ESCURSIONI A TRAONA - CARTA DEL PERCORSO - GOOGLE MAP 1, 2

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Strada per Mello-Convento-S. Caterina-S. Apollonia-Valletta-Strada per Mello
1 h e 30 min
160
T


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La chiesa di S. Caterina di Corlazzo (o Corlazio) è, fra le chiese minori, una delle più interessanti, per la sua storia e per i dipinti che vi si trovano, dell’intera Costiera dei Cech. Qualche hanno fa interventi di restauro quanto mai opportuni l’hanno restituita, per quanto possibile, alla sua originaria bellezza. Sorge nella frazione di Corlazzo, a 370 metri, sul versante che si eleva di poco rispetto al fondovalle, sopra Valletta, ad est di Traona.
Le sue origini risalgono, forse, al cuore del medioevo, e precisamente al secolo XII, e si giustificano tenendo presente il progressivo popolamento, in atto dall’alto Medio Evo, del versante di mezza costa a scapito del fondovalle, reso malsano dal suolo paludoso e dalla conseguente malaria. Nacquero così quei nuclei, come Corlazzo, che videro aumentare nei secoli il numero di anime, tanto da far sentire l’esigenza di un piccolo luogo sacro nel quale la loro fede potesse essere celebrata ed alimentata.
La chiesetta di S. Caterina è sicuramente attestata dal secolo XV, nel quale fu visitata anche dal famoso frate predicatore S. Bernardino da Siena (1439). Nel secolo successivo vi passò il vescovo di Como, di origine morbegnese, Feliciano Ninguarda, nella sua visita pastorale in Valtellina; costui scrisse: “Ad un miglio dalla parrocchiale, un po’ fuori strada, c’è un villaggio di circa 20 fochi, chiamato Corlazio, appartenente alla comunità di Traona: ci sono due chiese, una dedicata a Sant’Agata, l’altra a Santa Caterina Martire, nelle quali si celebra raramente per penuria di sacerdoti…” Il nucleo di Corlazzo, dunque, contava, anche per la sua felice collocazione, circa un centinaio di anime, numero del tutto ragguardevole per quel tempo. Era posto, infatti, sull’antica strada che collegava Traona a Civo.
La facilità di accesso a S. Caterina aveva però anche dei risvolti negativi. Nel 1629-30, la Valtellina fu percorsa dalle truppe dei Lanzichenecchi, che attendevano di passare attraverso il ducato di Milano, e che vi compirono razzie di cibo, vino, biada per i cavalli, portando anche (quel che è peggio) il terribile morbo della peste. Passarono anche per Corlazio, e, alla vista del dipinto dell’annunciazione dell’angelo a Maria, sulla sua parete esterna, lo deturparono con iscrizioni e simboli che ancora oggi si possono vedere (questi soldati erano protestanti, e quindi consideravano il culto alla Madonna espressione della corrotta chiesa di Roma).
A quel medesimo secolo risale un episodio meno fosco, che vale la pena di raccontare. Dal 1624 officiavano nella chiesetta i frati del Convento di S. Francesco, nella vicina Traona. Il 31 dicembre del 1666 due di costoro, il padre superiore Fra’ Costante Parravicini ed il giovane frate Gian Antonio da Como, si misero in cammino per salire a S. Caterina, non senza difficoltà, perché nei giorni precedenti abbondanti nevicate avevano reso la via assai faticosa. Giunsero, dunque, al ponte sulla valletta che precede di poco la chiesa, ma la neve lo aveva interamente ricoperto, tanto che non lo si vedeva più. Il padre superiore, per stanchezza più che per imperizia, sbagliò nell’indirizzare il piede, lo posò su una cornice di neve che cedette, facendolo precipitare nel vuoto della piccola forra sottostante che il torrente Valle si era scavano in quel punto. Il giovane che lo accompagnava fu preso dal panico e corse via, gridando che si venisse in soccorso dell’anziano superiore. Accorse, dunque, la gente, alle sue grida, e tutti conversero nel luogo della disgrazia. Che disgrazia, però, si rivelò non essere, perché il canuto frate riemerse, fra lo stupore di tutti, sull’altro lato della valletta, risalendo alla strada, interamente asciutto, e lodando Dio per averlo scampato da quella sciagura. Fu così che i frati e la gente poterono intonare il solenne “Te Deum” di ringraziamento, come si fa nella Messa dell’ultimo giorno dell’anno, aggiungendo ai motivi di lode anche la miracolosa salvezza del padre superiore.
Proviamo a ripercorrere le orme dei due frati francescani (difficilmente, però, troveremo tanta neve anche nel cuore dell’inverno, dal momento che la felice esposizione della costiera tempera di molto i rigori invernali). Lasciata la macchina all’inizio della strada per Mello, portiamoci alla frazione di Coffedo (sulla destra della strada) ed incamminiamoci sulla stradina che sale alla ben visibile chiesa del Convento, nella località omonima, disseminata di cappellette che corrispondono alle diverse tappe della Via Crucis. Raggiunto il sagrato della chiesa del Convento, soffermiamoci a gustare il panorama che da qui si gode, soprattutto verso l’alto Lario. L’attuale chiesa sostituisce quella più antica, che era posta più a valle (in località Somagna o Fillaggio, appena oltre il ponte sul torrente Vallone, che scende dal Vallone di S. Giovanni), e che venne distrutta da un’alluvione nel 1731.
A proposito di alluvioni, guardando verso sud, cioè in direzione del fondovalle che sta proprio sotto di noi, possiamo osservare il susseguirsi di case delle frazioni che congiungono Traona alla Valletta, ad est. Ebbene, questa zona era, nei secoli passati, assai meno ospitale, soprattutto per le piene dei torrenti Bombolasca, Vallone e Valle, che l’avevano riempita di detriti alluvionali e quindi resa inutilizzabile per le coltivazioni. L’unico nucleo esistente in quei secoli era Ca’ di Bor, cioè “Case dei grossi tronchi”, denominazione che si riferiva al transito del legname sul fiume Adda dall’alta valle verso il lago di Como, per il quale molto probabilmente si riscuoteva, qui, il Dazio (centena), secondo un antichissimo diritto dei Vicedomini di Traona.
Torniamo, ora, dal sagrato della chiesa alla strada per Mello, e percorriamola, in salita, fino al primo tornante sinistrorso. Si stacca, qui, sulla destra (in corrispondenza di due cartelli che segnalano la chiesa di S. Caterina e un torchio a leva del secolo XVI in frazione Corlazzo), una strada secondaria, anch’essa (recentemente) asfaltata: è la via Somagna, che attraversa le case della frazione omonima, proseguendo poi, verso est, in leggera salita, nella splendida cornice di vigneti ben curati. Oltrepassiamo, così, una deviazione, sulla destra (si tratta di una pista che scende alla Valletta), prima di raggiungere il ponte sul torrente Valle, scenario della miracolosa riemersione dalla neve del padre superiore fra’ Costante.
Pochi passi ancora, e siamo al sagrato della chiesetta di S. Caterina, che ci accoglie con la sua simpatica facciata a capanna, rivolta ad ovest, all’ombra di alcuni grandi platani. Sulla parete rivolta a monte (nord) possiamo vedere il dipinto dell’Annunciazione, sormontato da un tettuccio, con l’angelo che si rivolge a Maria: dalla sua bocca escono le parole “Ave gratia plena Dominus tecum”. Si tratta di un dipinto di ignoto autore lombardo della fine del Quattrocento. Possiamo anche osservare le iscrizioni della soldataglia dei Lanzichenecchi, che, purtroppo, lo deturpano. Altri ce ne sono, all’interno ( fra cui una Madonna con Bambino che porge a S. Caterina l'anello delle nozze mistiche, la rappresentazione di S. Ambrogio, S. Agostino e S. Girolamo, la rappresentazione della Trinità come volto uno e trino, la rappresentazione di angeli musicanti: per poterli vedere ci si può rivolgere alla signora che ne custodisce le chiavi (la sua casa si trova poco oltre, sulla sinistra della strada).
Quel che, invece, è difficile da visitare è l’antico torchio della frazione: lo si trova proseguendo per un breve tratto, in salita, e raggiungendo il nucleo centrale di Corlazzo. È, però, in un edificio quasi sempre chiuso. Dalla frazione di Corlazzo parte un tratturo, con fondo in cemento, che sale fino ad intercettare l’antica strada che collega S. Croce a Mello, appena a monte di S. Croce: la camminata può, quindi, proseguire con una visita a questo nucleo, che appartiene al comune di Civo.
La camminata si può concludere, infine, scendendo alla vicina chiesetta di S. Apollonia e di qui alla Valletta, per poi tornare a Traona seguendo la via del piano. Troviamo la mulattiera che scende a S. Apollonia appena prima della chiesetta di S. Caterina, sulla destra, a lato della strada (c’è anche un sentiero che parte subito dopo la chiesetta, sempre sulla destra). La discesa è molto breve, e porta alle baite abbandonate di S. Apollonia, fra le quali la secentesca chiesetta. La mulattiera (l’antica via per S. Apollonia e Corlazio) prosegue nella discesa e, dopo qualche tornante, effettua una diagonale verso destra che si conclude al limite orientale delle case della Valletta ed al ponte sul torrente Valle.
Seguendo la via del piano, torniamo, infine, all’automobile, dopo circa un’ora e mezza di cammino (modesto è il dislivello in salita, 160 metri approssimativi).

CARTA DEL PERCORSO sulla base della Swisstopo, che ne detiene il Copyright. Ho aggiunto alla carta alcuni toponimi ed una traccia rossa continua (carrozzabili, piste) o puntinata (mulattiere, sentieri). Apri qui la carta on-line

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