Seconda giornata: dal rifugio Brasca al rifugio Gianetti, per il passo del Barbacan nord

1. Novate Mezzola -
Rif. Brasca

2. Rif. Brasca -
Rif. Gianetti

Variante: Sentiero Risari
Omio-Gianetti

3. Rif. Gianetti - Rif. Allievi

4. Rif. Allievi -
Rif. Ponti

5. Rif. Ponti -
Chiesa Valmalenco


 

[Home Page]

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Rifugio Brasca-Rifugio Gianetti
5 h
1300
E

VISUALIZZA LA PRESENTAZIONE "PASSO DOPO PASSO"

Accendi le casse se vuoi ascoltare un mio brano ispirato a questi luoghi

La seconda giornata comincia all'insegna della fatica: ci si muove, infatti, dal rifugio Brasca, salutando lo scenario della parte occidentale della testata della Val Codera, per affrontare la faticosa salita al passo del Barbacan nord (o Barbacane, da un termine di origine persiana che significa "balcone"; bisogna però ricordare che nel dialetto di Novate Mezzola "barbacàn" significa muro obliquo di rinforzo ad una struttura muraria, con particolare riferimento, per antonomasia, ad uno degli angoli dell'antico Albergo dell'Angelo di Novate, sulla piazza della chiesa, luogo di ritrovo degli uomini del paese), lungo la valle dell'Averta (val de la vèrta, dal dialettale "avert", cioè aperto). Poco oltre il rifugio, nell'alpe Coeder (cuėdar), si trova il cartello che indica la deviazione: il sentiero Roma, infatti, si stacca dal tracciato che prosegue addentrandosi nella media ed alta Val Codera e conducendo al bivacco Pedroni-Dal Prà, dal quale si può salire al passo della Trubinasca, per poi scendere al rifugio Sasc Fourà in Val Bregaglia (presso il rifugio Brasca si trova una cartina chiara che illustra bene queste possibilità).
La salita in valle dell'Averta non concede respiri (tranne quelli che uno si prende da sé in qualche sosta opportuna). Guardiamo in alto, in direzione della valle dell’Averta: le tre cime gemelle, le cime dell’Averta meridionale, centrale e settentrionale sono ben visibili. Occhieggia anche, sornione e quasi irridente, alla loro destra, l’affilata punta della cima del Barbacan (sciöma dò barbacàn, m. 2738), alla cui sinistra si trova (non visibile da qui) il passo che dovremo varcare, cioè il passo Barbacan nord.
Il sentiero dapprima risale, con traccia non sempre evidente ma ben segnalata, un bosco di abeti, sul versante sinistro idrografico della valle (destro per chi sale), passa per l'alpe Pisci (m. 1636), attraversa da destra a sinistra un torrentello, poi esce all'aperto e, superati i due rami che confluiscono nel torrente principale, si porta sul lato opposto e raggiunge, a quota 1957, le baite dell'alpe Averta (vèrta). Lasciamo, quindi, a sinistra le baite dell'alpe seguendo la traccia segnalata, che piega leggermente a destra, facendosi sempre meno evidente (anche se, seguendo le abbondanti segnalazioni, non è possibile sbagliare) e prendendo un andamento est-sud-est. Superata una ripida e stretta costola di destriti, raggiungiamo un bel ripiano erboso con grandi massi ed una sorgente, a quota 2120 metri. Qui dobbiamo prestare attenzione (soprattutto in caso di nebbia) a non seguire la deviazione a destra, segnalata su un masso, per il Passo dell'Oro (pas dè l'òr), che scende, poi, in Valle dell'Oro ed al rifugio Omio. Saliamo, dunque, a vista, verso sinistra (nord-est), fra detriti, fino ad imboccare il canalone che si restringe progressivamente in prossimità dell'intaglio del passo. Qui pieghiamo leggermente a destra (direzione est-nord-est) e proseguiamo nella salita, con inclinazione media, che avviene dapprima fra grossi blocchi, poi fra detriti più minuti; nell'ultimo tratto la pendenza si fa più severa, ed è facile trovare neve anche a stagione avanzata. Per evitare il pericolo di essere investiti da pietre scaricate, soprattutto di pomeriggio, dalla grande frana che si è prodotta sul lato occidentale della cresta nord della cima del Barbacan, è conveniente tenersi sulla sinistra, sfruttando alcune facili cengie erbose.
A coronamento della lunga salita, eccoci, finalmente, al passo del Barbacan settentrionale, posto a 2598 metri: sono trascorse più di quattro ore (al netto delle soste) dalla partenza. Dalla sommità del canalino terminale, dove si trova neve anche a stagione avanzata, si domina l'erto e sudatissimo percorso effettuato, ma si può gettare un'occhiata anche su una parte del percorso della prima giornata, cioè sulla piana della Val Codera, nella quale si distingue Bresciàdega (o Brasciadega, forse da "brasciadella", cioè "braccio", unità di misura). Sul passo troviamo, ad attenderci, un curioso spuntone di roccia. Su un masso, una freccia bidirezionale bianco-rossa ci rassicura, in caso di scarsa visibilità: è proprio questa la più agevole porta fra la Val Porcellizzo ("val do porscelécc") e la Val Codera.
Ritemprate le forze, ci si può ora disporre alla discesa, che può avvenire secondo due diverse direttrici. La maggior parte degli escursionisti, valicata la stretta porta del passo, scende per un canalino gemello che, ripido ed impegnativo nella prima parte, diventa ben presto assai più tranquillo. Bisogna prestare però un'estrema attenzione a non far cadere sassi mobili, perché il canalino conduce al frequentatissimo sentiero Risari (tratto Omio-Gianetti), dove eventuali sassi finirebbero per scendere ad una velocità pericolosissima. Nella seconda parte della discesa, si intercetta una traccia di sentiero che conduce al sentiero Risari, in prossimità di un masso che segnala, con un triangolo rosso, la deviazione per il rifugio Brasca, pochi metri prima che il sentiero, sulla destra, attacchi la costiera del Barbacan, salendo al passo del Barbacan sud-est.
Ci si deve però dirigere in direzione opposta, cioè verso nord-est, alla volta del
rifugio Gianetti. Intanto si apre davanti agli occhi l'imponente testata della Val Porcellizzo, uno spettacolo davvero unico. la testata della Val Porcellizzo propone le poco pronunciate cime d’Averta (meridionale, m. 2733, centrale, m. 2861 e settentrionale, m. 2947), alla cui destra si eleva il più massiccio pizzo Porcellizzo (il pèz, m. 3075), seguito dal passo Porcellizzo (m. 2950), che congiunge la valle omonima all’alta Val Codera. Ecco, poi, le più celebri cime della Val Porcellizzo: la punta Torelli (m. 3137) e la punta S. Anna (m. 3171) precedono il celeberrimo pizzo Badile (badì, m. 3308), cui fa da vassallo la punta Sertori (m. 3195). Segue il secondo signore della valle, il pizzo Cengalo (cìngol, m. 3367). Chiudono la testata i puntuti pizzi Gemelli (m. 3259 e 3221), il passo di Bondo (pas da bùnd, m. 3169), che dà sulla Val Bondasca, in territorio svizzero, ed il pizzo del Ferro occidentale o cima della Bondasca (m. 3267).
Con questo superbo spettacolo impresso nell’anima, il cammino riprende. Dopo aver superato, scendendo, uno sperone roccioso, si giunge ad un grosso masso, presso il quale il sentiero Risari si congiunge con il sentiero Roma che scende dal passo del Barbacan nord. Infatti, come già detto, esiste una seconda possibilità di valicare questo passo, quella classica e segnalata dalle carte: dal passo si può, infatti, invece di infilarsi nel canalino, si può prendere a sinistra, sfruttando inizialmente una cengia esposta (questo tratto manca di protezione, per cui la cautela deve essere massima; in caso di pioggia o scarsa visibilità, poi, i rischi si moltiplicano); si scende, così, verso nord, seguendo i triangoli rossi, a sinistra rispetto al canalino che termina al Sentiero Risari.
Questo itinerario, vuoi per la sua maggiore esposizione, vuoi perché meno visibile ed intuitivo per chi raggiunga il passo dalla valle dell’Averta, è assai meno battuto. I triangoli rossi, qui, invitano a badare non tanto all'incolumità altrui, ma alla propria. La discesa verso sinistra raggiunge poi luoghi meno pericolosi, cioè i pascoli più alti, e conduce ad un ampio terrazzo ricoperto da massi e, talora fino a stagione avanzata, da neve. Per un tratto si prosegue quasi in parallelo con il Sentiero Risari, che passa poche decine di metri più in basso, poi, piegando leggermente a destra, si scende agevolmente ad intercettarlo, in corrispondenza di un grande masso che indica la biforcazione dei sentieri, a 2530 metri circa.
A questo punto si tratta solo di proseguire in direzione del rifugio Gianetti, godendo dello scenario incomparabile dei pizzi Badile e Cengalo (dal latino "cingulum", da cui anche "seng" e "cengia", stretto risalto di roccia). Il tratto compreso fra il passo ed il rifugio è percorribile in circa un'ora e mezza. Al rifugio, posto a 2534 metri, ci si può fermare a pernottare. Si conclude così la seconda giornata di cammino.
Il
rifugio Gianetti venne costruita, per iniziativa del C.A.I. di Milano, nel 1913, nei pressi della precedente capanna Badile, la seconda, in ordine di tempo, della Val Masino (era stata costruita nel 1887 e ricostruita nel 192 dopo una valanga), che restò come sua dipendenza (restaurata nel 1960, divenne bivacco, intitolato all’alpinista Attilio Piacco). L’intitolazione rendeva omaggio all’ingegnere Luigi Gianetti, che aveva contribuito finanziariamente in misura decisiva all’edificazione. Durante la prima guerra mondiale fu presidiata da reparti alpini, come punto di appoggio prezioso nel sistema difensivo voluto dal generale Cadorna, che temeva un’invasione austro-ungarica dal territorio svizzero. Durante il secondo conflitto mondiale, invece, venne utilizzata come struttura di appoggio da formazioni partigiane; per questo, durante il sistematico rastrellamento del 1944, venne bruciata dalle forze nazifasciste. Riedificata nel 1949 ed ammodernata nel 1994, è una delle più classiche mete escursionistiche della Val Masino. Alle spalle del rifugio, nel luogo in cui sorgeva il vecchio rifugio Badile costruito nel 1887, è collocato il bivacco Attilio Piacco, costruito nel 1961 e dedicato alla memoria dell'alpinista caduto nella scalata della Punta Torelli nel 1958.
Da qui appare decisamente vicino il vero signore della valle, il massiccio Pizzo Badile (badì), circondato dal Pizzo Cengalo (cìngol, caratterizzato dalla cima nevosa e tondeggiante - che giustifica l'antico nome di Mot de la Nìf - e dal prominente spigolo Vinci), a destra, dalla punta S. Anna, dalla punta Torelli e dalla curiosa formazione chiamata Dente della Vecchia, a sinistra.
Segnaliamo, infine, anche un'interessante variante al percorso illustrato. Se, risalendo la valle dell'Averta, dal pianoro di quota 2120, con grandi massi ed una sorgente, seguiamo le indicazioni che portano al Passo dell'Oro (m. 2526), prendiamo a destra, salendo a vista sul versante di detriti, fino a portarci a sinistra dello sperone, in parte erboso, che scende verso nord-ovest dall'affilata Punta Milano. Qui ritroviamo le tracce, costeggiamo per un tratto lo sperone, per poi tagliarlo verso destra e raggiungere il canalone che sale al passo. Proseguiamo, dunque, puntando all'evidente sella, su terreno di ganda, con neve anche a stagione avanzata nel tratto terminale (attenzione, perché è piuttosto ripido). Dal passo possiamo, poi scendere agevolmente in
Valle dell'Oro (denominazione che non si riferisce al nobile metallo, ma alla voce "ör", o "ora", cioè "orlo", "terrazzo"), seguendo un canalone erboso ed intercettando, più in basso, il Sentiero Risari che, percorso verso destra, raggiunge il rifugio Omio, dove è possibile pernottare. Il giorno successivo possiamo, poi, sfruttare il sentiero Risari (vedi tratto Omio-Gianetti). E' bene ribadire, infine, che i canalini terminali che conducono al Passo dell'Oro e a quello del Barbacan nord presentano spesso neve anche a stagione avanzata, per cui richiedono, per essere affrontati in sicurezza, attrezzatura adeguata (ramponi e piccozza). Del resto si tratta di un'attrezzatura che non deve mancare nell'equipaggiamento di chi affronti il sentiero Roma.
Il rifugio Omio venne edificato nel 1937 dalla Società Escursionisti Milanesi ed intitolato alla memoria di Antonio Omio, una delle sei vittime della tragica ascensione alla punta Rasica (in Valle di Zocca) del 1935. Una targa all'ingresso le ricorda tutte: Nella Verga, Antonio Omio, Giuseppe Marzorati, Pietro Sangiovanni, Mario Del Grande e Vittorio Guidali. Di tutti si dice: in novissimo die resurrecturi, cioè destinati a risorgere l'ultimo giorno. Una targa posta su un masso vicino ricorda, invece, Bongio Luigi (Buin), scomparso il 2 giugno 1992. L'edificio venne poi incendiato dalle forze nazifasciste nel 1944, perché veniva utilizzato come punto di appoggio dalle forze partigiane, ricostruito nel 1948 e ristrutturato nel 1970 e nel 1997.


Vai ora alla giornata n.3 del Sentiero Roma con il tratto dal rifugio Gianetti al rifugio Allievi

Copyright:
Massimo Dei Cas
Via Morano, 51 23011 Ardenno (SO)
Tel.: 0342661285 E-mail: m.deicas@tin.it

La riproduzione della pagina o di sue parti è consentita previa indicazione della fonte e dell'autore
(Massimo Dei Cas, www.paesidivaltellina.it)