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Piazza Garibaldi a Sondrio


Scarpatetti e Castel Masegra

Posta all’incirca nel mezzo della grande piana della media Valtellina ed insieme allo sbocco della Valmalenco, in passato nodo di transito e di commerci con l’Engadina attraverso la via del Muretto, Sondrio è diventata il centro più importante di quella che nei secoli è stata propriamente la Valtellina, vale a dire i tre Terzieri, inferiore, di mezzo e superiore. Scrive Renzo Sertoli Salis, nel bel volumetto “Valtellina, fra mito e storia” (Sondrio, 1969): “Sondrio deve alla sua centralità nella provincia la circostanza di esserne stata e di esserne il capoluogo, rispetto poniamo a Tresivio, che essa sostituì agli albori dell'età moderna come sede giurisdizionale di valle, o a Teglio, borgo che — nonostante ogni dubbio in proposito — è il « topo-eponimo » della Valtellina. E' accaduto in piccolo a Sondrio ciò che è accaduto a Milano: la quale — pur essendo storicamente meno antica di altri centri della penisola — si è poi maggiormente sviluppata grazie alla sua posizione geografica, di pari passo allo sviluppo dei mezzi terrestri di comunicazione rispetto a quelli marittimi che sono invece — come è noto — alla radice della storia dei popoli.”
Difficile rintracciare il filo delle prime vicende umane. È certa la presenza umana già in età preistorica: si tratta di cacciatori che si muovevano sui versanti di media ed alta montagna. I primi insediamenti stabili si devono, invece, ai Liguri, seguiti, forse fra il XII ed il IX secolo a.C., dagli Etruschi (di tale stirpe furono le popolazioni cosiddette dei Reti), come testimoniano l’iscrizione nella vicina Montagna e la lapide di Tresivio. Poi, sul finire del V secolo a. C., si affacciarono alla valle dell’Adda i Celti. Quando, dunque, la Valtellina venne conquistata all’impero romano con la campagna di Druso (15 a.C.), sotto l’imperatore Augusto, era già popolata da genti discese da una commistione di ceppi diversi. I primi nuclei di Sondrio probabilmente esistevano già (la tradizione vuole che la prima zona di insediamento sia stata Mossini), ma erano posti non al piano, bensì sui declivi e sulle colline posti sull’uno e sull’altro lato dello sbocco del Mallero, in posizione sicura rispetto alle sue devastanti piene.
Al II secolo dopo Cristo risale quella via Valeriana di cui molto si è scritto: si trattava della prima compiuta strada di valle, che entrava in Sondrio da Castione, passava per la Sassella e la località Castellina, raggiungeva l'attuale piazzetta Carbonera e la via Romegialli; attraversava il Mallero al ponte vecchio e, passando per l'Angelo Custode, arrivava a piazzetta Quadrivio.
La disgregazione dell’Impero Romano d’occidente portò alle invasioni (o migrazioni, a seconda dei punti di vista) delle popolazioni germaniche e probabilmente Chiavenna fu inglobata, dopo il 489, nel regno ostrogoto di Teodorico, in quel medesimo V secolo nel quale si colloca la prima penetrazione del cristianesimo nella valle. Furono gettate le basi della divisione di Valtellina e Valchiavenna in pievi. “La divisione delle pievi”, scrive Enrico Besta (nella fondamentale opera “Le valli dell’Adda e del Mera…”), “appare fatta per bacini… aventi da epoche remote propri nomi, come è infatti accertato per i Bergalei, i Clavennates, gli Aneuniates”. Esse, dopo il mille, erano San Lorenzo a Chiavenna, S. Fedele presso Samolaco, S. Lorenzo in Ardenno e Villa, S. Stefano in Olonio e Mazzo, S. Eufemia o S. Pietro in Teglio, dei martiri Gervasio e Protasio in Bormio e Sondrio e S. Pietro in Berbenno e Tresivio; costituirono uno dei poli fondamentali dell'irradiazione della fede cristiana. L’offensiva Bizantina riconquistò probabilmente alla “romanità” le valli della Mera e dell’Adda, anche dopo l'irruzione e la conquista dei Longobardi (568); nell'VIII secolo, però, con il re Liutprando il confine dei domini longobardi raggiunse il displuvio alpino.
La presenza longobarda riveste una particolare importanza, perché ad essa si lega l’origine stessa del nome del borgo. Esso deriva, infatti, da “sundria”, termine che designa quei terreni i terreni che erano ceduti dal re ai privati. In epoca longobarda venne eretto un castello, nella zona dell’attuale San Lorenzo ed in sundria in questione dovettero essere le terre coltivabili concesse, sul finire del secolo VII, a quanti abitavano nelle dimore presso il castello.
Scrive Renzo Sertoli Salis, nel suo studio sui toponimi di Valtellina e Valchiavenna: “La forma dialettale Sondri concorda in questo caso coi documenti (loco Sundri fin dal 994 in Cod. Long., 1560), così come il Pons Sunderascus, pure ivi documentato, coincide con l'aggettivo dialettale sòndrasch. Certo la tesi del Quadrio e degli storici retici su un'origine etrusca è oggi del tutto superata e solo cara ai dotti più amanti di folclore che di filologia, che vi ravvisano una corrispondenza con Sutri. La voce longobarda sundrium (sundro, sala sundrialis) è poi quella tedesca sondern, separare, sonderlich, particolare: cioè proprietà specifica, esclusiva. Sundrium era dunque il terreno tenuto e lavorato dal padrone da sè o con l'opera di servi (Olivieri, 517), oggi corrispondente alla cosidetta conduzione in economia. E sull'etimo di Sondrio non pare che possano sussistere ancora dubbi.”
Quasi un secolo dopo, nel 774, i Longobardi furono, però, sconfitti da Carlo Magno, ed al loro dominio subentrò quello dei Franchi; Valchiavenna e Valtellina rimasero parte del Regno d’Italia, sottoposto alla nuova dominazione franca. L’inserimento in un impero che ebbe un respiro Europeo (e fu di fatto primo nucleo dell’Europa), molto giovò all’importanza di Sondrio, perché i traffici commerciali dall'Adriatico alle zone renane scavalcavano le Alpi anche passando per la Valtellina, e Sondrio si trovava in posizione nodale. I traffici commerciali favorirono il primo sviluppo del borgo.

Probabilmente furono tracciate in questo periodo i due rami bassi di quella via che risaliva l’intera Valmalenco fino al Muretto, il ramo occidentale di Mossini e quello orientale di Ponchiera, sorvegliati dai due castelli di S. Giorgio e Masegra.
Al periodo carolingio risale anche la donazione feudale della Valtellina al lontano monastero parigino di San Dionigi.
La frammentazione dell’Impero di Carlo portò all’annessione del Regno d’Italia al sacro Romano Impero. Si tratta di un periodo di decadenza rispetto ai promettenti sviluppi del secolo IX. Il 3 settembre 1024 l’imperatore Corrado succedette ad Enrico II, inaugurando la dinastia di Franconia, e confermò al vescovo di Como i diritti feudali su Valtellina e Valchiavenna; nel medesimo periodo un altro potente vescovo, quello di Coira, estendeva i suoi diritti feudali su Bormio e Poschiavo.
All’imperatore Corrado succedette Enrico, che concesse ad un Alberto dei Capitanei di Bellinzona l'investitura delle terre delle pievi di Berbenno e di Sondrio. Dal suo stemma derivò, probabilmente, quello di Sondrio, costituito da due palme e due spade incrociate in campo azzurro. La storia di Sondrio fu così legata, per diversi secoli (l’estinzione è del secolo XV), alla famiglia dei Capitanei, che faceva dei castelli di S. Giorgio e Lorenzo e di Masegra il centro della propria potenza, ma che possedeva anche, ad occidente, quelli d Castione e del Larice. Non mancava a costoro l’orgoglio e la coscienza del proprio lignaggio: si ritenevano discendenti di Orlando, di cui vantavano di possedere nientemeno che il celeberrimo corno legato all’epopea di Roncisvalle. Al tempo della contrapposizione fra guelfi e ghibellini, i Capitanei si posero dalla prima parte, appoggiandosi ai Torriani di Milano ed ai Vitani di Como e contrapponendosi alla fazione ghibellina, che, a sua volta, aveva nei castelli Grumello e Mancapane le proprie roccaforti.
Il Medio Evo, si sa, fu segnato da spirito di fazione e rivalità: non stupisce, quindi, che nella stessa famiglia sia sorta la contrapposizione fra Capitanei bianchi di Sondrio e i neri di Berbenno e di Stazzona. Ma le vicende del borgo non erano solo legate a quelle delle sue principali casate: si gettavano le premesse anche per lo sviluppo delle istituzioni comunali. In un atto del 1067, con cui Albizo del fu Bonifacio, abitante a Sondrio, vendeva una pezza di terra situata nel luogo di Ossuccio, si trova per la prima volta citato il toponimo. Successivamente comparve l’articolazione del comune, imperniata sul Consiglio di Comunità e sul Decano. Il consiglio, organo deliberativo della comunità, era presieduto dal decano e composto da sette consiglieri, tre per la quadra dei nobili e uno per ciascuna delle quattro quadre dei vicini, ai quali si aggiungeva l’anziano della Valmalenco (fino al secolo XIV tale valle fu unita al comune di Sondrio) nei casi in cui l’argomento trattato fosse di interesse comune. Il decano di Sondrio, a sua volta, era responsabile della gestione finanziaria della comunità, convocava e presiedeva il consiglio, garantiva l’osservanza degli ordini comunali e partecipava ai consigli di terziere in rappresentanza del comune.
Sondrio, dunque, era roccaforte guelfa; per questo, nel 1292 e nel 1304 fu in due riprese assalita dai Rusconi, ghibellini di Como, e quasi totalmente distrutta, per poi essere ricostruita, nel 1325, con una cinta di mura. Le principali famiglie di Sondrio erano, allora quelle dei de' Capitanei Dusdei, Ferrari, Lavizzari, Vitani, Pusterla, Attolini, Vacani, Giussani, Zarri, Cugnoli. L'iniziativa era partita dal Podestà di Sondrio, Egidio de' Capitanei. Due anni dopo, nel 1327 i sondriesi ospitarono il vescovo di Como, Benedetto, cacciato dai Rusconi. Nel 1329 le mura del borgo vennero messe alla prova dalla spedizione del ghibellino Franchino Rusca, il quale, costruito sulla riva dell’Adda il Castelletto, si accinse all’assedio di Sondrio. Il borgo, però, resistette, anche perché i Capitanei erano riusciti ad impadronirsi di Castel Grumello, cacciandone i De Piro. L’esito fu, dunque, la pace: le molti dei combattenti, addirittura, vestendo il saio della penitenza, partirono per un pellegrinaggio a Roma. Tra i partecipanti vi era anche Tebaldo de' Capitanei, che portò la famiglia al massimo della sua potenza, grazie al suo valore in guerra ed alle sue fini doti diplomatiche. Ma una svolta di grande importanza per la futura storia dell’intera Valtellina stava maturando come esito di un conflitto ben più importante, quello fra Como e Milano, che vide la seconda definitiva vincitrice.

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Nel 1335, infatti, Como, e con essa Valtellina e Valchiavenna, vennero inglobate nella signoria milanese di Azzone Visconti. Sul carattere generale di tale dominazione, scrive il Romegialli, nella sua "Storia della Valtellina" (1834): "Noi lontani da sospettosi loro sguardi; noi popoli di recente acquisizione, noi senza famiglia con motivo o forza da rivalizzare con essi; noi per più ragioni, da Visconti riguardati con amore e in pregio tenuti, dovettimo essere ben contenti dell'avvenuto mutamento. Aggiungasi che il nostro interno politico economico regime, poco tuttavia distava dal repubblicano. E diffatti ci erano serbate le antiche leggi municipali, e soltanto dove esse mancavano, dovevano le milanesi venire in sussidio... Deputava il principe, non già Como, alla valle un governatore... Il governatore chiamavasi anche capitano, al quale associavasi un giudice o vicario... I pretori ed ogni altro magistrato liberamente eleggevansi dal consiglio della valle; e il supremo tribunale, cui presiedeva il capitaneo, stava in Tresivio."
Il già citato Tebaldo dei Capitanei, guelfo, non poteva, ovviamente, guardare con favore al questa svolta, essendo i Visconti ghibellini; ed infatti questi, nel 1367, lo cacciarono dal castello Masegra, nel quale però, anche grazie all’appoggio della popolazione, rientrò l'anno stesso. Nel 1370 fu egli a promuovere una vasta ribellione di comuni valtellinesi contro Gian Galeazzo Visconti. La ribellione non scosse i nuovi signori milanesi, e terminò con un’amnistia per i ribelli e con la promessa di salvaguardia delle antiche autonomie locali.
Dal 1381 Gian Galeazzo Visconti stabilì che il governatore della Valtellina, che svolgeva le funzioni di giudice universale di valle, con alcuni luogotenenti, podestà e vicari nei singoli terzieri, dovesse risiedere a Tresivio, e  sempre a Tresivio, dal 1395 fino al 1512 si insediò il capitano della Valtellina. Sondrio pagava, probabilmente, l’essere stata centro della ribellione antiviscontea. Solo con il 1512 e l’avvento della signoria delle Tre Leghe Grigie venne riconosciuta come centro amministrativo della Valtellina. La Valtellina era ripartita nei terzieri superiore (con capoluogo Tirano), di mezzo (con capoluogo Tresivio), inferiore (con capoluogo Morbegno); Teglio non faceva capo alle giurisdizioni di terziere. Il giudice generale di valle (poi governatore di valle) risiedeva in Tresivio. Il giudice generale, di nomina ducale, svolgeva le funzioni di giudice d’appello, sempre con sede in Tresivio, ed era anche detto podestà della Valtellina. La Valtellina conservò però la sua autonomia locale, tanto che i pretori venivano eletti dal consiglio di valle, che era l’organo in cui si riunivano i rappresentanti delle giurisdizioni.   
Il successivo secolo XV si aprì con la contrapposizione fra Milano e Venezia, che, già signora di Bergamo e delle valli orobiche della Bergamasca, ambiva ad impossessarsi della Valtellina per controllare interamente le vie commerciali dall’Adriatico ai principali passi alpini della Rezia. La resa dei conti si ebbe a Delebio, il 18 novembre 1432, ed i veneziani furono sconfitti. Sondrio rimase, però, ai margini della contesa.
Caduti i Visconti e terminata la breve esperienza della repubblica milanese (1447), i Milanesi accolsero per loro signore Francesco Sforza. Fu un periodo particolarmente felice nella storia sondriese. Scrive, al proposito, Bruno Credaro, nel suo bel volumetto "Sondrio", edito a cura del comune di Sondrio nel 1954:
A Sondrio si riattivarono e prosperarono i commerci di transito; accordi commerciali dello Sforza con gli stati del nord aprirono sbocchi sempre più facili per il vino e risale a questo tempo un intensificarsi dei dissodamenti dei terreni della falda pedemontana retica; crebbe la superficie coltivata a vigna e la vendemmia diventò allora, per i terzieri inferiore e medio della valle, la sorgente maggiore di ricchezza. I vini di Sassella e di Grumello acquistarono sempre maggiore fama nei paesi del settentrione.
Si inizia in questo periodo nel comune di Sondrio e si intensifica nei decenni successivi un profondo rinnovamento sociale: decadono molte famiglie feudali che avevano fino ad allora avuta la proprietà quasi completa del territorio e a fianco delle mezzadrie si affermano le enfiteusi che affidavano a tempo illimitato la terra alle famiglie dei contadini, con corresponsione di un canone annuo in natura. L'enfiteusi dà così una sicurezza di vita e una continuità del possesso che mette fine quasi completamente ai rapporti servili. Incomincia anche a formarsi una proprietà agricola, per lo più in seguito al dissodamento di terreni comunali che vanno in possesso dei contadini e questo si verifica soprattutto per i prati nella zona di mezza montagna. Pare naturale che da questo sia derivato un progresso nell'allevamento del bestiame grosso e che per i maggenghi e per i pascoli abbiano da allora scampanellato sempre più frequenti le mandrie delle mucche accanto a quelle delle capre e delle pecore. L'aumentata produzione del latte assicurò ai montanari un nutrimento migliore, anche se ancora era diffusa la pellagra, indice della povertà, che sparì solo sul finire del secolo scorso.”
Si tratta, però, anche di un periodo nel quale si affacciarono alla storia di Sondrio e della Valtellina quelli che sarebbero stati, dal 1512, i nuovi signori delle valli dell’Adda e della Mera, le Tre Leghe Grigie (Lega Grigia, Lega Caddea e Lega delle Dieci Giurisdizioni, che si erano unite nel 1471 a Vazerol), le quali miravano ad inglobarle nei loro territori per avere pieno controllo dei traffici commerciali che di lì passavano, assicurando lauti profitti. Nel 1487, fra il febbraio ed il marzo, le loro milizie invasero il bormiese, saccheggiando sistematicamente i paesi della valle da Bormio a Sondrio. Le truppe ducali si mossero per fermarne l’avanzata e, dopo alcuni episodi sfavorevoli, riuscirono a sconfiggerle nella piana di Caiolo. Non si trattò, però, di una vittoria decisiva e netta, come dimostra il fatto che le milizie grigione si disposero a lasciare la valle solo dopo la pace di Ardenno (1487), che prevedeva il cospicuo esborso, da parte di Ludovico il Moro, di 12.000 ducati a titolo di risarcimento per i danni di guerra.
Si trattò solo di un preludio, di un segno premonitore di quel che Valtellina e Valchiavenna sarebbero apparse ai loro occhi nella successiva generazione, una inesauribile macchina per far soldi, diremmo noi oggi. Di lì a poco, nel 1500, Ludovico il Moro con la sconfitta di Novara, perse il ducato di Milano ad opera del re francese Luigi XII. Per dodici anni i Francesi furono padroni di Valtellina e Valchiavenna; il loro dominio, però, per dispotismo ed arroganza, lasciò ovunque un pessimo ricordo, cosicché il loro rovescio e l’inizio della dominazione delle Tre Leghe Grigie (1512) venne salutato non con entusiasmo, ma almeno con un certo sollievo. I nuovi signori proclamavano di voler esercitare un dominio non rapace e prepotente, ma saggio e rispettoso delle autonomie dei valligiani, chiamati "cari e fedeli confederati" nel misterioso patto sottoscritto ad Ilanz (o Jante) il 13 aprile 1513 (di cui si conserva solo una copia secentesca, sulla cui validità gli storici nutrono dubbi); Valtellina e Valchiavenna figuravano come paesi confederati, con diritto perciò di essere rappresentati da deputati alle diete; le Tre Leghe promisero, inoltre,di conservare i nostri privilegi e le consuetudini locali, e di non pretendere se non ciò che fosse lecito e giusto. Ma, per mettere bene in chiaro che non avrebbero tollerato insubordinazioni, nel 1526 abbatterono, non potendoli presidiare, tutti i castelli di Valtellina e Valchiavenna, per impedire ogni velleità di ribellione.
Sulla natura di tale dominio è lapidario lo astorico Enrico Besta: "Nessun sollievo rispetto al passato; e men che meno un limite prestabilito alla pressione fiscale. Nuovi pesi si aggiunsero ai tradizionali... I Grigioni... ai primi di luglio del 1512... imponevano un taglione di 21.000 fiorini del Reno pel pagamento degli stipendiari del vescovo di Coira e delle Tre Leghe.... Per quanto si cerchi non si trova al potere dei Grigioni altro fondamento che la violenza. Sarà magari verissimo che i Grigioni non fecero alcuna promessa ai Valtellinesi; ma è anche vero che questi non promisero a loro una perpetua sudditanza".
Le Tre Leghe concessero, comunque, a Valtellina e Valchiavenna, pur nella subordinazione, un alto grado di autonomia. La Valle, sempre divisa in tre Terzieri, era amministrata da un consiglio detto di valle, con deputati nominati da ciascuna delle giurisdizioni, gli agenti di valle. Ogni deputato era nominato dal consiglio di una singola giurisdizione (a Sondrio ne erano riservati 3). I due contadi di Bormio e Chiavenna si amministravano autonomamente, ma, per le questioni di comune interesse, mandavano il loro voto per iscritto, o deputati delegati a rappresentarne gli interessi. Avevano propri codici e statuti Chiavenna, la valle S. Giacomo, Piuro, le singole giurisdizioni della Valtellina, e la contea di Bormio. Nel 1531 i Valtellinesi stesero un progetto di fusione delle leggi o statuti, e lo presentarono alla dieta o governo delle Tre Leghe Grigie, per l'approvazione col nome di Statuti di Valtellina, ove erano raccolte le disposizioni in materia civile e criminale e le discipline nel ramo acque e strade. Ogni comune, poi, aveva propri ordinamenti, chiamati Ordini comunali, approvati però dal governatore, come lo erano tutte le gride comunali, che ne portavano la firma, limitata però al nome di battesimo.


Ponchiera

Non fu, in generale, il cinquecento secolo clemente, almeno nella sua prima metà: la natura si mostrò più volte piuttosto matrigna che madre. Nel 1513 la peste infierì in molti paesi della valle, Bormio, Sondalo, Tiolo, Mazzo, Lovero, Tovo, Tresivio, Piateda, Sondrio, Fusine, Buglio, Sacco, e Morbegno, portandosi via diverse migliaia di vittime. Dal primo agosto 1513 al marzo del 1514, poi, non piovve né nevicò mai, e nel gennaio del 1514 le temperature scesero tanto sotto lo zero che ghiacciò perfino il Mallero. L’eccezionale ondata di gelo, durata 25 giorni, fece morire quasi tutte le viti, tanto che la successiva vendemmia bastò appena a produrre il vino sufficiente ai consumi delle famiglie contadine (ricordiamo che il commercio del vino oltralpe fu l’elemento di maggior forza dell’economia della Valtellina, fino al secolo XIX). Le cose andarono peggio, se possibile, l’anno seguente, perché nell’aprile del 1515 nevicò per diversi giorni e vi fu gran freddo, il che arrecò il colpo di grazia alle già duramente colpite viti della valle. Nel comune di Sondrio, annota il Merlo, cronista del tempo, vi furono in tutto solo un centinaio di brente di vino. Nel 1526 la peste tornò a colpire nel terziere di Mezzo, e ne seguì una dura carestia, come da almeno un secolo non si aveva memoria, annota sempre il Merlo. L’anno successivo un’ondata di freddo e di neve nel mese di marzo danneggiò di nuovo seriamente le viti. Dalle calende d’ottobre del 1539, infine, fino al 15 aprile del 1540 non piovve né nevicò mai, tanto che, scrive il Merlo, “per tutto l’inverno si saria potuto passar la Montagna dell’Oro (cioè il passo del Muretto, dall’alta Valmalenco alla Val Bregaglia) per andar verso Bregaglia, che forse non accadè mai tal cosa”. La seconda metà del secolo, infine, fu caratterizzata da una grande abbondanza di inverni rigidi e nevosi ed estati tiepide, nel contesto di quel tendenziale abbassamento generale delle temperature, con decisa avanzata dei ghiacciai, che viene denominato Piccola Età Glaciale (e che interessò l’Europa fino agli inizi dell’Ottocento). C’è davvero di che far meditare quelli che (e non son pochi) sogliono lamentarsi perché non ci sono più le stagioni di una volta…



Mossini

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Un quadro della situazione di Sondrio a cavallo fra Cinquecento e Seicento ci viene offerto dalla celebre opera di Giovanni Güler von Weineck (uomo d'armi e governatore della Valtellina per le Tre Leghe Grigie nel biennio 1587-88), “Raetia”, pubblicata a Zurigo nel 1616 (e tradotta in italiano dal tedesco da Giustino Renato Orsini).
Dopo Colda, procedendo per il monte, al principio della Valmalenco, si incontra il piccolo villaggio di Ponchiera. Al disotto di questo giace nella pianura il celebre borgo di Sondrio, capoluogo di tutta la Valle e residenza del governo.
Questo borgo circa l'anno 1200, sorgeva in alto verso Masegra e si estendeva fino al piccolo castello, dove sorge adesso la chiesa di S. Siro.
In quei tempi si usava dar di fiato in un corno, ogniqualvolta si voleva convocare il comune a consiglio; e le adunanze si tenevano in mezzo al colle dí Masegra. Ma poscia, per le guerre continue, il borgoed il castello vennero distrutti; quindi i cittadinisuperstiti cominciarono di bel nuOvo a fabbricare nelluogo che in seguito fu detto Villa, proprio al disottodella chiesa di S. Eusebio, tale località s'accrebbe di discreta popolazione fino all'anno 1309.Allora Sondrio, insiemecon altre città di fazioneguelfa, si opposeostilmente all'imperatore Enrico VII di Lussemburgo, quando egli venne inItalia percingere la corona imperiale, e perciò il borgo fu una seconda volta incendiato e distrutto dall'esercito imperiale. In seguito a ciò i Sondriesi si decisero diabitare nellaregione sottostante al colle di Masegra, precisamente dove Sondrio sorgetuttora: la posizione, come sivede, fu ben scelta, godendo della aria buona e pura che a lei conduce un grosso torrente alpino detto Mallero, il quale, provenendo dal nord, percorre la lunga Valmalenco attraverso rocce e dirupi, apportatore di una mirabile frescura a tuttigli abitati che sorgono sulle due rive. Questo fiume è anche varcato da un lungo e largo ponte, una volta di legno, ma ora in muratura e solidamente sostenuto da alcune belle arcate: ivi, il mattino e la sera d'estate, si può godere il fresco passeggiando, come altresì sulla piazza vicina e meglio ancora andando per la riva del fiume, lungo i mulini ed i magli che sorgono in una verde valletta, chiamata Gombero.
Sondrio, perchè era tenacemente guelfa, ebbe molto a soffrire dal contrario partito ghibellino; ma in particolar modo le fu nemico Franchino Rusca, capitano e signore della città di Como. Perciò i Sondriesi l'anno 1318 furono costretti, per loro difesa, a cingersi di un fossato; ma poichè questo non for­niva loro un sufficiente riparo, più tardi — l'anno 1325 — quando Franchino Rusca ebbe occupato con poderose forze il borgo ed il castello di Tresivio, eressero anche una cinta di mura, ripartendo le spese sopra i beni: di maniera che per ogni lira di estimo si fosse obbligati ad edificare otto braccia di muro in lunghezza e dodici in altezza. Autore di quest'opera fu Tebaldo De Capitani; ma altri l'attribuiscono ad Egidio suo zio; ora può darsi benissimo che entrambi vi abbiano contribuito, aggravando di tasse i propri beni. poichè i De Capitani allora erano signori feudali di Sondrio e di altri paesi guelfi. Molti Vitaní, che Franchino Rusca aveva bandito da Como e che si erano rifugiati a Sondrio. aiutarono non poco la fabbrica delle mura con le loro contribuzioni.
L'anno 1328, Franchino Rusca e tutta la città di Como caddero in disgrazia e nell'interdetto del Papa Giovanni XXII. per aver ripudiato Benedetto Asinaghi, loro vescovo ordinario; ma tuttavia si arrogavano il dominio di Sondrio e di altri paesi. I Sondriesi allora, insieme con altri comuni finitimi della Valtellina. ottennero dal papa testè menzionato diplomi di libertà, e per conservare la loro libertà eressero la torre sul Monte Cucco (60). Ma Franchino Rusca non volle per questo che Sondrio fosse libera e l'assediò, chiamando in suo aiuto il fratello Ravizza, il quale accorse con un grosso esercito, mettendo a ferro e fuoco tutto ciò che trovava fuori dalle mura. Egli si accampò in mezzo alla pianura che giace davanti a Sondrio, nella località detta alla Croce dei Canova; ed ivi piazzava due macchine da guerra, colle quali quotidianamente infliggeva alla città gravi danni, sia agli edifici che alle vite umane.
Gli assediati ricevevano però qualche aiuto; particolarmente era giunto in loro soccorso Bucellario con un buon nerbo di forze dalla Val Seriana, diocesi di Bergamo; e con tale aiuto, come altresì con quello degli abitatori della montagna di Sondrio, i Sondriesi fecero animose sortite, guidati dal loro duce, Lazzarino da Lucino: piccolo, ma coraggioso ed accorto capitano. Essi, inoltre, avevano disposto alcune macchine da tiro, con le quali arrecavano non poco danno al nemico; anzi, spesso sconquassavano le artiglierie avversarie, colpendole con grosse pietre.
Talvolta gli assediati dovettero respingere degli assalti; tal altra fecero delle sortite ed attaccarono scaramucce col nemico. Una volta questi piombò loro addosso al di là del Mallero, in quella parte del borgo che si trova a ponente e che si dice Cantone; ad essa fu appiccato il fuoco, cosi che abbruciò quasi tutto, tranne le case dei Vaccani e qualche altra che il fuoco non potè distruggere. Alla fine però i Ghibellini, non senza gravi perdite, sì ritirarono e furono respinti al di là del Mallero. Ambedue le fazioni si arrecarono reciprocamente gravi danni con rapine, uccisioni ed incendi; ed ogni cosa rincaro assai, tranne il vino e la carne, che rimasero ai prezzi ordinari.
In seguito le due fazioni pattuirono una tregua,per la quale l'assedio fu tolto. Ma molti dei nemicisi trattennero in un castello che sorge dentro l'Adda, sopra un dirupo; e, spirata la tregua. corserotutta la campagna posta davanti a Sondrio, arrecando danni e ricevendone. Ciò accadde sino all'anno 1331, in cui Giovanni, re di Boemia, uno dei figli dell'imperatore Enrico VII, venne in Italia, apportando ai Guelfi grande spavento. Perciò anche i De Capitani ne ebbero preoccupazione e ripararono nel miglior modo possibile i loro castelli in Sondrio ed altrove.
Frattanto i Ghibellini si assunsero il compito di estirpare con astuzia dal paese i De Capitani e tuttii loro aderenti: a tal uopo si guadagnarono un talUberto Scannabecco. il quale. spacciandosi per capitano del re Giovanni partì da Bergamo con unaorda di fantaccini e di cattivi soggetti. e venne accolto nella rocca di Grumello da Giorgio De Piro.
Anche Egidio De Capitani, che nulla sapeva della trama, lo accolse in Sondrio onoratamente. Ma, quando il truce disegno. per divina provvidenza; fu segretamente palesato ai De Capitani, essi si misero al sicuro con l'aiuto dei loro amici; poi diedero tal lotta ad Uberto. davanti al castello, che egli dovette partirsene con vergogna. senza aver nulla conchiuso. Frattanto i De Capitani si erano levati a tale potenza che essi, e particolarmente Tebaldo, erano veduti con grande malanimo dai loro compaesani, i quali il temevano. Franchino Rusca, sentendo questo, mosse di nuovo col suo esercito contro Sondrio, per distruggere ancora una volta le mura, che egli riteneva opera spregevole: a lui prestò aiuto anche Azzone Visconti, principe di Milano e di Como (la quale nel 1335 gli si era data in signoria); così che le mura di Sondrio furono rase al suolo. Ai nostri giorni appena se ne scorge qualche vestigio.
I De Capitani ebbero sempre grande potenza inquesti luoghi: ed è risaputo che ifratelli Enrico e Giacomo De Capitani, figli di Galvagno da Sondrio, diedero libero il passo attraverso la valle all'imperatore Federico Barbarossa ed al suo esercito, durante la guerra che egli condusse contro Milano; così pure l'imperatore fu favorito in tale passaggio dai più ragguardevoli cittadini di Como,di Bellinzona, di Locarno e d'altri luoghi.
Alcuni (non so con quale fondamento) fanno derivare la schiatta dei De Capitani da Viviano, figlio di Roberto da Chiaromonte in Francia; il padre poi di Roberto sarebbe disceso da un altro Viviano, che era strettamente cugino del paladino Orlando. Pretendono quindi che questo Viviano, figlio di Roberto, abbia avuto da una damigella di sangue reale un figlio bastardo, chiamato Alberto; per cui egli dovette andare in esilio dalla Francia. Dapprima si visitò pure Locarno, vi si trattenne perun mese ospite dei tre fratelli; allora il già menzionato Alberto, figliolo di Viviano, entrò talmente nelle grazie dell'imperatore, che questi non soltantolo dichiarò figlio legittimo, ma lo volle pure suocortigiano.
Poi l'imperatore bandi in Milano un grande torneo, nel quale avendo il predetto Alberto conseguitala palma, Corrado il Salico gli regalò alcune terre.dazi e diritti signorili già pertinenti all'impero inValtellina, nominandolo capitano, ossia governatoredi tutto quel tratto di paese. Da tale carica egli ed i suoi successori assunsero il nome di De Capitani, come i Visconti ed i Vicedomini nel ducatomilanese presero il nome delle cariche che esercitavano.
Dagli antichi rogiti risulta che Alberto De Capitani eresse in Sondrio un castello sui dirupi di Masegra, l'anno 1048, ed un altro a Castione. Egli morinel 1080, lasciando trefigli: Ugo, Corrado e Giacomo. Da Ugo discendono i De Capitani Bianchi e da Corrado i De Capitani Neri, La loro graduale discendenza appare negli archivi notarili. Quanto alramo dei De Capitani Neri, abbiamo la seguente genealogia: Corrado, Montano, Goffredo, Ottone, Goffredotto, Ruggero, Corrado, Egidio. I De CapitaniBianchi hanno pure una lunga discendenza;ed entrambi i rami fiorirono numerosi ed assai potenti.
I De Capitani hannofondato il convento di monache a S. Lorenzo, sopra Sondrio, l'altro convento di monache a Santa Perpetua e a San Romerio presso Tirano, il canonicato di S. Giacomo in Valmalenco e il beneficio di S. Giacomo a Stazzona, insieme con molti altri benefici; da loro venne anche edificato il castello di Stazzona, quello di Santa Perpetua presso Tirano e quello di Valmalenco, insieme con parecchi altri.
Essi erano capi del partito guelfo, mentre i Rusconidi Como capitanavano i Ghibellini; ed entrambi i partiti si danneggiarono reciprocamente, nelle vite umane e nei beni. Fra l'altro il castello di Masegra fu una volta incendiato e distrutto dai Rusconi, con tutto quello che vi era dentro. Perciò Ruggero e Corrado De Capitani volevano abbandonare Sondrio e stabilirsi in altri loro castelli; ma, dal comune di Sondrio, che teneva in loro una difesa contro i Ghibellini, furono supplicati di restare mediante un compromesso, rogato pubblicamente il 9 aprile 1307 dal notaio di Como Nicola da Corte, a richiesta di entrambe le parti: compromesso col quale il comune di Sondrio s'assumeva di pagare fole (Traona), vetustissima famiglia comasca che ebbe feudo tutta la bassa Valtellina, da Sonico alla Val Masino. Nel 700 li, troviamo ancora. sebbene decaduti, a Varenna, a Sondrio, a Villa di Tirano, ed a Dazio: atte le tasse e le imposizioni, tosi ordinarie che straordinarie, per Ruggero. Corrado e loro successori in perpetuo. conservando nondimeno ai De Capitani il diritto di partecipare a tutti gli utili della comunità, come gli altri abitanti.
Teobaldo De Capitani si fece menzione sopra a proposito delle mura di Sondrio, era figlio di questo Corrado. Il distrutto castello di Masegra venne dai fratelli Nicodemo e Francesco De Capitani, figli di Teobaldo, riedificato nel1413, col consenso del duca di Milano.L'anno seguente, 1414, nel mese d'agosto, Nicodemo a nome proprio ed a nome ancora di tutti i comunità del terziere medio e dell'intiera Valtellina, appartenenti alla fazione guelfa, con tutti i loro aderenti ed alleati, pattuiva un accordo cogli ambasciatori di Poschiavo alui inviati col consenso delvescovo di Coira, signore temporale di quella valle: con tale patto il comune di Poschiavo si obbligava a non fare nessunapace, nè accordo con nessuno della fazione guelfa, senza che ne fosse consapevole e aciòconsenziente il predetto Niccodemo: e tuttociòvenne convalidatoda giuramento. Francesco, figlio di Niccodemo, ebbe un unico figlio, Anton Francesco, nel quale si estinse la discendenza maschiledei De Capitani: come vedremo. Presso questo Anton Francesco De Capitani ancora esisteva, trasmessa di padre in figlio, la celebre scacchiera del conte Orlando, intagliata stupendamente in avorio: e i De Capitani la conservavano, come prova della loro origine.
I forti manieri che sorgevano a Masegra, sopra un dirupo volto a mezzanotte e posto fra Sondrio e Ponchiera, furono ininterrottamente abitati dai De Capitani sino alla loro estinzione: poi, insieme con altri privilegi di giurisdizione. decime, cacce ed altri diritti signorili e possessi, toccarono in eredità, per matrimonio, ai Beccaria...
In Sondrio fiorirono molte altre famiglie ragguardevoli e nobili: i Paravicini, i Marlianici, i Merlo. gli Schenardi, i Vitani, i Lavizzari, i Venosta, i Carbonera, i Pusterla con altre ancora; e ciascuna di queste ha prodotto uomini illustri. La casa dei Paravicini ha dato al mondo il medico famoso detto il Cantono, dal luogo di sua dimora, e il di lui figlio Ermete: onoratissimi sono anche il nobile signor Cesare e il di lui figlio Prospero, che ebbe in moglie una contessa Martinengo. specchio di virtù, e fu padre di bella e numerosa prole. A questa famiglia appartenne pure Fancesco, ricco e ragguardevole gentiluomo, padre di Orazio: e parimenti Nicola. professore di diritto. avvocato distintissimo, uomo di grande ingegno e di grande religiosità. Dei Marlianici furono famosi i seguenti: Nicola, dottissimo in entrambi i diritti e in teologia, buon oratore e armonioso poeta; Fabio, valoroso guerriero ed uomo liberale: Filossio, intelletto elevato; Celsio che per lunga esperienza politica godette bella fama: e Viviano. dottore in medicina.
I Merlo hanno parimenti avuto un dottore in medicina, chiamato Bernardo. Fra gli Schenardi possiede chiara nominanza Gian Francesco, dottore in entrambi i diritti; infatti per acume giuridico e concisione oratoria non si può facilmente trovare un altro da anteporgli; egli ottiene maggiore successo con poche e convenienti parole che parecchi altri con un lungo discorso.
I Vitani hanno dato G. Battista, dottore in medicina, così eccellente nella sua arte che, nei casi più difficili, egli veniva richiesto, anche in paesi lontani e stranieri. Nella casa dei Lavizzari abbiamo Fabrizio. dottore in entrambi i diritti, gentiluomo gaio e scherzevole. I Venosta hanno avuto Giovanni. famoso causidico. Nella famiglia Carbonera fiorì Nicola. padre di Alessandro, gentiluomo di modi signorili e liberali, Dei Pusterla ben due salirono in Sondrio alla dignità di arciprete.
Si noti che questo borgo è sede di una famosa arcipretura e di un capitolo. Il Comune di Sondrio da nessuno ha avuto maggior lustro che dal nobilissimo gentiluomo Ulisse Martinengo, conte di Barco, il quale si ritirò in qua sto borgo ed ivi si fabbricò un forte e signorile palagio, donde così ai cittadini che ai agli impartì liberalmente cortesie e benefici. Egli era un gentiluomo di singolare dottrina, di grande esperienza in tutti gli affari mondani, di retta coscienza. di onesta condotta e di pii costumi. Infatti il solo sentimento religioso l'aveva indotto a trasferirsi in questo paese, per potere, senza ostacoli e pacificamente, servire a Dio, alla fede e alla verità, mediante la spiegazione della Sacra Scrittura: come fece difatti con grande zelo sino alla sua morte. Egli fu onorato ed amato da parecchia gente; e nessuno mai lo conobbe, senza concepire di lui la stima più elevata. Finì i suoi giorni in Chiavenna nel 1609, di anni 72, e così piamente, che quelli che assistettero alla sua morte rimasero assai edificati. La sua fine fu compianta da molti.
Quando nel 1512 la peste fece grande strage a Bormio, Sondalo,  Tiolo, Mazzo, Sparso, Lovero e Tovo e nell'anno seguente (1513) a Tresivio, Piateda, Fusine, Buglio, Morbegno e Sacco, allora morirono in Sondrio, nel mese di agosto, quattro persone della famiglia di Lorenzo Bettuzzi, e nel seguente novembre altre quattro della famiglia di Abbondio Del Giano ai Mossini, senza che la peste si diffondesse maggiormente: ciò fu considerato come una grazia particolare di Dio. Perciò nel medesimo anno si cominciò a fabbricare presso Sondrio, per gratitudine. una chiesa in onore di S. Rocco; e l'intiera comunità fece voto di festeggiare perpetuamente il giorno del Santo.
Al comune di Sondrioappartengono ancora quattro frazioni, che sorgono in alto, sulla montagna al di là del borgo; una è Colombera, l'altra che le sta sopra Cadolo, la terza pure in montagna, ma al disotto e più lontana, Triangia, e la quarta che sorge sul medesimo monte, ma ancora più lontana, Triasso.”

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Le Tre Leghe Grigie concessero al vescovo di Como Feliciano Ninguarda, per la sua origine morbegnese, il permesso di effettuare una celebre visita pastorale, nel 1589, di cui diede un ampio resoconto pubblicato nella traduzione di don Lino Varischetti e Nando Cecini.
“Sondrio è una città illustre situata oltre l'Adda e ritenuta la capitale della Valtellina perchè vi hanno la residenza il governatore e il vicario della Valle di cui abbiamo già parlato: la parte centrale del borgo conta circa trecento famiglie di cui alcune eretiche e le altre tutte cattoliche; gli eretici più in vista sono i fratelli signori Fabio e Marcantonio, il signor Pelli, il signor Viviani e il signor Cristoforo Claudio, tutti della famiglia dei Marlianici; e il signor Cesare Parravicini e suo figlio Prospero, che ha sposato una sofella dell'eretico cavalier Ulisse Martinengo di Brescia, e donna Laura Parravicini vedova e suo figlio Orazio Parravicini e il signor Ascanio dei Lavizzari e il signor Livio Venosta la cui moglie Aurelia è però cattolica. Inoltre vi è un fabbroferraio detto della Pola con due fratelli pure eretici. Vi sono poi alcuni eretici forestieri che vi hanno preso fissa dimora e di essi il più in vista è il suddetto Ulisse Martinengo, altri sono popolani artigiani di stirpe lombarda provenienti dal paese di Cardona in diocesi di Brescia e assommano a circa quindici famiglie. Vi abita poi un certo oriundo di Padova, di nome Natalino, che fa l'albergatore: ha due figli adulti, Pietro e Antonio, ambedue eretici. Fra tutti però primeggia e funge da predicatore eretico il lucchese Scipione Calandrino che quivi s'è ammogliato con una nobile vedova di nome Camilla, sorella dei suddetti Fabio e Marcantonio dei Marlianici, essa pure eretica.
Il Comune della città di Sondrio si estende assai anche fuori dal borgo stesso e comprende diversi villaggi e frazioni di cui sì farà cenno singolarmente. In città vi è la chiesa arcipretale, dedicata ai Santi Gervasio e Protasio: è collegiata con cinque canonici oltre l'arcipretura: questa, coll'appoggio di alcuni eretici e di altri loro fautori, è venuta in possesso di un intruso sconosciuto, che si fa chiamare Francesco Cattaneo di Milano; i canonici residenti sono: prete Battista Somigliana di Sondrio, Domenico Zanoni di Castione suddiacono, Andrea Carbonera, e Gianpietro Merlo ambedue chierici di Sondrio; il quinto canonicato. è senza titolare e le rendite sono usurpate da alcuni popolani. Vi fu anche un certo religioso minore conventuale, frate Matteo Vivaldi Piemontese di Mondovì, assunto dall'arciprete illegittimo in qualità di cappellano e che fungeva anche da maestro di canto, ma seminava gran scandalo a causa di una concubina dalla quale aveva avuto numerosa prole.
Vi è poi la chiesa di S. Antonio Abate che è beneficiata e di patronato dei signori de Beccaria; ne ha possesso il sac. Donato Scarpetta curato di Albosaggia. Nella stessa chiesa vi è una cappella dotata di beni il cui titolare è il sac. Battista de Beccaria alla cui famiglia spetta il patronato della cappella.
Vi è pure un'altra chiesa dedicata a S. Eusebio parimenti dotata di beneficio che è posseduto dal sac. Prospero Pusterla che lo ottenne dal precedente Vescovo.
Un'altra chiesa è quella dei Santi Nabore e Felice con beneficio di patronato dei Pusterla i cui redditi sono a vantaggio del suddetto sac. Prospero Pusterla: questa chiesa è però occupata, su concessione dei Reti, dai suddetti eretici che vi tengono le loro predicazioni e le loro riunioni.
Vi è un'altra chiesa di S. Rocco, ricostruita recentemente, ma per scarsità di mezzi non ancora completata.
La chiesa di San Siro, in gran parte diroccata, i cui proventi, però assai miseri, sono intascati da alcuni laici.
Nel castello di Masegra, dove abita il Signor Giovanni Francesco Beccaria feudatario del Vescovo di Corno, vi è una chiesa assai bella dedicata a S. Agata e nei pressi del medesimo castello vi è una frazione di sei famiglie chiamata la Piazza. Vicino vi è un'altro edificio a forma di fortezza in cui abita il Signor Giovanni Beccaria, cugino del predetto Giovanni Francesco, che è pure feudatario del Vescovo di Como: vi sorge pure un oratorio molto bello.
Oltre il fiume Mallero, che sbocca dalla Valmalenco e passa per il centro di Sondrio e chedimorano quindici monache professe e alcune fanciulle che si preparano alla vestizione e vi fa le veci di Cappellano il sac. Ermete Grosina di Bormio non potendo le monache -per la loro povertà mantenere un cappellano fisso; il loro confessore è frate Evangelista Parravicini da Caspano, domenicano settantenne che risiede nel convento di Morbegno.
Nei dintorni di tale monastero di monache vi sono diversi villaggi dipendenti dal comune di Sondrio: vi abitano alcuni eretici che hanno un loro predicante eretico di nome Luigi Valesano: costui fu dapprima prevosto di San Alaiolo a Pavia e desidera ravvedersi. I villaggi ricordati sono i seguenti:
I° Mars con sette famiglie tutte cattoliche.
II° Piat con quattro famiglie tutte cattoliche.
III° Colombera con oltre cinquanta famiglie tutte cattoliche.
IV° Sondrini con quindici famiglie tutte cattoliche (10).
V° Moroni con quindici famiglie tutte cattoliche, eccetto tre, che sono: Tomaso Moroni, la cui moglie, i quattro figli e le due figlie sono cattoliche; un altro chia nato Lutero dei fioroni, con la moglie e i dodici figli d'ambo i sessi tutti eretici; il figlio maggiore di quest'ultimo, di nome Andrea, separato dal padre, ha moglie e due figli eretici. VI° Prodella con cinque famiglie tutte cattoliche.
VII° Sassola con dodici famiglie tutte cattoliche.
VIII° Maioni con dodici famiglie tutte cattoliche.
IX° Mossini con quaranta famiglie tutte eretiche, eccetto una donna vedova di nome Caterina de Seivetti con il suo figlio minore di nome Giovanni: vicino a questo villaggio gli eretici hanno costruito, quindici anni orsono, una chiesa senza titolo dove si radunano a tenere i loro discorsi eretici e assistono alla cena secondo i loro riti.
X° Aschieri con venticinque famiglie tutte eretiche, eccetto quattro cattoliche che sono: Giacomo Motta con la madre, la moglie e quattro figlie e due sorelle, Giovanni de Prato con la moglie e undici figli d'ambo i sessi e una certa vedova di nome Caterina con suo figlio di nome Giacomo.
XI° Ronco con quindici famiglie tutte eretiche, eccetto due cattoliche che sono: Andrea Menesatti con la moglie e i figli,
e un certo Antonio di cui si ignora il cognome, vedovo con due figlie e un figlio sposato.
XII° Gualtiericon oltre quindici famiglie tutte cattoliche, eccetto cinque che sono: Giovanni dei Rossatti con la moglie e i quattro figli d'ambo i sessi tutti eretici; Domenico de Rossatti con la moglie, i tre figli, un fratello e due sorelle tutti eretici; di altri tre contadini eretici si ignora il nome.
XIII° Arquino con dieci famiglie tutte cattoliche.
XIV° Cagnoletti con dodici famiglie, tutte cattoliche.
Sopra il monastero delle monache, su un alto sperone della montagna a oltre un miglio e mezzo, vi è il villaggio di Triangia con oltre cinquanta famiglie, tutte cattoliche; vi è una chiesa dedicata a San Bernardo Abate nella quale si celebra la Messa solamente quattro volte all'anno, benchè i canonici di Sondrio abbiano l'obbligo di mandarvi a celebrare una Messa tutte le domeniche.
Poco più in alto c'è un'altra chiesa chiamata Ligari con dodici famiglie, tutte cattoliche.
Discendendo un miglio verso Sondrio e percorrendo mezzo miglio di cammino diritto sul piano verso Berbenno, su un colle che s'affaccia sull'Adda, vi è un'artistica chiesa chiamata Santa Maria della Sassella, collegata con la Chiesa di S. Antonio Abate in Sondrio; ha un proprio custode laico per il quale è costruita una casa: sopra questa chiesa di Santa Maria vi è un abitato di dodici famiglie, tutte cattoliche, chiamato Triasso.
Oltre il fiume Mallero, fuori Sondrio, ai piedi della montagna, vi è la contrada di Scarpatetti con circa venti famiglie, tutte cattoliche.
Risalendo la montagna per un miglio, vi è un villaggio di nome Ponchiera con cinquantotto famiglie tutte cattoliche: per quanto abbia una chiesa dedicata alla SS. Trinità e sia dotata di alcuni redditi, è soggetta, come tutte le altre chiese ricordate a quella Arcipretale di Sondrio.
A mezzo miglio da Ponchiera vi è un'altra contrada detta Colda essa pure soggetta alla cura della predetta Arcipretale di Sondrio.
Vi sono inoltre diverse altre chiese nella suddetta arcipretura di Sondrio, dal cui governo sono però separate per quanto concerne l'amministrazione dei Sacramenti, poichè hanno i rispettivi parroci.”

Dunque, secondo il Ninguarda Sondrio conta circa trecento fuochi,
che corrispondono, congetturalmente, ad una popolazione di 1500-1800 abitanti.
Le contrade sono, Marzi con 7 famiglie, Piat con 4, Colombera con 50, Sondrini, ora S. Anna, con 15, Moroni con 15, Pradella con 5, Sassola con 12, Maioni con 12, Mossini con 42, Aschieri con 25, Ronchi con 15, Gualtieri con 15, Arquino con 10, Cagnoletti con 12 (questa passò poi al Comune di Torre), Triangia con 50, Ligari con 12, Triasso con 12, Scarpatetti con 20, Ponchiera con 58 e Colda con 15. In totale le famiglie delle frazioni sono 406, contro le 300 della città, il che non stupisce, tenendo conto che il popolamento del fondovalle fu più tardivo e più lento.
Il Ninguarda indica 5 o 6 famiglie sondriesi che avevano abbracciato la riforma e altre 15 di artigiani, per lo più provenienti da Brescia. Tutte protestanti erano, invece, le 42 famiglie di Mossini e quasi tutte quelle di Aschieri e Ronchi; in tutto 83 su 406 e complessivamente un centinaio su 700.

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Di qualche decennio posteriore è il prezioso manoscritto di don Giovanni Tuana (1589-1636, grosottino, parroco di Sernio e di Mazzo), intitolato “De rebus Vallistellinae” (Fatti di Valtellina), databile probabilmente alla prima metà degli anni trenta del Seicento (edito nel 1998, per la Società Storica Valtellinese, a cura di Tarcisio Salice, con traduzione dal latino di don Avremo Levi). Queste le notizie che vi si possono leggere di Sondrio:
“Santissima Vergine frequentata con gran divotione dalli Sondraschi; et questa è lontana da Sondrio un miglio verso occidente apresso la strada regia fra rupi sopra Adda. In una collina pure verso occidente sopra Sondrio, nella cima si vede un monastero con chiesa di Santo Lorenzo molto antica, fabricata avanti molte centenara d'anni dalla pia et ricca fameglia delli Capitani, nel qual habitano circa 25 monache religiosissime dell'ordine di Santo Benedetto, governate dalli vescovi di Como: et quivi oltre la santità, qual spira quel santo luogo con essempio continuo di virtù soda et di osservanza religiosa, si essercita di continuo la liberalità verso poveri et forastieri; altri dicono che fu fondato a spese di Carlo Magno imperatore. Nelle sottoposte rupi vi è una chiesa solitaria di Santo Bartolameo della famiglia di Lavezzari.
La chiesa principale di Sondrio è de santi Gervasio et Protasio e archipresbiterale con dieci canonichati, quatro antichissimi et istituiti avanti 600 anni come appare negl' instromenti; è grande et capace di quell popolo, non però involtato, eccetto il coro. È ricca di bell'argentarie et di paramenti et è officiata tanto bene che pare il domo d'una città; né si maneggiano le cose pertinenti alla sacrestia d'altri che d'ecclesiastici; basta al monaco ordinario laico sonar le campane. A dirimpeto della chiesa chiesa v'è un'altra più picciola di Santa Anna et Santo Antonio con gran' intrata lasciatali dalla casata Beccaria, alla quale tocca l' ellettione dei sacerdoti. Tra queste chiese passa una grande piazza commodissima solo per giochi et passeggi, rendendo grand' ampiezza et maestà al palazzo pretorio già principale di tutta la valle. V'è un'altra chiesa fuori di Sondrio verso mattina, però vicino alla terra dedicata a Santo Rocco per voto de Sondraschi avanti cent'anni, quando gravando la peste in molte terre di Valtellina, principalmente del tertiero di sopra, restorno essi salvi, sebene entrò la peste in alcune case di Sondrio; contentandosi in tutto d'otto persone in popolo così numeroso avanti puochi anni li padri Capucini hanno cominciato un fabricato della chiesa di Santo Francesco con il loro convento sopra una rupe soprastante a quella parte di Sondrio, quale guarda verso mattina, et già a intermine sicuro. Nelli caldi estivi, v'è un luogo bonissimo per refrescarsi di dentro Sondrio, nel luoco chiamato Gombo. A questo si va per strada assai commoda posta alla ripa del Mallero lontano mezzo quarto di miglio, quale per essere tra l'altre rupi, quali prohibiscono il sole et essendo serrato il Mallero tra quelle angustie, alli quali casca con cascata precipitosa, generando un venticello freschissimo, rende delitioso il luoco et frequentato dalla nobiltà, qual ivi concorre comunemente; si sbanchetta con ogni delitia invitando il caldo et lí rifrescati altri si fanno grandissime arcadie; in questo stretto, qual tutto è dominato da Masegra, vi sono le feradeccie et altre volte fusine di ramo.”
Nel 1617, a Basilea, viene pubblicata l'opera "Pallas Rhaetica, armata et togata" di Fortunat Sprecher von Bernegg, podestà grigione di Teglio nel 1583 e commissario a Chiavenna nel 1617 e nel 1625; vi si legge (trad. di Cecilia Giacomelli, in Bollettino del Centro Studi Storici dell’Alta Valtellina, anno 2000): "Il primo è Sondrio, nobile, incantevole e importante poiché residenza dei funzionari. Nel 1200 il suo nucleo abitativo originario era ubicato presso Masegra e si estendeva fino a Castelletto, dove si trova la Cappella di S. Siro. Queste prime abitazioni vennero però distrutte al tempo delle guerre e poi ricostruite per una seconda volta dagli abitanti sotto la chiesa di S. Eusebio, nel luogo che oggi viene chiamato Villa.
In questa località gli abitanti di Sondrio vissero in piena tranquillità fino ai tempi dell'imperatore Enrico VII e fino all'anno 1309. A quei tempi, infatti, il territorio venne nuovamente attaccato dalle truppe imperiali e fu devastato dalle incursioni e dagli incendi poiché i cittadini erano di parte guelfa. Infine il nucleo abitativo si ricostruì per la terza volta ai piedi di Masegra, presso il fiume Mallero, dove ancor oggi è visibile, e nel 1318 venne circondato da un fossato. Nel 1325 il ghibellino Franchino Rusca di Como occupò con le sue truppe il castello di Tresivio e così Tebaldo dei Capitanei fece circondare da mura la località di Sondrio.
Nel 1328 i fratelli Franchino e Ravizza Rusca assediarono Sondrio, di conseguenza gli abitanti del luogo eressero il castello Moncucco e vennero difesi in tale circostanza dal comandante Lazzarino da Lucino, cui si era unito Bucellario, sopraggiunto con numerosi soldati dalla Val Seriana. Nel 1335 Azzone Visconti di Milano distrusse le mura della città per ordine del succitato Franchino Rusca che odiava a morte i Capitanei. Da quella data delle mura della città restano solamente i ruderi. L'anno 1526 è ricordato per la terribile carestia e la peste che colpì.
Sondrio, Tirano, Teglio, Stazzona e Ponte. Anche nel 1588 una spaventosa ondata di pestilenza flagellò Sondrio e l'intera vallata.
I Capitanei erano in possesso di Masegra e di altri castelli che passarono successivamente nelle mani dei Beccaria e poi dei Salis. Nel territorio di Sondrio risiede l'arciprete.


Lungomallero

Nomi di tutti i capitani e di tutti i vicari della Valtellina dal 1512 in poi.
Capitani
1512 Konrad von Pianta da Zuoz
Rudolf von Marmels, signore di Rhäzüns
1515 Bartholome Stampa
1517 Johann Travers da Zuoz
1519 Johann Schmid di Rhäzüns
1521 Georg Beeli da Belfort
1523 Johann Travers da Zuoz
1525 Georg Schorsch
1527 Georg Beeli da Belfort
1529 Viktor von Biicheln. Morì e gli subentrò Jakob Travers.
1531 Jakob von Marmels
1533 Peter Finer da Grúsch
1535 Georg Scarpatet
1537 Konrad von Lombris
1539 Valentin Vatscherin
1541 Anton von Salis dalla Val Bregaglia
1543 Hans Schmid da Rhiiziins
1545 Georg Beeli di Belfort
1547 Jakob Travers di Ortenstein
1549 Johann von Marmels, signore di Rhiiziins
1551 Valentin Vatscherin. Morì e gli subentrò Rudolf von Salis.
1553 Johann Planta da Zernez
1555 Martin Cabalzar dal Lugnez
1557 Fiori Hartmann da Ktiblis
1559 Rudolf von Schaucnstein
1561 Julius Maissen da Somvix
1563 Konrad Planta da Fideris
1565 Baptista von Salis da Soglio
1567 Johann Planta, signore di Rhäzüns
1569 Rudolf von Salis
1571 Herkules von Salis
1573 Ulrich von Camuntsm
1575 Ulrich Pitschen da Seewis
1577 Johann Travers da Zuoz
1579 Bartholome Stampa, signore di Rhäzüns . Morì e al suo posto arrivò Johann Planta.
1581 Hartmann von Hartmannis
1583 Rudolf von Schaucnstein
1585 Paul Florin da Disentis
1589 Gubert von Salis, dottore
1591  Johann Planta, signore di Rhiiziins.
1593  Hartmann von Hartmannis, sopra citato.
1595  Anton von Salis da Rietberg
1597 Gallus von Mont dal Lugnez
1599 Johann Enderlin da Grüsch
1601 Rudolf Planta da Zernez


Sondrio

Dopo la Riforma
1603 Risch Luzi da Cazis. Morì e lo sostituì nella carica Silvester Rosenroll
1605 Bernhard Adankim di Maienfeld. Anche lui morì; Andreas Komminoth.
1607 Johann Corn da Castelmur
1609 Christoph Montalta da Ilanz
1611 Paul Walthier da Alvaneu
1613 Christoph Gees da Scharans
1615 Joseph von Capol da Flims
1617 Fiori Buol dallo Schanfigg
1619 Johann Andreas Travers.

Dopo la ribellione e la riconquista della Valtellina
1639 Johann Andreas Travers, già citato
1641 Johann Simeon Florin da Ruis
1643 Meinrad Buol da Davos
1645 Johann Planta da Zernez
1647 Johann Schorsch da Spluga
1649 Diirig Enderlin da Küblis
1651 Anton von Salis da Soglio
1653 Gallus von Mont, signore di Lówenberg
1655 Heinrich Sprecher da Bernegg
1657 Jakob Ruinell Rosenroll
1659 Kaspar Toscan dal Misox
1661 Herkules von Salis da Griisch
1663 Johann von Salis
1665 Nikolaus Maissen da Disentis
1667 Johann Luzi Gugelberg da Moos
1669 Johann Planta da Wildcnberg
1671 Otto von Mont dal Lugnez

Vicari
da 1512 fino al 1515  Johann Anton Serra, J.U.D. di Como
dal 1517 fino al 1525 Rudolf Prevost, dottore
1527 Martino Bovollino, dottore, proveniente dal Misox
1529 Peter Finer di Griisch
dal 1531 fino al 1535 Rudolf Prevost, già citato
1537 Peter Sacco dal Misox
1539 Rudolf Prevost
1541 Georg Travers da Samaden
1543 Peter von Sax
1545 Jakob Finer da Griisch
1547 Johann Planta da Zernez
1549 Jakob von Mont
1551 Johann Guler da Davos
1553 Peter Planta da Zuoz
1555 Franziscus Ninguarda da Schleuis
1557 Konrad Planta da Fideris
1559 Anton von Salis da Soglio
1561 Johann Capol dal Lugnez
1563 Ambrosi Gugelberg da Malans
1565 Johann Travers da Zuoz
1567 Johann Peter Sonvig dal Misox
1569 Peter Guler da Davos
1571 Anton von Salis da Soglio
1573 Paulus Florin da Disentis
1575 Hartmann von Hartmannis
1577 Johann Planta da Zernez
1579 Kaspar von Schauenstein da Cazis
1581  Vespasian von Salis da Jenins
1583 Johann von Salis da Samaden
1585 Gallus von Mont dal Lugnez
1587 Georg Beeli da Belfort
1589 Rudolf Planta da Zernez
1591 Anton von Sonvig dal Misox
1593 Andreas von Salis da Malans
1595 Augustin Travers da Zuoz
1597 Thomas von Schauenstein da Cazis
1599 Dietegen von Hartmannis
1601  Albert Dietegen von Salis da Soglio
1603 Balthasar von Caflisch da Hohentrins
1605 Johann Sprecher von Bernegg proveniente da Davos
1607 Johann Albertin da Camogasc
1609 Julius Maissen da Ruis102
1611 Rudolf Matthias Ruotsch da Kiiblis
1613 Ulrich Rea von Porta da Schuls
1615 Johann Schorsch da Spluga
1617 Fiori Sprecher von Bernegg da Luzein
1619 Anton von Salis da Soglio

Dopo la ribellione e la riconquista della Valtellina
1639 Gubert von Salis al posto del succitato
1641 Rudolf von Marmels
1643 Herkules von Salis da Grtisch
1645 Ruinell Jecklin da Rodels
1647 Rudolf Antonini dal Misox
1649 Hartmann Planta da Wildenberg
1651 Johann Juvalta da Samaden
1653 Florin Jagmet da Disentis
1655 Ulrich Buol da Parpan
1657 Ulrich von Porta di Schuls
1659 Silvester Rosenroll di Thusis
1661 Andreas Enderlin da Monzwick
1663 Augustin Gadina dalla Val Bregaglia
1665 Johann Bartholome Montalta
1667 Meinrad Buol da Davos
1669 Johann Viktor Travers da Ortenstein
1671 Joachim Fiorirti da Ruis

Il comune di Sondrio è oggi suddiviso in cinque quadre: La quadra dei nobili di Sondrio, che ha sempre diritto a tre dei sette consiglieri. Piazza, cui appartengono le piccole contrade di Acquacolda, Piazza di Masegra, Scarpatetti e Ponchiera. La montagna di Sondrio, un tempo chiamata Rovoledo, dove si trovano Maioni, Aschieri, Mossini, Arquino, Gualtieri e Ronchi. Qui, dove ora è possibile ammirare il convento femminile di S. Lorenzo, si ergeva il castello di S. Giorgio. Il convento di S. Lorenzo, fondato dai Capitanei, è abitato da suore e viene diretto da una badessa. La quadra del Dosso, cui appartengono Triasso, Bassolaiffi, Colombera, Gualzi, Sondrini e Marzi, Triangia con Ligari, Pradella e Moroni. Un tempo vi era in questa zona anche una quadra dei nobili Beccaria; in parte i beni di questa famiglia sono passati in altre mani.
Al comune di Sondrio appartiene anche la Val Malenco."

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Il Seicento fu, per l’intera Valtellina, un secolo nero, almeno nella sua prima metà. La tensione fra protestanti, favoriti dalle autorità grigioni, e cattolici crebbe soprattutto per le conseguenze del decreto del 1557, nel quale Antonio Planta stabilì che, dove vi fossero più chiese, una venisse assegnata ai protestanti per il loro culto, e dove ve ne fosse una sola venisse usata a turno da questi e dai cattolici. Le Tre Leghe Grigie miravano a favorire la diffusione della religione riformata in Valtellina e nelle due contee, nella convinzione che questa contribuisse a rinsaldare i legami di sudditanza. L'istituzione del tristemente famoso Strafgericht di Thusis, tribunale criminale straordinario di fronte al quale si dovevano presentare tutti coloro che venissero sospettati di attività eversive del potere grigione in Valtellina, rese la tensione ancora più acuta. La valle rimase, di nuovo, ai margini di questa frizione, ma fu coinvolta nell’episodio che portò al massimo la tensione: nel 1618 il già citato arciprete di Sondrio, Nicolò Rusca, venne rapito da una schiera di sessanta armati, scesi in Valmalenco proprio dal passo del Muretto, che lo sorpresero, nella notte fra il 24 ed il 25 luglio 1618, nella sua camera da letto. Il motivo del blitz era che il Rusca veniva considerato uno dei più fieri oppositori alla religione riformata in Valtellina. La sua figura, peraltro, si presta ad una diversa lettura: da una parte alcuni ricordano che, per la determinazione del suo impegno a difesa del Cattolicesimo, fu denominato “martello degli eretici”, dall’altra si ricorda, a riprova del suo atteggiamento di comprensione umana, l’affermazione “Odiate l’errore, amate gli erranti”. Una figura comunque scomoda.
Gli venne, dunque, concesso solo di vestire il suo abito talare, poi fu legato, a testa in giù, sotto il ventre di un cavallo, ed il drappello si mosse sulla via del ritorno, seguendo l’itinerario che passa per Moncucco e Ponchiera. Proprio mentre passavano di qui, sul far del giorno, le cronache riportano un episodio curioso. La schiera di armati incrociò il parroco di Lanzada, che scendeva verso Sondrio travestito da “Magnan” (calderaio), per timore di essere catturato dalle milizie dei Grigioni (la loro discesa lungo la Valmalenco non era passata inosservata, e lui era uno dei ricercati: sarebbe, poi, riuscito a mettersi in salvo nella bergamasca). Egli non difettava certo di prontezza di spirito e, alla domanda se avesse visto il parroco di Lanzada, la sua risposta fu pronta: “Sì, questa mattina ha già detto Messa”. Lo storico Cesare Cantù scrive: "Il ben vissuto vecchio, benché fosse disfatto di forze e di carne e patisse d'un ernia e di due fonticoli, fu messo alla tortura due volte, e con tanta atrocità che nel calarlo fu trovato morto. I furibondi, tra i dileggi plebei, fecero trascinare a coda di cavallo l'onorato cadavere, e seppellirlo sotto le forche, mentre egli dal luogo ove si eterna la mercede ai servi buoni e fedeli, pregava perdono ai nemici, pietà per i suoi."
In quel medesimo 1618 scoppiò la Guerra dei Trent’anni (1618-1648), nella quale la Valtellina, avendo una posizione strategica di nodo di comunicazione fra i territori degli alleati Spagna (milanese) ed Impero Asburgico (Tirolo), venne percorsa dagli eserciti dei fronti opposti, quello imperiale e spagnolo da una parte, quello francese e dei Grigioni, dall’altra.
Nel 1619 a Boalzo, presso Teglio, avendo i cattolici rifiutato l'uso della loro chiesa ai protestanti, sorse una rissa che sfociò nel sangue e gli abitanti furono condannati a costruire una chiesa protestante a loro spese. L’anno successivo, il 19 luglio del 1620, si scatenarono la rabbia della nobiltà cattolica, guidata da Gian Giacomo Robustelli, la sollevazione anti-grigione e la caccia al protestante, nota con l’infelice denominazione di “Sacro macello valtellinese”, che fece quasi quattrocento vittime fra i riformati. Fu l’inizio di un periodo quasi ventennale di campagne militari e battaglie, che videro nei due schieramenti contrapporsi Grigioni e Francesi, da una parte, Imperiali e Spagnoli, dall’altra.  Il 19 Luglio 1620 il capitano Giacomo Robustelli, una nobile figura di gentiluomo e di soldato nativo di Grosotto, raccolti intorno a sé illustri esponenti della nobiltà valtellinese, tra cui anche G. Battista Marinoni, che sarebbe poi diventato prevosto di Tirano, con120 uomini armati entrò in Tirano per la porta Poschiavina, aperta nottetempo da una guardia corrotta, mentre un altro gruppo s'appostava presso il castello di Piattamala per impedire l'arrivo di eventuali rinforzi grigioni.
Scrive Bruno Credaro (op. cit.): “In Sondrio i rivoltosi arrivarono da Tresivio e da Montagna il mattino del 20 luglio 1620. Dopo le uccisioni di Tirano e di Teglio nel giorno precedente, pareva che a Sondrio si potesse evitare di spargere altro sangue, tanto che il governatore grigione e una colonna di protestanti erano stati mandati in salvo per la Valmalenco in Engadina; poi durante la giornata ripresero gli ammazzamenti e il Romegialli cita i nomi di centodieci uccisi nel capoluogo e nelle frazioni. Scendendo nei giorni seguenti l'ondata della rivolta verso il terziere inferiore, calò il numero delle vittime, perché i luterani fecero per lo più in tempo a scampare attraverso ai valichi alpini.”
La reazione delle Tre Leghe non si fece attendere: corpi di spedizione scesero dalla Valchiavenna e dal Bormiese. Il primo venne però sconfitto al ponte di Ganda e costretto a ritirarsi al forte di Riva. Il secondo, dopo aver incendiato Sondalo, Grosio e Mazzo ed essere sceso, seminando rovine, fino a Serio, fu affrontato e sconfitto da truppe valtellinesi e spagnole in una storica battaglia che ebbe come teatro proprio Tirano. A questa giornata dell’11 settembre 1620 è legata la leggenda secondo la quale la statua di bronzo di S. Michele, al culmine del Santuario della Madonna, fu vista animarsi edagitare la spada lampeggiante, prodigio interpretato come segno della protezione divina sulle armi cattoliche. La battaglia di Tirano liberò provvisoriamente la Valtellina dalla signoria delle Tre Leghe, ma un’alleanza fra Francia, Savoia e Venezia, contro la Spagna, fece nuovamente della valle un teatro di battaglia. In particolare, Sondrio fu occupata dalle truppe della Lega di Avignone, comandata dal francese marchese di Coeuvres.
Le vicende belliche ebbero provvisoriamente termine con il trattato di Monzon (1626), che faceva della Valtellina una repubblica quasi libera, con proprie milizie e governo, ma soggetta ad un tributo nei confronti del Grigioni. Ma la valle godette solo per breve periodo della riguadagnata pace: il nefasto passaggio dei Lanzichenecchi portò con sé la più celebre delle epidemie di peste, descritta a Milano dal Manzoni, quella del biennio 1630-31 (con recidiva fra il 1635 ed il 1636). L’Orsini osserva che la popolazione della valle, falcidiata dal terribile morbo, scese da 150.000 a 39.971 abitanti (poco più di un quarto). La stima, fondata sulla relazione del vescovo di Como Carafino, in visita pastorale nella valle, è probabilmente eccessiva, ma, anche nella più prudente delle ipotesi, più di un terzo della popolazione morì per le conseguenze del morbo. Anche Sondrio fu duramente colpita da questa epidemia. Ecco, di nuovo, Bruno Credaro:
“A Sondrio infierì dappertutto, ma specialmente nelle frazioni di Mossini e Colombera dove, secondo la tradizione orale, sarebbero sopravvissute solo due persone. Si organizzò il lazzaretto a S. Rocco, dove è attualmente il collegio Salesiano e molti si prodigarono nella cura degli ammalati: in testa a tutti l'arciprete Giovanni Antonio Parravicini, aiutato da due cappuccini. Uno di questi morì quasi subito mentre l'arciprete, colpito dal male qualche tempo dopo, guarì e continuò nella sua opera.
Quando, dopo quasi un anno, la pestilenza si estinse, la situazione apparve terrificante; scrive il Lavizzari: «Questa Valle che, senza gli adiacenti Contadi fregiavasi, avanti i torbidi del 1620, di centoventimila abitanti, nel cessare della pestilenza trovossi scemate le tre persone delle quattro; secondo il diligente stato preso nel 1633 nella visita episcopale, venne ritrovato il miserabile numero di trentanovemila e novecentosettantun'anime; siccome nel contado di Bormio ridotte a cinquemila ottocentosettanta, ed in quello di Chiavenna a ottomila duecentottantasette. Eppure in molti luoghi della Valtellina vedrassi nel 1636 a crescere la strage, e farvi danno anche più orribile del presente. Consumati gli averi, consumate le vite, dappertutto una misera faccia di morte e di desolazione ». Il numero degli abitanti citato dal Lavizzari per il periodo precedente il 1620 sembra alquanto alto, in rapporto alle possibilità di vita che la valle offriva in quel tempo; ma è troppo preciso il numero dei superstiti, perché se ne possa dubitare.”
Neppure il tempo per riaversi dall'epidemia, e la guerra di Valtellina tornò a riaccendersi, con le campagne del francese duca di Rohan, alleato dei Grigioni, contro Spagnoli ed Imperiali. Il duca, penetrato d'improvviso in Valtellina nella primavera del 1635, con in una serie di battaglie, a Livigno, Mazzo, S. Giacomo di Fraele e Morbegno, sconfisse spagnoli e imperiali venuti a contrastargli il passo. Egli fece più volte di Tirano il proprio quartier generale; la popolazione tiranese ebbe modo di saggiare piuttosto le angherie dei suoi soldati che la genialità dello stratega. Poi, nel 1637, la svolta, determinata da un inatteso rovesciamento delle allenze: i Grigioni, che pretendevano la restituzione di Valtellina e Valchiavenna (mentre i Francesi miravano a farne una base per future operazioni contro il Ducato di Milano), si allearono segretamente con la Spagna e l'Impero e cacciarono il Duca di Rohan dal loro paese. Le premesse per la pace erano create e due anni dopo venne sottoscritto il trattato che pose fine al conflitto per la Valtellina: con il Capitolato di Milano del 1639 i Grigioni tornarono in possesso di Valtellina e Valchiavenna, dove, però l’unica religione ammessa era la cattolica. I Grigioni restaurarono l'antica struttura amministrativa, con un commissario a Chiavenna, un podestà a Morbegno, Traona, Teglio, Piuro, Tirano e Bormio, ed infine un governatore ed un vicario a Sondrio.
Sulla situazione successiva al Capitolato, scrive Bruno Credaro: “Finita la peste, finita la guerra della Valtellina, il quadro della situazione, per Sondrio e per tutta la valle, non poteva essere più nero. Eppure questi nostri montanari, che abbiamo veduto anche in tempi recenti cancellare con la loro tenace fatica gli sconvolgimenti delle alluvioni e riportare le colture dove pareva impossibile che mai potessero rinascere, trovarono un graduale rimedio ai loro mali. Lento fu il crescere della popolazione, tornata alla quota denunciata dal Lavizzari per il 1620 solo sulla fine del secolo scorso. Le moltiplicate fatiche permisero a un numero assai minore di abitanti di riprendere le coltivazioni senza un apprezzabile abbandono di terreni.
A poco, a poco, ripresero anche i commerci per le vie usate, poiché i Grigioni dopo il lungo periodo di guerra, avevano mantenuto il dominio della Valtellina. Forse per il tragico ammonimento venuto dalla sanguinosa rivolta, il loro governo si fece più tollerabile, ma non tanto che ancora non serpeggiasse fra i valtellinesi il detto: «Dio ne scampi di saeti, di trun e del governo di Grisun».”

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A partire dal Settecento la situazione economica migliorò progressivamente. La ripresa settecentesca non fu, però, priva di arresti e momenti difficili, legati soprattutto ad alcuni inverni eccezionalmente rigidi, primo fra tutti quello memorabile del 1709 (passato alla storia come “l’invernone”, “l’inverno del grande freddo”), quando, ad una serie di abbondanti nevicate ad inizio d’anno, seguì, dal giorno dell’Epifania, un massiccio afflusso di aria polare dall’est, che in una notte gelò il Mallero e parte dell’Adda. Ed ancora, nel 1738 si registrò una nevicata il 2 maggio, nel 1739 nevicò il 27 ed il 30 marzo con freddo intenso, nel 1740 nevicò il 3 maggio, con freddo intenso e nel 1741 nevicò a fine aprile, sempre con clima molto rigido e conseguenze disastrose per le colture e le viti.
Un quadro sintetico della situazione della Sondrio di metà del settecento ci viene offerto dallo storico Francesco Saverio Quadrio, che, nell’opera “Dissertazioni critico-storiche intorno alla Rezia di qua dalle Alpi oggi detta Valtellina” (Edizione anastatica, Bologna, Forni, 1971), scrive:
“Sondrio, da' Tedeschi appellato Sonders, onde Sondera fu ridevolmente latinizzato dall'Abate Gothwicense, oggi è Luogo de' più celebri della Valle per la Residenza, ch'ivi i Capitanei Generali, e Governatori della medesima vi fanno: ma di esso se n'è parlato bastevolmente per entro a quest'Opera. Questo Luogo è in cinque Quadre diviso. La prima è la Quadra de' Nobili di Sondrio, che di sette Consiglieri tre sempre ne ha. La seconda è le Piazze, alla quale s'aspettano le Contrade di Acqua Calda, Masegra, Scarpatecchio, e Ponchiera. La terza è il Monte di Sondrio, anticamente detto Rovoledo, dove sono Majone, gli Aschieri, i Mossini, gli Arquini, i Gualtieri, i Ronchi. La quarta è detta del Dosso, dove sono Triasso, Bassola, Colombera, i Gualzii, i Sondrini, i Marzii. La quinta è formata di Triangia, de' Ligatii, di Pradella, e de' Moroni. Anticamente vi aveva la sesta Quadra, ch'era de' Nobili di Beccaria, i cui beni però sono in oggi divisi in altri.
Alla Comunità di Sondrio s'aspetta altresì la Valle di Malenco; non ostante che i Malencesi in oggi abbiano il suo Anziano, e sei Consiglieri: perciocchè altrettante sono le loro Quadre, la prima delle quali è Pondoledo, dove è il Luogo detto alla Torre; la seconda è Campo; la terza è la Chiesa; la quarta è Milirolo; la quinta è Caspoggio, dove era già un tempo un famoso Castello da' Capitanei posseduto; e la sesta è costituita delle Contrade Lanzada, Veddo, Ganda, e Tornadri. Nel Monte, detto dell'Oro, trae la sua Origine il Mallero, che scorrendo per lo lungo questa angusta, ma assai lunga Valle, viene sotto a Sondrio a metter foce nell'Adda: e dal luogo detto il Bosco di Claretio per lo medesimo Monte dell'Oro, per via battuta, a que' della vicina Pregallia, e della vicina Engaddina si passa. Leandro Alberti favellando di questa non ignobile Valle, ha creduto essersi nominata Malenga per essere di sassose, e alte Rupi intorniata. Ma il Bochat deriva tal nome dal Celtico Mal-Eng-a, che vuol dire Testa Stretta dell'Acqua: perchè nel vero comincia tal Valle alla sorgente del Mallero in una gola assai stretta d'alte Montagne.
Fiorirono intanto in Sondrio le Famiglie Aschieri, Bregnani, Caccia, Capitanei, Carbonara, Chiesa, Curti, Dusdei, Dusderii, Lavizzari, Merli, Moroni, Passa, Pellegrini, del Pelosa, Prati, Scarpatecchj, Silva, Somazzi, Tramacchj, Vimercati, ec.”
Il settecento è anche il secolo nel quale emerge la figura di Pietro Ligari; Bruno Credaro scrive: “La piazza Campello, ora piazza Roma, aveva avuto una sistemazione di largo respiro per l'opera di Pietro Ligari, il maggiore dei pittori sondriesi, dopo l'anno 1728. Egli, oriundo dalla contrada dello stesso nome, sopra Triangia, aveva studiato a Venezia e poi a Milano. Tornato a Sondrio nel 1727 ebbe l'incarico di progettare l'ampliamento della chiesa maggiore e la costruzione del campanile in luogo di quello assai modesto prima esistente.
La chiesa venne da lui ideata con una grande navata unica e cappelle laterali e venne costruita con linee ampie e grandiose; la mancanza di mezzi ne impedì il completamento con la costruzione della grande cupola, del transetto e dell'abside, che, secondo il progetto originale, avrebbe raggiunto nello sviluppo della pianta l'attuale orto dell'Arcipretura. Sul fianco meridionale della chiesa sorgeva un oratorio, costruzione disarmonica e di scarso pregio, tanto che fu abbattuta nei primi anni di questo secolo.
Pietro Ligari è certamente di gran lunga il più importante artista che abbia avuto la città. La sua opera pittorica risente degli studi romani e lo si vede nell'impronta chiaroscurale degli affreschi e delle tele distribuiti in tante chiese valtellinesi e nel palazzo Salis di Coira. Non indegni discepoli furono i suoi figli Cesare e Vittoria.”
Nel Settecento il malcontento contro il dominio delle Tre Leghe Grigie nelle due valli crebbe progressivamente, soprattutto per la loro pratica delle di mettere in vendita le cariche pubbliche. Tale vendita spettava a turno all'una o all'altra delle Leghe e chi desiderava una nomina doveva pagare una cospicua somma di denaro, di cui si sarebbe rifatto con gli interessi una volta insediato nella propria funzione, esercitandola spesso più per amore di lucro che di giustizia. Gli abusi di tanti funzionari retici, l'egemonia economica di alcune famiglie, come quelle dei Salis e dei Planta, che detenevano veri e propri monopoli, diventarono insopportabili ai sudditi. Il malcontento culminò, nell'aprile del 1787, con i Quindici articoli di gravami in cui i Valtellinesi (cui si unirono i Valchiavennaschi, ad eccezione del comune di S. Giacomo) lamentavano la situazione di sopruso e denunciavano la violazioni del Capitolato di Milano da parte dei Grigioni, alla Dieta delle Tre Leghe, ai governatori di Milano e, per quattro volte, fra il 1789 ed il 1796, alla corte di Vienna, senza, peraltro, esito alcuno. Per meglio comprendere l’insofferenza di valtellinesi e valchiavennaschi, si tenga presente che la popo­lazione delleTre Leghe, come risulta dal memoriale 1789 al conte di Cobeltzen per la Corte di Vienna, contava circa 75.000 abitanti, mentre la Valtellina, con le contee, superava i 100.000. Fu la bufera napoleonica a risolvere la situazione, con il congedo dei funzionari Grigioni e la fine del loro dominio, nel 1797.
Napoleone, preso atto che un referendum istituito nei paesi delle Tre Leghe Grigie si era espresso contro l’accoglienza di Valtellina e Valchiavenna come quarta lega, decretò, il 22 ottobre, l'aggregazione di Sondrio alla Repubblica Cisalpina; Sondrio diventò il capoluogo del Dipartimento dell'Adda e venne collocata la Prefettura nel palazzo Martinengo. Le proprietà dei Grigioni in Valtellina vennero, con decreto del 28 ottobre, confiscate.

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Lungomallero

Alla Repubblica Cisalpina seguì, nel 1805, il Regno d’Italia. Cadde anche Napoleone, lasciando ai posteri il problema di formulare l'ardua sentenza sulla sua vera gloria; il Congresso di Vienna, nel 1815, anche grazie all'operato della delegazione costituita dal chiavennasco Gerolamo Stampa e dal valtellinese Diego Guicciardi, sancì l'aggregazione del dipartimento dell’Adda al Regno Lombardo-Veneto, sotto il dominio della casa d’Austria.
Il dominio asburgico fu severo ma attento alle esigenze della buona amministrazione e di un’ordinata vita economica, garantita da un importante piano di interventi infrastutturali. Venne tracciata la strada principale che percorreva bassa e media Valtellina, fino a Sondrio, poi prolungata fino a Bormio. Venne tracciata la carozzabile da Colico a Chiavenna, e, fra il 1818 ed il 1822, la strada dello Spluga. Tra il 1820 e il 1825 anche Bormio fu allacciata alla valle dell'Adige con l’ardita strada dello Stelvio progettata dall’ingegner Carlo Donegani, che già aveva progettato la via dello Spluga. Nel 1831, infine, fu inaugurata la strada lungo la sponda orientale lariana, da Colico a Lecco, che consentì alla provincia di Sondrio di superare lo storico isolamento rispetto a Milano ed alla pianura lombarda. Agli ultimi anni della dominazione asburgica (1855) risale anche la carozzabile che da Tresenda saliva all'Aprica; la strada fu, poi, prolungata fino a Edolo nei primi anni del nuovo Regno d'Italia, mettendo in comunicazione la valle dell'Adda con la Valcamonica.
Il periodo asburgico fu, però, anche segnato anche da eventi che incisero in misura pesantemente negativa sull’economia dell’intera valle. L’inverno del 1816 fu eccezionalmente rigido, e compromise i raccolti dell’anno successivo. Le scorte si esaurirono ed il 1817 è ricordato, nell’intera Valtellina, come l’anno della fame. Vent’anni dopo circa iniziarono le epidemie di colera, che colpirono la popolazione per ben quattro volte (1836, 1849, 1854 e 1855).
Il Cantù, nella Storia della città e della Diocesi di Como, edita nel 1856, scrive: “Nella provincia di Sondrio arrivò il giugno 1836 e visi mantenne tutta l’estate, poco essendosi proveduto ai ripari e male ai rimedj. Meglio trovossi preparato il paese all’invasione del 1855; e le comunità restie alle precauzioni pagarono cara la negligenza, perché Ardenno, Montagna, Pendolasco, popolate di 1800, 1850, 630 abitanti, dal 29 luglio al 13 settembre deplorarono 40, 61 e 35 vittime, mentre Sondrio, Tirano, Morbegno, con 4800, 4860, 3250 anime, ebber soli 17, 9 e 11 casi; 50 Chiavenna; e tutta insieme la Provincia 428 casi, 259 morti: proporzione più favorevole che in ogni altra provincia.” Si aggiunse anche l'epidemia della crittogama, negli anni cinquanta, che mise in ginocchio la vitivinicoltura valtellinese. Queste furono le premesse del movimento migratorio che interessò una parte consistente della popolazione nella seconda metà del secolo, sia di quella stagionale verso Francia e Svizzera, sia di quella spesso definitiva verso le Americhe e l’Australia.
Ma la maggiore sciagura del periodo asburgico della storia sondriese è l’alluvione del 1834. Scrive Bruno Credaro: “Parevano create le premesse per un periodo di rinnovata e pacifica attività per le nuove vie aperte ai commerci, quando nel 1834 su Sondrio si scatenò dalla Valmalenco un'alluvione che creò il più grave disastro della sua storia, dopo la peste del 1630. La sera del 26 agosto cumuli di nuvole nere passavano su Sondrio e andavano verso la Valmalenco. Il Mallero incominciava ad ingrossare per la pioggia continua. La mattina del 27 nove violentissimi temporali consecutivi fecero sboccare dalle Cassandre una massa enorme di acqua che convogliava fango, tronchi d'albero e grossi macigni. Quando cominciarono a crollare e ad essere portati via dal fiume i muri degli orti che davano sulle rive e alcune parti di case, gli abitanti fuggirono, sgombrando quello che potevano sulle alture sopra Cantone da un lato e sul Crap e verso il castello di Masegra dall'altro. Chi ha assistito in tempo più recente alle alluvioni del 1911 e del 1927, può immaginare più chiaramente lo spavento prodotto da quel lontano disastro, quando non v'erano argini che in qualche modo difendessero la città. Sotto l'urto dell'acqua e dei sassi da questa trasportati le case crollavano e poi tutte le macerie erano asportate dal fiume. Già il mattino del 27 sparivano così le case Rusconi e Valaperta; poi l'albergo della posta del Caimi e tutte le case attorno alla piazza Vecchia. Verso sera e nella notte seguente furono travolte tutte le case che sorgevano tra la Piazza, la Piazzetta ed il fiume, tra le quali erano le case Zarini, Casati, Ferrari, Donegani, Orsatti, Fagioli.
Due sole vittime fece il fiume: due sorelle, una inferma e l'altra che l'assisteva. La casa, strappata alle fondamenta, fu veduta reggere ancora per qualche tratto; poi si sfasciò e si vide ancora galleggiare per un poco il letto con l'ammalata che stringeva in una mano il crocifisso.”


Scarpatetti e Castel Masegra

La partecipazione di Sondrio alle guerre risorgimentali fu sempre di prima linea, sia nel 1848 che nel 1859. Il 29 maggio 1859 gruppi di cittadini presero le armi in Sondrio e intimarono la resa alla gendarmeria austriaca. I gendarmi resistettero per tutta la giornata, ma poi, nella oscurità della notte, si ritirarono verso Bormio, girando i ferri sotto gli zoccoli dei cavalli, perché sembrasse non che avessero lasciato la città, ma che vi fossero entrati. Il 28 giugno, a tarda sera, con quattromila uomini, entrò in Sondrio Garibaldi, accolto trionfalmente, mentre sui monti si accendevano fuochi per salutare il suo arrivo. Egli ebbe modo di constatare e lodare l’ardore patriottico dei Sondriesi, prima di ripartire, il giorno dopo, per Bormio, per liberarla dagli austriaci che, dopo una breve resistenza ai Bagni Vecchi, presero la via dello Stelvio. L’8 luglio luglio l'armistizio di Villafranca metteva fine alla guerra e sanzionava definitivamente la fine del dominio asburgico su Lombardia e Valtellina.
Sulle vicende salienti della vita sondriese dall’unità d’Italia alla prima guerra mondiale, ci affidiamo ancora a Bruno Credaro:
La piazza Nuova vedeva completata la sua struttura con il sorgere, accanto al teatro, dell'edificio della Banca d'Italia. Sorgevano poi l'albergo della Posta, il palazzo della Banca Popolare e il palazzo Lambertenghi. Altri elementi notevoli dell'edilizia sondriese erano il palazzo Botterini, ora sede della Cassa di Risparmio, e qualche altro importante fabbricato sulla via Piazzi e nella zona a sud della città.
Nuove possibilità di lavoro venivano dalla filanda Bfibler, poi Hirzel, che occupava molte donne, anche delle frazioni. All'inizio della strada per Montagna veniva costruito l'edificio della Casa di ricovero, così come è anche attualmente.
Nel 1870 si fondava la Società Enologica per migliorare la produzione del vino pregiato e per dare incremento al suo commercio. Il fabbricato, con le grandi cantine, fu allora un modello e, con poche aggiunte, risponde ancora bene alle esigenze della tecnica enologica moderna.
Sondrio, per quanto piccolissima città, ebbe già dai primi dell'800 e poi per tutto il secolo una discreta attività editoriale e una stamperia provvedeva ai bisogni locali. Incominciò, e durò fino verso la metà del secolo G. B. Della Cagnoletta. Seguirono poi come tipografi provinciali il Bossi e il Maisen. Dal 1863 c'era una stamperia di Brughera e Ardizzi, seguiti dal Moro e poi, sul finire del secolo, da Emilio Quadrio. Dal principio dell'800 e fino oltre la metà, si stampava un Annuario provinciale. Nel 1861 incominciò le pubblicazioni il primo giornale della valle: «La Valtellina».
Il 16 giugno 1885 fu una grande giornata per Sondrio: vi arrivò il primo treno da Colico e la città fu per tutto il giorno piena di gente venuta dai paesi vicini ad ammirare il prodigio e la folla stessa era un interessante spettacolo, perché i contadini vestivano ancora i costumi tradizionali, pittoreschi e ricchi di colore.
Una curiosità da ricordare è che la ferrovia da Colico a Sondrio venne costruita prima del tronco da Lecco a Colico; ben altrimenti difficile questo che doveva passare per le scogliere rocciose che cade vano a picco sul lago. Perciò le locomotive e i vagoni erano stati tra sportati sul Lario fino a Colico. Dieci anni dopo, completato il tratto da Lecco, Sondrio si trovava collegata con la rete ferroviaria nazionale. Bisogna ricordare che, negli anni immediatamente precedenti, la nostra provincia aveva perduto una grossa battaglia: posto il problema di una ferrovia transalpina che collegasse Milano con la valle del Reno, attraverso la Svizzera, si affacciarono due soluzioni e cioè il passaggio
per il Gottardo o per lo Spluga. Tra un mare di discussioni tecniche e di polemiche prevalse la prima e così Chiavenna e la Valtellina si trovarono di colpo escluse da ogni possibilità di commerci diretti con l'estero. Si chiudeva una gloriosa attività che durava dai tempi di Carlo Magno e che aveva dato a Chiavenna, a Morbegno, a Sondrio e più su a Tirano e a Bormio periodi di prosperità e a tutto il territorio una importanza politica superiore di molto alle sue risorse naturali.

Le stupende strade dello Spluga, del Bernina e dello Stelvio, perduta di colpo e quasi del tutto l'importanza commerciale, servivano ormai per il turismo che cominciava proprio allora, e per il trasporto del vino nei Grigioni; ma era poca cosa…
L'attività economica della città si giovò, in questo periodo e nei tempi successivi, del sorgere degli Istituti di Credito locali. La Banca Popolare di Sondrio sorse nel 1871. Nel 1908 venne fondata la Banca Piccolo Credito Valtellinese. I due istituti fiorirono in breve tempo e, diretti con saggi criteri di prudenza, non disgiunta da un vigoroso spirito d'iniziativa, raggiunsero uno sviluppo notevolissimo.
A Sondrio nel 1895 si apriva il Cotonificio Fossati nell'ampia conca che si apre dietro il castello Masegra e assumeva subito una importanza di primissimo piano, aumentando e perfezionando via via impianti e lavorazioni con un ritmo che seguiva quasi esattamente l'aumento della popolazione. Siccome era ancora in piena produzione anche la filanda Hirzel, sul finire del secolo a Sondrio la situazione economica era abbastanza buona…
Ma i tempi correvano rapidi anche allora: nel giugno 1902 veniva inaugurata la nuova ferrovia da Sondrio a Tirano. Sparivano così di colpo dalla nostra città le pittoresche diligenze.
Il monumento ai caduti riporta il seguente elenco di sondriesi morti nella prima guerra mondiale: Bassola Nicola fu Giovanni, Bettini Andrea fu Giovanni, Bianchi Benvenuto fu Giovanni, Bolognesi Lorenzo fu Pio, Bonfadini Diego fu Arrigo, Bordoni Domenico fu Gervasio, Bordoni Giacomo di Francesco, Bordoni Rino Carlo fu Pietro, Brughera Luigi fu Aristide, Buzzi Romeo Lavinio fu Cesare, Cavallini Mario fu Giacomo, Cazzaniga Cesare di Paolo, Ceschina Giuseppe fu Santo, Colombera Gervasio di Gregorio, Corlatti Vittorio di Battista, Dell'Agostino Pietro di Andrea, Della Marianna Pietro di Giovanni, Del Pelo Giovanni fu Luigi, Del Pelo Vittorio fu Luigi, De Marzi Michele fu Domenico, Dioli Andrea fu Antonio, Dioli Ferdinando fu Giuseppe, Dioli Luigi di Alfredo, Facetti Alessandro di Paolo, Facetti Vittorio fu Pietro, Fagiolini Guido fu Pietro, Foinini Ezio fu Francesco, Gianoli Pietro di Francesco, Girelli Andrea di Giovanni, Giugni Angelo fu Luigi, Grillo Cesare di Giacomo, Gualzetti Luigi di Carlo, Guicciardi Luigi fu Gaudenzio, Gunella Giuseppe di Egidio, Malenchini Aristide fu Pietro, Masseretti Giovanni di Giacomo, Meago Luigi di Cesare, Meago Pietro di Cesare, Menesatti Guido di Lorenzo, Mossinenelli Carlo di Domenico, Pagani Benvenuto fu Edoardo, Paribelli Pier Giacinto fu Giuseppe, Passalacqua Pietro di Filippo, Pedrazzoli Cirillo fu Pierpaolo, Pedrotti Battista fu Pietro, Perlot Luigi fu Isidoro, Ploncher Giuseppe fu Emilio, Pozzoni Battista fu Pietro, Rota Antonio di Lorenzo, Rota Gianfranco di Giovanni, Scherini Carlo fu Giovanni, Scherini Emilio di Nicola, Scherini Enrico fu Enrico, Scherini Luigi fu Domenico, Sertoli Antonio di Giovanni Battista, Stefanoni Enrico di Lorenzo, Tornadu Giacomo di Enrico, Zarucchi Enrico fu Pietro, Zoia Ignazio fu Giovanni.
Nel medesimo conflitto morirono per malattie contratte nel periodo bellico Anghileri Giovanni di Carlo, Ballarin Mario di Emilio, Bordoni Pietro fu Costante, Bresciani Arnaldo di Giuseppe, Colombera Agostino fu Antonio, Colombera Olimpio fu Antonio, Comparolo Arnaldo fu Paolo, Corlatti Paolo fu Carlo, Corlatti Primo fu Giuseppe, De Campi Giuseppe di Francesco, Del Felice Pietro fu Antonio, Della Cagnoletta Pietro di Giovanni Battista, Della Marianna Domenico fu Giuseppe, Giacomelli Camillo di Giacomo, Giacomelli Luigi fu Domenico, Gianolini Alessio fu Giovanni, Grillo Amanzio di Giacomo, Gualzetti Patrizio di Carlo, Masoni Emilio fu Annibale, Melè Domenico fu Francesco, Morelli Giovanni di Pietro, Moroni Andrea fu Luigi, Moroni Antonio di Domenico, Ongania Luigi fu Edoardo, Paribelli Gian Giacomo fu Lorenzo, Parolo Giacomo di Matteo, Passini Carlo fu Giuseppe, Pedroni Saverio, Pelizzatti Luigi fu Francesco, Ragazzoni Costantino fu Gerolamo, Rigamonti Antonio di Pietro, Ronchi Tullio fu Riccardo, Rossi Ascanio di Alessandro, Scherini Andrea fu Enrico, Scherini Romeo fu Enrico, Sertore Pietro fu Domenico, Svanotti Pietro fu Giovanni, Vicenzoni Riccardo di Luigi, Zampatti Giovanni fu Matteo e Zanon Giovanni Attilio fu Giovanni.
Pedretti Ernesto morì in Africa Orientale Italiana nel 1936.

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Ecco lo spaccato che di Sondrio ci offre, nel 1928, Ercole Bassi, in “La Valtellina – Guida illustrata” (V edizione):
“Sóndrio (title. m. 310 - ab. 5158-9254). Posta, telegr., telef. - staz. ferr., auto pel Sanat. di Prasomaso, est. p. Chiesa; impr. trasp. Boccardi ed altre; hatel de la Poste, albergo rist. Sondrio, albergo Stazione con rist., alb. Garibaldi, ristorante Bellano, tratt. Orsini, rist. Italia con alloggio; caffè della Posta, Nazionale, del Teatro, Torri, Manzoni; Casa di salute; librai con artic. fot.: Azzalini, Trinca e Bissoni; mecc. Rigamonti con depos. gomme, cicli e benzina; nolo vett.: S. Vitali, E. Cornelli; nolo auto: S. A. AutoTrasporti); è capoluogo della Provincia omonima, a cavallo del fiume Màllero, che ivi sbocca impetuoso dalla Val Malenco, rinserrato da robusti argini. Ha tutti gli uffici governativi e provinciali di un capoluogo; tutte le scuole secondarie, comprese le normali; un convitto naz., un collegio sales., il collegio convitto femm. di S. Lorenzo, altro di S. Croce altro delle Canossiane. Possiede un buon archivio comunale, l'archivio notarile con atti di 2000 notai dal 1321 in poi, e pergamene che rimontano al 1116; nonchè una biblioteca comunale, con museo, ricca di oltre 10.000 volumi e molti manoscritti dal 1100 in poi.
Sóndrio è d'antichissima origine, ed era chiamata Sùtrium. Verso il 1000 vi si rifugiò da Milano la potente famiglia De Capitani, che ampliò e fortificò il Castello Masegra, intorno al quale sorgeva allora la città, da detta famiglia protetta e difesa, così da guadagnarsene l'affetto e la fiducia. Nel 1300, parteggiando pei Vitani di Como, fu presa e distrutta dagli avversari Rusconi. Fu però riedificata più in basso e munita di mura, nonchè di una torre sul colle Moncucco (1). Potè così resistere nel 1329 a un assedio di Cornaschi guidati da Franchino Busca, che dopo circa un anno dovette ritirarsi. Più tardi (1336), scacciato dai  sondriesi Tebaldo De Capitanei, cadde in mano dei Visconti che ne smantellarono le mura; poscia degli Sforza, indi dei Grigioni. Sotto i Grigioni, Sondrio divenne sede del Governatore Generale della Valle, del suo Vicario, del Consiglio e del Cancelliere di Valle. La città fu amministrata dal Consiglio degli Anziani eletto da sei Quadre di cui una era formata dalla fam. Beccaria. Nel 1817, e più ancora nel 1834, fu desolata da piene del Màllero, ad evitare le quali furono costrutti i robusti argini.
Sóndrio (luce elett. e acqua potab. municip.) ha non poca importanza industriale e commerciale. Possiede la Soc. Enologica, fondata nel 1873, per la produzione dei rinomati vini di Valtellina, ed altri produttori e negozianti, un cotonificio, una fiorentissima Banca Popolare con varie succursali ed agenzie; la Banca Piccolo Credito Valt. con succ.; una succ. della Banca d'Italia, un'agen. della Cassa di Risp. di Milano, l'importante conceria di pellami Carini con segheria; un mulino meccanico per cereali, una fabbrica di cera, una fornace per laterizi, tre importanti segherie, tre tipografie ecc. tutto quanto può desiderarsi in una città moderna. Assai apprezzati sono i salumi che quivi si confezionano e che si esportano nella Svizzera. In Sondrio funzionano pure: l'Unione dei Contadini Valt. che agisce da Consorzio Agrario Coop., una Federaz. delle coop. valt., una coop. combatt., una coop. scolast., una soc. d'arti grafiche, una coop. di cons., una coop. di consumo agric., una cassa rur. di prestito, la coop. « Gioiello » per le ardesie di Valtellina; una sezione del Club Alpino, la soc. per la caccia e la pesca, una casa di salute, due circoli, diverse fiorenti opere pie, una società operaia masch. con 530 soci e un patrim. di L. 365.000, altra femm. con un patrim. di oltre L. 80.000, la soc. fra i militari in congedo, l'«Alleanza» soc. d'assicur. infort. e rischi diversi; l'uff. coop. del lavoro, l'assoc. mutilati, l'assoc. madri e vedove, l'opera naz. assist. mutilati, l'assoc. naz. combattenti, l'assistenza orfani di guerra, la Croce Rossa italiana. Vi sono diversi corpi musicali, circoli sportivi, assoc. di classe, politiche e di coltura. Vi sono anche piccole industrie che producono scodelle, zoccoli, botti, secchi, canestri, campanelli e altri oggetti d'uso domestico.
Sopra un colle che domina la città sorge il menzionato castello di Masegra, passato dai De Capitani ai Beccaria, ora, dopo molti anni di abbandono, ridotto a caserma degli alpini; sopra un poggio più a est, il Collegio Convitto Nazionale con le scuole classiche. Sul colle di Moncucco, a nord del Collegio Nazionale, fu di recente eretto il Manicomio Provinciale, bell'edificio con diversi padiglioni.
Notizie artistiche. — Interessanti per la loro architettura sono: il palazzo Botterini de Pelosi, opera dell'ing. Gius. Sertali ; l'Ospedale eretto nel 1836 su disegno del Moraglia, nella cui cappella vi è una tela con S. Giovanni di Dio di Antonio Caìmi ; il Teatro, costrutto nel 1820 su disegno dell'arch. Caménica e dipinto dal celebre scenografo Carlo Ferrerio morto nel 1905, e che lavorò anche nel teatro della Scala di Milano; la Collegiata, eretta su disegno di P. Ligari, mentre il coro è del ticinese Taglioretti (1797) e la facciata dell'arch. Giuseppe Sértoli (1838).
Questa chiesa, dedicata ai SS. Gervasio e Protasio, contiene dello stesso Ligari la M. del Rosario, S. Domenico e S. Stefano nell'altare di mezzo a destra, e S. Gregorio Magno su un pilastro dell'altare di fronte, ristaurato in alcuni punti dal bisnipote Angelo Ligari. Sono di Gianolo Parravicini le grandi tele ai lati dell'altar maggiore, e di Antonio Caìmi la lunetta a fresco sopra la porta maggiore rappresentante la M. coi SS. Gervasio e Protasio, e la tela col Battesimo di Cristo all'altare Botterini. Sono di G. Gavazzeni l'affresco sulla volta coll'Assunzione di M. V., e la Morte di S. Giuseppe in una cappella laterale. Nella sagrestia vi sono due tele di eccellente fattura, con l'Adorazione dei Magi e la Circoncisione; una piccola tela colla testa di Cristo; altra buona tela più grande con Cristo (testa e spalle) guardante in basso. La torre, robusta ed isolata, ideata da P. Ligari, rimase incompiuta nella parte superiore.


Sondrio

La chiesa di S. Rocco, a mattina della città, eretta nel 1513, ove fu costrutta di recente una Casa Salesiana, possiede una pregevole tela con S. Giuseppe e la Buona Morte, e una pala d'altare di C. Valorsa. Fu trasportata da questa chiesa nella sagrestia della Collegiata una predella d'altare, forse del Valorsa, con le statue in legno dei santi Gervaso e Protaso, e dipintovi a tempera S. Gio. Battista e gli Evangelisti. Esisteva nella casa Orsatti e fu ora trasportata nel nuovo palazzo del Municipio, ripristinato dall'ing. A. Giussani nell'elegante suo stile del 400, una M. che allatta il B., S. Maddalena e S. Pietro M. affr. accurato e morbido di Cipriano Valorsa, con data del 1536.
Nel palazzo arcipretale si veggono i ritratti degli arcipreti di Sondrio dal 1442 in poi, alcuni di buonissimo pennello; lungo il lato sinistro del Màllero, vicino al ponte grande, si trova un obelisco di granito bianco con quattro statue del Croff, eretto a ricordo della piena del Màllero del 1834 e in segno di gratitudine verso l'imperatore Ferdinando che fu largo di soccorsi. Sono pure pregevoli: il monum. a G. Garibaldi, eretto nel 1909 in piazza V. E., opera dello scultore Confalonieri di Milano, con un bassorilievo in bronzo illustrante un fatto d'arme della guerra del '66, in cui il tenente Pedranzini di Bórmio, seguito da poche guardie nazionali, calando da un dirupo, sorprese e fece prigioniera una compagnia di austriaci; il busto di Vittorio Emanuele II dello scultore Crippa, davanti al nuovo palazzo delle scuole; nel piazzale della staz. il recente monum. ai Valtellinesi caduti nelle guerre dal 1848 al 1866, dello scultore Salv. Pisani, i palazzi dell'albergo della Posta, della Banca d'Italia, della Banca Popolare; il Palazzo Provinc. con un bell'affresco di Gio. Gavazzeni; il recente palazzo di Giustizia dell'ing. A. Giussani; il Pretorio, restaurato dallo stesso, ora sede del Municipio. Nel grazioso cortiletto vennero murati varii avanzi antichi, fra i quali una lapide etrusca scoperta a Montagna, illustrata dall'ing. Giussani (3), l'affresco del Valorsa di casa Orsatti; la Casa di ricovero sulla strada di Montagna, dis. degli ing. Orsatti e Polatti, il nuova palazzo Quadrio, stile 1400. Merita menzione il bel porticato interno della casa Carbonera in contrada Cantone. In questa casa si trovava una bella stufa artistica del 500, acquistata nel 1882 dai fratelli Bagatti-Valsecchi per il loro palazzo di Milano. Altra stufa con pregevoli intagli trovasi tuttora nella casa Sassi-De Lavizzari. Del 400 è il portone della casa Lavizzari nella via omonima. Il nuovo cimitero a est della città possiede un pregevole Cristo, ultimo dipinto di G. Gavazzeni.
Uomini illustri. — Sondrio diede i natali a molti uomini insigni. Fra essi lo scultore G. B. Ciotti; il pittore Gian Pietro Ligari, nato nel 1686, che studiò pittura a Roma sotto Lazzaro Baldi di Pistoia, a Venezia nella Scuola Tizianesca, indi a Milano verso il 1712, ove sposava Nunziata Steininger e lasciò non pochi dipinti, fra i quali una tela d'altare per la chiesa di San Marco, altra tela per la sagrestia di S. M. Segreta, altra in S. Raffaele, che rappresenta l'Angelo che si manifesta a Tobia, nonchè una pala d'altare nel Convento di S. Leonardo in Como, ora soppresso (via Volta 33). Altri suoi quadri furono inviati al Re di Francia. Tornato in patria nel 1722, riempiva tutta la Valtellina dei suoi affreschi e delle sue tele, pieni di vita, di colorito, di espressione e di movimento i primi, di ombra, di mestizia, di raccoglimento le seconde. Alcune sue tele si trovano a Milano nella Pinacoteca di Brera e nell'Ambrosiana. Fu anche distinto architetto, musico, perito di meccanica e di fisica, assai lodato pure per l'interezza di costumi e l'insigne pietà. Morì a Sondrio nel 1752 tra il compianto generale e fu sepolto in quella collegiata. Fu sua allieva la celebre pittrice A. Kàuffman. Furono pure buoni pittori i suoi figli Cesare e Vittoria; il primo, nato, a Milano nel 1716, sposò Lucrezia Brisa, e morì a Como, Parr. di S. Nazaro (ove venne sepolto) il 12 apr. 1770;  studiò a Venezia nella scuola del Tiepolo, lasciò egregi dipinti nella Bassa e Media Valtellina, ed anche fuori, gli venne attribuita una pala d'altare per la chiesa di Cerro, ed una volta a fresco nella chiesa di S. Trinità a Como (ora sconsacrata e magazzino delle R. Privative); la seconda non da meno del fratello nella valentia del dipingere, collaborò spesso con lui, come si disse, a Roncaglia (vedi n. 18), e dipinse da sola la pala d'altare nell'oratorio di Cepina (vedi n. 82), due storie di Mosè nella casa Odescalchi di Olmo (Como): fu pure distinta musicista. Buon pittore fu eziandio il bisnipote Angelo Ligari, allievo dell'Hayez.
Più recenti sono: Pietro Martire Rusconi, nato nel 1785, m. nel 1869; Antonio Caimi, n. nel 1810 m. nel 1878, pure scolaro dell'Hayez, che per molti anni fu segretario dell'Accademia di Belle Arti di Milano; Antonio Gualtieri, pure del 1800. Fra i letterati e patrioti, Sondrio annovera Aristide Caimi e Romualdo Scafodini, che fiorirono nella seconda metà del secolo scorso. Meritano pure menzione il colonnello Pietro Starcisi ed il generale Giulio Patti, entrambi dell'epoca napoleonica; lo statista Nicolò Parravicini, che fu cancelliere generale di Valle nel 1620 e che si oppose energicamente a i massacri allora consumati; Lorenzo Botterini Benedoni, che viaggiò nel Messico e scrisse nel 1746 una storia dell'America Settentrionale; gli storici, padre e figlio, Giuseppe e Francesco Romegialli, il primo figlio del pittore Pietro di Morbegno, fioriti nel XIX secolo; G. B. Gualzetti, sacerdote e patriota, nato nel 1792, valente oratore e letterato; Pietro Martire Ferrari, morto nel 1825, valente medico e naturalista; i giureconsulti Francesco Schenardi e Francesco Carbonera detto a penna d'oro n, entrambi del 1600; il cav. Cesare Parravicini De Sere toli, nato nel 1770 e morto primo presidente della Corte di Giustizia di Trieste; Cesare Paribelli, n. nel 1763, che, ufficiale del Re di Napoli, fu imprigionato per le sue idee liberali. Liberato nel 1793 dai Francesi, fece parte del governo provvisorio della Repubblica Partenopea. Mandato ambasciatore a Parigi, vi patrocinò l'unità d'Italia, ebbe continui rapporti con Napoleone, e in più occasioni potè tornar utile alla sua patria: nel 1819 ebbe il grado di colonnello e mori nel 1834; Giovanni Paribelli, fratello del Cesare, ebbe molta parte nell'unione della Valtellina alla Cisalpina; l'arciprete Antonio Maffei, elegante scrittore di cose storiche ed artistiche, del XIX secolo; Venceslao Noghera, morto nel 1888, illustre patriota, pubblicista ed economista. Nacque ai Mossini, frazione di Sondrio, il carmelitano Stefano Pelosi, morto a Napoli nel 1763 in odore di santità.


Media Valtellina da Triangia

È morto nel 1909 Enrico Sértoli, n. nel 1842, che studiò medicina a Pavia, ove fu assistente del prof. Oehl: si perfezionò in fisiologia a Vienna ed a Tubinga, e tornò in patria per prender parte alla campagna del 1866: prestò la sua opera come medico militare a Palermo durante l'insurrezione e il colera del 1867: nel 1871 fu nominato professore di anatomia e fisiologia nella scuola superiore di veterinaria di Milano: pubblicò diverse importanti monografie di fisiologia e il suo nome si lega ad una delle scoperte più importanti di questa scienza. È morto a Roma, nel febbraio 1905, il comm. Eugenio Noghera già segretario generale al Consiglio di Stato, nato nel 1832: egli prese parte alle cinque giornate di Milano, all'assedio di Venezia ed alle campagne per l'indipendenza: divenne poi ispettore generale di sanità e si distinse nell'organizzare la difesa contro il colera a Napoli, Catania e Liguria.
È pur giusto ricordare il maggiore dei garibaldini Ercole Quadrio, che prese parte con onore a tutte le guerre per l'indipendenza, cominciando colle cinque giornate di Milano; il dott. Pietro Caimi, buon economista della prima metà del XIX secolo; il contrammiraglio Aristofane Caimi, primo comandante della corazzata «Duilio» che occupò il porto di Massaua; il maggiore cav. Giovanni Dioli, morto nel 1909, che fece parte delle campagne del '59-'60 nei volontari, combattendo a Milazzo, ove guadagnò le spalline, indi nelle guerre del '66 e '70 nell'esercito regolare. Fra i caduti dell'ultima guerra è doveroso ricordare i volontari Luigi Guicciardi, prefetto a riposo, l'avv. Pier Giacinto Paribelli, capitano degli alpini, decorato di medaglia al valore, che si occupò con amore, competenza e con pregevoli scritti dell'arte in Valtellina, ed il Sottoten. Ant. Sertoli, decorato di medaglia d'oro.

Sono viventi: il prof. sen. Luigi Credàro dell'Università di Roma già deputato, più volte ministro dell'Istruzione, apprezzato pei suoi studi ed opere filosofiche e pedagogiche; il prof. sen. Pio Ràjna, illustre cultore di filologia romanza, già prof. sup. di Firenze, accademico della Crusca, cav. dell'ordine civile di Savoja, che si guadagnò fama per le sue pubblicazioni letterarie. Mancarono di recente il prof. Fabio Besta, della Scuola superiore di commercio a Venezia, compilatore di una pregevole Guida della Valtellina ed autore di lodate pubblicazioni di ragioneria, e l'astronomo Michele Rajna prof. all'Univ. di Bologna.”

Nella seconda guerra mondiale morirono Arrigoni Luigi di Enrico Plinio, Balza Gian Carlo di Biagio, Bariani Riccardo Carlo di Giovanni, Bariani Aldo di Giovanni, Bassola Giuseppe di Luigi, Bassola Alessandro di Carlo, Bassola Alfredo di Carlo, Bertazzini Pietro di Giovanni, Bertazzini Carlo Andrea di Antonio, Bettini Franco Umberto di Umberto, Bettinelli Tarcisio di Antonio, Bordoni Giovanni di Andrea, Buzzetti Luigi di Primo, Brusa Roberto di Calvandro, Buccella Mario di Armando, Camozzi Gino di Pietro, Capararo Giusto di Giovanni Enrico, Capararo Rinaldo di Ernesto, Capararo Carlo di Carlo, Casati Renato di Francesco, Cassina Riccardo di Cesare, Cattelini Luigi di Antonio, Ciajolo Giuseppe di Tancredi, Cincera Filippo Andrea, Ciapponi Alfredo Domenico di Giovanni Battista, Confeggi Mario di Vittorio, Confeggi Carlo Roberto di Luigi, Confeggi Carlo di Federico Antonio, Corlatti Carlo Emilio Filippo di Ercole, Della Cagnoletta Franco di Lorenzo, Della Cagnoletta Bruno di Domenico, Dell'Agostino Mario di Paolo, De Bernardi Bruno di Giacomo, Dioli Luigi Carlo di Francesco, Dioli Giovanni di Giovanni Battista, Foianini Renzo Mario di Attilio, Gandossini Luigi di Antonio, Gandossini Andrea di Giorgio, Giacon Ottorino di Luigi, Gianasso Franco di Giovanni, Gianolini Alessandro Vincenzo di Mario, Giotta Carlo Enrico di Attilio Franco, Giovanetti Mario Amleto di Domenico, Giugni Arturo di Giacinto, Gualzetti Fulvio di Clemente, Granaroli Mario di Luigi, Greco Raffaele di Enrico, Grillo della Berta Gaetano di Marino, Gugiatti Vincenzo di Silvio, Lanza Giusto di Gallo, Lavizzari Fausto di Luigi, Longoni Azzo di Giuseppe, Longoni Antonio di Giuseppe, Lorenzini Renzo di Olimpio, Macri Bruno di Luigi, Massera Guido di Oreste, Meago Enrico Carlo di Emilio Carlo, Meago Cesare Natale di Francesco, Melè Giacomo di Celso, Melazzini Amos di Giuseppe, Merizzi Giacomo Antonio di Giovanni, Miotti Giuseppe di Antonio, Morelli Paolo Domenico di Giovanni, Morelli Enrico di Vincenzo, Moroni Giovanni Battista di Luigi, Moroni Livio di Stefano, Ortensio Ezio di Luigi, Parolo Giuseppe Pietro di Giovanni, Pasini Lorenzo di Luigi, Pensotti Ernesto di Ernesto, Pensotti Giovanni di Ernesto, Pedrini Alberto di Renzo, Piatta Giulio di Guido, Piatta Dino Lorenzo di Guido, Pepino Giacomo di Luigi, Perego Giuseppe di Pietro, Presalli Lino Franco di Attilio, Pozzoni Eugenio Bruno di Emilio, Pozzoni Omobono di Luigi, Pruneri Severino di Geremia, Pasella Riccardo di Nicola, Pastelli Davide di Giovanni, Rossi Lorenzo di Giuseppe, Rossatti Bruno di Antonio, Scherini Mario di Cesare, Scherini Franco di Attilio, Scherini Paolo di Enrico, Scola Paolo Giuseppe di Antonio, Spinelli Franco di Felice, Spinelli Saule di Felice, Setti Giordano di Ernesto, Zecca Arnaldo di Giovanni, Campiglio Carlo di Carlo, Bordoni Dino fu Antonio, Pozzoni Pio fu Pietro, Cecconi Raffaele fu Decio e Feffari Luigi fu Carlo.
Morirono, infine, per malattia contratta nel periodo bellico Bettini Gino di Carlo, Colombera Alessandro di Gaudenzio, Colombera Camillo di Emilio, Confeggi Giovanni di Gervasio, Corlatti Renato di Paolo, Dell'Avanzo Dino di Andrea, Gianolini Umberto di Mario, Gianoli Diego Enrico di Ruggero, Morelli Alessandro di Giuseppe, Primiani Primo, Pozzoni Mario di Egidio, Proh Amanzio di Lorenzo, Rasella Arturo di Luigi, Scherini Pio di Pietro, Scala Antonio di Francesco, Tavelli Mario Cesare di Camillo, Valli Pietro di Bartolomeo, Zanardi Paolo di Pietro e Zoia Emilio di Pietro.

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Il seguente riquadro, infine, riassume lo sviluppo demografico della città dall’unità d’Italia al terzo millennio:


AB1861

AB1871

AB1881

AB1901

AB1911

AB1921

AB1931

AB1936

AB1951

AB1961

6284

6823

7342

7707

8862

9237

10554

11672

14643

18944

 

AB1971

AB1981

AB1991

AB2001

22990

22747

22097

21642

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BIBLIOGRAFIA

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