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Lasciamo, in questa terza giornata (o seconda, se percorriamo il Sentiero
Roma nella versione breve), il rifugio Gianetti, per cominciare l’entusiasmante
traversata della valli Porcellizzo, del Ferro, Qualido e Zocca, che
ci porterà al rifugio Allievi. Uno sguardo allo scenario che lasciamo
alle nostre spalle, prima di iniziare il cammino: guardando ad ovest,
vedremo in primo piano, da destra, il monte Porcellizzo (alla cui destra
si intravede il canalino che conduce al passo omonimo, a 2950 metri,
dal quale si scende, con un tratto su un ripido ghiacciaietto, quindi
insidioso, in alta Val Codera, effettuando una bella traversata al bivacco
Pedroni-Dal Prà), le tre cime dell’Averta, lo stretto intaglio del passo
Barbacan nord, seminascosto, la cima del Barbacan e la compatta costiera
del Barbacan, che separa la Val Porcellizzo dalla Valle dell’Oro. In
secondo piano, a sinistra della cima del Barbacan si distingue facilmente
il pizzo Ligoncio (m. 3033).

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Proseguendo verso sinistra, si distingue l’intaglio del passo della
Vedretta, che congiunge la Val Ligoncio alla Val dei Ratti, il pizzo
della Vedretta, il pizzo Ratti e il monte Spluga, o cima del Calvo
(m. 2967), dove si incontrano gli spartiacque delle tre valli
Ligoncio, dei Ratti e della Merdarola. |
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Il
cammino riprende proseguendo sul sentiero Roma verso nord-est. Sulla
testata della valle, la fisionomia del pizzo Badile gradualmente
cambia e, sotto la punta Sertori, compare una curiosa e quasi buffa
formazione rocciosa che sembra qualcosa come un dente di gigante.
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Più avanti incontriamo un’enorme placca di granito, percorsa da
rivoli d’acqua, che ci nasconde quasi interamente, per un tratto, la
visuale dei pizzi Badile e Cengalo. |
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Più avanti, si incontra un masso davvero singolare: non è possibile
non notarlo, perché è spaccato in due con geometrica precisione,
come se qualche divinità, nel vivo di una discussione animata, vi
avesse battuto sopra il suo pugno furente, oppure un fulmine lo
avesse colpito nel cuore di una notte da tregenda. |
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Del resto, inizia qui la terra del più misterioso dei misteri,
quello del mitico gigiàt, animale singolarissimo e gigantesco, dalle
sembianze multiformi, mezzo caprone e mezzo stambecco, capace di
varcare un’intera valle con pochi balzi, e qualche volta, dicono (ma
forse è solo una maldicenza), di far un sol boccone degli
escursionisti che si perdono in questo oceano di granito. Se
guardiamo, invece, questi luoghi con l’occhio della passione
alpinistica, piuttosto che con quello della fantasia, non potremo
non notare, a monte del masso, lo sperone roccioso che scende dallo
spigolo posto a sud del pizzo Cengalo, il famoso (per gli alpinisti)
spigolo Vinci. |
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Lo scenario a nord si imprime indelebilmente nella memoria: non ci
si stancherebbe mai di ammirare la bellezza dei pizzi Gemelli e
della cima di Bondasca. Il panorama verso sud è altrettanto
suggestivo: si vedono bene la piana dello Zoccone (in tempi assai
remoti occupato da un lago che, certo, non stonerebbe in questo
splendido scenario) e, sul fondo, le valli della Merdarola e
dell’Oro. |
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Finora il percorso ci ha proposto alcuni saliscendi: dai 2534 metri
del rifugio Gianetti siamo scesi una prima volta a quota 2500, per
poi risalire a quota 2500 circa e ridiscendere ai 2500. Ora
cominciamo a salire in direzione della massiccia costiera che separa
la Val Porcellizzo da quella del Ferro. Nella parte alta essa è
costituita dal massiccio spigolo che scende verso sud dal pizzo del
Ferro occidentale, o cima della Bondasca, fino all’intaglio del
passo del Camerozzo (m. 2765), cui dovremo salire. La costiera
prosegue verso sud proponendo la punta Camerozzo (m. 2876),
riconoscibile per il suo agile profilo, il monte Sione (m. 2815), al
vertice della valle omonima, e la cima del Cavalcorto (m. 2763). Il
sentiero supera alcune vallecole, mantenendosi, nel primo tratto,
quasi pianeggiante. A nord prosegue, dietro due morene, l’imponente
sinfonia del granito, che mostra, alle diverse ore del giorno,
diversi colori e diverse sfumature. Incontriamo in questo tratto, ad
una quota approssimativa di 2500, quando ci troviamo più o meno
sotto la verticale del grande sperone che scende verso sud-sud-ovest
dai pizzi Gemelli, la deviazione, a sinistra, per il passo di
Bondasca, o di Bondo (m. 3169), per il quale si accede all’omonima
vedretta, scendendo, poi, al rifugio Sciora di val Bondasca, in
territorio elvetico. Sul passo è posto anche il bivacco Titta
Ronconi. |
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Cominciamo, ora, la salita, seguendo un bel tracciato, fino ad uno
sperone, con tratto un po’ esposto e protetto, cui si accede dopo
aver salito una singolarissima scaletta costituita da grandi blocchi
di granito. |
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I magri pascoli cedono il posto a grandi massi, fra i quali si può
trovare annidato, anche a stagione avanzata, qualche nevaietto.
Oltrepassato lo sperone, il sentiero piega leggermente a sinistra,
poi di nuovo a destra, e si districa a fatica fra gli enormi blocchi
di granito che precedono l’attacco terminale della costiera.
Troviamo, qui, numerosi segnavia “storici”: si tratta delle croci di
color amaranto, i primi segnavia ad essere posti qua e là, sui
grandi massi, quando il sentiero, a partire dal 1928, in pieno
regime fascista, venne tracciato; il riferimento storico spiega
anche la sua denominazione, che rimanda ai fasti ed alle
celebrazioni della grandezza di Roma. |
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Eccoci, alla fine, con un po’ di fatica, all’attacco della costiera.
Il tratto terminale è il più impegnativo, anche se risulta agevolato
dalle corde fisse |
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e da una provvidenziale staffa. |
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Qui l’assicurazione alle corde fisse è di rigore, soprattutto
nell’ultimissimo passaggio prima di raggiungere la bocca del passo. |
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Ho detto bocca non a caso. Il passo, ben distinguibile già dalla
capanna Gianetti, si presenta, infatti, come uno stretto e marcato
intaglio, a sinistra dell’agile punta del Camerozzo, un intaglio
dalla forma singolare, che ricorda vagamente le fauci di qualche
animale predatore, pronte a richiudersi sugli incauti escursionisti
che osino violarlo. È soprattutto il suo lato di destra
(meridionale), ricurvo, quasi ad uncino, a suscitare questa
impressione.
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Quando, però, alla fine lo raggiungiamo, scopriamo che le fauci non
si richiudono, ma, anzi, sembrano aprirsi, o meglio, aprire uno
scenario che lascia stupefatti per ampiezza e bellezza, lo scenario
della valle del Ferro, della costiera Remoluzza-Arcanzo, del monte
Disgrazia e dei Corni Bruciati. Ma andiamo con calma. In primo
piano, sul fondo dell’ampia Valle del Ferro, la costiera che la
separa dalla Val Qualido, sulla quale spicca l’arrotondato torrione
Qualido (m. 2707), alla cui sinistra si trova il passo omonimo, il
prossimo cui ci toccherà di salire, se sopravviveremo alla discesa
dal Camerozzo. |
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Sulla verticale del torrione, il re del Sentiero Roma, il monte
Disgrazia, che, con i suoi 3678 metri, sovrasta per mole ed altezza
ogni altra cima. Alla sua destra, i vassalli, cioè i Corni Bruciati,
sentinelle orientali della valle di Preda Rossa. I Corni Bruciati,
con la caratteristica tonalità rossastra che giustifica anche la
denominazione, si intravedono, però, appena, perché nascosti dalla
massiccia costiera Remoluzza-Arcanzo, che propone invece le tonalità
di grigio del granito e che separa la Val di Mello dalla Valle di
Preda Rossa. Sul limite sinistro della costiera distingueremo appena
il monte Pioda, che fa da spalla al monte Disgrazia; alla sua destra
la costiera prosegue con un tratto senza rilievi, sul quale è
difficile individuare la bocchetta Roma, il passo che ci attende
nella quarta giornata (traversata Allievi-Ponti). Poi, inizia una
serie di cime che termina con la piramide regolare ed elegante del
monte Arcanzo. All’orizzonte, dietro la costiera, si intravedono le
più alte cime della catena orobica.
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Sulla parete del breve corridoio del passo troviamo anche una targa
di bronzo, che reca scritto: “Dauro Contini vivi sul Sentiero Roma
da lui amorevolmente curato”. Sopra la targa, a caratteri cubitali,
nel caso si avesse qualche dubbio, la scritta “Passo Camerozzo”. Qui
ci sentiamo, per un po’ ancora, al sicuro. Del resto il nome del
passo deriva dal toponimo “càmer”, che significa luogo riparato,
protetto. Per poco ancora, però. Si deve pur scendere, e la discesa
verso la valle del Ferro si presenta difficile. Un’ultima occhiata,
prima di scendere, alla Val Porcellizzo, che salutiamo: |
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il pizzo Badile mostra, da qui, un profilo più affilato, quasi
smagrito. Stiamo entrando in un nuovo regno, perché passiamo dalla
Valle dei Bagni di Masino alla Val di Mello, di cui la Valle del
Ferro rappresenta la prima laterale settentrionale.
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Bene, in cammino, ma senza fretta. La parete del pizzo Camerozzo
incombe su un percorso che rappresenta il passaggio più ostico
dell’intero sentiero Roma, da affrontare con cautela e calma, in
assenza di neve e con attrezzatura adeguata, facendo particolare
attenzione, fra l'altro, per evitare che lo zaino si incastri nei
canalini più stretti.
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Per chi non avesse mai affrontato il passo, è consigliabile di
varcarlo una prima volta in senso opposto, dalla Valle del Ferro
alla Val Porcellizzo; farà meno impressione, poi, la discesa in
Valle del Ferro. Non commettiamo, infine, l’imprudenza di scendere
da soli, oppure quando i nevai residui moltiplicano i rischi. Il
primo tratto è una lunga discesa in diagonale verso destra (sud), su
ripidi e magri pascoli, placche di granito e strette cenge, con
l’ausilio delle corde fisse. Raggiungiamo, così, il punto nel quale
il sentiero volge a sinistra. Si tratta anche del punto più
tranquillo della discesa, per cui possiamo sostare un po’, prima di
affrontare i passaggi più impegnativi. Da qui si mostra tutta la
Valle del Ferro, verde, ampia, coronata dai pizzi del Ferro (vediamo
quello centrale e quello orientale). |
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Di nuovo in piedi, per l’ultimo tratto. La seconda parte, anch’essa
in corda fissa, traccia una lunga diagonale verso sinistra, che
segue una stretta cengia la quale, in alcuni punti, si riduce ad un
intaglio nella parete di granito che precipita a valle. Diversi,
dunque, sono i passaggi impegnativi ed esposti. |
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Si rendono necessarie, quindi, la massima calma, attenzione e
concentrazione. Grande è quindi la soddisfazione quando, toccati i
primi sassi della valle del Ferro, si può guardare dal basso
l’impressionante parete che scende dal passo.
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Il primo contatto con la valle del Ferro è quasi sempre, in verità,
sulla neve, poiché anche a stagione avanzata si può trovare un
nevaio alla base della costiera. La testata della valle è costituita
dai tre pizzi del Ferro, occidentale (m. 3267), centrale (m. 3289)
ed orientale (m. 3199). La valle, come già detto, è molto ampia,
anche se meno della Val Porcellizzo. |
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Fin dal primo tratto del percorso che la attraversa si può però già
riconoscere chiaramente il prossimo passo, cioè il passo Qualido, a
nord (sinistra) del torrione omonimo.
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Il Sentiero Roma prende a salire gradualmente, da una quota
approssimativa di 2470 metri, fra blocchi di granito di tutte le
dimensioni e macchie di pascolo poste come radi isolotti in un mare
di granito. Più o meno al centro della valle, abbiamo, come chiaro
riferimento visivo, il bivacco Molteni-Valsecchi (m. 2510): il
sentiero Roma passa appena sopra, ad una quota di 2525 metri circa.
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Dal bivacco, se lo si desidera, si può scendere, |
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verso destra e su tracce di sentiero |
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(o a vista, senza difficoltà), alla casera della valle del Ferro e
di qui, piegando a sinistra e seguendo con attenzione le
segnalazioni (per evitare lunghi e faticosi giri), in Val di Mello
(località Ca' de Rogni). |
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Se invece si vuol proseguire, si seguono le segnalazioni,
attraversando la valle fra grandi placche granitiche, rare oasi
erbose e grandi massi. Guardando alla testata della valle,
riconosciamo, a destra, l’arrotondata cima del pizzo del Ferro
orientale, al centro il caratteristico torrione del Ferro e, alla
sua sinistra, |
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la piccola punta del pizzo del Ferro centrale, ed infine,
seminascosta sulla sinistra, la cima del pizzo del Ferro
occidentale, o cima della Bondasca. |
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Proprio sotto il pizzo del Ferro centrale si può notare una
singolare formazione rocciosa, denominata, per la sua forma, “Pera
del Ferro”. |
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Se, invece, ci volgiamo in direzione opposta, cioè verso sud, |
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potremo osservare uno scenario più morbido e verdeggiante. Al
centro, in primo piano, il lungo crinale dell’alpe Granda, che
separa la bassa Val Masino dalla Valtellina. Sul fondo, la catena
orobica centro-occidentale, con la Val tartano e, a destra, le Valli
del Bitto di Albaredo e Gerola. |
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La salita al passo Qualido |
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La salita al passo Qualido è rapida e sfrutta un facile canalino.
Anche in questo caso il lato destro della porta ha una forma
sinistramente (scusate il gioco di parole) ricurva ed adunca, la
l’impressione complessiva è decisamente più rassicurante.
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In breve il passo (m. 2647) è raggiunto, e si può gettare l’occhio
su una nuova valle, la Val Qualido, dalla caratteristica placca
liscia nella costiera orientale. Alle sue spalle, uno scenario assai
simile a quello già osservato dal passo Camerozzo, con la costiera
Remoluzza-Arcanzo, il monte Disgrazia ed i Corni Bruciati. |
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Guardando più a sinistra, però, si mostrano nuove eleganti cime,
oltre la Val Qualido: a sinistra incontra la cima di Zocca, poi la
cima di Castello ed i tre pizzi Torrone.
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La lo scenario più affascinante è quello che si propone guardando a
nord, dopo aver fatto qualche passo verso destra, sul sentierino che
scende in Val Qualido: si mostrano infatti le guglie digradanti
della poderosa costiera Ferro-Qualido, che scende dal pizzo del
Ferro orientale.
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La discesa dal passo è meno ardua rispetto a quella dal Camerozzo,
ma richiede ugualmente una certa attenzione. Avviene nella prima
parte verso destra (sud), su un sentierino all’inizio esposto, poi
più tranquillo. Il sentiero volge quindi a sinistra (attenzione a
non proseguire sulla traccia che continua a destra, salendo al ben
più impegnativo passo Qualido meridionale, a sud del torrione) e
scende, |
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sfruttando una cengia esposta, nel cuore di un angusto canalino: le
corde fisse sono di grande aiuto. |
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Il percorso risale, quindi, di qualche metro, |
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supera una sorta di porta nella roccia e lascia alle spalle il
canalino. |
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L’ultimo tratto di discesa verso sinistra taglia il fianco esposto
della bassa costiera, prima di condurci ai pascoli della Val Qualido. |
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Il primo tratto del Sentiero Roma nella valle attraversa le
propaggini del canalone che scende dal pizzo del Ferro orientale,
che vediamo al suo termine, lontano e defilato. Cominciamo a salire,
fino alla quota approssimativa di 2570 metri, superando con
attenzione una placca quasi sempre bagnata; |
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poi, raggiunta |
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la sommità di un dosso, il sentiero inizia a scendere. |
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Si impone allo sguardo la grande placca liscia sulla costiera
orientale della Val Qualido, la seconda laterale di destra della Val
di Mello. La traversata della Val Qualido è la più breve, per cui,
al termine della discesa, si giunge in poco tempo aduna quota
approssimativa di 2450 metri, ai piedi del canalino che sale al
passo dell’Averta. |
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Poco prima di imboccarlo, si incontrano le segnalazioni del sentiero
che scende, verso destra, nella valle. Se fossimo nella necessità di
scendere a valle, potremmo sfruttarlo, ma con attenzione. Scendiamo
portandoci gradualmente al centro della valle, fino a giungere in
vista di un caratteristico ed inconfondibile sperone roccioso che ne
divide la parte bassa in due rami. Giunto alla sella erbosa ai piedi
dello sperone, proseguiamo a destra, cercando di seguire i segnavia,
fino ad un insidioso sistema di roccette, soprattutto perché si presenta spesso bagnato. |
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Superate con attenzione le roccette, approdiamo ad una conca erbosa,
sul limite sinistro della quale troviamo il sentiero che, con un po’
ai attenzione, ci permette di scendere al fondovalle, superando
anche una grande placca di granito nella quale il sentiero disegna
alcuni tornanti. |
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Ma torniamo al racconto del Sentiero Roma. La salita del canalino
che porta al passo dell’Averta è piuttosto agevole, anche se si deve
fare attenzione a non far cadere sulla testa di chi sta più in basso
eventuali sassi. |
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Solo l'ultimo passaggio, un traverso a sinistra quando si è ormai
prossimi al passo, richiede una certa attenzione e l'ausilio di
corde fisse. |
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Raggiunto il passo (m. 2540), stretto intaglio sulla costiera che
divide la val Qualido dalla valle di Zocca, |
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si apre, improvvisa ed emozionante, la visione della
monolitica ed imponente cima o punta di Zocca (m. 3174), alla cui
sinistra si pone il torrione di Zocca (m. 3151). Difficile
descrivere la sensazione di potenza suscitata da questo monte.
Sembra una cattedrale, i cui poderosi pilastri di granito si
protendono verso l’alto, nel trionfo terminale di guglie che giocano
in un elegante ricamo terminale con la leggerezza del cielo. |
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A destra della cima di Zocca, sfilano, altrettanto imponenti, la
punta Allievi (m. 3121), la cima di Castello (m. 3392), la punta
Rasica (m. 3305) e, in rapida successione, l’uno alle spalle
dell’altro, i pizzi Torrone occidentale (m. 3351), centrale (m.
3290) ed orientale (m. 3333), cime legate indelebilmente alla storia
dell'alpinismo. Più a destra ancora, di nuovo il monte Disgrazia ed
i Corni Bruciati. Interessantissimo è anche il colpo d’occhio sulle
costiere Zocca-Torrone e Torrone-Cameraccio, un’esplosione
vertiginosa di salti di granito, che toglie il fiato, come in un
tripudio di verticalità. |
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La discesa in Valle di Zocca non è difficile, ma anche qui
l’attenzione non deve mancare. Il percorso prosegue su un sentierino
che scende verso sinistra e raggiunge un canalino che si supera con
l’ausilio di corde fisse. |
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Anche a stagione avanzata qui possiamo trovare un nevaietto residuo,
che impone ulteriore attenzione. |
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Dopo un ultimo tratto su cengia esposta (corde fisse ed una staffa
risultano essenziali), sempre sulla sinistra, la discesa, che non è
lunga, termina in corrispondenza di un piccolo nevaio residuo. |
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Il Sentiero Roma, ad una quota approssimativa di 2450 metri,
percorre quindi un pianoro disseminato di grandi massi e sempre
dominato dalla mole della cima di Zocca. |
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I massi cedono poi il posto ad un fondo erboso più riposante,
finché, superato un torrentello, si scende fino all'estrema
propaggine dello spigolo di sud-est della cima di Zocca.
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Per superare questo sperone roccioso il sentiero affronta un tratto
un po' esposto su entrambi i lati |
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e protetto da corde fisse. Si piega poi a sinistra, scendendo
ulteriormente fino ad una quota approssimativa di 2300 metri, nel
cuore di un vallone che precipita nel pianone della valle di Zocca. |
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Poi, senza sentirne, per la verità, alcuna necessità, riguadagniamo
gradualmente quota, fino ai 2420 metri del punto nel quale il
sentiero supera un
torrentello, piegando
a destra e raggiungendo, in leggera discesa, i rifugi Allievi e
Bonacossa
(2385), dopo circa 5 ore di cammino. Ed anche questa terza giornata,
la più bella, probabilmente, dal punto di vista degli scenari e
delle emozioni, si chiude. La notte ci sorprenderà nel cuore del
rifugio. |
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