CARTE DEL PERCORSO 1, 2, 3, 4, 5 - Apri qui una galleria di immagini

1. Dascio-Codera

2. Codera-Frasnedo

3. Frasnedo--Rifugio Omio

4. Rifugio Omio-S. Martino

5. S. Martino-Rifugio Scotti

6. Rifugio Scotti-Rifugio Bosio


Val Porcellizzo

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Rifugio Omio.Alpe Sceroia-Pianone del Porcellizzo-Brasco-San Martino
6 h
700
E
SINTESI. Dal rifugio Omio (m. 2100) scendiamo sul classico sentiero per i Bagni di Masino, abbondantemente segnalato, che si abbassa fra lastroni e pascoli, piega a sinistra superando una valletta, passa fra enormi massi ed i ruderi di baita dell'alpe dell'Oro, entra in pineta per uscirne al panoramicissimo Pian del Fango (m. 1590), dove troviamo la baita omonima, presso la quale si trova, su un masso l’indicazione (targa gialla del Sentiero Life e cartello) della deviazione che dobbiamo operare, a sinistra (nord), lasciando il sentiero per i Bagni di Masino. Guidati dai segnavia bianco-rossi, ci immergiamo, dunque, in una fresca pineta, procedendo in direzione nord. La traccia è stretta ma ben marcata, ed esce dal bosco scendendo, fra alcuni massi, per un tratto, fino al punto di guado di un torrentello che scende dal selvaggio ramo settentrionale della Valle dell’Oro. Sul lato opposto troviamo una radura, dove il sentiero, con traccia assai debole, volge a sinistra e comincia a salire, ripido, proponendo alcuni tornanti, prima di volgere a destra, rientrando nella pineta. Poi gli alberi si diradano, e raggiungiamo l’ampio anfiteatro dell’alpe Sceroia, dietro la quale emergono, come da un mare di verde intenso, i grigi giganti della testata della Val Porcellizzo. Seguendo i segnavia, raggiungiamo il limite inferiore dell’alpe e volgiamo a sinistra, salendo, a zig-zag, fino alla baita quotata m. 1785. Piegando a destra ed assumendo di nuovo la direttrice verso nord, proseguiamo nella salita graduale, circondati da pascoli e da qualche rado larice. Un tratto scalinato ci permette di superare l’ultimo gradino che ci nasconde alla vista il cuore dell’alpe Sceroia, dove si trova il baitone di quota 1961. Il sentiero supera il baitone, passando vicino ad una croce in legno, prosegue salendo ad un dosso boscoso, per poi scendere verso est al limite inferiore del pianone della Val Porcellizzo, sul lato opposto del torrente rispetto a quello raggiunto dal sentiero per il rifugio Gianetti. Una serrata sequenza di massi infissi nel terreno e corredati da segnavia bianco-rossi dettano il percorso fino al ponte sul torrente Porcellizzo, dove il Sentiero Life si immette, per un breve tratto, nel sentiero per il rifugio Gianetti. Non attraversiamo il ponte verso destra, ma restiamo a sinistra e, per un breve tratto, saliamo sul sentiero: al primo tornante verso sinistra, però, dobbiamo staccarcene sulla destra, seguendo le indicazioni del Sentiero Life (targa gialla su un grande masso, segnavia rosso-bianco-rossi e bianco-rossi). Il Sentiero Life, infatti, effettua un grande giro che abbraccia, in senso orario, l’intero pianone del Porcellizzo. Saliamo ancora un po’, fra pascoli e massi, poi procediamo quasi in piano, su traccia di sentiero, lungo il bordo rialzato del pianone, ad una quota approssimativa di 2000 metri. Alcuni ponticelli di legno o di massi affiancati ci aiutano a superare i viversi torrentelli. Raggiunta la parte settentrionale del pianone, volgiamo a destra. Altri ponti in legno ci assistono nella seconda parte del circuito, che termina, dopo una breve discesa, sempre nei pressi del ponte sul torrente principale, questa volta, però, sul lato opposto del pianone (quello di sinistra, per chi scende). Ci portiamo quindi alla casera del Porcellizzo (m. 1899), proseguendo sul sentiero che scende verso i Bagni di Masino. Il sentiero corre, quindi, a ridosso di una parete di roccia, a sinistra, ed il torrente a destra. ed inizia la lunga discesa lungo la media valle. Il sentiero taglia dapprima una fascia di prati, poi incontra una sorgente (segnalata) e scende fino ad attraversare il torrente che scende, lungo un impressionante scivolo di granito, dalla val Sione. Dopo una svolta a destra, prosegue nella discesa lungo il ripido versante di pascoli a sinistra del vallone del torrente, prima di piegare a sinistra e di assumere un andamento meno ripido. Superata una seconda fonte, sempre sulla sinistra, siamo agli enormi massi delle Termopili, che il sentiero attraversa, portandosi poi alla Corte Vecchia, o prima casera del Porcellizzo (m. 1405). Qui dobbiamo lasciare il sentiero per i Bagni, cercando, sulla sinistra, appena prima delle baite, l’indicazione, su un grande masso, del Sentiero Life (targa gialla). . Troviamo così la partenza sul limite della pineta a monte delle baite, seguendo i segnavia bianco-rossi. Per un buon tratto il sentiero guadagna quota, attraversando anche una seconda radura per buona parte occupata dai “lavazz”. Qui i segnavia sono tracciati su una serie di paletti infissi nel terreno, che tagliano in diagonale la radura. Rientrati nella pineta, proseguiamo nella salita, fino alla radura ad una quota di poco inferiore ai 1500 metri. Poi il sentiero assume un andamento pianeggiante, con qualche saliscendi, e supera un primo selvaggio vallone ed una breve fascia di grandi massi che rende un po’ difficoltoso il transito. In un tratto successivo la traccia si fa piuttosto stretta e richiede un po’ di attenzione (non perdiamo mai i segnavia). Ai tratti nel bosco si alternano alcuni tratti allo scoperto, e si comincia a scendere. I tratti in discesa si alternano ad alcuni saliscendi, finché raggiungiamo i prati dell’alpe Brasco (m. 1386). Rientriamo nel bosco e, dopo un lungo tratto, raggiungiamo un secondo e più ampio vallone, al cui centro, sotto massi enormi, troviamo un rudimentale ricovero. La cima del Cavalcorto ("sciöma da cavalcürt"), che pare un perentorio indice di granito puntato direttamente al cielo, si vede ancora, ma è un po’ più defilata. Rientrati nel bosco, perdiamo gradualmente quota per un buon tratto, finché l’andamento del sentiero muta, quasi repentinamente: inizia una discesa più ripida, che porta, alla fine, alla pista sterrata che dalla piana della Bregolana, appena sopra San Martino, all’inbocco della Valle dei Bagni di Masino, conduce all’imbocco della Val di Mello. Percorriamo la pista verso sinistra, fino ad intercettare la strada della Val di Mello, per la quale scendiamo comodamente a San Martino (m. 923).

La quarta giornata del Sentiero Life, così come la quinta, si svolge interamente in Val Masino. Essa prevede un itinerario di impegno medio-basso, su terreno tranquillo, e ci consente di recuperare energie dopo il tour de force della terza giornata, ed in vista di quello dell’ultima. Può anche costituire un’escursione a se stante (in questo caso, però, la partenza è ai Bagni di Masino), che si sviluppa su sentieri poco noti, consentendo la scoperta di angoli insospettati anche a chi conosce bene la Val Masino. Ecco, in sintesi, il percorso: dalla capanna Omio si scende al Pian del Fango (córt dai fènch), seguendo il classico sentiero percorso dagli escursionisti che la raggiungono salendo dai Bagni di Masino, poi lo si lascia per imboccare il sentiero che conduce all’alpe Sceroia ed al pianone della Val Porcellizzo ("val do porscelécc"); percorso interamente il bordo del pianone, si scende verso i Bagni per il sentiero utilizzato da chi sale al rifugio Gianetti, lasciandolo però alla Corte Vecchia ed imboccando il vecchio sentiero di collegamento fra Val Porcellizzo ("val do porscelécc") e Val di Mello ("val da mèl"), che passa per il Brasco (termine che forse deriva dalla radice lombarda "brasch", "bruciato", da cui anche "braschée", caldarroste); raggiunto l’imbocco della Val di Mello ("val da mèl"), si scende per il pernottamento a San Martino ("san martìn").
Lasciamo, dunque, il rifugio Omio, dedicato a quell’Antonio Omio che morì scalando la punta Rasica ("rèsga"), in Valle di Zocca ("val da zòca"), il 16 settembre 1935. Prima di metterci in cammino, però, gettiamo un ultimo sguardo al panorama stupendo di cui si gode dal rifugio. Guardiamo innanzitutto alle sue spalle, verso ovest. Sulla testata della Valle dell’Oro possiamo distinguere, sul limite di sinistra (sud), la cima del Calvo (sciöma del munt Splüga) occidentale, un po’ defilata, ma riconoscibile come cima più elevata di questo gruppo, sul vertice sud-occidentale della valle (m. 2967). Alla sua sinistra, e a sinistra di un nevaietto, la più poderosa mole della cima del Calvo (sciöma del munt Splüga) orientale (m. 2873), che mostra la sua ampia parete nord-orientale, tagliata in diagonale dalla cengia del Calvo, di cui conserviamo fresca memoria. Più a sinistra ancora, ecco la costiera che separa la Val Ligoncio (val dò ligùnc') dalla Valle della Merdarola (val da merdaröla), e che propone, dopo il netto intaglio della bocchetta di Medaccio (medàsc', da "meda", mucchio, quindi monte, in forma dispregiativa, m. 2303), le affilate cime della punta Fiorelli (m. 2391, denominata così in onore della guida Giovanni Fiorelli, che la salì per primo, insieme al cliente C. Savonelli, nel 1901) e della punta Medaccio ("èl medàsc", da "meda", mucchio, quindi monte, in forma dispregiativam. 2350). Alle spalle della costiera, scorgiamo alcune delle cime della Merdarola (sciöme da merdaröla), testata dell’omonima valle, sopra i Bagni di Masino. Continuando in quella carrellata in senso antiorario, cioè verso sinistra, scorgiamo appena, ad est, le più alte cime delle Orobie centrali, e di seguito, quelle della costiera Remoluzza-Arcanzo, che separa la Valle di Preda Rossa dalla Val di Mello ("val da mèl").


Val Porcellizzo

Dietro questa costiera, quali cime occhieggiano? Manco a dirlo, sempre loro, i Corni Bruciati (m. 3097 e 3114); alla loro sinistra, si intravede il Monte Disgrazia ("desgràzia", m. 3678). Poi, ecco la poderosa costiera che dal pizzo del Ferro occidentale scende alla cima del Cavalcorto ("sciöma da cavalcürt", m. 2763). Segue, a nord, in primo piano, una terza costiera, quella del Barbacan (o Barbacane, da un termine di origine persiana che significa "balcone"), che separa la Valle dell’Oro dalla Val Porcellizzo ("val do porscelécc"). È ben difficile distinguere a vista dove si collochi lo stretto intaglio del passo Barbacan sud-est, sul sentiero Risari che collega i rifugio Omio e Gianetti. È, invece, facilmente riconoscibile, sul limite di sinistra della costiera, la cima del Barbacan (m. 2738). Segue, a nord-ovest ed ad ovest, la sequenza che propone l’affilata ed esile punta Milano (m. 2610), il passo dell’Oro ed i pizzi dell’Oro (m. 2653, 2703 e 2695). Quasi sulla verticale del rifugio, leggermente a sinistra, si riconosce la larga sella del passo Ligoncio ("pas dò ligùnc", m. 2575): non si sospetterebbe, guardando da qui, che oltre la sella non si trova un declivio abbordabile come quello in Valle dell’Oro, ma un vertiginoso salto di granito (il passo vero e proprio è costituito, sul versante della valle d’Arnasca (uno dei più antichi toponimi valtellinesi, dalla radice ligure o celtica "arn", che significa "acqua"), laterale della Val Codera (da "cotaria" e quindi da "cote", cioè masso), da una stretta cengia esposta che parte dal bordo di destra della depressione e percorre per lungo tratto il fianco roccioso della valle).


Val Porcellizzo

Ecco, poi, le due cime di maggior rilievo ed interesse della valle, la punta della Sfinge (m. 2802, che mostra di qui il profilo che ne giustifica la denominazione) ed il pizzo Ligoncio (m. 3033), dal profilo un po’ tozzo (pizzo bifronte: sul versante opposto, della valle d’Arnasca, cambia nome – Lis d’Arnasca - uno dei più antichi toponimi valtellinesi, dalla radice ligure o celtica "arn", che significa "acqua") – e profilo – un vertiginoso e repulsivo salto di granito -). A seguire, dopo l’intaglio del passo della Vedretta (m. 2840, per il quale si scende in alta Valle dei Ratti), si osserva la serrata successione dei pizzi della Vedretta (m. 2907) e Ratti (m. 2919). Alla loro sinistra, infine, rieccoci alla cima del Calvo (sciöma del munt Splüga) occidentale.
In cammino, ora. Non imbocchiamo il sentiero che sale gradualmente ai passi dell’Oro e del Barbacan sud-est, ma quello che scende decisamente verso i Bagni di Masino, superando alcune balze e grandi placche arrotondate. Alla nostra sinistra, ma anche sul percorso, potremo osservare qualche capo di bestiame: l’alpe dell’Oro, infatti viene ancora caricata, ma il numero dei bovini è ridotto oggi a circa un decimo rispetto ai 400 ed oltre capi che un tempo rendevano l’alpe brulicante di vita. Con uno sforzo di immaginazione possiamo figurarci il diverso aspetto di un alpeggio caricato da tanti capi. Superata anche la casera dell’Oro (m. 1767), il sentiero piega leggermente a sinistra, supera un torrentello eraggiunge una fascia di grandi massi, scesi dal fianco della costiera del Barbacan nella gigantesca frana del 1963, che uccise non solo numerosi capi di bestiame, ma anche un pastore. Sotto il più grande di questi massi è stato ricavato anche un ricovero, a testimonianza della durezza delle condizioni di vita in alpeggio.


Val Porcellizzo

Oltrepassato il masso, ad una quota approssimativa di 1700 metri, il sentiero si immerge in una fresca pineta, proseguendo nella discesa verso est, fino al Pian del Fango (córt dai fènch, m. 1590), una radura che deve il suo nome alla natura acquitrinosa del terreno. La radura apre uno scorcio panoramico intesso ed assai interessante: guardando a sinistra, appare un suggestivo spaccato della testata della Val Porcellizzo, che va dal pizzo Porcellizzo (sciöma dò porsceléc'), a sinistra (m. 3075) agli inconfondibili pizzi Badile (m. 3308) e Cengalo (dal latino "cingulum", da cui anche "seng" e "cengia", stretto risalto di roccia, m. 3367), fino alla cima occidentale dei pizzi Gemelli (m. 3259). Lo scorcio è incorniciato dal limite orientale della costiera del Barbacan (o Barbacane, da un termine di origine persiana che significa "balcone"), a sinistra, e dalla solitaria val Sione, intagliata nella costiera del Cavalcorto ("sciöma da cavalcürt"), a destra. Al Pian del Fango troviamo la baita omonima, presso la quale si trova, su un masso l’indicazione (targa gialla del Sentiero Life e cartello) della deviazione che dobbiamo operare, a sinistra, lasciando il sentiero per i Bagni di Masino.

Guidati dai segnavia bianco-rossi, ci immergiamo, dunque, in una fresca pineta, procedendo in direzione nord. La traccia è stretta ma ben marcata, ed esce dal bosco scendendo, fra alcuni massi, per un tratto, fino al punto di guado di un torrentello che scende dal selvaggio ramo settentrionale della Valle dell’Oro. Sul lato opposto troviamo una radura, dove il sentiero, con traccia assai debole, volge a sinistra e comincia a salire, ripido, proponendo alcuni tornanti, prima di volgere a destra, rientrando nella pineta. Poi gli alberi si diradano, e raggiungiamo l’ampio anfiteatro dell’alpe Sceroia, dietro la quale emergono, come da un mare di verde intenso, i grigi giganti della testata della Val Porcellizzo ("val do porscelécc").
Seguendo i segnavia, raggiungiamo il limite inferiore dell’alpe e volgiamo a sinistra, salendo, a zig-zag, fino alla baita quotata m. 1785. Piegando a destra ed assumendo di nuovo la direttrice verso nord, proseguiamo nella salita graduale, circondati da pascoli e da qualche rado larice. Un tratto scalinato ci permette di superare l’ultimo gradino che ci nasconde alla vista il cuore dell’alpe Sceroia (munt da sceróia), dove si trova il baitone di quota 1961 (baitùn da sceróia).
L'alpeggio, di grande importanza, venne venduto nel 1054 da Filippino Parravicini ad un Vicedomini di Piussogno. Anche quest’alpe non è ancora deserta (attenzione, quindi, all’immancabile cane da pastore), nonostante il numero dei capi di bestiame sia assai ridotto rispetto al passato. È, questo, un angolo della Val Porcellizzo sconosciuto ai più, in quanto rimane nascosto a coloro che salgono al
rifugio Gianetti per il percorso classico. Dietro il baitone, ammiriamo il familiare succedersi delle imponenti cime della testata, i pizzi Badile, Cengalo, Gemelli e del Ferro occidentale (o cima della Bondasca).
Il sentiero supera il baitone (baitùn) e, passando vicino al "crosùn" (croce in legno eretta presso un ciglio dal quale precipitò, diversi decenni fa, un'intera mandria in una notte di tremenda tempesta), prosegue salendo ad un dosso boscoso che nasconde l’alpe alla vista di coloro che transitano sul sentiero per la capanna Gianetti, per poi scendere al limite inferiore del pianone della Val Porcellizzo ("val do porscelécc"), sul lato opposto del torrente rispetto a quello raggiunto dal sentiero per la Gianetti.


Pianone di Val Porcellizzo

Una serrata serie di massi infissi nel terreno e corredati da segnavia bianco-rossi dettano il percorso fino al ponte sul torrente Porcellizzo, dove il Sentiero Life si immette, per un breve tratto, nel sentiero per la Gianetti.
Non attraversiamo, dunque, il ponte verso destra, ma restiamo a sinistra e, per un breve tratto, saliamo sul sentiero: al primo tornante verso sinistra, però, dobbiamo staccarcene sulla destra, seguendo le indicazioni del Sentiero Life (targa gialla su un grande masso, segnavia rosso-bianco-rossi e bianco-rossi). Il Sentiero Life, infatti, effettua un grande giro che abbraccia, in senso orario, l’intero pianone del Porcellizzo (detto anche “Zucùn”, cioè grande buca, catino).

Saliamo ancora un po’, fra pascoli e massi, poi procediamo quasi in piano, su traccia di sentiero, lungo il bordo rialzato del pianone, ad una quota approssimativa di 2000 metri. Alcuni ponticelli di legno o di massi affiancati ci aiutano a superare i viversi torrentelli che dall’ampio salto glaciale che ci separa dal circo terminale della valle scendono al pianone. Luogo davvero suggestivo, questo pianone. Un tempo, molto probabilmente, era occupato da un lago di origine glaciale, che ora, purtroppo, non c’è più. Resta, al centro della piana erbosa che ne costituisce il cuore, un grande e squadrato masso erratico, che sembra giunto fin lì da una qualche remota regione del tempo.
Raggiungiamo, così, la parte più interna del pianone, costituita da una sorta di conca leggermente rialzata rispetto alla piana principale. Siamo ai piedi di enormi placche di granito, che nascondono le più famose cime della testata della valle. In compenso, alla nostra destra, verso est, possiamo ammirare, da un inconsueto e suggestivo punto di vista, le cime della costiera del Cavalcorto, dall’affilata punta del pizzo Camerozzo (m. 2876), sulla sinistra, alle punte Bertani (m. 2803) e Moraschini (m. 2815), più a destra, fino all’affilata cima del Cavalcorto ("sciöma da cavalcürt", m. 2763), che da qui, però rimane quasi interamente nascosta. Quel che impressiona sono i vertiginosi salti di granito che dalla costiera precipitano sui fianchi della valle, quasi a celebrare il trionfo del regno minerale su quello vegetale, uno dei temi ricorrenti negli ambienti di Val Masino. Ma, a ben guardare, il pianone propone un esito alterno della lotta, perché la molteplicità delle forme di vita vegetali, che trovano il loro equilibrio in questo ecosistema, fanno da contrappunto, come in un fluire di esili ma tenaci linee melodiche di flauti e legni, all’incedere perentorio delle figurazioni degli ottoni di granito. Altri ponti in legno ci assistono nella seconda parte del circuito, che termina, dopo una breve discesa, sempre nei pressi del ponte sul torrente principale, questa volta, però, sul lato opposto del pianone (quello di sinistra, per chi scende).
Non ci resta che percorrere la parte inferiore della piana, dove si trova la casera del Porcellizzo (m. 1899), proseguendo sul sentiero che scende verso i Bagni di Masino. Il sentiero corre, quindi, a ridosso di una parete di roccia, a sinistra, mentre a destra si affaccia sul torrente che precipita urlando verso valle. Si chiude così, alle nostre spalle, quello che è stato definito uno dei più begli scenari alpini, la corona di cime che regala sfumature di colore sempre diverse innalzandosi sopra il pianone e lo sterminato circo dell’alta Val Porcellizzo. Inizia la lunga discesa che ci condurrà alla Corte Vecchia. Il sentiero taglia dapprima una fascia di prati, passando a sinistra di un calecc, poi incontra una sorgente (segnalata) e scende fino ad attraversare il torrente che scende, lungo un impressionante scivolo di granito, dalla misteriosa val Sione. Dopo una svolta a destra, prosegue nella discesa lungo il ripido versante di pascoli a sinistra del vallone del torrente, prima di piegare a sinistra e di assumere un andamento meno ripido.
Superata una seconda fonte, sempre sulla sinistra, eccoci ai due enormi massi che poggiano l’uno sull’altro, lasciando aperta una porta nella quale il sentiero è costretto a passare. Una scritta in caratteri greci ci svela la denominazione del luogo: si tratta delle Termopili (che significa “porte calde”), nome assegnato ai massi, nel 1878, dal conte Lurani, per analogia con la celebre stretta porta che, in terra di Grecia, permise agli Spartani, capeggiati da Leonida, di tener testa allo sterminato esercito persiano, incommensurabilmente superiore di numero. Meno suggestiva la denominazione locale di còrna büsa (roccia cava). La nostra traversata delle Termopili ha un sapore assai meno epico, e ci porta direttamente all’ultimo tratto di sentiero che precede la Corte Vecchia, o prima casera del Porcellizzo ("préma casèra de porscelécc", m. 1405).

Qui dobbiamo lasciare il sentiero per i Bagni, cercando, sulla sinistra, appena prima delle baite, l’indicazione, su un grande masso, del Sentiero Life (targa gialla). Il sentiero che andiamo ad imboccare è l’antica via di collegamento fra la bassa Val Porcellizzo e la bassa Val di Mello ("val da mèl"). Se ne trova la partenza sul limite della pineta a monte delle baite, seguendo i segnavia bianco-rossi. Per un buon tratto il sentiero guadagna quota, attraversando anche una seconda radura per buona parte occupata dai “lavazz”.


Panorama dal Brasco

Qui i segnavia sono tracciati su una serie di paletti infissi nel terreno, che tagliano in diagonale la radura. Rientrati nella pineta, proseguiamo nella salita, fino ad una stupenda radura, che rappresenta il punto più alto del sentiero, ad una quota di poco inferiore ai 1500 metri. Alle spalle degli alberi, verso nord-est, si mostrano le imponenti torri che segnano la parte terminale della costiera del Cavalcorto ("sciöma da cavalcürt"). Poi il sentiero assume un andamento pianeggiante, con qualche sali-scendi, e supera un primo selvaggio vallone ed una breve fascia di grandi massi che rende un po’ difficoltoso il transito. In un tratto successivo la traccia si fa piuttosto stretta e richiede un po’ di attenzione.
Ai tratti nel bosco si alternano alcuni tratti allo scoperto, e si comincia a scendere. I tratti in discesa si alternano ad alcuni saliscendi, finché raggiungiamo i prati dell’alpe Brasco (termine che forse deriva dalla radice lombarda "brasch", "bruciato", da cui anche "braschée", caldarroste; m. 1386), posta, più o meno, a metà della traversata. Dai ruderi delle poche baite si gode di un ottimo panorama, che abbraccia, a sud, l’intera Valle della Merdarola ("val da merdaröla"), e a sud-ovest uno spaccato delle valli Ligoncio e dell’Oro, dal pizzo della Vedretta ai pizzi dell’Oro. A sinistra appare appena uno scorcio della Val di Mello ("val da mèl"), con la cima del Monte Disgrazia ("desgràzia"). L’alpeggio è dominato, a nord, dall’affilata cima del Cavalcorto ("sciöma da cavalcürt"m. 2763), che rappresenta una sorta di apoteosi visiva della verticalità, ed uno dei simboli più rappresentativi delle montagne di Val Masino. Rientriamo nel bosco e, dopo un lungo tratto, raggiungiamo un secondo e più ampio vallone, al cui centro, sotto massi enormi, troviamo un rudimentale ricovero. La cima del Cavalcorto ("sciöma da cavalcürt"), che pare un perentorio indice di granito puntato direttamente al cielo, si vede ancora, ma è un po’ più defilata.
Rientrati nel bosco, perdiamo gradualmente quota per un buon tratto, finché l’andamento del sentiero muta, quasi repentinamente: inizia una discesa più ripida, che porta, alla fine, alla pista sterrata che dalla piana della Bregolana, appena sopra San Martino ("san martìn"), all’inbocco della Valle dei Bagni di Masino ("val dei bagn"), conduce all’imbocco della Val di Mello ("val da mèl"). Percorriamo la pista verso sinistra, fino ad intercettare la strada della Val di Mello ("val da mèl"), per la quale scendiamo comodamente a San Martino, nostro punto d’appoggio al termine di questa quarta giornata. Giornata che comporta circa 6 ore di cammino, necessarie per superare un dislivello approssimativo in salita di 700 metri. Lo sviluppo del percorso, infine, è di circa 12 km.

Chi volesse ulteriori informazioni o aggiornamenti, può rivolgersi all’ERSAF, a Morbegno (SO), tel. 02 67404.581, fax 02 67404.599, oppure all’Infopoint ERSAF, tel. 02-67404451 o 02-67404580; può anche scrivere a oscar.buratta@ersaf.lombardia.it, oppure a life@ersaf.lombardia.it.
Risulta utile anche la consultazione del sito Internet www.lifereticnet.it/italiano/home.htm

CARTA DEL PERCORSO sulla base della Swisstopo, che ne detiene il Copyright. Ho aggiunto alla carta alcuni toponimi ed una traccia rossa continua (carrozzabili, piste) o puntinata (mulattiere, sentieri). Apri qui la carta on-line

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