Dove approdò l'arca di Noè dopo il diluvio


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La figura di Noè è una delle più conosciute della Bibbia. Quando Dio volle punire l’umanità per la sua empietà, progettò di sommergerla sotto le acque di un diluvio mai visto prima, il famoso diluvio universale. Il solo Noè, per la sua rettitudine, meritò di sopravvivere con la sua famiglia, perché il genere umano non si estinguesse. Ricevette, così, l’ordine di costruire un’arca, destinata anche ad accogliere una coppia di ogni specie vivente, salvandola dall’estinzione.
Un’arca è qualcosa di meno di una barca: non c’è solo una “b” in meno, ma anche l’assenza di quegli strumenti, timone e vele, che la possono governare. Per questo Noè potè sì salvarsi dalle acque che sommersero tutte le terre, ma non dirigere l’arca, la cui rotta fu affidata alle mani del Signore.
Ma dove approdò, alla fine? Perché ci fu una fine, e ad un bel momento smise di piovere. La Bibbia non ci dice il luogo in cui l’arca potè toccare la terraferma. Si moltiplicarono, così, ipotesi e leggende. In terra di Valtellina il luogo più accreditato si trova nella Costiera dei Cech, e precisamente nei monti sopra Traona. Salendo ai Prati di Bioggio (che si raggiungono facilmente percorrendo una carrozzabile sterrata che parte da
Mello, effettua una traversata, verso ovest, fino alla chiesa di san Giovanni di Bioggio (termine connesso con la voce dialettale “bedoia”, betulla, oppure con “Biogio”, soprannome personale), si inerpica sul fianco montuoso fino ai prati di Aragno, dove lascia il posto ad un sentiero che in breve porta ai prati), lo vediamo bene, diritto sopra il nostro naso, verso nord: si tratta del piazzo della Nave ("piaz de la Naf", o anche "roca de la Naf"), sul culmine di un dosso largo e brullo, nel territorio del comune di Traona.
Cosa fa supporre che proprio qui si fermò l’arca? Un enorme masso levigato, che presenta anche un anello atto ad assicurare l’ancora dell’imbarcazione. Accanto al masso, stava, fino a qualche anno fa, anche un larice rinsecchito, che forse fu d'aiuto nell'approdo: ora è stato tagliato e lasciato poco distante. Il masso ci accoglie proprio sulla soglia del pianoro, o piazzo, in un’atmosfera surreale. La zona è brulla, un po’ desolata (pochi pini, qualche capra curiosa), ma estremamente panoramica e suggestiva. Forse ai tempi di Noè c’era ancora un bel bosco, e forse, guardando con attenzione, potremo scorgere anche noi quei segni nella roccia che, si dice, siano orme impresse dagli animali che scesero dall’arca. Se le cose andarono veramente così, molte specie animali lasciarono, poi, questi luoghi, dove regna, ora, la solitudine, e dove gli animali che più facilmente potremo scorgere sono le aquile, che signoreggiano dai picchi della costiera che separa la bassa Valtellina dalla Val dei Ratti.
Lasciamoci prendere, dunque, dal gusto di questo fascino, immaginiamo il vegliardo Noè guardare compiaciute questa nuova terra, la terra della rinascita, immaginiamo tutte le specie animali scendere dall’arca e disperdersi fra queste montagna. Alcune per rimanervi e riprendere, dopo la pausa dell’epica navigazione, l’antichissima lotta (come la vipera e l’aquila), altre per lasciarle, alla ricerca di climi più adatti. E Noè? Il suo cuore è rimasto qui. Racconta, infatti, la leggenda che egli ami tornare, ogni anno, nelle notti di agosto, a visitare questi luoghi. Lo sanno i pastori, che in queste notti ne scorgono, per qualche istante appena, l’ombra, la quale si aggira, discreta e silenziosa, a ricercare i ricordi che rimandano al giorno in cui di nuovo tornò a baciare la terraferma. Ed i pastori amano ricordare questo, anche per tacitare i loro "colleghi" del versante orobico che fronteggia i Cech, cioè i Maroch, i quali pure vantano un Piazzo della Nave, nei boschi sopra Delebio.
Ma la leggenda va oltre. Racconta che la Valtellina venne popolata da Jubat, uno dei figli di Jafet (capostipite della stirpe umana dei Giapeti), che, a sua volta, era uno dei tre figli di Noè (gli altri due, Sem e Cam, furono capostipiti delle altre stirpi). Se così fu, Jubat fu l'unico discendente di Noè a conservare l'amore del nonno per la terra sulla quale aveva di nuovo posato il piede dopo il lungo errare nell'oceano sterminato delle acque. La Valtellina fu, dunque, una terra delle origini.
E ancora: narra, un'altra leggenda, di quel tempo antichissimo nel quale le acque sommergevano gran parte delle terre di valtellina, lasciando emergere solo i monti più alti. Non era ancora quello, il tempo degli uomini, era il tempo dei giganti, che si muovevano da un monte-isola ad un altro utilizzando enormi zattere, ricavate con tronchi di larice. Le zattere, dopo l'approdo, venivano assicurate ai roccioni di granito con saldi anelli di metallo (ed ancora oggi si possono osservare i segni lasciati da questi anelli).
Lasciamoci, dunque, prendere dalla suggestione di queste leggende delle origini, e progettiamo una camminata che ci porti a visitare quel piazzo sul quale pose la prima orma il padre d tutta l'umanità rinnovata.
La salita al Piazzo della Nave dai prati di Bioggio non è difficile. Prendiamo come punto di riferimento la parte centrale della sezione inferiore dei prati (m. 1240 circa), disseminata di alcuni grandi massi, alla quale giungiamo se saliamo per il sentiero che proviene dai prati di Aragno. Pochi metri sopra, passa la pista tagliafuoco tracciata recentemente, che giunge fin qui da ovest, e precisamente dall'alpe Piazza, e si ferma poco oltre. Saliamo, dunque, alla pista e seguiamola verso destra (est), solo per pochi metri, finché troviamo, sulla sinistra, la partenza di un sentiero che sale, in diagonale, verso destra, superando alcuni ruderi di baita e portando ad una nuova fascia alta di prati, a 1348 metri. Fino a qualche tempo fa una simpatica bandiera gialla ci accoglieva nell’approdo a questi prati; ora non c’è più.
Dobbiamo, ora, puntare alle baite nella parte alta dei prati, e proseguire sul sentiero che parte alle loro spalle. Cominciamo a trovare, su alcuni sassi, dei segnavia blu. Il primo è rappresentato da una freccia, sotto la quale è riportata la sigla 7 F, che sta per “Sette Fratelli”, cioè indica l'Oratorio dei Sette Fratelli, un piccolo oratorio isolato che sta a 2010 metri, a monte del Piazzo della Nave (il sentiero per il Piazzo prosegue, infatti, salendo a questo oratorio).
Dopo un tratto verso destra, incontriamo un piccolo trogolo, cioè vasca per la raccolta dell’acqua, problema essenziale in queste montagne particolarmente aride. Il sentiero inanella alcuni tornantini, e, salendo troviamo altri due trogoli, prima di un bivio segnalato, a poca distanza di una baita isolata, a monte dei prati. Su un masso la freccia blu ci indica che dobbiamo, ora piegare a destra (il sentiero che procede diritto effettua una lunga traversata fino ai prati Brusada, m. 1584, a monte di Cercino).
Una diagonale verso destra ci porta al rudere di baita quotato m. 1445, dove pieghiamo a sinistra. Sempre guidati dai segnavia e da qualche fettuccia blu sul tronco di alberi, inanelliamo alcuni tornanti in una rada selva, prima di uscire ad un terreno scoperto, occupato da rada boscaglia, effettuando prima una diagonale a destra, poi un’ultima a sinistra, che ci porta al Piazzo della Nave (m. 1637), dopo circa un'ora di cammino (il dislivello dai prati di Bioggio è di circa 400 metri).
Ottimo è il panorama che da qui si gode, in particolare verso sud e sud-ovest. Si aprono, infatti, davanti a noi le Valli del Bitto di Albaredo e Gerola, e buona parte della Val Lèsina. L'occhio esperto riconosce, sulla loro testata, da sinistra, il monte Lago (m. 2353), il monte Pedena (m. 2399), il passo di Pedena (m. 2234), il monte Azzarini (m. 2431), il passo di S. Marco (m. 1985), le cime di Ponteranica, il passo Salmurano (m. 2017), il torrione Mezzaluna (m. 2333), il pizzo di Tronella (m. 2311), il pizzo di Trona (m. 2510), il pizzo dei Tre Signori (m. 2554), il pizzo mellasc (m. 2465), il monte Colombana (m. 2385), il monte Olano (m. 2267), il pizzo dei Galli (m. 2217), la cima del Cortese (m. 2512), la cima di Moncale (m. 2306) e l'inconfondibile corno del monte Legnone (m. 2609). Alla sua destra, l'alto Lario e le montagne della Mesolcina.
Se vogliamo proseguire il cammino verso l'Oratorio dei Sette Fratelli (che si trova ad un'ora di marcia da qui), teniamo presente che il sentiero, non molto visibile, parte alle spalle dei pini solitari, sul versante a monte, ed è segnalato da fettucce blu (solo nel primo tratto). Il sentiero risale il dosso a monte del piazzo, dapprima verso destra, poi piegando a sinistra e guadagnandone il filo. Passa a sinistra di una pineta, risalendo fino al suo limite superiore, prima di piegare a destra, a quota 2000, raggiungendo, alla fine, l'Oratorio.


Massimo Dei Cas
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