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Punti di partenza ed arrivo |
Tempo necessario |
Dislivello in altezza
in m. |
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti) |
Bagni di Masino-Rif. Omio-Rif. Gianetti |
5 h |
1450 |
EE |
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Il vero sentiero Roma, percorso da ovest ad est,
comincia da Novate Mezzola e dalla salita al rifugio Brasca, in val Codera.
È però possibile percorrerne una versione abbreviata, che
parte dal sentiero Risari, cioè dal rifugio Omio (m. 2100), in
valle dell’Oro, cui si sale dai Bagni di Masino (i bàgn) in due ore e mezza.
Tratteremo qui il percorso relativa a questa variante del sentiero Roma.
In genere, chi sceglie questa variante sale in una sola giornata al rifugio
Omio dai Bagni di Masino, per poi effettuare la traversata della Valle
dell’Oro (val da l'òr), attaccare il passo e scendere in Val Porcellizzo (val do porsceléc'),
chiudendo la giornata alla capanna Gianetti. Nella sua variante abbreviata,
infatti, il Sentiero Roma viene percorso generalmente in tre giorni: nel
primo si effettua il percorso Bagni Masino-Omio-Gianetti, nel secondo
la traversata Gianetti-Allievi, nel terzo la traversata Gianetti-Ponti,
con discesa finale dalla Valle di Preda Rossa a Filorera (felorèra), appena sopra
Cataeggio (cataöcc). Questa variante breve in tre giorni rimane, quindi, interamente
entro i limiti della Val Masino.
Vediamo, dunque,
come effettuare questa classicissima traversata Bagni-Omio-Gianetti. Per
raggiungere i Bagni basta percorrere interamente la statale della Val
Màsino, che si imbocca staccandosi dalla ss 38 dello Stelvio all’altezza
di Ardenno: oltrepassate Cataeggio e San Martino ("san martìn"), la strada risale la
bella Valle dei Bagni, terminando proprio ad un ponticello sul torrente
Màsino, oltre il quale si entra nell’area dell’Hotel
Bagni di Masino (costituito dalla parte più antica, sul lato di destra , i bàgn véc, e dalla parte nuova l’albergo nöf dei bagn, costruito verso il 1930), dove è possibile parcheggiare a pagamento, in
un ampio spiazzo, l’automobile (ed in effetti nei finesettimana
estivi o nel periodo di punta della stagione non è facile trovare
parcheggio altrove).
Alla nostra destra troviamo l’antico edificio dei Bagni (i bàgn), costruito
nel 1832 a partire da un preesistente nucleo in legno che risale al secolo
XVII, quando si sentì la necessità di offrire un ricovero
confortevole alle numerose dame che raggiungevano l’allora isolata
e remota valle per avvalersi delle proprietà curative delle acque
termali. A queste ultime, infatti, non ai paesaggi alpini è legata
la fama storica della valle: l’interesse alpinistico per le cime
del gruppo del Màsino è assai recente (data dagli anni Sessanta
dell’Ottocento), mentre fin dall’antichità questi luoghi
accoglievano visitatori che potevano permettersi il
costo del viaggio e desideravano curare affezioni dell’apparato
respiratorio o gastro-intestinale con l’acqua termale, che sgorga
da una fonte alle spalle dei Bagni vecchi ad una temperatura costante
di 38 gradi (e che aveva fama di curare anche i problemi di sterilità
femminile). Il nuovo Hotel dei Bagni, unito al vecchio edificio da una
passerella di legno sopraelevata, risale invece al 1883.
La valle dei Bagni è, in se stessa, piuttosto modesta, ma è
circondata da tre considerevoli anfiteatri alpini. Il più modesto,
sconosciuto e selvaggio è posto a sud dei Bagni, ed è la
Valle della Merdarola ("val da merdaröla"). A nord, invece, si trova la valle più ampia
e famosa dell’intero gruppo del Màsino, la Val Porcellizzo.
Ad ovest, infine, ecco la valle dell’Oro, l’unica che, nella
sua solarità, si mostri allo sguardo dalla piana dei Bagni, anche
se il severo gruppo costituito dalle punte Medaccio (da "meda", mucchio, quindi monte, in forma dispregiativa) e Fiorelli, sulla
costiera Merdarola-Ligoncio, ne nasconde la parte meridionale (cioè
la val Ligoncio).
Per salire al rifugio Omio, dobbiamo incamminarci lungo il sentiero che
parte nei pressi dell’edificio dei Bagni di Masino; ignorata la deviazione
a destra, segnalata, per la Gianetti, superiamo, su un ponticello, il
torrente, e puntiamo in direzione del bosco, dove inizia la salita, con
una pendenza sempre piuttosto impegnativa. Stiamo risalendo il fianco
settentrionale della valle, ed incontriamo una prima più modesta
radura, per poi raggiungere, dopo circa tre quarti d’ora di cammino,
il bel poggio costituito dal pian del Fango (córt dai fènch, m. 1590), che
non costituisce solamente un buon punto di sosta, ma anche e soprattutto
un ottimo osservatorio sulla sorella maggiore, la Val Porcellizzo, della
quale si mostra da qui un suggestivo squarcio, con i pizzi Badile (badì) e Cengalo (cìngol, dal latino "cingulum", da cui anche "seng" e "cengia", stretto risalto di roccia)
in evidenza.
Ignoriamo la deviazione, a destra (segnalata da un cartello presso una baita) per l'alpe Sceroia (sentiero Life delle Alpi Retiche) e rientriamo nel bosco, proseguendo nella ripida salita in una fresca pecceta, fino al suo termine,
a quota 1760 metri circa. All'uscita dal bosco, che è denominato, nell'ultima parte, il "làres", troviamo, sulla sinistra, una deviazione che scende ad una costruzione ricavata sotto un enorme macigno (caduto nel 1963 dal versante alla nostra destra, che separa i pascoli dell'Oro dalla Sceroia), la "casèra de l'òr". Dobbiamo, quindi, superare una breve fascia costituita
da enormi massi, sotto il più grande dei quali osserviamo un ricovero
per uomini ed animali: si tratta dei segni più evidenti della già citata frana ciclopica che scese, nel 1963, dalla costiera che separa l'alpe dell'Oro dall'alpe Sceroia (Val Porcellizzo) e che uccise un pastore e molti capi di
bestiame. Il pensiero non può non andare alla durezza delle condizioni
di vita cui hanno dovuto sottoporsi tutti coloro che, per secoli, hanno
frequentato queste montagne non per cercare suggestioni ed emozioni,
ma i mezzi necessari per un magro sostentamento. Ecco come ne descrive, sul Bollettino della Società Storica Valtellinese, la tempra e le durissime condizioni di vita (riferite alla fine degli anni cinquanta del novecento) lo storico Giustino Fortunato Orsini: "Questi, imperterriti e saldi come la roccia del monte, in mezzo alla tormenta e sotto l'imperversare delle saette e di furiosi temporali, sulle alpi più impervie ancora affrontano le più dure fatiche del pastore, in una vita primitiva, tutta rinunce e privazioni. La sporgenza di un roccione sostituisce spesso la baita regolare; per altro lo stare fradici di pioggia per una settimana, o bruciati dal sole per l'intera giornata è cosa da nulla per questi mirabili eroi della montagna, ai quali un lacero boricco basta come riparo dal gelo." L'alpe dell'Oro, peraltro, è, dopo quelle del Porcellizzo e del Ferro, la più ricca della Val Masino: possesso del comune di Cino, permetteva di caricare 110 capi di bestiame. La gemella alpe del Ligoncio, sul medesimo circo glaciale, ma più a sud (sinistra), proprietà di alcune famiglie di Roncaglia, permetteva di caricare anch'essa 110 capi di bestiame.
Oltre i massi, attraversiamo
un torrentello ecominciamo a risalire le ampie balze che ci separano
dal rifugio. I caratteristici dossi erbosi che stiamo risalendo, per la loro forma a schiena di cavallo, sono denominati "cavài". La traccia di sentiero, segnalata dagli immancabili segnavia
rosso-bianco-rossi, descrive un percorso piuttosto diretto, per cui
la pendenza rimane considerevole e la fatica, in questi ultimi tre quarti
d’ora circa di cammino, comincia a farsi sentire. La capanna è
là, sembra la si debba raggiungere in breve tempo, ma gli ultimi
tratti di cammino sono sempre i più lunghi. Dopo circa due ore
e un quarto di cammino, superati 930 metri di dislivello, possiamo finalmente
ristorarci e riposarci al rifugio Omio (capàna dè l'òr o capàna òmio), che suscita un senso di amena tranquillità. Il rifugio venne edificato nel 1937 dalla Società Escursionisti Milanesi ed intitolato alla memoria di Antonio Omio, una delle sei vittime morte assiderate nella tragica discesa dalla punta Rasica (in Valle di Zocca) del 16 settembre 1935. Una targa all'ingresso le ricorda tutte: Nella Verga, Antonio Omio, Giuseppe Marzorati, Pietro Sangiovanni, Mario Del Grande e Vittorio Guidali. Di tutti si dice: in novissimo die resurrecturi, cioè destinati a risorgere l'ultimo giorno. Una targa posta su un masso vicino ricorda, invece, Bongio Luigi (Buin), scomparso il 2 giugno 1992. L'edificio del rifugio fu, poi, incendiato dalle forze nazifasciste nel 1944, perché veniva utilizzato come punto di appoggio dalle forze partigiane; venne, infine, ricostruito nel 1948 e ristrutturato nel 1970 e nel 1997.
Suggestivo e particolare è il panorama di cui si gode dal rifugio. Volgiamo le spalle alla capanna: davanti a noi, guardando verso nord-est, appena a destra della costiera del Barbacan, occhieggia una serie di cime che quasi fanno a gara per conquistarsi un posto sul palcoscenico del panorama. Il pizzo del Ferro occidentale, innanzitutto, e poi la severa costiera che chiude ad est la Val Porcellizzo, dal pizzo Porcellizzo alla cima del Cavalcorto (cavalcùrt); segue, in secondo piano, il monte Disgrazia (desgràzia) ed i Corni bruciati, che sbucano appena dalla costiera Remoluzza-Arcanzo, fra Val di Mello (val da mèl) e Valle di Preda Rossa (val da préda ròsa). In basso, invece, ad est, il panorama sulla valle dei Bagni
è ampio e suggestivo. Volgendo lo sguardo ancor più a destra, superato un breve spicchio della catena orobica centrale, possiamo passare in
rassegna una lunga serie di cime che hanno quasi tutte la caratteristica
di apparire poco pronunciate, tranquille, anche se molte di loro, viste
dalle valli c onfinanti (soprattutto dalla val Codera) mostrano un profilo
ben più severo ed arcigno. Fanno
eccezione, alla nostra destra (sud-est) le punte Medaccio (medàsc, da "meda", mucchio, quindi monte, in forma dispregiativa, m. 2350)
e Fiorelli (dedicata alla guida Giovanni Fiorelli, che per prima, con il cliente C. Savonitto, la salì nel 1901; m. 2401), il cui affilato profilo ricorda quello di una
lama. Seguendo verso destra il filo del crinale della costiera Merdarola-Ligoncio,
scorgiamo, poi, l’intaglio del canalone che scende dalla bocchetta
di Medaccio e che mette in comunicazione le due valli. La costiera termina
con la cima di quota 2762, che appartiene al gruppo delle cime della
Merdarola. Proseguendo ancora verso destra, incontriamo la cima del
Calvo (o monte Spluga, sciöma del munt splüga), nodo di confluenza, con i suoi 2967 metri, delle
tre valli Ligoncio, Merdarola e di Spluga. Seguono, a sud del rifugio,
il pizzo dei Ratti (m. 2919) ed il pizzo della Vedretta (m. 2907), alla
cui destra è posto il passo della Vedretta meridionale. A sud-ovest
del rifugio incontriamo la tozza sagoma del pizzo Ligoncio (ligùnc'), la più
alta vetta della sua testata, con i suoi 3032 metri, ed anche il nodo
di confluenza delle valli Ligoncio, dei Ratti e Arnasca (uno dei più antichi toponimi valtellinesi, dalla radice ligure o celtica "arn", che significa "acqua"; detta anche val Spazza, o
ancora Spassato, laterale della val Codera).
Immediatamente a destra del pizzo la caratteristica punta della Sfinge
(m. 2802), il cui profilo ricorda la famosa figura mitologica, e la
marcata depressione sul cui lato destro è posto il passo Ligoncio ("pas dò ligùnc").
A destra del passo, la serie dei pizzi dell’Oro, compresi fra
i 2600 ed i 2700 metri, fino allo snello profilo della punta Milano
(m. 2610). A nord del rifugio, infine, ecco la lunga costiera del Barbacan,
che dall’omonima cima (sciöma dò barbacàn, m. 2738, dove confluiscono le valli dell’Oro,
di Averta - dal dialettale "avert", cioè aperto - e Porcellizzo) scende fino al monte Boris (m. 2497), che appare un ardito torrione, visto dai Bagni, mentre da qui non si distingue neppure dal corpo della costiera.
Mettiamoci ora in cammino alla volta del passo del Barbacan sud-est. Partendo
dalla capanna si percorre, seguendo le bandierine rosso-bianco-rosse verso
nord, il sentiero Risari, lasciando alle spalle il pizzo Ligoncio, che
domina la valle. Dopo un primo tratto di salita, dobbiamo superare, con
un po’ di attenzione, una vallecola. Proseguendo nella salita, troviamo
un grande masso, sul quale è ben visibile la scritta, con vernice
rossa “P. Oro R. Brasca”. Si
tratta dell’indicazione della deviazione, a sinistra, che sale al
passo dell’Oro (m. 2574), poco frequentata ma assai interessante
porta che congiunge la Valle dell’Oro alla valle dell’Averta,
laterale della Val Codera. Scendendo dal passo in Valle dell’Averta,
ad un certo punto ci si congiunge con il percorso della seconda tappa
del Sentiero Roma, diciamo così, “edizione integrale”,
e, seguendolo, si raggiunge il rifugio Brasca.
Noi, però ignorando la deviazione a sinistra e proseguiamo puntando
la costiera del Barbacan. Il panorama dal sentiero verso sud ed est è
molto ampio: si intravedono, sullo sfondo, i Corni Bruciati e le cime
orobiche. Il punto dal quale comincia l’attacco alla costiera è
facilmente riconoscibile per la presenza di un grande rombo bianco su
una parete posta alla sua sinistra. La salita al passo inizia sfruttando
un canalino. Nel primo tratto dobbiamo superare una placca rocciosa, in
corda fissa, con un po’ di attenzione. Poi il sentiero piega leggermente
a destra e sale, più tranquillamente, per balze erbose, mentre
alle spalle lo scenario che si allarga. L’intaglio del passo, posto
sulla costiera che scende dalla cima del Barbacan (sciöma dò barbacàn) al monte Boris, è,
questo versante, poco evidente; il sentiero, però, lo raggiunge
facilmente, dopo aver piegato a sinistra. I segnavia sono
quelli giallo-rossi, che indicano il sentiero Risari.
Il passo, a 2610 metri, è uno stretto intaglio vegliato da uno
speroncino roccioso, sul quale è segnata una freccia giallo-rossa,
vicino ad una targa con una Madonnina. In passato veniva chhiamato anche passo del Barbacane, da un termine di origine persiana che significa "balcone"; bisogna però ricordare che nel dialetto di Novate Mezzola "barbacàn" significa muro obliquo di rinforzo ad una struttura muraria, con particolare riferimento, per antonomasia, ad uno degli angoli dell'antico Albergo dell'Angelo di Novate, sulla piazza della chiesa, luogo di ritrovo degli uomini del paese.
Dal passo, volgendo indietro lo
sguardo, si può scorgere la parte superiore della liscia parete
ovest del pizzo Ligoncio (m. 3032). Davanti agli occhi si apre invece
l’imponente anfiteatro della Val Porcellizzo e della sua granitica
testata. La testata della Val Porcellizzo propone, da sinistra, le poco pronunciate cime d’Averta (meridionale, m. 2733, centrale, m. 2861 e settentrionale, m. 2947), alla cui destra si eleva il più massiccio pizzo Porcellizzo (il pèz, m. 3075), seguito dal passo Porcellizzo (m. 2950), che congiunge la valle omonima all’alta Val Codera. Ecco, poi, le più celebri cime della Val Porcellizzo: la punta Torelli (m. 3137) e la punta S. Anna (m. 3171) precedono il celeberrimo pizzo Badile (badì, m. 3308), cui fa da vassallo la punta Sertori (m. 3195). Segue il secondo signore della valle, il pizzo Cengalo (cìngol, m. 3367). Chiudono la testata i puntuti pizzi Gemelli (m. 3259 e 3221), il passo di Bondo (pas da bùnd, m. 3169), che dà sulla Val Bondasca, in territorio svizzero, ed il pizzo del Ferro occidentale o cima della Bondasca (m. 3267). Si tratta però, ora, di lasciare il passo
alle spalle e scendere.
Su questo versante il sentiero richiede molta più attenzione, perché
sfrutta cenge esposte, e diventa pericoloso con neve o cattivo tempo.
Teniamo presente che, dopo inverni caratterizzati da abbondanti nevicate,
sul versante della Val Porcellizzo si può trovare neve anche a
stagione avanzata. Nell’estate del 2001, per esempio, alla fine
di agosto si dovette sgomberare questo tratto del sentiero dalla neve
salendo con piccozza e pala. Ad ogni buon conto, visto che sul versante
della Valle dell’Oro la neve rimane assai meno, è opportuno
assumere informazioni al rifugio Omio. Le corde fisse aiutano la discesa.
Per la affronta per la prima volta, si tratta di una discesa niente affatto
tranquilla, perché l’esposizione suscita sempre una certa
impressione. Ma
ci si abitua. Quando si torna (perché rimane dentro, insopprimibile,
la voglia di tornare), l’impressione è già diversa.
Alcuni punti più tranquilli, nei quali si può sostare, permettono
di ammirare la costiera del Cavalcorto ("sciöma da cavalcürt") e, sullo sfondo, il Disgrazia ed
i Corni Bruciati. È però la Val Porcellizzo ad offrire lo spettacolo più grandioso. Si mostrano,
da sinistra, le cime dell’Averta, meridionale, centrale e settentrionale
(m. 2778, 2861 e 2947), il pizzo Porcellizzo (sciöma dò porsceléc') (m. 3075), riconoscibile
per il prolungato sperone che si incunea profondamente, scendendo verso
sud-est, negli ultimi pascoli dell’alta valle, la più piccola
punta Torelli (m. 3137), il celeberrimo ed inconfondibile Pizzo Badile (badì,
m. 3308), la punta Sertori (m. 3288), che, alla sua destra, fa quasi
da paggio, l’arrotondata ed imponente cuspide del pizzo Cèngalo
(m. 3367), il più alto nella testata della valle, i più
modesti pizzi Gemelli (m. 3229 e 3261) e, a chiudere la testata ad est,
il pizzo del Ferro occidentale, o cima della Bondasca (m. 3267). Ma non
è solo questa splendida successione di cime ad incantare.
In realtà ciò che stupisce e rapisce è la perfetta
sinfonia cromatica che la valle propone all’occhio commosso. Gli
immensi pascoli, dal verde intenso, sembrano la compagine compatta degli
archi, le macchie irregolari dei nevai, le linee sottili dei torrentelli,
le nuvole sempre mutevoli in una bella giornata sembrano i fiati, ed infine
le perentorie e massicce pareti di granito delle cime, che si stagliano
nel cielo blu cobalto, sembrano gli ottoni.
La discesa,
esposta nella prima parte, diventa un po’ più tranquilla
nell’ultima (ma la cautela non deve mai venir meno) e conduce in
breve tempo alla base della costiera, ai piedi di un canalino che, sulla
nostra sinistra, rappresenta una variante frequentata del passo del Barbacan nord. Su un masso, troveremo un triangolo rosso, una freccia e la scritta
R. Brasca. Qui, infatti, si congiungono il sentiero Andrea Risari ed il
più frequentata percorso che, nella seconda tappa del Sentiero
Roma integrale, scende dal passo Barbacan nord. Attenzione, però:
non è il caso di attardarsi in questo tratto, perché dal
canalino spesso scendono, con velocità micidiale, sassi piccoli
e meno piccoli, talvolta messi in movimento da escursionisti poco avveduti.
Il sentiero Risari prosegue scendendo da uno sperone roccioso e, dopo
essersi congiunto, presso un grande masso, con la meno frequentata variante
del sentiero Roma che scende dal passo Barbacan nord, punta verso nord-est,
in direzione del già visibile rifugio Gianetti. Passiamo, poi,
quasi ai piedi del pizzo Porcellizzo (sciöma dò porsceléc'), che, visto da qui, non appare particolarmente
elegante. Alla sua destra, lo sperone che scende verso sud dalla punta
Torelli assume un profilo inconfondibile, che gli ha meritato la denominazione
di “Dente della Vecchia”. Sempre elegantissimo, invece, è
il Pizzo Badile, che fa da cornice al rifugio
Gianetti (m. 2534), dove le nostre fatiche terminano. Qui,
ovviamente, ci si può fermare a pernottare. Se siamo partiti dal rifugio Omio, siamo in cammino da circa 2 ore e mezza, ed abbiamo superato
un dislivello approssimativo di 520 metri. Se, invece, siamo saliti dai
Bagni di Masino il tempo sale a circa 4 ore e mezza/5, ed il dislivello
a 1450 metri.
Il rifugio Gianetti (capàna gianètti o capàna dè porsceléc') venne costruito, per iniziativa del C.A.I. di Milano, nel 1913, nei pressi della precedente capanna Badile, la seconda, in ordine di tempo, della Val Masino (era stata costruita nel 1887 e ricostruita nel 192 dopo una valanga), che restò come sua dipendenza (restaurata nel 1960, divenne bivacco, intitolato all’alpinista Attilio Piacco). L’intitolazione rendeva omaggio all’ingegnere Luigi Gianetti, che aveva contribuito finanziariamente in misura decisiva all’edificazione. Durante la prima guerra mondiale fu presidiato da reparti alpini, come punto di appoggio prezioso nel sistema difensivo voluto dal generale Cadorna, che temeva un’invasione austro-ungarica dal territorio svizzero. Durante il secondo conflitto mondiale, invece, venne utilizzato come struttura di appoggio da formazioni partigiane; per questo, durante il sistematico rastrellamento del 1944, venne bruciato dalle forze nazifasciste. Riedificato nel 1949 ed ammodernato nel 1994, è una delle più classiche mete escursionistiche della Val Masino. Alle spalle del rifugio, nel luogo in cui sorgeva il vecchio rifugio Badile costruito nel 1887, è collocato il bivacco Attilio Piacco, costruito nel 1961 e dedicato alla memoria dell'alpinista caduto nella scalata della Punta Torelli nel 1958.
Da qui appare decisamente vicino il vero signore della valle, il massiccio Pizzo Badile (badì),
circondato dal Pizzo Cengalo
(cìngol, caratterizzato dalla cima nevosa e tondeggiante - che giustifica l'antico nome di Mot de la Nìf - e dal prominente spigolo
Vinci), a destra, dalla punta S. Anna, dalla punta Torelli e dalla curiosa
formazione chiamata Dente della Vecchia, a sinistra.
Vai ora alla giornata n.3 del Sentiero Roma con il tratto
dal rifugio Gianetti al rifugio Allievi

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