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Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Prato Valentino-Passo Meden-Cole Anzana-Frantelone-Lughina-Ramaione-Novaglia-Madonna di Tirano
6 h
680
E
SINTESI. Da Prato Valentino (m. 1730), incamminandoci sulla pista sterrata che segue gli impianti di risalita. Ci portiamo dapprima alla sommità del dosso Laù (m. 2034), toccando poi la località Fontanacce (a 2100 m.) e l’edificio che rappresenta il primo punto di arrivo degli impianti di risalita di Prato Valentino (m. 2140). In corrispondenza di un’evidente rete rossa di contenimento, che troviamo a destra della pista, da essa si stacca, sulla destra, a quota 2291 m., la mulattiera per il passo del Méden. La seguiamo verso nord. Con qualche saliscendi ci porta sotto il passo del Meden: qui ignoriamo il sentiero che sale a sinistra al passo del Meden e proseguiamo sulla mulattiera militare che volge a destra (direzione sud-est) e taglia il versante meridionale del pizzo Cancano, piegando poi a sinistra e traversando verso nord-est fino a portarsi ai piedi dell'ampia sella del colle d'Anzana. Ignoriamo la deviazione a sinistra del sentiero che sale al colle e proseguiamo verso est, passando ai piedi della cima del Dosso Salarsa. La mulattiera comincia poi una lunga e regolare sequenza di tornanti, incontra i primi abeti e, piegando a destra (dir. sud), passa a destra dei prati dell'alpe Frantelone (m. 1831). Procediamo in pineta, pieghiamo a sinistra e passiamo a lato di una croce in legno, prima di iniziare una nuova serie di tornanti regolari che ci porta al limite occidentale dell'alpe Lughina. Ci immettiamo quindi nella carozzabile che da Lughina scende a Villa di Tirano. Nella lunga discesa passiamo per il maggengo di Piatta (m. 1223). Più in basso, incontriamo le baite di Ramaione (m. 1109) e la bellissima piana di Novaglia (m. 980) A quota 735 ecco poi, a destra della strada, la bella chiesetta di san Sebastiano. L’ultimo tratto della discesa avviene all’ombra di un bel bosco di ontani neri, betulle e castagni. Lasciato il bosco, raggiungiamo le case più alte della frazione, dove parte, sulla sinistra, un tratturo che sale allo xenodochio di Santa Perpetua, chiesetta che merita un’attenta visita e che rappresenta un ottimo balcone panoramico su Tirano, ed in particolare sul Santuario della Madonna di Tirano (m. 438).

Eccoci giunti alla terza ed ultima tappa di questo quarto settore del Sentiero Italia Lombardia nord: dobbiamo raggiungere, completando la traversata retica, Tirano, partendo da Prato Valentino, salendo verso il passo del Méden e cominciando una lunghissima discesa, che passa per le alpi Frantelone e Lughina.
Lasciamo la Casa del Sole ed incamminiamoci, prendendo a destra, sulla strada sterrata che sale sul lungo dosso dove, d’inverno, sono tracciate le piste di discesa. La salita è un po’ monotona, ma la fatica è ripagata dall’estrema panoramicità dei luoghi. Sostiamo, allora, un attimo per passare in rassegna le cime che lo sguardo può raggiungere.
Alla nostra sinistra (est) possiamo ammirare la lunga dorsale a nord-est del passo dell’Aprica, con il monte Padrio ed il passo del Mortirolo, e sullo sfondo del gruppo dell’Adamello; di fronte a noi, a sud, la catena orobica, sulla quale si individuano, da sinistra, il monte Torena, in val Belviso, le cime di Caronella, nella valle omonima, il pizzo del Diavolo di Malgina, in val Malgina, le cime del Druet ed il pizzo di Coca, in valle d’Arigna (termine che deriva da “lariana” e, quindi, da “larix”, cioè larice), e la punta di Scais, in val Caronno; alla nostra destra (ovest), individuiamo facilmente la forma arrotondata del Culmine di Dazio, che separa la media dalla bassa Valtellina, e, proseguendo verso destra, cioè verso nord-ovest, la cima del Desenigo (o monte Spluga) ed alcune cime del gruppo del Màsino, fra cui il pizzo Badile ed il monte Disgrazia, fino alle cime del gruppo dello Scalino, che abbiamo imparato a riconoscere nelle precedenti tappe; in direzione nord, infine, l’arrotondata forma del monte Brione (da “braida”, “prato”, ma anche “luogo selvaggio”), diritta sopra di noi, ed alle sue spalle, verso destra, il monte Calighè ed il pizzo Combolo.
Dopo esserci fatta una cultura su queste cime orobiche e retiche, proseguiamo, in direzione del dosso Lau (m. 2034). Ignorata, sulla sinistra, la deviazione (m. 2133) che porta al sentiero che percorre il Viale della Formica, in direzione della Costa di San Gaetano (dalla quale si scende all’ultima baita di Dàlico), ed oltrepassata la prima cabina dell’impianto di risalita, saliamo ancora, fino ad incontrare, nei pressi di una rete di contenimento, una deviazione segnalata, sulla nostra destra: qui (siamo a 2291 metri) il Sentiero Italia si stacca dalla pista, che prosegue fino alla seconda cabina dell’impianto di risalita, e comincia una bella traversata sul versante più alto della valle di Boalzo (da “bos”, bue), in direzione del passo del Méden.

Siamo, anche qui, su una mulattiera molto frequentata, in passato, dai contrabbandieri. Il sentiero, con fondo buono, sale gradualmente, aggira un dosso che scende verso sud-est dal monte Calighè, passa ai piedi del largo vallone che scende dalla bocchetta della Combolina (m. 2568), attraversa il versante che scende dal pizzo Combolo e raggiunge il piede di un’ampia sella: qui (2405 metri), dal Sentiero Italia, si stacca, segnalata, una deviazione, sulla sinistra, che sale alla sella, dove è posto il passo del Méden, sul confine italo-svizzero (m. 2438), dal quale si può scendere all’alpe di Pescia alta ed al rifugio Anzana (m. 2050), in val Saiento, laterale della Valle di Poschiavo.
Noi, invece, proseguiamo sul sentiero che taglia il dosso Giuvel, aggirando, a 2315 metri, il versante meridionale del pizzo Cancano (m. 2435; se abbiamo un po’ di tempo, possiamo facilmente salire alla cima del pizzo sfruttando la sella del passo del Méden e percorrendo il largo crinale di confine in direzione della sua ben visibile cima erbosa). Perdiamo, poi, circa 150 metri, scendendo sul versant denominato Costone, e raggiungendo, a quota 2177 metri, il punto in cui dal Sentiero Italia si stacca, sulla destra, il sentiero che, scendendo verso sud, conduce ai begli alpeggi di Nemina alta (m. 1745), Nemina di mezzo (m. 1571) e Nemina bassa (m. 1338), dai quali si può proseguire la discesa verso Piazzeda, bel paesino sopra Bianzone.
Proseguendo per un breve tratto, ci troviamo proprio sotto l’evidente e larga depressione del passo denominato Colle o Collo d’Anzana.
Possiamo concederci, come breve fuoriprogramma di una ventina di minuti, la salita al passo (m. 2224), che, presidiato da una Madonnina, permette di accedere alla già menzionata Val Saiento. Un cartello ci informa che in una ventina di minuti possiamo, da qui, raggiungere il rifugio Anzana. Torniamo sui nostri passi e riprendiamo la traversata in direzione est-nord-est: ci attende qualche breve salita, per aggirare alcune modeste formazioni rocciose, prima di guadagnare il bel versante che si stende ai piedi della Vetta o Dosso Salarsa (m. 2254). Anche qui, spendendo un’ora supplementare di tempo, possiamo effettuare un bel fuori-programma, salendo a vista, facilmente, sul crinale di confine e raggiungendo, altrettanto facilmente, l’arrotondata cima del Dosso, alla nostra destra: saremo ripagati dalla sua estrema panoramicità.
Torniamo al Sentiero Italia, che, proprio sotto la verticale del Dosso, comincia, dalla quota approssimativa di 2000 metri, a scendere con più decisione, verso l’alpe Frantelone (m. 1831), passando a destra delle sue baite, nel cuore di un bel bosco di abeti.

Incontriamo, quindi, a quota 1720 metri, un cartello e, poco oltre, una piccola croce di legno, che precede la ripida discesa, con serrati tornantini, in direzione est-nord-est, verso l’alpe Lughina. Il sentiero, alla fine della discesa, intercetta una pista che, percorsa verso destra, porta ai prati della località Sasso Lughina (m. 1418). Noi, invece, ci dirigiamo a sinistra, scendendo ad un bivio: dalla pista principale si stacca, sulla sinistra, una breve pista che passa sotto il rudere di un’ex-caserma di finanza e termina sul limite orientale dei prati dell’alpe Lughina.
Non manchiamo di visitare quest’amena oasi, dove i prati sembrano incuranti del fatto di essere attraversati dal confine italo-svizzero. L’ultima casa che troviamo, al termine della pista, è, infatti, già in territorio svizzero, e da qui parte, segnalato, un bel sentiero che attraversa il bosco del versante est della Salarsa e raggiunge una pista che sale da Campocologno, in Valle di Poschiavo, ai prati della Piana.

A prima vista l'alpe Lughina potrebbe apparire solo un modesto ripiano di prati (a dispetto dell'antico nome, “Lunghina”), adagiati su un poggio che interrompe il ripido e selvaggio versante montuoso sul fianco occidentale della parte terminale della Valle di Poschiavo, a separare quasi brutalmente il versante retico valtellinese dalla piana nella quale il torrente Poschiavino si accinge a confluire nell'Adda, a Tirano.
Ma a considerare le cose più da vicino questo poggio modesto condensa in sé straordinari elementi di interesse storico, che coprono un arco millenario. Toponimi quali “Dosso Pagano” e “Jada”, di origine celtica, testimoniano una presenza umana ben più antica rispetto alla colonizzazione romana. Del resto a Lughina e più a monte, sul luminoso versante che ospita l'agevole colle Anzana, si aprono molteplici varchi che conducono nella Valle di Poschiavo (più in basso la presenza dello xenodochio di Santa Perpetua lo conferma), e in epoche in cui si transitava molto più su direttrici di mezzacosta piuttosto che sul fondovalle, non è difficile dedurre che mercanti e pellegrini da e per il passo del Bernina passassero talora anche di qui, oltre che, più spesso, dal sentiero più basso, all'altezza dello xenodochio, intorno ai 500 metri.
Per venire ad un'epoca molto più vicina, durante la prima guerra mondiale l'intero versante fu interessato dalla costruzione di una strada militare che sale, con andamento molto regolare, dalla contrada Ragno di Villa di Tirano al monte Brione, sopra Prato Valentino (Teglio). Secondo la dottrina del capo di Stato Maggiore Cadorna, infatti, bisognava allestire un apparato difensivo atto a contenere un'eventuale passaggio delle truppe Austro-Ungariche proprio dalla Valle di Poschiavo. La Confederazione Elvetica aveva proclamato la sua neutralità, ma Cadorna temeva che potesse ugualmente concedere al nemico tale transito. Dalle postazioni del sistema difensivo di Lughina si sarebbe controllato il movimento dell'eventuale esercito invasore, indirizzando il tiro delle artiglierie posizionate sull'opposto versante (Forte Canali). Di fatto tutto ciò fu inutile, ma resta il pregevole manufatto che ci consente di raggiungere in automobile Lughina (la strada è stata asfaltata, ma è in diversi punti piuttosto stretta ed esposta, quindi problematica nell'incrocio con altri veicoli).

Prima e dopo la guerra questa zona era assai battuta dai contrabbandieri, gli “spalloni” che ingaggiavano una costante partita a scacchi con la guardia di Finanza (proprio a Lughina venne per questo edificata una caserma della Regia Guardia di Finanza”). Il transito era anche legato ad una particolarità poco nota: oltreconfine si accede alla Val Saiento elvetica (Val Saént), prima laterale occidentale della Valle di Poschiavo, politicamente, appunto, elvetica, ma di proprietà italiana.
Vennero poi gli anni più bui della seconda guerra mondiale, nei quali il comprensorio da Lughina al passo o colle Anzana divenne una porta della speranza per tutti quegli Ebrei che, salendo fin qui da tutta Italia per sfuggire con l'espatrio in Svizzera alla deportazione nazista, speravano di poter riuscire in questo viaggio della salvezza aiutati da passatori di origine locale, cui offrivano sostanziose ricompense pur di essere guidati oltreconfine. Non si trattava di un transito agevole, perché tutte le zone nei pressi dei valichi più facili erano costantemente sorvegliate da milizie nazifasciste, per cui la scelta ricadeva sui sentieri più malagevoli ed esposti. Alcuni oscuri e tragici episodi di Ebrei precipitati da dirupi nel tentativo di transito restano come un'ombra che non si dissolve su questi luoghi.

Vicino all'alpe possiamo vedere il rudere dell'ex-caserma della Guarda di Finanza, in cima ad un roccione chiamato Dos di Pagàn, toponimo che rimanda alla persistenza di culti resistenti al processo di evangelizzazione nell'alto Medioevo. Oggi qui tutto è ordinato, quasi sempre silente, dolcemente bucolico. Ma il ricordo non può non tornare ai tragici anni del 1945 e 1944, quando la Repubblica di Salò si allineò alla direttiva hitleriana di rastrellamento totale degli Ebrei, in funzione della soluzione finale, il loro sterminio. Ad Aprica si concentrarono Ebrei provenienti dall'Italia, ma anche da paesi dell'Est Europa. Nottetempo scendevano sul fondovalle e salivano, accompagnati dai passatori, sulla mulattiera per Lughina. Non passavano da questi prati, per evitare la sorveglianza della Milizia Confinaria delle Brigate Nere. Li aggiravano, percorrendo quello che poi sarebbe stato chiamato “Sentiero della Morte”, un sentierino che passava per il pericoloso Salto del Gatto e scendeva verso il fondo della Valle di Poschiavo attraversando passaggi esposti e molto pericolosi. Non pochi infatti morirono nella traversata. Qualcuno cercava passaggi meno aspri, verso il colle d'Anzana, ma in questo caso al rischio della natura si sostituiva quello delle ronde delle Brigate Nere.

Torniamo al racconto della discesa ed al bivio: cominciamo a scendere, su una strada tracciata per scopi militari, con pendenza assai regolare. Ad un tornante sinistrorso di quota 1260 intercettiamo, di nuovo, il Sentiero del Sole, che giunge fin qui da Stavello, attraversando i boschi sopra Villa di Tirano: per l’intera discesa rimanente ci farà compagnia.
Dopo un breve tratto, eccoci al maggengo di Piatta (m. 1223). Più in basso, incontriamo le baite di Ramaione (m. 1109) e la bellissima piana di Novaglia (m. 980), dove ci sono diverse cose da osservare: innanzitutto la meridiana che si mostra sulla parete della prima baita che incontriamo; in secondo luogo il bel panorama che di cui possiamo da qui godere; infine l’evidente croce che, illuminata di notte, è ben visibile da Tirano. A quota 735 ecco poi, a destra della strada, la bella chiesetta di san Sebastiano. L’ultimo tratto della discesa avviene all’ombra di un bel bosco di ontani neri, betulle e castagni. Lasciato il bosco, raggiungiamo le case più alte della frazione, dove parte, sulla sinistra, un tratturo che sale allo xenodochio di Santa Perpetua, chiesetta che merita un’attenta visita e che rappresenta un ottimo balcone panoramico su Tirano, ed in particolare sul Santuario della Madonna di Tirano.
Ed è proprio al santuario che termina questa sezione del Sentiero Italia. Siamo in cammino da 6 ore ed abbiamo superato un dislivello, in salita, di circa 680 metri.

CARTA DEL PERCORSO sulla base della Swisstopo, che ne detiene il Copyright. Ho aggiunto alla carta alcuni toponimi ed una traccia rossa continua (carrozzabili, piste) o puntinata (mulattiere, sentieri). Apri qui la carta on-line

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