Punti di partenza ed arrivo |
Tempo necessario |
Dislivello in altezza
in m. |
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti) |
Rif. Allievi - Rif. Ponti |
6 h e 30 min. |
1100 |
EE |
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Quarta giornata: traversata dal rifugio
Allievi al rifugio Ponti.
Attraverseremo altre quattro valli, quella di Zocca,
la val Torrone ("val do turùn"), la Val
Cameraccio ("val dò camarasc'") e l’alta Valle
di Preda Rossa ("val da preda rosa"), valicando i tre passi di Val Torrone ("pas dò turùn"), Cameraccio ("pas dò camarasc'") e
della Bocchetta Roma ("pas da ciöda").
Se, per qualunque motivo, dovessimo però scendere a valle, basta
percorrere il ben marcato e segnalato sentiero che parte nei pressi del
rifugio, scende al Pianone che dà il nome alla valle e prosegue,
con un’elegante scalinatura, nelle fresche pinete della media valle,
passando su un bel ponte di legno dal suo lato sinistro a quello destro
e terminando sul fondo della Val di Mello ("val da mèl").
Alle spalle del rifugio, poi, può essere interessante ricordarlo,
parte una traccia di sentiero (piuttosto labile, per la verità)
che sale al ben visibile passo di Zocca (pas da zòca, m. 2749), il più agevole
fra i valichi che congiungono la Val Masino al territorio svizzero. Dal
passo si può scendere, poi, nell’alta valle dell’Albigna (termine che deriva dal latino "albus", che significa "bianco"),
fino al rifugio omonimo. Chi
desiderasse salire al passo, tenga presente che questo è facilmente
individuabile per il ben visibile obelisco di granito che lo veglia sul
suo lato destro, e che lo si raggiunge con poco più di un’ora
di cammino dal rifugio.
Il passo di Zocca fu, per decenni, nel secolo scorso, il punto di transito più agevole (ma anche il più pericoloso) per gli "spalloni" che praticavano il contrabbando con la vicina Confederazione Elvetica.
Lunga storia, quella del contrabbando in Val Masino. Lunga un secolo abbondante. Già Douglas W. Freshfield, alpinista inglese che ha legato la sua fama alle pionieristiche scalate nel gruppo del Masino, menziona, nel 1862, il contrabbando in valle, parlando del sentiero che dalla valle dell’Albigna raggiunge il passo di Zocca, sentiero “conosciuto soltanto dai contrabbandieri e dai pastori”. Del resto sappiamo che in quel medesimo periodo si era insediata a S. Martino una stazione della Guardia di Finanza (vi stanziavano, nel 1900, 15 unità, cifra che testimonia dell’entità del contrabbando in Val Masino). Dobbiamo portarci agli anni settanta del Novecento per assistere al tramonto del contrabbando, ormai non più conveniente economicamente.
Ma torniamo al Sentiero Roma. La prima parte della quarta tappa prevede
la traversata del lato orientale dell’alta Valle di Zocca ("val da zòca"), fino
al Passo di Val Torrone, che permette una facile discesa nella valle omonima.
Si tratta di una traversata a dir poco spettacolare, per i superbi scenari
che propone. Passiamo, innanzitutto, vicino alla punta Allievi (m. 3223);
scorgiamo la Cima di Castello ("castèl"), seminascosta, più a nord, a destra
della cima quotata 3228 m., sul fondo dell’omonimo vallone (la più
alta del gruppo del Masino, con i suoi 3392 metri), la punta Rasica ("rèsga", m.
3305), famosa nella storia dell’alpinismo, che deve il suo nome
alla conformazione frastagliata della cima, simile ad una sega, ed infine
la possente mole del pizzo Torrone occidentale (m. 3349), che si distingue
per la base davvero possente e la curiosa cima, che si restringe repentinamente
nell’esile punta terminale.
A sinistra della punta Allievi, invece, si può ammirare un diverso
profilo della cima di Zocca (m. 3175), alla cui destra è ben visibile
il già citato passo omonimo. Dietro
il passo si intravede appena il gruppo delle Sciore, in territorio elvetico.
Di fronte a questo spettacolo, si può ben dire che se Walter Bonatti
ha definito la Val Masino come l’Università dell’Alpinismo,
la Valle di Zocca sia un po’ come la sua aula magna.
Seguendo una traccia e, laddove è meno evidente, i segnavia, cominciamo a guadagnare, con molta gradualità e con qualche saliscendi, quota, superando la vallecola chiamata "val dè sasùn" (che nasce tra la punta Rasica ed il pizzo Torrone Occidentale) e raggiungendo un incantevole pianoro panoramico, posto sul limite orientale della valle. Interessante il panorama
alla nostra destra, cioè verso sud: si intravede, in basso, uno
spicchio della Val di Mello ("val da mèl"), mentre sul fondo, incorniciata a destra dalla
parte orientale della Valle della Merdarola ("val da merdaröla") e a sinistra dalla cima degli
Alli e dalla cima di Arcanzo, la Val Gerola, nelle Orobie occidentali.
Il pianoro introduce direttamente al Passo di Val Torrone (m. 2518), che non ha una parte in salita, ma è subito costituito da un canalino in discesa che si imbocca all'estremità
di un pianoro posto sul limitare della Val di Zocca. Dal passo si può
ammirare la massiccia costiera che separa le valli Torrone e Cameraccio,
che, vista da qui, desta una forte impressione di verticalità.
Sullo sfondo sono visibile anche la costiera Remoluzza-Arcanzo ed i Corni
Bruciati. La discesa dal passo non è particolarmente difficile,
ma richiede, in qualche punto, cautela, come testimoniano le corde fisse nel tratto iniziale ed in quello terminale, perché il canalino è piuttosto ripido.
Attenzione, anche qui, a non lasciar cadere sassi su chi si trovasse più
in basso. Scendendo, passiamo a sinistra di un caratteristico corno roccioso,
che è ben visibile al termine della discesa.
Alla
fine la base del passo è guadagnata, a circa 2300 metri, ed il
sentiero, risalendo un dosso, passa molto vicino ai piedi dell’impressionante
parete del picco Luigi Amedeo, una delle più difficili, dal punto
di vista alpinistico, delle Alpi centrali, che mostra i suoi poderosi contrafforti di granito, con una curiosa coloratura giallastra.
Ad est (destra) del picco Luigi Amedeo lo sguardo incontra il pizzo Torrone
occidentale, che anche da qui mostra la sua curiosa caratteristica: una
base imponente, costituita da impressionanti lastroni di granito, sormontata
da una cima di dimensioni assai ridotte, che dà l’idea del
corpo di un gigante con la testa di nano. Alla sua destra è, poi, ben visibile
anche il caratteristico avamposto conico quotato 2951 metri. Una cima
secondaria, senza nome, che tuttavia ha la singolare caratteristica di
rubare interamente la scena al pizzo Torrone occidentale quando si guarda
la testata da quote inferiori. Più a destra ancora, distinguiamo
la punta Ferrario (m. 3258), avamposto roccioso che, a sua volta, nell’intera
valle ruba la scena al pizzo Torrone centrale (m. 3290). La testata della
valle è chiusa dal pizzo Torrone orientale (m. 3333), alla cui
sinistra si distingue il caratteristico obelisco roccioso di una quarantina
di metri detto Ago del Torrone o Ago di Cleopatra, mentre alla sua destra
è ben visibile il Passo Cameraccio ("pas dò camaràsc"). Questa testata rappresenta
una delle immagini che si imprimono con maggiore forza nel cuore
di quanti percorrono il sentiero Roma. Se vogliamo scendere in Val di Mello per la Val Torrone, possiamo lasciare il Sentiero Roma in questo punto, perdendo quota, con andamento diritto, fra balze erbose non difficili (attenzione, però, a dove si mettono i piedi, perché buche anche nascoste possono procurare noiosissime distorsioni alle caviglie), fino ad intercettare il sentiero che dalla casera del Torrone risale l'alta valle.
Dopo un tratto pianeggiante, il sentiero riprende a salire, sul filo di
un dosso erboso, fino a raggiungere, a quota 2300 metri circa, la deviazione
segnalata che indica il sentiero (piuttosto labile, per la verità, nella prima parte) che permette di scendere nella valle, verso destra, fino alla Val di Mello.
Se si sceglie, per qualsiasi motivo, la discesa, si tenga presente che
è necessario seguire i segnavia, tendendo, con gradualità
verso destra, scavalcando un torrentello da sinistra a destra e raggiungendo la casera Torrone (casèra dò turùn, m. 1996). La discesa prosegue,
ripida, nel cuore ombroso della media valle, su traccia sicura, e conduce alla fine sul fondo
della Val di Mello.
Se si prosegue sul sentiero Roma, invece, ci si approssima al luogo della tragedia che, il 21 agosto del 2005, ha funestato l'XI edizione del trofeo di corsa in montagna "Kima", che si tiene ogni anno sul Sentiero Roma (percorso in senso antiorario), dalla Valle di Preda Rossa alla Valle dell'Oro. Vittima la skyrunner ed alpinista Marina Moreschi che, risalendo una facile placca agevolata da una scalinatura in ferro, resa però insidiosa dal nevischio, è scivolata, cadendo di qualche decina di metri a valle e battendo mortalmente il capo. Da allora anche il tracciato del sentiero Roma è stato deviato per evitare la placca "maledetta" (che rappresenta, infatti, una costante insidia, in quanto è sempre bagnata). Sarà una frase abusata, ma rimane pur sempre vero che la prudenza, soprattutto in alta quota, non è mai troppa.
Avvicinandoci al centro della valle, riprendiamo a salire, su un
ampio dosso che accoglie gli ultimi magri pascoli (la sciöma dò turùn), guadagnando rapidamente
quota. Davanti agli occhi, in primo piano, il cono della punta Ferrario,
alla cui sinistra spicca una curiosissima formazione rocciosa, che sembra
un cono minora troncato. Alla sua destra, invece, l’ago del Torrone
ed il pizzo Torrone orientale, con il suo caratteristico doppio salto.
In realtà sono diverse, le punte minori che si possono scorgere,
in una sorta di selva di cime che si susseguono in rapida successione.
Per esempio, fra i pizzi Torrone occidentale e centrale si trovano, da
sinistra, la punta Alessandra (m. 3263), il colle del Torrone centrale
(m. 3204) e la punta melzi (m. 3287). Fra
i pizzi Torrone centrale ed orientale, invece, si trova il colle del Torrone
(m. 3182), oltre al già citato Ago del Torrone (m. 3224).
Si intercetta, poi, la segnalazione della deviazione, sulla destra, per il bivacco
Manzi-Pirotta (2540 m.), che si trova poco lontano (è dato,
infatti, a 5 minuti di cammino, ma richiede, per essere raggiunto, qualche
passo di arrampicata, per quanto non difficile ed agevolato da un ferro-gradino), sul crinale di un massiccio sperone roccioso. E' stato collocato qui nel 1947 per iniziativa di alcuni soci del SUCAI di Milano, per commemorare il tenente degli alpini e comandante partigiano Antonio Manzi, fucilato a Fossoli il 12 luglio 1944.
Se
la valle del Ferro ("val do fèr") suscita un senso di apertura e solitudine, la val Qualido un senso di protezione materna e la Valle di Zocca un senso di grandiosità,
la Val Torrone ha certamente qualcosa di severo, e selvaggio e arcano.
Volgendo le spalle si riesce sempre meglio a vedere, come in un gioco
di quinte, la successione delle quattro costiere sulle quali sono collocati
i passi già valicati.
La salita procede su un terreno un po’ più faticoso, perché
il sentiero serpeggia in una morena di terricico e piccoli massi. Giungiamo
così in una sorta di rande conca terminale, dove regnano il silenzio
ed un’atmosfera sospesa, irreale, misteriosa. È come se fossimo
alla fine del mondo. Perché non si immagina che possa esserci altro
mondo oltre quelle compatte e lisce pareti di granito, grigie e giallastre.
Ed invece una porta annuncia altro mondo. È il ben visibile Passo Cameraccio, ai piedi del pizzo Torrone orientale, sulla sua destra.
Per
raggiungerlo si taglia in diagonale un nevaio, che conduce proprio ai
suoi piedi. Il percorso non segue il canalino franoso di destra, pericoloso
per i sassi mobili, ma il sistema di placche e rocce sulla parte sinistra.
La salita è agevolata, anche in questo caso, dalle corde fisse, perché
ci sono alcuni punti impegnativi da superare, soprattutto per la scivolosità
di alcune rocce. L’ultimo tratto della salita si svolge proprio
a ridosso del fianco roccioso del pizzo Torrone orientale, ai piedi della
suo corrugato versante meridionale. Al termine della salita, un nevaietto
ci introduce ai 2950 metri del passo, il punto più alto toccato
dall’intero Sentiero Roma.
Ecco che si apre la sterminata val Cameraccio, dominata dal monte Pioda ("sciöma da piöda", m. 3431), dietro il quale si scorge l'impressionante parete nord del Monte Disgrazia ("desgràzia", m.
3678). Alla nostra sinistra, in primo piano, l’enorme e tormentata
parete orientale del pizzo Torrone orientale. Sul fondo, verso destra,
occhieggiano invece i Corni Bruciati, con l’inconfondibile colore
rossastro. La valle è davvero ampia, la più ampia, dopo
la Val Porcellizzo, fra quelle toccate dal Sentiero Roma. Mentre, però,
la Val Porcellizzo è ingentilita dal verde intenso dei pascoli,
ed anche maggiormente frequentata per la presenza del rifugio Gianetti,
qui domina la solitudine, una solitudine che quasi inquieta, o rapisce,
o tutte e due le cose insieme. Nelle
belle giornate la luce sembra rifrangersi da ogni lato in questo deserto
di granito, rincorrendosi di masso in masso e circondando da ogni lato
l’escursionista.
La traversata della Val Cameraccio, se la giornata è buona, è piuttosto lunga, forse per qualcuno monotona (si cammina per un paio d'ore), ma rappresenta comunque un'esperienza particolarissima e grandiosa. Se, invece, la visibilità si riduce, allora dobbiamo prestare la massima attenzione ai segnavia: portarsi fuori dal sentiero significa rischiare di vagare per ore senza costrutto.
La prima parte della discesa dal passo avviene su nevaio e su terreno franoso di morena, poi si attraversa
una grande placca bagnata, che richiede attenzione. Oltrepassata la placca,
se si conosce il sentiero, che nella parte alta è solo labile traccia,
ma anche procedendo a vista fra facili balze erbose, si può scendere
in Val Cameraccio e quindi in Val di Mello.
La discesa, però, non è facilissima, perché è difficile trovare il punto in cui dobbiamo lasciare i dossi erbosi e piegare a destra, superando due rami del torrente che scende dalla valle. Se ci trovassimo nella
necessità di scendere, quindi, ci conviene tenere il lato destro della valle, senza
allontanarci troppo dalla costiera del Cameraccio, ed infilarci nel canalone più occidentale (cioè alla nostra destra). Più in basso,
intorno a quota 2100, intercettiamo, così, il sentiero che ci accompagna nella rimanente
discesa fino al fondo della Val di Mello, di cui la Val Cameraccio costituisce
il grandioso anfiteatro terminale.
Torniamo al Sentiero Roma. Attraversata l'ultima placca bagnata, e raggiunta una quota approssimativa di 2750
metri, comincia una traversata, con qualche saliscendi, su terreno morenico,
in direzione della morena posta al centro della valle, passando a monte dei pascoli alti del cianùn. Per lunghi tratti del sentiero non c'è traccia, e, seguendo i segnavia, si procede, non senza fatica, da un masso all'altro e fra i magri pascoli chiamati sciöma do camaràsc e córt dai vént. Superato un avvallamento chiamato córt dai möi (perché vi venivano portati e custoditi i muli che servivano per trasportare materiali e vettovaglie necessari alla vita d'alpeggio), ci portiamo ad una zona
caratterizzata dalla presenza di grossi massi e troviamo, su uno di questi,
l’indicazione (deviazione a sinistra) per il bivacco
Odello-Grandori: alcuni segnavia guidano nella salita al passo, che tocca il ripiano chiamato zòca.
Ignorata
la deviazione, proseguiamo scendendo lungo una caratteristica grande placca,
raggiungendo la parte alta della morena. Qui ci attende l’ultimo
nato nella famiglia dei rifugi e bivacchi di Val Masino, il recentissimo bivacco Kima, a 2700, inaugurato
nell’agosto del 2004, in occasione della celebre corsa in alta quota
denominata, appunto, Trofeo Kima.
Ottima idea, tenuto conto che un punto d’appoggio posto proprio
al centro di questa valle sterminata e solitaria è quando mai opportuno:
farsi cogliere dal maltempo qui, infatti, è una disavventura decisamente spiacevole, dato che mancano ricoveri naturali, disavventura che, oltretutto,
si può pagare assai cara, se non siamo pronti ad affrontare bruschi cali di temperatura. Fermiamoci qui, dunque, ad osservare
la testata della valle, costituita, da sinistra, dal pizzo Torrone orientale
(m. 3333, inconfondibile per la forma a punta di lancia con la quale si
stacca nettamente dal profilo delle altre cime), dal Monte Sissone ("sisùn", in Val Masino, "còrgn de sisùm", in Valmalenco; m.
3331), dalla punta Baroni o cima settentrionale di Chiareggio (da "clarus", nel senso di spoglio di alberi, m. 3203),
dalle cime centrale e meridionale di Chiareggio (m. 3107 e 3093) e dal
monte Pioda ("sciöma da piöda", m. 3431), che ruba interamente la scena al Monte Disgrazia ("desgràzia").
Fra il Monte Sissone, le cime di Chiareggio ed il monte Pioda (sciöma da piöda) si notano
anche tre evidenti depressioni.
La più settentrionale, cioè
quella di sinistra, è denominata passo di Chiareggio (m. 3010),
mentre quella più meridionale, cioè più a destra,
è il più celebre e praticabile Passo di Mello ("pas de mèl", m. 2992),
sul quale è posto il bivacco Odello-Grandori.
Salire
al passo di Mello dalla Val Cameraccio non è agevole, perché l’ultimo
tratto presenta passaggi esposti e non protetti, e non ci sono segnavia
che indichino il percorso migliore per attaccare il fronte roccioso che
precede il passo. La discesa in Val Sissone (val de sisùm), anche se è stata recentemente attrezzata con corde fisse, è altrettanto difficile,
sia nella parte su roccia (sfrutta una cengia che scende obliquamente a sinistra), sia nella traversata sulla vedretta del Disgrazia, per cui richiede attrezzatura adeguata e consolidata esperienza. Merita
un'attenta osservazione anche la lunga e compatta costiera Remoluzza-Arcanzo,
che separa la Val Cameraccio dalla Valle di Preda Rossa, e sulla quale
si colloca la Bocchetta Roma ("pas da ciöda").
Vi si individuano, da sinistra, il pizzo
della Remoluzza (m. 2814), il pizzo di Averta (m. 2853), il pizzo Vicima (sciöma da veciöma, m. 2687) e la cima d’Arcanzo (m. 2715). Altrettanto interessante,
anche se più ridotta, è la costiera che si va delineando
alle nostre spalle, cioè la costiera del Cameraccio: vi si distinguono,
proseguendo a sinistra dal Passo Cameraccio, la punta Cameraccio (m. 3026),
le torri settentrionale, centrale e meridionale di Cameraccio (m. 2950,
2796 e 2838), la torre di Re Alberto (m. 2627) e la punta meridionale
del Cameraccio (m. 2741). Una curiosità: le torri di Cameraccio sono denominate, localmente, i "tri prèvet", cioè i "tre preti", con riferimento alle tre parrocchie della Costiera dei Cech da cui provenivano gli alpigiani che caricavano queste zone, vale a dire Cino, Mello (la torre più alta, perché i "melàt" possedevano la maggiore estensione di alpeggi) e Cercino.
Riprendiamo, poi, il cammino, scendendo per un breve tratto la morena
e piegando a sinistra quando i segnavia, che nell’intera valle sono
abbondanti, lo segnalano. Scendiamo, così, ad una nuova e faticosa
fascia di grandi massi, passando leggermente a valle di un microlaghetto
alimentato dal piccolo ghiacciaio che si annida fra le pieghe del versante
meridionale del monte Pioda. Si tratta solo di una pozza un po' più
grande, direte; ma, considerato che è l'unico specchio d'acqua
che si incontra lungo l'intera traversata del Sentiero Roma, merita anch'essa
la giusta considerazione. Questo tratto è piuttosto faticoso, perché
ci dobbiamo districare con attenzione fra massi piuttosto grandi. La
stanchezza si fa sentire, ma non dobbiamo perdere la concentrazione, perché
qui scivolare e farsi male è facile, se non si è attenti.
Riprendiamo, poi, a salire, lungo il filo di una grande morena, raggiungendo
una nuova fascia di massi, a monte della sciöma da piöda (o ciöda), espressione che designa non solo (e non tanto) il monte Pioda, ma la parte alta dell'alpeggio della Pioda (che occupa, approssimativamente, tutta la parte orientale dell'anfiteatro della valle).
Superato un tratto pianeggiante, ci avviciniamo ad un primo nevaietto,
oltre il quale dobbiamo risalire una fascia di sfasciumi e placche, prima
dell’ultimo nevaietto che precede l’attacco della costiera
Remoulzza-Arcanzo. In quest’ultima parte della traversata si mostra,
come un grande e possente scivolo di granito che si restringe sulla cima,
il monte Pioda, elegante e possente.
Prima di raggiungere i 2898 metri della Bocchetta Roma (pas da ciöda)dobbiamo risalire
il fianco roccioso della costiera, superando passaggi non facili. Il primo
tratto della salita è il più impegnativo: corde fisse e
staffe sono necessarie per sormontare alcune grandi rocce. Siccome siamo
stanchi, ed abbiamo appena risalito un piccolo nevaio, l’attenzione
deve essere raddoppiata. Poi si sale con maggiore facilità, con
un primo traverso a destra, ed un secondo a sinistra. Qui la cautela deve
essere rivolta ad evitare di far cadere sassi, o di riceverne in testa:
è facile, infatti, farli partire, e poi diventano subito pericolosi
proiettili, soprattutto per chi si trova all’attacco della costiera
e, avendo la visuale coperta dai roccioni, non li vede arrivare.
Probabilmente questo è il punto nel quale si accusa la maggiore
stanchezza durante l’intero Sentiero Roma, perché,
una volta raggiunta la Bocchetta Roma, avremo superato un dislivello in
altezza approssimativo di 1100 metri, camminando sempre in alta quota,
il che, data la minore concentrazione di ossigeno, aumenta lo sforzo.
Questi richiami alla cautela, dunque, hanno una loro ragion d’essere.
L’ultimo passaggio, anch’esso servito da corde fisse, richiede
attenzione, ma alla fine siamo alla bocchetta, presidiata da un grande
ometto, ben visibile anche a distanza.
La bocchetta è panoramicissima. Ad ovest sfilano tutte le valli
percorse dal sentiero, ad eccezione della Val Porcellizzo, che resta nascosta
dietro quella del Ferro: da sinistra abbiamo la valle dell’Oro,
quella del Ferro, la val Qualido, la Valle di Zocca, un piccolo scorcio
della bassa Val Torrone e lo scenario immenso della Val Cameraccio.
A nord, in primo piano, il Monte Disgrazia, separato dal monte Pioda (sciöma da piöda) dalla
sella di Pioda. Ad est la corrugata costiera che separa la Valle di Preda
Rossa (val da préda rosa) dalla Val Airale (questo è il nome dell’alta Val Torreggio,
in Valmalenco), sulla quale si trovano, da sinistra, la cima di Corna
Rossa (m. 3180), il passo di Corna Rossa (m. 2836), che dovremo superare
per completare il Sentiero Roma, ed i Corni Bruciati (m. 3097 e 3114),
più volte evocati, ed ora presenti, come protagonisti, per la gioia
dei nostri occhi.
A
sud-est si apre l’alta Valle di Preda Rossa, dove si trova la meta
finale, il rifugio Ponti. Sul fondo, il fresco scenario della Val Gerola.
Siamo su un confine. Un confine cromatico e geologico. Abbiamo lasciato
il cosiddetto Plutone del Masino, vale a dire il regno del granito dalle
mille sfumature di grigio, di cui la Val Cameraccio costituisce l’ultima
apoteosi, ed entriamo in un nuovo regno, in cui, non fatichiamo a notarlo,
la tonalità dominante è il rosso. La denominazione stessa
della Valle nella quale scendiamo, “Preda Rossa”, significa,
appunto, “pietra rossa”. Il colosso che la domina, il Monte Disgrazia, appartiene già a questo regno, il regno del serpentino che subentra a quello del granito, così come appartengono
ad esso gli altri colossi che si trovano ad oriente, nel cuore della Valmalenco.
La discesa verso il rifugio, non difficile e ben segnalata, avviene fra
grandi massi, descrivendo un arco che attraversa anche due piccoli nevai,
per poi perdere gradualmente quota puntando in direzione del rifugio.
Anche qui, nella parte alta, la stanchezza può giocare brutti scherzi,
perché ci dobbiamo muovere fra grandi massi, ed il pericolo di
scivolare è sempre in agguato. Dopo 6 ore di cammino dal rifugio
Allievi, eccoci, finalmente, al rifugio Ponti (m. 2559), dove possiamo
pernottare prima della sesta ed ultima giornata, che prevede la traversata
in Valmalenco per il passo di Corna Rossa e la discesa conclusiva a Chiesa
Valmalenco o a Torre S. Maria.

Il rifugio Ponti venne edificato, per iniziativa del C.A.I. di Milano, nel 1928 e dedicato a Cesare Ponti, banchiere che aveva sostenuto finanziariamente questa sezione. In precedenza esisteva nella zona una più antica capanna, la capanna Cecilia, la prima in Val Masino, edificata nel 1882 (ed ampliata nel 1890) per impulso di quel Francesco Lurani che fu appassionato esploratore, scalatore e divulgatore delle montagne di Val Masino, oltre che romantico marito (il nome della capanna, infatti, era un omaggio alla moglie).
Se,
però, stiamo percorrendo la terza giornata della versione più
breve del sentiero, e non possiamo fermarci a dormire al rifugio, proseguiamo
nella discesa sul facile sentiero segnalato, che percorre il fianco nord-occidentale
(destro) dell’alta valle fra sassi e pascoli, scende ripido piegando
a sinistra alla piana di quota 2113 e prosegue nella discesa, fra radi
larici ed in uno scenario dominato dalla presenza imponente, sulla sinistra,
dei Corni Bruciati, fino alla stupenda Piana di Preda Rossa ("pianùn de préda rosa", m. 1900).
Una perla, questa, un gioiello che regala le suggestioni più delicate
al tramonto, quando il torrente, che indugia quieto in pigre anse, sembra
voler trattenere, mesto, la luce del giorno. Poco sotto la piana giunge
una strada asfaltata costruita dall’Enel quando ancora, negli anni
Sessanta del secolo scorso, si progettava di utilizzarla per farne un
bacino idroelettrico. La strada è oggi chiusa al transito, soprattutto
perché, più in basso, ha un fondo molto sconnesso.
Essa raggiunge la bucolica piana della valle di Sasso Bisòlo (m.
1500), dove si trova anche il rifugio
Scotti, sulla destra, in fondo alla piana. Poi un sentiero conduce
alla località Valbiore (valbiórch) (m. 1225), presso una grande frana, dove
si può lasciare l’automobile.Da
Valbiore (valbiórch) una carrozzabile asfaltata riporta, infine, a Filorera ("felorèra") ed a Cataeggio ("cataöcc").
Secondo alcuni il Sentiero Roma termina qui, ma, nel progetto originario
e nella tradizione, manca un'ultima tappa, che conduce nel cuore della
Valmalenco. Per conoscerla, apri il racconto dell'itinerario
da effettuare per l'attraversamento dalla Val Masino alla Valmalenco.

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