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Il
Sentiero Roma è forse la più classica ed affascinante
delle escursioni sulle Alpi centrali, un'esperienza che non si
dimentica e che diventa, per chi la vive, non solo un motivo di
orgoglio, ma anche una lezione che insegna pazienza, capacità
di guardare, scoprire e gustare dimensioni sottratte al tempo.
Il sentiero deve essere percorso in più giornate e presenta
diverse varianti. Prima di considerarle, però, vanno fatte
alcune avvertenze generali. Il sentiero non richiede una specifica
preparazione alpinistica, ma non va neppure preso sotto gamba.
In particolare, nella sua sezione centrale, costituita dalla terza
e quarta giornata (traversate Gianetti-Allievi e Allievi-Ponti),
oppure già dalla prima, se si sceglie la variante breve
del Sentiero Risari (Omio-Gianetti), propone diversi passaggi
attrezzati, nella salita e discesa dai passi che scavalcano costiere
impervie, per cui è necessario munirsi di cordino e moschettone
per assicurarsi alle corde fisse. Non è affatto prudente
affrontarlo da soli, o in condizioni di allenamento non adeguate.
È del tutto sconsigliabile, poi, affrontarlo con neve o
nelle giornate di tempo brutto (in molti tratti non c’è
un vero e proprio sentiero, ma si debbono attraversare gande fra
le quali, in condizioni di tempo buono, i numerosi segnavia dettano
chiaramente il percorso, ma altrettanto facilmente ci si può
perdere, se la visibilità si riduce, cosa che accade assai
rapidamente quando il tempo si guasta). Non si confidi, poi, nei
telefonini: restano desolatamente muti. Un’ultima minaccia,
se ce ne fosse bisogno: i sassi mobili, che escursionisti poco
attenti possono involontariamente lanciare sui malcapitati che
si trovano più in basso: sono veri e propri proiettili,
possono uccidere. Non vorremmo aver troppo spaventato con queste
avvertenze, o, peggio ancora, dissuaso dall’affrontare un’esperienza
che non si dimentica. L’intento è, invece, di invitare
a farla, ma a farla nelle dovute condizioni di allenamento, equipaggiamento,
umiltà, prudenza e bel tempo. Il periodo migliore è
quello compreso fra agosto e settembre (anche luglio è
un ottimo mese, se d’inverno non è nevicato troppo).
Per il resto dell’anno la neve può costituire un’insidia
di non poco conto. Bene, fatte le doverose premesse, mettiamoci
in cammino. |
| Il percorso integrale parte da Novate
Mezzola, paese posto all'imbocco della Val Chiavenna, e precisamente
dai 316 metri del parcheggio di Mezzolpiano (lo raggiungiamo staccandoci dalla ss. 36 dello Spluga - se procediamo in direzione di Chiavenna - sulla destra, all'imbocco di via Ligoncio - Farmacia - e risalendo la via per intero, senza deviazioni), |
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| dal quale si stacca una bellissima mulattiera, larga
un paio di metri, spesso scalinata ed incisa nel granito, che sale,
nel primo tratto, in un bosco di castagni. |
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| La Val Codera è l'unica fra le
valli maggiori della provincia di Sondrio a non essere accessibile
alle automobili: questo le conferisce un fascino per molti aspetti
unico. Le fatiche iniziali impongono qualche sosta, anche perché
il fiato non è ancora rotto. In particolare, ad una prima
cappelletta ci si può volgere alle spalle per ammirare l’ottimo
colpo d’occhio |
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| sul Pian di Spagna e sul lago di Novate
Mezzola, |
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| cui fa da cornice, sul fondo, spostato
a sinistra, il massiccio corno del monte Legnone, estrema propaggine
occidentale della catena orobica. |
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| Poi alla cornice di un gentile bosco
di castagni si sostituisce quella più severa della nuda roccia,
il granito, signore del Sentiero Roma. |
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| Un granito che, però, in questa
zona l’uomo ha piegato al suo servizio: si tratta, infatti,
del San Fedelino, qualità pregiata che ha dato determinato
l’apertura di numerose cave. Il sentiero è qui scavato
proprio nel granito, e solo così può scavalcare la
forra terminale della valle, che precipita, selvaggia, per circa
300 metri, sul fondo del torrente Codera. |
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| Più avanti, incontriamo, a quota
714, una seconda cappelletta, al culmine dello sperone roccioso
che veglia il fianco settentrionale della bassa Val Codera; poi
ci tocca una prima discesa, all’ombra di un bosco di betulle,
olmi e castagni, fino ad un valloncello, superato il quale riprendiamo
a salire, fino all'abitato di Avedee, posto a 790 metri, sul lungo
dosso che scende verso sud-est dal monte omonimo (m. 1405). |
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Dalle
sue baite solitarie si vede bene Codera, il centro principale della
valle. Sulla sua verticale, il pizzo di Prata (m. 2727), denominato
anche “Pizzasc”, che sovrasta, sul lato opposto della catena
montuosa, anche Prata Camportaccio. Ad Avedèe troviamo anche
graziosa chiesetta. |
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Ci
tocca, ora, un tratto in discesa, elegantemente scalinato, con
qualche tornante: scendiamo di un centinaio di metri per superare
valloni dirupati, che ci impongono poi diversi saliscendi, |
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ed
anche l’attraversamento di due gallerie paramassi. |
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Prima
della seconda, superiamo un breve tratto nel quale la montagna
sembra incombere proprio sul nostro capo: un grande roccione si
ripiega sopra la nostra testa, come una bocca pronta a richiudersi. |
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Attraversata la seconda gallerie si torna a salire, si incontra
una nuova cappelletta
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e si
raggiunge il piccolo cimitero del paese. Una scritta sulla parete
della cappelletta antistante ci invita a meditare sulla fragilità
della condizione umana: “Ciò che noi fummo un dì voi siete adesso,
chi si scorda di noi scorda se stesso”. No, non ci vogliamo scordare
di chi riposa qui. Delle generazioni che qui, in questa valle aspra
ed insieme dolce, hanno visto dipanarsi l’intero filo
dell’esistenza, un’esistenza quieta, severa, anche misera,
difficilmente immaginabile. L’esistenza di chi ha dovuto strappare
alla valle di che sopravvivere, mentre noi, ora, strappiamo scampoli
di emozioni profonde. Dentro la cappelletta, la Madonna della
visione dell’Apocalisse, coronata di stelle, nell’atto di
schiacciare il dragone-serpente, simbolo del male. |
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Proseguiamo, incontrando un’altra cappelletta. Ed ecco, infine,
l'imponente campanile della chiesa di S. Giovanni Battista (m. 825),
staccato dal corpo della chiesa. |
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E,
nella piazza della chiesa, uno dei due rifugi che qui si trovano, la
Locanda Risorgimento. |
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Siccome la prima tappa del sentiero è la meno impegnativa, vale la
pena di fermarsi a gustare l'abitato, che non rimane deserto neppure
nei mesi invernali e presenta, fra gli altri motivi di interesse, |
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un
caratteristico museo etnografico, nell’edificio dell’ex-oratorio. |
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Poi,
seguendo le indicazioni, si lascia il paese ). |
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e si
prosegue su un sentiero |
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che
sale con molta gradualità ed impone numerosi saliscendi, descrivendo
un ampio semicerchio in direzione nord-est. La valle si allarga, e
lo scenario cambia, diventando più aspro, |
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anche
a causa delle numerose gande che si debbono superare. Sfilano
diversi gruppi di baite che parlano di una vita dura e severa: |
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Corte,
Ganda, Belèniga (m. 1037), Saline (m. 1085). |
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Se le
tappe che portano nel cuore del sentiero Roma mostrano la poesia
della montagna, qui appare piuttosto la durezza ed il sudore di chi
alla montagna ha dovuto strappare faticosamente di che vivere. Sul
fondo, appaiono alcune importanti cime del gruppo del Masino, che
avremo modo di vedere più da vicino e da una diversa prospettiva.
Al
centro, tre cime poco pronunciate, quasi gemelle, le cime dell’Averta,
che guardano sulla valle omonima, sul versante della Val Codera, e
sulla Val Porcellizzo, cui approderemo nella seconda giornata. |
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Alla
loro destra, una cima dal profilo netto ed affilato, la cima del
Barbacan (m. 2738). Alla loro sinistra il corpo poderoso del pizzo
Porcellizzo (m. 3075). Torniamo a fissare lo sguardo sulla cima del
Barbacan, e guardiamo alla sua sinistra: distingueremo un ripido
canalone e, alla sua sommità, un passo: è il passo del Barbacan
nord, che varcheremo nel momento culminante della seconda giornata.
Intanto si va avanti, si lasciano alle spalle le tristi gande, ci si
immerge in una ben più poetica pineta. Dopo aver varcato il torrente
Codera su un ponticello, usciamo all’aperto, incontrando prima le
baite di Stroppadura (m. 1033) e poi la piana di Bresciàdega (m.
1214), |
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dove
si trova il rifugio omonimo, oltre ad una cappelletta e ad una
chiesetta. Guardiamo ancora ai bastioni di granito che lo sguardo
incontra in direzione est: la cima del Barbacan appare ora proprio
al centro, mentre a destra poderosi contrafforti celano i pizzi
dell’Oro. |
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La
prima giornata riserva solo un’ultima breve ulteriore fatica, per
raggiungere il rifugio Brasca. Nell'ultima sezione del percorso
appare sulla destra, altrettanto improvvisa ed imponente, la
selvaggia e cupa val Spassato o val Spazza (chiamata anche, in
passato, valle d’Arnasca). Anche questa valle merita un'attenta
osservazione. Si nota, al suo centro, l'evidente depressione sulla
cui sinistra si trova il passo Ligoncio (m. 2557), incorniciato fra
il Lis d'Arnasca, o pizzo dell’Oro meridionale, a sinistra (m. 2695)
e la punta della Sfinge (m. 2802) ed il pizzo Ligoncio (m. 3032) a
destra. |
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Sorprende ed impressiona soprattutto la liscia parete occidentale
della punta della Sfinge: una sfida, una vertigine. Si deve tener
presente che la salita al passo, che può essere servita dal bivacco
Valli, rappresenta un'interessante variante al sentiero Roma, in
quanto permette di scendere comodamente in valle dell'Oro e di
raggiungere il rifugio Omio, dal quale poi, seguendo il sentiero
Risari, si raggiunge il rifugio Gianetti. (proprio dal rifugio Omio
in Valmasino parte una variante del sentiero Roma che permette di
non effettuare questa prima tappa che attraversa la Val Codera). |
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La
salita al passo non è però priva di difficoltà: bisogna sfruttare
una lunga cengia esposta, anche se protetta da corde fisse. |
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Ma
torniamo al nostro percorso: dopo 4 ore e mezza circa di una salita
condotta con buon passo (esclusi i tempi di eventuali soste), ecco
infine, a 1304 metri, la meta, il rifugio Luigi Brasca, in posizione
solitaria, in un’amena radura incorniciata da splendidi abeti.
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Qui si può pernottare, recuperando energie
preziose per la seconda e più dura tappa che attente il giorno
successivo, la salita al passo del Barbacan nord, il tratto più
faticoso del sentiero Roma. Si tenga presente che il rifugio può
essere punto di partenza anche per quella salita in val Spassato di
cui si è detto sopra. Guardiamo, infine, verso l’alta valle, a nord:
distingueremo il profondo intaglio della bocchetta della Teggiola
(m. 2490), a sinistra dei pizzi dei Vanni. Un sogno. Una meta per
una prossima escursione. |
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