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Punti di partenza ed arrivo |
Tempo necessario |
Dislivello in altezza
in m. |
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti) |
Rif. Gianetti-Rif. Allievi |
5 h |
550 |
EE |
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Lasciamo,
in questa terza giornata (o seconda, se percorriamo il Sentiero Roma nella
versione breve), il rifugio Gianetti, per cominciare l’entusiasmante
traversata della valli Porcellizzo, del Ferro, Qualido e Zocca, che ci
porterà al rifugio Allievi.
Uno sguardo allo scenario che lasciamo alle nostre spalle, prima di iniziare
il cammino: guardando ad ovest, vedremo in primo piano, da destra, il
pizzo Porcellizzo (sciöma dò porsceléc', alla cui destra si intravede il canalino che conduce
al passo omonimo, a 2950 metri, dal quale si scende, con un tratto su
un ripido ghiacciaietto, quindi insidioso, in alta Val Codera, effettuando
una bella traversata al bivacco Pedroni-Dal Prà), le tre cime dell’Averta (dal dialettale "avert", cioè aperto),
lo stretto intaglio del passo Barbacan (o Barbacane, da un termine di origine persiana che significa "balcone") nord, seminascosto, la cima del
Barbacan e la compatta costiera del Barbacan , che separa la Val Porcellizzo ("val do porscelécc")
dalla Valle dell’Oro.
In secondo piano, a sinistra della cima del Barbacan (sciöma dò barbacàn), si distingue facilmente
il pizzo Ligoncio (ligùnc', m. 3033). Proseguendo
verso sinistra, si distingue l’intaglio del passo della Vedretta,
che congiunge la Val Ligoncio alla Val dei Ratti, il pizzo della Vedretta,
il pizzo Ratti e il monte Spluga, o cima del Calvo (sciöma del munt Splüga) (m. 2967), dove si
incontrano gli spartiacque delle tre valli Ligoncio, dei Ratti e della
Merdarola.
Il cammino riprende proseguendo sul sentiero Roma verso nord-est. Sulla
testata della valle, la fisionomia del Pizzo Badile (badì) gradualmente cambia
e, sotto la punta Sertori, compare una curiosa e quasi buffa formazione
rocciosa che sembra qualcosa come un dente di gigante. Più avanti
incontriamo un’enorme placca di granito, percorsa da rivoli d’acqua,
che ci nasconde quasi interamente, per un tratto, la visuale dei pizzi
Badile e Cengalo ("cìngol", dal latino "cingulum", da cui anche "seng" e "cengia", stretto risalto di roccia; è interessante ricordare che l'antico nome della vetta era Mot de la Nìf, per il cocuzzolo nevoso che la sormonta). Più avanti, attraversiamo il pascolo più alto denominato "zót al cìngol", passando molto più bassi rispetto allo spuntone roccioso nel quale termina il crestone SSO che scende dal pizzo Cengalo. Incontriamo, quindi, un masso davvero singolare:
non è possibile non notarlo, perché è spaccato in
due con geometrica precisione, come se qualche divinità, nel vivo
di una discussione animata, vi avesse battuto sopra il suo pugno furente,
oppure un fulmine lo avesse colpito nel cuore di una notte da tregenda.
Del
resto, inizia qui la terra del più misterioso dei misteri, quello
del mitico gigiàt, animale singolarissimo e gigantesco, dalle sembianze
multiformi, mezzo caprone e mezzo stambecco, capace di varcare un’intera
valle con pochi balzi, e qualche volta, dicono (ma forse è solo
una maldicenza), di far un sol boccone degli escursionisti che si perdono
in questo oceano di granito.
Se guardiamo, invece, questi luoghi con l’occhio della passione
alpinistica, piuttosto che con quello della fantasia, non potremo non
notare, a monte del masso, lo sperone roccioso che scende dallo spigolo
posto a sud del Pizzo Cengalo, il famoso (per gli alpinisti) spigolo Vinci.
Peccato non poter vedere l'immane parete settentrionale del pizzo che, con il suo vertiginoso salto di 1300 metri, è la più alta delle alpi Retiche. Consoliamoci con il resto dello scenario a nord del sentiero, che si imprime indelebilmente nella memoria: non ci si
stancherebbe mai di ammirare la bellezza dei pizzi Gemelli e della cima
di Bondasca. Il panorama verso sud è altrettanto suggestivo: si
vedono bene la piana dello Zoccone (zocùn, in tempi assai remoti occupato da
un lago che, certo, non stonerebbe in questo splendido scenario) e, sul
fondo, le valli della Merdarola e dell’Oro.
Stiamo ora attraversando una fascia occupata prevalentemente da gande e da vallecole, alla base delle morene del ghiacciaio sud-occidentale del Cengalo (di cui ora restano solo una ben modesta traccia). Finora il percorso ci ha proposto alcuni saliscendi: dai 2534 metri del
rifugio Gianetti
siamo scesi una prima volta a quota 2500, per poi risalire a quota 2550
circa e ridiscendere ai 2500. Ora cominciamo a salire in direzione della
massiccia costiera che separa la Val Porcellizzo da quella del Ferro.
Nella parte alta essa è costituita dal massiccio spigolo che scende
verso sud dal pizzo del Ferro occidentale, o cima della Bondasca, fino
all’intaglio del passo del Camerozzo (m. 2765), cui dovremo salire.
La costiera prosegue verso sud proponendo la punta Camerozzo (m. 2876),
riconoscibile per il suo agile profilo, le punte Paganini (m. 2815) e
Moraschini (m. 2790), il monte Sione (sciöma da siùn, m. 2815), al vertice della valle
omonima, e la cima del Cavalcorto ("sciöma da cavalcürt", m. 2763). Il sentiero supera alcune
vallecole, mantenendosi, nel primo tratto, quasi pianeggiante. A nord
prosegue, dietro due morene, l’imponente sinfonia del granito, che
mostra, alle diverse ore del giorno, diversi colori e diverse sfumature.
Incontriamo in questo tratto, ad una quota approssimativa di 2500, quando
ci troviamo più o meno sotto la verticale del grande sperone che
scende verso sud-sud-ovest dai pizzi Gemelli, la deviazione, a sinistra,
per il passo di Bondasca, o di Bondo (pas da bùnd, m. 3169), per il quale si accede
all’omonima vedretta, scendendo, poi, al rifugio Sciora di val Bondasca,
in territorio elvetico. Sul
passo è posto anche il bivacco Titta Ronconi. Cominciamo, ora,
la salita, seguendo un bel tracciato, fino ad uno sperone, con tratto
un po’ esposto e protetto, cui si accede dopo aver salito una singolarissima
scaletta costituita da grandi blocchi di granito.
I magri pascoli cedono il posto a grandi massi, fra i quali si può
trovare annidato, anche a stagione avanzata, qualche nevaietto. Oltrepassato
nella parte bassa lo sperone (m. 2469), il sentiero risale con diversi tornantini un pendio di gande e sfasciumi, attraversa verso destra una fascia rocciosa e, su china erbosa, riprende a guadagnare quota. Piega, quindi, di nuovo a destra,
e si districa a fatica fra gli enormi blocchi di granito che precedono
l’attacco terminale della costiera. Troviamo, qui, numerosi segnavia
“storici”: si tratta delle croci di color amaranto, i primi
segnavia ad essere posti qua e là, sui grandi massi, quando il
sentiero, a partire dal 1928, in pieno regime fascista, venne tracciato;
il riferimento storico spiega anche la sua denominazione, che rimanda
ai fasti ed alle celebrazioni della grandezza di Roma.
Eccoci, alla fine, con un po’ di fatica, all’attacco della
costiera. Il tratto terminale è il più impegnativo, anche
se risulta agevolato dalle corde fisse e da una provvidenziale staffa.
Qui l’assicurazione alle corde fisse è di rigore, soprattutto
nell’ultimissimo passaggio prima di raggiungere la bocca del passo.
Bocca è proprio l'espressione giusta. Il passo Camerozzo ("pas dò cameròz", dove "cameròz" significa, probabilmente, grotta scomoda), ben distinguibile già dalla
capanna Gianetti, si
presenta, infatti, come uno stretto e marcato intaglio, a sinistra dell’agile
punta del Camerozzo, un intaglio dalla forma singolare, che ricorda vagamente
le fauci di qualche animale predatore, pronte a richiudersi sugli incauti
escursionisti che osino violarlo. È soprattutto il suo lato di
destra (meridionale), ricurvo, quasi ad uncino, a suscitare questa impressione.
Quando, però, alla fine lo raggiungiamo, scopriamo che le fauci
non si richiudono, ma, anzi, sembrano aprirsi, o meglio, aprire uno scenario
che lascia stupefatti per ampiezza e bellezza, lo scenario della valle del Ferro ("val do fèr"), della costiera Remoluzza-Arcanzo, del Monte Disgrazia ("desgràzia") e dei
Corni Bruciati. Ma andiamo con calma. In primo piano, sul fondo dell’ampia valle del Ferro, la costiera che la separa dalla val Qualido, sulla quale
spicca l’arrotondato torrione Qualido (m. 2707), alla cui sinistra
si trova il passo omonimo, il prossimo cui ci toccherà di salire,
se sopravviveremo alla discesa dal Camerozzo. Sulla verticale del torrione,
il re del Sentiero Roma, il Monte Disgrazia ("desgràzia"), che, con i suoi 3678 metri,
sovrasta per mole ed altezza ogni altra cima. Alla sua destra, i vassalli,
cioè i Corni Bruciati, sentinelle orientali della valle di Preda
Rossa. I Corni Bruciati, con la caratteristica tonalità rossastra
che giustifica anche la denominazione, si intravedono, però, appena,
perché nascosti dalla massiccia costiera Remoluzza-Arcanzo, che
propone invece le tonalità di
grigio del granito e che separa la Val di Mello ("val da mèl") dalla Valle di Preda Rossa.
Sul limite sinistro della costiera distingueremo appena il monte Pioda (sciöma da piöda),
che fa da spalla al Monte Disgrazia ("desgràzia"); alla sua destra la costiera prosegue
con un tratto senza rilievi, sul quale è difficile individuare
la Bocchetta Roma ("pas da ciöda"), il passo che ci attende nella quarta giornata (traversata
Allievi-Ponti). Poi, inizia una serie di cime che termina con la piramide
regolare ed elegante del monte Arcanzo (sciöma dè Narchènz, detta anche omèt). All’orizzonte, dietro la
costiera, si intraveno le più alte cime della catena orobica.
Sulla parete del breve corridoio del passo troviamo anche una targa di
bronzo, che reca scritto: “Dauro Contini vive sul Sentiero Roma
da lui amorevolmente curato”. Sopra la targa, a caratteri cubitali,
nel caso si avesse qualche dubbio, la scritta “Passo Camerozzo”.
Qui ci sentiamo, per un po’ ancora, al sicuro. Del resto il nome
del passo deriva dal toponimo “càmer”, che significa
luogo riparato, protetto. Per poco ancora, però.
Si deve pur scendere, e la discesa verso la valle del Ferro si presenta
difficile. Un’ultima occhiata, prima di scendere, alla Val Porcellizzo,
che salutiamo: il Pizzo Badile (badì) mostra, da qui, un profilo più affilato,
quasi smagrito. Stiamo entrando in un nuovo regno, perché passiamo
dalla Valle dei Bagni di Masino ("val dei bagn") alla Val di Mello ("val da mèl"), di cui la valle del Ferro rappresenta
la prima laterale settentrionale.
Bene, in cammino, ma senza fretta. La
parete del pizzo Camerozzo incombe su un percorso che rappresenta il passaggio
più ostico dell’intero sentiero Roma, da affrontare con cautela
e calma, in assenza di neve e con attrezzatura adeguata, facendo particolare
attenzione, fra l'altro, per evitare che lo zaino si incastri nei canalini
più stretti. Per chi non avesse mai affrontato il passo, è
consigliabile di varcarlo una prima volta in senso opposto, dalla valle del Ferro alla Val Porcellizzo; farà meno impressione, poi, la
discesa in valle del Ferro. Non commettiamo, infine, l’imprudenza
di scendere da soli, oppure quando i nevai residui moltiplicano i rischi.
Il primo tratto è una lunga discesa in diagonale verso destra (sud),
su ripidi e magri pascoli, placche di granito e strette cenge, con l’ausilio
delle corde fisse. Raggiungiamo, così, il punto nel quale il sentiero
volge a sinistra. Si tratta anche del punto più tranquillo della
discesa, per cui possiamo sostare un po’, prima di affrontare i
passaggi più impegnativi. Da qui si mostra tutta la valle del Ferro,
verde, ampia, coronata dai pizzi del Ferro ("sciöme do fèr": vediamo quello centrale e
quello orientale). Di nuovo in piedi, per l’ultimo tratto.
La
seconda parte, anch’essa in corda fissa, traccia una lunga diagonale
verso sinistra, che segue una stretta cengia la quale, proprio in prossimità della parte terminale della discesa,
si riduce ad un intaglio nella parete di granito che precipita a valle, dove ci si ritrova con lo zaino ballonzolante nel vuoto sopra un salto esposto di oltre cento metri.
Diversi, dunque, sono i passaggi impegnativi ed esposti. Si rendono necessarie,
quindi, la massima calma, attenzione e concentrazione.
A riprova di ciò, possiamo riportare le indicazioni della celebre Guida dei Monti d'Italia - Regione Masino-Bregaglia-Disgrazia, vol. I, a cura di Aldo Bonacossa e Giovanni Rossi: "Si scende nella Valle del Ferro, prima obliquando verso destra poi verso sinistra su cengette erbose correnti in una parete di roccia alta 150 m. c. sopra la base. Dato l'impressionante salto di lastroni sottostante, e poiché la cengia è talora costretta contro alcuni strapiombi della parete, malgrado i miglioramenti artificiali e le assicurazioni con corde di ferro, questa discesa, da ultimo espostissima,
richiede attenzione, assenza di vertigini e non è consigliabile con neve fresca." Ovviamente chi percorre il Sentiero Roma in senso inverso trova il compito facilitato, perché la salita al passo dalla Valle del Ferro risulta meno impressionante e difficile.
Grande è
quindi la soddisfazione quando, toccati i primi sassi della Valle del Ferro, si può guardare dal basso l’impressionante parete
che scende dal passo. Il primo contatto con la Valle del Ferro è
quasi sempre, in verità, sulla neve, poiché anche a stagione
avanzata si può trovare un nevaio alla base della costiera.
La testata della valle è costituita dai tre pizzi del Ferro, occidentale
(m. 3267), centrale (m. 3289) ed orientale (m. 3199), uno dei più classici scenari della Val Masino, ben visibili anche dal fondovalle (da Cataeggio e dalla piana della Zocca che precede San Martino). La valle, come già
detto, è molto ampia, anche se meno della Val Porcellizzo. Fin
dal primo tratto del percorso che la attraversa si può però
già riconoscere chiaramente il prossimo passo, cioè il Passo Qualido, a nord (sinistra) del torrione omonimo.

Il Sentiero Roma prende
a salire gradualmente, da una quota approssimativa di 2470 metri, fra
blocchi di granito di tutte le dimensioni e macchie di pascolo poste come
radi isolotti in un mare di granito. Più o meno al centro della
valle, abbiamo, come chiaro riferimento visivo, il bivacco Molteni-Valsecchi (el bivàch, m. 2510, dedicato alla memoria deli alpinisti Mario Molteni e Giuseppe Valsecchi, giunti allo stremo e morti scendendo dal pizzo Badile alla Gianetti, dopo averne salito la parete nord-est), posto a monte di una zona di pascolo curiosamente denominata "riva dai piöc’", con riferimento non chiaro ai pidocchi. Il sentiero
Roma passa appena sopra, ad una quota di 2525 metri circa (ma, passando sulla sua verticale, non lo vediamo, perché è nascosto da un grande masso; qualora volessimo sfruttarlo, dobbiamo prendere come riferimento un cartello per scendere e trovarlo).
Dal bivacco, se lo si desidera, si può scendere, verso destra e
su tracce di sentiero (o a vista, senza difficoltà), alla casera
della Valle del Ferro e di qui, piegando a sinistra e seguendo con attenzione
le segnalazioni (per evitare lunghi e faticosi giri), in Val di Mello (località Ca' de Rogni). C'è solo un punto nel quale si rischia di portarsi fuori strada: giunti alla casera, dobbiamo prendere a sinistra, senza perdere ulteriormente quota (per evitare di trovarsi sul ciglio dell'impressionante balconata rocciosa che separa l'alta valle dalla media), e cercare, con attenzione, il punto nel quale il sentiero scende ad attraversare un torrentello. Nel prosieguo della discesa non ci sono, poi, più problemi.
Se invece si vuol proseguire sul Sentiero Roma, si seguono
le segnalazioni, attraversando la valle fra grandi placche granitiche,
rare oasi erbose e grandi massi. Guardando alla testata della valle, riconosciamo,
a destra, l’arrotondata cima del pizzo del Ferro orientale, al centro
il caratteristico torrione del Ferro, alla sua sinistra la piccola
punta del pizzo del Ferro centrale, ed infine, seminascosta sulla sinistra,
la cima del pizzo del Ferro occidentale, o cima della Bondasca. Proprio
sotto il pizzo del Ferro centrale si può notare una singolare formazione
rocciosa, denominata, per la sua forma, “Pera del Ferro”.
Si tratta, appunto, delle "sciöma dò fèr", cime del Ferro, una delle immagini più caratteristiche della Val Masino, in quanto sono ben visibili anche da Cataeggio.

Non a caso ricorrono in molti modi di dire; uno per tutti: "tè sè méga inch söl fèr", cioè "non sei sulle cime del Ferro", detto a chi è troppo freddoloso oppure esita ad affrontare un passaggio. E' interessante notare che l'espressione "sciöma dò fèr", nel dialetto della valle, si riferisce, più spesso, alla parte più alta dei pascoli della Valle del Ferro (presso il bivacco), perché un tempo le lontane cime, pensate cone inaccessibili, erano, per gli alpigiani, assai meno significative della ben più vicina ed essenziale erba per le bestie.
Se, invece, volgiamo lo sguardo in direzione opposta, cioè verso sud, potremo
osservare uno scenario più morbido e verdeggiante. Al centro, in
primo piano, il lungo crinale dell’alpe Granda, che separa la bassa Val Masino dalla Valtellina. Sul fondo, la catena orobica centro-occidentale,
con la Val Tartano e, a destra, le Valli del Bitto di Albaredo e Gerola.
La salita al
Passo Qualido ("pas dò qualì") è rapida e sfrutta un facile canalino. Anche in questo
caso il lato destro della porta ha una forma sinistramente (scusate il
gioco di parole) ricurva ed adunca, la l’impressione complessiva
è decisamente più rassicurante. In breve il passo (m. 2647)
è raggiunto, e si può gettare l’occhio su una nuova
valle, la val Qualido, dalla caratteristica placca liscia nella costiera
orientale. Alle sue spalle, uno scenario assai simile a quello già
osservato dal Passo Camerozzo, con la costiera Remoluzza-Arcanzo, il Monte Disgrazia ed i Corni Bruciati. Guardando più a sinistra, però,
si mostrano nuove eleganti cime, oltre la val Qualido: a sinistra incontra
la cima di Zocca, poi la Cima di Castello ("castèl") ed i tre pizzi Torrone. La lo
scenario più affascinante è quello che si propone guardando
a nord, dopo aver fatto qualche passo verso destra, sul sentierino che
scende in Val Qualido: si mostrano infatti le guglie digradanti della
poderosa costiera Ferro-Qualido, che scende dal pizzo del Ferro orientale.
La discesa dal passo è meno ardua rispetto a quella dal Camerozzo,
ma richiede ugualmente una certa attenzione. Avviene nella prima parte
verso destra (sud), su un sentierino all’inizio esposto, poi più
tranquillo. Il sentiero volge quindi a sinistra (attenzione a non proseguire
sulla traccia che continua a destra, salendo al ben più impegnativo
Passo Qualido meridionale, a sud del torrione) e scende, sfruttando una
cengia esposta, nel cuore di un angusto canalino: le
corde fisse sono di grande aiuto. Il percorso risale, quindi, di qualche
metro, supera una sorta di porta nella roccia e lascia alle spalle il
canalino. L’ultimo tratto di discesa verso sinistra taglia il fianco
esposto della bassa costiera, prima di condurci ai pascoli della Val Qualido.
Il primo tratto del Sentiero Roma nella valle attraversa le propaggini
del lungo canalone che scende dal pizzo del Ferro orientale, che vediamo
al suo termine, lontano e defilato. Cominciamo a salire, fino alla quota
approssimativa di 2570 metri, superando con attenzione una placca quasi
sempre bagnata; poi, raggiunta la sommità di un dosso, il sentiero
inizia a scendere. Si impone allo sguardo la grande placca liscia sulla
costiera orientale della Val Qualido, la seconda laterale di destra della
Val di Mello.
La traversata della Val Qualido è la più breve, per cui,
al termine della discesa, si giunge in poco tempo aduna quota approssimativa
di 2450 metri, ai piedi del canalino che sale al passo dell’Averta.
Poco prima di imboccarlo, si incontrano le segnalazioni del sentiero che
scende, verso destra, nella valle.
Se fossimo nella necessità di scendere a valle, potremmo sfruttarlo,
ma con attenzione. Scendiamo portandoci gradualmente al centro della valle,
fino a giungere
in vista di un caratteristico ed inconfondibile sperone roccioso che ne
divide la parte bassa in due rami. Giunto alla sella erbosa ai piedi dello
sperone, proseguiamo a destra, cercando di seguire i segnavia, fino ad
un sistema di roccette che presenta qualche insidia, soprattutto perché
si presenta spesso bagnato. Superate con attenzione le roccette, approdiamo
ad una conca erbosa, sul limite sinistro della quale troviamo il sentiero
che, con un po’ ai attenzione, ci permette di scendere al fondovalle,
superando anche una grande placca di granito nella quale il sentiero disegna
alcuni tornanti.
Ma torniamo al racconto del Sentiero Roma. La salita del canalino che
porta al passo dell’Averta ("pas de la vèrta"; dal dialettale "avert", cioè aperto) è piuttosto agevole, anche se
si deve fare attenzione a non far cadere sulla testa di chi sta più
in basso eventuali sassi. Solo l'ultimo passaggio, un traverso a sinistra
quando si è ormai prossimi al passo, richiede una certa attenzione
e l'ausilio di corde fisse.

Raggiunto il passo (m. 2540), stretto intaglio sulla costiera che divide
la val Qualido dalla Valle di Zocca ("val da zòca"), si apre, improvvisa ed emozionante,
la visione della monolitica ed imponente cima o punta di Zocca (m. 3174),
alla cui sinistra si pone il torrione di Zocca (m. 3151). Difficile descrivere
la sensazione di potenza suscitata da questo monte. Sembra una cattedrale,
i cui poderosi pilastri di granito si protendono verso l’alto, nel
trionfo terminale di guglie che giocano in un elegante ricamo terminale
con la leggerezza del cielo. A
destra della cima di Zocca, sfilano, altrettanto imponenti, la punta Allievi
(m. 3121), la Cima di Castello ("castèl", m. 3392), la punta Rasica ("rèsga", m. 3305) e,
in rapida successione, l’uno alle spalle dell’altro, i pizzi
Torrone occidentale (m. 3351), centrale (m. 3290) ed orientale (m. 3333),
cime legate indelebilmente alla storia dell'alpinismo. Più a destra
ancora, di nuovo il Monte Disgrazia ed i Corni Bruciati. Interessantissimo
è anche il colpo d’occhio sulle costiere Zocca-Torrone e
Torrone-Cameraccio, un’esplosione vertiginosa di salti di granito,
che toglie il fiato, come in un tripudio di verticalità.
La discesa in Valle di Zocca non è difficile, ma anche qui l’attenzione
non deve mancare. Il percorso prosegue su un sentierino che scende verso
sinistra e raggiunge un canalino che si supera con l’ausilio di
corde fisse. Anche a stagione avanzata qui possiamo trovare un nevaietto
residuo, che impone ulteriore attenzione. Dopo un ultimo tratto su cengia
esposta (corde fisse ed una staffa risultano essenziali), sempre sulla
sinistra, la discesa, che non è lunga, termina in corrispondenza
di un piccolo nevaio residuo.
Il Sentiero Roma, ad una quota approssimativa di 2450 metri, percorre
quindi un pianoro disseminato di grandi massi e sempre dominato dalla
mole della cima di Zocca. I
massi cedono poi il posto ad un fondo erboso più riposante, finché,
superato un torrentello, si scende fino all'estrema propaggine dello spigolo
di sud-est della cima di Zocca. Per superare questo sperone roccioso il
sentiero affronta un tratto un po' esposto su entrambi i lati e protetto
da corde fisse. Si piega poi a sinistra, scendendo ulteriormente fino
ad una quota approssimativa di 2300 metri, nel cuore di un vallone che
precipita nel pianone della Valle di Zocca.
Poi, quando la stanchezza moltiplica ormai la fatica, riguadagniamo gradualmente
quota, fino ai 2420 metri del punto nel quale il sentiero supera un torrentello,
piegando a destra e raggiungendo, in leggera discesa, i rifugi Allievi
e Bonacossa (2385), dopo circa 5 ore di cammino. Ed anche questa terza
giornata, la più bella, probabilmente, dal punto di vista degli
scenari e delle emozioni, si chiude. La notte ci sorprenderà nel
cuore del rifugio.
La capanna Zocca, sua antenata, venne costruita nel 1897, a cura della sezione milanese del C.A.I. Rifatta nel 1905, venne successivamente distrutta da una valanga. Durante la prima guerra mondiale venne riedificata per ospitare un distaccamento di alpini per presidiare il passo di Zocca, che guarda alla Val Albigna, perché il generale Cadorna era convinto che lo stato maggiore svizzero avrebbe potuto concedere il permesso di passaggio alle truppe austro-ungariche, che avrebbero potuto quindi invadere la Valtellina dalla Valle di Poschiavo, dall'Engadina e dalla Val Bregaglia. Assunse, allora, la denominazione che onora Francesco Allievi, alpinista appassionato della Valle di Zocca. Durante la seconda guerra mondiale venne usata come punto di appoggio dalle formazioni partigiane e quindi danneggiata durante il rastrellamento nazifascista del 1944. Ricostruita nel 1950, è affiancata, dal 1988, dal rifugio Bonacossa. Nell'inverno del 2000 è stata seriamente danneggiato da una valanga, e successivamente ristrutturata.
Vai
ora alla giornata n. 4 del Sentiero Roma con il tratto dal
rifugio Allievi sino al rifugio Ponti


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