CARTA DEL PERCORSO sulla base della Swisstopo, che ne detiene il Copyright. Ho aggiunto alla carta alcuni toponimi ed una traccia rossa continua (carrozzabili, piste) o puntinata (mulattiere, sentieri). Apri qui la carta on-line

1. Novate Mezzola -
Rif. Brasca

2. Rif. Brasca -
Rif. Gianetti

Variante: Sentiero Risari
Omio-Gianetti

3. Rif. Gianetti - Rif. Allievi

4. Rif. Allievi -
Rif. Ponti

5. Rif. Ponti -
Chiesa Valmalenco

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Apri qui una galleria di immagini ; Sentiero Roma su YouTube 1, 2, 3, 4, 5; Su YouTube: Sentiero Roma 4: rif. Allievi-rif. Ponti

Quarta giornata: traversata dal rifugio Allievi al rifugio Ponti. Attraverseremo altre quattro valli, quella di Zocca, la Val Torrone, la Val Cameraccio e l’alta Valle di Preda Rossa, valicando i tre passi di Val Torrone, Cameraccio e della bocchetta Roma. Se, per qualunque motivo, dovessimo però scendere a valle, basta percorrere il ben marcato e segnalato sentiero che parte nei pressi del rifugio, scende al Pianone che dà il nome alla valle e prosegue, con un’elegante scalinatura, nelle fresche pinete della media valle, passando su un bel ponte di legno dal suo lato sinistro a quello destro e terminando sul fondo della Val di Mello.

Alle spalle del rifugio, poi, può essere interessante ricordarlo, parte una traccia di sentiero (piuttosto labile, per la verità) che sale al ben visibile passo di Zocca (m. 2749), il più agevole fra i valichi che congiungono la Val Masino al territorio svizzero. Dal passo si può scendere, poi, nell’alta valle dell’Albigna, fino al rifugio omonimo. Chi desiderasse salire al passo, tenga presente che questo è facilmente individuabile per il ben visibile obelisco di granito che lo veglia sul suo lato destro, e che lo si raggiunge con poco più di un’ora di cammino dal rifugio.
Ma torniamo al Sentiero Roma. La prima parte della quarta tappa prevede la traversata del lato orientale dell’alta Valle di Zocca, fino al passo di Val Torrone, che permette una facile discesa nella valle omonima. Si tratta di una traversata a dir poco spettacolare, per i superbi scenari che propone. Passiamo, innanzitutto, vicino alla punta Allievi (m. 3223);  
scorgiamo la cima di Castello, seminascosta, più a nord, a destra della cima quotata 3228 m., sul fondo dell’omonimo vallone (la più alta del gruppo del Masino, con i suoi 3392 metri), la punta Rasica (m. 3305), famosa nella storia dell’alpinismo, che deve il suo nome alla conformazione frastagliata della cima, simile ad una sega,  
ed infine la possente mole del pizzo Torrone occidentale (m. 3349), che si distingue per la base davvero possente e la curiosa cima, che si restringe repentinamente nell’esile punta terminale, defilata.  
A sinistra della punta Allievi, invece, si può ammirare un diverso profilo della cima di Zocca (m. 3175), alla cui destra è ben visibile il già citato passo omonimo. Dietro il passo si intravede appena il gruppo delle Sciore, in territorio elvetico.  
Di fronte a questo spettacolo, si può ben dire che se Walter Bonatti ha definito la Val Masino come l’Università dell’Alpinismo,
la Valle di Zocca
sia un po’ come
la sua aula magna.  
Attraverso qualche saliscendi, verso est, ci si avvicina al Passo di val Torrone (m. 2518), guadagnando gradualmente quota. Bello è anche il panorama alla nostra destra, cioè verso sud: si intravede, in basso, uno spicchio della Val di Mello, mentre sul fondo, incorniciata a destra dalla parte orientale della valle della Merdarola e a sinistra dalla cima degli Alli e dalla cima di Arcanzo, la Val Gerola, nelle Orobie occidentali.  
Il passo è costituito da un canalino che si imbocca all'estremità di un pianoro posto sul limitare della Val di Zocca. Dal passo si può ammirare la massiccia costiera che separa le valli Torrone e Cameraccio, che, vista da qui, desta una forte impressione di verticalità. Sullo sfondo sono visibile anche la costiera Remoluzza-Arcanzo ed i Corni Bruciati.   
La discesa dal passo non è particolarmente difficile,
ma richiede, in qualche punto, cautela, come testimoniano le corde fisse.
Attenzione, anche qui,
a non lasciar cadere sassi
su chi si trovasse più in basso.
Scendendo, passiamo a sinistra di un caratteristico corno roccioso, che è ben visibile al termine della discesa. 
Alla fine la base del passo è guadagnata, a circa 2300 metri,
ed il sentiero, risalendo un dosso, passa molto vicino ai piedi
 dell’impressionante parete del picco Luigi Amedeo, una delle più difficili, dal punto di vista alpinistico, delle Alpi centrali.   
Ad est del picco Luigi Amedeo
lo sguardo incontra
il pizzo Torrone occidentale, che anche da qui mostra la sua curiosa caratteristica: una base imponente, costituita da impressionanti lastroni di granito, sormontata da una cima di dimensioni assai ridotte, che dà l’idea del corpo di un gigante con la testa di nano.  A destra è ben visibile anche il caratteristico avamposto conico quotato 2951 metri.
 Una cima secondaria, senza nome, che tuttavia ha la singolare caratteristica di rubare interamente la scena al pizzo Torrone occidentale quando si guarda la testata da quote inferiori. Più a destra ancora, distinguiamo la punta Ferrario (m. 3258), avamposto roccioso che, a sua volta, nell’intera valle ruba la scena al pizzo Torrone centrale (m. 3290). La testata della valle è chiusa dal pizzo Torrone orientale (m. 3333), alla cui sinistra si distingue il caratteristico obelisco roccioso di una quarantina di metri detto Ago del Torrone o Ago di Cleopatra, mentre alla sua destra è ben visibile il passo Cameraccio.  
Questa testata rappresenta una delle immagini che si imprimono con maggiore forza nel cuore di quanti percorrono il sentiero Roma. Dopo un tratto pianeggiante, il sentiero riprende a salire, sul filo di un dosso erboso, fino a raggiungere
il guado di un torrentello.
Bisogna, ora scendere da una quota approssimativa di 2350 metri, tagliando un'insidiosa placca, con tratti bagnati (NOTA: DI RECENTE IL SENTIERO E' STATO RITRACCIATO PER SUPERARE A MONTE QUESTE PLACCHE):
qui, nell'undicesima edizione del Kima, tenutasi il 21 agosto 2005, è tragicamente scivolata una concorrente,
che ha perso la vita.
Scesi di nuovo ad una quota approssimativa di 2300 metri,  
ritroviamo la traccia del sentiero, che, in breve, ci porta alla deviazione sulla destra, che permette di scendere nella valle, sul suo lato destro, fino alla Val di Mello.    
Se si sceglie, per qualsiasi motivo, la discesa, si tenga presente che è necessario seguire i segnavia,  
tendendo con gradualità verso destra, fino alla casera Torrone (m. 1996).  
La discesa prosegue, ripida, nel cuore ombroso della media valle, e conduce alla fine sul fondo della Val di Mello.    
Se si prosegue sul sentiero Roma, invece, si comincia a salire, su un ampio dosso che accoglie gli ultimi magri pascoli, guadagnando rapidamente quota. Davanti agli occhi, in primo piano, il cono della punta Ferrario, alla cui sinistra spicca una curiosissima formazione rocciosa, che sembra un cono minora troncato.    
Alla sua destra, invece, l’ago del Torrone ed il pizzo Torrone orientale, con il suo caratteristico doppio salto. In realtà sono diverse, le punte minori che si possono scorgere, in una sorta di selva di cime che si susseguono in rapida successione. Per esempio, fra i pizzi Torrone occidentale e centrale si trovano, da sinistra, la punta Alessandra (m. 3263), il colle del Torrone centrale (m. 3204) e la punta melzi (m. 3287). Fra i pizzi Torrone centrale ed orientale, invece, si trova il colle del Torrone (m. 3182), oltre al già citato Ago del Torrone (m. 3224). Si intercetta, poi, la segnalazione della deviazione per il bivacco Manzi-Pirotta (2540 m.),   
che si trova poco lontano (è dato, infatti, a 5 minuti di cammino, ma richiede, per essere raggiunto, qualche passo di arrampicata), sul crinale di un massiccio sperone roccioso.  
Se la Valle del Ferro suscita un senso di apertura e solitudine, la Val Qualido un senso di protezione materna e la Valle di Zocca un senso di grandiosità, la Val Torrone ha certamente qualcosa di severo, e selvaggio e arcano. Volgendo le spalle si riesce sempre meglio a vedere, come in un gioco di quinte, la successione delle quattro costiere sulle quali sono collocati i passi già valicati.  
La salita procede su un terreno un po’ più faticoso, perché il sentiero serpeggia in una morena di terricico e piccoli massi. Giungiamo così in una sorta di rande conca terminale, dove regnano il silenzio ed un’atmosfera sospesa, irreale, misteriosa. È come se fossimo alla fine del mondo. Perché non si immagina che possa esserci altro mondo oltre quelle compatte e lisce pareti di granito, grigie e giallastre.  
Ed invece una porta annuncia altro mondo. È il ben visibile passo Cameraccio, ai piedi del pizzo Torrone orientale, sulla sua destra.  
Per raggiungerlo si taglia in diagonale un nevaio, che conduce proprio ai suoi piedi.  
Il percorso non segue il canalino franoso di destra, pericoloso per i sassi mobili, ma il sistema di placche e rocce sulla parte sinistra.  
La salita è agevolata   
anche in questo caso dalle corde fisse,
perché ci sono alcuni punti impegnativi da superare,
soprattutto
per la scivolosità
di alcune
rocce.
L’ultimo tratto della salita si svolge proprio a ridosso
del fianco roccioso
 del pizzo Torrone orientale, ai piedi della suo corrugato versante meridionale.  
Al termine della salita, un nevaietto ci introduce ai 2950 metri del passo, il punto più alto toccato dall’intero Sentiero Roma. Ecco che si apre la sterminata Val Cameraccio, dominata dal monte Pioda (m. 3431), dietro il quale si scorge l'impressionante parete nord del Disgrazia (m. 3678).  
Alla nostra sinistra, in primo piano,   
l’enorme e tormentata parete orientale del pizzo Torrone orientale.
Sul fondo, verso destra, occhieggiano invece i Corni Bruciati, con l’inconfondibile colore rossastro.       
La valle è davvero ampia, la più ampia, dopo la Val Porcellizzo, fra quelle toccate dal Sentiero Roma. Mentre, però, la Val Porcellizzo è ingentilita dal verde intenso dei pascoli, ed anche maggiormente frequentata per la presenza del rifugio Gianetti, qui domina la solitudine, una solitudine che quasi inquieta, o rapisce, o tutte e due le cose insieme. Nelle belle giornate la luce sembra rifrangersi da ogni lato in questo deserto di granito, rincorrendosi di masso in masso e circondando da ogni lato l’escursionista. La prima parte della discesa dal passo avviene su nevaio, poi si attraversa una grande placca bagnata, che richiede attenzione.  
Oltrepassata la placca, se si conosce il sentiero, che nella parte alta è solo labile traccia, ma anche procedendo a vista fra facili balze erbose, si può scendere in Val Cameraccio e quindi in Val di Mello. La discesa, però, non è facilissima. Se ci trovassimo nella necessità di scendere, teniamo il lato destro della valle, senza allontanarci troppo dalla costiera del Cameraccio. Più in basso, intorno a quota 2100, troviamo (mal segnalato) il sentiero che ci accompagna nella rimanente discesa fino al fondo della Val di Mello, di cui la Val Cameraccio costituisce il grandioso anfiteatro terminale.  
Se, invece, proseguiamo sul Sentiero Roma, raggiunta una quota approssimativa di 2750 metri, comincia una traversata, con qualche saliscendi, su terreno morenico, in direzione della morena posta al centro della valle.  
Raggiunta una zona caratterizzata dalla presenza di grossi massi, troviamo, su uno di questi, l’indicazione per il bivacco Odello-Grandori e quella del Sentiero Roma che prosegue per la capanna Ponti: alcuni segnavia guidano nella salita al passo.
Ignorata la deviazione a sinistra, proseguiamo scendendo lungo una caratteristica grande placca, raggiungendo la parte alta della morena. Qui ci attende l’ultimo nato nella famiglia dei rifugi e bivacchi di Val Masino, il recentissimo bivacco Kima, a 2700, inaugurato nell’agosto del 2004, in occasione della celebre corsa in alta quota denominata, appunto, Trofeo Kima. Ottima idea, tenuto conto che un punto d’appoggio posto proprio al centro di questa valle sterminata e solitaria è quando mai opportuno: farsi cogliere dal maltempo qui, infatti, è un’esperienza che si può pagare assai cara.  
Fermiamoci qui, dunque, ad osservare la testata della valle, costituita, da sinistra, dal pizzo Torrone orientale (m. 3333, inconfondibile per la forma a punta di lancia con la quale si stacca nettamente dal profilo delle altre cime), dal monte Sissone (m. 3331), dalla punta Baroni o cima settentrionale di Chiareggio (m. 3203),  
dalle cime centrale e meridionale di Chiareggio (m. 3107 e 3093) e dal monte Pioda (m. 3431), che ruba interamente la scena al monte Disgrazia. Fra il monte Sissone, le cime di Chiareggio ed il monte Pioda si notano anche tre evidenti depressioni. La più settentrionale, cioè quella di sinistra, è denominata passo di Chiareggio (m. 3010), mentre quella più meridionale, cioè più a destra, è il più celebre e praticabile passo di Mello (m. 2992), sul quale è posto il bivacco Odello-Grandori.  
Salire al passo dalla Val Cameraccio non è agevole, perché l’ultimo tratto presenta passaggi esposti e non protetti, e non ci sono segnavia che indichino il percorso migliore per attaccare il fronte roccioso che precede il passo.
La discesa in Val Sissone è altrettanto difficile,
per cui richiede attrezzatura adeguata e consolidata esperienza.
Merita un'attenta osservazione anche la lunga e compatta costiera Remoluzza-Arcanzo, che separa la Val Cameraccio dalla Valle di Preda Rossa, e sulla quale si colloca la bocchetta Roma. Vi si individuano, da sinistra, il pizzo della Remoluzza (m. 2814), il pizzo di Averta (m. 2853), il pizzo Vicima (m. 2687) e la cima d’Arcanzo (m. 2715).
A sud, invece, si apre al nostro sguardo l'intera Val di Mello.
Altrettanto interessante, anche se più ridotta, è, infine, la costiera che si va delineando a sud-ovest, cioè la costiera del Cameraccio: vi si distinguono, proseguendo a sinistra dal passo Cameraccio, la punta Cameraccio (m. 3026), le torri settentrionale, centrale e meridionale di Cameraccio (m. 2950, 2796 e 2838), la torre di Re Alberto (m. 2627) e la punta meridionale del Cameraccio (m. 2741).

Riprendiamo, poi, il cammino, sotto lo sguardo severo e maestoso del monte Pioda, scendendo per un breve tratto la morena e piegando a sinistra quando i segnavia, che nell’intera valle sono abbondanti, lo segnalano.  
Scendiamo, così, ad una nuova e faticosa fascia di grandi massi, passando leggermente a valle di un microlaghetto alimentato dal piccolo ghiacciaio che si annida fra le pieghe del versante meridionale del monte Pioda. Non è che una grossa pozza, o poco più, si dirà; ma, dal momento che è l'unico specchio d'acqua che incontriamo in tutto il Sentiero Roma, merita anch'essa la giusta considerazione.  
Si tratta di un passaggio faticoso, perché ci dobbiamo districare con attenzione fra massi piuttosto grandi. La stanchezza si fa sentire, ma non dobbiamo perdere la concentrazione, perché qui scivolare e farsi male è facile, se non si è attenti. Riprendiamo, poi, a salire, lungo il filo di una grande morena, raggiungendo una nuova fascia di massi.  
Superato un tratto pianeggiante,  
ci avviciniamo, dopo un tratto in discesa,  
ad un primo nevaietto, superato il quale  
dobbiamo risalire una fascia di sfasciumi e placche,      
prima dell’ultimo nevaietto che precede l’attacco della costiera Remoulzza-Arcanzo.  
In quest’ultima parte della traversata si mostra, come un grande e possente scivolo di granito che si restringe sulla cima, il monte Pioda, elegante e possente. Prima di raggiungere i 2898 metri della bocchetta Roma dobbiamo risalire il fianco roccioso della costiera, superando passaggi non facili. Il primo tratto della salita è il più impegnativo: corde fisse e staffe sono necessarie per sormontare alcune grandi rocce.  
Siccome siamo stanchi, ed abbiamo appena risalito un piccolo nevaio, l’attenzione deve essere raddoppiata. Poi si sale con maggiore facilità, con un primo traverso a destra, ed un secondo a sinistra. Qui la cautela deve essere rivolta ad evitare di far cadere sassi, o di riceverne in testa:  
è facile, infatti, farli partire, e poi diventano subito pericolosi proiettili, soprattutto per chi si trova all’attacco della costiera e, avendo la visuale coperta dai roccioni, non li vede arrivare.
Probabilmente questo è il punto nel quale si accusa la maggiore stanchezza durante l’intero Sentiero Roma, perché, una volta raggiunta la bocchetta Roma, avremo superato un dislivello in altezza approssimativo di 1100 metri, camminando sempre in alta quota, il che, data la minore concentrazione di ossigeno, aumenta lo sforzo.   
Questi richiami alla cautela, dunque,
hanno una loro ragion d’essere.  
L’ultimo passaggio, anch’esso servito da corde fisse, richiede attenzione, ma alla fine siamo alla bocchetta, presidiata da un grande ometto, ben visibile anche a distanza.      
La bocchetta è panoramicissima. Ad ovest sfilano tutte le valli percorse dal sentiero, ad eccezione della Val Porcellizzo, che resta nascosta dietro quella del Ferro: da sinistra abbiamo la valle dell’Oro,  
quella del Ferro, la Val Qualido, la Valle di Zocca, un piccolo scorcio della bassa Val Torrone     
e lo scenario immenso della Val Cameraccio.   
A nord, in primo piano, il monte Disgrazia, separato dal monte Pioda dalla sella di Pioda.   
Ad est la corrugata costiera che separa la Valle di Preda Rossa dalla Val Airale (questo è il nome dell’alta Val Torreggio, in Valmalenco), sulla quale si trovano, da sinistra, la cima di Corna Rossa (m. 3180), il passo di Corna Rossa (m. 2836), che dovremo superare per completare il Sentiero Roma, ed i Corni Bruciati (m. 3097 e 3114), più volte evocati, ed ora presenti, come protagonisti, per la gioia dei nostri occhi.  
A sud-est si apre l’alta Valle di Preda Rossa, dove si trova la meta finale, il rifugio Ponti. Sul fondo, il fresco scenario della Val Gerola. Siamo su un confine. Un confine cromatico e geologico. Abbiamo lasciato il cosiddetto Plutone del Masino, vale a dire il regno del granito dalle mille sfumature di grigio, di cui la Val Cameraccio costituisce l’ultima apoteosi, ed entriamo in un nuovo regno, in cui, non fatichiamo a notarlo, la tonalità dominante è il rosso.
La denominazione stessa della Valle nella quale scendiamo, “Preda Rossa”, significa, appunto, “pietra rossa”.
 
Il colosso che la domina, il monte Disgrazia, appartiene già a questo regno, così come appartengono ad esso gli altri colossi che si trovano ad oriente, nel cuore della Valmalenco.  
La discesa verso il rifugio, non difficile e ben segnalata,
avviene fra grandi massi, descrivendo un arco che attraversa anche due piccoli nevai, per poi perdere gradualmente quota
puntando in direzione del rifugio.
Anche qui, nella parte alta, la stanchezza può giocare brutti scherzi,
perché ci dobbiamo muovere fra grandi massi, ed il pericolo di scivolare è sempre in agguato.
Dopo 6 ore di cammino dal rifugio Allievi,
eccoci, finalmente, al rifugio Ponti (m. 2559), dove possiamo pernottare prima della sesta ed ultima giornata, che prevede la traversata in Valmalenco per il passo di Corna Rossa e la discesa conclusiva a Chiesa Valmalenco o a Torre S. Maria.  
Se, però, stiamo percorrendo la terza giornata della versione più breve del sentiero, e non possiamo fermarci a dormire al rifugio, proseguiamo nella discesa sul facile sentiero segnalato, che percorre il fianco nord-occidentale (destro) dell’alta valle fra sassi e pascoli, vegliato dalla bella punta della Remoluzza,  
scendendo, poi, ripido piegando a sinistra alla piana di quota 2113 e proseguendo nella discesa, fra radi larici ed in uno scenario dominato dalla presenza imponente, sulla sinistra, dei Corni Bruciati, fino alla stupenda piana di Preda Rossa (m. 1900).  
Una perla, questa, un gioiello che regala le suggestioni più delicate al tramonto, quando il torrente, che indugia quieto in pigre anse, sembra voler trattenere, mesto, la luce del giorno.  
Poco sotto la piana  
giunge  
una strada asfaltata costruita dall’Enel quando ancora, negli anni Sessanta del secolo scorso, si progettava di utilizzarla per farne un bacino idroelettrico. La strada è oggi chiusa al transito, soprattutto perché, più in basso, ha un fondo molto sconnesso. Essa raggiunge la bucolica piana della valle di Sasso Bisòlo (m. 1500), dove si trova anche il rifugio Scotti, sulla destra, in fondo alla piana. Poi un sentiero conduce alla località Valbiore (m. 1225), presso una grande frana, dove si può lasciare l’automobile. Da Valbiore una carrozzabile asfaltata riporta, infine, a Filorera ed a Cataeggio.         

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