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Punti di partenza ed arrivo |
Tempo necessario |
Dislivello in altezza
in m. |
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti) |
Rifugio Scotti-Val Terzana-Passo di Scermendone-Valle di Postalesio-Passo di Caldenno-Rifugio Bosio |
5 h |
1230 |
E |
Il
Sentiero Life delle Alpi Retiche, pensato per consentire di visitare
i cinque siti di interesse comunitario, si può considerare concluso
con la quinta giornata. La sesta rappresenta una sorta di completamento,
consigliato, e propone la traversata in Val Torreggio (Valmalenco),
analogamente a quanto accade per il Sentiero Roma ed il Sentiero Italia
Lombardia nord 3. Questa traversata, a sua volta, può avvenire
per due vie: partendo dal rifugio Ponti e sfruttando il passo di Corna
Rossa (ed in tal caso ricalca il percorso del Sentiero Roma), oppure
partendo dal rifugio Scotti e sfruttando i passi Scermendone e Caldenno.
Per la verità si può partire, in entrambi i casi, da ambedue
i rifugi: il rifugio Scotti offre il vantaggio di non gravare la quinta
giornata del Sentiero Life di un dislivello aggiuntivo in salita di
circa 450 metri (visto che ne richiede già 1600 di suo!).
Vediamo
entrambe le possibilità, chiamandole variante A (alta) e B (bassa).
La variante A, innanzitutto. Dal rifugio Ponti,
seguendo le abbondanti segnalazioni, si può salire al passo di
Corna Rossa. Questo itinerario, nella sua prima parte, coincide con
quello seguito dagli alpinisti che scalano il Disgrazia. Si attraversa
il primo torrente che scende dal ghiacciaio di Preda Rossa ("sgiascé"), per poi
salire sul filo della grande morena centrale che termina ai piedi del
medesimo ghiacciaio. Seguendo le bandierine rosso-bianco-rosse, si scende,
quindi, sul lato opposto, seguendo un sentierino e, ignorate le indicazioni
per il Monte Disgrazia ("desgràzia"), si raggiunge un masso sul quale è segnalato
il percorso per i rifugi Desio e Bosio.
Volgendo lo sguardo alle spalle, si può godere di un buon colpo
d’occhio sulla poderosa costiera Remoluzza-Arcanzo, fra Valle
di Preda Rossa e Val di Mello ("val da mèl"), sulla quale sono individuabili, da nord
(cioè da destra) la Bocchetta Roma ("pas da ciöda"), il pizzo della Remoluzza (sciöma da remolöza)
(m. 2814), il pizzo di Averta (dal dialettale "avert", cioè aperto) (m. 2853), il pizzo Vicima (sciöma da veciöma) (m. 2687),
la cima degli Alli (sciöma dei äl), o Ali (m. 2725) e la cima di Arcanzo (m. 2715).
La discesa termina sul greto del secondo torrente che scende dal ghiacciaio
e che deve essere attraversato. Il sentiero è a tratti ben visibile,
ma talora ci si deve affidare alle segnalazioni.
Fra massi rosseggianti sempre più numerosi e con immagini sempre
diverse del Monte Disgrazia ("desgràzia") (m. 3678, alla cui sinistra
si
individua bene la sella di Pioda, a sua volta a destra del monte Pioda, "sciöma da piöda"),
il percorso prosegue, passando a monte della seconda morena della valle,
quella orientale, e giungendo ad un grande masso, su cui un’indicazione
indirizza ad un nevaio che è presente anche a stagione avanzata
e che deve essere risalito. E' già visibile, in alto, la piccola
depressione del passo (m. 2836), posto a sud della cima di Corna Rossa
(m. 3180); il Monte Disgrazia ("desgràzia"), intanto, si defila sempre più
dietro la dorsale della punta di Corna Rossa.
Il nevaio va tagliato verso sinistra, o aggirato a monte, con cautela,
perché, nella parte alta, è abbastanza ripido, per cui
vale la pena di calzare i ramponi. Raggiunta la fascia di rocce sul
suo limite superiore, si inizia la salita su un fondo costituito da
terriccio, sassi mobili e massi talora scivolosi. Per questo va affrontata
con cautela: in un paio di punti corde fisse la rendono più sicura.
Sono pochi i punti esposti, ma conviene ugualmente salire senza fretta.
Poco oltre il secondo punto attrezzato con corde fisse, si raggiunge
finalmente il passo di Corna Rossa, annunciato dalla
punta del parafulmine posto nei suoi pressi (e tutt’altro che
superfluo: la zona, per la presenza di rocce con alto contenuto ferroso,
è particolarmente bersagliata dai fulmini; lo si tenga presente
e si eviti, di conseguenza, di affrontare la salita al passo in condizioni
di tempo incerto).
La prima immagine che lo sguardo incontra, oltre il passo, è
quella del versante destro della Val Torreggio. Volgendo lo sguardo
a sinistra si vede il versante sinistro della Val Airale, prosecuzione
della Val Torreggio. Più a sinistra ancora, ecco il rifugio Desio (m. 2830), chiuso perché pericolante, a seguito delle eccezionali
nevicate dell’inverno 2000-2001: esso rimane
oltre
il crinale, per cui non è visibile per chi sale. Volgendosi ancora
a sinistra si ammirano la morena centrale di Preda Rossa, parte della
costiera Remoluzza-Arcanzo e, sul fondo, alcune fra le più famose
cime della Val di Mello ("val da mèl"), che, durante le precedenti giornate, abbiamo
imparato a conoscere bene: i pizzi del Ferro (sciöma dò fèr), la cima di Zocca ed i
pizzi Torrone, fra i quali spicca, per la forma a punta di lancia, il
pizzo Torrone orientale. Visto da qui, il rifugio Ponti non è
che un piccolo punto perso fra le gande.
Dal passo di Corna Rossa, attraverso la Val Airale, si deve, ora, scendere
in Val Torreggio, il cui fondo è dominato dai Corni Bruciati.
Per farlo si seguono gli abbondanti segnavia rosso-bianco-rossi, che
dettano il percorso più razionale fra un mare di massi rossi
di tutte le dimensioni, in direzione sud-sud-est. Si presti attenzione
a non seguire la deviazione a sinistra, anch’essa segnalata, per
i laghetti di Cassandra.
In realtà potrebbe essere un’interessante variante visitare
questo splendido sistema di laghetti in un vallone nascosto ai piedi
del pizzo di Cassandra. In tal caso seguiamo i segnavia che ci guidano
nella traversata in direzione est, che ci porta a scendere da uno sperone
roccioso al più alto dei laghetti (m. 2746), nelle cui splendide
acque di un blu intenso si specchia il nevaio che scende dal ghiacciaio
della Cassandra. Proseguiamo, seguendo le rade indicazioni, descrivendo
un arco verso destra sud-est ed ignorando, sulla sinistra, la deviazione
per il passo Cassandra (m. 3097), che permette di accedere alla Vedretta
della Ventina (védrècia de la venténa), in alta Valmalenco (val del màler).
L’arco
descritto ci permette di giungere in vista dei due laghetti inferiori
(m. 2464). Prendendo ancora a destra scendiamo al più grande,
passando a sinistra di un pronunciato torrione, quotato 2710 metri,
ed a destra di una enorme ganda. In prossimità del laghetto dobbiamo
superare, con una certa fatica, una fascia di grandi massi rossi (seguiamo
i segnavia, per non complicarci inutilmente la vita). Poi, piegando
ancora a destra, superiamo una breve porta e, sfruttando un facile canalino,
raggiungiamo il pianoro quotato 2391 metri. Volgendo a sinistra e seguendo
i segnavia bianco-rossi, superiamo, con cautela, un sistema di roccette
e, dopo un’ultima discesa, intercettiamo il sentiero principale
che dal passo di Corna Rossa scende alla piana della Val Torreggio.
Ma torniamo a questo sentiero principale. Con una discesa piuttosto
monotona, questo, a quota 2560 circa, piega a sinistra, passando dalla
direzione sud alla direzione sud-est. Lasciati alle spalle i grandi
massi, proseguiamo la discesa su un terreno misto, fino a giungere in
vista della splendida piana della Val Torreggio, dove, a 2086 metri
di quota, troviamo il rifugio Bosio. La piana, nella
quale il torrente Torreggio disegna qualche piGro meandro, è
dominata, ad ovest, dai Corni Bruciati (settentrionale, m. 3097, e meridionale,
m. 3114), che, alla fine, risultano le cime che più risaltano
nell’intero Sentiero Roma: li possiamo vedere, sotto diverse angolatura,
infatti, dalla Val Ligoncio e dal passo del Barbacan (o Barbacane, da un termine di origine persiana che significa "balcone") nord fino alla
Val Torreggio, cioè durante tutte le giornate della traversata,
esclusa la prima. La variante A (se partiamo dal rifugio Ponti) comporta
un dislivello approssimativo in salita di 330 metri e richiede circa
3/4 ore di cammino.
Vediamo,
ora, la variante B, che comporta, innanzitutto, la
salita da Sasso Bisolo ("sas besö", detta anche "San Bissolo" e, anticamente, "Sambusola"; il termine deriva da "biss", biscia, o da "sambuco") all'alpe di Scermendone basso. Seguiamo, in questo
caso, per un tratto la strada asfaltata, dal rifugio Scotti fino al gruppo di baite, con la casera, che si trovano alla nostra destra.
Imboccando una pista appena marcata, lasciamo ora la strada, superiamo
le baite e puntiamo verso est (diagonale verso destra), in direzione
del torrente, che scorre a ridosso del fianco meridionale della valle
(cioè alla nostra destra). Raggiunta la sua riva, la seguiamo,
sempre verso est (monte), fino a trovare un ponticello che ci permette
di passare sul versante opposto, dove troviamo il sentierino che sale
all'alpe di Scermendone basso, tenendosi sul versante meridionale dell'estrema
propaggine della Val Terzana (alla nostra sinistra, infatti, è
scavata la gola terminale che precede il punto in cui la Val Terzana
confluisce nella Valle di Sasso Bisolo ("sas besö") (detta anche "San Bissolo" e, anticamente, "Sambusola"; il termine deriva da "biss", biscia, o da "sambuco")).
Dopo qualche tornantino, il sentiero (segnalato da qualche raro segnavia
rosso-bianco-rosso) raggiunge le baite della località Corticelle (Curtiséi, m. 1546), e prosegue, salendo, alle loro spalle, in
una breve macchia, prima di piegare a sinistra, uscire all'aperto e
superare un primo valloncello, raggiungendo i prati della baita di quota
1762. Superato un secondo valloncello, entriamo per un buon tratto in
bosco di larici, prima di raggiungere il limite inferiore dei prati
immediatamente a valle dell'alpe. Teniamo presente che la traccia non
è continua, e tende a perdersi nei prati attraversati: per ritrovarlo,
immaginiamo quindi di
effettuare
una diagonale che li tagli dal limite inferiore raggiunto a quello superiore.
Dai prati raggiunti saliamo, puntando la baita solitaria che sta sulla
nostra verticale, fino a raggiungere, attraversato un breve corridoio,
la soglia del pianoro di Scermendone basso (un'alpe
ancora utilizzata nel periodo estivo), dove raggiungiamo la casera,
a quota 2050 metri. Davanti ai nostri occhi si apre un suggestivo scorcio
dell'alta Val Terzana, dove è facilmente riconoscibile il passo
di Scermendone, che porta in alta Valle di Postalesio. Oltrepassata
la casera, proseguiamo per un tratto in direzione del fianco montuoso
alla nostra destra, dove troveremo un largo sentiero (quasi un tratturo)
che comincia a salire fra i macereti, con una prima diagonale verso
sinistra, ed una seconda verso destra, fino ad intercettare il sentiero
per la Val Terzana nei pressi della chiesetta di S. Quirico e del bivacco
Scermendone, all’alpe Scermendone.
Possiamo giungere fin qui anche partendo dalla Piana di Preda Rossa ("pianùn de préda rosa")
(m. 1908). In questo caso, giunti allo spiazzo che, terminata la strada
asfaltata, funge anche da parcheggio, invece di seguire le indicazioni
per il rifugio Ponti, cerchiamo, sulla destra, un ponticello che attraversa
il torrente e, valicato un valloncello, effettua una traversata che
taglia la frana scesa dal Sasso Arso e porta a Scermendone Basso (m.
2032). Qui, superato il torrente su un nuovo ponticello, puntiamo a
sud, cioè direttamente al versante del monte, dove troviamo la
già citata mulattiera che ci porta, in breve, alla chiesetta
di San Quirico.
Bene: in un modo o nell’altro abbiamo raggiunto San Quirico. Vale
la pena, se non l’abbiamo già fatto salendo da Granda,
percorrere il lungo alpeggio, di una panoramicità più
unica che rara. Il colpo d’occhio sulla Piana di Preda Rossa ("pianùn de préda rosa") e
sul Monte Disgrazia ("desgràzia"), in particolare, è di incomparabile bellezza.
La chiesetta, poi, è un piccolo ed antichissimo gioiello, non
a caso posta qui, a testimonianza non solo dell’importanza primaria
dell’alpe, ma anche della sua posizione strategica, come punto
di
passaggio
dei pellegrini che, percorrendo poi proprio la val Terzana, valicando
il passo di Scermendone e quello di Caldenno, scendevano in Valmalenco.
Questa direttrice della traversata Val Masino-Valmalenco corre più
a sud di quella del Sentiero Roma, che passa dal passo di Corna Rossa,
e non sfigura nel confronto con quest’ultima; anzi, dal punto
di vista strettamente panoramico si fa sicuramente preferire. Alle spalle
della chiesetta, la Val Terzana (chiamata anche Valle di Scermendone: così, per esempio, nella carta della Val Masino curata dal conte Lurani, nel 1881-1882), che confluisce, da nord-est, nella Valle di Sasso Bisòlo, la più orientale delle valli che costituiscono la Val Masino, ci appare già in tutta la sua
apertura, fino al passo di Scermendone: uno spettacolo di grande suggestione.
Scendendo da San Quirico ad una grande vasca in cemento per la raccolta
dell’acqua, posta poco ad est del baitone, possiamo trovare, in
una nicchia, una sorgente, con una scritta non facile da leggere. Si
tratta della celebre “Acqua degli occhi”, una sorgente di
acqua che la tradizione popolare vuole terapeutica per i malanni che
toccano la vista. Per capire perché, dobbiamo però risalire
al bivacco Scermendone, dove, sulla porta, è affisso un articolo
di giornale nel quale si racconta la leggenda cui quest’acqua
è legata. Vale la pena di raccontarla anche in questa sede, perché
ci aiuta ad entrare meglio nello spirito dell’aspro scenario settentrionale
della valle, con la sua sofferta compagine di rocce dalla tonalità
rossastra.
È
la celebre leggenda di Preda Rossa e dei Corni Bruciati. Un tempo questi
non erano, come ora, desolate torri di roccia rossastra, ma bei pizzi
alle cui falde si stendevano, nelle valli Preda Rossa e Terzana, splendide
pinete e pascoli rigogliosi. Vi giunse, un giorno, un mendicante lacero
ed affamato, che si rivolse, per essere ristorato, a due pastori, l’uno
di animo buono, il secondo di animo gretto e malvagio. Quest’ultimo
lo schernì e gli disse che poteva offrirgli solo gli avanzi del
cane, mentre il primo ne ebbe pietà, lo rifocillò e gli
cedette il giaciglio per la notte. Il mattino seguente il mendicante
prese in disparte il pastore buono e gli ordinò di lasciare subito
Preda Rossa per salire a Scermendone e tornare a Buglio, senza mai voltarsi,
qualunque cosa avesse sentito alle sue spalle. Il pastore vide il suo
aspetto trasfigurarsi, divenendo luminoso e maestoso, e capì
che si trattava del Signore, per cui obbedì senza indugio. Lasciata
Preda Rossa, cominciò a sentire alle proprie spalle un gran fragore,
grida, rumore di piante e massi che rovinavano a valle, ma proseguì
il cammino, ricordandosi dell’ingiunzione del Signore. Quando,
però, ebbe raggiunto il crinale di Scermendone alto, e si accingeva
a scendere verso Buglio, non resistette, volse lo sguardo. Fece appena
in tempo a vedere uno spettacolo apocalittico, un rogo immane che divorava
i boschi, ma, ancora di più, la stessa montagna, che si sgretolava
e perdeva enormi massi, i quali precipitavano, incandescenti, a valle.
Vide solo per un istante, perché fu subito accecato da due scintille,
che lo avevano seguito. Pregò, allora, il Signore che lo perdonasse
per la disobbedienza, e questi lo esaudì, chiedendogli di battere
il piede contro il terreno e di bagnare gli occhi all’acqua della
sorgente che sarebbe da lì scaturita. Fece così, e riebbe
la vista, tornando a Buglio a raccontare i fatti tremendi di cui era
stato testimone. Da allora il fianco di sud-est della Valle di Preda
Rossa e quello
settentrionale
della Val Terzana restano come desolato monito che ricorda agli uomini
l’inesorabilità della punizione divina per la loro malvagità.
Anche i nomi parlano di una remota e terribile vicenda che ha segnato
quest’angolo di Val Masino: il Monte Disgrazia ("desgràzia"), prima, si chiamava pizzo Bello, denominazione, poi, trasferita alla meno maestosa cima
che, con i suoi 2743 metri, presidia l’angolo di sud-est della
Val Terzana.
Vale la pena di ricordare, infine, che il vicino bivacco di Scermendone
offre un punto di appoggio preziosissimo in caso di maltempo.
In cammino, ora: a noi sarà, però, concessa la libertà
di volgerci indietro, talora per ammirare ottimi scorci panoramici sulle
cime della Valle dell’Oro (dove spicca, con il suo profilo tondeggiante
e un po’ tozzo, il pizzo Ligoncio). A poche decine di metri da
San Quirico parte una pista che si addentra in Val Terzana,
tagliandone il fianco meridionale, fino alla già citata alpe
Piano di Spini (m. 2198). Alle spalle della baita di sinistra dell’alpe
comincia, poi, un sentiero (segnavia rosso-bianco-rossi), che sale per
un tratto verso sinistra, sormonta un dosso e prosegue verso nord-est,
fino ad un breve corridoio nella roccia, che ci porta qualche metro
sopra il laghetto di Scermendone (m. 2339). Si tratta
di uno specchio d’acqua non ampio, ma pur sempre considerevole,
sia per la sua bellezza, sia per il fatto che, insieme ai laghetti della valle di Spluga e ad uno specchio ancor più modesto al centro
della val Cameraccio, è ciò che resta di una presenza
di laghi alpini che, in Val Masino, dovette essere, in tempi remoti,
ben più consistente. Una sosta sulle sue rive permette di osservare
il Sasso Arso ed i Corni Bruciati: viste da qui, queste formazioni montuose
mostrano bene la ragione della loro denominazione.
Il
sentiero comincia, poi, a piegare gradualmente a sinistra: passiamo
così a monte di un pianoro, che lasciamo alla nostra destra,
superiamo qualche modesta roccetta e superiamo il torrentello della
valle, portandoci alla sua sinistra. Il passo è sempre là,
visibile quasi per l’intero percorso, e si fa, poco a poco, più
grande. In questo tratto passiamo a destra di uno sperone di roccia,
ovviamente dalla tonalità rossastra, non molto alto (m. 2621),
che però, visto da qui, fa la sua bella figura. Alle sue spalle
i Corni Bruciati, di cui però è difficile distinguere
la cima, perché, da questo angolo visuale, si mostrano assai
meno pronunciati di quanto non appaiano dalla Valle di Preda Rossa.
Lo scenario alla nostra destra è, invece, diverso: a sinistra
della tondeggiante cima di Vignone, un largo canalone, quasi interamente
occupato da sfasciumi, sale, con pendenza modesta, fino ad una depressione
sul crinale. La salita parrebbe agevole, ma la discesa sull’opposto
versante erboso, che guarda all’alpe Baric, è piuttosto
difficoltosa nel primo tratto, ripido ed esposto. A sinistra del canalone,
ecco, poi, la cima quotata 2643 metri, che una modesta sella separa
dal pizzo Bello, di cento metri più alto. Per la verità
quest’ultima cima si mostra, da qui, niente affatto bella: anzi,
il suo versante di nord-ovest è costituito da una parete verticale
di scura roccia, ben diversa dal ripido ma erboso versante opposto.
Ancora più a sinistra, una serie di guglie rocciose segna il
crinale fino al passo, sorvegliato da due torri guardiane.
Dai 2595 metri del passo di Scermendone ci affacciamo,
alla fine, dopo un’ora e mezza circa di cammino da San Quirico,
all’alta Valle di Postalesio, e vediamo subito il meno pronunciato
passo gemello (quello di Caldenno), che permette di scendere al rifugio
Bosio, in Val Torreggio (Valmalenco). Oltre il crinale orientale della
valle, possiamo individuare alcune cime assai distanti fra di loro:
i corni di Airale, in Val Torreggio, a sinistra, poi il lontano pizzo
Varuna (o Verona), sulla testata della Valmalenco, ed ancora la cima
Viola, fra Valle d’Avedo (da "avéd", cioè abete, val Grosina) e Valle Cantone di Dosdè,
ed infine, sulla destra, il pizzo Scalino e la punta Painale. Volgendoci
verso
la Val Terzana, la dominiamo interamente, e scorgiamo il laghetto di
Scermendone ed un bel tratto dell’omonima alpe, da cui siamo partiti.
La discesa in alta Valle di Postalesio sfrutta un sentierino
ripido e molto marcato, che scende diritto per un tratto, piega a sinistra,
scende di nuovo diritto prima di puntare a destra, verso il pianoro
dell’alta valle, duecento metri circa più in basso rispetto
al passo. Dal passo in poi i segnavia sono bolli rossi con bordo giallo.
Nell’ultima parte della discesa, lasciamo alla nostra sinistra
una grande ganda, costituita da massi rossatri, così come rossastre
sono le cime che, sulla testata della valle, ci nascondono la vista
del Monte Disgrazia ("desgràzia"). L’incendio di Preda Rossa è giunto
fin qui? La leggenda non lo dice. C’è però un’altra
leggenda, che parla dei “cunfinàa”, cioè delle
anime che, per le loro colpe, sono state condannate a scalpellare eternamente
questi innumerevoli massi (e, se prestiamo attenzione, ne vediamo, effettivamente,
di tutte le dimensioni). Tuttavia il loro lavoro disperato inizia solo
sul far del tramonto: solo allora si possono udire i colpi sordi e sconsolati
del metallo sulla pietra.
Prima che ciò accada, portiamoci al solco del torrente e valichiamolo,
prendendo, poi, a sinistra e lasciando alla nostra destra i segnavia
che indicano il sentiero che scende in media Valle di Postalesio, all’alpe
Palù (toponimo assai diffuso, che deriva da "palude"). Il sentiero riprende quota e, dopo un traverso a sinistra,
punta a destra, in direzione del passo di Caldenno.
Dopo un ultimo traverso esposto sul fianco assai ripido
dell’alta
valle, raggiungiamo anche questo secondo passo (m. 2517), dal quale
possiamo ammirare una veduta davvero suggestiva del Monte Disgrazia ("desgràzia").
Il panorama che si apre è molto interessante anche verso est,
dove si scorge l'elegante profilo del pizzo Scalino, che introduce all'inconfondibile
atmosfera della Valmalenco.
La salita è terminata: inizia ora una lunga discesa in val Torreggio,
inizialmente verso est e poi verso nord est.
Seguendo le segnalazioni, si raggiunge facilmente il rifugio
Bosio, posto in un incantevole pianoro al centro della valle
(m.2086), il cui sfondo è dominato dai Corni Bruciati.
La variante B (se partiamo dal rifugio Scotti) comporta un dislivello
in salita approssimativo di 1230 metri, e richiede circa 5 ore di cammino.
Chi volesse ulteriori informazioni o aggiornamenti,
può rivolgersi all’ERSAF, a Morbegno (SO), tel. 02 67404.581,
fax 02 67404.599, oppure all’Infopoint ERSAF, tel. 02-67404451
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