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Punti di partenza ed arrivo |
Tempo necessario |
Dislivello in altezza
in m. |
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti) |
Mezzolpiano (Novate Mezzola)-Rifugio Brasca |
4 h e 30 min. |
1100 |
E |
VISUALIZZA LA PRESENTAZIONE "PASSO DOPO PASSO"
Accendi le casse se vuoi ascoltare un mio brano ispirato a questi luoghi
Il sentiero Roma (senté róma) è forse la più classica
ed affascinante delle escursioni sulle Alpi centrali, un'esperienza che
non si dimentica e che diventa, per chi la vive, non solo un motivo di
orgoglio, ma anche una lezione che insegna pazienza, capacità di
guardare, scoprire e gustare dimensioni sottratte al tempo. Il sentiero, che, nella sua versione integrale effettua una traversata da Novate Mezzola a Chiesa in Valmalenco (o Torre di S. Maria), quindi da ovest ad est (ma nulla vieta, ovviamente, di percorrerlo in senso opposto, anzi, in alcuni tratti - passo Camerozzo - tale scelta lo rende meno difficoltoso),
deve essere percorso in più giornate (normalmente 5) e presenta diverse varianti.
Prima di considerarle, però, vanno fatte alcune avvertenze generali.
Il sentiero non richiede una specifica preparazione alpinistica, ma non
va neppure preso sotto gamba. In particolare, nella sua sezione centrale,
costituita dalla terza e quarta giornata (traversate Gianetti-Allievi
e Allievi-Ponti), oppure già dalla prima, se si sceglie la variante
breve del Sentiero Risari (Omio-Gianetti), propone diversi passaggi attrezzati,
nella salita e discesa dai passi che scavalcano costiere impervie, per
cui è necessario munirsi di cordino e moschettone per assicurarsi
alle corde fisse. Non
è affatto prudente affrontarlo da soli, o in condizioni di allenamento
non adeguate. È del tutto sconsigliabile, poi, affrontarlo con
neve o nelle giornate di tempo brutto (in molti tratti non c’è
un vero e proprio sentiero, ma si debbono attraversare gande fra le quali,
in condizioni di tempo buono, i numerosi segnavia dettano chiaramente
il percorso, ma altrettanto facilmente ci si può perdere, se la
visibilità si riduce, cosa che accade assai rapidamente quando
il tempo si guasta).
Non si confidi, poi, nei telefonini: restano desolatamente muti. Un’ultima
minaccia, se ce ne fosse bisogno: i sassi mobili, che escursionisti poco
attenti possono involontariamente lanciare sui malcapitati che si trovano
più in basso: sono veri e propri proiettili, possono uccidere.
Non vorremmo aver troppo spaventato con queste avvertenze, o, peggio ancora,
dissuaso dall’affrontare un’esperienza che non si dimentica.
L’intento è, invece, di invitare a farla, ma a farla nelle
dovute condizioni di allenamento, equipaggiamento, umiltà, prudenza
e bel tempo. Il periodo migliore è quello compreso fra agosto e
settembre (anche luglio è un ottimo mese, se d’inverno non
è nevicato troppo). Per il resto dell’anno la neve può
costituire un’insidia di non poco conto.
Prima di metterci in cammino, consideriamo qualche notizia storica. Il primo nucleo del sentiero è interamente compreso fra gli alti circhi delle montagne di Val Masino. Dobbiamo retrocedere di quasi un secolo, e rievocare lo scenario della prima guerra mondiale, nella quale il generale Cadorna, che diffidava della neutralità svizzera e temeva che l'esercito austro-ungarico potesse approfittare del territorio elvetico per dilagare nell'Italia del Nord, promosse la costruzione di un organico reticolo di sentieri sul versante orobico e retico, per contenere l'eventuale invasione da nord. In Val Masino, in particolare, si temeva uno sfondamento dai passi di Zocca e di Bondo e dal monte Sissone, per cui vennero approntati sentieri che consentivano di salire facilmente a sorvegliarli. Dieci anni dopo la conclusione del conflitto, quindi nel 1928, nacque l'idea di migliorare la primitiva rete di sentieri, tracciando un percorso continuo che collegasse i rifugi in alta Val Porcellizzo, di Zocca e di Preda Rossa (gli attuali rifugi Gianetti, Allievi e Ponti). Nacque, così, grazie all'iniziativa del CAI di Milano (che attrezzò i passaggi più impegnativi) l'attuale tracciato Gianetti-Ponti (qualche traccia è ancora visibile in quei pochi fasci color amaranto che l'occhio attento nota nella salita al passo del Camerozzo), che venne, poi, ampliato, per consentire una grandiosa traversata dalle rive del lago di Mezzola al cuore delle alpi retiche in Valmalenco. Si era nel ventennio fascista: di qui la denominazione di "Sentiero Roma", a celebrare anche sulle alte vette i fasti di quella che si pensava dovesse tornare una capitale imperiale. Ma, al di là di ogni retorica di regime, vale la pena riportare ciò che di questa straordinaria cavalcata in alta quota scrisse Silvio Saglio, alpinista e compilatore di guide, nel 1954: "La traversata dei monti del Masino, attraverso i contrafforti meridionali, costituiti da grandiose bancate di granito, è fra le più spettacolari delle Alpi, senza richiedere all'alpinista prestazioni eccessive".
Bene,
fatte le doverose premesse, mettiamoci in cammino. Il percorso integrale
parte da Novate Mezzola (nuàa), paese posto all'imbocco della Val Chiavenna,
e precisamente dai 316 metri del parcheggio della località "Il Castello" (castèl) della frazione di Mezzolpiano (mezalpiàn; lo raggiungiamo
staccandoci dalla ss. 36 dello Spluga in corrispondenza di una farmacia e proseguendo diritti nella salita del conoide alluvionale della valle, cioè seguendo le indicazioni per la Val Codera, che ci portano alla parte alta del paese,
sulla sinistra). Qui, anticamente (e ciò giustifica la denominazione del luogo) sorgeva una fortificazione che dominava lo sbocco della Valchiavenna, e che fu definitivamente smantellata nel 1639. Ne parla anche Giovanni Guler von Weineck, governatore della Valtellina per le Tre Leghe Grigie fra il 1587 ed il 1588, nell'opera "Raetia" (Zurigo, 1616): "Fra Campo e Novate, il lago riceve un impetuoso torrente, che da una vallata montana, passando per una chiusa in mezzo ai dirupi, viene a sboccare nella pianura, arrecando gravissimi danni alle campagne. Presso la chiusa, là sul monte, sorge un'antica fortezza, in parte distrutta ed in parte oggi abitata da un povero contadino. Questo castello, insieme con un altro di cui si scorgono i ruderi poco lontano sopra l'estremità del lago, venne eretto dai duchi di Milano e più tradi smantellato dai Grigioni".
Non lontanto, alla nostra destra, corre il torrente Codera (l'impetuoso torrente citato dal von Weineck), il cui alveo è contenuto da un alto argine in pietra; una vicina fontanella ci invita al rifornimento di acqua: sarà bene accogliere l'invito, se ne siamo sprovvisti, dal momento che non se ne trova più fino a Codera. Alla nostra sinistra, infine, segnalata da alcuni cartelli (relativi ai rifugio Osteria Alpina, Bresciadega e Brasca, ed al Sentiero Italia - Lombardia 3 settore nord), oltre che da un segnavia rosso-bianco-rosso, parte, introdotta da pochi scalini in cemento, una bellissima mulattiera (codificata con A6), larga
un paio di metri, spesso scalinata ed incisa nel granito, che sale, nel
primo tratto, con diversi tornanti, in un bosco di castagni. Se vogliamo concentrare la mente in un compito che possa distrarci dalla fatica, secondo i principi della meditazione orientale, potremmo dedicarci a contare gli scalini: pare che siano 2600, uno più, uno meno, e giustificano la denominazione di Mulattiera delle Scale. Oppure potremmo rivolgere il nostro pensiero alla valle che non si è ancora rivelata al nostro sguardo. La Val Codera è l'unica
fra le valli maggiori della provincia di Sondrio a non essere accessibile
alle automobili: questo le conferisce un fascino per molti aspetti unico, anche se il suo nome deriva da "cotaria" e quindi da "cote", cioè masso; racconta una leggenda, poco generosa nei confronti della valle, che a Dio, dopo aver creato il mondo, avanzò un certo numero di massi, con i quali, messi un po' alla rinfusa, essa sarebbe stata creata. Le solite malelingue, verrebbe da dire.
Le fatiche iniziali impongono qualche sosta, anche perché il fiato
non è ancora rotto. In particolare, ad una prima cappelletta, in località Söra i Sasei (m. 445), ci
si può volgere alle spalle per ammirare l’ottimo colpo d’occhio
sul Pian di Spagna e sul lago di Novate Mezzola, cui fanno da cornice, sul
fondo, a sinistra, il massiccio corno del monte Legnone, estrema
propaggine occidentale della catena orobica e, a destra, il monte Beleniga, all'imbocco della Val Chiavenna. Ignorato, alla nostra sinistra, il sentierino che sale alle baite di Montagnola, passiamo accanto ad un cartello avverte del pericolo di caduta sassi e che ci induce ad affrettare il passo. Poi alla cornice di un gentile
bosco di castagni si sostituisce quella più severa della nuda roccia,
il granito, signore del Sentiero Roma. Un granito che, però, in
questa zona l’uomo ha piegato al suo servizio: si tratta, infatti,
del San Fedelino, qualità pregiata che ha dato determinato l’apertura
di numerose cave. Il sentiero è qui scavato
proprio nel granito, e solo così può scavalcare la forra
terminale della valle, che precipita, selvaggia, per circa 300 metri,
sul fondo del torrente Codera. Effettuando un traverso che corre sul ciglio di un impressionante salto, superiamo due cave (nei pressi della seconda si vede un curiosissimo escavatore, i cui pezzi sono giunti fin quassù grazie alla teleferica e sono stati rimontati sul posto).
Più avanti iniziamo a trovare, sulla destra, la protezione di un corrimano ed incontriamo, a quota 714, una seconda cappelletta,
chiamata di Suradöo, nella quale è raffigurata una Madonna incoronata con Bambino (dipinto però in buona parte rovinato), al culmine dello sperone roccioso che veglia il fianco settentrionale
della bassa Val Codera; sul lato opposto della mulattiera, cioè sul ciglio del precipizio, una croce di ferro ricorda la tragedia di una persona precipitata a valle. Lasciamo, ora, alle spalle il gentile scenario del lago di Mezzola, ed entriamo effettivamente nella valle e ci tocca una prima discesa, appena accennata, all’ombra
di un rado bosco di betulle, olmi e castagni, che regala ampi scorci verso nord (alla nostra destra), dove appaiono, in primo piano, la punta Redescala (m. 2304) e, alla sua destra, il profondo vallone di Revelaso (revelàas), che scende a sud della celebre cima del Sasso Manduino (m. 2888). Passata una cava abbandonata e superato un valloncello, riprendiamo a salire, fino all'abitato di Avedée, posto a 790
metri, sul lungo dosso che scende verso nord-est dal monte omonimo (m.
1405). Dalle sue baite solitarie si vede bene Codera, il centro principale
della valle, per cui verrebbe da pensare che il nome del maggengo derivi da "a vedé", cioè "a vedere". In realtà l'etimo più probabile, comune alla località di Avedo in Val Grosina, è da "avéd", abete; meno probabile la derivazione dall'aggettivo "labidus" (da "labes"), cioè "scosceso". Ad Avedée troviamo anche una graziosa
chiesetta (l'oratorio di S. Antonio), ma nessuna fontanella. Il piccolo nucleo ci regala, infine, anche uno spunto di riflessione, offerto dalle parola di Luca, scritte il 20 luglio 1995 ed incise su una targa di bronzo che lo ricorda: "Per me strada ha significato e significa soprattutto confrontarsi con gli altri, col mondo, cercare di sfruttare al massimo le esperienze che ti capitano ed evitare che le cose ti scorrano addosso. Questo è l'unico modo per non avere rimpianti dopo."
Dopo un breve tratto nel quale ci fanno da scorta gentili betulle, ci affacciamo al tratto più caratteristico della mulattiera, nel quale ci attende una discesa, elegantemente scalinata, con qualche
tornante, che ci fa perdere complessivamente un centinaio di metri circa. Da qui la vediamo interamente, ed ottimo è il colpo d'occhio su Codera e sulle cime del Sas Becchè (m. 2728) e del monte Grüf (m. 2935), che la incorniciano. Impressiona, invece, la grande colata di sfasciumi di color bianco che riempie buona parte del versante a valle della mulattiera. Nella discesa superiamo due valloni dirupati,
che ci impongono poi diversi saliscendi, ed anche l’attraversamento
di due gallerie paramassi. Prima della seconda, superiamo un breve tratto
nel quale la montagna sembra incombere proprio sul nostro capo: un grande
roccione si ripiega sopra la nostra testa, come una bocca pronta a richiudersi. Niente paura: l'ora del giudizio non è ancora arrivata per cui si continua a sudare nel faticoso al di qua. Sudare in un ulteriore traverso intagliato nella roccia (la Taiàda, appunto), dalla quale colano diversi rivoli d'acqua, e protetto da una seconda galleria paramassi. Volgendo lo sguardo a destra, cioè al versante opposto della valle, vediamo l'ampio versante boscoso dal quale fanno capolino le baite di Cii (m. 851), sormontate, a destra, dalla punta Redescala, mentre a sinistra si impone il solco della selvaggia val Ladrogno coronata, da sinistra, dalle austere cime di Gaiazzo (m. 2920), dalla punta Magnaghi (m. 2871) e dal Sasso Manduino (m. 2888).
Attraversata la seconda galleria (non senza volgere lo sguardo alle spalle per osservare lo scenario da brivido dell'impressionante forra terminale della Val Codera), torniamo a salire, incontriamo una terza
cappelletta con dipinto di Madonna con Bambino (m. 777) che ci rivolge uno sguardo accigliato, quasi di rimprovero, e raggiungiamo, poco più avanti, il piccolo cimitero di Codera (cudéra), incorniciato dal selvaggio profilo del Mut Luvrè (cima di lavrina, m. 2307), sul fianco settentrionale della Val Ladrogno. Una
scritta sulla parete della posta al suo ingresso e dedicata alla Vergine delle Grazie ci invita a meditare
sulla fragilità della condizione umana: “Ciò che noi
fummo un dì voi siete adesso, chi si scorda di noi scorda se stesso”.
No, non ci vogliamo scordare di chi riposa qui. Delle generazioni che
qui, in questa valle aspra ed insieme dolce, hanno visto dipanarsi l’intero
filo dell’esistenza, un’esistenza quieta, severa, anche misera,
difficilmente immaginabile. L’esistenza di chi ha dovuto strappare
alla valle di che sopravvivere, mentre noi, ora, strappiamo scampoli di
emozioni profonde. Dentro la cappelletta, la Madonna della visione dell’Apocalisse,
coronata di stelle, nell’atto di schiacciare il dragone-serpente,
simbolo del male. Il suo volto è decisamente più dolce rispetto a quella del dipinto della cappelletta precedente. Ai suoi lati, San Giuseppe (alla nostra sinistra) e San Giovanni Battista (a destra). Proseguiamo, incontrando un’altra cappelletta, dedicata alla Madonna della Misericordia, con Bambino, che rivolge un sorriso amabile alle due bambine di Vhò e di Lirone (Val San Giacomo) alle quali apparve il 10 ottobre 1492 (a questa apparizione è dedicato il celebre santuario di Gallivaggio, all'imbocco della Val San Giacomo, sopra Chiavenna). La scritta "Misericordia, misericordia, misericordia" ricorda le parole della Vergine alle due: "“Io vado in ogni luogo dove sono peccatori da convertire. Il Figlio mio è disgustato dalla condotta degli uomini ed io stessa mi sono interposta gridandogli: misericordia, misericordia, misericordia”. Dopodiché, stando ai resoconti dell'apparizione, le fanciulle videro sgorgare dalle ginocchia e dalle mani della Signora, vivo sangue. E' interessante riportare anche le ultime parole della Madonna, perché ci ofrono uno spaccato storico della situazione sul finire del secolo XV: “Avete visto anche voi la minacciosa fiamma scorrere il cielo; avete avvertito anche voi il terremoto avvenuto il giorno di Sant’ Antonio abate, avete osservato il terribile nubifragio che devastò prati e strade, che sradicò piante e distrusse edifici e ponti. Anche Coira doveva essere totalmente distrutta. Annunciate che se i peccatori non si emenderanno, se non si osserveranno meglio i doveri festivi, se non si faranno opere di preghiera e di penitenza, l’ira del Figlio di Dio calerà terribile a punire l’umanità. Dite ancora che, secondo la consuetudine dei miei devoti, tutti si apprestino a santificare la domenica, fin dai vespri del sabato, in onore mio e di mio Figlio. Solo così Egli esaudirà la mia preghiera per ottenervi salvezza”. La cappelletta dedicata alla Madonna della Misericordia testimonia della diffusa devozione a lei tributata in tutto il chiavennasco.
Siamo di nuovo in cammino: un ultimo breve tratto in una rada selva, ed ecco, infine, apparire l'imponente campanile della chiesa di Codera, dedicata, dal 1764, a S. Giovanni Battista
(m. 825), staccato dal corpo della chiesa; la chiesa, eretta probabilmente nel XVI secolo, venne originariamente dedicata a S. Martino. E, nella piazza della chiesa,
uno dei due rifugi che qui si trovano, la Locanda
Risorgimento (il secondo rifugio, nella parte più alta del
paese, è denominato "Osteria
alpina"). Siccome la prima tappa del sentiero è la meno
impegnativa, vale la pena di fermarsi a gustare l'abitato, che non rimane
deserto neppure nei mesi invernali e presenta, fra gli altri motivi di
interesse, un caratteristico museo etnografico (aperto tutti i giorni da maggio a settembre e solo nei fine settimana negli altri mesi,dalle 10 alle 12 e dalle 15 alle 18), nell’edificio dell’ex-oratorio, con sezioni dedicate agli strumenti tradizionali di lavoro, alla flora, alla fauna, alla mineralogia ed alla storia del paese.
Oggi solo pochissimi (una decina di persone circa) restano nel paese tutto l'anno, ma in passato il nucleo era di grande importanza, tanto che vi si registrarono, nella visita pastorale del vescovo di Como del 1668, 38 nuclei famigliari e 400 anime, cifra del tutto considerevole per quei tempi, che si spiega anche tenendo presente che la terribile epidemia di peste del 1630-31, la quale aveva più che dimezzato la popolazione di Valtellina e Valchiavenna, si era fermata alle soglie della valle ed aveva risparmiato il borgo. Le dure condizioni di vita della montagna erano ripagate da importanti vantaggi: il relativo l'isolamento rispetto al fondovalle preservò la popolazione di Codera non solo dalla peste, ma anche dagli effetti nefasti dei passaggi di eserciti e dei saccheggi di cui fu costellata la storia di Valchiavenna e Valtellina dalla seconda metà dei quattorcento alla prima metà del seicento. Si sviluppò, così, un microcosmo contadino autosufficiente, con un'economia legata alla coltivazione di patate, orzo, segale, granoturco, castagne ed ortaggi, all'allevamento delle capre (ben ambientate fra le aspre balze della valle) ed alla caccia.
Il culmine dello sviluppo del paese si ebbe intorno nell'ottocento. Ad inizio secolo (1807) Codera contava 430 abitanti (per avere alcuni termini di paragone, si tenga presente che gli altri nuclei di cui era costituito il comune di Novate ne avevano di meno: 250 Novate, 136 Campo e 136 Cola. Al termine della parabola napoleonica, dopo la restaurazione del Congresso di Vienna e l'inizio della dominazione asburgica sulla Lombardia, si pone il problema di un riordino amministrativo dei comuni di Valchiavenna e Valtellina, che prevedeva, inizialmente (febbraio 1616) la costituzione del comune autonomo di Codera, staccato da Novate. Il deputato di Valtellina al Congresso di Vienna, però, conte Guicciardi, osservò che Codera era “una piccolissima contrada” che non poteva “formare sotto alcun rapporto una Comune” e che perciò doveva rimanere unita a Novate, cui era sempre appartenuta: e così fu. Codera, però, sul finire del secolo, per la sua rilevanza venne eretta parrocchia indipendente con decreto 17 novembre 1886 del vescovo Pietro Carsana (decreto 17 novembre 1886); nel 1892 contava 560 abitanti. Per secoli l'attività economica preponderante è stata l'estrazione e la lavorazione del pregiato granito conosciuto come "San Fedelino", chiarissimo e di grana assai fine, attività che ha raggiunto il culmine fra la fine dell'ottocento e gli anni trenta del novecento, quando si contavano fino a 700 persone che lavoravano nelle cave (cifra enorme, se consideriamo che nel 1933 i residenti a Codera erano circa 500). Nel secondo dopoguerra, però, l'uso del granito andò progressivamente declinando, cedendo il posto a materiali meno costosi, per cui le cave chiusero, e ciò innescò il processo di spopolamento del paese, che incise negativamente sulla popolazione soprattutto negli anni settanta. Ecco che, di conseguenza, con decreto 16 luglio 1986 del vescovo Teresio Ferraroni la parrocchia di San Giovanni Battista di Codera fu accorpata alla parrocchia della Santissima Trinità di Novate Mezzola. Oggi l'Associazione degli Amici della Val Codera promuove numerose iniziative per mantenere vivo un senso di indentità profonda e favorire un turismo consapevole e rispettoso.
E' tempo di ripartire: seguendo le indicazioni (ed ignorando il sentiero A7, che scende sulla destra al ponte sul torrente Codera e prosegue sul lato opposto verso Cii, Cola e San Giorgio), lasciamo il paese e proseguiamo su un sentiero
che sale con molta gradualità ed impone numerosi saliscendi, descrivendo
un ampio semicerchio in direzione nord-est. La
valle si allarga, e lo scenario cambia, diventando più aspro, anche
a causa delle numerose gande che si debbono superare. Superiamo altre due cappellette e lasciamo alla nostra destra il maggengo di Tiune (m. 945), dove si vede la presa d'acqua che serve la centrale di Campo di Novate. Proseguendo, incontriamo diversi
gruppi di baite, che parlano di una vita dura e severa: Corte (con una sorgente che sgorda dalla base di un caratteristico masso, e viene chiamata "Funtanìn"), Ganda, Beléniga
(beléniga, m. 1037), Saline (salìna, m. 1085), nei pressi dello sbocco della valle della Beléniga (alla nostra sinistra), nella quale confluisce la valle di Caser ed al cui culmine l'omonimo e malagevole passo permette di scendere in Val Schiesone (a monte di Prata Camportaccio). Se le tappe che portano nel cuore del sentiero
Roma mostrano la poesia della montagna, qui appare piuttosto la sua prosa, la dura prosa che parla delle aspre condizioni di vita e del sudore di chi alla montagna ha dovuto strappare faticosamente di
che vivere.
Viene in mente un'antica leggenda, secondo la quale la vale sarebbe stata l'ultima creata da Dio, quando ormai la stanchezza, dopo la fatica dei sei giorni, si faceva sentire (cfr. le "Note sulla cultura alpina e chiavennasca", di Elio Bertolina, in "Biblioteca della Valchiavenna", Chiavenna, 1976, p. 38). E fu creata anche per collocarvi quel bel po' di massi avanzati nella formazione di altre valli. Di qui, appunto, il suo volto aspro e severo.
Possiamo, al proposito, lasciare di nuovo la parola al von Weineck (op. cit.), che, della Val Codera, scrive: "Più addentro nella valle Codera, passata la Chiusa, s'incontrano due villaggi: l'uno chiamato Cola e l'altro Codera. Le montagne circostanti sono sparse qua e là di poveri casolari... La valle poi prosegue, addentrandosi verso la Pregaglia ed ha molte vette inaccessibili per la loro straordinaria altezza, sulle quali insieme con altra selvaggina si trovano dei camosci e degli stambecchi, sebbene questi ultimi siano molto rari."
Qui si può sperimentare, però, che la Val Codera non è solo valle di pietre, ma anche di rocce. Rocce viventi. Viventi monumenti di forza ed attaccamento alla vita di una montagna dura, ma impagabilmente legata a doppio filo con il cuore dell'uomo. Eccone un esempio, descritto dall'articolo "Romolino, fino all'inverno sull'alpe Saline con le sue capre", di Bruno Carissimo, scritto nell'estate 2003 e pubblicato sul quotidiano "La Provincia di Sondrio": "Solo a Saline, il primo alpeggio che si incontra risalendo la valle dopo Codera, una luce resterà accesa sino all'inizio dell'inverno. E quella che illumina la baita di Romolo Penone, per tutti i valligiani semplicemente Romolino, che a Saline, pochi sassi assemblati a guisa di case e tanti muri residui di un atavico spietramento del suolo, trascorre praticamente tutto l'anno.
Nato a Codera sessantacinque anni fa, negli anni settanta è stato uno degli ultimi ad andarsene, trasferendosi a Novate, ma continuando a mantenere vivo il legame con l'alpe di Saline, dove la sua famiglia possedeva una baita e da quando è andato in pensione ha ripreso a frequentare questo alpeggio con un gregge di capre. Lui le lascia pascolare liberamente sulle pareti rocciose che fanno corona a Saline, garantendo... una mangiatoia di fieno in caso di nevicate o momenti critici... Romolo continua a sfalciare con passione e meticolosità i pochi prati non ancora fagocitati dal bosco. Di contro le capre gli forniscono la materia prima per dar vita a un piccolo capolavoro di arte gastronomica di sua invenzione, nota come il mascarpin
de la calza.... Si tratta di mascarpa di capra dal gusto particolare in quanto arricchita da alcune erbe, che viene stagionata dentro un tubo di tessuto che ricorda vagamente un calzino. Romolo sarà ben lieto di offrirvene un assaggio e magari vendervene una toma, ma è inutile chiedere la formula magica o semplicemente il nome delle erbe impiegate... La Val Codera non è solo un luogo dove la natura è riuscita a dare il meglio di se stessa, ma è anche una specie di riserva indiana in cui resistono alcuni personaggi che a questa valle hanno legato la propria esistenza, fra i quali Romolo è certamente uno dei più rappresentativi. Difficile immaginare Saline senza Romolo Penone, che accetta la sua valle così come la natura ha voluto che fosse e senza che l'uomo della pianura cerchi di sconvolgerne la sua essenza."
Romolo Penone è scomparso due anni dopo, nel 2005, ma il suo spirito sicuramente non ha lasciato questi luoghi: resta come loro nume tutelare. A questo pensiamo, alzando in alto lo sguardo: sul fondo, appaiono alcune importanti cime del gruppo del Masino, che
avremo modo di vedere più da vicino e da una diversa prospettiva.
Al centro, tre cime poco pronunciate, quasi gemelle, le cime dell’Averta (dal dialettale "avert", cioè aperto),
che guardano sulla valle omonima, sul versante della Val Codera, e sulla Val Porcellizzo ("val do porscelécc"), cui approderemo nella seconda giornata. Alla loro destra,
una cima dal profilo netto ed affilato, la cima del Barbacan (sciöma dò barbacàn, o Barbacane, da un termine di origine persiana che significa "balcone", m. 2738).
Alla loro sinistra il corpo poderoso del pizzo Porcellizzo (sciöma dò porsceléc', m. 3075).
Torniamo a fissare lo sguardo sulla cima del Barbacan e guardiamo alla
sua sinistra: distingueremo un ripido canalone e, alla sua sommità,
un passo: è il passo del Barbacan nord (pàs dò barbacàn), che varcheremo nel momento
culminante della seconda giornata.
Intanto proseguiamo, lasciando alle nostre spalle le tristi gande: la valle, ora, piega a destra (est) e la mulattiera tocca le località Piazzo (piàz, m. 1133), per poi immergersi
in una ben più poetica pineta. Dopo aver varcato il torrente Codera
su un ponticello metallico rivestito in legno usciamo all’aperto, incontrando
prima le baite di Stroppadura (stropadüra, m. 1159), dove la mulattiera lascia il posto ad una pista in terra battura che, in breve, ci porta alla piana di Bresciàdega (bresciàdiga, m. 1214), nucleo famoso per la sua bellezza, e per la produzione di gustose formaggelle di capra. Qui si trova il rifugio omonimo, oltre ad una cappelletta
e ad una chiesetta. Il rifugio è ricavato nell'edificio di un'ex-caserma di Guardia di Finanza: anche in Val Codera, infatti, fino agli anni cinquanta-sessante del secolo scorso la pratica del contrabbando costituiva un'occasione preziosa per diverse famiglie di integrazione del proprio reddito. I traffici sfruttavano la bocchetta della Teggiola (tegiöla).
Guardiamo ancora ai bastioni di granito che lo sguardo
incontra in direzione est: la cima del Barbacan (sciöma dò barbacàn) appare ora proprio al
centro, mentre a destra poderosi contrafforti celano i pizzi dell’Oro.
La prima giornata riserva solo un’ultima breve ulteriore fatica,
per raggiungere il rifugio Brasca. Nell'ultima sezione del percorso appare
sulla destra, altrettanto improvvisa ed imponente, la selvaggia e cupa
val Spassato o val Spazza (val spazà, chiamata anche, in passato, valle d’Arnasca - uno dei più antichi toponimi valtellinesi, dalla radice ligure o celtica "arn", che significa "acqua"- ).
Anche questa valle merita un'attenta osservazione. Si nota, al suo centro,
l'evidente depressione sulla cui sinistra si trova il passo Ligoncio ("pas dò ligùnc", m.
2557), incorniciato fra il Lis d'Arnasca, o pizzo dell’Oro meridionale,
a sinistra (m. 2695) e la punta della Sfinge (m. 2802) ed il pizzo Ligoncio
(ligùunc', m. 3032) a destra. Sorprende ed impressiona soprattutto la liscia parete
occidentale della punta della Sfinge: una sfida, una vertigine.
Si deve tener presente che la salita al passo, che può essere servita
dal bivacco Valli, rappresenta
un'interessante variante al sentiero Roma, in quanto permette di scendere
comodamente in Valle dell'Oro (denominazione che non si riferisce al nobile metallo, ma alla voce "ör", o "ora", cioè "orlo", "terrazzo") e di raggiungere il rifugio
Omio, dal quale poi, seguendo il sentiero Risari, si
raggiunge il rifugio Gianetti (proprio dal rifugio Omio in Valmasino parte
una variante del sentiero Roma che permette di non effettuare questa prima
tappa che attraversa la Val Codera). Questa traversata è denominata sentiero attrezzato Dario di Paolo,
e, più precisamente, rappresenta il ramo settentrionale di tale
sentiero. Si tenga però presente che la salita al passo non è
priva di difficoltà: bisogna sfruttare una lunga cengia esposta,
anche se protetta da corde fisse.
Ma torniamo al nostro percorso: superata la piana di Bresciadega, dobbiamo varcare per due volte il torrente su altrettanti ponti con le spalle in muratura ed il fondo in tronchi di legno. Dopo 4 ore e mezza circa di una salita
condotta con buon passo (esclusi i tempi di eventuali soste), ecco infine,
a 1304 metri, la meta, il rifugio
Luigi Brasca, in posizione solitaria, in un’amena radura incorniciata
da splendidi abeti. Qui si può pernottare, recuperando energie
preziose per la seconda e più dura tappa che attente il giorno
successivo, la salita al passo del Barbacan nord, il tratto più
faticoso del sentiero Roma. Il rifugio, costruito nel 1934, appartiene alla sezione milanese del CAI ed è dedicato al prof. Luigi Brasca, che scrisse una guida della Val S. Giacomo. Durante la seconda guerra mondiale venne danneggiato, per poi essere ricostruito fra il 1946 ed il 1948. Si tenga presente che il rifugio può
essere punto di partenza anche per quella salita in val Spassato di cui
si è detto sopra. Guardiamo, infine, verso l’alta valle,
a nord: distingueremo il profondo intaglio della bocchetta della Teggiola
(m. 2490), a sinistra dei pizzi dei Vanni. Un sogno. Una meta per una
prossima escursione.
Vai ora alla giornata n. 2 del Sentiero Roma con il tratto dal rifugio Brasca al rifugio Gianetti
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Massimo Dei Cas
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