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Punti di partenza ed arrivo |
Tempo necessario |
Dislivello in altezza
in m. |
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti) |
San Martino-Cascina Piana. Val Romilla-Passo Romilla-Valle dell'Averta-Rifugio Scotti |
8 h |
1600 |
EE |
La
quinta giornata è, insieme alla terza, la più impegnativa
di questa sei giorni. Dobbiamo, infatti, percorrere un buon tratto della Val di Mello ("val da mèl"), risalire l’intera Val Romilla ("val da roméla") per poi scendere in Valle di Preda Rossa.
Prima di raccontare l’itinerario, è doveroso spendere alcune
parole per presentare quella Val di Mello ("val da mèl") che è, in assoluto,
una delle più conosciute della Alpi Retiche, per la sua fisionomia
unica. Il volto di questa valle ha radici assai antiche. Tutto iniziò
nell’era quaternaria, cioè nell’ultima era geologica,
iniziata forse 1.800.000 di anni fa. Iniziò con una grande glaciazione,
che coinvolse tutta la catena alpina. Nella zona della futura Val di Mello ("val da mèl") il ghiaccio ricopriva ogni cosa, fino ad una quota superiore ai
2.500 metri. Immaginiamo lo scenario spettrale: una coltre bianca ed
immobile, dalla quale emergevano, come modesti isolotti, solo le cime
più alte della valle, il Monte Disgrazia ("desgràzia") (m. 3678), i pizzi Torrone,
la punta Rasica ("rèsga"), la Cima di Castello ("castèl"), la cima di Zocca, i pizzi del Ferro (sciöma dò fèr). L’azione di questo enorme ghiacciaio, lenta, inesorabile,
scandita in ritmi difficilmente immaginabili, cioè in migliaia
di anni, cominciò a modellare il volto della valle: si deve ad
essa la straordinaria conformazione delle pareti granitiche, verticali,
con grandi placche lisce, e la forma straordinariamente levigata delle
numerosissime placche di granito. Fu un’azione che si esercitò
in quattro grandi tempi: tante furono, infatti, le successive glaciazioni
(la quarta ebbe inizio 40.000 anni fa), prima dell’ultimo e definitivo
ritiro dei ghiacci alle quote più alte, dove ore di essi resta
solo un’esigua traccia.
Il ritiro del ghiacciaio determinò, anche, il crollo di grandi
blocchi sospesi di granito: li troviamo, ora, muti testimoni di eventi
ciclopici, sul fondovalle, come vassalli erranti degli incombenti signori
della valle, le ardite costiere che la guardano. Così fu disegnato
il profilo arrotondato della valle, dolce e regolare, a produrre un
singolare contrasto con le gotiche ed aspre guglie
che
vi si affacciano. Venne, poi, lentamente, la vita, le piante, gli animali
e, da ultimo, l’uomo, che vi giunse spinto dalla necessità
di trovare nuovi pascoli. Vennero, per primi, gli abitanti di Mello,
paese della Costiera dei Cech, che la colonizzarono e le diedero il
nome che ora è conosciuto in tutta Europa. Vennero, poi, sempre
più numerosi, escursionisti ed arrampicatori, attratti dalla
presenza quasi debordante di placche di granito, pareti che sembrano
invitare all’arrampicata, picchi e vie di ascensione sempre da
scoprire, che circondano da ogni lato il tranquillo fondovalle, dove
il torrente corre quasi sonnolento. È proprio lo strano equilibrio
fra mondi di versi a costituire il fascino di questa valle. Appena alzi
un po’ gli occhi, alle pareti delle costiere ed alle valli laterali,
hai la netta impressione che qui la vita, vegetale ed animale, sia solo
precaria ospite, adattata, non si sa come, a sopravvivere fra le pieghe
delle trionfanti architetture di granito, signore della valle. Non appena
li riabbassi, l’impressione cambia: scorci gentili sembrano riportare
la vita ad una dimensione di maggiore sicurezza e tranquillità.
Portiamoci, allora, al sagrato della chiesa parrocchiale di San Martino ("san martìn"), edificata nel secolo XV, ampliata due secoli dopo
e staccatasi dalla parrocchia di Mello nel 1718. Proprio a sinistra
della chiesa parte un viottolo che ci porta ad un sentiero, che se ne
stacca sulla sinistra, per inoltrarsi nella selva che ricopre lo sbocco
della valle. Seguiamolo per un buon tratto, rimanendo più bassi
rispetto alla strada asfaltata che si inoltra nella valle. Prendiamo,
poi, la seconda deviazione che sale verso sinistra, fino ad intercettare
la strada, appena prima di un cartello di divieto di transito ai mezzi
non autorizzati. Proseguiamo, ora, sulla strada, dove, all’asfalto,
si sostituisce il grisc e lo sterrato, fino al ponticello del torrente
che scende
dalla valle del Ferro ("val do fèr").
Alla nostra sinistra troviamo le case di Ca’ dei Rogni (m. 1019, a circa 2 chilometri e mezzo da S. Martino). Ma ciò
che si impone allo sguardo è la superba balconata di granito
della valle del Ferro ("val do fèr"), la prima laterale settentrionale della Val di Mello. La balconata nasconde alla vista quei pizzi del Ferro che ne
costituiscono la testata, e che invece sono ben visibili da S. Martino.
In compenso, indimenticabile è lo spettacolo del sistema di cascate
che scendono dalla valle, le famose cascate del Ferro, uno dei numerosi
aspetti di interesse naturalistico che la valle offre. La bassa valle del Ferro, che ha un’apertura assai ampia, è delimitata
da due colossali bastioni granitici: a sinistra le propaggini che scendono
dalla cima del Cavalcorto ("sciöma da cavalcürt") alle cosiddette Sponde del Ferro, a destra
le propaggini della costiera Ferro-Qualido, un sistema articolato costituito
dalle formazioni del Pappagallo (in basso a sinistra), dello sperone
Mark (in basso a destra) e dal Precipizio degli Asteroidi (in alto a
destra). Segnaliamo che, subito dopo il ponte, possiamo deviare a sinistra,
salendo verso le cascate terminali della valle; una successiva deviazione
a sinistra, poco visibile, ci porta al sentiero che sale alla parte
media e superiore di essa, dove si trova il bivacco Molteni-Valsecchi (el bivàch, m. 2510, dedicato alla memoria deli alpinisti Mario Molteni e Giuseppe Valsecchi, giunti allo stremo e morti scendendo dal pizzo Badile alla Gianetti, dopo averne salito la parete nord-est), leggermente a valle rispetto al Sentiero Roma.
Ma torniamo al fondovalle e proseguiamo lungo la strada: raggiungiamo
così, in breve, il parcheggio del Gatto Rosso, ampia spianata
che precede l’omonimo ristorante, in località Panscèr (m. 1061). Qui la pista lascia il posto ad una larga mulattiera, che
corre a sinistra del bellissimo torrente. Un’occhiata alle nostre
spalle ci mostra la testata della Valle della Merdarola ("val da merdaröla"), laterale della
Valle dei Bagni. Davanti a noi, invece, una sezione della val Cameraccio,
il maestoso circo che chiude a nord-est la Val di Mello, con la ben
visibile, sulla destra, cima regina del Monte Disgrazia.
Alla
nostra sinistra, superata l’ampia apertura della valle del Ferro,
il versante montuoso sembra chiudersi. In realtà si apre il solco
di una nuova valle, la più modesta ed arcana Val Qualìdo,
unica, fra le laterali settentrionali, a non ospitare alcun rifugio
o bivacco. Non è facile scorgere la partenza del sentiero che
risale questa valle: si trova, a circa duecento metri dal Gatto Rosso,
sulla sinistra. Il sentiero è uno dei meno battuti della valle,
ma chi ama questi luoghi (ed ha esperienza e prudenza adeguate) non
può mancare di percorrerlo almeno una volta, perché è
di una suggestione difficilmente esprimibile, soprattutto nel tratto
mediano, dove si arrampica scavato sul fianco di un’enorme e strapiombante
formazione rocciosa, all’ombra dell’immane parete del Qualido,
che incombe ad occidente: un’esperienza da non perdere.
La parete del Qualido, peraltro, è, in parte, osservabile anche
dal fondovalle, e rappresenta probabilmente la massima espressione della
verticalità delle montagne di Val di Mello. La val Qualido ha
anche un secondo solco di accesso, più ad est, in quanto ha la
forma di una “Y” rovesciata, ma questo è molto più
scosceso e dirupato. I due solchi sono separati dalla
formazione
denominata il Trapezio d’Argento. A destra del secondo solco,
invece, possiamo osservare la complessa propaggine della costiera Qualido-Zocca,
che propone, nella parte bassa, le formazioni denominate il Brontosauro
e lo Sperone del Sarcofago, mentre più in alto si trova la formazione
denominata Scoglio delle Metamorfosi.
Proseguendo il cammino, non possiamo non restare rapidi dal dolce spettacolo
del torrente, che qui scorre, lento, a fianco della mulattiera, mostrando,
nelle sue acque limpide, rari ricami di luce, e quasi accarezzando un
grande masso che si trova proprio nel mezzo del suo letto. Poi la mulattiera
si allontana dal torrente ed attraversa una fascia di prati, prima di
raggiungere Ca’ di Carna (m. 1076), gruppo di baite poste sul
lato destro (per noi) della valle, raggiungibile valicando un ponticello
sul torrente. Noi restiamo, però, sul lato settentrionale della
valle (a sinistra del torrente), e proseguiamo fino alla successiva
località, Cascina Piana (casìna ciàna, m. 1092), dove si trova
il rifugio Luna Nascente, dove è possibile effettuare una sosta
ristoratrice, ma anche, qualora ve ne fosse la necessità, chiamare
il soccorso alpino. Fra le baite della località possiamo osservarne
una curiosa, che sembra sintetizzare nel modo più efficace la
simbiosi fra uomo e granito, caratteristica di questa valle: è
proprio appoggiata al fianco di un enorme placca rocciosa, a sua volta
quasi adagiata sul prato del fondovalle.
Proseguiamo, scegliendo il sentiero di destra (non quello di sinistra,
con le indicazioni per il rifugio Allievi): superata una curiosa scultura
su un masso (due volti arcigni sembrano guardarci perplessi), troveremo,
ben presto, sulla nostra destra, un sentierino che si stacca da quello
principale e conduce ad un bel ponte, attraversato il quale ci portiamo
sul lato opposto della valle, dove troviamo il cartello "Temola".
Sul paletto troviamo anche la targhetta azzurra con il logo “Life”.
Prendiamo a sinistra
e,
dopo circa duecento metri, raggiungiamo un grande prato. Su un masso,
segnato con segnavia rosso-bianco-rosso, vediamo la targa gialla del
Sentiero Life. Lasciamo, quindi, il sentiero, per risalire il prato
in diagonale verso sinistra, fino ad un grande masso, su cui era segnato
in rosso il numero "7", cui ora è sovrapposto un segnavia
bianco-rosso. A destra del masso parte il sentiero per la Val Romilla ("val da roméla"), segnato dai segnavia bianco-rossi.
Nel primo tratto la traccia non è molto marcata, poi diventa
più chiara, e si inerpica sul lato destro (per noi) della valle,
non distante dalle sue pareti granitiche, che precipitano con salti
impressionanti sul fondo del suo solco. Dobbiamo prestare attenzione
in questa prima parte, perché il terreno, sempre in ombra, è
scivoloso: la valle, infatti, è “vaga” (per usare
un toponimo diffuso nelle montagne di Valtellina, che significa esposto
a nord, e quindi ombroso ed umido), o “pürìva”
(per usare una voce dialettale che ha il medesimo significato). Intorno
ai 1400 metri, dopo un tornante verso destra, ci ritroviamo proprio
sotto una parete strapiombante, che si inarca minacciosa sopra il nostro
capo, con grosse crepe sinistre, mettendoci i brividi. Poco oltre i
1500 metri, una traccia segnalata da un segno rosso su un sasso si stacca
alla nostra destra: la ignoriamo. Poco sotto i 1600 metri dobbiamo prestare
attenzione, per non perdere la deviazione a sinistra che ci permette
di attraversare il torrentello della valle. Il sentiero, qui, si districa
a fatica, fuori del bosco, su un terreno ingombro di materiale franoso:
una recente frana, infatti, ha creato una caotica congerie di massi
e vegetazione. Qualche scheletro di albero colpito dai fulmini rende
ancora più desolato questo angolo della valle. Prendiamo, dunque,
a sinistra, passando nei pressi di un cartello di divieto di caccia
e di un ometto. Il sentiero si porta sul centro della valle ed al suo
torrentello,
che
superiamo facilmente (attenzione, però, ai sassi molto scivolosi!).
Sul lato opposto il sentiero sale per un breve tratto e, piegando a
sinistra, entra in un bel bosco di conifere; dopo un breve traverso,
ci porta ad una radura, dove si trova una baita ristrutturata. Si tratta
della Romilla (m. 1618), detta anche "Belvedere",
perché da qui la visuale sulla Valle di Zocca ("val da zòca") e sui pizzi Torrone
è già molto buona.
Il sentiero riparte alle spalle della baita, sulla destra (il segnavia
bianco-rosso su un masso ci orienta; attenzione a non prendere il sentiero
alla sua sinistra, che porta, con andamento pianeggiante, ad una radura),
riprendendo la salita. Dopo una serie di ripidi tornanti, ci ritroviamo
proprio a ridosso del roccioso fianco settentrionale della valle, dove
un muricciolo delimita un rudimentale ricovero che ha come tetto una
grande placca di granito. Poi, volgendo a destra, ci stacchiamo gradualmente
dal fianco della valle e, a quota 1750 circa, in corrispondenza di un
nuovo cartello di divieto di caccia, il sentiero lascia il bosco. Per
circa 150 metri la sua traccia sale in una rada boscaglia, alternata
a radure, e diventa molto incerta ed intermittente. È questo
il tratto in cui il rischio di perderla, se la si percorre in discesa
prestando scarsa attenzione ai segnavia, è concreto. Infine,
al termine di un breve corridoio, al cui ingresso si trova un nuovo
cartello di divieto di caccia, raggiungiamo il pianoro principale della
valle, sul cui limite troviamo una baita
diroccata
(m. 1922).
Qui la valle, soprattutto alla nostra sinistra, mostra un volto molto
più gentile e consono ad un nome che sembra suggerire accenti
di dolcezza. Il lato sinistro è dominato dal pizzo dell'Averta (sciöma da vertàla, m. 2853) e, alla sua sinistra, dalla cima quotata m. 2806. Lo spettacolo
di gran lunga più suggestivo si sta però preparando alle
nostre spalle. Ma dobbiamo salire ancora un po' per cominciare ad ammirarne
la grandiosità. Scendiamo, allora, al pianoro paludoso sottostante
ed attraversiamolo, sfruttando anche un ponticello in legno . La traccia
di sentiero riprende a salire, sul lato opposto, su un dosso erboso,
passando a destra del rudere di un calecc e di alcuni massi ciclopici
(con la targa gialle del Sentiero Life), presso i quali si trova il
rudere di un secondo calecc.
Alla sommità del dosso si trova un modesto terrazzo erboso: volgendo
le spalle, possiamo ammirare, in primo piano, l’alta Valle di Zocca ("val da zòca") e, alla sua sinistra, uno spaccato dell’alta val Qualido.
Oltre il terrazzo, il sentiero comincia a piegare a sinistra, serpeggiando
fra pascoli e placche arrotondate, raggiungendo il filo di un largo
dosso erboso. Piegano leggermente a destra, risale il dosso per un buon
tratto; piega, poi, ancora leggermente a destra ed effettua una diagonale,
che lo porta al rudere della baita quotata 2075 m. Guardando in alto,
distinguiamo facilmente dove si trova il punto di arrivo della salita,
cioè quel passo Romilla (o dell’Averta (dal dialettale "avert", cioè aperto)) che si affaccia
sulla Valle di Preda Rossa: è leggermente a destra della nostra
verticale (a destra della punta dell’Averta, ancora nascosto
dall’ultimo gradino della valle (da qui vediamo solo il disegno
dell’intaglio, non ancora il passo; se, invece, guardiamo verso
sinistra, vedremo un secondo intaglio che potrebbe farci sospettare
ad un passo, ma non è così).
Dal
rudere parte un nuovo dosso erboso, ed il sentiero lo risale, fino ad
una fascia di massi, che viene attraversata verso destra. Restando sul
filo del dosso e sul limite destro di una fascia di massi, il sentiero
prosegue nella salita. Seguiamo i segnavia bianco-rossi, per evitare
percorsi più dispendiosi. La salita è piuttosto faticosa,
ma può essere opportunamente intervallata da soste, che permettono
di ammirare la sequenza maestosa delle cime del gruppo del Masino, dai
pizzi del Ferro (sciöma dò fèr) ("sciöme do fèr"), alla nostra sinistra, alla punta Baroni, alla nostra
destra. Passiamole in rassegna: si mostrano, da sinistra, i pizzi del Ferro occidentale (o cima della Bondasca, m. 3267), centrale (m. 3287)
ed orientale (m. 3200), sulla testata della valle omonima, la cima di
Zocca (m. 3175), la punta Allievi (m. 3123), la Cima di Castello ("castèl") (m.
3386), la punta Rasica ("rèsga") (m. 3305), le celeberrime cime della Valle di Zocca ("val da zòca"), ed ancora i pizzi Torrone occidentale (m. 3349), centrale (m.
3290) ed orientale (m. 3333, riconoscibile per il sottile ago alla sua
sinistra), sulla testata della valle omonima, il Monte Sissone (("sisùn", in Val Masino, "còrgn de sisùm", in Valmalenco; m.
3331)
e la cima di Chiareggio nord-occidentale, o punta Baroni (m. 3203),
sulla testata della Val Cameraccio. Si tratta di uno spettacolo estremamente
suggestivo, in una giornata limpida.
Ma torniamo alla salita: terminala la stretta lingua erbosa, non possiamo
evitare un tratto fra i massi, fino ad raggiungere un nuovo corridoio
erboso, che il sentiero risale. Ci troviamo a sinistra di una sorta
di morena, e cominciamo ad incontrare una curiosa situazione policroma:
i segnavia bianco-rossi si soprappongono a segnavia verdi e bianco-verdi,
tracciati precedentemente per segnalare un sentiero alto sul versante
meridionale della Val di Mello. Dopo una nuova fascia di massi, qualche
ultimo lembo erboso e, di nuovo, una fascia di grandi massi, ci affacciamo,
a quota 2400 m. circa, alla soglia terminale della valle, una grande
conca occupata da sfasciumi e da un nevaietto. In cima al versante terminale,
ecco il passo, costituito dalla selletta pianeggiante posta a sinistra
di un evidente gendarme roccioso. Il sentiero passa a sinistra del nevaietto
e, contrariamente a quanto ci si potrebbe aspettare, non affronta direttamente
il canalino terminale, sul quale corre, peraltro, una
traccia
di sentiero, ma rimane sulla sinistra, salendo alle roccette che si
trovano a fianco del passo, che raggiungiamo dopo un ultimo breve traverso
a destra (il passaggio è un po’ esposto, per cui richiede
attenzione).
Alla fine i 2546 metri della facile sella del passo sono raggiunti.
Prima di gettare uno sguardo sul versante opposto, osserviamo ancora
quello della Val di Mello ("val da mèl"). Se osserviamo la costiera che separa la val
Qualido dalla Valle di Zocca ("val da zòca"), potremo scorgere l'altro e più
celebre passo dell'Averta (dal dialettale "avert", cioè aperto), punto di passaggio indimenticabile sul Sentiero
Roma. Questo è già di per sé assai curioso, ma
c'è di più: i due passi omonimi sono pressoché
alla medesima altezza (il nostro a 2546 metri, quello sul sentiero Roma
a 2540 metri). Forse proprio per evitare confusioni si preferisce ora
denominare il nostro valico passo Romilla ("pas da Roméla" o "pas da vertàla"). La precedente
scritta “Averta" (dal dialettale "avert", cioè aperto), che si trovava proprio sul passo, è
ora stata sostituita dalla scritta “Romilla”. Sul passo
si trova anche, manco a dirlo, la targa gialla del Sentiero Life. Il
panorama, in direzione della Val di Mello ("val da mèl"), è mutato: non si vedono
più i pizzo Torrone, il Monte Sissone ("sisùn") e la punta Baroni, ma,
a sinistra dei pizzi del Ferro, si intravedono i pizzi Badile e Cengalo,
seminascosti dietro la costiera del Cavalcorto ("sciöma da cavalcürt"); più a sinistra
ancora, vediamo uno spaccato della Valle dell’Oro, con il pizzo
Ligoncio (ligùnc') ed i pizzi dell’Oro.
Sul versante della valle di Preda Rossa, invece, ci troviamo alla sommità
della valle d'Averta (dal dialettale "avert", cioè aperto); alla nostra sinistra, infatti, il passo è
chiuso dalle rocce del crinale di sud-ovest del pizzo o punta dell'Averta (dal dialettale "avert", cioè aperto)
(m. 2853). Guardando in questa direzione dal passo è visibile,
a destra, un suggestivo scorcio della catena orobica (oltre l'alpe Scermendone).
A sinistra, invece, si mostra, per ora,
solo
uno dei due Corni Bruciati, e precisamente la punta centrale (m. 3114);
per la verità, dovremmo menzionare, alla sua destra, anche la
punta sud-occidentale (m. 2958), che di solito non si considera, in
quanto ci si riferisce solamente alle due punte principali (nord-orientale,
m. 3097, e centrale, appunto), quelle che, in diversi momenti, ci è
già capitato di osservare lungo il cammino.
Vediamo, ora, come scendere alla Piana di Preda Rossa ("pianùn de préda rosa"). Il primo tratto
della discesa supera un ripido versante erboso, con qualche serpentina,
e ci porta, piegando a sinistra, ad una fascia di massi, dove i segnavia
bianco-rossi si alternano a quelli bianco-verdi. Superata, con una diagonale
verso sinistra, la fascia, torniamo su un terreno di magri pascoli e,
piegando leggermente a destra, scendiamo quasi diritti per un breve
tratto, fino ad una nuova fascia di massi. Passiamo, quindi, a destra
di un dosso, piegando ancora leggermente a sinistra prima, a destra
poi. Scendiamo per un buon tratto lungo una fascia erbosa, più
o meno al centro della valle, lasciando due grandi fasce di massi alla
nostra destra ed alla nostra sinistra. Giunti, però, in vista
del rudere della baita dell’Averta (m. 2242) ed in prossimità
di un larice solitario, pieghiamo decisamente a sinistra, cambiando
direzione (da sud ad est), e proseguendo in direzione della costiera
che separa la valle dell’Averta dai versanti nord-occidentali
dell’alta Valle di Preda Rossa. Superiamo, così, una sorta
di corridoio fra i massi, raggiungendo di nuovo un corridoio erboso,
a ridosso delle placche di granito della costiera. È ben visibile,
ora, sotto di noi, alla nostra destra, la Piana di Preda Rossa, attraversata
dai pigri meandri del torrente. Vediamo, ora, anche la punta nord-orientale
dei Corni Bruciati.
Una breve salita ci porta ad una nuova, lunga e noiosa fascia di massi:
attraversiamola con pazienza ed attenzione. Davanti a noi comincia a
profilarsi l’imponente mole del Monte Disgrazia ("desgràzia") (m. 3678). Dopo
un breve intervallo, ci attende una seconda fascia di massi, altrettanto
noiosa, attraversando la quale perdiamo gradualmente quota. Se guardiamo
alla nostra sinistra,
restiamo
stupiti di fronte alla vertiginosa parete verticale che precipita dalla
punta d’Averta. Superati gli ultimi massi, troviamo una traccia
di sentiero che prosegue nella diagonale di discesa, proponendo anche
un passaggio elegantemente scalinato, fra due placche di granito. Poi
pieghiamo decisamente a destra, invertendo, quasi la direzione ed attraversando
una sorta di corridoio, delimitato, a sinistra, da una grande placca.
Ora la Piana di Preda Rossa ce la ritroviamo proprio davanti a noi,
rasserenante, tranquilla. Superato il corridoio, pieghiamo ancora a
sinistra, ed iniziamo una serie di tornanti, perdendo quota più
rapidamente, fra massi, macereti ed erbe, fino ad intercettare, ad una
quota approssimativa di 2100 metri, il sentiero che dalla Piana di Preda Rossa sale al rifugio Ponti, i corrispondenza di una
seconda piana minore posta a monte della Piana di Preda Rossa.
Che fare, ora? L’itinerario di visita ai 5 siti di interesse comunitario
termina qui, e quindi potremmo anche considerare conclusa la nostra
traversata. Il consiglio, però, è di prolungarla con il
passaggio alla Val Torreggio (Valmalenco), possibile in due modi: dal
rifugio Ponti per il passo di Corna Rossa, oppure dal rifugio Scotti
per i passi di Scermendone e Caldenno. In questo secondo caso (ed anche
nel caso ritenessimo, legittimamente, concluso il Sentiero Life), scendiamo
alla Piana di Preda Rossa (m. 1950 circa) e, di qui, per la strada asfaltata
o per il sentiero che la taglia in più punti, alla Valle di Sasso
Bisòlo, dove si trova il rifugio Scotti (m.
1462). Nel primo caso, invece, riprendiamo la salita, sul sentiero segnalato,
fino al rifugio Ponti (m. 2559).
Ecco il bilancio della quinta giornata (esclusa l’eventuale salita
al rifugio Ponti, che richiede circa 450 metri aggiuntivi): un dislivello
in salita di circa 1600 metri, 8 ore di cammino ed uno sviluppo di circa
20 km. Roba per camminatori tosti!
Chi volesse ulteriori informazioni o aggiornamenti,
può rivolgersi all’ERSAF, a Morbegno (SO), tel. 02 67404.581,
fax 02
67404.599,
oppure all’Infopoint ERSAF, tel. 02-67404451 o 02-67404580; può
anche scrivere a oscar.buratta@ersaf.lombardia.it,
oppure a life@ersaf.lombardia.it.
Risulta utile anche la consultazione del sito Internet www.lifereticnet.it/italiano/home.htm