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APRI QUI UNA MAPPA DEL PERCORSO ELABORATA SULLA BASE DI GOOGLE MAP - Sentiero Roma su YouTube 1, 2, 3, 4, 5

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Rifugio Brasca-Passo del Barbacan-Rifugio Gianetti
5 h e 30 min.
1300
E
SINTESI. Procediamo dal rifugio Brasca verso l'alta Val Codera, ma ben presto, all'alpe Coeder, lasciamo il sentiero principale prendendo a destra (segnalazioni del Sentiero Roma per la valle d'Averta ed il passo del Barbacan). Il sentiero dapprima risale, con traccia non sempre evidente ma ben segnalata, un bosco di abeti, sul versante sinistro idrografico della valle (destro per chi sale). Usciamo quindi ad una radura, battuta dalle slavine, per poi rientrare, superato un grande masso utilizzato anche come ricovero, nella pecceta. Dopo un secondo prato abbastanza ripido, il sentiero inizia ad inanellare una lunga sequenza di tornantini, fino a giungere a ridosso di un roccione e ad un canalino (località Punt del Valà) che, grazie a due ponticelli in legno, attraversiamo da sinistra a destra, passando nei pressi di un salto roccioso. Dopo una breve salita attraversiamo una nuova macchia di larici, all'uscita dalla quale siamo all'alpe Pisci (m. 1636), dove notiamo un nuovo ricovero ricavato da un grande masso. Qui attraversiamo da destra a sinistra un torrentello, riprendendo a salire con rapide serpentine che ci fanno passare accanto ad un caratteristico larice secolare dal tronco particolarmente ritorto. Il sentiero risale un grande corpo franoso che si riversa nel profondo vallone d'Averta, fino ad un bivio. Il tratto "storico" dal bivio all'alpe è, oggi in diversi tratti interrotto per smottamenti, per cui conviene non prendere a sinistra ma proseguire diritti (su un masso troviamo una freccia bianca contornata di rosso che ci invita a farlo). Saliamo nel bosco che si dirada gradualmente, fino ad approdare ad un terreno aperto e, dopo aver attraversato, con qualche saliscendi, alcuni valloncelli ed aver risalito una china erbosa, siamo alle bate dell'alpe Averta (m. 1957). Lasciamo le baite alle spalle seguendo la traccia segnalata, che piega leggermente a destra, facendosi sempre meno evidente in una miriade di rododendri (anche se, seguendo le abbondanti segnalazioni, non è possibile sbagliare) e prendendo un andamento est-sud-est. Superata una ripida e stretta costola di detriti, raggiungiamo un bel ripiano erboso, la Prada, con grandi massi ed una sorgente, a quota 2120 metri. Qui siamo ad un bivio e dobbiamo prestare attenzione (soprattutto in caso di nebbia) a non seguire la deviazione a destra, segnalata su un masso, per il Passo dell'Oro, che porta nella valle omonima. Saliamo, dunque, a vista, verso sinistra (est-nord-est), fra detriti, fino ad imboccare il canalone che si restringe progressivamente in prossimità dell'intaglio del passo. Con un po' di fatica siamo così al passo del Barbacan nord-ovest (m. 2598). La discesa in Val Porcellizzo può avvenire secondo due diverse direttrici. La maggior parte degli escursionisti, valicata la stretta porta del passo, scende per un canalino gemello (la via classica procede sul fianco di sinistra ed è all'inizio esposta), canalino che, ripido ed impegnativo nella prima parte, diventa ben presto assai più tranquillo. Bisogna prestare però un'estrema attenzione a non far cadere sassi mobili. Alla fine intercettiamo il Sentiero Risari e, procedendo verso sinistra, effettuiamo con qualche saliscendi la lunga traversata in direzione nord-est che, salendo leggermente, porta infine al rifugio Gianetti (m. 2534).

VISUALIZZA LA PRESENTAZIONE "PASSO DOPO PASSO"

La seconda giornata comincia all'insegna della fatica: ci si muove, infatti, dal rifugio Brasca, salutando lo scenario della parte occidentale della testata della Val Codera, per affrontare la faticosa salita al passo del Barbacan nord (o Barbacane, da un termine di origine persiana che significa "balcone"; bisogna però ricordare che nel dialetto di Novate Mezzola "barbacàn" significa muro obliquo di rinforzo ad una struttura muraria, con particolare riferimento, per antonomasia, ad uno degli angoli dell'antico Albergo dell'Angelo di Novate, sulla piazza della chiesa, luogo di ritrovo degli uomini del paese), lungo la valle dell'Averta (val de la vèrta, dal dialettale "avert", cioè aperto). Poco oltre il rifugio, nell'alpe Coeder (cuėdar), si trova il cartello che indica la deviazione: il sentiero Roma, infatti, si stacca dal tracciato che prosegue addentrandosi nella media ed alta Val Codera e conducendo al bivacco Pedroni-Dal Prà, dal quale si può salire al passo della Trubinasca, per poi scendere al rifugio Sasc Fourà in Val Bregaglia (presso il rifugio Brasca si trova una cartina chiara che illustra bene queste possibilità).


Sentiero per l'alpe Averta

Sentiero per l'alpe Averta

Sentiero per l'alpe Averta

La salita in valle dell'Averta non concede respiri (tranne quelli che uno si prende da sé in qualche sosta opportuna). Guardiamo in alto, in direzione della valle dell’Averta: le tre cime gemelle, le cime dell’Averta meridionale, centrale e settentrionale sono ben visibili. Occhieggia anche, sornione e quasi irridente, alla loro destra, l’affilata punta della cima del Barbacan (sciöma dò barbacàn, m. 2738), alla cui sinistra si trova (non visibile da qui) il passo che dovremo varcare, cioè il passo Barbacan nord.
Il sentiero dapprima risale, con traccia non sempre evidente ma ben segnalata, un bosco di abeti, sul versante sinistro idrografico della valle (destro per chi sale). Usciamo quindi ad una radura, battuta dalle slavine, per poi rientrare, superato un grande masso utilizzato anche come ricovero, nella pecceta. Dopo un secondo prato abbastanza ripido, il sentiero inizia ad inanellare una lunga sequenza di tornantini, fino a giungere a ridosso di un roccione: qui si riconoscono ancora i resti dell'antica scalinatura che aiutava il bestiame nella faticosa salita.


Sentiero per l'alpe Averta

Alpe Averta

Alpe Averta e passo Barbacan (a sinistra) e dell'Oro (a destra)

Accediamo ora ad un canalino (località Punt del Valà) che, grazie a due ponticelli in legno, attraversiamo da sinistra a destra, passando nei pressi di un salto roccioso. Dopo una breve salita attraversiamo una nuova macchia di larici, all'uscita dalla quale siamo all'alpe Pisci (m. 1636), dove notiamo un nuovo ricovero ricavato da un grande masso. Qui attraversiamo da destra a sinistra un torrentello, riprendendo a salire con rapide serpentine che ci fanno passare accanto ad un caratteristico larice secolare dal tronco particolarmente ritorto, denominato Mucètt, cioè mozzicone.


Alpe Averta


Passo dell'Oro (a destra) e del Barbacan (a sinistra)


Valle dell'Averta vista dal passo dell'Oro

Il sentiero risale un grande corpo franoso che si riversa nel profondo vallone d'Averta, fino ad un bivio. Quello che segue è il racconto "storico" dell'itinerario tradizionale. Al bivio non dobbiamo proseguire diritti, ma prendere a sinistra (come suggerisce lo stesso toponimo, voltà ént, cioè svoltare), imboccando un sentiero che reca i segni dei violenti temporali estivi. Si apre, in alto, la testata della valle e si distinguono, da sinistra, i due passi per i quali si accede rispettivamente alla Val Porcellizzo (passo del Barbacan, localmente però chiamato Caürga del Sabbiùm) ed alla Valle dell'Oro (passo dell'Oro, localmente chiamato Caürga de l’Oor). Siamo ai bordi dell'alpe e, salendo in diagonale, raggiungiamo, a quota 1957 metri, le baite dell'alpe Averta (vèrta).
Ma torniamo sui nostri passi: il tratto dal bivio all'alpe è, infatti, oggi in diversi tratti interrotto per smottamenti, per cui conviene al bivio proseguire diritti (su un masso troviamo una freccia bianca contornata di rosso che ci invita a farlo, mentre un ramo posto di traverso sulla deviazione a sinistra ci dissuade dall'imboccarla). Saliamo nel bosco che si dirada gradualmente, fino ad approdare ad un terreno aperto, dal quale vediamo già le baite dell'Averta, in alto, alla nostra sinistra. Le raggiungiamo dopo aver attraversato, con qualche saliscendi, alcuni valloncelli e dopo aver risalito una china erbosa.
L'alpeggio è il più alto della valle e deve il suo nome alla posizione panoramica: è l'unico punto della valle dal quale si possono vedere i tre maggenghi di fondovalle, Saline, Piazzo e Beleniga. Venne caricato fino agli anni settanta del secolo scorso ed è costituito da tre nuclei, la Nàaf, che abbiamo raggiunto, il Sot al Mut, alla nostra sinistra, più in basso, e Sur al Mut, più in alto, sopra un poggio, con una croce infissa in cima ad un masso.
Guardando in alto, alla testata della valle, distinguiamo al centro il passo dell'Oro, riconoscibile per l'aguzzo obelisco roccioso della punta Milano sul lato sinistro, ed il passo dela Barbacan, nostra meta, a sinistra.
Lasciamo, quindi, a sinistra le baite della Nàaf, seguendo la traccia segnalata, che piega leggermente a destra, facendosi sempre meno evidente in una miriade di rododendri (anche se, seguendo le abbondanti segnalazioni, non è possibile sbagliare) e prendendo un andamento est-sud-est. Superata una ripida e stretta costola di destriti, raggiungiamo un bel ripiano erboso, la Prada, con grandi massi ed una sorgente, a quota 2120 metri. Qui dobbiamo prestare attenzione (soprattutto in caso di nebbia) a non seguire la deviazione a destra, segnalata su un masso, per il Passo dell'Oro (Pas dè l'Or o Caürga de l’Oor), che scende, poi, in Valle dell'Oro ed al rifugio Omio. Saliamo, dunque, a vista, verso sinistra (nord-est), fra detriti, fino ad imboccare il canalone che si restringe progressivamente in prossimità dell'intaglio del passo. Qui pieghiamo leggermente a destra (direzione est-nord-est) e proseguiamo nella salita, con inclinazione media, che avviene dapprima fra grossi blocchi, poi fra detriti più minuti; nell'ultimo tratto la pendenza si fa più severa, ed è facile trovare neve anche a stagione avanzata. Per evitare il pericolo di essere investiti da pietre scaricate, soprattutto di pomeriggio, dalla grande frana che si è prodotta sul lato occidentale della cresta nord della cima del Barbacan, è conveniente tenersi sulla sinistra, sfruttando alcune facili cengie erbose.


Apri qui una panoramica della Val Porcellizzo dal passo del Barbacan

A coronamento della lunga salita, eccoci, finalmente, al passo del Barbacan settentrionale, posto a 2598 metri: sono trascorse più di quattro ore (al netto delle soste) dalla partenza. Dalla sommità del canalino terminale, dove si trova neve anche a stagione avanzata, si domina l'erto e sudatissimo percorso effettuato, ma si può gettare un'occhiata anche su una parte del percorso della prima giornata, cioè sulla piana della Val Codera, nella quale si distingue Bresciàdega (o Brasciadega, forse da "brasciadella", cioè "braccio", unità di misura). Sul passo troviamo, ad attenderci, un curioso spuntone di roccia. Su un masso, una freccia bidirezionale bianco-rossa ci rassicura, in caso di scarsa visibilità: è proprio questa la più agevole porta fra la Val Porcellizzo ("val do porscelécc") e la Val Codera.
Ritemprate le forze, ci si può ora disporre alla discesa, che può avvenire secondo due diverse direttrici.
Il sentiero segnalato prende subito a sinistra, traversando su breve cengia una paretina esposta, che richiede la massima attenzione (il tratto non è protetto), per poi scendere fra roccette ed iniziare un più lungo e tranquillo traverso che scende ad interccettare il Sentiero Risari.
La maggior parte degli escursionisti, invece, valicata la stretta porta del passo, scende per un canalino gemello che, ripido ed impegnativo nella prima parte, diventa ben presto assai più tranquillo. Bisogna prestare però un'estrema attenzione a non far cadere sassi mobili, perché il canalino conduce al frequentatissimo sentiero Risari (tratto Omio-Gianetti), dove eventuali sassi finirebbero per scendere ad una velocità pericolosissima. Nella seconda parte della discesa, si intercetta una traccia di sentiero che conduce al sentiero Risari, in prossimità di un masso che segnala, con un triangolo rosso, la deviazione per il rifugio Brasca, pochi metri prima che il sentiero, sulla destra, attacchi la costiera del Barbacan, salendo al passo del Barbacan sud-est.


Val Porcellizzo

Ci si deve però dirigere in direzione opposta, cioè verso nord-est, alla volta del rifugio Gianetti. Intanto si apre davanti agli occhi l'imponente testata della Val Porcellizzo, uno spettacolo davvero unico. la testata della Val Porcellizzo propone le poco pronunciate cime d’Averta (meridionale, m. 2733, centrale, m. 2861 e settentrionale, m. 2947), alla cui destra si eleva il più massiccio pizzo Porcellizzo (il pèz, m. 3075), seguito dal passo Porcellizzo (m. 2950), che congiunge la valle omonima all’alta Val Codera. Ecco, poi, le più celebri cime della Val Porcellizzo: la punta Torelli (m. 3137) e la punta S. Anna (m. 3171) precedono il celeberrimo pizzo Badile (badì, m. 3308), cui fa da vassallo la punta Sertori (m. 3195). Segue il secondo signore della valle, il pizzo Cengalo (cìngol, m. 3367). Chiudono la testata i puntuti pizzi Gemelli (m. 3259 e 3221), il passo di Bondo (pas da bùnd, m. 3169), che dà sulla Val Bondasca, in territorio svizzero, ed il pizzo del Ferro occidentale o cima della Bondasca (m. 3267).
Con questo superbo spettacolo impresso nell’anima, il cammino riprende. Dopo aver superato, scendendo, uno sperone roccioso, si giunge ad un grosso masso, presso il quale il sentiero Risari si congiunge con il sentiero Roma che scende dal passo del Barbacan nord. Infatti, come già detto, esiste una seconda possibilità di valicare questo passo, quella classica e segnalata dalle carte: dal passo si può, infatti, invece di infilarsi nel canalino, si può prendere a sinistra, sfruttando inizialmente una cengia esposta (questo tratto manca di protezione, per cui la cautela deve essere massima; in caso di pioggia o scarsa visibilità, poi, i rischi si moltiplicano); si scende, così, verso nord, seguendo i triangoli rossi, a sinistra rispetto al canalino che termina al Sentiero Risari.
Questo itinerario, vuoi per la sua maggiore esposizione, vuoi perché meno visibile ed intuitivo per chi raggiunga il passo dalla valle dell’Averta, è assai meno battuto. I triangoli rossi, qui, invitano a badare non tanto all'incolumità altrui, ma alla propria. La discesa verso sinistra raggiunge poi luoghi meno pericolosi, cioè i pascoli più alti, e conduce ad un ampio terrazzo ricoperto da massi e, talora fino a stagione avanzata, da neve. Per un tratto si prosegue quasi in parallelo con il Sentiero Risari, che passa poche decine di metri più in basso, poi, piegando leggermente a destra, si scende agevolmente ad intercettarlo, in corrispondenza di un grande masso che indica la biforcazione dei sentieri, a 2530 metri circa.

A questo punto si tratta solo di proseguire in direzione del rifugio Gianetti, godendo dello scenario incomparabile dei pizzi Badile e Cengalo (dal latino "cingulum", da cui anche "seng" e "cengia", stretto risalto di roccia). Il tratto compreso fra il passo ed il rifugio è percorribile in circa un'ora e mezza. Al rifugio, posto a 2534 metri, ci si può fermare a pernottare. Si conclude così la seconda giornata di cammino.
Il
rifugio Gianetti venne costruita, per iniziativa del C.A.I. di Milano, nel 1913, nei pressi della precedente capanna Badile, la seconda, in ordine di tempo, della Val Masino (era stata costruita nel 1887 e ricostruita nel 192 dopo una valanga), che restò come sua dipendenza (restaurata nel 1960, divenne bivacco, intitolato all’alpinista Attilio Piacco). L’intitolazione rendeva omaggio all’ingegnere Luigi Gianetti, che aveva contribuito finanziariamente in misura decisiva all’edificazione. Durante la prima guerra mondiale fu presidiata da reparti alpini, come punto di appoggio prezioso nel sistema difensivo voluto dal generale Cadorna, che temeva un’invasione austro-ungarica dal territorio svizzero. Durante il secondo conflitto mondiale, invece, venne utilizzata come struttura di appoggio da formazioni partigiane; per questo, durante il sistematico rastrellamento nell'autunno del 1944, venne bruciata dalle forze nazifasciste. Riedificata nel 1949 ed ammodernata nel 1994, è una delle più classiche mete escursionistiche della Val Masino. Alle spalle del rifugio, nel luogo in cui sorgeva il vecchio rifugio Badile costruito nel 1887, è collocato il bivacco Attilio Piacco, costruito nel 1961 e dedicato alla memoria dell'alpinista caduto nella scalata della Punta Torelli nel 1958.
Da qui appare decisamente vicino il vero signore della valle, il massiccio Pizzo Badile (badì), circondato dal Pizzo Cengalo (cìngol, caratterizzato dalla cima nevosa e tondeggiante - che giustifica l'antico nome di Mot de la Nìf - e dal prominente spigolo Vinci), a destra, dalla punta S. Anna, dalla punta Torelli e dalla curiosa formazione chiamata Dente della Vecchia, a sinistra.

VARIANTE PER IL PASSO DELL'ORO

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Rifugio Brasca-Passo dell'Oro-Rifugio Omio
5 h
1230
E
SINTESI. Procediamo dal rifugio Brasca verso l'alta Val Codera, ma ben presto, all'alpe Coeder, lasciamo il sentiero principale prendendo a destra (segnalazioni del Sentiero Roma per la valle d'Averta ed il passo del Barbacan). Il sentiero dapprima risale, con traccia non sempre evidente ma ben segnalata, un bosco di abeti, sul versante sinistro idrografico della valle (destro per chi sale). Usciamo quindi ad una radura, battuta dalle slavine, per poi rientrare, superato un grande masso utilizzato anche come ricovero, nella pecceta. Dopo un secondo prato abbastanza ripido, il sentiero inizia ad inanellare una lunga sequenza di tornantini, fino a giungere a ridosso di un roccione e ad un canalino (località Punt del Valà) che, grazie a due ponticelli in legno, attraversiamo da sinistra a destra, passando nei pressi di un salto roccioso. Dopo una breve salita attraversiamo una nuova macchia di larici, all'uscita dalla quale siamo all'alpe Pisci (m. 1636), dove notiamo un nuovo ricovero ricavato da un grande masso. Qui attraversiamo da destra a sinistra un torrentello, riprendendo a salire con rapide serpentine che ci fanno passare accanto ad un caratteristico larice secolare dal tronco particolarmente ritorto. Il sentiero risale un grande corpo franoso che si riversa nel profondo vallone d'Averta, fino ad un bivio. Il tratto "storico" dal bivio all'alpe è, oggi in diversi tratti interrotto per smottamenti, per cui conviene non prendere a sinistra ma proseguire diritti (su un masso troviamo una freccia bianca contornata di rosso che ci invita a farlo). Saliamo nel bosco che si dirada gradualmente, fino ad approdare ad un terreno aperto e, dopo aver attraversato, con qualche saliscendi, alcuni valloncelli ed aver risalito una china erbosa, siamo alle bate dell'alpe Averta (m. 1957). Lasciamo le baite alle spalle seguendo la traccia segnalata, che piega leggermente a destra, facendosi sempre meno evidente in una miriade di rododendri (anche se, seguendo le abbondanti segnalazioni, non è possibile sbagliare) e prendendo un andamento est-sud-est. Superata una ripida e stretta costola di detriti, raggiungiamo un bel ripiano erboso, la Prada, con grandi massi ed una sorgente, a quota 2120 metri. Qui siamo ad un bivio e dobbiamo prestare attenzione (soprattutto in caso di nebbia) a non seguire il percorso di sinistra, per il passo del Barbacan, ma la deviazione a destra, segnalata su un masso, per il Passo dell'Oro, che porta nella valle omonima. I segnavia ci guidano nella salita verso sud-est, che ci porta alla base di un ripido canalino (dove possiamo trovare neve anche a stagione inoltrata), per il quale raggiungiamo il passo dell'Oro (m. 2526). La discesa in Valle dell'Oro sfrutta un sentiero marcato che perde quota su un facile versante erboso, si destreggia fra qualche roccetta e si congiunge con il sentiero Risari, raggiunto il quale possiamo scegliere se prendere a destra, scendendo al già ben visibile rifugio Omio (m. 2100), oppure prendere a sinistra, attaccare il ripido versante della costiera del Barbacan (con sentiero attrezzato nel primo tratto), salire al passo del Barbacan sud-est e scendere in Val Porcellizzo seguendo una lunga cengia esposta ed attrezzata, traversando infine trnquillamente al rifugio Gianetti (m. 2534).

Segnaliamo, infine, anche un'interessante variante al percorso illustrato. Se, risalendo la valle dell'Averta, dal pianoro di quota 2120, con grandi massi ed una sorgente, seguiamo le indicazioni che portano al Passo dell'Oro (m. 2526), prendiamo a destra, superando una conca e salendo a vista sul versante di detriti, fino a portarci a sinistra dello sperone, in parte erboso, che scende verso nord-ovest dall'affilata Punta Milano. Qui ritroviamo le tracce, costeggiamo per un tratto lo sperone, per poi tagliarlo verso destra e raggiungere il canalone che sale al passo. Proseguiamo, dunque, puntando all'evidente sella, su terreno di ganda, con neve anche a stagione avanzata nel tratto terminale (attenzione, perché è piuttosto ripido e dal versante della punta Barbacan, localmente chiamata Borìs, alla nostra sinistra, non è infrequente la caduta di massi). Dal passo possiamo, poi scendere agevolmente in Valle dell'Oro (denominazione che non si riferisce al nobile metallo, ma alla voce "ör", o "ora", cioè "orlo", "terrazzo"), seguendo un canalone erboso ed intercettando, più in basso, il Sentiero Risari che, percorso verso destra, raggiunge il rifugio Omio, dove è possibile pernottare. Il giorno successivo possiamo, poi, sfruttare il sentiero Risari (vedi tratto Omio-Gianetti). E' bene ribadire, infine, che i canalini terminali che conducono al Passo dell'Oro e a quello del Barbacan nord presentano spesso neve anche a stagione avanzata, per cui richiedono, per essere affrontati in sicurezza, attrezzatura adeguata (ramponi e piccozza). Del resto si tratta di un'attrezzatura che non deve mancare nell'equipaggiamento di chi affronti il sentiero Roma.
Il rifugio Omio venne edificato nel 1937 dalla Società Escursionisti Milanesi ed intitolato alla memoria di Antonio Omio, una delle sei vittime della tragica ascensione alla punta Rasica (in Valle di Zocca) del 1935. Una targa all'ingresso le ricorda tutte: Nella Verga, Antonio Omio, Giuseppe Marzorati, Pietro Sangiovanni, Mario Del Grande e Vittorio Guidali. Di tutti si dice: in novissimo die resurrecturi, cioè destinati a risorgere l'ultimo giorno. Una targa posta su un masso vicino ricorda, invece, Bongio Luigi (Buin), scomparso il 2 giugno 1992. L'edificio venne poi incendiato dalle forze nazifasciste nel 1944, perché veniva utilizzato come punto di appoggio dalle forze partigiane, ricostruito nel 1948 e ristrutturato nel 1970 e nel 1997.


Pizzi Badile e Cengalo

CARTA DEL PERCORSO sulla base della Swisstopo (CNS, come quelle sopra riportate), che ne detiene il Copyright. Ho aggiunto alla carta alcuni toponimi ed una traccia rossa continua (carrozzabili, piste) o puntinata (mulattiere, sentieri).
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Mappa del percorso - particolare della carta tavola elaborata da Regione Lombardia e CAI (copyright 2006) e disponibile per il download dal sito di CHARTA ITINERUM - Alpi senza frontiere

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