni Bruciati. Si tratta dell’itinerario
denominato “Sentiero Life delle Alpi Retiche – Dal
cigno alla pernice bianca”, e si affianca alle due importanti
traversate già esistenti sulla medesima direttrice, il più
basso Sentiero Italia Lombardia nord 3 ed il più alto e celebre
Sentiero Roma. La traversata è stata individuata con la collaborazione
delle Scuole d’Alpinismo, Scialpinismo e Arrampicata “Associazione
Guide alpine Val Chiavenna” e “Il Gigiat”, e si inserisce
nel Progetto Life Natura 2000, denominato “Reticnet: 5 siti per
la conservazione di zone umide e habitat prioritari”, il primo
progetto di conservazione ambientale all’interno del territori
del futuro Parco Val Codera, Disgrazia, Bernina.
Cinque sono, infatti, i S.I.C. (Siti di Importanza
Comunitaria) toccati dal sentiero, la riserva naturale del
Pian di Spagna (IT 2040022), la Val Codera (da "cotaria" e quindi da "cote", cioè masso) (IT 2040018), la Valle dei
Ratti (IT 2040023), la Valle di Mello – Piano di Preda Rossa (IT
2040020), i Bagni di Masino – Pizzo Badile (badì) – Pizzo del Ferro
(IT 2040019). Fra i suoi molteplici elementi di interesse (scenari di
forte impatto visivo, ambienti di primario valore naturalistico) non
ultimo è la possibilità, che esso offre, di visitare luoghi
molto poco conosciuti, quindi di sicuro interesse per gli amanti di
una montagna meno affollata e battuta.
Eccone,
in sintesi, l’articolazione. Nella prima giornata
si parte da Dascio, sul lago di Mezzola, si raggiunge il tempietto romanico
di S. Fedelino, si effettua la traversata in traghetto a Novate Mezzola
e di qui si sale a Codera. Nella seconda si effettua
la traversata Val Codera (da "cotaria" e quindi da "cote", cioè masso)-Valle dei Ratti, seguendo per un tratto il
Tracciolino e salendo, lungo il vallone di Revelaso (o Revelasco: da "rava", dirupo), alla forcella di
Frasnedo, per poi scendere a Frasnedo. Nella terza si passa per il bivacco Primalpia (etimologicamente, la prima fra le alpi, l'alpe per eccellenza) e per il passo omonimo, raggiungendo
l’alta valle di Spluga (Val Masino), che si attraversa in quota
fino al passo del Calvo, il quale consente la finale discesa al rifugio
Omio in Valle dell’Oro. Nella quarta si scende,
sul sentiero Omio-Bagni Masino, al pian del Fango (córt dai fènch) e di qui si risale
all’alpe Sceroia ed al pianone della Val Porcellizzo ("val do porscelécc"), per poi
tornare a scendere alla Casera Vecchia di Porcellizzo e di qui imboccare
il sentiero che, passando per il Brasco (termine che forse deriva dalla radice lombarda "brasch", "bruciato", da cui anche "braschée", caldarroste), conduce all’imbocco della
Val di Mello ("val da mèl"). Nella quinta giornata da S. Martino ci
si inoltra in Val di Mello ("val da mèl"), risalendo tutta la Val Romilla ("val da roméla", sua laterale
meridionale) fino al passo omonimo, per il quale, alla fine, si scende
alla Piana di Preda Rossa ("pianùn de préda rosa"), intercettando il sentiero per il rifugio
Ponti, per poi salire al rifugio medesimo o scendere all’alpe
di Sasso Bisolo ("sas besö"), dove si trova il rifugio Scotti. Nella sesta giornata, da considerarsi aggiuntiva rispetto al Sentiero Life in senso
stretto, si effettua, infine, la traversata dal rifugio Ponti al rifugio
Bosio per il passo di Corna Rossa (alternativa A), oppure la traversata
dal rifugio Scotti al rifugio Bosio passando per la Val Terzana, il
passo di Scermendone, l’alta Valle di Postalesio ed il passo di
Caldenno (alternativa B).
Eccezion fatta per la prima e la terza tappa, si tratta, dunque, di
un percorso da trekking di impegno paragonabile al celeberrimo Sentiero
Roma, e quindi riservato ad escursionisti esperti ed allenati. Vanno
quindi offerte alcune avvertenze generali. Il sentiero
non richiede una specifica preparazione alpinistica, ma non va neppure
preso sotto gamba. Nella quarta giornata ci sono alcuni passaggi attrezzati,
per cui è
necessario
munirsi di cordino e moschettone per assicurarsi alle corde fisse. Non
è affatto prudente affrontarlo da soli, o in condizioni di allenamento
non adeguate. È del tutto sconsigliabile, poi, affrontarlo con
neve o nelle giornate di tempo brutto (la segnaletica è ottima,
per cui i problemi di orientamento sono minimi, ma il rischio di essere
sorpresi da temporali in luoghi “fuori mano” è elevato).
Non si confidi nei telefonini: per la maggior parte del percorso restano
desolatamente muti. Un ultimo ammonimento, se ce ne fosse bisogno: attenzione
ai sassi mobili, che escursionisti poco attenti possono involontariamente
lanciare sui malcapitati che si trovano più in basso: sono veri
e propri proiettili, possono uccidere. Il periodo migliore per effettuare
la traversata è quello compreso fra luglio e settembre (anche
ottobre è un ottimo mese, se già non è nevicato
in quota). Per il resto dell’anno la neve può costituire
un’insidia di non poco conto.
È tempo, però, di entrare nel merito della prima tappa,
da Dascio a Codera. Dascio è un grazioso borgo
che si trova sulle rive di una diramazione meridionale del lago di Mezzola.
Chi proviene da Milano lo può raggiungere, uscito dalla superstrada
Lecco-Colico, prendendo in direzione della Valchiavenna e poi di Como.
Proprio all’imbocco della ss. Regina, che costeggia la riva occidentale
del Lario fino a Como, si trova il Ponte del Passo, superato il quale
si prende subito a destra, imboccando una stretta stradina asfaltata
(indicazione per Dascio). Raggiunto il paesino, lasciamo l’automobile
nei pressi della chiesetta, al parcheggio del lungolago. Il sentiero
ha come sottotitolo “dal cigno alla pernice bianca”: ebbene,
è questo il momento del cigno, dal momento che ci potrà
capitare di scorgerne qualche superbo esemplare sulle acque del laghetto
che costituisce una sorta di diramazione meridionale del più
grande lago di Novate Mezzola. Se, però, invece di cigni vedremo
qualche simpatica anatra, non restiamo delusi: anche questi animali
meritano la nostra curiosa attenzione.
Cominciamo, poi, a salire, da una quota di 203 metri, lungo la via Bruga,
seguendo le indicazioni per il tempietto di S. Fedelino, dato a 2 ore.
Dopo
un tornante destrorso, la strada asfaltata termina, lasciando il posto
ad una carrozzabile sterrata. Affisso su un vecchio lavatoio troviamo
il primo cartello giallo dell’Ersaf, con la denominazione del
sentiero. Ne troveremo altri, nei principali snodi della lunga traversata.
Superate alcune baite, ci portiamo, salendo leggermente, al tempietto
dedicato ai caduti in guerra, posto, in posizione panoramicissima, sul
cosiddetto “Sasso di Dascio” (m. 277).
Troviamo, qui, un pannello che illustra le caratteristiche della Riserva
Naturale Pian di Spagna – Lago di Mezzola. Da esso apprendiamo
che il Pian di Spagna si trova sul corridoio dello Spluga, uno dei punti
di più agevole attraversamento dell’arco alpino, ed è
crocevia di importanti rotte di migrazione, per cui ospita, durante
l’inverno, diverse specie di uccelli legati alle zone umide. La
sua importanza eccezionale è legata al fatto che è rimasto,
insieme con le Bolle di Magadino, in canton Ticino, alle torbiere del
lago d’Iseo ed ai laghi della Brianza, l’unica area umida
di un certo rilievo superstite sul versante meridionale della Alpi.
Per questo motivo nel 1971 è stato segnalato, nella Convenzione
di Ramsar, come zona umida di interesse internazionale ed è diventato,
nel 1985, riserva naturale. La sua denominazione deriva dalla presenza
spagnola nei secoli XVI, XVII e XVIII. Gli spagnoli, che possedevano
il ducato di Milano, per fortificare questa regione di confine (la Valtellina
era possesso della lega Grigia), edificarono proprio qui, fra il 1603
ed il 1606, quella fortezza che prese il nome dal conte di Fuentes,
governatore di Milano. A quel tempo, dopo una serie di rovinose alluvioni,
l’Adda sfociava nel lago di Como proprio presso il ponte del Passo,
e si era formata un’area paludosa e malsana che divideva il lago
di Como in due parti. Furono gli Austriaci a bonificare la zona, fra
il 1700 e la metà del 1800, realizzando anche l’attuale
canale dell’Adda. Queste note ci aiutano a capire l’importanza
naturalistica e storica del
piano
che possiamo, da qui, dominare in tutta la sua bellezza, incorniciato,
a sud, dall’inconfondibile corno del monte Legnone, l’ultima
vetta significativa della catena orobica occidentale. A sinistra del
monte Legnone si apre un interessante spaccato della Val Lésina (termine che rimanda al significato di torrente che scava profondamente la valle).
Più a sinistra ancora, dopo il lungo crinale che scende dai monti
Brusada e Bassetta (linea di confine fra Costiera dei Cech e Valchiavenna),
ecco, infine, la Valle di Ratti, che mostra la sua sezione bassa e mediana,
nascondendo però buona parte della sua testata. Avremo modo di
conoscerla da vicino durante la seconda e, soprattutto, la terza tappa.
Dopo un bel tratto con fondo in grisc (pietra arrotondata disposta con
sapienti geometrie), eccoci ad un bivio, al quale dobbiamo prendere
a destra, seguendo le indicazioni del Sentiero del Giubileo
2000, nel quale, ora, ci immettiamo. Il sentiero, segnalato
con segnavia rosso-bianco-rossi e bianco-rossi, segue l'antico tracciato
della Via Regina, che percorre il lato occidentale del Lario, nel punto
in cui questa si innalza, rispetto alla, sponda del lago e punta in
direzione della Valchiavenna e dei passi alpini. L’interesse religioso
del sentiero, che per questo è stato inserito nel Sentiero del
Giubileo, è legato al fatto che conduce al luogo nel quale fu,
secondo la tradizione, martirizzato, il 28 ottobre del 298 d.C., uno
dei padri della fede nel comasco, San Fedele, cui è dedicato
il già menzionato tempietto di S. Fedelino. Dopo aver incontrato
un masso sul quale il tempietto è dato, un po’ pessimisticamente,
a tre ore di cammino (ma non s’era detto due ore…?), la
carrozzabile lascia il posto ad un sentiero che si immerge nel bosco,
scendendo, ben presto, ad uno splendido ponte in pietra che scavalca
la forra scavata dal torrente del Vallone del Poncio. Sul lato opposto,
riprendiamo a salire e, superati alcuni ruderi, incontriamo, sempre
nel cuore del bosco di castagni, un bivio, al quale prendiamo a destra.
Il sentiero attraversa, su un ponte di legno, anche una vallecola minore,
proponendo, subito dopo, un tratto in salita elegantemente scalinato.
Un successivo tratto pianeggiante propone alcuni castagni secolari,
alberi cavi e gemini, simbolo di una vita che sembra attraversare, con
radici
tenaci, i flutti ed i marosi della storia. Il luogo ha un sapore quantomeno
arcano, che si gusta appieno solo nel più profondo silenzio.
Avanti ancora, fino ad un nuovo rudere, oltrepassato il quale usciamo
all’aperto. Incontriamo un secondo cartello del Sentiero del Giubileo,
sotto il quale è posta anche la piccola targhetta quadrata con
la scritta gialla “Life” contornata da 12 stelle, su fondo
azzurro, una targhetta che incontreremo spesso, nel cammino. Un nuovo
tratto nel bosco, ed eccoci, dopo una specie di corridoio nella roccia,
di nuovo all’aperto, in un tratto molto panoramico (ottimo il
colpo d’occhio sul lago di Mezzola: il laghetto di Dascio appare
già lontano, mentre, dai boschi di mezza costa, a destra, emerge
il campanile di Albonico). Possiamo vedere, ora, in basso, anche Novate
Mezzola, alle cui spalle la bassa Val Codera (da "cotaria" e quindi da "cote", cioè masso) nasconde di sé molto
più di quanto mostri. Siamo al punto più alto di questa
prima sezione della prima giornata, a 472 metri. Ora si comincia a scendere,
rientrando anche nel bosco, fino ad un cartello della Comunità
Montana di Val Chiavenna, che ci segnala che siamo sul percorso storico
della Via Regina.
Il cartello è posto ad un bivio. In entrambe le direzioni si
può raggiungere S. Fedelino. La direzione di destra, nonostante
sia leggermente più impegnativa in discesa, merita, però,
di essere scelta, perché passa per la sommità del cosiddetto
Salto delle Capre (o Mot di Bech, a m. 329). Si tratta
di un precipizio alla cui sommità giungiamo quasi subito. Il
luogo, ottimo belvedere naturale sul lago di Mezzola, è costituito
da una roccia posta in sicurezza da un parapetto (non è proprio
il caso di sporgersi!). Sul fondo del precipizio è posta una
spiaggetta in un’insenatura del lago di Mezzola. Suggestivo davvero
il panorama: sulla destra un vertiginoso salto gemello, più a
sinistra i paesi di Verceia (all’imbocco della Valle dei Ratti)
e, seminascosto, Novate Mezzola (all’imbocco della Val Codera).
La bassa Val Codera è dominata dall’inconfondibile profilo
del Sasso Manduino (m. 2888), massiccio e squadrato, uno dei simboli
più rappresentativi di queste montagne. Dopo
esserci
goduti il panorama, riprendiamo la discesa, su un comodo sentiero che,
però, lascia il posto, più in basso, ad una traccia tormentata
che sembra precipitare, fra alcune roccette, su un corpo franoso di
sassi bianchissimi. Il superamento delle roccette richiede cautela;
sul corpo franoso, invece, la traccia di destreggia con eleganza.
Al termine della discesa, un cartello ci indica la direzione (sinistra)
per il tempietto di S. Fedelino, e, in breve, siamo
all’amena radura che, sulle rive del fiume Mera, ospita questo
luogo sacro (m. 200). Si tratta di un tempietto romanico che risale
al 964, edificato, in sostituzione di un precedente tempietto andato
in rovina, sul luogo nel quale fu decapitato e sepolto, il 28 ottobre
del 298 d.C., uno dei padri della fede nel comasco, San Fedele, soldato
romano che pagò con la vita l’adesione alla nuova fede
cristiana. L’edificio, proprietà della parrocchia di Novate
Mezzola, ha dimensioni davvero ridotte (m. 6,2 x m. 4,5) ed ha una pianta
quadrata, con l’abside rivolta ad est, il punto cardinale che
simboleggia la luce nascente. Sul lato opposto, ad ovest, dovrebbe trovarsi
la facciata, che però è addossata alla roccia del monte
Berlinghera, in quanto il tempietto venne costruito sullo stretto lembo
di terra compreso fra il monte ed il lago, che ora si è ritirato,
lasciando il posto al fiume Mera, che scende dalla piana di Chiavenna.
E’ possibile ammirarne l’interno solo nei giorni in cui
viene aperto al pubblico (da MArzo (termine che deriva da "arso") ad Ottobre, il sabato, la domenica
e nei giorni festivi negli orari 11-12 e 14.30-16.30, oppure su prenotazione;
l’ingresso è soggetto al pagamento di una tariffa; telefonare,
per informazioni, ai numeri 034344085, 034336384, 034337485, 034333442
o 034482572).
Un sentiero lascia, in direzione nord-ovest, il tempietto, proponendo,
dopo due tratti serviti da scale metalliche (che hanno sostituite le
precedenti suggestive scale in legno) per superare altrettanti salti
di roccia, un lungo tratto pianeggiante e congiungendosi con il Sentiero
del Giubileo (che abbiamo lasciato al bivio sopra menzionato, per visitare
il Salto delle Capre). Il sentiero raggiunge, poi, i ruderi della chiesa
di S. Giovanni all’Archetto, chiesa medievale (ricostruita nel
Seicento) che era collocata nei pressi del punto al quale giungeva allora
il lago di Como (m. 205;
siamo
in comune di Samolaco, dal latino Summo Lacu, cioè il punto più
alto del lago). Di qui una carrozzabile raggiunge la strada asfaltata
in località Casenda; seguendola e prendendo a destra, raggiungiamo
la via Trivulzia presso il Ponte Nave, sul fiume Mera; seguendola verso
sud-est, raggiungiamo, dopo 3 km, Novate Mezzola, dove comincia il secondo
segmento di questa prima tappa. Ma questa faticosa e noiosa camminata
può essere evitata passando direttamente, via traghetto, da S.
Fedelino a Novate Mezzola. Il servizio di traghetto prevede l’imbarco
presso il ristorante La Barcaccia di Verceia, con partenza mattutina
alle 10.30 e ritorno alle 12.30, con partenza pomeridiana alle 13.30
e ritorno alle 16.15. Il numero telefonico del ristorante, per informazioni,
è 034344164.
Bene, via terra o, più comodamente, via fiume, eccoci a Novate
Mezzola, paese posto all'imbocco della Val Chiavenna. Dobbiamo
ora, seguendo le indicazioni per la Val Codera, salire alla parte alta
del conoide di deiezione che ospita l’abitato, e precisamente
dai 316 metri del parcheggio di Mezzolpiano, dal quale si stacca una
bellissima mulattiera, larga un paio di metri, spesso scalinata ed incisa
nel granito (il famoso San Fedelino, che deve la sua denominazione proprio
alla devozione a S. Fedele, di cui già si è detto). La
Val Codera e la Valle dei Ratti sono le uniche, fra le valli maggiori
della provincia di Sondrio a non essere accessibili alle automobili:
questo ha contribuito a conservarne le caratteristiche naturali, conferendo
ad esse un fascino per molti aspetti unico e giustificando il loro inserimento
fra i siti di interesse comunitario. Il tratto Mezzolpiano-Codera fa
parte anche della prima tappa degli altri due grandi sentieri che effettuano
la traversata Novate-Val Masino, il Sentiero Italia Lombardia Nord 3
ed il Sentiero Roma. La mulattiera sale, nel primo tratto, in un bosco
di castagni.
Le
fatiche iniziali impongono qualche sosta, anche perché il fiato
non è ancora rotto. In particolare, ad una prima cappelletta
ci si può volgere alle spalle per ammirare l’ottimo colpo
d’occhio sul Pian di Spagna e sul lago di Novate Mezzola, cui
fa da cornice, sul fondo, spostato a sinistra, il massiccio corno del
monte Legnone, che abbiamo già imparato a riconoscere. Poi alla
cornice di un gentile bosco di castagni si sostituisce quella più
severa della nuda roccia, il granito, signore del Sentiero Roma. Il
sentiero è qui scavato proprio nel granito, e solo così
può scavalcare la forra terminale della valle, che precipita,
selvaggia, per circa 300 metri, sul fondo del torrente Codera.
Più avanti, incontriamo, a quota 714, una seconda cappelletta,
al culmine dello sperone roccioso che veglia il fianco settentrionale
della bassa Val Codera; poi ci tocca una prima discesa, all’ombra
di un bosco di betulle, olmi e castagni, fino ad un valloncello, superato
il quale riprendiamo a salire, fino all'abitato di Avedee,
posto a 790 metri, sul lungo dosso che scende verso sud-est dal monte
omonimo (m. 1405). Dalle sue baite solitarie si vede bene Codera, il
centro principale della valle. Sulla sua verticale, il pizzo di Prata
(m. 2727), denominato anche “Pizzasc”, che sovrasta, sul
lato opposto della catena montuosa, anche Prata Camportaccio. Ad Avedèe
troviamo anche graziosa chiesetta.
Ci tocca, ora, un tratto in discesa, elegantemente scalinato, con qualche
tornante: scendiamo di un centinaio di metri per superare valloni dirupati,
che ci impongono poi diversi saliscendi, ed anche l’attraversamento
di due gallerie paramassi. Prima della seconda, superiamo un breve tratto
nel quale la montagna sembra incombere proprio sul nostro capo: un grande
roccione si ripiega sopra la nostra testa, come una bocca pronta a richiudersi.
Attraversata la seconda gallerie si torna a salire, si incontra una
nuova cappelletta e si raggiunge il piccolo cimitero del paese. Una
scritta sulla parete della cappelletta antistante ci invita a meditare
sulla fragilità della condizione umana: “Ciò che
noi fummo un dì voi siete adesso, chi si scorda di noi scorda
se stesso”. No, non ci vogliamo scordare di chi riposa qui. Delle
generazioni che qui, in questa valle aspra ed insieme dolce, hanno visto
dipanarsi l’intero filo dell’esistenza, un’esistenza
quieta, severa, anche misera, difficilmente immaginabile. L’esistenza
di chi ha dovuto strappare alla valle di che sopravvivere, mentre noi,
ora, strappiamo scampoli di emozioni profonde. Dentro la cappelletta,
la Madonna della visione dell’Apocalisse, coronata di stelle,
nell’atto di schiacciare il dragone-serpente, simbolo del male.
Proseguiamo, incontrando un’altra cappelletta.
Ed ecco, infine, l'imponente campanile della chiesa di S. Giovanni Battista,
a Codera (m. 825), staccato dal corpo della chiesa.
E, nella piazza della chiesa, uno dei due rifugi che qui si trovano,
la Locanda Risorgimento (il secondo rifugio, nella parte più
alta del paese, è denominato "Osteria alpina"). Qui
possiamo pernottare, in attesa della seconda tappa. Approfittiamo della
sosta per fermarci a gustare l'abitato, che non rimane deserto neppure
nei mesi invernali e presenta, fra gli altri motivi di interesse, un
caratteristico museo etnografico, nell’edificio dell’ex-oratorio.
Facciamo, infine, due conti. Il dislivello superato non è eccessivo
(900 metri circa), ma lo sviluppo è ragguardevole (approssimativamente
14 km), nell’ipotesi di aver utilizzato il traghetto. Calcoliamo,
dunque, circa 6 ore di cammino.
Chi volesse
ulteriori informazioni o aggiornamenti, può
rivolgersi all’ERSAF, a Morbegno (SO), tel. 02 67404.581, fax
02 67404.599, oppure all’Infopoint ERSAF, tel. 02-67404451 o 02-67404580;
può anche scrivere a oscar.buratta@ersaf.lombardia.it,
oppure a life@ersaf.lombardia.it.
Risulta utile anche la consultazione del sito Internet www.lifereticnet.it/italiano/home.htm