Media Val Codera

APRI QUI UNA MAPPA DEL PERCORSO ELABORATA SULLA BASE DI GOOGLE MAP - Su YouTube: Sentiero Roma 1: Novate Mezzola-Rif. Brasca

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Mezzolpiano (Novate Mezzola)-Rifugio Brasca
4 h e 30 min.
1100
E
SINTESI. Seguendo la ss 36 dello Spluga raggiungiamo l'imbocco della Valchiavenna e, dopo 2 gallerie, Novate Mezzola. Giunti in vista della chiesa della SS. Trinità, prendiamo a destra e saliamo alla parte alta del paese, parcheggiando al termine della strada, in località Mezzolpiano (m. 316). Qui parte (abbondanti segnalazioni del Sentiero Roma e del Sentiero Italia) una mulattiera ben scalinata, che sale al nucleo di Avedée (m. 790) e si addentra sul fianco occidentale della Val Codera, perdendo quota in un paio di punti, in corrispondenza di altrettante gallerie paramassi. Un'ultima salita porta al cimitero di Codera ed a Codera (m. 825), dove si trovano i rifugi Risorgimento ed Osteria Alpina. Passiamo in mezzo alle antiche baite e ad una serie di cartelli seguiamo le indicazioni del Sentiero Roma: ignorata quindi la deviazione a destra (Sentiero Italia, Tracciolino), proseguiamo diritti,uscendo dal paese. La mulattiera, dopo una cappelletta, porta al nucleo della Corte (m. 845), con una seconda cappelletta dedicata a San Rocco. Dopo la Centralina degli Scout, la mulattiera confluisce in una pista sterrata che congiunge Codera a Coeder. Superate la sorgente del Funtanìn e la località Tiuné (m. 945), guadiamo il torrentello della Val di Càsar e ritroviamo l’antica mulattiera (segnavia bianco-rossi) che lascia, sulla sinistra, la pista in corrispondenza della cappelletta del Sabiùn (m. 1040). Il sentiero sale, verso sinistra, tagliando il conoide formato dal materiale scaricato dalla Val Beleniga. Per attraversare il torrente omonimo prendiamo a destra e passiamo su un ponte che ci porta ai casolari della località Beleniga (belénich, m. 1037). Il sentiero prende per breve tratto a sinistra, poi piega a destra e passa fra le baite alte del maggengo di Saline (m. 1085), per poi raggiungere le baite della località Piazzo (m. 1120) con la quarta cappelletta, dedicata a S. Guglielmo. Proseguendo confluiamo per la seconda volta nella pista sterrata, che non lasceremo più fino alla meta. Oltrepassati due ponticelli (il secondo scavalca il torrente Codera, portandoci alla sua destra), raggiungiamo Stoppadura e, dopo un tratto in pineta, l'ampia spianata di Brescadega (m. 1214), dove si trova il rifugio omonimo. Tagliamo diritti i prati e rientriamo in pineta, scavalcando su un ponticello il torrente Arnasca, per uscirne all'ampia radura in fondo alla quale vediamo il rifugio Brasca (m. 1304).

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Il sentiero Roma (senté róma) è forse la più classica ed affascinante delle escursioni sulle Alpi centrali, un'esperienza che non si dimentica e che diventa, per chi la vive, non solo un motivo di orgoglio, ma anche una lezione che insegna pazienza, capacità di guardare, scoprire e gustare dimensioni sottratte al tempo. Il sentiero, che, nella sua versione integrale effettua una traversata da Novate Mezzola a Chiesa in Valmalenco (o Torre di S. Maria), quindi da ovest ad est (ma nulla vieta, ovviamente, di percorrerlo in senso opposto, anzi, in alcuni tratti - passo Camerozzo - tale scelta lo rende meno difficoltoso), deve essere percorso in più giornate (normalmente 5) e presenta diverse varianti.
Prima di considerarle, però, vanno fatte alcune avvertenze generali. Il sentiero non richiede una specifica preparazione alpinistica, ma non va neppure preso sotto gamba. In particolare, nella sua sezione centrale, costituita dalla terza e quarta giornata (traversate Gianetti-Allievi e Allievi-Ponti), oppure già dalla prima, se si sceglie la variante breve del Sentiero Risari (Omio-Gianetti), propone diversi passaggi attrezzati, nella salita e discesa dai passi che scavalcano costiere impervie, per cui è necessario munirsi di cordino e moschettone per assicurarsi alle corde fisse. Non è affatto prudente affrontarlo da soli, o in condizioni di allenamento non adeguate. È del tutto sconsigliabile, poi, affrontarlo con neve o nelle giornate di tempo brutto (in molti tratti non c’è un vero e proprio sentiero, ma si debbono attraversare gande fra le quali, in condizioni di tempo buono, i numerosi segnavia dettano chiaramente il percorso, ma altrettanto facilmente ci si può perdere, se la visibilità si riduce, cosa che accade assai rapidamente quando il tempo si guasta).
Non si confidi, poi, nei telefonini: restano desolatamente muti. Un’ultima minaccia, se ce ne fosse bisogno: i sassi mobili, che escursionisti poco attenti possono involontariamente lanciare sui malcapitati che si trovano più in basso: sono veri e propri proiettili, possono uccidere.
Non vorremmo aver troppo spaventato con queste avvertenze, o, peggio ancora, dissuaso dall’affrontare un’esperienza che non si dimentica. L’intento è, invece, di invitare a farla, ma a farla nelle dovute condizioni di allenamento, equipaggiamento, umiltà, prudenza e bel tempo. Il periodo migliore è quello compreso fra agosto e settembre (anche luglio è un ottimo mese, se d’inverno non è nevicato troppo). Per il resto dell’anno la neve può costituire un’insidia di non poco conto.
Prima di metterci in cammino, consideriamo qualche notizia storica. Il primo nucleo del sentiero è interamente compreso fra gli alti circhi delle montagne di Val Masino. Dobbiamo retrocedere di quasi un secolo, e rievocare lo scenario della prima guerra mondiale, nella quale il generale Cadorna, che diffidava della neutralità svizzera e temeva che l'esercito austro-ungarico potesse approfittare del territorio elvetico per dilagare nell'Italia del Nord, promosse la costruzione di un organico reticolo di sentieri sul versante orobico e retico, per contenere l'eventuale invasione da nord. In Val Masino, in particolare, si temeva uno sfondamento dai passi di Zocca e di Bondo e dal monte Sissone, per cui vennero approntati sentieri che consentivano di salire facilmente a sorvegliarli. Dieci anni dopo la conclusione del conflitto, quindi nel 1928, nacque l'idea di migliorare la primitiva rete di sentieri, tracciando un percorso continuo che collegasse i rifugi in alta Val Porcellizzo, di Zocca e di Preda Rossa (gli attuali rifugi Gianetti, Allievi e Ponti). Nacque, così, grazie all'iniziativa del CAI di Milano (che attrezzò i passaggi più impegnativi) l'attuale tracciato Gianetti-Ponti (qualche traccia è ancora visibile in quei pochi fasci color amaranto che l'occhio attento nota nella salita al passo del Camerozzo), che venne, poi, ampliato, per consentire una grandiosa traversata dalle rive del lago di Mezzola al cuore delle alpi retiche in Valmalenco. Si era nel ventennio fascista: di qui la denominazione di "Sentiero Roma", a celebrare anche sulle alte vette i fasti di quella che si pensava dovesse tornare una capitale imperiale. Ma, al di là di ogni retorica di regime, vale la pena riportare ciò che di questa straordinaria cavalcata in alta quota scrisse Silvio Saglio, alpinista e compilatore di guide, nel 1954: "La traversata dei monti del Masino, attraverso i contrafforti meridionali, costituiti da grandiose bancate di granito, è fra le più spettacolari delle Alpi, senza richiedere all'alpinista prestazioni eccessive".
Bene, fatte le doverose premesse, mettiamoci in cammino. Il percorso integrale parte da Novate Mezzola (nuàa), paese posto all'imbocco della Val Chiavenna, e precisamente dai 316 metri del parcheggio della località "Il Castello" (castèl) della frazione di Mezzolpiano (mezalpiàn; lo raggiungiamo staccandoci dalla ss. 36 dello Spluga in corrispondenza di una farmacia e proseguendo diritti nella salita del conoide alluvionale della valle, cioè seguendo le indicazioni per la Val Codera, che ci portano alla parte alta del paese, sulla sinistra). Qui, anticamente (e ciò giustifica la denominazione del luogo) sorgeva una fortificazione che dominava lo sbocco della Valchiavenna, e che fu definitivamente smantellata nel 1639. Ne parla anche Giovanni Guler von Weineck, governatore della Valtellina per le Tre Leghe Grigie fra il 1587 ed il 1588, nell'opera "Raetia" (Zurigo, 1616): "Fra Campo e Novate, il lago riceve un impetuoso torrente, che da una vallata montana, passando per una chiusa in mezzo ai dirupi, viene a sboccare nella pianura, arrecando gravissimi danni alle campagne. Presso la chiusa, là sul monte, sorge un'antica fortezza, in parte distrutta ed in parte oggi abitata da un povero contadino. Questo castello, insieme con un altro di cui si scorgono i ruderi poco lontano sopra l'estremità del lago, venne eretto dai duchi di Milano e più tradi smantellato dai Grigioni".
Non lontanto, alla nostra destra, corre il torrente Codera (l'impetuoso torrente citato dal von Weineck), il cui alveo è contenuto da un alto argine in pietra; una vicina fontanella ci invita al rifornimento di acqua: sarà bene accogliere l'invito, se ne siamo sprovvisti, dal momento che non se ne trova più fino a Codera. Alla nostra sinistra, infine, segnalata da alcuni cartelli (relativi ai rifugio Osteria Alpina, Bresciadega e Brasca, ed al Sentiero Italia - Lombardia 3 settore nord), oltre che da un segnavia rosso-bianco-rosso, parte, introdotta da pochi scalini in cemento, una bellissima mulattiera (codificata con A6), larga un paio di metri, spesso scalinata ed incisa nel granito, che sale, nel primo tratto, con diversi tornanti, in un bosco di castagni. Se vogliamo concentrare la mente in un compito che possa distrarci dalla fatica, secondo i principi della meditazione orientale, potremmo dedicarci a contare gli scalini: pare che siano 2600, uno più, uno meno, e giustificano la denominazione di Mulattiera delle Scale. Oppure potremmo rivolgere il nostro pensiero alla valle che non si è ancora rivelata al nostro sguardo. La Val Codera è l'unica fra le valli maggiori della provincia di Sondrio a non essere accessibile alle automobili: questo le conferisce un fascino per molti aspetti unico, anche se il suo nome deriva da "cotaria" e quindi da "cote", cioè masso; racconta una leggenda, poco generosa nei confronti della valle, che a Dio, dopo aver creato il mondo, avanzò un certo numero di massi, con i quali, messi un po' alla rinfusa, essa sarebbe stata creata. Le solite malelingue, verrebbe da dire.
Le fatiche iniziali impongono qualche sosta, anche perché il fiato non è ancora rotto. In particolare, ad una prima cappelletta, in località Söra i Sasei (m. 445), ci si può volgere alle spalle per ammirare l’ottimo colpo d’occhio sul Pian di Spagna e sul lago di Novate Mezzola, cui fanno da cornice, sul fondo, a sinistra, il massiccio corno del monte Legnone, estrema propaggine occidentale della catena orobica e, a destra, il monte Beleniga, all'imbocco della Val Chiavenna. Ignorato, alla nostra sinistra, il sentierino che sale alle baite di Montagnola, passiamo accanto ad un cartello avverte del pericolo di caduta sassi e che ci induce ad affrettare il passo. Poi alla cornice di un gentile bosco di castagni si sostituisce quella più severa della nuda roccia, il granito, signore del Sentiero Roma. Un granito che, però, in questa zona l’uomo ha piegato al suo servizio: si tratta, infatti, del San Fedelino, qualità pregiata che ha dato determinato l’apertura di numerose cave. Il sentiero è qui scavato proprio nel granito, e solo così può scavalcare la forra terminale della valle, che precipita, selvaggia, per circa 300 metri, sul fondo del torrente Codera. Effettuando un traverso che corre sul ciglio di un impressionante salto, superiamo due cave (nei pressi della seconda si vede un curiosissimo escavatore, i cui pezzi sono giunti fin quassù grazie alla teleferica e sono stati rimontati sul posto).
Più avanti iniziamo a trovare, sulla destra, la protezione di un corrimano ed incontriamo, a quota 714, una seconda cappelletta, chiamata di Suradöo, nella quale è raffigurata una Madonna incoronata con Bambino (dipinto però in buona parte rovinato), al culmine dello sperone roccioso che veglia il fianco settentrionale della bassa Val Codera; sul lato opposto della mulattiera, cioè sul ciglio del precipizio, una croce di ferro ricorda la tragedia di una persona precipitata a valle. Lasciamo, ora, alle spalle il gentile scenario del lago di Mezzola, ed entriamo effettivamente nella valle e ci tocca una prima discesa, appena accennata, all’ombra di un rado bosco di betulle, olmi e castagni, che regala ampi scorci verso nord (alla nostra destra), dove appaiono, in primo piano, la punta Redescala (m. 2304) e, alla sua destra, il profondo vallone di Revelaso (revelàas), che scende a sud della celebre cima del Sasso Manduino (m. 2888). Passata una cava abbandonata e superato un valloncello, riprendiamo a salire, fino all'abitato di Avedée, posto a 790 metri, sul lungo dosso che scende verso nord-est dal monte omonimo (m. 1405). Dalle sue baite solitarie si vede bene Codera, il centro principale della valle, per cui verrebbe da pensare che il nome del maggengo derivi da "a vedé", cioè "a vedere". In realtà l'etimo più probabile, comune alla località di Avedo in Val Grosina, è da "avéd", abete; meno probabile la derivazione dall'aggettivo "labidus" (da "labes"), cioè "scosceso". Ad Avedée troviamo anche una graziosa chiesetta (l'oratorio di S. Antonio), ma nessuna fontanella. Il piccolo nucleo ci regala, infine, anche uno spunto di riflessione, offerto dalle parola di Luca, scritte il 20 luglio 1995 ed incise su una targa di bronzo che lo ricorda: "Per me strada ha significato e significa soprattutto confrontarsi con gli altri, col mondo, cercare di sfruttare al massimo le esperienze che ti capitano ed evitare che le cose ti scorrano addosso. Questo è l'unico modo per non avere rimpianti dopo."
Dopo un breve tratto nel quale ci fanno da scorta gentili betulle, ci affacciamo al tratto più caratteristico della mulattiera, nel quale ci attende una discesa, elegantemente scalinata, con qualche tornante, che ci fa perdere complessivamente un centinaio di metri circa. Da qui la vediamo interamente, ed ottimo è il colpo d'occhio su Codera e sulle cime del Sas Becchè (m. 2728) e del monte Grüf (m. 2935), che la incorniciano. Impressiona, invece, la grande colata di sfasciumi di color bianco che riempie buona parte del versante a valle della mulattiera. Nella discesa superiamo due valloni dirupati, che ci impongono poi diversi saliscendi, ed anche l’attraversamento di due gallerie paramassi. Prima della seconda, superiamo un breve tratto nel quale la montagna sembra incombere proprio sul nostro capo: un grande roccione si ripiega sopra la nostra testa, come una bocca pronta a richiudersi. Niente paura: l'ora del giudizio non è ancora arrivata per cui si continua a sudare nel faticoso al di qua. Sudare in un ulteriore traverso intagliato nella roccia (la Taiàda, appunto), dalla quale colano diversi rivoli d'acqua, e protetto da una seconda galleria paramassi. Volgendo lo sguardo a destra, cioè al versante opposto della valle, vediamo l'ampio versante boscoso dal quale fanno capolino le baite di Cii (m. 851), sormontate, a destra, dalla punta Redescala, mentre a sinistra si impone il solco della selvaggia val Ladrogno coronata, da sinistra, dalle austere cime di Gaiazzo (m. 2920), dalla punta Magnaghi (m. 2871) e dal Sasso Manduino (m. 2888).
Attraversata la seconda galleria (non senza volgere lo sguardo alle spalle per osservare lo scenario da brivido dell'impressionante forra terminale della Val Codera), torniamo a salire, incontriamo una terza cappelletta con dipinto di Madonna con Bambino (m. 777) che ci rivolge uno sguardo accigliato, quasi di rimprovero, e raggiungiamo, poco più avanti, il piccolo cimitero di Codera (cudéra), incorniciato dal selvaggio profilo del Mut Luvrè (cima di lavrina, m. 2307), sul fianco settentrionale della Val Ladrogno. Una scritta sulla parete della posta al suo ingresso e dedicata alla Vergine delle Grazie ci invita a meditare sulla fragilità della condizione umana: “Ciò che noi fummo un dì voi siete adesso, chi si scorda di noi scorda se stesso”. No, non ci vogliamo scordare di chi riposa qui. Delle generazioni che qui, in questa valle aspra ed insieme dolce, hanno visto dipanarsi l’intero filo dell’esistenza, un’esistenza quieta, severa, anche misera, difficilmente immaginabile. L’esistenza di chi ha dovuto strappare alla valle di che sopravvivere, mentre noi, ora, strappiamo scampoli di emozioni profonde. Non vogliasmo dimenticare, in particolare, i caduti di Codera per la patria ricordati con una targa sull'edificio dell'ex-oratorio di Codera, cioè Penone Ido, Penone Edoardo, Penone Filippo, Pisnoli Renzo, Pisnoli Gino, Del Prà Bruno, Colzada Giosia e Domenighini Carlo.
Dentro la cappelletta, la Madonna della visione dell’Apocalisse, coronata di stelle, nell’atto di schiacciare il dragone-serpente, simbolo del male. Il suo volto è decisamente più dolce rispetto a quella del dipinto della cappelletta precedente. Ai suoi lati, San Giuseppe (alla nostra sinistra) e San Giovanni Battista (a destra). Proseguiamo, incontrando un’altra cappelletta, dedicata alla Madonna della Misericordia, con Bambino, che rivolge un sorriso amabile alle due bambine di Vhò e di Lirone (Val San Giacomo) alle quali apparve il 10 ottobre 1492 (a questa apparizione è dedicato il celebre santuario di Gallivaggio, all'imbocco della Val San Giacomo, sopra Chiavenna). La scritta "Misericordia, misericordia, misericordia" ricorda le parole della Vergine alle due: "“Io vado in ogni luogo dove sono peccatori da convertire. Il Figlio mio è disgustato dalla condotta degli uomini ed io stessa mi sono interposta gridandogli: misericordia, misericordia, misericordia”. Dopodiché, stando ai resoconti dell'apparizione, le fanciulle videro sgorgare dalle ginocchia e dalle mani della Signora, vivo sangue. E' interessante riportare anche le ultime parole della Madonna, perché ci ofrono uno spaccato storico della situazione sul finire del secolo XV: “Avete visto anche voi la minacciosa fiamma scorrere il cielo; avete avvertito anche voi il terremoto avvenuto il giorno di Sant’ Antonio abate, avete osservato il terribile nubifragio che devastò prati e strade, che sradicò piante e distrusse edifici e ponti. Anche Coira doveva essere totalmente distrutta. Annunciate che se i peccatori non si emenderanno, se non si osserveranno meglio i doveri festivi, se non si faranno opere di preghiera e di penitenza, l’ira del Figlio di Dio calerà terribile a punire l’umanità. Dite ancora che, secondo la consuetudine dei miei devoti, tutti si apprestino a santificare la domenica, fin dai vespri del sabato, in onore mio e di mio Figlio. Solo così Egli esaudirà la mia preghiera per ottenervi salvezza”. La cappelletta dedicata alla Madonna della Misericordia testimonia della diffusa devozione a lei tributata in tutto il chiavennasco.
Siamo di nuovo in cammino: un ultimo breve tratto in una rada selva, ed ecco, infine, apparire l'imponente campanile della chiesa di Codera, dedicata, dal 1764, a S. Giovanni Battista (m. 825), staccato dal corpo della chiesa; la chiesa, eretta probabilmente nel XVI secolo, venne originariamente dedicata a S. Martino. E, nella piazza della chiesa, uno dei due rifugi che qui si trovano, la Locanda Risorgimento (il secondo rifugio, nella parte più alta del paese, è denominato "Osteria alpina"). Siccome la prima tappa del sentiero è la meno impegnativa, vale la pena di fermarsi a gustare l'abitato, che non rimane deserto neppure nei mesi invernali e presenta, fra gli altri motivi di interesse, un caratteristico museo etnografico (aperto tutti i giorni da maggio a settembre e solo nei fine settimana negli altri mesi,dalle 10 alle 12 e dalle 15 alle 18), nell’edificio dell’ex-oratorio, con sezioni dedicate agli strumenti tradizionali di lavoro, alla flora, alla fauna, alla mineralogia ed alla storia del paese.
All’ingresso del paese troviamo un cartello di benvenuto, che esplicita però anche le regole cui debbono attenersi gli escursionisti: “Tranne i principali sentieri di accesso e l'alveo del torrenti, tutta la valle è di proprietà consortile o privata; non accendete fuochi; non disturbate e non attirate a voi il bestiame al pascolo; tenete i cani al guinzaglio; non entrate nei prati da sfalcio; non campeggiate senza il previo accordo del proprietario del fondo; la raccolta delle castagne è consentita dietro autorizzazione dei proprietari delle piante. Questo si legge nelle righe. Fra le righe si intravedono dissapori passati fra la popolazione locale, gelosa, come avviene per chi da generazioni vive abbarbicato ad una rude montagna, della propria terra, ed un certo turismo caratterizzato da un approccio troppo disinvolto.
Siamo, dunque, nel piazzale antistante la chiesetta dedicata a San Giovanni Battista. Alla nostra destra, il rifugio-locanda “Risorgimento”; una targa reca scritto: “Sorto come scuola di Codera, tratto nel 1987 da ventennale abbandono e destinato a “Casa di valle” per concordia d’intenti, valligiani, autorità e Associazione Amici Val Codera a ricordo e conferma della perenne vitalità di questo paese. Codera, venti anni dopo, 4.5.2008”.
Un cartello ci offre importanti elementi di conoscenza sull’habitat di questa straordinaria valle. Vi si legge, fra l’altro: “Salendo da Mezzolpiano, con lo sfondo del Lario e del Pian di Spagna, attraverserete in un paio d'ore habitat diversissimi tra loro: lembi di macchia submediterranea a cisto (un arbusto dalla foglie simili alla salvia) e ad erica arborea, castagneti, pendici rocciose, boschetti pensili. Oltre i terrazzamenti di Avedee ecco fresche vallette con boschi di castagno, frassino, tiglio ed acero. Qui compaiono alcuni esemplari di tasso e, nelle esposizioni settentrionali, anche le prime piante di rododendro ferrugineo. La profonda e fresca forra del torrente Codera che si intravede dal sentiero, costituisce uno dei migliori esempi lombardi di un habitat considerato raro e prioritario dall'Unione Europea: i valloni ad acero-tilieto, abitati anche dal gufo reale. Di fronte a noi una rigogliosa foresta di latifoglie si estende verso gli abitati di Cii e Cola, composta da tigli, aceri, roveri e castagni, in alcune zone da betulle; nell'ambito del progetto Life Reticnet ha subito interventi di diradamento selettivo che hanno anche permesso di migliorare Ia vista di un curioso fenomeno di erosione su deposito glaciale, una grossa piramide di terra ornata da un pesante cappello di granito, posta alto sbocco di Val Ladrogno, di fronte a Codera. Più in alto entriamo nella regione dei lariceti e dei ripidi pascoli, sovrastati dai potenti contrafforti del Sasso Manduino. Luoghi remoti, dove si possono osservare ancora i grandi rapaci e la coturnice. Sulle scoscese pendici della Salubiasca, popolate da camosci, si conservano nuclei di raro pino uncinato e gli ultimi lembi delle antiche cembrete che hanno fornito, fino al recente passato, legname prezioso per la mobilia delle case della valle.”
Oggi solo pochissimi (una decina di persone circa) restano nel paese tutto l'anno, ma in passato il nucleo era di grande importanza, tanto che vi si registrarono, nella visita pastorale del vescovo di Como del 1668, 38 nuclei famigliari e 400 anime, cifra del tutto considerevole per quei tempi, che si spiega anche tenendo presente che la terribile epidemia di peste del 1630-31, la quale aveva più che dimezzato la popolazione di Valtellina e Valchiavenna, si era fermata alle soglie della valle ed aveva risparmiato il borgo. Le dure condizioni di vita della montagna erano ripagate da importanti vantaggi: il relativo l'isolamento rispetto al fondovalle preservò la popolazione di Codera non solo dalla peste, ma anche dagli effetti nefasti dei passaggi di eserciti e dei saccheggi di cui fu costellata la storia di Valchiavenna e Valtellina dalla seconda metà dei quattorcento alla prima metà del seicento. Si sviluppò, così, un microcosmo contadino autosufficiente, con un'economia legata alla coltivazione di patate, orzo, segale, granoturco, castagne ed ortaggi, all'allevamento delle capre (ben ambientate fra le aspre balze della valle) ed alla caccia.
Il culmine dello sviluppo del paese si ebbe intorno nell'ottocento. Ad inizio secolo (1807) Codera contava 430 abitanti (per avere alcuni termini di paragone, si tenga presente che gli altri nuclei di cui era costituito il comune di Novate ne avevano di meno: 250 Novate, 136 Campo e 136 Cola. Al termine della parabola napoleonica, dopo la restaurazione del Congresso di Vienna e l'inizio della dominazione asburgica sulla Lombardia, si pone il problema di un riordino amministrativo dei comuni di Valchiavenna e Valtellina, che prevedeva, inizialmente (febbraio 1616) la costituzione del comune autonomo di Codera, staccato da Novate. Il deputato di Valtellina al Congresso di Vienna, però, conte Guicciardi, osservò che Codera era “una piccolissima contrada” che non poteva “formare sotto alcun rapporto una Comune” e che perciò doveva rimanere unita a Novate, cui era sempre appartenuta: e così fu. Codera, però, sul finire del secolo, per la sua rilevanza venne eretta parrocchia indipendente con decreto 17 novembre 1886 del vescovo Pietro Carsana (decreto 17 novembre 1886); nel 1892 contava 560 abitanti. Per secoli l'attività economica preponderante è stata l'estrazione e la lavorazione del pregiato granito conosciuto come "San Fedelino", chiarissimo e di grana assai fine, attività che ha raggiunto il culmine fra la fine dell'ottocento e gli anni trenta del novecento, quando si contavano fino a 700 persone che lavoravano nelle cave (cifra enorme, se consideriamo che nel 1933 i residenti a Codera erano circa 500). Nel secondo dopoguerra, però, l'uso del granito andò progressivamente declinando, cedendo il posto a materiali meno costosi, per cui le cave chiusero, e ciò innescò il processo di spopolamento del paese, che incise negativamente sulla popolazione soprattutto negli anni settanta. Ecco che, di conseguenza, con decreto 16 luglio 1986 del vescovo Teresio Ferraroni la parrocchia di San Giovanni Battista di Codera fu accorpata alla parrocchia della Santissima Trinità di Novate Mezzola. Oggi l'Associazione degli Amici della Val Codera promuove numerose iniziative per mantenere vivo un senso di indentità profonda e favorire un turismo consapevole e rispettoso.
E' tempo di ripartire
. Troviamo, poi, un gruppo di cartelli della Comunità Montana della Valchiavenna: nella direzione in cui stiamo procedendo il percorso A6 dà il rifugio Brasca a 2 ore e quello A7 dà il bivacco Castrate Sempione a 3 ore e 45 minuti. Poco oltre, i due itinerari si separano: per proseguire seguendo quest’ultimo, infatti, bisogna lasciare il sentiero principale e scendere a destra, ad una deviazione segnalata, sul sentiero che si porta all’ardito ponte sul torrente Codera e prosegue, sul lato opposto della valle, verso Cii (un’ulteriore deviazione prima di Cii consente di salire alle baite di In Cima al Bosco e di qui proseguire in Val Ladrogno, sulla cui testata è posto il bivacco).
Noi, però, andiamo diritti, sul sentiero che attraversa la parte bassa del paese e, dopo una fontana, ne lascia alle spalle le ultime baite, passando a sinistra del punto di arrivo della teleferica, passando accanto ad una cappelletta ed attraversando una breve macchia. Ben presto siamo alla Corte, dove il sentiero si snoda fra due muretti in sasso. Sul lato di sinistra una cappelletta dedicata a S. Rocco (m. 845), su cui è scritto: “Infierendo nell’anno 1779 un morbo mortifero il sacerdote Gottardo… col popolo fece voto di fare quivi la processione di… per intercessione del quale fu libero e cessò. Fatta fabbricare nel 1780.” La Val Codera, per la sua posizione appartata ed il difficile accesso, fu spesso risparmiata dalle epidemie che flagellarono Valtellina e Valchiavenna nei secoli. In questo caso così non fu. Ma di quale morbo si tratta? Non era più tempo delle epidemie di peste, che avevano infierito crudelmente fino al Seicento, si stava affacciando il colera, che poi infierirà nella prima metà dell'Ottocento. Qui giungeva (e giunge ancora oggi), da Codera, la tradizionale processione di S. Marco (patrono di Codera), ogni 25 aprile, con la statua del santo che veniva deposta proprio di fronte alla cappelletta: in quel giorno le capre dovevano essere chiuse entro appositi recinti perché non brucassero l'erba degli orti. Oltrepassate le poche baite della Corte, incorniciate dal sasso Becchè (letteralmente, sasso "macellaio", che uccide le capre le quali precipitano dai suoi versanti, m. 2728) e dal monte Gruf (m. 2936), siamo ad una nuova macchia.
Poco più avanti, passiamo a destra di una baita isolata: si tratta della Centralina, edificio che in passato ospitò le turbine che per tutti gli anni venti del secolo scorso fornirono energia elettrica a Codera. Oggi funge da base Scout del gruppo “Aquile Randagie”. La Val Codera è anche la valle degli Scout, che da decenni ne apprezzano la dimensione appartata e selvaggia. Precursore della loro presenza fu Gaetano Fracassi che, dopo lo scioglimento dell’ASCI voluto dal regime fascista nel 1928, salì da Milano fin qui per tener viva, con il gruppo delle Aquile Randagie, un’attività clandestina che porrà le basi, nei successivi decenni, di un profondo legame fra Scout e popolazione locale (che molto deve anche alla figura di don Andrea Ghetti-Baden. Il sentiero confluisce poi nella nuova pista che è stata tracciata da Codera all’alpe Coeder e che per buona parte del percorso rimanente dovremo seguire. La valle torna ad allargarsi e mostra il suo volto più desolato e brullo. Il torrente Codera scorre appena sotto la pista, alla sua destra; sul lato opposto vediamo  l’ex-centralina che in passato conteneva le turbine che fornivano energia elettrica a Codera, e dalla quale parte il famoso Tracciolino o Trecciolino, un percorso pianeggiante (di quota appena superiore ai 900 metri) di circa 12 chilometri scavato in molti tratti nella viva roccia per congiungere, con una ferrovia a scartamento ridotto, la centralina di Val Codera allo sbarramento artificiale di Moledana in Valle dei Ratti. Possiamo anche osservare il largo smottamento che lo interrompe poco dopo la partenza.
Passiamo quindi a destra del Funtanìn (m. 900), una sorgente la cui acqua sgorga sotto un grande masso sul quale è stata posta una targa a ricordo del sottotenente degli Alpini Ludovico Patrini, ricordato dal Gruppo Alpini di Novate Mezzola “per il generoso operato da lui svolto per il gruppo”. Sul lato opposto della pista vediamo una piccola croce in ferro infissa in un masso. La pista procede con pendenza media e cominciamo a vedere, davanti a noi, un piccolo scorcio del gruppo del Masino: si mostrano, da destre, le tre gemelle cime d’Arnasca ed il massiccio monte Porcellizzo, sulla testata della valle omonima, nella contigua Val Masino. Più a sinistra si mostra, per breve tratto e ridotta finestra, uno scorcio della testata dell'alta valle, con la Punta di Trubinasca (m. 2921) e la Punta di S. Anna, che, con i suoi 3171 metri, è la più alta dell'intera Val Codera (alle sue spalle, il pizzo Badile, che però non si eleva sul crinale della valle). Superiamo le baite della località Tiune (tiunée, m. 945, da tiùn, pino silvestre: un tempo, infatti, qui si trovava una macchia di pini, poi disboscata per ricavarne legna). Alla nostra sinistra l’aspro e selvaggio versante occidentale della Val Codera mostra un’interessante cascata che esce da una fenditura nella parete corrugata. Proseguiamo, ritrovando, dopo il facile guado del torrentello della Val di Càsar, l’antica mulattiera (segnavia bianco-rossi) che lascia, sulla sinistra, la pista in corrispondenza di una cappelletta (cappella del Sabiùn, m. 1040), dei cui dipinti resta ormai ben poco. Sul lato opposto della valle sono posti i casolari della località Beleniga (belénich, m. 1037). Il sentiero sale, verso sinistra, tagliando il conoide formato dal materiale scaricato dalla Val Beleniga (o Baleniga). Per attraversare il torrente omonimo passiamo da un ponte piuttosto ballerino, che va quindi attraversato lentamente, magari dedicando qualche istante ad ammirare la forra terminale della valle che si apre alla nostra sinistra (un cartello, sul lato opposto, ammonisce: “Vietato far dondolare il ponte. I trasgressori avranno quello che si meritano”).
Il sentiero prende per breve tratto a sinistra, poi piega a destra e passa fra le baite alte del maggengo di Saline (m. 1085). Niente a che vedere con il sale, bene assai raro e pregiato negli ambienti montani del tempo passato. Lo stesso toponimo si trova, peraltro, anche in Val Fontana ed in Val Grosina, e Renzo Sertoli Salis, nel suo volumetto sui toponimi Valtellinesi, lo fa risalire alle acque salate, “per quanto ne rimanga difficile la spiegazione dell’origine”. Bisogna, però ricondurre il toponimo alla radice preindoeuropea "sal"-"sel", "pietra", da cui anche l'italiano "selce": data la natura dei luoghi, l'etimo appare decisamente più convincente. Il nucleo è oggi abitato solo nella stagione estiva, ma fino al 2005 vi si poteva trovare, anche nel cuore dell’inverno, una luce accesa, quella di Romolo Penone (Romolino) paziente ed appassionato pastore delle sue capre, con il cui latte produceva un piccolo capolavoro di arte gastronomica di sua invenzione, nota come il mascarpin de la calza, una mascarpa di capra arricchita da alcune erbe e stagionata dentro un tubo di tessuto a forma di calzino. In lui viveva l’antichissima arte della preparazione di formaggi di capra per i quali la valle era famosa nei secoli passati. Possiamoanche cedere di nuovo la parola al von Weineck ("Raetia", Zurigo, 1616), che, della Val Codera, scrive: "Più addentro nella valle Codera, passata la Chiusa, s'incontrano due villaggi: l'uno chiamato Cola e l'altro Codera. Le montagne circostanti sono sparse qua e là di poveri casolari... La valle poi prosegue, addentrandosi verso la Pregaglia ed ha molte vette inaccessibili per la loro straordinaria altezza, sulle quali insieme con altra selvaggina si trovano dei camosci e degli stambecchi, sebbene questi ultimi siano molto rari."
La mulattiera prosegue fino a raggiungere le baite della località Piazzo (m. 1120): sulla soglia dei prati troviamo una quarta cappelletta dedicata a S. Guglielmo, nella quale è raffigurata una Madonna con Bambino circondata da Santi. In passato questo maggengo era meta della tradizionale processione di San Guglielmo. E forse per l'intercessione di questo santo nel novemvre del 1944 le sue case furono le uiniche a non essere bruciate dalle forze nazifasciste che inseguivano i partigiani della 55sima Rosselli nella loro fuga verso la Svizzera per la bocchetta di Teggiola: per questo conservano più delle altre il loro aspetto originario. Sempre qui, infine, intorno alla metà dell'ottocento venne ucciso l'ultimo orso della Val Codera. Sul fondo della valle la finestra si allarga e, a destra delle cime d’Averta, notiamo il picco pronunciato del pizzo Barbacan; alla sua sinistra uno stretto intaglio cui sale un ripido canalone: si tratta del passo del Barbacan (m. 2598), per il quale passa la seconda tappa del Sentiero Roma, che porta dal rifugio Brasca al rifugio Gianetti in Val Porcellizzo. Vediamo anche l’estesa e bellissima pineta che ricopre la sezione mediana della valle: nel suo cuore, anche se non le vediamo, si aprono le due ampie radure di Bresciadega e di Coeder. La mulattiera torna ad immettersi nella pista, che da ora in poi seguiremo senza soluzione di continuità, passando per due ponticelli in legno. Il secondo scavalca il torrente Codera, che ora lasciamo alla nostra sinistra.
Percorriamo un tratto in discesa e poi in leggera salita arriviamo ad un ponte, poco prima del quale da destra sale la sterrata dell'altro percorso (m. 1130). Incontriamo i primi larici, che rendono la cornice sempre più suggestiva, e passiamo a destra delle baite di Stoppadura (da stopadüra, chiusura, strozzatura: qui, infatti, la valle si restringe un po'; l'etimo può, tuttavia, anche riferirsi all'operazione di colmare i buchi di un terrenno sassoso, "stupàa", appunto). Procedendo in leggera salita, raggiungiamo il cancello in legno che segna l’accesso agli alpeggi di Bresciadega e Coeder. Di questa soglia parla il già citato Gaetano Fracassi (cfr. www.scoutcodera.it): «C'è un tratto in cui il sentiero attraversa un piccolo gruppo di baite. Si chiama la Stoppadura. Dopo poche decine di metri si incontra un tronco girevole che funziona d'ingresso nella piana di Bresciadega. Si cammina nel bosco mentre da lontano compaiono le cime rocciose innevate con il torrente che scroscia impetuoso tra le rocce. lo, lì, sento vicino il Paradiso». Vicino il Paradiso, ma vicine anche (non appaia dissacrante l’accostamento) le due importanti strutture recettive che possono offrire all’escursionista provato da 4 ore di marcia una sosta ristoratrice: lo ricordano due targhe che annunciano il rifugio Bresciadega a 5 minuti (rifugio convenzionato con il CAI; tel.: 034344499 e 3358204867) ed il rifugio Brasca a 30 minuti (tel.: 3397176620).
Eccoci, infine, all’ampia spianata di Bresciàdega (o Brasciàdiga, ma anche Brisciadega o Brasciadéga, m. 1214: il citato Sertoli Salis ipotizza che derivi da una corruzione della voce lombarda “brasciadella”, che significa “braccio”, inteso come unità di misura). Si tratta di un maggengo-alpeggio (i capi qui stazionavano da maggio a novembre), capace di caricare in passato un'ottantina di capi. Ci accoglie per primo l’edificio del rifugio Bresciadega, aperto nel 1986 e ricavato da una dimessa caserma della Guardia di Finanza, la cui presenza testimonia di come anche in questa valle si praticasse, nella prima parte del secolo scorso, il contrabbando, sfruttando soprattutto la bocchetta della Teggiola, il più facile valico fra alta Val Codera e territorio elvetico. Davanti al rifugio, una cappelletta fatta edificare da Tomaso di Giovanni Dal Prà e dai suoi figli. Subito dopo, la chiesetta con una targa che esprime la gratitudine dei valligiani per il già citato mons. Andrea Ghetti (Baden).  Da qui parte anche il sentiero (segnalato da un cartello) A8, che sale alla Forcola dei Pianei (data a 2 ore e 45 minuti) ed al bivacco Casorate Sempione (dato a 3 ore e 45 minuti). Alle spalle delle baite, a sud (destra) il solco della selvaggia val Subiasca, che culmina nella punta Bresciadega (m. 2666). Noi proseguiamo diritti, attraversando i prati della località, per poi rientrare nel fresco cuore della pineta. Passiamo anche a sinistra di una seconda struttura Scout, quella della Casera; sul prato antistante, tre alti pali per il rito mattutino dell’alzabandiera. Qui il sottobosco è davvero fiabesco. Alla nostra sinistra, ecco di nuovo il torrente Codera, il cui alveo corre nel mezzo di una larga striscia di materiale alluvionale, che qui si è fermato, perché l’andamento della valle è sostanzialmente pianeggiante. Superato un ultimo ponticello in legno, che scavalca il torrente d’Arnasca, raggiungiamo la soglia di una seconda ampia radura (Zocca Pulé), sul cui fondo, a circa mezzo chilometro, distinguiamo la sospirata meta, il rifugio Brasca. Attraversandola e guardando a destra, restiamo quasi senza fiato: improvvisa e bellissima si apre la valle d’Arnasca, con le sue cascate gemelle e l’imponente muraglia di granito che la chiude. Vi distinguiamo, da sinistra, il pizzo dell'Oro meridionale o Puncia del Laresett (m. 2695), l’ampia e piana depressione del passo Ligoncio (m. 2557), la punta della Sfinge o Lis d'Arnasca, m. 2802), che da qui però si mostra come compatta parete che impressiona per la superficie liscia, il pizzo Ligoncio (m. 3032), la punta Bonazzola (m. 2940) e le cime di Gavazzo (m. 2920).
Pochi minuti ancora, e siamo al rifugio (m. 1304), dopo 4 ore circa di cammino da Novate Mezzola (il dislivello approssimativo in salita, a motivo dei saliscendi della mulattiera per Codera, è di almeno 1100 metri, lo sviluppo di circa 13 km). Il rifugio, del CAI di Milano, è intitolato al prof. e Tenente Luigi Brasca, compilatore di una guida della Valle di S. Giacomo. Venne costruito vicino all’alpe Coeder nel 1934 e bruciato il primo dicembre del 1994, quando salirono fin qui soldati tedeschi e repubblichini per inseguire i partigiani della 55sima brigata Fratelli Rosselli che, dopo una lunga traversata dalla Val Sassina per la Val Gerola e la Valle dei Ratti, ripiegavano per espatriare in Svizzera attraverso la bocchetta della Teggiola. Uno di loro, Enrico Pomina, fu raggiunto ed ucciso proprio nei pressi dell’attuale rifugio (una targa dell'ANPI di Novate Mezzola lo ricorda). Il rifugio venne, infine, ricostruito fra il 1946 ed il 1948.
A lato del rifugio troviamo altri cartelli della Comunità Montana della Valchiavenna. Tre segnalano che procedendo verso l’alta Val Codera possiamo salire all’alpe Averta (1 ora e 50 minuti), al passo dell’Oro (3 ore e 50 minuti) o al passo Barbacan (3 ore e 50 minuti), seguendo l’itinerario A10 (seconda giornata del Sentiero Roma); oppure salire al passo o bocchetta della Seggiola (3 ore e 45 minuti), seguendo l’itinerario A15; o, infine, salire a bivacco Pedroni Dal Pra (3 ore e 30 minuti), al passo Trubinasca (4 ore e 30 minuti) o al passo Porcellizzo (5 ore), seguendo l’itinerario A12. Un quarto cartello segnala che, prendendo a destra (per chi sta con la fronte al rifugio) si raggiunge in 2 ore il bivacco Valli, in 4 il passo Ligoncio ed in5 il rifugio Omio (itinerario A9). Guardando in direzione della Valle d’Arnasca, possiamo già da qui facilmente distinguere l’enorme monolite posto al suo centro, appena sopra l’ultimo gradino di soglia: si tratta del già citato Sas Carlasc’, alla cui base è ancorato il bivacco.
Guardiamo, infine, verso l’alta valle, a nord: distingueremo il profondo intaglio della bocchetta della Teggiola (m. 2490), a sinistra dei pizzi dei Vanni. Un sogno. Una meta per una prossima escursione.
Vai ora alla giornata n. 2 del Sentiero Roma con il tratto
dal rifugio Brasca al rifugio Gianetti.

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CARTA DEL PERCORSO sulla base della Swisstopo, che ne detiene il Copyright. Ho aggiunto alla carta alcuni toponimi ed una traccia rossa continua (carrozzabili, piste) o puntinata (mulattiere, sentieri). Apri qui la mappa on-line

Mappa del percorso - particolare della carta tavola elaborata da Regione Lombardia e CAI (copyright 2006) e disponibile per il download dal sito di CHARTA ITINERUM - Alpi senza frontiere

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