CARTA DEI PERCORSI

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Tirano, per la posizione strategica (è posta alla confluenza della Val Poschiavina - a sua volta culminante nel passo del Bernina, porta di accesso alla Rezia - in Valtellina, non lontano da due altre porte di grande importanza storica, quelle dell’Aprica e del Mortirolo, che congiungono Valtellina ed alta Val Camonica) e le vicende storiche è città protagonista della storia della Valtellina nei secoli passati. Il nome «Tirianum» o «Tyranum», attestato dopo il Mille, è forse di origine romana e si riferisce ad un certo «Tirianus o Tirius», oppure deriva da «inter amnes» cioè luogo posto fra i fiumi Adda e Poschiavino. È stata avanzata anche l’ipotesi di un’origine da  «Turris amnis», cioè “torre del fiume”, con riferimento ad una fortificazione della zona presente fors ein età tardo romana. Queste derivazioni latine, come afferma Don Lino Varischetti, nella sua monografia su “Tirano” (Sondrio, Tipografia Bettini, 1956, nella “Raccolta di Studi storici sulla Valtellina”, XIX),  mostrano l'origine romana di Tirano. Del resto molti toponimi nel tiranese sono di derivazione latina: Stazzona è da “statio”, Cologna è da “colonia”, Poschiavo  è da “post claves”. Non mancano i reperti romani, come la lapide trovata nei pressi di Stazzona. Della Valtellina i Romani conobbero ed apprezzarono probabilmente i Bagni di Bormio, certamente il vino che già a quei tempi si coltivava: il celebre storico Svetonio parla, infatti, del vino retico allietava le mense di Augusto : «vino raethico maxime delectatus».
Alcuni studiosi si spingono, però, ben più addietro nella storia e fanno derivare il nome di Tirano dai Tirreni, antico popolo del grande ceppo degli Etruschi, popolo di grande civiltà, che abitò l'Italia prima dei Romani. Attesterebbero la loro presenza toponimi di derivazione etrusca ed Enrico Besta (ne "Le Valli dell’Adda e della Mera nel corso dei secoli. Vol. I: Dalle origini alla occupazione grigiona", Milano, Giuffrè, 1955) afferma che la colonizzazione etrusca della Valtellina risale ai secoli XI-VIII a. C.
Agli Etruschi seguirono i Galli, popolo di stirpe celtica, che dal Nord-Ovest dell'Europa calarono in Italia spingendosi fino a Roma nel IV secolo a.C., passando anche per la zona di Tirano, come mostra il ritrovamento, nel 1884, delle armi di Piattamala, due pugnali di bronzo di sicura origine gallica. Forse (ma è pura congettura) il passaggio dei Galli ha lasciato traccia anche nella nota località detta «Sasso del Gallo», nota località sul confine italo-svizzero a monte della zona di Roncaiola e Baruffini. Il primo nucleo insediativo di Tirano fu compreso fra la base del costone di Roncaiola e la sponda destra dell'Adda, dove sorge la Chiesetta di S. Giacomo. Tale nucleo, che comprendeva anche la Chiesa di S. Alberto, la prima chiesa di Tirano, attestata in alcuni documenti, fu, però, in data ignota,sepolto dall’enorme frana scesa dalle falde del Masuccio. Sorse, così, un nuovo nucleo, sulla riva sinistra dell'Adda, in un luogo più sicuro.
Dopo la conquista romana, la Valtellina venne inserita nel più vicino municipio, quello di Como. Già durante la crudelissima persecuzione di Diocleziano alcuni cristiani sierano rifugiati all'estremità del lago di Como e all'ingresso delle Valli della Mera e dell'Adda. Verso la fine dell'Impero romano, poi, sopratutto per opera di S. Felice, primo vescovo di Como, e di S. Abbondio, il Cristianesimo si affacciò in Valtellina: S. Fedele, soldato cristiano che fuggiva dalla condanna a morte,fu raggiunto e martirizzato a Samolaco. Solo qualche secolo dopo, in epoca già longobarda, la valle venne pressoché interamente convertita.

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Caduto l'Impero romano, per intima crisi e sotto la pressione delle popolazioni germaniche, anche la Valtellina fu interessata da queste “migrazioni di popoli” da nord. I Longobardi lasciarono chiari segni della loro presenza nella valle: oltre a molti toponimi, voci dialettali quali “güdàzz” (padrino), balòss (furbo), gnècch (arrabbiato), bütér (burro), gram (magro), scòss (grembo), stracch (stanco), per citare solo le più diffuse. Ai Longobardi seguirono i Franchi, che, pare, ne abbiano fatto strage nella sanguinosa battaglia del Mortirolo, da cui il passo derivò, forse, il suo nome sinistro: nell’anno 800 Carlo Magno venne incoronato imperatore del Sacro Romano Impero. In età carolingia abbiamo le prime forme di organizzazione ecclesiastica, in quanto Carlo Magno ed i suoi successori favorirono largamente il potere temporale, oltre che spirituale, dei Vescovi. La Valtellina divenne, dunque, un possesso feudale dei Vescovi di Como e di alcuni potenti monasteri, quali S. Ambrogio di Milano e S. Abbondio di Como. “Tirano, in quell'epoca, era ancora un modesto villaggio ai margini della pianura dove le acque dell'Adda e del Poschiavino zigzagavano tra acquitrini e paludi. Cresceva invece d'importanza religiosa l'abitato di Villa, che, alla metà dell’Ottocento, aveva già la chiesa battesimale dove convenivano per il battesimo e per i riti sacri tutti gli abitanti della zona.” (don Lino Varischetti, op. cit.).
Sul Dosso di Tirano, cioè sul poggio che domina tutta la pianura Tiranese, il Vescovo di Como eresse un castello, sua dimora temporanea fino al 1300, quando saliva in Valtellina per controllare l’amministrazione dei suoi beni e riscuoterne le rendite. Di fronte al castello del Dosso, circa cento anni prima della sua edificazione, all'imbocco della Valle di Poschiavo, era sorta la chiesa di S. Perpetua, con il relativo convento e Xenodochio collegato con quello di S. Remigio, arroccato sopra l’impressionante salto che precipita sul lago di Poschiavo, lungo l'antichissima via di comunicazione che portava al passo del Bernina, una delle vie più battute d'Europa. L’opera dei frati di Santa Perpetua non fu, però, puramente assistenziale: essi promossero anche la graduale bonifica della pianura tiranese, cosicché la popolazione di Tirano, allora piccolo nucleo sulle rive dell'Adda, cominciò a crescere. Nel 1200 venne eretta, di fronte alla fortificazione del Dosso, quella di Piattamala, a riprova della posizione strategica di Tirano, in quanto da qui si controllavano tutti i passaggi per l'alta Valtellina e per la Rezia, attraverso il passo del Bernina. Su quest’ultima scrive Guido Scaramellini, nel suo studio “Le fortificazioni in Valtellina, Valchiavenna e Grigioni” (Sondrio, 2004, pubblicato sul sito www.castellomasegra.org): “Fin dagli inizi del XIII secolo pare esistesse un castello a Piattamala, località considerata dai Comaschi un posto doganale di confine, anche se fino al 1408 tutta la val Poschiavo fino al passo del Bernina dipese dal ducato di Milano. Con il XV secolo Piattamala diventa quindi reale zona di confine fra il territorio a nord, appartenente alla lega Caddea, e quello a sud nel ducato di Milano. Ogni volta che i Grigioni, durante i molti contrasti di confine, si facevano minacciosi, i ducali facevano munire il castello e soprattutto la torre di Piattamala. Se la torre di Piattamala “fusse inpede et fusse ben guardata” si starebbe sicuri, testimoniavano il 4 ottobre 1466 gli ingegneri ducali Zanono Coiro, Francesco da Creppa, Maffeo da Como e mastro Antonio de Premenugo.”
Completava il sistema di fortificazioni del tiranese una torre di avvistamento edificata sul dosso dell’alpe Lughina, ad oltre 1500 metri di altezza, segnalata da Diego Zoia e da Guido Scaramellini, nel medesimo studio sulle fortificazioni di Valtellina e Valchiavenna (cfr. sopra).
L’organizzazione religiosa della Valtellina e della Valchiavenna, dopo il Mille, faceva capo alle pievi di San Lorenzo a Chiavenna, S. Fedele presso Samolaco, S. Lorenzo in Ardenno e Villa, S. Stefano in Olonio e Mazzo, S. Eufemia o S. Pietro in Teglio, dei martiri Gervasio e Protasio in Bormio e Sondrio e S. Pietro in Berbenno e Tresivio; Tirano rientrava nella giurisdizione della pieve di San Lorenzo a Villa di Tirano. La comunità di Tirano si trova citata per la prima volta proprio in quel XI secolo, in un atto del 1055, con cui Zanola fu Enrico Boneto rinunciava ad un fondo che teneva ad accolam a nome della comunità stessa.
Al secolo XII risale la costituzione del comune di Tirano; leggiamo, in proposito, ne “Le Istituzioni storiche del territorio lombardo”, a cura di Roberto Grassi (Milano, 1999): “Nel 1140 alcuni vicini di Tirano ottennero dal vescovo di Como Ardizzone l’autorizzazione ad investire “nomine concilivi” ai conversi di San Remigio alcune terre incolte “a parte dicti communis”: dall’atto si desume che a quell’epoca già esisteva il comune di Tirano, che trovava il suo riferimento, quanto a sovranità, nel vescovo di Como. La comunità doveva essere dotata di scarso peso demografico, avendo partecipato alla riunione della vicinanza poco più di venti capifamiglia. La comunità possedeva comunque una sua organizzazione; fin dal 1122 sono citati infatti dei decani e nel 1228 un podestà di Tirano; nel 1248 è certa l’esistenza di un consiglio…
Ogni contrada di Tirano nelle sue riunioni, o vicinanze, nominava un proprio rappresentante che andava a formare il consiglio della comunità, o consiglio dei XII, rinnovato annualmente, secondo una prassi per cui erano eletti alternativamente di anno in anno sei consiglieri tra i nobili e sei tra i vicini del comune.
Il consiglio dei XII eleggeva i deputati alla fabbrica della chiesa di Santa Maria al ponte della Folla (santuario della Beata Vergine di Tirano), il notaio; i saltari; gli estimatori pubblici; il caneparo delle taglie; il caneparo del vino e il compratore; due uomini di giudizio per fissare, due o tre volte all’anno, i prezzi delle carni; due sovrastanti addetti al controllo del taglio dei legnami; due incaricati per la stima dei fieni raccolti e ammassati sui monti; gli amministratori dei lasciti alle chiese, ai poveri, alla comunità; i sovrastanti alle vie pubbliche; i deputati alla sanità; i sovrastanti alle scuole; il capitano della milizia; il rettore dell’ospitale (è possibile ritenere che fin dalle origini la comunità godesse del diritto di iuspatronato sull’ospedale dei poveri di Tirano, e che in virtù di questo le derivasse la facoltà di nominare gli amministratori tra i conversi stessi, nonché di definire le modalità di assistenza e di distribuzione delle elemosineMasa 1996). Il consiglio dei XII nominava inoltre i deputati alle chiese, che avevano tra i loro compiti l’elezione del rettore del santuario della Madonna, proponendone poi la ratifica al consiglio dei XXXVI… Per la trattazione dei casi più importanti nella vita della comunità di Tirano si riuniva il consiglio dei XXXVI, consiglio del comune allargato ai membri dei consigli dei due anni precedenti. Nel giorno di Santo Stefano, il consiglio allargato procedeva all’elezione del decano, che rappresentava la comunità e presiedeva il consiglio, provvedeva le spese necessarie, dava esecuzione ai deliberati, ed era scelto a turno tra nobili e vicini; fin dal 1283, infatti, appare consolidata in Tirano la distinzione tra le due classi sociali che si divisero in modo paritario l’onere dell’amministrazione fino alla fine del XVIII secolo: i nobili, poi detti gentiluomini, e i vicini, poi detti contadini.
Sempre prerogativa del consiglio dei XXXVI era la nomina del parroco (il comune di Tirano aveva lo iuspatronato sulla chiesa prepositurale di San Martino); dei revisori dei conti; del procuratore; dei sovrastanti al lavorerio dell’Adda, cioè dei responsabili delle riparazioni dei danni e della manutenzione sul fiume. Il consiglio deliberava “intervenendo la pluralità dei voti” sulle innovazioni e riforme dei capitoli degli statuti, sulle spese superiori ai cento scudi, e agiva anche derogando ai capitoli, se “più giovevole alla pace e utile pubblico”; adottava i provvedimenti necessari in occasione di controversie tra comunità e privati, appaltava i bettolini, autorizzava il taglio dei priài (tronchi, generalmente di conifera, per la costruzione delle priale), fissava le tasse per i macellai, poteva condonare le pene inflitte ingiustamente ai saltari accusati indebitamente di essere poco solerti. Il comune di Tirano dava ordinariamente in appalto (incantava) la misura della brenta, i boschi, l’osteria, le panetterie, la beccaria (Marconi 1990).”
I secoli XII e XIII furono segnati, anche in Valtellina dalla feroce contrapposizione di Guelfi e Ghibellini; Tirano aumentò il suo rilievo militare, e, verso la fine del secolo XIV, era un punto di decisiva importanza per chi volesse assicurarsi l’egemonia sulla valle. Nella zona di Tirano, fra XII e XIV secolo, spadroneggiavano i Capitanei di Stazzona, mentre a Mazzo cresceva il potere dei Venosta.

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Nel 1335 Como, e con essa Valtellina e Valchiavenna, vennero inglobate nella signoria milanese di Azzone Visconti. Sul carattere generale di tale dominazione, scrive il Romegialli, nella sua "Storia della Valtellina" (1834): "Noi lontani da sospettosi loro sguardi; noi popoli di recente acquisizione, noi senza famiglia con motivo o forza da rivalizzare con essi; noi per più ragioni, da Visconti riguardati con amore e in pregio tenuti, dovettimo essere ben contenti dell'avvenuto mutamento. Aggiungasi che il nostro interno politico economico regime, poco tuttavia distava dal repubblicano. E diffatti ci erano serbate le antiche leggi municipali, e soltanto dove esse mancavano, dovevano le milanesi venire in sussidio... Deputava il principe, non già Como, alla valle un governatore... Il governatore chiamavasi anche capitano, al quale associavasi un giudice o vicario... I pretori ed ogni altro magistrato liberamente eleggevansi dal consiglio della valle; e il supremo tribunale, cui presiedeva il capitaneo, stava in Tresivio." La Valtellina era ripartita nei terzieri superiore (con capoluogo Tirano), di mezzo (con capoluogo Tresivio), inferiore (con capoluogo Morbegno); Teglio non faceva capo alle giurisdizioni di terziere. Il giudice generale di valle (poi governatore di valle) risiedeva in Tresivio. Il giudice generale, di nomina ducale, svolgeva le funzioni di giudice d’appello, sempre con sede con sede in Tresivio, ed era anche detto podestà della Valtellina. La Valtellina conservò però la sua autonomia locale, tanto che i pretori venivano eletti dal consiglio di valle, che era l’organo in cui si riunivano i rappresentanti delle giurisdizioni.

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Alla loro signoria succedette, a metà del Quattrocento, quella degli Sforza di Milano, i quali, in allarme per le mire egemoniche sulla Valtellina di Venezia e delle Tre Leghe Grigie, decisero di fortificare Tirano. Il piano di fortificazioni voluto da Ludovico Sforza, detto il Moro, faceva perno su un forte castello. Fu, forse, il grandissimo Leonardo da Vinci, che passò in quegli anni anche in Valtellina, a progettare l'apparato per le fortificazioni di Tirano. La spesa di questa fortificazione, che comprendevano un nuovo castello e poderose mura, enorme lavoro, per il quale furono impegnati 20.000 carri di calce, ricadde sull’intera valle, che dovette pagare una tassa di 600.000 fiorini. Tirano venne, dunque, cinta di mura: vi si accedeva per tre porte, rivolte ad altrettante direttrici di transito e commercio: quella bormina, sul lato orientale, quella milanese, sul lato opposto, e quella poschiavina, rivolta a nord. Ecco la descrizione che ci viene offerta da don Lino Varischetti (op. cit.):
Con queste fortificazioni, Tirano assunse la configurazione topografica che ancora si può facilmente ravvisare e che qui ci sembra opportuno e interessante cercare di descrivere nelle sue linee essenziali. La difesa fortificata partiva dal castello di S. Maria (di cui si ammira tuttora la severa torre) circondato da una doppia murata, poi le grosse mura scendevano a oriente verso l'attuale via Trivigno, e passando un po' sopra la Chiesa parrocchiale, risalivano verso la porta Bormina; da questa porta scendevano verso l'Adda e ne seguivano il corso per alcune centinaia di metri, formando i bastioni della porta Poschiavina; poco a valle dell'attuale ponte sulla nazionale, le fortificazioni piegavano ancora verso il castello, in linea dritta, interrotte solo dalla Porta Milanese.
Dai resti ancora esistenti, sia del castello che della cerchia delle mura, è facile non solo ricostruire il tracciato, ma rilevare anche la solidità e la grandiosità del sistema difensivo. Rimangono, seppure in progressivo deperimento, le strutture delle tre porte della città. Dalla Porta Bormina entrava la strada che veniva dall'alta Valle, mentre dalla parte opposta, per la Porta Milanese, usciva la strada che portava in direzione di Milano. Poco fuori della città, lungo questa strada, v'era un luogo chiamato tuttora «la giustizia» dove venivano suppliziati i condannati a morte: nei pressi della stessa Porta Milanese v'era un campo dove venivano seppelliti i giustiziati, chiamato ancora «il mortorio». Dopo circa un chilometro, la strada piegava a destra e passava sopra il vecchio ponte, ora in secco, nei pressi dell'attuale sede ferroviaria.
La Porta Poschiavina si può ancora ammirare nella sua forma architettonica originale. All'interno porta ancora delle decorazioni del '600: vi è rappresentata la figura della Giustizia con le bilance in mano, perché la porta faceva unico corpo con il vecchio palazzo pretorio dove si amministrava la giustizia (l'attuale Pretura) e una scritta latina tolta dalla Bibbia suggerisce queste parole: «Diligite iustitiam, qui iudicatis terram. Amate la giustizia, o voi, che giudicate la terra»… Nella direzione di queste tre porte e del castello di S. Maria, si articolava la viabilità cittadina che, nel suo tracciato, è rimasta pressoché immutata. Se si eccettua un gruppetto di case attorno alla chiesa di S. Giacomo, e alcuni casolari della Rasica, nei pressi di S. Rocco, la vecchia Tirano era tutta dentro le mura e la popolazione vi dimorava quasi asserragliata. A sera. le grandi porte venivano chiuse e la città rimaneva al sicuro dagli assalti di sorpresa e dalle frequenti scorrerie nemiche.”
Guido Scaramellini, nel suo studio “Le fortificazioni in Valtellina, Valchiavenna e Grigioni” (Sondrio, 2004, pubblicato sul sito www.castellomasegra.org), così descrive i lavori di fortificazione di Tirano:
“Inserite nel programma ducale di fortificazione del 1487, le mura di cinta con castello attorno a Tirano furono iniziate solo nell’aprile 1492, dopoché era stato terminato il grosso del lavoro alla cinta di Chiavenna. Alcune case si dovettero abbattere per far passare le mura e anche per costruire il castello: anzi, qui fu anche demolita la chiesa di Santa Maria, che fu ricostruita poco all’interno della cinta. Un anno e mezzo dopo il grosso del lavoro era già terminato, ma si dovrà attendere fino al 1499 per vedere l’opera completata in tutte le sue parti.
Anche qui come a Chiavenna si pretesero i materiali (sabbia, pietre e calcina) dagli abitanti della valle, mentre le maestranze erano pagate dalla Camera ducale.
Il progetto di Giovanni Francesco Sanseverino, conte di Caiazzo, con la supervisione dell’ingegnere Ambrogio Ferrari, previde un perimetro di 1860 metri per racchiudere un’area di 190.000 metri quadri. Dal recinto rettangolare del castello di Santa Maria, che si allunga notevolmente verso le pendici del monte Trivigno in modo da collocare più in alto la difesa, le mura scendono verso l’Adda, interrotte dalla porta Milanese, lungo l’attuale via Enrico Besta. Costeggiano quindi la sponda sinistra del fiume, parallele all’attuale lungo Adda (4 novembre e Battaglione Tirano), con la porta Poschiavina circa a metà. All’altezza di via San Carlo la cinta piega verso sud-est con una tratta rettilinea, interrotta dalla porta Bormina, a monte della quale, dopo un torrione, le mura piegano dirigendosi al castello. Quattordici anche qui, come a Chiavenna, sono i torrioni rompitratta o agli angoli.
Quanto alle porte, quelle meglio conservata sono la Milanese a ovest, recentemente restaurata, e la Poschiavina, che difendeva il ponte sull’Adda a ridosso del Pretorio. Per questo la galleria sotto il torrione fu affrescata a metà Cinquecento per volere del podestà grigione Antonio Planta con la figura della Giustizia, che regge nella destra la spada e nella sinistra la bilancia, sovrastata da un nastro con il motto biblico. “Diligite iustitiam qui iudicatis terram”. Ai piedi, in una fascia rettangolare a mo’ di predella, è dipinta una scritta inneggiante alla giustizia grigione: “Se mai fu al mondo la giustitia in fiore / hoggi (mercé delle tre ecclese lighe) / fiorir si vede quivi il suo valore”. Ai lati due grandi stemmi dei Planta e dei Quadrio. La lunetta in basso è delimitata da otto stemmi gentilizi, parzialmente conservati, divisi da un cartiglio: “All’onorato et degno regimento / il nobile e generoso Antonio Planta / fece fare questo hornamento”. Sulla parete sud, a lato dell’arco della porta, è ormai scomparsa l’affresco dell’uomo selvatico e dell’armigero con alabarda e stocco. Altri stemmi di podestà grigioni tra Cinque e Settecento si vedono sulle pareti esterne della porta. Un modo, questo, per trasformare da parte dei Grigioni quella porta che si apriva nelle mura costruite contro di loro e farne un luogo di visibilità pubblica del buon operare del loro dominio. Solo parzialmente conservata è invece la porta Bormina a est.
Quanto al castello di Santa Maria, oggi chiamato castellaccio, come d’uso per molte rovine fortificate, aveva originariamente uno sviluppo rettangolare con sporto semicircolare nell’angolo sud-est. Oggi rimane la torre a pianta quadrata con lati di circa 6 metri. Presenta grosse pietre lavorate a bugnato rustico nell’angolo nord-ovest, miste a scaglie, mentre nel resto si nota pietrame più minuto legato con abbondante malta. La parete a nord aveva addossati due solai e un tetto, mente in alto al centro è una finestrella ad arco, oggi murata. La fronte occidentale mostra in alto una finestra rettangolare trilitica. Sotto, al primo piano, era l’unico accesso, essendo le brecce sugli altri lati opera recente.
Sul castello o sulla porta Milanese era murata una lapide in marmo bianco, oggi al Museo civico Giovio di Como, con questa epigrafe:
VT IN POSTERVM TIRANENSES TVTIVS AGERENT
ET FIRMIOR TELINE VALLI PAX CVM FINITIMIS
ESSET LVDOVICUS DIVI MAX. CARO REGIS
DECRETO MEDIOLANENSIS DVX CVM IAM IN
CONIVGIVM BEATRICEM ESTENSEM HABERET
MVRO CIRCVMSEPSIT ET ARCEM IN COLLE
CONDIDIT.

Cioè: Affinché in futuro i Tiranesi potessero vivere più al sicuro e la pace con i confinanti fosse più salda per la Valtellina, Ludovico, duca di Milano per graziosa volontà dell’eccelso re Massimiliano, quando già aveva sposato Beatrice d’Este, circondò il borgo di mura e sul colle costruì il castello. Il testo, pur non riportando alcuna data, fu inciso dopo il 26 maggio 1495, quando Ludovico il Moro ebbe ufficialmente la citata investitura imperiale a duca, e prima del ’97, quando morì la moglie ricordata nell’epigrafe.”

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Questo enorme impegno finanziario non ebbe però l’esito sperato, in quanto Ludovico il Moro fu travolto dall’affacciarsi in Italia della potenza francese: i Francesi, infatti, nel 1499, travolti gli Sforza a Milano, penetrarono in Valtellina. L'unica resistenza alla loro avanzata fu opposta, inutilmente, dalle fortificazioni di Tirano, che ospitò anche, il 6 settembre 1499, il duca di Milano, in fuga dopo la disfatta. Ma dopo un breve assedio anche Tirano capitolò. Dopo la sconfitta definitiva di Novara, del 1500, gli Sforza uscirono di scena: il loro ducato, con la Valtellina, divenne possesso del Regno di Francia. I Francesi rimasero in Valtellina per dodici anni, e lasciarono, per la loro prepotenza ed i loro soprusi, un pessimo ricorso di sé.
A Tirano, nel luglio del 1501, alcuni cittadini, indignati per la licenza sfrenata dei soldati francesi, pugnalarono addirittura il comandante del presidio che tiranneggiava la città dal castello di S. Maria. A Morbegno la popolazione stessa, esasperata, qualche anno dopo, insorse e bastonò i soldati francesi uccidendone alcuni.” (don Lino Varischetti, op. cit.).
Furono, quelli, anni oscuri, illuminati, però, nella storia tiranese, dal celebre miracolo dell’apparizione della Madonna al beato Mario Omodei, all'alba del 29 settembre 1504. Celebre il dialogo, riportato dalle cronache, fra il futuro beato e la Vergine Maria:
"Mario! Mario!
Bene? — fu la sua risposta.
E bene avrai. Io sono la gloriosa Vergine Maria: non aver timore. Quest'anno si è manifestata una grande mortalità di uomini e di bestiame: e peggiorerà, salvo che in questo luogo s'innalzi una chiesa in mio onore. Tutti coloro che verranno a prostrarsi in questo benedetto e santo luogo e secondo le loro forze e possibilità, concorreranno con elemosine ed altro alla costruzione del Tempio avranno da me protezione ed aiuti e non permetterò che vengano intaccati dalla peste, e molto meno che siano vittime di così grave mortalità."
L’apparizione fu, dunque, all’origine della successiva edificazione del santuario (dal 1927, per decreto di Pio XI, basilica) della Madonna di Tirano, il più famoso della valle: la sua prima pietra fu posta, nel marzo del 1505, nel punto esatto dell’apparizione.
Il malgoverno francese aprì la strada alla successiva dominazione delle Tre Leghe Grigie, le cui truppe, sul finire del Quattrocento, avevano già percorso l’intera valle da Bormio a Caiolo, lasciandola solo dopo uno scontro con le truppe ducali ed un cospicuo riscatto. Dal 1512 fino al 1797 la Valtellina, formalmente confederata, con le contee di Bormio e Chiavenna, alle Tre Leghe, ne divenne di fatto tributaria, senza che le truppe grigione trovassero opposizione alcuna.
I nuovi signori, infatti, proclamarono di voler esercitare un dominio non rapace e prepotente, ma saggio e rispettoso delle autonomie dei valligiani, chiamati "cari e fedeli confederati" nel misterioso patto sottoscritto ad Ilanz (o Jante) il 13 aprile 1513 (di cui si conserva solo una copia secentesca, sulla cui validità gli storici nutrono dubbi); Valtellina e Valchiavenna figuravano come paesi confederati, con diritto perciò di essere rappresentati da deputati alle diete; le Tre Leghe promisero, inoltre,di conservare i nostri privilegi e le consuetudini locali, e di non pretendere se non ciò che fosse lecito e giusto. Ma, per mettere bene in chiaro che non avrebbero tollerato insubordinazioni, abbatterono tutti i castelli di Valtellina e Valchiavenna. Una delle prime fortificazioni ad essere diroccata, nel 1513, fu proprio quella di Piattamala: tuttavia essa ebbe un ruolo importante ancora nel 1620, quando Gian Giacomo Robustelli, artefice, come vedremo, della sanguinosa rivolta anti-grigione e della successiva caccia al protestante, vi fece costruire una trincea. Solo nel 1639, in seguito al capitolato di Milano, fu resa inservibile.
La linea di fermezza assunta ben presto dai nuovi signori fu, in parte, giustificata anche dai tentativi di riconquista della valle messi in atto dall’avventuriero e uomo d’armi Gian Giacomo Medici, detto il Meneghino. A tale tentativo si lega un episodio curioso, che spiegherebbe l’origine della chiesetta di San Rocco in Tirano. Così lo racconta Guido Scaramellini, nello studio “Le fortificazioni in Valtellina, Valchiavenna e Grigioni” (Sondrio, 2004, pubblicato sul sito www.castellomasegra.org):
Poco prima del confine italo-svizzero di Piattamala-Campocologno, in località Ràsica, sempre in comune di Tirano, la chiesa ottagonale di San Rocco secondo una tradizione sarebbe stata iniziata nel 1531 da un finto frate, inviato da Gian Giacomo Medici detto il Medeghino che voleva strappare la valle ai Grigioni. Il frate avrebbe avuto l’incarico di costruire un forte, che all’esterno doveva apparire una chiesa. I locali avrebbero conosciuto le reali intenzioni del cosiddetto frate e lo avrebbero scacciato, continuando l’edificio come chiesa e dedicandola a san Rocco, protettore dalla peste.”
Sulla natura del dominio grigione è lapidario il Besta (op. cit.): "Nessun sollievo rispetto al passato; e men che meno un limite prestabilito alla pressione fiscale. Nuovi pesi si aggiunsero ai tradizionali... I Grigioni... ai primi di luglio del 1512... imponevano un taglione di 21.000 fiorini del Reno pel pagamento degli stipendiari del vescovo di Coira e delle Tre Leghe.... Per quanto si cerchi non si trova al potere dei Grigioni altro fondamento che la violenza. Sarà magari verissimo che i Grigioni non fecero alcuna promessa ai Valtellinesi; ma è anche vero che questi non promisero a loro una perpetua sudditanza".
La dominazione grigiona parve, comunque, aprirsi, almeno per Tirano, sotto i migliori auspici, in quanto essa aveva tutti gli interessi a non soffocare, ma anzi valorizzare la vocazione commerciale del centro, legata alla sua posizione di crocevia di importanti vie di comunicazione. Nel 1514 le Tre Leghe Grigie autorizzarono la famosa fiera di San Michele, che si teneva, per due settimane, nelle zone adiacenti al Santuario della Madonna, e vedeva il convergere di mercanti da Venezia, Milano, Francia, Austria e Germania; essi erano ospitati, con le loro merci, nei fondaci, alcuni dei quali sono ancora in discreto stato.
Ma non vi era, fra nuovi dominatori e presunti fratelli confederati, solo convergenza d’interessi, bensì anche motivo di conflitto. Il più acuto fu, nei decenni successivi, la questione religiosa. La Valtellina rimase interamente cattolica, mentre le Tre Leghe erano passate alla religione riformata, che aveva in Zurigo, con Zwingli, uno dei suoi capisaldi.
I grigioni sentirono il bisogno, per poter calcolare quante esazioni ne potevano trarre, di stimare la ricchezza complessiva di ciascun comune della valle. Furono così stesi gli Estimi generali del 1531, che offrono uno spaccato interessantissimo della situazione economica della valle (cfr. la pubblicazione di una copia secentesca del documento che Antonio Boscacci ha curato per il Bollettino della Società Storica Valtellinese n. 53 del 2000). Nel "communis Tirani" vengono registrate case e dimore per un valore complessivo di 2338 lire (per avere un'idea comparativa, Villa di Tirano fa registrare un valore di 940 lire, Bianzone 447, Talamona 1050, Morbegno 3419); 84 pertiche di orti sono stimate 298 lire; i prati ed i pascoli hanno un'estensione complessiva di 17373 pertiche e sono valutati 5244 lire; campi, terreni comuni e boschi occupano 5748 pertiche e sono valutati 5466 lire; i mulini sono stimati 101 lire e le fucine 26 lire; gli alpeggi, che caricano 345 mucche, vengono valutati 69 lire; vengono rilevate due fucine, per un valore di 8 lire; i vigneti si estendono per 2304 pertiche e sono stimati 4032 lire; il valore complessivo dei beni è valutato 17770 lire (sempre a titolo comparativo, Villa di Tirano fa registrare un valore di 11706, Bianzone 6714, Buglio 5082, Talamona 8530 e Morbegno 12163).
In quel periodo il comune di Tirano comprendeva dodici contrade, di cui nove nel nucleo centrale, cioè Belotti, Vico, Santa Maria, Capo di Terra, Campanile, Piazza, Bonazzi, Curti, San Martino, e tre periferiche, ovvero Rasica, Cologna, Baruffini. A Tirano risiedeva il podestà, cui era affidato il compito di amministrare la giustizia civile e quella criminale (questa in collaborazione con il tribunale del vicario). Entrando in carica giurava l’osservanza degli statuti di Valtellina in mano del cancelliere della giurisdizione.
Il cancelliere di terziere, in genere un notaio o un giusperito, corrispondeva con il cancelliere di valle, convocava i consigli di terziere, ne registrava gli atti e comunicava le deliberazioni. Il cancelliere era eletto dal consiglio, che era l’organo deliberante del terziere. Il consiglio era formato da un rappresentante designato da ciascuna delle comunità che componevano la giurisdizione e da due rappresentanti di Tirano.
Ulrich Campell, predicatore riformato ed umanista, nella “Rhaetiae alpestris topographica descriptio”, dell’ultimo quarto del secolo XVI (traduzione delle classi IVC e IVD del Liceo Scientifico “Donegani” di Sondrio, coordinate dalle prof.sse M. F. Fanoni, M. C. Fay e C. Pedrana, Sondrio, 2007), ci offre le seguenti notizie sintetiche di Tirano nella seconda metà del Cinquecento:
Questa città è ritenuta anche importante per l’illustre stirpe dei Quadrio, dotata dell’onore dell’ordine equestre, come canta il Nigro. Sono qui anche i nobili della Pergola con i ritratti degli antenati e altri. Per il resto, lì oggi, come qua e là in questa regione, sono seguite due religioni: quella pontificia e quella evangelica, a quest’ultima è capo, già da molti anni, Giulio di Milano, uomo di illustre erudizione, di spettata pietà e di integri costumi, dotato soprattutto di una insigne e naturale eloquenza, ora morto beatamente a Tirano, nell’anno del Signore 1581… Dall’altra parte, nella regione oltre la riva destra del fiume della provincia, benché un poco più ad occidente, non lontano da questo luogo, dove il Pesclavius, fiume che scende dal fiume Bernina, si unisce all’Adda, sorge, accanto a locali aggiunti per i sacrifici e per i monaci, quel celebre ed illustre Santuario che è dedicato al culto della Divina Vergine ed è considerato sacro… Presso il tempio ogni anno nel giorno consacrato a San Michele si tengono famose e frequentatissime fiere. Non lontano da quel luogo, dalla parte destra del torrente Poschiavino, pressappoco vicino alle ultime gole della valle, vi è una cittadella semidiroccata sulla roccia, Piatta Mala detta, cioè Sasso Piano cattivo, già da me un tempo ricordata. La quale, quando non si trovava ancora sotto i Reti, era stata assalita con forza dal nemico, mentre era tenuta come presidio dai Galli (Francesi) e prima ancora dai Milanesi, per cui ancora oggi giace devastata. Adesso, prima che passiamo ad altro, è necessario anche ricordare che entro il territorio di Tirano la Valtellina comincia ad essere generosa di vino e di altri frutti, mentre nella parte superiore finora non era adatta a produrli.
Un quadro più ampio della situazione di Tirano a cavallo fra Cinquecento e Seicento ed una sintesi della sua storia ci viene offerto dalla celebre opera di Giovanni Guler von Weineck (governatore della Valtellina per le Tre Leghe Grigie nel biennio 1587-88), “Raetia”, pubblicata a Zurigo nel 1616 (e tradotta in italiano dal tedesco da Giustino Renato Orsini):
Mezz'ora al disotto di Sernio, sorge sull'Adda Tirano. capoluogo di questo terziere. Fra Tirano e Sernio vi è il villaggio di Cologna, che dipende da Tirano, insieme con la frazione detta Sul Dosso. situata a valle di Tirano, andando verso Stazzona, ma sul monte. Al di là. dell'Adda, il comune di Tirano comprende il villaggio di Borafino (Baruffini), posto al disopra di una costiera vitifera e la frazione di Sunasna: nella pianura poi comprende le frazioni di Vesoi, Piatti e la Madonna, la quale è vicinissima al fiume che uscendo dalla valle di Poschiavo, si getta nell'Adda. Ivi fu costruito in onore della B. Vergine un tempio bellissimo, di marmo e di pietre lavorate, al quale ogni anno si fa qualche aggiunta o miglioramento. Difficilmente si troverebbe per largo tratto delle regioni circostanti un edificio più bello: ivi si accorre per voto dai paesi vicini e lontani, offrendo al santuario ricchi doni.
Vi sono anche dei buoni alberghi, dove vengono accolti í pellegrini e gli altri viandanti. Ivi ancora si tiene annualmente, nella festa di S. Michele, una gran fiera, nella quale si espongono merci svariate e particolarmente bestiame equino e bovino, proveniente dalla Svizzera e dai paesi delle Tre Leghe. Il fiume che passa vicino al santuario della Madonna e ne' suoi dintorni, nasce a mezzanotte dal gruppo del Bernina; attraverso il quale si apre una via frequentata, che dalla Rezia e dai paesi tedeschi conduce in Valtellina, passando per Poschiavo e per Brusio; questa via, però, rimane a lungo interrotta dalle nevicate e dalle valanghe. Prima che il fiume montano, detto Poschiavino, giunga, oltrepassato Brusio, in Valtellina, le catene che chiudono dalle due parti la valle si restringono a tal segno da formare una angusta chiusa; ivi, tempo addietro, sorgeva una munitissima fortezza, detta Piattamala, la quale ai giorni nostri è smantellata. Di lì, procedendo verso mezzogiorno, si scorge che anche Tirano possedette in antico, sulla costa del monte, un forte e grande castello; ma oggi non esiste più, e soltanto se ne intravvedono le mura diroccate. Ludovico Sforza, reggente del ducato di Milano, verso il 1487, fece cingere di mura il borgo di Tirano; e aveva pure intenzione di chiudere tutta la vallata con muraglie di sbarramento. Infatti il marzo dell'anno precedente i Grigioni, cui si era proibito ogni commercio e scambio e persino le piccole compere di vino ed altre merci, piombarono sulla Valtellina con grosse forze; e da Bormio sino a Sondrio saccheggiarono e incendiarono circa venti paesi, arrecando gravi danni anche agli altri luoghi; anzi avrebbero proseguito oltre, se il predetto Sforza, alla fine, non avesse cercato un aggiustamento che egli ottenne a fatica, sborsando quattordicimila fiorini del Reno, col patto che i Grigioni si ritirassero e non arrecassero danni ulteriori al resto del Dominio Milanese.

L'anno 1499, verso la fine di Luglio, il re di Francia, Luigi, inviava in Italia un grosso esercito sotto tre condottieri, ossia Everardo Aubignj, Ludovico Lussemburgo conte di Lignj e G. Giacomo Trivulzio, perchè conquistassero il ducato di Milano: quegli infatti sosteneva di essere legittimo erede del ducato per parte di Valentina Visconti, sua nonna. perchè dopo la morte dei duchi Giovanni e Filippo Maria, senza eredi maschi, il ducato, in forza del contratto matrimoniale, era devoluto alla loro sorella Valentina ed ai di lei discendenti, i principi d'Orléans. Gli Sforzeschi, invece, asserivano che il duca Francesco Sforza aveva condotto in matrimonio la figlia di Filippo Maria, ultimo duca della casa Visconti, e che perciò il ducato era venuto a lui in eredità, e poscia ai suoi successori: inoltre aggiungevano che lo Stato Milanese costituiva parte del Sacro Romano Impero e che l’imperatore Massimiliano l'aveva infeudato con regolare investitura a Ludovico il Moro. Ma i Francesi non riconoscevano queste ragioni degli Sforza: anzi il loro esercito invase il ducato, espugnandone tutte le fortezze. una dopo l'altra. mentre i Veneziani alleati del re di Francia. invadevano il ducato dall'altra parte. Allora il duca Ludovico cominciò a smarrirsi d'animo specialmente perché il popolo milanese tumultuava e perché gli era stato ucciso il suo tesoriere Antonio Mandriano, nel quale egli nutriva fiducia più che in ogni altra persona, avendo con la collaborazione di lui potuto far denaro in mille modi. Il duca, pertanto, stabilì di abbandonare Milano e dl rifugiarsi co' suoi due figli in Germania presso l'imperatore Massimiliano, suo alto signore e parente. Si pose dunque in viaggio per Como e per la Valtellina. traendo seco grandi tesori di denaro e di oggetti preziosi. Quando egli, passando da Morbegno e da Sondrio, giunse a Tirano, si imbattè in circa cinquecento lanzichenecchi che a lui aveva spediti incontro l'imperatore, non potendo inviargli maggiori soccorsi a cagione della guerra colla Svizzera e colle Tre Leghe. Il duca Ludovico lasciò questo corpo di lanzichenecchi a Tirano, come presidio, e prosegui il suo viaggio per la Germania: giunto al valico bormiese, venne sorpreso dalla notte; e poiché scoppiò un terribile temporale, lo sventurato principe dovette cercarsi un rifugio dentro una caverna del monte; mentre il suo seguito, come un gregge senza pastore, si era disperso per i sentieri ignoti ed impervii della Montagna; il duca finalmente arrivò poi dall'imperatore in Innsbruck. Dopo che il duca ebbe presa così la fuga, l'esercito  francese invase lo stato di Milano, occupandone in sei settimane tutte le città, castelli e fortezze, tranne Tirano, che per poco ancora fu conservato e mantenuto nell’obbedienza del duca dal presidio tedesco. Quindi i marescialli del re di Francia inviarono quassù un generale, perché intimasse la resa a Tirano. Ma quella fu negata; e perciò si allestì, insieme con un buon numero di grosse artiglierie, un esercito di ventiduemila uomini a cavallo ed a piedi, che comprendeva anche un contingente di dodicimila Svizzeri, guidati dal capitano Belli di Dision. Poi si prese a battere il borgo e la fortezza di Tirano, mentre il presidio tedesco veniva affamato a tal segno che dovette arrendersi. Allora i Francesi gli concessero la libera uscita, ma consegnando le armi. Invece Luigi Quadrio, capo dei Tiranesi, e Serafino Quadrio, nativo di Ponte, perché persistevano entrambi nell'essere fedeli fautori del duca, vennero fatti prigionieri. Tutto questo accadeva dall'agosto all'ottobre dell'anno medesimo. Questa spedizione francese aveva stremato la Valtellina a tal segno che essa era ormai ridotta in rovina. Inoltre il re di Francia, dopo l'espugnazione del castello e della borgata di Tirano vi collocò una guarnigione francese permanente, a spese della Valtellina; e tale presidio era così esoso ed insaziabile che ci si poteva meravigliare come mai una popolazione cosi misera, il cui territorio rovinato era ridotto al nudo suolo, avesse potuto dare ancora qualche cosa. Non era ancora trascorso mezz'anno dall'occupazione francese, che il duca Ludovico inviava, attraverso il paese dei Grigioni un esercito su Chiavenna: poi anch'egli varcando il giogo di Bormio, scendeva per Tirano nella Valtellina con un corpo di lanzichenecchi e ricuperava la maggior parte del ducato. Ma fu battuto dai Francesi a Novara, dove, sebbene il duca sperasse di salvarsi tra i fanti e gli Svizzeri, travestito servilmente. fu egli nel marzo del 1500 riconosciuto e condotto prigioniero in Francia; così lo stato di Milano tornò un'altra volta nelle mani dei Francesi. Nel 1508 il re Luigi pose in Tirano una guarnigione di cinquecento Guasconi, comandati da un capitano francese di nome Malerba: uomo tristissimo come nessun altro. Costui stette con le sue milizia per circa sei mesi a Tirano, a Ponte e nei paesi vicini, danneggiando le campagne e le popolazioni oltre ogni dire; quando gli venivano a mancare per caso denari e vettovaglie, il consiglio di valle era obbligato a rifornirlo al più presto, radunandosi a Tresivio e mettendosi a sua disposizione. Pur altre volte il Malerba, rinnegando ogni sentimento di pietà, mandava il paese in rovina; ed egli era tracotante a tal segno che in quell'anno, per la festa di Natale, si dovette a un suo cenno fornire lui e le sue milizie di vettovaglie che essi sperperarono. Nel 1509 cessava la lega, strettasi in addietro per la guerra di Svevia fra il re Luigi di Francia e gli Svizzeri; quindi il re strinse alleanza con l'imperatore Massimiliano contro i Veneti, loro comune nemico; perciò il re di Francia in questo tempo non assoldava più fanterie mercenarie svizzere; ma, se gli occorrevano milizie, le levava nell'Impero tedesco, come accadde specialmente nel 1511 ed anche prima e dopo. I lanzichenecchi dunque in gran numero scesero attraverso il giogo di Bormio, per Tirano, nella Valtellina, e consumarono tutto ciò che trovarono, senza alcun compenso; laonde seguì tale carestia che, se Iddio non fosse venuto in aiuto dei Valtellinesi col nuovo raccolto, molta gente sarebbe perita di fame. Cotesti sono i frutti della guerra; beati dunque coloro che vivono in pace! Quando, nel maggio del 1512, circa ventimila Svizzeri per la Val d'Adige e per Trento passarono in Italia al soldo di papa Giulio II contro i Francesi temettero assai i Valtellinesi che quelle milizie dovessero passare per la, loro valle; perciò spesero molto nel servizio di spionaggio, nella custodia dei paese in altre bisogne: in particolar modo poi Tirano cheera una mediocre fortezza, venne munita di tutto punto.
Tirano ha molta nobiltà, poiché vi fioriscono i Quadrio, i Venosta, i Lazzaroni, gli Omodei, i Pergola, i Rusca, i Canobbio, i Rossi e parecchie altre famiglie. Ivi tiene la sua ordinaria residenza il nobileed eletto cavaliere Anton Maria Quadrio, lustro dell'aristocrazia valtellinese, paladino di tutte cause giuste e nemico di ogni azione malvagia. Le Tirano fu ed è tuttora adorna di molti dotti cittadini, fra i Quali furono annoverati Giulio da Milano Antonio Andreossa, due autorevoli commentatori ed delleS.S. Scritture, e parimenti Martino Paravicini, eccellentissimo dottore di medicina, e Gian Giacomo Cattaneo, il più celebre giurista della valle. Ancor oggi vi fioriscono parecchi dottori di giurisprudenza, i quali il più ragguardevole è Francesco Venosta. fra  il quale, con grande ed illuminata esperienza. parecchie volte amministrò lodevolmente gli affari politici di tutto il terziere superiore, come luogotenente dei vari podestà. Dietro Tirano sopra un'alta montagna. frapposta tra la Valtellina e la Val Camonica, vi è una cava di marmo bianco, adoperato nella fabbrica del Santuario della Madonna.”

Nel 1617, a Basilea, viene pubblicata l'opera "Pallas Rhaetica, armata et togata" di Fortunat Sprecher von Bernegg, podestà grigione di Teglio nel 1583 e commissario a Chiavenna nel 1617 e nel 1625; vi si legge (trad. di Cecilia Giacomelli, in Bollettino del Centro Studi Storici dell’Alta Valtellina, anno 2000): "Tirano, località un tempo chiamata Villaccia, è posta sulla riva destra dell'Adda. Anticamente questa località venne distrutta e sui suoi resti vennero ricostruite man mano alcune case ancor oggi visibili. Per questo motivo il luogo viene detto Tirano: l'italiano tirare e il latino retrahere significano infatti portare via. Qui si trova la sede del funzionario, detto podestà.

Nomi di tutti i podestà di Tirano a partire dall'anno 1512
1512 Hans Hcinrich di Fijrstenau
1515 Konrad Planta da Zuoz
1517 Friedrich Pianta dal Lugnez
1519 Mauritius Hemmi da Obersaxen
1521 Hans da Agio
1253 Hans Casal di Churwalden
1525 Johann Bifrun
1527 Peter Finer da Griisch
1529 Georg Fester
1531 Andreas Bàrtsch di Fideris
1533 Peter Vonzun di Zernez
1535 Kaspar Spescha di Truns
1537 Johann Guler da Davos
1539 Johann Ulrich di Marmels
1541 Johann Georg Zippert di Filisur
1543 Johann Meyer di Fideris
1545 Zacharias Nutt
1547 Ulrich Meng di Trimmis
1549 Martin Beeli di Alvaneu
1551 Anton Pianta da Poschiavo
1553 Alexander Mengelt
1555 Valentin Dàscher
1557 Anton Pagani da Poschiavo
1559 Niklaus Fischer da Ruis
1563 Dietegen von Salis
1565 Kaspar von Mont dal Lugnez
1567 Konrad Beeli di Belfort
1569 Jakob Planta da Coira
1571 Hans Peter Maggio
1573 Peter Matthias Ruotsch
1575 Albert Baselga
1577 Jörg von Sax
1579 Hartmann Winkler
1581 Christoph Lossi da Poschiavo
1583 Ulrich von Capol. Morì e al suo posto subentrò Riget von Capol.
1585 Johann Luzi Gugelberg von Moos da Maienfeld
1587 Johann Baptista Tscharner
1589 Johann von Mont dal Lugnez
1591 Herkules von Salis
1593 Michel Burgauer da Zizers
1595 Niccolò à Marca dal Misox
1597 Johann Luzi Gugelberg von Moos da Maienfeld
1599 Hans Georg Scarpatet von Unterwegen dallo Oberhalbstein
1601 Wilhelm von Mont

Dopo la Riforma
1603 Johann Bircher da Praden
1605 Andreas Andreoscia
1607 Stephan Muggii da Ems
1609 Johann Bircher da Davos
1611 Gregorius Meyer da Coira
1613 Wolfgang Montalta da Laax
1615 Martin Grass
1617 Christen Hartmann
1619 Johann von Capol. Morì nel 1620 durante la Ribellione.

Dopo la ribellione e la riconquista della Valtellina
1639 Kaspar Schmid da Ilanz. Egli terminò il periodo di carica del succitato.
1641 Paul VaW da Fideris
1643 Peter Scarpatet
1645 Gallus von Mont, Signore di Lòwenberg
1647 Andreas Biàsch da Porta
1649 Anton Gaudenzi
1651 JohannPeterAntonini
1653 Johann Peter Enderlin
1655 Simeon Fritz da Coira
1657 Konradin Castelberg
1659 Johann Anton Buol
1661 Johann von Salis
1663 Johann Anton Schmid
1665 Johann von Salis in nome degli Schanfigger
1667 Peter Scarpatet, già citato
1669 Johann Anton Schmied, già citato
1671 Paul Jenatsch di Davos
Tirano è una località ridente e popolosa che nel 1487, sotto Serafino Quadrio, allora podestà, venne fatta circondare da una cinta muraria su ordine di Ludovico il Moro, duca di Milano, per difenderla dagli attacchi dei Grigioni. Le mura caddero quando la città effettivamente entrò in possesso dei Grigioni. Ancor oggi sono visibili i resti di un castello distrutto. Il territorio dispone di un decano e di dodici consiglieri. Le contrade che gli appartengono, sulla riva destra dell'Adda, sono: Rasica, Molino e Folla o Fullonica. Quando Gian Giacomo Medici stava pianificando la conquista della Valtellina inviò in questo luogo uno dei suoi mandanti travestito da frate. Costui diede ad intendere di voler costruire una chiesa dedicata a San Rocco a Rasica, in una posizione ben protetta naturalmente. In realtà la chiesa doveva mascherare una fortezza. Rendendosi conto che in effetti la costruzione assomigliava più ad una roccaforte che non ad un tempio, i Grigioni ne proibirono l'ulteriore edificazione. Sul confine, in direzione di Brusio, si trovava la fortezza di Piattamala.
Nella contrada di Folla è stata eretta una splendida chiesa, per la quale sono stati utilizzati preziosi marmi bianchi provenienti da una località montana non molto distante. Tale chiesa viene chiamata la Madonna in onore della Santa Vergine presumibilmente apparsa nel settembre del 1506 ad un certo Mario Omodei che stava raccogliendo fichi in questo luogo. La Vergine lo avrebbe invitato a costruire una basilica per Lei e così Folla è diventata meta di molte processioni e pellegrinaggi cui partecipano genti provenienti anche da paesi molto lontani.
Il giorno di S. Michele a Folla si svolge una fiera annuale molto importante, per la quale i nostri Grigioni conducono in Italia parecchio bestiame. Accanto a questa località si trova S. Perpetua, dove in tempi passati era stata fatta erigere una roccaforte dalla famiglia Capitanei.
Sempre a Tirano appartengono le contrade di Nasen, Roncaiola, Campo e il Dosso. Al Dosso si trovava un castello di proprietà della famiglia Omodei.
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Uno dei nodi cruciali delle vicende valtellinesi fra Cinquecento e Seicento fu sicuramente la questione religiosa. Per rendere più saldo il legame di sostanziale sudditanza dei Valtellinesi, la  politica delle Tre Leghe, soprattutto dopo la metà del Cinquecento, fu quella di favorire con ogni mezzo la penetrazione delle idee riformate nella valle. In particolare, ai Vescovi di Como furono proibite visite pastorali e solo nel 1589 il Vescovo Feliciano Ninguarda, in virtù delle sue origini morbegnasche, riuscì a compierne una, il cui resoconto è, peraltro, fonte di preziosissime notizie sulla situazione della valle in quel periodo. Fu proprio in occasione della sua visita che San Martino venne eretta in parrocchia (successivamente, il 31 agosto 1629, con atto rogato dal notaio apostolico Francesco Pradario, il vescovo Lazzaro Carafino eresse la chiesa parrocchiale di San Martino in prepositurale e collegiata, di giuspatronato della comunità, con un collegio canonicale di sei canonici).
Il Ninguarda trovò a Tirano 900 fuochi, corrispondenti ad una popolazione approssimativa di 5000 anime, che faceva di Tirano il più popoloso borgo di Valtellina. Ma cediamo la parola all’illustre vescovo:
“A due miglia dall'arcipretura di Villa, risalendo la Valtellina, sulla destra dell'Adda, v'è l'illustre borgo di Tirano: in altri tempi era fortificato da mura e da un munito castello che attualmente è stato smantellato dai signori Grigioni; tuttavia il borgo è ancora ornato di magnifici edifici e abitato da nobili e ricche famiglie: vi tiene residenza il pretore di tutto il terziere superiore e conta con le diverse frazioni e villaggi dipendenti circa novecento famiglie. Vi è la chiesa con curazia dedicata a S. Martino Vescovo il cui rettore prima della presente visita fungeva da vicario dell'arciprete di Villa, benché ricusasse di ottemperare agli ordini dell'arciprete stesso e affermasse di non esserne vicario, tua pretendesse di essere parroco di Tirano con piena autonomia. Per questo vi era permanente discordia non solo tra l'arciprete di Villa e il rettore di Tirano, ma anche fra le due popolazioni: pareva infatti una cosa vergognosa al rettore ed alla comunità di Tirano il dover sottostare all'arciprete di Villa, località che, rispetto a Tirano, appare un semplice villaggio. Per questo, al fine di comporre e sedare codeste rivalità, per l'autorità del Vescovo visitarne e su accordo dell'Arciprete e della comunità di Villa e del rettore e della popolazione di Tirano, è stato disposto e decretato che la chiesa di S. Martino del borgo dì Tirano diventasse parrocchia indipendente dall'arcipretura di Villa alle seguenti condizioni.
Nella parrocchia della suddetta chiesa di S. Martino in Tirano fu nominato parroco lo stesso prete che fungeva da vicario nella chiesa e cioè il r. prete Simone Cabasso nativo del luogo, dottore in sacra teologia e da cui dipendono i sottosegnati sacerdoti e chierici:Prete Stefano Alazzola di Tirano, cappellano della chiesa della B.V. Maria in Tirano. Prete Silvestro Ferrari di Tirano, bene fidatodi S. Martino in Tirano. Prete Filippo Marinoni di Tirano beneficiato dell'altare di S. Giovanni in Tirano. Prete Giovanni Antonio Cornacchi, coadiutore del rev. Curato. Prete Battista Tona di Val Anania, cappellano del curato.Prete Gio. Battista Molinari di Tirano, cappellano della chiesa della B.V. Maria di Tirano. Prete Antonio Manfredotti di Tirano, residente a Milano per ragioni di studio.Prete Ambrogio Pedrazzini di Tirano. Chierico Bernardino Cornacchi di Tirano studente al Collegio Elvetico di Milano. Chierico Martino Manfredotti di Tirano. Chierico Francesco Trinca.Chierico Domenico Ferrari studente al Collegio di S. Maria in Arundineto in Conto. Chierico Sebastiano de Sensi di Cologna, studente in Milano.
Dipendono da questo borgo le altre seguenti chiese: entro l'abitato dello stesso borgo la chiesa di Santa Maria che tuttavia è occupata dai Luterani. Fuori dalle mura nei pressi del castello vi è un'altra chiesa dedicata alla B. Vergine Maria assai bene tenuta.
Vi è pure una piccola chiesa non ancora completata dedicata a S. Rocco, in cui si celebra la Messa una sola volta all'anno e cioè nella festa del Santo stesso. A oltre mezzo miglio, nel villaggio di Cologna, vi è una chiesa dedicata alla SS.ma Trinità. Poco fuori fuori dallo stesso borgo di Tirano, oltre il fiume Adda, vi è la chiesa di S. Giacomo Apostolo dotata di beneficio.
Non molto lontana dalla suddetta chiesa ve n'è un'altra, ai piedi della montagna, dedicata a Sant'Adalberto, essa pure beneficiata.
A due miglia oltre l'Adda, sulla montagna, vi è il villaggio di Baruffini dove esiste una chiesa dedicata a S. Pietro Martire e a S. Marta.
A un miglio oltre Tirano, sulla strada di Villa, vicino al ponte del fiume Poschiavino, sorge il celebre ed artistico tempio dedicato alla Gloriosissima Vergine Maria dove convengono, spinti dalla devozione, da ogni regione, numerosissime persone e dove avvennero molti miracoli e tuttora si manifestano grandi prodigi: dista dalla chiesa arcipretale di Villa un altro miglio.
Nella zona del predetto tempio della B. Vergine, sul vicino dorso del monte, vi è la chiesa dedicata a S. Perpetua aggregata allo stesso tempio della Madonna.
Sullo sperone del monte, sopra il lago di Poschiavo, sorge la Chiesa di S. Romerio distante da Tirano cinque miglia.
Il predetto borgo di Tirano come abbiamo riferito, compresi i diversi abitati dipendenti, conta circa novecento famiglie, tutte cattoliche, eccetto le persone sottosegnati che risultano infette da eresia:Il signor Giacomo Cattaneo dottore in ambo le leggi e assai illustre nelle scienze giuridiche coi due figli Bernardo e Gianandrea.Il signor Emilio Omodei cancelliere del pretore di Tirano con la moglie. Il signor Battista Omodei, soprannominato dell'Angelina, coi tre figli Giacomino, Francesco e Lanfranco e numerosi suoi nipoti. Il signor Giovanni Cattaneo, soprannominato del Vanoto, e Giovan Pietro suo nipote, figlio del fratello Leonardo.Il signor Gianandrea Lazzaroni, procuratore, con la moglie e i due figli Michele e Lanfranco. Il signor Lorenzo Borgarelli coi tre figli Giampietro, Baldassare e Giangiacomo. Il signor Alberto Borgarello con tutto la sua famiglia eccetto. un figlio ed una figlia. Il signor Giulio Quadrio con figli legittimi: ha infatti un altro figlio naturale che è cattolico di nome Giacomo. Lorenzo Crotti con la moglie e i figli Orazio, Giambattista e altri e tutta la famiglia, eccetto la signora Donina, moglie di Giambattista suo figlio. Romerio Crotti fratello del predetto Lorenzo con la moglie e tutti i suoi numerosi figli. Il signor Martino Parravicini medico di Caspano. E pochi altri abitanti di origine straniera.I suddetti eretici mantengono però un loro predicante e quello che hanno attualmente si fa chiamare Sebastiano Segni da Firenze e si dice che fosse stato un religioso francescano dei Conventuali.”
A testimonianza della tensione religiosa di quei decenni, si può ricordare che lo stesso S. Carlo Borromeo, giunse, dall’Aprica, a Tirano nel 1580, ma fu invitato dal commissario grigione del Terziere Superiore, che risiedeva a Tirano, a ripartire immediatamente. Le autorità grigione disposero pure che, laddove vi fossero più chiese, una dovesse essere riservata al culto dei protestanti e, dove ve ne fosse una sola, dovesse essere usata a turno dai cattolici e dai protestanti. Lo stesso ministro luterano doveva, infine, essere mantenuto coi redditi delle chiese e dei fedeli cattolici.

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A Sondrio, al culmine del conflitto fra cattolici e governanti grigioni, venne rapito l’arciprete Niccolò Rusca, condotto a Thusis per il passo del Muretto e fatto morire sotto le torture, nel settembre del 1618. Nel 1619 a Boalzo, presso Teglio, avendo i cattolici rifiutato l'uso della loro chiesa ai protestanti, sorse una rissa che sfociò nel sangue e gli abitanti furono condannati a costruire una chiesa protestante a loro spese. L’anno successivo, il 19 luglio del 1620, si scatenarono la rabbia della nobiltà cattolica, guidata da Gian Giacomo Robustelli, la sollevazione anti-grigione e la caccia al protestante, nota con l’infelice denominazione di Sacro macello valtellinese”, che fece quasi quattrocento vittime fra i riformati. Fu l’inizio di un periodo quasi ventennale di campagne militari e battaglie, che videro nei due schieramenti contrapporsi Grigioni e Francesi, da una parte, Imperiali e Spagnoli, dall’altra.
Il 19 Luglio 1620 il capitano Giacomo Robustelli, una nobile figura di gentiluomo e di soldato nativo di Grosotto, raccolti intorno a sé illustri esponenti della nobiltà valtellinese, tra cui anche G. Battista Marinoni, che sarebbe poi diventato prevosto di Tirano, con120 uomini armati entrò in Tirano per la porta Poschiavina, aperta nottetempo da una guardia corrotta, mentre un altro gruppo s'appostava presso il castello di Piattamala per impedire l'arrivo di eventuali rinforzi grigioni.
Quattro colpi d'archibugio diedero il segnale dell'insurrezione: risposero subito le campane a martello del campanile di S. Martino, dove pure s'erano appostati, durante la notte, i congiurati. In breve tempo tutti i Tiranesi si riversarono sulle strade.
I ribelli assaltarono di forza il palazzo pretorio uccidendovi il Commissario grigione, il vicario di giustizia di Sondrio, il pretore di Teglio e altri notabili grigioni residenti in Valle, che erano stati invitati dal Podestà di Tirano a un festino per la nascita di una sua figlia. In quella notte infatti, avevano conviviate a lungo e — come scrisse un testimonio dell'episodio — «erano conciati di vino de confettura tedesca».
Dal palazzo Pretorio, la rivolta, dilagò per le vie alla caccia dei Protestanti e dei Grigioni. Fu assalita la chiesa di Santa Maria. officiata dai Protestanti, e i Tiranesi vi trucidarono il Ministro Antonio Basso di Poschiavo ... Purtroppo, in quella domenica mattina, per le vie e per le case di Tirano, avvennero scontri sanguinosi e scene raccapriccianti. Alcuni storici parlano di centinaia di vittime. Il Giussani, il più autorevole e documentato storico della rivoluzione Valtellinese, ha potuto assodare che, i morti, a Tirano, non oltrepassarono la sessantina” (don Lino Varischetti, op cit.).
Ecco, poi, il racconto di Cesare Cantù, ne “Il sacro macello di Valtellina”, del 1832:
Neppur tanto bisognava perché anche l'altro scendesse nel loro parere: onde navigando perduti, vinse il partito di dar corpo al feroce disegno, se ne andasse quel che volesse. Le terre superiori non erano da verun accattolico abitate, né i Bormiesi avevano di che lagnarsi dei Grigioni. Doveva dunque la strage cominciarsi a Tirano, ove aggregati i manigoldi in casa del Venosta, coll'avidità del fanatismo già pareva loro mill'anni d'essere al sangue. Appena si oscurò quella notte, trista per cielo perverso, più trista per i disegni che vi dovevano maturare, sono fuori, altri a guardare le vie perché non esca fama del fatto, altri a serragliare la strada di Poschiavo, altri a collocarsi opportuni. Poi in un sogno pieno di fantasmi e di paure, quale scorre fra il concepire d'una terribile impresa ed il compirlo, stettero aspettando l'ora pregna di tanto dubbio avvenire, con quel gelo di cuore, con quell'indicibile sospensione d'animo, che non conosce se non chi la provò. Là sul biancheggiare dell'alba quattro archibugiate danno il segno convenuto, le campane suonano a popolo, compunti il cuore di paura, balzano dal sonno i quieti abitanti, ma come all'uscire ascoltano gridare 'ammazza ammazza', e vedono darsi addosso ai Riformati, tutti sentono il perché di quell'accorruomo. Ogni cosa è un gridare, un fuggire, un dar di piglio all'armi, chi per difesa, chi per offesa, e piombare sovra i nemici, e difendentisi invano, gridanti a Dio mercé della vita e dell'anima, tra le braccia delle care donne che ponevano i bambini a pié dei sicarj per ammansarli, e tra i singulti degli innocenti figliuoli, nelle case, per le strade, sui tetti, trucidarli. Il cancelliere Lazzaroni, valtellinese riformato, fuggi ignudo su per li tetti, e s'occultò in luogo schifo; ma additato da una donna, fu finito, e con lui un cognato suo cattolico, che gli aveva dato mano al camparsi. Il pretore Giovanni di Capaul si rendette alla misericordia dei sollevati, ed i sollevati l'uccisero."

La reazione delle Tre Leghe non si fece attendere: corpi di spedizione scesero dalla Valchiavenna e dal Bormiese. Il primo venne però sconfitto al ponte di Ganda e costretto a ritirarsi al forte di Riva. Il secondo, dopo aver incendiato Sondalo, Grosio e Mazzo ed essere sceso, seminando rovine, fino a Serio, fu affrontato e sconfitto da truppe valtellinesi e spagnole in una storica battaglia che ebbe come teatro proprio Tirano. A questa giornata dell’11 settembre 1620 è legata la leggenda secondo la quale la statua di bronzo di S. Michele, al culmine del Santuario della Madonna, fu vista animarsi edagitare la spada lampeggiante, prodigio interpretato come segno della protezione divina sulle armi cattoliche.
La battaglia di Tirano liberò provvisoriamente la Valtellina dalla signoria delle Tre Leghe, ma un’alleanza fra Francia, Savoia e Venezia, contro la Spagna, fece nuovamente della valle un teatro di battaglia. In particolare, Tirano fu occupata dalle truppe della Lega di Avignone, comandata dal francese marchese di Coeuvres.
“Merita di essere riferita una raccapricciante testimonianza inedita conservata nell'archivio parrocchiale. Un testimonio oculare si indugia a descrivere le tragiche condizioni in cui vennero a trovarsi i Valtellinesi e specialmente gli abitanti della nostra zona in quel triste periodo. Siamo negli anni 1625-1626.
«Li quattro di Dicembre l'inimico cominciò a fabricar un ponte sopra l'Adda. due moschettate sopra Tirano, alli Molini: la sera fecero abbruciare le case che erano poste di là dell'Adda e altre al Dosso dirimpetto al Castello e si guastò e abbruciò il ponte che passava soppra l'Adda nell'entrata del Borgo…. Intanto essendo andati alcuni soldati dei Francesi sopra Tirano in Baruffini per rubbare ed essendosi difesi quelli paesani, mandò il signore de Coevres buon numero d'altri soldati e fece abbruciare quella contrada ed archibuggiare alcuni paesani, benchè fossero innocenti ...
Questo esercito ha disolato in modo miserevole tutte le terre, consumati i fieni, amazzati e mangiati tutti li bestiami e grossi e minuti, abbominate tutte le case indistintamente e svaligiate le cassine pur innote che fossero sopra le montagne dove si erano ritirati li paesani, con il meglio delle loro sostanze…
E non restava più fascia di terra, porta di case. pali nelle vigne. panni nei letti, nè d'alcun'altra masserizia di casa nè al povaro nè al ricco. Senza ritegno hanno condotto tutto il vino che hanno voluto senza pagamento alcuno, e siccome le entrate di questa valle consistono in vini, non v'è famiglia in Villa. Stazzona. Bianzone, Rasica e contorni di Tirano che non ne sia stata privata.
Non s'è perdonato a nessuna altra sceleraggine, poichè con donne sono seguiti casi miserabili, il padre ammazzato per volere conservare lo onore della figlia e tagliati li diti per cavare anelli ... Molti sono andati ammazzati nelle difese delle case proprie dalle rapine dei soldati. E molte chiese non sono state sicuro ricetto nè a le persone nè a le robbe in essa ricoverate dai paesani poichè entrati li soldati tutto hanno violato e rubbato .
Armata piena di scelerata gente, non ha perdonato alli religiosi essendone stati spogliati e maltrattati, come l'Arciprete di Villa, per voler in Stazzona salvare una giovine dai soldati. Il curato del Castello spogliato e bastonato e rubbati tutti li paramenti della Chiesa. Il Curato di Boffetto battuto e mentre si stava con la febbre lo tormentarono con rubbargli per la casa, per il che sta morendo. Il curato di Cedrasco derubato e bastonato. Non han perdonato alle cose sacre e in Sernio hanno ignobilmente profanato li sagri calici e li olii santi. Rubbate le croci, vesti calici nelle chiese di Stazzona, S. Giovanni in Teglio e S. Bartolomeo in Castione, li palii e i calici in S. Lorenzo in Ponte, rubbate le Pissidi sacre con il buttar il Santissimo Sagramento a terra ...».
Il documento continua la sua descrizione con particolari. talmente disgustosi, che ci rifiutiamo di proseguirne la trascrizione ...” (don Lino Varischetti, op. cit.).
Le vicende belliche ebbero provvisoriamente termine con il trattato di Monzon (1626), che faceva della Valtellina una repubblica quasi libera, con proprie milizie e governo, ma soggetta ad un tributo nei confronti del Grigioni. Ma la valle godette solo per breve periodo della riguadagnata pace: il nefasto passaggio dei Lanzichenecchi portò con sé la più celebre delle epidemie di peste, descritta a Milano dal Manzoni, quella del biennio 1630-31 (con recidiva fra il 1635 ed il 1636). L’Orsini osserva che la popolazione della valle, falcidiata dal terribile morbo, scese da 150.000 a 39.971 abitanti (poco più di un quarto). La stima, fondata sulla relazione del vescovo di Como Carafino, in visita pastorale nella valle, è probabilmente eccessiva, ma, anche nella più prudente delle ipotesi, più di un terzo della popolazione morì per le conseguenze del morbo. Anche Tirano fu duramente colpita da questa epidemia.
Neppure il tempo per riaversi dall'epidemia, e la guerra di Valtellina tornò a riaccendersi, con le campagne del francese duca di Rohan, alleato dei Grigioni, contro Spagnoli ed Imperiali. Il duca, penetrato d'improvviso in Valtellina nella primavera del 1635, con in una serie di battaglie, a Livigno, Mazzo, S. Giacomo di Fraele e Morbegno, sconfisse spagnoli e imperiali venuti a contrastargli il passo. Egli fece più volte di Tirano il proprio quartier generale; la popolazione tiranese ebbe modo di saggiare piuttosto le angherie dei suoi soldati che la genialità dello stratega. Poi, nel 1637, la svolta, determinata da un inatteso rovesciamento delle allenze: i Grigioni, che pretendevano la restituzione di Valtellina e Valchiavenna (mentre i Francesi miravano a farne una base per future operazioni contro il Ducato di Milano), si allearono segretamente con la Spagna e l'Impero e cacciarono il Duca di Rohan dal loro paese. Le premesse per la pace erano create e due anni dopo venne sottoscritto il trattato che pose fine al conflitto per la Valtellina: con il Capitolato di Milano del 1639 i Grigioni tornarono in possesso di Valtellina e Valchiavenna, dove, però l’unica religione ammessa era la cattolica. I Grigioni restaurarono l'antica struttura amministrativa, con un commissario a Chiavenna, un podestà a Morbegno, Traona, Teglio, Piuro, Tirano e Bormio, ed infine un governatore ed un vicario a Sondrio.
Un quadro sintetico di Tirano nella prima metà del Seicento è offerto dal prezioso manoscritto di don Giovanni Tuana (1589-1636, grosottino, parroco di Sernio e di Mazzo), intitolato “De rebus Vallistellinae” (Delle cose di Valtellina), databile probabilmente alla prima metà degli anni trenta del Seicento (edito nel 1998, per la Società Storica Valtellinese, a cura di Tarcisio Salice, con traduzione delle parti in latino di don Abramo Levi). Vi leggiamo:
“Tirano, sede pretoria e capoluogo del Terziere superiore, digrada verso la piana di Mazzo in china dolce, ubertosa. vitifera. A nessuno è secondo per vastità, per splendore di edifici, per nobiltà di abitanti, per opulenza dei notabili, per la fertilità del territorio esposto ai quattro venti, per la coltura dei vigneti, per la posizione e per le mura che lo cingono, e anche per la mitezza del clima, se la nebbia fosse più tenue. La si potrebbe chiamare città per le chiese, il culto, le famiglie religiose, le strade, le fontane, le officine, i molti edifici. L’alto monte che gli sta ad oriente, ricco di castagneti, assai redditizio, sia per i prati sia per i pascoli, è coronato verso la cima da un folto bosco di pini e abeti; potrebbe costituire una naturale difesa se non incupisse il borgo sottostante. Da mezza montagna si estrae un marmo bianchissimo, simile al pario: da qui vengono le lastre che ornano le chiese e i più importanti edifici. La cima si congiunge alla Valcamonica: a settentrione scorre l’Adda in un alveo abbastanza ben arginato. La chiesa maggiore, dedicata a S. Martino di Tours, è da poco parrocchiale e dipendente da Villa, ora prepositurale e collegiata per decreto di Lazzaro Carafino nell’anno 1629. Sei canonici aiutano come vicari i prevosti nell’amministrazione del territorio della parrocchia e nelle funzioni sacre. Il primo dei canonici è il teologo, al quale spetta impartire lezioni di sacra scrittura e di teologia morale ai preti in un giorno fisso della settimana.
La stessa chiesa, sottratta alla fatiscenza, restituita a devotissimo decoro dalla solerzia e dalla devozione del gesuita Giovan Battista Marinoni, secondo prevosto, è dotata di suppellettile d'argento, di paramenti di seta e di svariate statue fatte a mano e scolpite.
Vi risiedono due famiglie di religiosi chiamate di recente: una è quella degli agostiniani con l'oratorio di S. Nicolò da Tolentino, nel borgo; l'altra fuori paese, verso settentrione, dei cappuccini con la chiesa di S. Francesco, di recentissima costruzione. Il più celebre e conosciuto in quasi tutta Italia è l'oratorio della Madonna santissima a un miglio dal paese, presso il fiume Poschiavino. Esso fu costruito per volontà della stessa Vergine all'inizio della valle dei Grigioni in una piana spaziosa e vuota: è costituito quasi completamente con marmo solido e bianco, ed è di tale bellezza da indirne a pietà e devozione anche gli stupefatti o i riluttanti. Il luogo spira presenza divina, splende per gli arredi sacri e per le sculture in argento. Per l'abbondanza dei proventi che affluiscono, si possono mantenere molti preti che celebrano non solo tutti i giorni, ma quasi tutte le ore della mattinata, e inoltre si possono sostentare poveri e pellegrini. Per volere divino innumerevoli miracoli avvengono all’altare della Vergine, laddove ella affidò a Mario Omodeo l’incarico di costruire la chiesa.”

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A partire dal Settecento la situazione economica migliorò progressivamente. La ripresa settecentesca non fu, però, priva di arresti e momenti difficili, legati soprattutto ad alcuni inverni eccezionalmente rigidi, primo fra tutti quello memorabile del 1709 (passato alla storia come “l’invernone”, “l’inverno del grande freddo”), quando, ad una serie di abbondanti nevicate ad inizio d’anno, seguì, dal giorno dell’Epifania, un massiccio afflusso di aria polare dall’est, che in una notte gelò il Mallero e parte dell’Adda. Ed ancora, nel 1738 si registrò una nevicata il 2 maggio, nel 1739 nevicò il 27 ed il 30 marzo con freddo intenso, nel 1740 nevicò il 3 maggio, con freddo intenso e nel 1741 nevicò a fine aprile, sempre con clima molto rigido e conseguenze disastrose per le colture e le viti.
Lo storico Francesco Saverio Quadrio, nel III volume delle sue “Dissertazioni critico-storiche sulla Rezia di qua dalle Alpi”, cioè sulla Valtellina, pubblicato intorno alla metà del secolo XVIII, elencava, in Tirano, le contrade di Nasino, Roncaiola, Baruffini, Bottigioli, Vesoli, Molini, Folla, Cologna, Campo, Dosso, scrivendo:
“Tirano, antichissimo Luogo, del quale altrove si è detto, malamente scrivono alcuni, che detto fosse ab antico Villaccia (a), confondendo il Ciel colla Terra. Era esso ben sì ne' primissimi tempi situato alla destra Riva dell'Adda, stendendosi dal Monte, dove ora è la Contrada de' Baruffini, fin giù dove ora si vede la Chiesa di S. Giacomo, che n'era la Parrocchiale. Ma le rovine ad esso avvenute, e gli eccidii hanno sì fatto, che a poco a poco si è venuto rifabbricando, dove ora giace al lato sinistro dell'Adda. Quivi risiede in oggi il Podestà di tutto il Terziero Superiore. E nel vero, se una barbara risoluzione non l'avesse smantellato di Mura, e spianatine in parte i Castelli, tal Luogo e per l'ampiezza del suo circuito, e per la decenza de' suoi edifizi, e per la nobiltà de' suoi Cittadini, e per la ricchezza, e feracità del suo Terreno, potrebbe passare per una non mediocre Città. Veggonsi a ogni modo anche di presente una buona parte di dette Mura, ma di quelle, onde il fece ricingere Lodovico il Moro, e una buona parte del Castello, che il difendeva: oltra il quale un altro ne aveva ne' Confini verso Brusio detto di Piattamala, e un altro Forte verso l'Adda fattovi dal Feria alzare: e un altro pur al Dosso d'indi non molto discosto pur ne' tempi più vetusti era, che serviva di abitazione agli Omodei, Feudatarii di quel Luogo, onde pur oggi s'appellano Omodei del Dosso; e un altro vicino alla Chiesa di S. Perpetua, che per avventura de' Capitanei era, che vi fecero detta Chiesa alzare. Ma il Tempo edace, o la ferocia de' Dominanti hanno tutte queste Fortezze ridotte a inutilità, o al niente. Fiorironvi però in tal Luogo varie illustri Famiglie, che furono gli Americi, i Canobii, i Lantranchi, i Lazzaroni, i Lucini, gli Omodei, gli Orlapani, i della Pergola, i Quadrii, i Rossi, i Tajondelli, i Venosti, i Zazzoni. Varie Contrade son pure a Tirano suggette, che sono Nasino, Roncajola, i Baruffini, i Bottigioli, i Vesoli, i Molini, la Folla, tutti di là dall'Adda, e di qua la Cotogna, Campo, e il Dosso. Nel Luogo detto la Folla si è di poi innalzato il celebre Tempio della Madonna vicino al Fiume Poschiavino, dove in ampia quadrata Piazza, tutta all'intorno di Botteghe attorniata, si fa una Fiera solenne per San Michele, che dura quindici giorni.
Nel Settecento il malcontento contro il dominio delle Tre Leghe Grigie nelle due valli crebbe progressivamente, soprattutto per la loro pratica delle di mettere in vendita le cariche pubbliche. Tale vendita spettava a turno all'una o all'altra delle Leghe e chi desiderava una nomina doveva pagare una cospicua somma di denaro, di cui si sarebbe rifatto con gli interessi una volta insediato nella propria funzione, esercitandola spesso più per amore di lucro che di giustizia. Gli abusi di tanti funzionari retici, l'egemonia economica di alcune famiglie, come quelle dei Salis e dei Planta, che detenevano veri e propri monopoli, diventarono insopportabili ai sudditi. Il malcontento culminò, nell'aprile del 1787, con i Quindici articoli di gravami in cui i Valtellinesi (cui si unirono i Valchiavennaschi, ad eccezione del comune di S. Giacomo) lamentavano la situazione di sopruso e denunciavano la violazioni del Capitolato di Milano da parte dei Grigioni, alla Dieta delle Tre Leghe, ai governatori di Milano e, per quattro volte, fra il 1789 ed il 1796, alla corte di Vienna, senza, peraltro, esito alcuno. Per meglio comprendere l’insofferenza di valtellinesi e valchiavennaschi, si tenga presente che la popolazione delleTre Leghe, come risulta dal memoriale 1789 al conte di Cobeltzen per la Corte di Vienna, contava circa 75.000 abitanti, mentre la Valtellina, con le contee, superava i 100.000. Fu la bufera napoleonica a risolvere la situazione, con il congedo dei funzionari Grigioni e la fine del loro dominio, nel 1797. Tirano aveva allora 3983 abitanti.
Si annunciavano anni di grandi e repentini mutamenti, legati alle sorti delle armi napoleoniche, anni così descritti ne “Le istituzioni storiche del territorio lombardo” (op. cit.):
In base al progetto di divisione in distretti della Valtellina e Bormio (progetto 2 dicembre 1797), Tirano sarebbe stato inserito nel distretto 8° come comune capoluogo.
Al momento della prima ripartizione del dipartimento d’Adda e Oglio (legge 13 ventoso anno VI), il comune di Tirano contava 3.946 abitanti…
Nel nuovo piano di distrettuazione provvisoria del dipartimento del Lario, in esecuzione del decreto 14 novembre 1802, il comune di Tirano venne ricollocato nel VII distretto dell’ex Valtellina come comune capoluogo (quadro dei distretti 1802), e come tale fu confermato, comune di II classe con 3.700 abitanti, nel 1803 (elenco dei comuni 1803).
Con l’organizzazione del dipartimento dell’Adda nel regno d’Italia (decreto 8 giugno 1805), il comune di Tirano fu posto a capo del cantone III: comune di II classe, contava 3.667 abitanti.
Nel prospetto del numero, nome e popolazione dei comuni del dipartimento dell’Adda secondo il decreto 22 dicembre 1807, il comune denominativo di Tirano, con 3.595 abitanti totali (di cui 1.970 in Tirano propriamente detto), figurava composto anche dalle frazioni di Baruffini (557), Cologna (316), Rasica (610), Roncajola (144prospetto dei comuni 1807)…”
All’inquietudine per i rivolgimenti istituzionali si sommò quella per gli scossoni naturali. Ce ne parla di nuovo don Lino Varischetti (op. cit.):
“… nel 1807 vi furono dei giorni di angosciosa trepidazione. L'otto di Dicembre di quell'anno, una gigantesca rovina precipitò dal monte sopra Sernio e, travolgendo alcune case, raggiunse il letto dell'Adda, nella gola della Valchiosa, ostruendo il passaggio del fiume. Si creò così una diga altissima, e l'acqua incominciò a rifluire nella pianura retrostante, raggiungendo Tovo e Mazzo. Alcune case di Lovero furono in parte sommerse e una scritta, su una di esse, indica ancora il punto raggiunto dalle acque.
A Tirano si incominciò a temere l'improvviso cedimento di quella diga naturale e l'enorme massa d'acqua avrebbe sommerso la città. Fino al mese di Maggio seguente. i Tiranesi, vissero in continua apprensione. Il 16 di Maggio la diga incominciò a cedere, fortunatamente in modo graduale, ma a un certo punto. la forza delle acque fu violentissima e il ponte in sasso della porta Poschiavina fu travolto con qualche abitazione, senza però fare vittime.
Secondo alcuni storici, in quest'occasione l'Adda avrebbe preso l'attuale direzione, scavandosi un nuovo letto, arginato un trentennio dopo dall'Austria. In precedenza il fiume. raggiunta Tirano, piegava più a destra. e il Pedrotti asserisce che toccava la cappella di S. Giuseppe e andava a congiungersi col Poschiavino, poco sotto il Santuario, in una località detta tuttora «Miscent». E così, a Tirano, dopo tanti rivolgimenti di storia, ci fu anche un mutamento di geografia ..."

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Tramontò anche l’astro napoleonico, e con il Congresso di Vienna (1815) la Lombardia, compresa la Provincia di Sondrio, venne aggregata, come Regno Lombardo-Veneto, all’Austria asburgica.
I nuovi dominatori mostrarono il duplice volto di un’amministrazione rigida, ma attenta ai bisogni infrastrutturali della valle ed ai problemi dell’istruzione pubblica.  In particolare, venne decisa la sistemazione della grande arteria stradale valtellinese e decretata la costruzione delle due grandi strade dello Stelvio e dello Spluga: due opere colossali che richiedevano un grande impegno finanziario. In particolare il progetto della strada dello Stelvio (realizzata fra il 1820 ed il 1825), fu steso dal celebre ingegnere Carlo Donegani, che a Tirano fece costruire le grandi arginature dell'Adda, il cui corso, definitivamente imbrigliato, cessò di essere una minaccia per le colture e l'abitato.
Nel 1838 transitò dalla strada dello Stelvio l'Imperatore Ferdinando d'Austria, che scendeva a Milano per ricevere la corona di re del Lombardo -Veneto. A Tirano, in suo onore, fu eretta, nella piazza centrale, detta allora piazza del Pretorio o piazza d'armi, una fontana con una statua che raffigurava un matrona (allegoria della storia) assorta in profonda meditazione.
Il periodo asburgico fu, però, anche segnato anche da eventi che incisero in misura pesantemente negativa sull’economia dell’intera valle. L’inverno del 1816 fu eccezionalmente rigido, e compromise i raccolti dell’anno successivo. Le scorte si esaurirono ed il 1817 è ricordato, nell’intera Valtellina, come l’anno della fame. Vent’anni dopo circa iniziarono le epidemie di colera, che colpirono la popolazione per ben quattro volte (1836, 1849, 1854 e 1855). Il Cantù, nella Storia della città e della Diocesi di Como, edita nel 1856, scrive: “Nella provincia di Sondrio arrivò il giugno 1836 e vi si mantenne tutta l’estate, poco essendosi proveduto ai ripari e male ai rimedj. Meglio trovossi preparato il paese all’invasione del 1855; e le comunità restie alle precauzioni pagarono cara la negligenza, perché Ardenno, Montagna, Pendolasco, popolate di 1800, 1850, 630 abitanti, dal 29 luglio al 13 settembre deplorarono 40, 61 e 35 vittime, mentre Sondrio, Tirano, Morbegno, con 4800, 4860, 3250 anime, ebber soli 17, 9 e 11 casi: 50 Chiavenna; e tutta insieme la Provincia 428 casi, 259 morti: proporzione più favorevole che in ogni altra provincia.” Si aggiunse anche l'epidemia della crittogama, negli anni cinquanta, che mise in ginocchio la vitivinicoltura valtellinese. Queste furono le premesse del movimento migratorio che interessò una parte consistente della popolazione nella seconda metà del secolo, sia di quella stagionale verso Francia e Svizzera, sia di quella spesso definitiva verso le Americhe e l’Australia. L’emigrazione interessò pesantemente anche la zona del tiranese, per un secolo buono.
Il riconoscimento dei meriti del governo asburgico, inoltre, non valse a cancellare il senso di oppressione generato da un regime poliziesco e negatore delle libertà politiche: ecco, quindi, le celeberrime cinque giornate di Milano, nel merzo del 1848, alle quali parteciparono anche i patrioti tiranesi Ulisse Salis, Luigi Torelli ed i fratelli Emilio e Giovanni Visconti (che avevano casa anche a Milano).
Nelle sue memorie Giovanni Visconti-Venosta, fratello del più celebre Emilio (che sarà ministro degli esteri nel futuro Regno d’Italia) narra un episodio avvenuto a Tirano, che ben rappresenta il clima duramente repressivo seguito ai fallimenti dei moti rivoluzionari del 1848: «Un giorno un certo Ricetti, studente in medicina, se ne stava fumando alla finestra; passano dei soldati austriaci: uno di questi dice che il Ricetti aveva sputato su loro e lo denuncia al maggiore, il quale lo fa arrestare e, senza verificare il fatto, gli fa dare venticinque bastonate nel cortile del municipio, obbligando le autorità comunali di Tirano ad assistervi. Il Ricetti era zoppo e sciancato. Il medico dott. Andres e il capo del Comune avevano invano supplicato e protestato: anzi proprio in pena di ciò il maggiore li obbligò ad assistere al triste spettacolo».
La liberazione dal dominio asburgico, però, era solo rimandata, di poco più di un decennio: la II Guerra d’Indipendenza ebbe diverso esito, e si concluse con l’annessione della Lombardia al neo-proclamato Regno d’Italia (marzo 1861). Nel corso di queste vicende belliche anche Garibaldi passò per Tirano, il 30 Giugno 1859.
Importante fu il contributo dei tiranesi alle guerre risorgimentali, alle quali parteciparono Adamoli Carlo (1860-61-66), Andres Enrico (1866), Agostinalli Giacomo (1866), Ambrosini Andrea (1866), Andres Giuseppe (1866), Agostinali Giovanni (1859), Albertini Giuseppe (1859-66), Andres Benedetto (1859-66), Andres Luigi (1859), Andres Prospero (1859-60-61), Albonico Dr. Luigi (1848-49), Bombardieri Andrea (1866), Bombardieri Michele (1866), Binaghi Luigi (1866), Bombardieri Remigio (1866), Brambilla Giacinto (1866), Bona Agostino (1866), Bernasconi Giuseppe (1866), Busciani Giovanni (1866), Bonazzi Giacomo (1866), Bolla Giovanni (1866), Bottacchi Gaspare (1866), Bombardieri Domenico (1866), Binaghi Battista (1859-60-61), Binaghi Giosuè (1859-66), Bonacossa Antonio (1859-66), Bernasconi Felice (1859-66), Bonazzi Pietro (1859), Bianchi Giovanni Battista (1859), Bonazzi Enrico (1856), Bonazzi Ing. Tommaso (1848-49), Bombardieri Ambrogio (1859), Bonazzi Giovanni (1859-66), Boles Giuseppe (1866), Cattalini Giovanni (1860-61-66), Cairoli Francesco (1866), Capelli Giovanni (1866), Corvi Pietro (1866), Cattaneo Carlo (1850-66), Costa Carlo (1859), Contratti Pietro (1866), Cabrini Luigi (1866), Colturi Pietro (1866), Capelli Alberto (1866), Corvi Pietro (Pieroni, 1870), Cattaneo Andrea (1866), Cabassi Bortolo (1866), Camagni Luigi (1866), Chiodi Antonio (1866), Cabassi Antonio (1859), Cabassi Giacomo (1859), Cairoli Antonio (1859), Cairoli Carlo (1859), Cattaneo Ambrogio (1848-49-59-66), Della Bona Giuseppe (1859-66), Drocchi Pietro (1866), Della Franca Giuseppe (1866), Dea Ulisse (1866), Della Croce Cesare (1866), Della Vedova Forer Martino (1860-61-66), De Gasperi Alfredo (1866), De Giovanni Giuseppe (1860-61-66), Drocchi Antonio (1866), De Gasperi Pietro (1870), Della Vedova Benedetto (1866-70), De Campo Rodolfo (1859-60-61), De Campo Domenico Cocù (1859), Della Croce Giuseppe (1859), Della Pollina Giacomo (1859), De Luis Pietro (1859), Della Vedova Giuseppe Mulè (1859), Della Vedova Giuseppe (1859-66-70), Della Croce Cav. Benedetto (1848-49-59-60-61-66), De Piaz Giovanni Maria Giacomel (1848-49-66), De Campo Domenico (1866), Della Bona Giuseppe fu Pietro (1866), Della Bona Domenico (1866), Del Simone Garzon Domenico (1866), De Giovanni Eugenio (1866), De Luis Giovanni (1866), De Giovanni Pietro (1859), De Giovanni Antonio (1859), De Luis Giuseppe (1859), De Campo Giacomo (1859), Della Vedova Romedio (1859), Della Vedova Martino (1859), Del Simone Domenico (1859), Dulcone Costa Giuseppe (1859), Della Vedova Trout Giovanni (1859), De Campo Giuseppe (1866), Della Torre Bortolo (1866), Della Bona Pietro (1866), Della Bona Giacomo (1866), Della Bona Giovanni (1866), Enne Agostino (1866), Ferrari Pietro (1859-60-61-66), Ferrari Martino (1859-60), Ferrari Luigi (1860-61-66), Ferrari Simone (1860-61), Ferrari Giacomo (1860-61), Ferrari Sacerdote Gregorio (1866), Ferrari Giovanni (1859), Ferrari Giacomo David (1859), Ferrari Pedrot Giacomo (1859), Ferrari Bia Giacomo (1859), Ferrari Giuseppe (1860-70), Federici Cesare (1848-49-59), Frizzi Giacomo (1859), Ferrari Ferdinando (1859-60-61-66), Ferrari Pietro fu Martino (1848-49-66), Fomasina Bernardo (1866), Franchina Luigi (1866), Fomasina Giacomo (1866), Ferrari Bernardo (1866), Ferrari Andrea (1866), Ferrari Lorenzo (1866), Gobetti Domenico (1860-61-66), Gandini Giuseppe (1866), Gerosa Pietro Giuseppe (1859), Giudes Cesare (1866), Gerosa Giuseppe (1859-66), Greco Angelo (1859-66), Giudotti Giuseppe (1859), Galli Giuseppe (1866), Giudes Giacomo (1866), Guati Clemente (1866), Gerosa Giuseppe di Bortolo (1866), Galli Bernardo (1866), Gandini Giuseppe (1866), Gerosa Andrea (1866), Giudice Giovanni (1866), Giudice Giovanni (1866), Gobetti Lorenzo (1859-60-61), Grego Antonio (1859-66), Indiani Pio (1859), Lucini Antonio (1870), Lucini Antonio Maria (1848-49-66), Lucini Giuseppe (1859), Lucini Antonio Maria (1859-66), Lorandi Luigi (1859-66), Lantieri Bortolo (1866), Lorandi Bonaventura (1866), Legnani Antonio (1866), Molinari Bernardo (1866), Mascioni Giovanni Antonio (1866), Maver Giuseppe (1866), Molinari Domenico di Bernardo (1866), Merizzi Carlo (1866), Mazza Antonio Lelio (1859), Mazza Giovanni Faria (1859), Mazza Carlo (1859), Mazza Stefano (1859), Masneri Giovanni Battista (1866), Merizzi Pietro (1859), Merizzi Giovanni (1859), Maganetti Giovanni (1859), Mascioni Antonio (1859), Merlo Giuseppe (1859), Merizzi avv. Giacomo (1848-49-66), Molinari Domenico fu Domenico (1848-49-66), Mazza Antonio (1859-60-61-66), Merizzi Rocco (1859), Merlo Giovanni (1859), Morelli Sacerdote Carlo (1866), Morelli Giovanni (1866), Molinari Domenico di Domenico (1866), Marchesi Giovanni Domenico (1870), Nazzari Giacomo (1859), Nani Luigi (1859), Nazzari Domenico (1866), Nazzari Giuseppe (1866), Omodei Luigi (1866), Omodei Giovanni (1859), Offianti Stefano (1866-70), Patroni Mario (1859), Pianta Giuseppe (1859-66), Parravicini Andrea (1859), Piccoli Luigi (1959-69), Pensini Battista (1859-60-61), Pievani Antonio (1859-60-61-66), Panizza Andrea (1859-60-61-66), Plozza Giovanni (1859), Pola Papes Pietro (1859-60-61), Pola Giuseppe (1859-66), Poncerini Antonio (1859), Pensini Giacomo (1859), Parini Pietro (1859-60-61), Pensini Carlo (1860-61-66), Pedoja Francesco (1860-61), Pasini Lorenzo (1848-49-66), Pedoja Girolamo (1848-49-66), Pinchetti Abbondio (1848-49-59), Panizza Stefano (1859); Pievani Mario (1859), Pozza Lorenzo (1959), Pozza Michele (1959), Pozza Simone (1959-60-61-66), Patroni Giovanni (1859), Pianta Paolo (1859), Pola Antonio (1859-66), Premoli Fortunato (1959), Panizza Giovanni (1866), Parini Pietro Antonio (1866), Pensini Pietro (1866), Pensini Giovanni (1866), Parravicini Carlo (1866), Pori Antonio (1866), Pollini Giuseppe (1866), Pola Francesco (1866), Passerini Gianbattista (1866), Porta Carlo (1866), Pensini Bertola Bortolo (1866), Patroni Luigi (1866), Pensini Giovanni (1866), Poncerini Ferdinando (1866), Pola Bertolomeo (1860-61), Quadrio Ulisse (1866), Quadrio Tito (1866), Quadrio Cristoforo (1848-49-59), Quadrio Dr. Antonio (1848-49), Quadrio Ottavio (1860-61-66), Quadrio Daniele (1860-61-66), Rinaldi Matteo (1859), Riva Achille (1859), Rusconi Antonio (1859), Rinaldi Giovanni Battista (1860-61-66), Ricetti Bortolo (1860-61-66), Ricetti Luigi (1866), Rusconi Pietro Galina (1866), Rinaldi Antonio Zuchet (1866), Rinaldi Domenico (1866), Rinaldi Martino (1866), Rizzetti Giuseppe (1866), Rinaldi Giovanni (1866), Rizzardi ing. Rodolfo (1859-66), Robustelli Francesco (1848-49), Robustelli Giuseppe (1848-49), Salis Conte Ulisse (1848-49), Salis Conte Filippo (1848-49), Silvia Isidoro (1848-49-59-66), Sebregondi Natale (1859-66), Schiantarelli Angelo (1859-66), Sebregondi Antonio (1859), Scarsi Domenico (1866), Schiantarelli Battista (1866), Saragozza Attilio (1866), Siani Simone (1859), Spiller Giuseppe (1866), Strambini Giovanni (1866), Salis Avv. Giovanni (1866), Sebregondi Francesco (1866), Tenni Bortolo (1859), Tognolini Simone (1859), Tonta Antonio (1859), Tonta Martino (1859), Trinca Bonomo (1859), Tenni Antonio (1860-61), Turri Antonio (1866), Torelli Conte Luigi (1848-49), Trombetta Giuseppe (1866), Triaca Cesare (1848-49), Trinca Pietro (Torenta1866), Tognolini Pietro di Pietro (1866), Taramella Giuseppe (1866), Torelli Conte Bernardo (1870), Venosta Girolamo (1859), Zanetti Antonio (1848-49), Zanetti Valentino (1848-49), Zanetti Alessandro (1859-66), Zanetti Leopoldo (1859) e Zala Pietro (1866).
La seguente tabella riassume l’andamento demografico di Tirano dall’unità d’Italia alle soglie del XX secolo:


AB1861

AB1871

AB1881

AB1901

5220

5953

6199

6573

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Alto fu il numero dei tiranesi morti nella prima guerra mondiale o in conseguenza di essa; il loro nome merita di essere riportato anche in questa sede: Bana Antonio, Barossi Simone, Battago Salomone, Bazzoni Gaetano, Bolandrini Rizzerio, Botta Carlo, Buson Attilio, Cabassi Stefano, Compagnoni Giovanni Antonio, Damiani Giovanni, Del Simone Domenico, Della Bona Bartolomeo, Divitini Michelangelo, Ferrari Andrea, Ferrari Carlo, Ferrari Giuseppe, Fomasina Michele, Galli Giuseppe, Gianoncelli Egidio, Gobelli Giovanni, Manzoni Giovanni Battista, Merizzi Giovanni, Merlo Stefano, Molinari Camillo, Molinari Giacomo, Morella Luigi, Mottana Carlo, Pensini Lorenzo, Perego Francesco, Piazzalunga Giuseppe, Raschetti Giovanni, Rinaldi Enrico, Rinaldi Marco, Rinaldi Pietro, Romedietti Giovanni, Sala Giuseppe, Schiantarelli Enrico, Spada Martino, Zamboni Rodolfo, Della Marta Renzo, Agostinali Luigi, Lantieri Guglielmo, Lolli Romeo, Lucchetti Roberto, Lugli Ferruccio, Maganetti Cristoforo, Marioli Bortolo, Missarelli Giovanni, Molinari Lucio, Molinari Michele, Molinari Michelangelo, Nata Luigi, Nazzari Andrea, Nazzari Luigi, Omodei Giuseppe, Omodei Mario di Michele, Omodei Mario di Pietro, Panizza Giacomo, Panizza Giovanni, Patroni Luisito, Pensini Martino, Petruzzi Giuseppe, Plozza Silvio, Pola Pietro, Poletti Luigi, Porta Luigi, Ripamonti Carlo, Rusconi Felice, Sciarmella Ferdinando, Somaschini Augusto, Tenni Pietro, Testini Stefano, Tognolini Benedetto, Tognolini Pietro, Tradati Ferruccio, Trinca Giovanni, Vicini Fortunato, Zanti Vittorio e Zuliani Aldo.

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La seguente tabella riassume l’andamento demografico di Tirano dal 1911 alle soglie della seconda Guerra Mondiale:


AB1911

AB1921

AB1931

AB1936

7104

7060

6518

6772

Una buona fotografia di Tirano alla data del 1928 ci viene offerta da Ercole Bassi, in “La Valtellina – Guida illustrata”: “Tirano (m. 430 ab. 7086 - P. T., telef. - P.R. CC. - Dogana - Grand Hotel Tirano con rimes. per auto; alb. Stelvio e Posta, Bernina, de la Gare, Valtellina, Hotel meublè Merizzi, diversi ristoranti - caffè Lorendi - ferr. elett. per Poschiavo e San Moritz - auto per Bormio, Tresenda, Edolo - due farm. - meccan. - garage per nolo e ripar. - auto Perego e Fumagalli - fabbrica ghiaccio Ambrosini - fabbrica sapone Schiantarelli - latt. coop., altra turn. a la Madonna, S. A. Mulini e pastifici Alta Val-tel. - officine per la lavorazione del legno, del ferro, per la fabbr. di stufe ecc. e tutto quanto può occorrere in una borgata civile - Mutua ferrov., famiglia coop. agric., coop. di cons. e agric. l'Abduana, coop. di produz. e lavoro «Combattenti di Valtell. - Consorzio prov. coop. valtel., azienda elett. municip. - Vi è la sede della ferr. Alta Valtellina - Piccole industrie: geni e ceste di legno, fabbrica di saponi, altra di pasta, conceria, soc. operaia di M. S. masch. e femm.; scuola professionate elettrotecnica Marinoni, scuola media «La Tiranese -, agenzia della cassa di Risp. di Milano, succ. della Banca Pop. di Sondrio, altra della Banca Picc. Credito Valt., due tipografie con libreria. Vi si tengono importanti fiere a Pentecoste, a S. Michele, a S. Simone e a San Martino. È sede di un Ufficio provinciale per l'emigrazione, di un Ospedale civico, di tre asili inf., di una casa di ricovero per i vecchi, di una fondaz. per le fanciulle abband., del circ. impieg. e profess., di una unione sportiva, di una soc. tiro a segno, di una soc. caccia e pesca, di una unione giov. cattolici, di altra per donne, di un circolo giov. femm. catt., di due biblioteche popolari. Tirano, detto già Villaccia, e in antico Turris amnis, Interamnes, era in origine alle falde del Masuccio, e fin dal XI s e c. possedeva al Dosso il castello degli Omodei, di cui vi sono ancora ruderi. Invaso dalle alluvioni, l'abitato risorse sulla riva dell'Adda, e fu nel 1487 circondato da mura per ordine di Lodovico il Moro. Qui il 19 luglio 1620 scoppiò il Sacro Macello, e il 17 settembre stesso anno, i Valligiani, aiutati da Spagnoli, sconfissero Grigioni, Zurighesi e Bernesi. Ora è capoluogo di mandamento e sede di Pretura. Possiede le importanti frazioni di Baruffini, Roncajola, Codogna ecc. Notevoli i palazzi Salis, Torelli, Paravicini, Visconti-Venosta e del municipio. Bel campanile di stile lombardo, ha dipinti di A. Caimi e di Giovanni Gavazzeni, e, ai lati dell’altar maggiore, due quadri di Felice Carbonara con il Sacro Cuore di Gesù e di Maria. Nella sala di casa Quadrio vi sono affreschi di G. B. Muttoni. Bella la fontana sulla piazza. In Tirano vi erano due stufe artistiche, una nel salone di casa Quadrio, ora passata in Inghilterra, l'altra nel già palazzo Andres, acquistata dal marchese E. Visconti Venosta, e trasportata nella sua casa a Milano; ora è finita in Germania. È un capolavoro del 500 il vicino Santuario della Madonna. Iniziato nel 1505, sul luogo in cui è tradizione apparisse la Vergine a certo Mario Omodei di Tirano, nel 1504, è costrutto a tre navate su disegno del Bramantino (Bartolomeo Suardi), che si dice lodato dal Bramante. Una lapide a sinistra del tempio fa sapere che l'architetto fu Alessandro Scala de Carona (Lugano), della scuola di Bissone, ottimo scultore del tempo, che lavorò pure alla Certosa di Pavia, ed esegui le sculture ed i bellissimi fregi della porta del Santuario. Esso è lungo m. 55 e largo la metà. Il Monti lo dice «elegantissimo edificio del Rinascimento, ideato con leggiadre ed armoniche proporzioni>. il campanile sorge con forme snelle e corrette. La facciata, sebbene non compiuta, corrisponde all'ordine interno. È decorata da una magnifica porta, fregiata da sculture pregevolissime, alle quali il Monti attribuisce la data del 1515, e dice rivaleggiare quanto di meglio fu prodotto in tal genere in quell'età. Finissime sono le tesene e le colonne della porta principale e le sagome delle finestre laterali. Sulle lesene del portale si leggono, in punti diversi, le parole:
M.O. D.— MDXXX – CHARITAS -YDOS.
Sopra la porta in un cartello di marmo si legge: VIRGINIS - INGREDIENS - DIVAE PULCHERRIMA TEMPLA SINCERO CASTA PECTORE - PRECES – MDXXXIII.
L'interno è deturpato da figure e stucchi barocchi, che non nascondono l'ossatura del 500. Grandioso, e per intagli elegantissimo, è l'organo, e specialmente la cantoria, con altorilievi squisiti per composizione ed esecuzione, rappresentanti l'Adorazione dei Pastori, dei Re Magi e la Circoncisione. Il complesso è di tal Bulgarini da Brescia; i cassettoni di un Salmoiraghi da Milano (1600).
La porta che dall'abside mette al campanile è ornata con tarsia del primo 500 abbastanza fini, a colori. Sul pinnacolo della cupola splendeva in antico un fanale a guida dei viaggiatori. Oggi vi si vede la statua di S. Michele in bronzo, al qual santo i Tiranesi attribuiscono la vittoria contro gli Svizzeri del 19 settembre 1620.
Il Santuario possiede preziosi paramenti su fondo d'oro e d'argento donati dal Card. Richelieu. Vi sono lapidi di condottieri francesi caduti ivi in battaglia. taluna di lavoro pregevole, ed una Pietà nella sacristia, bellissima scultura di Aless. Scala. In questo Santuario passò una notte   orando S. Carlo Borromeo nel 1586.
Uomini illustri. - Notizie storiche e commerciali.— A Tirano nacquero: il beato Mario Omodei; Signorolo Omodei che nel 1345 insegnò diritto a Vercelli, indi a Milano, ove coordinò e commentò gli statuti municipali; Luigi Quadrio che nel 1499 difese strenuamente Tirano per Lodovico il Moro contro le truppe francesi guidate da G. G. Trivulzio, Antonio Venosta, che si distinse nelle guerre napoleoniche, Francesco Visconti-Venosta, economista della prima metà del sec. XI, scrittore di una lodata statistica della Valtellina del 1844; il sac. prof. Pietro Cabassi, patriota e letterato; il dottor Angelo Andrea, vivente, prof. alla Uv. di Parma, distinto naturalista, i cui studi sulle accinie furono molto apprezzati anche all'estero; il sen. Luigi Torelli, illustre patriota e statista, morto sulla fine del sec. scorso; il conte Ulisse Salis, che dedicò la vita per la redenzione della Patria: imprigionato e processato a Mantova, dovette alla sua forza d'animo se fu condannato solo ad alcuni anni di carcere duro. A Tirano il 3 luglio 1226 fu legata la pace fra Arduino Venosta e i Comaschi essendo arciprete un Rizzando di Mastro Pagano Pristinari di Bormio.”
Nella seconda guerra mondiale o in conseguenza di essa morirono i tiranesi Ambrosini Marco, Bana Giovanni, Bergamelli Antonio, Bombardieri Giovanni, Bonazzi Ezio, Cabassi Giuseppe, Cabassi Rino, Capelli Luigi, Ceroni Gaetano, Coda Pietro, Comensoli Pietro, Della Vedova Luigi, Del Simone Angelo, Drocchi Emilio, Ferrari Bernardo, Forcari Bernardo, Mazza Andrea, Molinari Severino, Morini Giampaolo, Panizza Antonio, Panizza Giuseppe, Pensini Edoardo, Pianta Michele, Pini Alberto, Pini Agostino, Pola Silvio, Polinelli Giuseppe, Quarti Giuseppe, Rinaldi Davide, Rinaldi Pietro, Rota Carlo, Scaramuzzi Natale, Spada Martino, Stoppani Luigi, Suardi Alberto, Tognolini Ernesto, Tomerini Giovanni, Balgera Ermanno, Braccaioli Nello, Cavallini Giovanni, De Campo Felice, De Campo Enzo, Del Simone Celeste, Ferrari Giovanni, Ferrari Mario, Gobetti Giacomo, Mazza Giovanni, Meazzo Cesare, Mazza Rezio, Merizzi Gianfranco, Mattia Egidio, Suardi Vittorio, Tognolini Gianni, Trabucchi Amadio e Zugnoni Armando.

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La seguente tabella riassume l’andamento demografico di Tirano dal secondo dopoguerra ad oggi:


AB1951

AB1961

AB1971

AB1981

AB1991

AB2001

7056

7502

8519

8786

8919

9044

La popolazione tiranese è, infine, salita a 9175 unità nel 2007.

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Trivigno

Il territorio comunale di Tirano ha un'estensione di 3,247 kmq e comprende i versanti montuosi a nord ed a sud dell'Adda. In particolare, a sud dell'Adda il territorio di Tirano comprende una fascia del versante montuoso che sale fino al lungo crinale il quale separa la provincia di Sondrio da quella di Brescia (alta Valcamonica). Una mulattiera ed una più recente pista consentono di risalirlo interamente, passando per i maggenghi di Bertola (m. 769), Ronco (m. 907), Piscina (m. 1094) e Pra Piano (m. 1400), fino all'incantevole conca di Trivigno (m. 1698), località di villeggiatura assai apprezzata dai tiranesi.
A nord dell'Adda il territorio di Tirano comprende, sul versante occidentale dello sbocco della Valle di Poschiavo, la chiesetta di Santa Perpetua, con annesso un antico xenodochio: essa si trova, infatti, sull'antichissima via che da Tirano si addentrava nella valle, passando per Brusio e salendo fino al passo del Bernina.
Sul versante opposto dello sboccod ella Valle di Poschiavo il territorio di Tirano comprende, infine, una larga porzione del versante solatio che scende a sud del torrione Tirano (avamposto che nasconde il monte Masuccio), occupato da frutteti e da ampi terrazzamenti con i caratteristici muretti a secco recentemente dichiarati partimonio dell'umanità dall'UNESCO. Su tale versante sono poste le frazioni di Roncaiola (800 m. a 3,7 km da Tirano, con la bella chiesetta dei santi Stefano e Lucia) e Baruffini (792 m., a 4,1 km da Tirano, con la chiesa di S. Pietro martire). Una carozzabile, che ad un certo punto si biforca, li raggiunge entrambe. Da Baruffini la strada prosegue, toccando i maggenghi a monte del nucleo e terminando all'alpe di Pra Campo (m. 1764, a 10,5 km da Tirano), dove si trova l'edificio dismesso che fungeva da caserma della Guardia di Finanza. Una seconda ex-caserma della guardia di Finanza si trova in località Sasso del Gallo (m. 1240), sempre a monte di Baruffini: può essere facilemnte raggiunta a piedi seguendo la pista-mulattiera fin presso il confine italo-svizzero (la mulattiera prosegue, poi, in territorio elvetico e raggiunge la chiesetta-xenodochio di san Romedio, o Romerio). La duplice presenza di caserme della Guardia di Finanza a così poca distanza si giustifica tenendo presente che questa zona fu fra le più interessate dal fenomeno del contrabbando, fino agli anni cinquanta del secolo scorso (ed anche degli espatri clandestini durante la seconda guerra mondiale).
Diego Zoia, nell’articolo “Commercio minore e contrabbando”, in “Mondo popolare in Lombardia – Sondrio e il suo territorio” (Milano, Silvana editoriale, 1955), ci offre un ampio quadro storico di tale fenomeno:
Il miglioramento progressivo delle condizioni di vita nei primi decenni di questo secolo, particolarmente apprezzabile a partire dagli anni Trenta quando si iniziarono nella zona grossi lavori legati alla realizzazione di centrali idroelettriche, ed il relativo maggior benessere che ne seguì ridussero l'intensità del fenomeno contrabbandiero nella zona, con l'esclusione delle frazioni di Roncaiola e Baruffini, dove rimase endemico ancora per diversi decenni.
Una reviviscenza si ebbe comunque negli anni del secondo conflitto mondiale, per effetto soprattutto della penuria di generi alimentari che si accompagna a tutti i conflitti. Il traffico illegale di confine si rifece in quell'epoca assai intenso, in entrambe le direzioni ma soprattutto dall'Italia verso la Svizzera.
Nella provincia di Sondrio, infatti, la relativa fertilità del territorio, la migliore esposizione e le quote di fondovalle più basse consentivano una discreta produzione di grani, uva e castagne.
Va poi aggiunto che erano possibili sia gli allevamenti di suini, da parte di quasi tutte le famiglie, che discrete coltivazioni orticole; tutto ciò consentiva una, se pur stentatissima, autarchia di sopravvivenza; il riso, la pasta e lo zucchero arrivavano, anche se in quantitativi limitati, dalla pianura e bene o male si riusciva a campare.
La confinante valle di Poschiavo, in territorio svizzero, presenta invece possibilità di coltivazione assai più ridotte: le quote e l'orografia non consentono la coltura della vite, riducono ad entità marginale quella del castagno e penalizzano fortemente quella dei cereali, anche i meno esigenti (segale e grano saraceno). Il contrabbando venne esercitato in periodo bellico soprattutto da donne e ragazzi, in quanto i maschi validi erano quasi tutti partiti per svolgere il servizio militare.
Il traffico divenne tanto intenso e si allargò ad una tale varietà di beni, alimentari e non (tra questi ultimi pneumatici, tessuti, binocoli, macchinari leggeri e per­sino profilattici) che si diede vita, in prossimità della dogana svizzera di Viano, ad un vero e proprio mercatino, con esibizione in vendita di generi vari.
In direzione opposta andavano invece i trasporti di sale, all'epoca difficilmente reperibile in Italia (soprattutto dopo il 1943) ed indispensabile alle famiglie contadine per la conservazione delle carni dei maiali dalle stesse allevati, che rappresentavano una componente fondamentale dell'alimentazione, col latte e derivati, i grani ed il vino.
Poschiavo e Brusio erano, in territorio elvetico, i centri di smistamento delle merci. Da Poschiavo partivano infatti i carichi di sale in direzione sia di Grosio (attraverso i passi della val Grosína occidentale) che verso Ponte in Valtellina e Chiuro (attraverso la val Fontana), mentre dalla zona di Brusio partivano quelli diretti verso il Tiranese. Spesso erano le donne che si incaricavano del trasporto, caricandosi sulle spalle sacchi di 20-25 kg e valicando, anche in caso di cattiva stagione, passi alpini che superano abbondantemente i 2000 metri di quota.
Durante il periodo bellico non solo le merci passavano il confine in violazioni delle leggi, ma anche la posta e le persone. Dalla Svizzera venivano infatti porta te in Italia senza servirsi della posta ufficiale (la censura e le ispezioni postali era no assai temute) le lettere dei molti militari che avevano lasciato i reparti dopo l'8 settembre 1943 e dei giovani che volevano sottrarsi al servizio militare nell'esercito della Repubblica Sociale Italiana, che erano riparati in territorio elvetico e vi erano stati internati, o dei fuorusciti politici.
Anche le persone, a volte, passavano clandestinamente il confine, quasi sempre accompagnate da contrabbandieri che conoscevano perfettamente i luoghi. Già nel dicembre del 1926 un deputato Popolare, Guido Miglioli, fu accompagnato in Svizzera attraverso i sentieri della montagna che sovrasta Tirano da un abitante della frazione di Baruffini, Del Simone Domenico, detto «Galèt»; la fuga era stata organizzata dal parroco del luogo, don Angelo Rossatti. La fuga riuscì, ma purtroppo l'episodio non rimase segreto: il parroco venne in carcerato ed al rilascio dal carcere destinato ad altra sede e la guida fu inviata al confino a Lipari.
Il movimento clandestino di persone si intensificò in periodo bellico, quando vennero rigidamente applicate le leggi razziali.
Diverse centinaia (un conteggio anche approssimato è impossibile) furono gli ebrei italiani che, con l'aiuto di contrabbandieri o di irregolari alla macchia non inquadrati nelle formazioni partigiane (che si resero responsabili, secondo l'opinione popolare, di alcuni gravi episodi di tradimento del mandato ricevuto), pas­sarono il confine italo-svizzero.
In qualche caso, data l'età e le condizioni di salute, venivano trasportati a spalla o dentro gerle, come se si trattasse di un carico di merce.
Certo non tutti riuscivano nell'impresa: molti vennero arrestati (a volte diverse decine in un'unica operazione, come avvenne nel dicembre 1943); alcuni altri lasciarono, a quanto si dice, la vita e furono spogliati dei beni sul monte Massuccio, sulla cresta del quale passa la linea di confine; moltissimi riuscirono però nel­l'intento e si salvarono.
Il 1944 fu l'anno di guerra più duro, nella zona. Tutta la valle era occupata e fortemente presidiata dalle truppe tedesche e da quelle della Repubblica Sociale Italiana, che tentavano di contrastare le azioni dei diversi nuclei partigiani che operavano soprattutto nell'alta valle; truppe vennero inviate anche ai confini Sulla montagna di Baruffini vennero inviate pattuglie di militari tedeschi, formate per lo più da militari abbastanza anziani che, in assenza dei superiori, si mostrarono abbastanza elastici e parteciparono addirittura ai traffici procurando agli abitanti del luogo sale in cambio di vino.
Va ricordato che le truppe tedesche di stanza non si comportarono, nella zona di Tirano, con particolare crudeltà o brutalità (diverso è il discorso delle truppe speciali, tra cui alcuni reparti asiatici, impiegate nei rastrellamenti) e che i più gravi fatti di sangue vanno attribuiti da un lato alle milizie della R.S.I. e dall'altro ad alcuni gruppi partigiani non inquadrati in formazioni regolari.
Nel maggio 1944 venne emanato un decreto governativo con il quale si stabiliva lo sgombero degli abitanti della zona di confine tra Italia e Svizzera, che diveniva zona chiusa per una fascia di circa 2 km.
Nel territorio di Tirano erano interessate dal provvedimento le frazioni di Baruffini e Roncaiola e la contrada Ciocca di Madonna di Tirano, i cui abitanti avrebbero dovuto lasciare le loro case.
Le conseguenze sarebbero state rovinose, per la impossibilità di coltivare campi e vigne (ma soprattutto, anche se la cosa ovviamente non poteva essere pubblicizzata, per la grave compromissione del contrabbando, attività che permetteva un aiuto economico essenziale per la sopravvivenza di molte famiglie).
Gli abitanti, coi parroci in testa, si mobilitarono e si recarono in delegazione a Sondrio presso le autorità governative: con un po' di diplomazia e qualche donativo in generi alimentari e sigarette (di contrabbando, s'intende!) il bando venne sospeso a tempo indeterminato.
La presenza sui monti di formazioni partigiane o comunque di irregolari alla macchia contribuiva poi a rendere ancor più precaria la già difficile situazione; a seguito dell'uccisione di un milite della R.S.I. vi fu una grave rappresaglia da parte delle truppe alle quali il caduto apparteneva, che mitragliarono ed incendiarono l'abitato di Baruffini, senza peraltro causare vittime.
Finalmente la guerra finì e le cose ripresero il loro usuale corso: si ridusse gradatamente il contrabbando di generi alimentari e riprese quello dei generi di monopolio, soprattutto tabacchi lavorati, di caffè e di generi vari, in particolare orologi e saccarina.
Mutarono però le caratteristiche di esercizio dell'attività, soprattutto per effetto della diffusione degli autoveicoli: dall'importazione di merci di frodo per uso familiare, o al più locale, si passò gradatamente ad un'organizzazione di tipo più marcatamente criminale, che si occupava del trasporto dei prodotti contrabbandati fino ai centri della pianura.
Ciò avveniva in genere caricando i «sacchi» su veloci automobili, a volte con targhe contraffatte o dotate di ingegnosi (e spesso pericolosi) mezzi per sfuggire ai controlli ed agevolare la fuga, affidate a piloti spesso giovanissimi e sempre assai abili e spericolati. L'auto veloce divenne assai presto, nel mondo del contrabbando, un vero e proprio «status symbol».
Restano nella memoria popolare gli inseguimenti notturni, condotti a folle velocità, che vedevano protagoniste le auto contrabbandiere in fuga (si trattava spesso di Lancia Aurelia) e quelle della polizia tributaria all'inseguimento (per lo più Alfa Romeo), con esiti alternativamente favorevoli all'una o all'altra parte ed accese discussioni tra i giovani circa la bontà dei mezzi usati.
I controlli vennero intensificati intorno agli anni Cinquanta e riprese il solito rosario di morti, alcuni precipitati nei burroni, altri uccisi dalle armi da fuoco delle guardie italiane o svizzere.
Perché anche i doganieri svizzeri sparavano su chi non si fermava all'«title»; come e più di quelli italiani.
Gli incidenti erano più rari solo perché le conseguenze del fermo erano in genere meno gravi (si limitavano nei casi più frequenti all'espulsione o a qualche giorno di detenzione) con conseguente minor frequenza dei tentativi di fuga.
Questo, però, nei periodi «normali», quando cioè da parte svizzera si tollerava, quando non si favoriva apertamente, l'attività contrabbandiera (che fu tra l'altro all'origine di parecchi arricchimenti di famiglie locali).
Quando però il governo elvetico decise, durante il periodo bellico, di stroncare il fenomeno, vi furono nella sola zona di Tirano ben otto morti in pochi anni uccisi dai gendarmi svizzeri.
Negli anni Cinquanta, ma soprattutto nel decennio successivo, l'attività contrabbandiera in zona subì una progressiva quanto radicale trasformazione, legata in gran parte alle disposizioni di legge, sia ín materia doganale, che di altro contenuto, relative al commercio del caffè, che fecero divenire Tirano e il suo circondario un vero e proprio centro di smistamento, a livello addirittura sovraregionale, di tale merce importata di frodo.
Causa prima di tale stato di cose furono gli elevati dazi doganali su tale genere, che rendevano oltremodo lucrosa l'evasione, combinati con le maglie troppo larghe delle disposizioni relative al trasporto del caffè tostato, che rendevano estremamente difficoltoso il controllo sulle evasioni dei dazi una volta che il prodotto fosse in territorio italiano.
Le caratteristiche fisiche della merce, che se trasportata in contenitori generici è difficilmente differenziabile, completavano l'opera.
Per rendere più agevoli le frodi vennero addirittura rese operanti, a poche centinaia di metri dal confine, delle torrefazioni (diverse nella sola frazione di Roncaiola, che contava qualche decina di abitanti in tutto) che lavoravano limitati quantitativi di merce «regolare» e quantità enormemente maggiori di merce di contrabbando.
Una volta che i carichi erano all'interno delle torrefazioni diveniva un gioco da ragazzi, attraverso false o ambigue scritturazioni sui registri, ma soprattutto attraverso il riuso delle stesse bollette di trasporto, effettuare le frodi. La guardia di finanza aveva quasi sempre, anche nei casi di violazione evidente, gravi difficoltà ad intervenire, in quanto la merce risultava, sotto il profilo formale, assai spesso in regola.
L'unica concreta possibilità di accertare la contravvenzione era il fermo della merce prima che venisse depositata nelle torrefazioni.
Tutto questo portò gradatamente ad un evidente snaturamento delle tradizionali forme di esplicazione dell'attività contrabbandiera: ad una vera e propria esplosione del fenomeno sotto il profilo quantitativo si accompagnò una grave degenerazione delle sue caratteristiche.
Nel solo 1965, secondo dati ufficiali, vennero denunciate per contrabbando, in provincia, 1339 persone e sequestrati 212.000 kg di caffè e 18.500 kg di tabacchi lavorati, oltre a 109 automezzi. I dati sono tra l'altro assai poco indicativi, soprattutto per quanto riguarda il caffè, per la notevole sproporzione tra le violazioni accertate e quelle commesse.
Un dato abbastanza realistico, basato su concordi testimonianze degli operatori, è che entrassero giornalmente in Italia in violazione di imposta, nella sola area tiranese, dai 500 ai 1000 carichi di caffè, per un totale di almeno 200 quintali. Il dilagare dell'attività contrabbandiera causò gravissime conseguenze sul piano sociale.
Vi fu innanzitutto un aumento preoccupante delle delazioni e delle correlative vendette, più o meno giustificate ma spesso violente, con la comparsa tra le guardie di finanza di preoccupanti fenomeni di connivenza; sistematiche e gravi si fecero poi le irregolarità nell'uso degli automezzi, con diffusione del traffico di auto rubate e delle intestazioni di proprietà fittizie; si dovette infine assistere all'arrivo nella zona, giornalmente, di centinaia di persone di cui molte provenienti da altre province, spesso con precedenti penali e tendenza a delinquere. La presenza di un elevato numero di persone forestiere, sulle quali risultava quasi impossibile il controllo sociale nelle forme tradizionali, dotate tra l'altro di larghe disponibilità finanziarie, portò le prevedibili conseguenze: larga diffusione del gioco d'azzardo e della frequentazione di locali notturni, continue scorribande notturne di gruppi di giovani su veloci auto o motociclette, disabitudine al lavoro in gruppi sempre più numerosi di persone.
Ma il fatto più preoccupante era il progressivo deterioramento dei principi morali che interessava gruppi sempre più ampi di giovani.
Va comunque aggiunto che tali fenomeni negativi riguardavano solo una minoranza dei soggetti locali interessati; buona parte degli spalloni del luogo utilizzò invece i facili proventi, che si sapeva essere aleatori, per la costruzione o la ristrutturazione di edifici (il «mal della pietra» è sempre stato una costante, in valle), per dare inizio ad attività commerciali o artigianali lecite, per l'acquisto di macchine agricole, per miglioramenti fondiari o semplicemente per costituirsi un capitale di riserva.
L'attività contrabbandiera, così come si era sviluppata sotto il profilo quantitativo, ebbe in quel periodo una parallela evoluzione anche sotto quello qualitativo: si arrivò gradatamente ad una specializzazione dei compiti (così c'erano i portìn, gli spalloni, i capisquadra che ingaggiavano la manodopera e si rendevano responsabili del trasporto, i torrefattori, gli autisti addetti ai trasporti e così via) e ad una vera e propria organizzazione criminale composta di vari gruppi funzionalmente organizzati e con una ben definita gerarchia interna.
Tali gruppi, come già accennato, erano spesso in concorrenza tra loro, con conseguente seguito di «soffiate» a danno degli avversari o presunti tali. Tale stato di cose portò ad una intensificazione dei controlli e ad un brusco aumento dei morti.
Si verificarono in poco più di un anno diversi gravi episodi, con ben 5 decessi, due dei quali imputabili ad un uso quanto meno sconsiderato delle armi da parte delle guardie di finanza (in un caso si trattò forse di omicidio volontario per il quale l'attività contrabbandiera rappresentò un pretesto).
Vi furono vivaci reazioni popolari ed i processi relativi vennero, a causa dello stato di tensione che si era creato, trasferiti altrove per legittima suspicione. Due morti si ebbero poi, uno per parte, in occasione di un gravissimo incidente, che forse segnò il punto di svolta nell'evoluzione del fenomeno e nei rapporti tra la popolazione e le guardie di finanza.
L'episodio si verificò nel settembre 1966, lungo il pericolosissimo sentiero detto «La passerella» che dal confine svizzero porta alla frazione di Roncaiola. Due finanzieri fermarono, nel punto più pericoloso dove il sentiero è assai spaventato e gravato del carico, fece un brusco movimento, perdendo l'equilibrio. Il finanziere Dario Cinus, che si trovava accanto, tentò di trattenerlo, ma non riuscì e precipitò anch'egli nel vuoto. Entrambi persero la vita. Il coraggioso finanziere, poco più che ventenne, venne decorato alla memoria. Sul luogo dell'accaduto una lapide li ricorda entrambi.
L'episodio, di per sé piuttosto simile a molti altri avvenuti lungo i terribili passaggi che, da un lato e dall'altro della valle, sovrastano la rocca di Piattamala (sul versante verso Villa di Tirano si trova il non meno pericoloso «Passo del gatto», che pure fu teatro di incidenti mortali), determinò o, forse meglio, accelerò il mutamento già in corso nei rapporti tra la popolazione locale e la guardia di finanza, che fu accompagnato da una graduale riconsiderazione del fenomeno del contrabbando nel suo complesso.
Gradatamente la secolare avversione, quando non si trattava di aperta ostilità, della popolazione locale nei confronti dei finanzieri, per decenni spregiativamente definiti sgarbasàc (cioè strappasacchi, con riferimento all'uso di tagliare i sacchi dei contrabbandieri, durante gli inseguimenti, per farne uscire la merce) o burlandòt, e della guardia di finanza in genere, chiamata ancor più crudelmente la caìna, si ridusse, anche perché dal canto loro i finanzieri, dopo gli eccessi del biennio 1964-1965, avevano limitato allo stretto necessario l'uso delle armi.
Ma, abbastanza paradossalmente, il massimo di diffusione dell'attività contrabbandiera in zona, alla quale si accompagnavano non indifferenti vantaggi economici per l'area interessata, determinò anche l'avvio di una radicale modificazione della mentalità popolare riguardo al contrabbando nel suo complesso: troppe e troppo traumatiche erano state le novità al riguardo.
Il contrabbando «storico» e se si vuole «eroico», strettamente dipendente da uno stato di dura necessità ed esercitato da disperati che non avevano di che sfamare la famiglia e che rischiavano la vita per pochi chilogrammi di sale o di zucchero, o quello degli spalloni che si assoggettavano a molte ore, spesso a giorni, di durissima marcia, gravati di carichi notevoli e sempre in pericolo di vita, erano per sempre finiti; lo comprendeva la popolazione e se ne rendevano conto gli stessi «addetti ai lavori».
Il miglioramento delle condizioni economiche aveva gradatamente fatto scomparire lo stato di diffusa indigenza, soprattutto nelle frazioni del versante retico, che aveva per molti decenni alimentato il fenomeno, che dal canto suo aveva mutato natura.
Pian piano, anche nella mentalità popolare degli abitanti dell'area tiranese, il contrabbando fu visto per quel che è: un'attività sì lucrosa, ma pericolosa ed illegale, in qualche caso forse ancora giustificabile e tollerabile, ma certamente non più pacificamente accettata (e persino mitizzata) come sempre era stato in passato.
L'ultimo episodio di violenza che si verificò (l'uccisione a rivoltellate di un finanziere da parte di un giovane contrabbandiere del luogo) diede il definitivo colpo di grazia al vecchio modo di pensare in cui il contrabbandiere era idealizzato e ritenuto un po' un eroe locale che si opponeva a uno stato oppressore e violento (cosa purtroppo abbastanza vera in alcuni periodi).
L'omicidio, abbastanza immotivato e per di più commesso con armi da fuoco, che non erano state quasi mai usate dai contrabbandieri, spinse molti a riflettere sulle gravi conseguenze negative che avrebbero potuto derivare dal consolidamento delle nuove forme di contrabbando, che andavano assumendo connotazioni sempre più marcatamente delinquenziali.
L'entrata in vigore di nuove disposizioni in materia di commercio del caffè diede un primo colpo al contrabbando di tale merce, che si ridusse quasi a zero per effetto della nuova politica doganale adottata dalle autorità di governo negli anni Settanta. D'altro canto le nuove forme di esercizio e la distanza dai centri di smercio hanno fortemente ridotto l'importazione clandestina di tabacchi da parte degli spalloni e la liberalizzazione doganale ha notevolmente affievolito quella degli altri generi tradizionali.
Restano oggi in zona, quale relitto, isolati episodi legati per lo più alla zona franca dí Livigno, qualche traffico di preziosi e alcune violazioni individuali dipendenti spesso da scarsa conoscenza delle disposizioni doganali.
Il contrabbando «storico», coi suoi morti, i suoi odi, le sue fatiche e le sue leggende, è però definitivamente tramontato.”

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BIBLIOGRAFIA

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Sertoli Salis, Renzo, "Tirano di ieri. Saggi storici con una tavola di Luigi Bracchi", Milano, Giuffrè, 1959

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Carugo, Maria Aurora, "La politica francese in Valtellina nei primi decenni del Seicento e il santuario della Madonna di Tirano" (in Bollettino della Società Storica Valtellinese, 1988)

Bonazzi, Cici, "Parole, scutüm, proverbi e filastrocche in dialetto tiranese", Camberra, 1991 (ciclostilato)

Armelloni, Renato, “Alpi Retiche”, Milano, 1997, nella collana “Guida dei monti d’Italia” del CAI-TCI

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Fiori, M. G., "Dizionario tiranese - Miscellanea - Segni del passato", con prefazione Viaggio nelle memorie (introduzione all’etnografia tiranese) di R. Bracchi, Villa di Tirano, 2000

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Simonelli, Giovanni Mario, "Fonti storiche sulla manifestazione della Madonna di Tirano" (in Bollettino della Società Storica Valtellinese, 2004)

Cracco, Giorgio, "Per una storia delle apparizioni della Madonna di Tirano" (in Bollettino della Società Storica Valtellinese, 2006)

 

CARTA DEL TERRITORIO COMUNALE sulla base della Swisstopo, che ne detiene il Copyright. Ho aggiunto alla carta alcuni toponimi ed una traccia rossa continua (carrozzabili, piste) o puntinata (mulattiere, sentieri). Apri qui la mappa on-line

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APPENDICE

Per concludere questa presentazione della città di Tirano, affidiamoci alla musa di Giuseppe Napoleone Besta, riportando i versi ad essa dedicati nei canti de “La Valtellina”, edito nel 1871 (è stato ristampato nel 1994 a cura del Centro di Cultura Tellina e della Biblioteca Parrocchiale di Isolaccia):
“Ecco l' eccelso tempio alla benigna
Vergine Madre consacrato. È fama,
Che una dimane di porpuree rose
Cinta e di gigli immaculata e bella
Più che cosa créata, discendesse
La Madonna dal cielo ed alle luci
D' un beato mortal per sovrumana
Virtù di sua beltà l' alte sembianze
Ammirar concedesse e grandi cose
A quel felice confidasse. I buoni
Del vicino Tirano immense in dono
Offrir dovizie e maestoso tempio
Dedicaro a Maria. Il pellegrino
Di lontani paesi ad adorarla
Move pieno di speme; e nell' arsura
Dell' estate bollente o fra le pene
D' incurabile morbo, ogni devoto
A plorarvi festina e mai si parte
Privo di grazie. E qui d' aureo pennello
Mosso da mano Valtellina ammira
L' occhio stranier mirabili pitture.
Son di Caimi. In un pinse la madre
Di Maria Nazarena che alla santa
Vergin dispiega i vaticini e l'alte
Verità dei profeti e il gran mistero.
Nell' altro effigiò l'umil Giuseppe
Che fra la sposa e il figlio ultimo volge
Uno sguardo alla terra e l'alma aderge
Al paradiso. Prezioso ancora
Ammirar puoi nell' intarsiato legno,
Che le armoniche canne insiem raccoglie
Dell' organo sonoro, alto lavoro.
Al divino Michel pure han sacrato
Qui memoria i devoti, e fama vola
Che l'eccelso che spicca al tempio in cima
Domator di Satanno alla vittoria
Dei valtellini, quando ciurme elvete
Fugàr vittoriosi or son mole anni,
Sfidando avverso Borea si volgesse
Minaccioso ai fuggenti. Il Poschiavino
Solca spumoso la vallea che piega
All' Engaddina , e pria che all'Adda torva,
Adduca insieme alle dorate trote
La sua corrente, onda ministra ai magli,
Ai molini, e alle seghe ove dei pini
Gli scorticati fusti e degli abeti,
In variate fogge industrioso
Congegno scinde, leviga, assottiglia
Del fabbro all'uopo.
Nè tacer m'assente.
Industria patriota, che dall' arso
Corilo misto al biondo zolfo e al nitro,
Tragge la polve che dal foco incesa
Il guizzo del balen, del tuono il rombo
Orrendo imita. — Se in lucente acciaro,
O in perforato bronzo arte prudente
Poi la rinserra e d' arida scintilla
Vi comunica il lampo, fragorosa
Scoppia di morte apportatrice. Almeno
Sol nelle rupi di poc' curo in cerca
O di ferro, o di piombo, il minatore
Quella polvere usasse! Ma una legge
Che da Caino ereditaro i tristi
Che s' appellano umani, inavvertita
Non lasciolla un istante; e a milioni
In poco d' or di frangersi le membra
Godono adesso e i franchi generosi,
Gli scettici alemanni, e i biondi a cui
In Albion s'annebbia il sole e i caldi
Figli d' Iberia, e quei che Ausonia bella
Sempre alla pace ed all'amore invita!
E chi sa in quante lagrime quell'onda,
Che questa polve or poche lune univa
Muterà il fato. Ben tre volte l' anno
Tutta qui porge Valtellina i suoi
Proventi e le sue mandre, e da straniere
Vengon regioni a mercantar le belle
Valtelline giovenche e le puledre.
Altre cure, o compagno e lungo tratto
Di cammino or ne resta in pria che l' alto
Bràulio adimi al nostro piede. A noi
Or non è dato gir quivi a ritrorso
Del Poschiavino e per l' Elvezia il passo
Movere a contemplar quelle, che dolce
A Tullio in core han suscitato e tanta
Poesia di pensier, bellezze alpine!
E dei campi di Brusio, ove pompeggia
La nicoziana che sui curvi legni,
Rapita ai solchi americani, addusse
A far l'ozio beato in Europa
Il nauta a cui s' inchinano gli olivi
Ed i cedri di Giano, io tacerò.
Nè quivi Delle Prese i solfurei zampilli,
Nè le gluache del lago onde serene
Del ridente Poschiavo è a me concesso
Di decantar, chè vieta la mia Musa
Fra le selve non sue toccar la cetra.
Fiancheggiata di pioppi eccelsi guida
A Tirano la strada. Antiche mura,
È fama un di cingessero le case
Munite di Tirano allor che tutta
Valtellina correva armata in volta.
Poi tardi a poco a poco le macerie
D' inutil propugnacolo cadérsi
In un con l' ire cittadine, e i massi
Edifici più belli e più quieti
Quindi adornaro. Pur sotto que' tetti
fama congregar de' ladri elveti
Sanguinoso il macello i Valtellini;
E ancor t' addita il paesano il loco
Dell' orrenda concione. Dalla torre
Che ancor tu scorgi su quel masso, il primo
Foco s'estolse che in mill'altri poi
Della vallea si ripercosse in quella
Notte di sangue. Ché perenne tema
Di morte, e ambizion d'impero eresse
Lungo le rupi funerarie torri,
Su cui di foco nell'oscure notti
S' avvivavan le fiamme onde in poc'ora
La fuga o la vittoria ai minacciati
Render palese, allor che i nostri campi,
Per livor cittadino o triste regno,
Rosseggiavan di sangue. Or su quei merli
Ciba le bacche d' edera tardiva
La cornacchia insaziata. E ad altre cure
Or moviamo il pensiero, e nostro intento
Fia visitar queste contrade in cui
L' industria ed il buon cuor perenne han sede.
Fatiche quivi di Caimi ancora
Nel tempio ammirerai. Palagi eccelsi,
Poetici giardini, invidiati
Da non pochi paesi. Cittadina
Pietà pur quivi non esil provento
Ai poveri donava, e allor che triste
Morbo serpeggia fra miseria, amica
Mano soccorre in nosocomio eletto
Al dolor di chi langue e che sospira.
Fratellevole amore le furenti
Onde dell' Adda superò con forti
Ripari, alle campagne e ai cari tetti
Assicurando la quiete; e belli
Sempre opimi di grappoli e di spiche
Qui sorridono i campi; e i tetti un dolce
Sentimento di pace al forastiero
Infondono nel cuore. Ma non fugga
Alle nostre ricerche il maestoso
Edificio che in mezzo alla campagna
Sorge là in faccia. Con eccelso e raro
Magistero di rote, argani e leve,
Mille tu vedi con veloce moto
Aggirarsi carrucole e rotelle,
Moversi leve e rotar volubili
Aspi su cui le filatrici attente
Annodano de' bozzoli l’esile
Serico stame in fin che tutto avvolgesi
In matassa dorata. È di Mottana
L' opificio, è sudor di cento belle
Valtellinesi, quella seta, a cui
Non é dato fregiar l'agile fianco
Di prezioso indumento, Gilè straniero
A caro prezzo, i nostri frutti esporta.
Ma straniero lavor sempre non copre
Le nostre membra, il villico le rudi
Spalle difende dal cocente sole
E dal rigido vano coi tessuti
Velli clipei rade alle lanute agnelle
In primavera e allor che autunno imbianca
L' alpi di brine, e il capo orna col feltro
Che in varia foggia anco in Tirano industre
Mano compon con non umil fatica.
Là di fronte le vigne arico di Bacca
Regalano il licore, e benché estreme
La natura qui ornai tutte raccolga
Le sue forze, non meno prelibati
Spreme i vini il colono. Né per l'arti
Solo Tirano in Valtellina è degno
Di giusta laude; una men umil penna
Un qualche giorno i cari nomi ai figli
Declinerà dei genii a cui s'affida
Già da mole anni Italia mia! Né ingrata
O Valtellina, invido il guardo volgi
A queste mura ove cercasti e cerchi
L' ancora a cui della tua gracil barca
Affidare le vele. E qui vorrei
Sul Trevino vicin condurti e nuovi
Panorama incantevoli d'innante
Appresentarti. E il Padrio monte e l'acque
Di colore del cielo ove s' allaga
In brevissima sosta il Poschiavino,
E lontano, lontano allor che nasce
E quando muore il sol porpureo il colmo
Additarti del Rosa.”

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