Accendi
le casse per ascoltare un mio brano ispirato a questi luoghi
Apri qui una galleria di immagini
Punti di partenza ed arrivo |
Tempo necessario |
Dislivello in altezza
in m. |
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti) |
Rifugio Omio.Alpe Sceroia-Pianone del Porcellizzo-Brasco-San Martino |
6 h |
700 |
E |
La
quarta giornata del Sentiero Life, così come la quinta, si svolge
interamente in Val Masino. Essa prevede un itinerario di impegno medio-basso,
su terreno tranquillo, e ci consente di recuperare energie dopo il tour
de force della terza giornata, ed in vista di quello dell’ultima.
Può anche costituire un’escursione a se stante (in questo
caso, però, la partenza è ai Bagni di Masino), che si
sviluppa su sentieri poco noti, consentendo la scoperta di angoli insospettati
anche a chi conosce bene la Val Masino. Ecco, in sintesi, il percorso:
dalla capanna Omio si scende al Pian del Fango (córt dai fènch), seguendo il classico
sentiero percorso dagli escursionisti che la raggiungono salendo dai
Bagni di Masino, poi lo si lascia per imboccare il sentiero che conduce
all’alpe Sceroia ed al pianone della Val Porcellizzo ("val do porscelécc"); percorso
interamente il bordo del pianone, si scende verso i Bagni per il sentiero
utilizzato da chi sale al rifugio Gianetti, lasciandolo però
alla Corte Vecchia ed imboccando il vecchio sentiero di collegamento
fra Val Porcellizzo ("val do porscelécc") e Val di Mello ("val da mèl"), che passa per il Brasco (termine che forse deriva dalla radice lombarda "brasch", "bruciato", da cui anche "braschée", caldarroste); raggiunto
l’imbocco della Val di Mello ("val da mèl"), si scende per il pernottamento a
San Martino ("san martìn").
Lasciamo, dunque, il rifugio Omio, dedicato a quell’Antonio
Omio che morì scalando la punta Rasica ("rèsga"), in Valle di Zocca ("val da zòca"), il
16 settembre 1935. Prima di metterci in cammino, però, gettiamo
un ultimo sguardo al panorama stupendo di cui si gode dal rifugio. Guardiamo
innanzitutto alle sue spalle, verso ovest. Sulla testata della Valle
dell’Oro possiamo distinguere, sul limite di sinistra (sud), la
cima del Calvo (sciöma del munt Splüga) occidentale, un po’ defilata, ma riconoscibile
come cima più elevata di questo gruppo, sul vertice sud-occidentale
della valle (m. 2967). Alla sua sinistra, e a sinistra di un nevaietto,
la più poderosa mole della cima del Calvo (sciöma del munt Splüga)
orientale (m. 2873), che mostra la sua ampia parete nord-orientale,
tagliata in diagonale dalla cengia del Calvo, di cui conserviamo fresca
memoria. Più a sinistra ancora, ecco la costiera che separa la
Val Ligoncio (val dò ligùnc') dalla Valle della Merdarola (val da merdaröla), e che propone, dopo il netto
intaglio della bocchetta di Medaccio (medàsc', da "meda", mucchio, quindi monte, in forma dispregiativa, m. 2303), le affilate cime della
punta Fiorelli (m. 2391, denominata così in onore della guida
Giovanni Fiorelli, che la salì per primo, insieme al cliente
C. Savonelli, nel 1901) e della punta Medaccio ("èl medàsc", da "meda", mucchio, quindi monte, in forma dispregiativa) (m. 2350). Alle spalle
della costiera, scorgiamo alcune delle cime della Merdarola (sciöme da merdaröla), testata
dell’omonima valle, sopra i Bagni di Masino. Continuando in quella
carrellata in senso antiorario, cioè verso sinistra, scorgiamo
appena, ad est, le più alte cime delle Orobie centrali, e di
seguito, quelle della costiera Remoluzza-Arcanzo, che separa la Valle
di Preda Rossa dalla Val di Mello ("val da mèl").
Dietro questa costiera, quali cime occhieggiano? Manco a dirlo, sempre
loro, i Corni Bruciati (m. 3097 e 3114); alla loro sinistra, si intravede
il Monte Disgrazia ("desgràzia", m. 3678). Poi, ecco la poderosa costiera che dal
pizzo del Ferro occidentale scende alla cima del Cavalcorto ("sciöma da cavalcürt", m. 2763).
Segue, a nord, in primo piano, una terza costiera, quella del Barbacan (o Barbacane, da un termine di origine persiana che significa "balcone"),
che separa la Valle dell’Oro dalla Val Porcellizzo ("val do porscelécc"). È ben
difficile distinguere a vista dove si collochi lo stretto intaglio del
passo Barbacan sud-est, sul sentiero Risari che collega i rifugio Omio e Gianetti. È, invece, facilmente riconoscibile, sul limite di
sinistra della costiera, la cima del Barbacan (m. 2738). Segue, a nord-ovest
ed ad ovest, la sequenza che propone l’affilata ed esile punta
Milano (m. 2610), il passo dell’Oro ed i pizzi dell’Oro
(m. 2653, 2703 e 2695). Quasi sulla verticale del rifugio, leggermente
a sinistra, si riconosce la larga sella del passo Ligoncio ("pas dò ligùnc", m. 2575):
non si sospetterebbe, guardando da qui, che oltre la sella non si trova
un declivio abbordabile come quello in Valle dell’Oro, ma un vertiginoso
salto di granito (il passo vero e proprio è costituito, sul versante
della valle d’Arnasca (uno dei più antichi toponimi valtellinesi, dalla radice ligure o celtica "arn", che significa "acqua"), laterale della Val Codera (da "cotaria" e quindi da "cote", cioè masso), da una stretta
cengia esposta che parte dal bordo di destra della depressione e percorre
per lungo tratto il fianco roccioso della valle). Ecco, poi, le due
cime di maggior rilievo ed
interesse della valle, la punta della Sfinge
(m. 2802, che mostra di qui il profilo che ne giustifica la denominazione)
ed il pizzo Ligoncio (m. 3033), dal profilo un po’ tozzo (pizzo
bifronte: sul versante opposto, della valle d’Arnasca, cambia
nome – Lis d’Arnasca - uno dei più antichi toponimi valtellinesi, dalla radice ligure o celtica "arn", che significa "acqua") – e profilo – un vertiginoso
e repulsivo salto di granito -). A seguire, dopo l’intaglio del
passo della Vedretta (m. 2840, per il quale si scende in alta Valle
dei Ratti), si osserva la serrata successione dei pizzi della Vedretta
(m. 2907) e Ratti (m. 2919). Alla loro sinistra, infine, rieccoci alla
cima del Calvo (sciöma del munt Splüga) occidentale.
In cammino, ora. Non imbocchiamo il sentiero che sale gradualmente ai
passi dell’Oro e del Barbacan sud-est, ma quello che scende decisamente
verso i Bagni di Masino, superando alcune balze e grandi placche arrotondate.
Alla nostra sinistra, ma anche sul percorso, potremo osservare qualche
capo di bestiame: l’alpe dell’Oro, infatti viene ancora
caricata, ma il numero dei bovini è ridotto oggi a circa un decimo
rispetto ai 400 ed oltre capi che un tempo rendevano l’alpe brulicante
di vita. Con uno sforzo di immaginazione possiamo figurarci il diverso
aspetto di un alpeggio caricato da tanti capi. Superata anche la casera
dell’Oro (m. 1767), il sentiero piega leggermente a sinistra,
supera un torrentello eraggiunge
una fascia di grandi massi, scesi dal fianco della costiera del Barbacan
nella gigantesca frana del 1963, che uccise non solo numerosi capi di
bestiame, ma anche un pastore. Sotto il più grande di questi
massi è stato ricavato anche un ricovero, a testimonianza della
durezza delle condizioni di vita in alpeggio.
Oltrepassato il masso, ad una quota approssimativa di 1700 metri, il
sentiero si immerge in una fresca pineta, proseguendo nella discesa
verso est, fino al Pian del Fango (córt dai fènch, m. 1590), una radura
che deve il suo nome alla natura acquitrinosa del terreno. La radura
apre uno scorcio panoramico intesso ed assai interessante: guardando
a sinistra, appare un suggestivo spaccato della testata della Val Porcellizzo,
che va dal pizzo Porcellizzo (sciöma dò porsceléc'), a sinistra (m. 3075) agli inconfondibili
pizzi Badile (m. 3308) e Cengalo (dal latino "cingulum", da cui anche "seng" e "cengia", stretto risalto di roccia, m. 3367), fino alla cima occidentale
dei pizzi Gemelli (m. 3259). Lo scorcio è incorniciato dal limite
orientale della costiera del Barbacan (o Barbacane, da un termine di origine persiana che significa "balcone"), a sinistra, e dalla solitaria
val Sione, intagliata nella costiera del Cavalcorto ("sciöma da cavalcürt"), a destra. Al Pian
del Fango troviamo la baita omonima, presso la quale si trova, su un
masso l’indicazione (targa gialla del Sentiero Life e cartello) della deviazione
che dobbiamo operare, a sinistra, lasciando il sentiero per i Bagni
di Masino.
Guidati dai segnavia bianco-rossi, ci immergiamo, dunque, in una fresca
pineta, procedendo in direzione nord. La traccia è stretta ma
ben marcata, ed esce dal bosco scendendo, fra alcuni massi, per un tratto,
fino al punto di guado di un torrentello che scende dal selvaggio ramo
settentrionale della Valle dell’Oro. Sul lato opposto troviamo
una radura, dove il sentiero, con traccia assai
debole, volge a sinistra e comincia a salire, ripido, proponendo alcuni
tornanti, prima di volgere a destra, rientrando nella pineta. Poi gli
alberi si diradano, e raggiungiamo l’ampio anfiteatro dell’alpe
Sceroia, dietro la quale emergono, come da un mare di verde intenso,
i grigi giganti della testata della Val Porcellizzo ("val do porscelécc").
Seguendo i segnavia, raggiungiamo il limite inferiore dell’alpe
e volgiamo a sinistra, salendo, a zig-zag, fino alla casera di Sceroia
bassa (m. 1498). Piegando a destra ed assumendo di nuovo la direttrice
verso nord, proseguiamo nella salita graduale, circondati da pascoli
e da qualche rado larice. Un tratto scalinato ci permette di superare
l’ultimo gradino che ci nasconde alla vista il cuore dell’alpe
Sceroia (munt da sceróia), dove si trova il baitone di quota 1961 (baitùn da sceróia). L'alpeggio, di grande importanza, venne venduto nel 1054 da Filippino Parravicini ad un Vicedomini di Piussogno. Anche quest’alpe
non è ancora deserta (attenzione, quindi, all’immancabile
cane da pastore), nonostante il numero dei capi di bestiame sia assai
ridotto rispetto al passato. È, questo, un angolo della Val Porcellizzo sconosciuto ai più, in quanto rimane nascosto a coloro che salgono
al rifugio Gianetti per il percorso classico. Dietro il baitone, ammiriamo
il familiare succedersi delle imponenti cime della testata, i pizzi
Badile, Cengalo (dal latino "cingulum", da cui anche "seng" e "cengia", stretto risalto di roccia), Gemelli e del Ferro occidentale (o cima della Bondasca).
Il sentiero supera il baitone (baitùn) e, passando vicino al "crosùn" (croce in legno eretta presso un ciglio dal quale precipitò, diversi decenni fa, un'intera mandria in una notte di tremenda tempesta), prosegue salendo ad un dosso
boscoso che nasconde l’alpe alla vista di coloro che transitano
sul sentiero per la capanna Gianetti, per poi scendere al limite inferiore
del pianone della Val Porcellizzo ("val do porscelécc"), sul lato opposto del torrente rispetto
a quello raggiunto dal sentiero per la Gianetti. Una serrata serie di
massi infissi nel terreno e corredati da segnavia bianco-rossi dettano
il percorso fino al ponte sul torrente, dove il Sentiero Life si immette,
per un breve tratto, nel sentiero per la Gianetti.
Non attraversiamo, dunque, il ponte verso destra, ma restiamo a sinistra
e, per un breve tratto, saliamo sul sentiero: al primo tornante verso
destra, però, dobbiamo staccarcene sulla destra, seguendo le
indicazioni del Sentiero Life (targa gialla su un grande masso, segnavia
rosso-bianco-rossi e bianco-rossi). Il Sentiero Life, infatti, effettua
un grande giro che abbraccia, in senso
orario, l’intero pianone del Porcellizzo (detto
anche “Zucùn”, cioè grande buca, catino).
Saliamo ancora un po’, fra pascoli e massi, poi procediamo quasi
in piano, su traccia di sentiero, lungo il bordo rialzato del pianone,
ad una quota approssimativa di 2000 metri. Alcuni ponticelli di legno
o di massi affiancati ci aiutano a superare i viversi torrentelli che
dall’ampio salto glaciale che ci separa dal circo terminale della
valle scendono al pianone. Luogo davvero suggestivo, questo pianone.
Un tempo, molto probabilmente, era occupato da
un lago di origine glaciale,
che ora, purtroppo, non c’è più. Resta, al centro
della piana erbosa che ne costituisce il cuore, un grande e squadrato
masso erratico, che sembra giunto fin lì da una qualche remota
regione del tempo.
Raggiungiamo, così, la parte più interna del pianone,
costituita da una sorta di conca leggermente rialzata rispetto alla
piana principale. Siamo ai piedi di enormi placche di granito, che nascondono
le più famose cime della testata della valle. In compenso, alla
nostra destra, verso est, possiamo ammirare, da un inconsueto e suggestivo
punto di vista, le cime della costiera del Cavalcorto, dall’affilata
punta del pizzo Camerozzo (m. 2876), sulla sinistra, alle punte Bertani
(m. 2803) e Moraschini (m. 2815), più a destra, fino all’affilata
cima del Cavalcorto ("sciöma da cavalcürt", m. 2763), che da qui, però rimane quasi
interamente nascosta. Quel che impressiona sono i vertiginosi salti
di granito che dalla costiera precipitano sui fianchi della valle, quasi
a celebrare il trionfo del regno minerale su quello vegetale, uno dei
temi ricorrenti negli ambienti di Val Masino. Ma, a ben guardare, il
pianone propone un esito alterno della lotta, perché la molteplicità
delle forme di vita vegetali, che trovano il loro equilibrio in questo
ecosistema, fanno da contrappunto, come in un fluire di esili ma tenaci
linee melodiche di flauti e legni, all’incedere perentorio delle
figurazioni degli ottoni di granito. Altri ponti in legno ci assistono
nella seconda parte del circuito, che termina, dopo una breve discesa,
sempre nei pressi del ponte sul torrente principale, questa volta, però,
sul lato opposto del pianone (quello di sinistra, per chi scende).
Non
ci resta che percorrere la parte inferiore della piana, dove si trova
la casera del Porcellizzo (m. 1899), proseguendo sul sentiero che scende
verso i Bagni di Masino. Il sentiero corre, quindi, a ridosso di una
parete di roccia, a sinistra, mentre a destra si affaccia sul torrente
che precipita urlando verso valle. Si chiude così, alle nostre
spalle, quello che è stato definito uno dei più begli
scenari alpini, la corona di cime che regala sfumature di colore sempre
diverse innalzandosi sopra il pianone e lo sterminato circo dell’alta
Val Porcellizzo. Inizia la lunga discesa che ci condurrà alla
Corte Vecchia. Il sentiero taglia dapprima una fascia di prati, passando
a sinistra di un calecc, poi incontra una sorgente (segnalata) e scende
fino ad attraversare il torrente che scende, lungo un impressionante
scivolo di granito, dalla misteriosa val Sione. Dopo una svolta a destra,
prosegue nella discesa lungo il ripido versante di pascoli a sinistra
del vallone del torrente, prima di piegare a sinistra e di assumere
un andamento meno ripido.
Superata una seconda fonte, sempre sulla sinistra, eccoci ai due enormi
massi che poggiano l’uno sull’altro, lasciando aperta una
porta nella quale il sentiero è costretto a passare. Una scritta
in caratteri greci ci svela la denominazione del luogo: si tratta delle
Termopili (che significa “porte calde”), nome assegnato
ai massi, nel 1878, dal conte Lurani, per analogia con la celebre stretta
porta che, in terra di Grecia, permise agli Spartani, capeggiati da
Leonida, di tener testa allo sterminato esercito persiano, incommensurabilmente
superiore di numero. Meno suggestiva la denominazione locale di còrna büsa (roccia cava). La nostra traversata delle Termopili ha un sapore
assai meno epico, e ci porta direttamente all’ultimo tratto di
sentiero che precede la Corte Vecchia, o prima casera
del Porcellizzo ("préma casèra de porscelécc", m. 1405).
Qui dobbiamo lasciare il sentiero per i Bagni, cercando, sulla sinistra,
appena prima delle baite, l’indicazione, su un grande masso, del
Sentiero Life (targa gialla). Il sentiero che andiamo ad imboccare è
l’antica via di collegamento fra la bassa Val Porcellizzo e la
bassa Val di Mello ("val da mèl"). Se ne trova la partenza sul limite della pineta
a monte delle baite, seguendo i segnavia
bianco-rossi.
Per un buon tratto il sentiero guadagna quota, attraversando anche una
seconda radura per buona parte occupata dai “lavazz”. Qui
i segnavia sono tracciati su una serie di paletti infissi nel terreno,
che tagliano in diagonale la radura. Rientrati nella pineta, proseguiamo
nella salita, fino ad una stupenda radura, che rappresenta il punto
più alto del sentiero, ad una quota di poco inferiore ai 1500
metri. Alle spalle degli alberi, verso nord-est, si mostrano le imponenti
torri che segnano la parte terminale della costiera del Cavalcorto ("sciöma da cavalcürt").
Poi il sentiero assume un andamento pianeggiante, con qualche sali-scendi,
e supera un primo selvaggio vallone ed una breve fascia di grandi massi
che rende un po’ difficoltoso il transito. In un tratto successivo
la traccia si fa piuttosto stretta e richiede un po’ di attenzione.
Ai tratti nel bosco si alternano alcuni tratti allo scoperto, e si comincia
a scendere. I tratti in discesa si alternano ad alcuni saliscendi, finché
raggiungiamo i prati dell’alpe Brasco (termine che forse deriva dalla radice lombarda "brasch", "bruciato", da cui anche "braschée", caldarroste; m. 1386),
posta, più o meno, a metà della traversata. Dai ruderi
delle poche baite si gode di un ottimo panorama, che abbraccia, a sud,
l’intera Valle della Merdarola ("val da merdaröla"), e a sud-ovest uno spaccato delle
valli Ligoncio e dell’Oro, dal pizzo della Vedretta ai pizzi dell’Oro.
A sinistra appare appena uno scorcio
della Val di Mello ("val da mèl"), con la cima
del Monte Disgrazia ("desgràzia"). L’alpeggio è dominato, a nord, dall’affilata
cima del Cavalcorto ("sciöma da cavalcürt") (m. 2763), che rappresenta una sorta di apoteosi
visiva della verticalità, ed uno dei simboli più rappresentativi
delle montagne di Val Masino. Rientriamo
nel bosco e, dopo un lungo tratto, raggiungiamo un secondo e più
ampio vallone, al cui centro, sotto massi enormi, troviamo un rudimentale
ricovero. La cima del Cavalcorto ("sciöma da cavalcürt"), che pare un perentorio indice di granito
puntato direttamente al cielo, si vede ancora, ma è un po’
più defilata.
Rientrati nel bosco, perdiamo gradualmente quota per un buon tratto,
finché l’andamento del sentiero muta, quasi repentinamente:
inizia una discesa più ripida, che porta, alla fine, alla pista
sterrata che dalla piana della Bregolana, appena sopra San Martino ("san martìn"),
all’inbocco della Valle dei Bagni di Masino ("val dei bagn"), conduce all’imbocco
della Val di Mello ("val da mèl"). Percorriamo la pista verso sinistra, fino ad intercettare
la strada della Val di Mello ("val da mèl"), per la quale scendiamo comodamente a San Martino, nostro punto d’appoggio al termine di questa quarta giornata.
Giornata che comporta circa 6 ore di cammino, necessarie per superare
un dislivello approssimativo in salita di 700 metri. Lo sviluppo del
percorso, infine, è di circa 12 km.
Chi volesse ulteriori
informazioni o aggiornamenti, può rivolgersi
all’ERSAF, a Morbegno (SO), tel. 02 67404.581, fax 02 67404.599,
oppure all’Infopoint ERSAF, tel. 02-67404451 o 02-67404580; può
anche scrivere a oscar.buratta@ersaf.lombardia.it,
oppure a life@ersaf.lombardia.it.
Risulta utile anche
la consultazione del sito Internet www.lifereticnet.it/italiano/home.htm