CARTA DEL PERCORSO - GALLERIA DI IMMAGINI

Una bella giornata di primavera o d’autunno (o anche d’inverno, se il clima non è troppo rigido) può essere ottimamente impiegata per una camminata che ci consenta un suggestivo incontro con Berbenno ed il suo territorio circostante. Punto di partenza e di arrivo è il parcheggio della chiesa arcipretale di S. Maria Assunta.
Lo raggiungiamo staccandoci dalla ss. 38 dello Stelvio, verso nord, all’altezza di S. Pietro Berbenno. La strada che porta al centro di Berbenno sale per un tratto diritta, poi, dopo pochi tornanti, propone un bivio: prendiamo a destra, impegnando la via della Conciliazione, che scavalca su un ponte il torrente Finale e passa proprio sotto il grande complesso della chiesa. Appena possibile, prendiamo a sinistra, passando davanti all’ingresso della chiesa e raggiungendo l’ampio parcheggio al quale lasciamo l’automobile, a circa 370 metri s.l.m. Il parcheggio si affaccia sul lato orientale del torrente Finale e da qui possiamo godere di un bello scorcio di Berbenno.
Saliamo, quindi, diritti, raggiungendo subito la piazza del Municipio, alla quale prendiamo destra, percorrendo un tratto di via Roma, fino a sbucare in via Vanoni, che sale verso la frazione di Polaggia. Ignorata la deviazione a destra per Postalesio, ci avviciniamo alla chiesa di S. Abbondio, che raggiungiamo staccandoci, sulla sinistra, dalla strada asfaltata per salire su una strada che ha mantenuto l’antico fondo in “risc” (costituito da ciottoli arrotondati opportunamente disposti). Dopo un tornante dx ed uno sx, raggiungiamo il sagrato della chiesa (m. 438), nella frazione di Polaggia. Il termine deriva forse da “pullus”, molle, congiunto con il suffisso di origine etrusca “asa-asia”, che testimonia dell’antichità dell’insediamento. Altro etimo proposto è quello che si connette al plurale del sostantivo latino “podium”, che significa poggio, dosso, di cui Polaggia sarebbe un accrescitivo. In effetti qui siamo su una sorta di poggio: dal sagrato godiamo quindi di un ottimo scorcio panoramico sulla parte bassa del territorio di Berbenno, in direzione di Sondrio (est).
Pieghiamo, ora, a sinistra, seguendo la strada che passa sotto una caratteristica abitazione con volta a botte. Proseguendo diritti, in leggera salita, ci portiamo alla frazione di Dusone (termine che, secondo un’ipotesi assai discussa dell’Orsini, si ricollegherebbe a “dusius”, nome di un demone gallico). Superata una piazzetta con fontana, giungiamo ad un bivio, al quale prendiamo a destra, salendo lungo una pista abbastanza ripida, con fondo in cemento. Poco più avanti, ad un trivio, troviamo i cartelli che indicano la Madonnina, il Sultùn e San Gregorio: proseguiamo sulla pista di mezzo, ignorando quella che scende verso sinistra e porta alla Madonnina e quella, in cemento, che sale, più ripida, a destra. Poco sopra, eccoci ad un nuovo bivio: anche qui ignoriamo la pista di sinistra, con indicazioni per la madonnina, e proseguiamo diritti, seguendo le indicazioni per il Mulino, il Sultùn e S. Gregorio.
Il mulino è pochi metri davanti a noi, sulla destra del sentiero che sostituisce la pista, che termina qui. Mulini e segherie, costruiti probabilmente a partire dal Seicento, erano, in passato, elementi fondamentali nel contesto dell’economia agricola e rurale. Sfruttavano l’energia delle acque del torrente Finale, il torrente di Berbenno, che conosceremo più da vicino nel prosieguo della camminata.


Panorama di Polaggia

Intanto proseguiamo con una diversa meta, la chiesetta di S. Gregorio. Oltrepassato il mulino, la cui grande pala è visibile all’esterno dell’edificio ristrutturato, proseguiamo sul sentiero, che piega a destra ed intercetta una pista che proviene da sinistra, in corrispondenza di un tornante destrorso e di un rudere, alla sua sinistra. A sinistra del rudere si stacca dalla pista una pista secondaria, che procede pianeggiante. Una scritta sul rudere indica che quella è la direzione per la cascata. Noi, invece, prendiamo a destra, seguendo le indicazioni per S. Gregorio e saliamo ad intercettare la parte alta della via della Puncia, che giunge sin qui staccandosi dalla strada asfaltata Polaggia-Gaggio di Polaggia. Prendiamo, quindi, a sinistra, raggiungendo in breve il punto terminale della pista, posto appena sotto la chiesetta di S. Gregorio.
Imboccato un sentierino, giungiamo, dopo pochi passi, al punto nel quale, prendendo a destra, possiamo salire al sagrato della chiesetta, posta a 588 metri. Si tratta, propriamente, di un oratorio posto su un piccolo colle che veniva chiamato, fino al sec. XVII, monte Zardino. Esso fungeva da cappella originariamente annessa ad una struttura fortificata, detta “castrum Mongiardinus”, di origine trecentesca. Dal colle si gode di un’ottima visuale sulla media Valtellina, da Triangia al Culmine di Dazio. Fra le particolarità dell’oratorio vi è l’ancora lignea dell’altare (scolpita dai milanesi Guglielmo a Gian Filippo Bossi nel 1628), nella quale l’ostia è circondata da due animali squamosi, di origine fantastica. Questi esseri indefinibili hanno sempre acceso la fantasia popolare, che si è foggiata, a loro immagine e somiglianza, una bestia misteriosa e malvagia, dal nome ancor più misterioso, il “giuèt”, dotata di oscuri poteri di incantamento sulle persone e descritta come una sorta di ibrido mostruoso fra gatto, pesce e serpe. Di essa si raccontava che abitasse i boschi della zona, da Polaggia fino alle soglie dell’alpe di Caldenno. Ma le storie misteriose legate a questa chiesetta non terminano qui. Narrano che nei suoi sotterranei siano stati rinvenuti resti umani dalla forma strana; si dice, poi, che durante la terribile pestilenza portata dai Lanzichenecchi nel 1629-31, che ridusse a poco più di un quarto la popolazione valtellinese, la chiesa fosse stata adibita a lazzaretto; si dice, infine, che una rete di cunicoli congiungesse la chiesetta alla dimora dei castellani. Dalla fantasia popolare alla storia: probabilmente la chiesa fu luogo nel quale vennero sepolte le vittime della terribile peste. Quanto al castello, si ipotizza che, per la sua felice posizione, servisse per sorvegliare il passaggio di merci e persone sul fondovalle, da Sondrio al Culmine di Dazio, ma anche i traffici che si svolgevano sfruttando il passo di Dordona e la Valmadre, da e per la bergamasca, che era sotto il dominio della Repubblica di Venezia. Più probabile, però, è che il castello avesse la funzione di difendere le proprietà dei Rusca ed i contadini ed artigiani che per loro lavoravano.
Torniamo, ora, indietro, fino al rudere sulla cui parete è scritta, in bianco, l’indicazione “cascata”. Prendiamo, dunque, a destra, seguendo la pista pianeggiante che ci porta al torrente Finale. Attraversato il torrente, su alcuni sassi piuttosto scivolosi, non dobbiamo proseguire diritti, sul sentiero che sale nel bosco, ma cercare subito, alla nostra destra, il sentierino che si addentra nel solco terminale, ombroso ed umido, della Val Finale. La sua partenza non è visibile, perché nascosta dalla vegetazione, ma pochi metri più avanti lo individuiamo senza difficoltà, nonostante sia ormai molto sporto ed assediato dalla vegetazione disordinata. Un’indicazione, al proposito, va premessa: il percorso che andiamo a descrivere e che porta alla cascata del Sultùn richiede abbigliamento adeguato, nel senso che sono da evitare pantaloncini corti e braccia scoperte (a meno che si desideri, masochisticamente, portarsi via, sulla pelle, un ricordo della camminata, regalato da qualche rovo).
Dopo il primo tratto, guadiamo di nuovo il torrente, da sinistra a destra, e continuiamo a salire sul suo lato destro (per noi). Passiamo, così, a ridosso di un roccione, alla nostra destra, ed ai piedi di un corpo franoso (ne vediamo un altro sul lato opposto del torrente). Poi il bosco si apre e lo sguardo raggiunge i vertiginosi ed orridi roccioni che, alla nostra sinistra, precipitano dal versante occidentale della valle sul suo solco terminale. Il sentiero piega poi a destra e su un ponticello di legno attraversiamo per la terza volta il torrente, salendo poi per un tratto e portandoci proprio ai piedi dell’impressionante salto roccioso. Davanti a noi una briglia in cemento sul torrente. Qui la traccia sembra perdersi, ma, rimanendo sul filo di un cumulo di sassi lo ritroviamo: ci porta, subito, ad un ponticello in legno, con assi scivolose e malmesse (ma sotto il torrente è basso e privo di pericoli), attraversato il quale siamo di nuovo alla destra del torrente. Davanti a noi vediamo una parete rocciosa ancora più impressionante. Ma i guadi non sono terminati: ne troviamo un ultimo, che ci porta di nuovo sul lato sinistro.
Davanti a noi la gola terminale della valle si chiude e finalmente vediamo il Sultùn, cascata di una trentina di metri che, pur non essendo fra le più impressionanti per potenza fra quante ci è dato di osservare in Valtellina, ha un fascino unico, legato al luogo orrido ed impressionante che la incornicia. Siamo a circa 580 metri sul livello del mare, e qui il torrente conclude la sua corsa sui ripidi pendii della Val Finale ed inizia una più tranquilla discesa verso il fondovalle. Le sue acque giungono fin qui dalle sorgenti poste nel cuore della Val Grande, in località Pra’ Liss, a circa 2000 metri, dopo aver raccolto, in località Vendul, quelle delle sorgenti del Doss del Bun e della Val del Tap.
Torniamo, ora, indietro, al sentiero che abbiamo lasciato subito dopo il primo guado del torrente, e percorriamolo, in salita, verso destra. Incontriamo quasi subito una deviazione sulla destra (si tratta del sentiero che sale, ripido, fino ad uno splendido poggio di abeti, proseguendo, poi, senza traccia chiara, fino ad intercettare, molto più in alto, la strada asfaltata per Prato Maslino), che però ignoriamo. Più avanti troviamo, sempre sulla destra, un ripido canalone che taglia il bosco. Poi il sentiero comincia a piegare a destra e, per un tratto, è scavato nella terra del sottobosco. Poco più avanti piega di nuovo a sinistra e supera un valloncello largo e poco marcato, proseguendo verso ovest. A quota 650 metri circa raggiunge un bel bosco di castagni, pulito ed aperto, dove assume un andamento quasi pianeggiante e viene raggiunto da un sentiero che sale da sinistra. Poco più avanti intercetta la strada asfaltata che sale a Prato Maslino.
Noi, però, lasciamo, ora, questo sentiero, per imboccare proprio quello che lo ha appena raggiunto salendo da sinistra. Lo seguiamo, quindi, scendendo per un tratto verso sinistra, piegando poi a destra. Passiamo a destra di una baita isolata e pieghiamo, quindi, leggermente a destra, superando una vallecola poco pronunciata, per poi piegare leggermente a sinistra e riprendere la discesa diritta, che ci fa passare a destra di una baita sul limite di alcuni prati. Nella successiva discesa troviamo un segnavia bianco-rosso e, poco dopo, un bivio: mentre la traccia principale, indicata anche da una freccia bianco-rossa, piega a destra, noi seguiamo una traccia secondaria, meno marcata, che prosegue diritta. Poco sotto piega leggermente a destra e diventa, per un breve tratto, assai ripida, immettendosi, poi, in un sentiero che sale da destra. Prendiamo, ora, a sinistra e proseguiamo nella discesa, raggiungendo un muro a secco che fiancheggia sulla sinistra il sentiero, ora largo; attraversato un valloncello, pieghiamo leggermente a sinistra ed affrontiamo una breve salita, che si conclude ad uno slargo.


Forra del torrente Finale

Dopo un tratto in falsopiano, raggiungiamo il prato Balzarro che ospitano la cappella denominata della Madonnina (m. 493), edificata nel 1938 e dedicata a Maria Ausiliatrice. Nei suoi pressi si possono osservare i resti dell'ex colonia estiva "G. Meraviglia", edificata nel medesimo 1938 ed aperta per ospitare i ragazzi nel periodo estivo ma anche nei finesettimana, e caduta in disuso alla fine degli anni Sessanta.
Una sterrata ci riporta al torrente Finale, oltrepassato il quale ci ritroviamo nei pressi del mulino che abbiamo già incontrato nella prima parte della camminata. Torniamo, ora, sui nostri passi, scendendo verso destra, fino al bivio che si trova sul limite occidentale della contrada Dusone. Ora, però, invece di procedere a sinistra, verso le case di Dusone, prendiamo a destra, scendendo lungo la via Piana, una sorta di via panoramica, molto bella, che attraversa una fascia di vigneti a monte del centro di Berbenno. Ignorata una deviazione a destra (cartello con indicazione “Mulino”), continuiamo a scendere, trovando la via Case Perlizzi, che termina, lasciando il posto ad una mulattiera, con fondo in “risc”, che scende diritta fra due muri a secco ad altezza d’uomo, verso il centro del paese.
La mulattiera termina ad una brevissima stradicciola in asfalto, che confluisce nella via Roma, che percorriamo verso destra, piegando poi a sinistra e scendendo al parcheggio della chiesa di S. Maria Assunta, dove abbiamo lasciato l’automobile. Questa bella camminata richiede due ore circa, o poco meno; il dislivello approssimativo in salita è di 400 metri.

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