Al classico Trekking della Valle Spluga, in otto tappe, si può accostare un trekking di sei giorni che copre l'intera Valle Spluga orientale, con punto di partenza ed arrivo a Campodolcino. Trekking vario e splendido in condizioni meteorologiche ideali. Non ci sono passaggi davvero ostici, ma solo pochi tratti attrezzati con corde fisse. Qualche passaggio su nevaio rende utili i ramponi. Questo trekking può inoltre essere variamente modulato e ridotto, in corso d'opera, a tre giorni o più. La versione più breve, su tre giorni, può essere così articolata: Campodolcino-Madesimo; Madesimo-Rif. Bertacchi; Rif. Bertacchi-rif. Chiavenna-Campodolcino. In ogni caso il trekking regala le più ampie soddisfazioni anche agli escursionisti più esigenti, che hanno modo di gustare cime, laghi e scenari di questo angolo di Alpi Retiche.


Il versante presso il bivacco Suretta

TREKKING DELLA VALLE SPLUGA ORIENTALE - SECONDA TAPPA: DA MADESIMO AL BIVACCO SURETTA

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Madesimo-Macolini-Val Scalcoggia-Lago Nero dello Spadolazzo-Bivacco Suretta
8 h
1350
E
SINTESI. A Madesimo, ignorate le indicazioni per gli Andossi, a sinistra, imbocchiamo la strada segnalata che porta verso nord alla frazione di Macolini (maculìn, m. 1656) e termina poco oltre le ultime case. Ci incamminiamo sulla pista sterrata che si inoltra in Val Scalcoggia. Ignorata la deviazione a destra per il rifugio Bertacchi, seguaimo il segnalato "Sentiero delle Corone". Proseguiamo diritti sul lato destro (per noi) della valle; la pista si restringe a sentiero, che sormonta il dosso a lato di una gola ed approda ad un pianoro superiore (grande ometto). Il sentiero si perde. Traversiamo la piana in diagonale verso sinistra, ritrovando il sentiero ai piedi del versante che sale agli Andossi. Saliamo con diverse serpentine al limite settentrionale degli Andossi. Troviamo una nuova coppia di cartelli: il primo segnala che nella direzione dalla quale siamo saliti si scende a Medesimo, il secondo segnala che prendendo a destra si prosegue per il rifugio Bertacchi (C6). Andiamo a destra ed imbocchiamo questo sentiero, procedendo verso nord-est e restando bassi rispetto ad una pista sterrata che sale ad una cava sopra di noi. Dopo un breve tratto superiamo un vallone e ci portiamo ad un dosso. Qui prestiamo attenzione ad un cartello che, sul lato sinistro del sentiero, segnala la partenza di un sentierino che sale al Lago Nero dello Spadolazzo (dato ad un’ora ed un quarto; sentiero C13, non segnalato sulla carta Kompass). Lasciamo qui il largo sentiero per il rifugio Bertacchi ed iniziamo a salire a sinistra, seguendo un sentiero debole ed intermittente. Tuttavia non incontreremo problemi, se la visibilità è buona ed abbiamo l’accortezza di tener d’occhio i segnavia bianco-rossi. Procediamo salendo sul lato sinistro di una valletta ed approdando ad una modesta pianetta, che prelude alla più ampia è gentile piana di terreno torboso. Attraversiamo la piana verso il vertice di sinistra, per riprendere la salita in direzione di una selletta erbosa, che ci introduce ad una sorta di ampio risalto di roccette e corridoio erbosi. Proseguiamo senza perdere quota, ed alternando tratti in falsopiano a salite di canalini e corridoi erbosi. Oltrepassata la già citata pista sterrata, ci infiliamo in un canalino ed in un corridoio, per giungere infine alla porta che ci apre la soglia dell’ampia conca del lago Nero (m. 2310). Seguendo i segnavia, costeggiamo la riva occidentale (sinistra) del lago, passando a destra del poggio quotato 2360 metri, raggiungendo lo sbarramento che lo delimita a nord-ovest. Qui pieghiamo a sinistra e troviamo il largo sentiero (C13, segnavia bianco-rossi) che inizia decisamente a scendere verso il fondovalle, verso ovest. Dopo il primo tratto di discesa, il sentiero passa appena a destra di due casupole e dopo una sequenza di tornanti dx-sx-dx-sx, ci portiamo a ridosso di un torrentello proseguendo la discesa diretta verso ovest, con diversi tornantini, e restando alla sua destra. A quota 2160 metri la pendeza si addolcisce ed il sentiero volge bruscamente a sinistra. Qui lo lasciamo prendendo in direzione opposta, a destra, verso nord. Procedendo a vista fra i magri pascoli ed il pietrame, senza perdere quota ci portiamo ad un secondo torrente e lo guadiamo. Sul lato opposto prestiamo attenzione ai segnavia bianco-rossi che segnalano il sentiero nel quale ci dobbiamo immettere, siglato C14, che dall'alpe Suretta sale fin qui e procede per il bivacco Suretta. Ricominciamo ora a salire, verso nord, sul ripido versante, fino all'imbocco di un impressionante canalone, di cui il sentiero taglia il fianco sinistro (alcuni ratti esposti sono serviti da corde fisse). Superata una fascia di blocchi, approdiamo infine alla sella di quota 2520 (grande ometto). Senza attraversare il torrente che corre a pochi passi alla nostra destra, ed ignorando segnavia e segnalazione per il passo di Suretta, proseguiamo alla sua sinistra (direzione est-nord-est), ignorando le indicazioni alla nostra destra per il passo di Suretta, allontanandoci gradualmente dal torrente e rimontando un ampio cordone morenico. Raggiunto il filo del cordone, cominciamo a risalirlo in direzione nord, su sentiero ben marcato e non troppo faticoso. Giunti alla sommità della morena, ci portiamo ad un nevaio che costituisce il lembo occidentale della vedretta del Suretta e lo attraversiamo quasi in piano. La traversata ci porta proprio ai piedi della collina del bivacco: ne attacchiamo il versante e raggiungiamo un ripiano, oltre il quale il sentiero propone l’ultimo strappo che ci porta alla sua sommità, dove, accanto ad un grande ometto, troviamo il bivacco Suretta (m. 2748).

La seconda giornata del Trekking della Valle Spluga orientale prevede la traversata da Madesimo al bivacco Suretta, passando per la Val Scalcoggia ed il lago Nero dello Spadolazzo. Una traversata panoramicamente splendida, ma fisicamente impegnativa.


Macolini

Entrati in paese, restiamo a sinistra del centro e, sempre impegnando la strada principale (ignoriamo deviazioni a sinistra per gli Andossi ed a destra per la Motta), dopo qualche svolta ci portiamo al suo limite settentrionale.
La strada si porta alla frazione di Macolini (maculìn, m. 1656) e termina poco oltre le ultime case. Qui troviamo ampia possibilità di parcheggio. Ci mettiamo, dunque, in cammino. Superato un torrentello su un ponte in legno, attraversiamo un’area-relax ed entriamo in un recinto d’alpeggio (apriamo e richiudiamo una porta costituita da corda elastica). Si tratta dell’alpe Macolini (alp maculìn), che prende il nome, come la frazione, dalla famiglia che ne è la storica proprietaria. Davanti a noi, in fondo all’ampia conca delimitata a sinistra dal dolce profilo degli Andossi ed a destra dal versante occidentale del pizzo di Sterla e del monte Mater, si staglia, netta e perentoria, la scura parete meridionale del pizzo Spadolazzo. Si tratta della val Scalcoggia. Al toponimo locale di scalchiögia si affianca, però, la denominazione più antica di aqua granda.


La Val Scalcoggia ed il pizzo Spadolazzo

Un cartello della Comunità Montana Valchiavenna segnala che siamo su un sentiero interregionale italo-svizzero, siglato C6, che porta in un’ora e mezza al rifugio Bertacchi ed al lago di Emet ed in un’ora e 50 minuti al passo di Niemet (o, come riportato dalle carte, Emet). Procediamo su una pista sterrata, in leggera salita, fino ad un grande masso con segnavia bianco-rosso ed un cartello che segnala un bivio: a destra si stacca dalla pista il sentiero per il rifugio Bertacchi ed il lago di Emet (C6), mentre procedendo diritti si percorre il cosiddetto “Sentiero delle Corone”, che, seppure con più largo giro, conduce anch’esso al rifugio Bertacchi.
Procediamo, dunque, diritti, rimanendo sulla pista e superando alcuni torrentelli. Guadagniamo quota molto gradualmente, rimanendo nei pressi del fondovalle. Diritta davanti a noi, l’arcigna mole dello Spadolazzo, cui non sembrano prestare molta attenzione le placide mucche che probabilmente incroceremo nel nostro cammino. La strada si assottiglia gradualmente, si fa sentiero, peraltro sempre marcato e corredato da segnavia bianco-rossi. La pendenza si fa più severa ed il fondovalle si allontana: sormontiamo, così, uno sperone roccioso che si affaccia ad una modesta gola, la quale separa la parte inferiore della valle dalla conca superiore.


La Val Scalcoggia

Attraverso un corridoio ci affacciamo, dunque, a questo ampio pianoro, salutati da un grande ometto. Alle nostre spalle l’orizzonte si è ridotto a breve finestra, dominata dall’acuto profilo del pizzo Quadro. Traversiamo, ora, la piana in diagonale verso sinistra, superando un corso d’acqua. Il sentiero si è perso, ma non appena ci troviamo a ridosso del versante che sale all’estremità settentrionale degli Andossi, lo ritroviamo. Con una serie di tornantini, prima verso destra, poi piegando verso sinistra, si dipana sul versante di macereti e pascoli, fino a raggiungere la sommità dell’ampio dosso.

Ci accoglie la superba sequenza delle cime del versante occidentale della Valle di Spluga, fra le quali spiccano, da sinistra, il pizzo Quadro (m. 3013), il pizzo dei Piani (o pizzi Piani, m. 3148 e 3158), il pizzo Ferrè (el farée, m. 3103), caratterizzata dal ghiacciaio che ne copre quasi interamente il versante settentrionale (vedrecc’ del farée), l’intera testata della Val Loga (vallöga) e della Val Schisarolo (sciüsaröö), con la poco pronunciata cima di Val Loga (m. 3004), ed infine la massiccia mole del pizzo Tambò (el tambò, m. 3274).


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Ci ritroviamo così sul limite settentrionale della splendida dorsale degli Andossi, uno dei luoghi più belli dell'alta Valle Spluga, che merita un approfondimento. Si tratta di una lunga dorsale di pascoli che separa il solco principale della Valle di Spluga dalla Val Scalcoggia (la conca di Medesimo). Giovanni De Simoni nel suo bel volumetto “Toponimia dell’alta valle Spluga” (CCIAA, Sondrio, 1966), spiega in questi termini l’origine del nome: “Vasta, tondeggiante dorsale che separa la valle dell'aqua granda dalla vallata principale del Liro, un tempo boscosa (come in genere molti degli attuali alpeggi) ed ora tenuta a prati nella parte più prossima a Madesimo, dove sorgono numerosi gruppi di cascine, e a pascolo più al nord. Altri ha pensato di vedere nel nome un composto di Alpe e Dossi, ma non ho esempi in questa zona di una siffatta contrazione del termine alpe, frequente per contro nella zona aostano-savoiarda. Neppure condivido «ai dossi». Ma poi che le regolari onde (per esempio dell'erba ottenute dalla falciatura) sono dette in forma accresc. ispregiativa «andann», riterrei piuttosto andòss=grosse ande, nome suggerito dalla regolare successione delle ondulazioni del terreno, quasi enormi «andàne».”
Così li descrive la “Guida alla Valtellina” edita dal CAI di Sondrio nel 1884 (a cura di Fabio Besta): “Per dolce declivio a ponente dello stabilimento si sale all’ameno altipiano dell’alpe Andossi (1650 m.) verdeggiante di prati e pascoli. È un cumulo caotico e morenico ammassato nell’epoca glaciale, della quale il geologo trova qui, come in tutta la Valtellina, le tracce, oltrechè nelle morene, anche nelle rupi tondeggianti levigate e striate.” Diverso, infine, è lo sguardo di Giovanni Bertacchi, sguardo di poeta che coglie l’elegia del ritorno degli armenti dall’alpeggio ai ricoveri invernali:Scendendo la via
dietro un placido gregge Calano al piano dai ridenti Andossi,
dalle conche pasciute in Val di Lei.
dietro un lento squillar di bronzi mossi.
Cantilena più mesta io non potrei
trovar nel mondo, sul cui metro ondeggi
la tacita armonia de' sogni miei.
Oh, misurar la vita in su le leggi
dell'erbe e degli armenti; andar le belle
notti, seguendo un tintinnio di greggi;
salutare ogni dì forme novelle
d'ingenua vita; uscir della memoria
di ciò che fui, richiedere alle stelle
l'antico Iddio; l'avara arte e la gloria
travagliata depor lento, dal cuore;
dimenticar degli uomini la storia,
fino a trovarmi semplice pastore!


Apri qui una panoramica dagli Andossi

La pratica dell’alpeggio è qui ancora viva, ed arricchisce il fascino di uno scenario scandito dal dolce alternarsi di morbidi dossi.
Riprendiamo ora il racconto del trekking.
Giunti sulla soglia settentrionale degli Andossi, troviamo una nuova coppia di cartelli: il primo segnala che nella direzione dalla quale siamo saliti si scende a Medesimo, il secondo segnala che prendendo a destra si prosegue per il rifugio Bertacchi (C6).
Andiamo a destra ed imbocchiamo questo sentiero, procedendo verso nord-est e restando bassi rispetto ad una pista sterrata che sale ad una cava sopra di noi. Dopo un breve tratto superiamo un vallone e ci portiamo ad un dosso. Qui prestiamo attenzione ad un cartello che, sul lato sinistro del sentiero, segnala la partenza di un sentierino che sale al Lago Nero dello Spadolazzo (dato ad un’ora ed un quarto; sentiero C13).
Lasciamo qui il largo sentiero per il rifugio Bertacchi ed iniziamo a salire a sinistra, seguendo un sentiero debole ed intermittente. Tuttavia non incontreremo problemi, se la visibilità è buona ed abbiamo l’accortezza di tener d’occhio i segnavia bianco-rossi. Procediamo salendo sul lato sinistro di una valletta ed approdando ad una modesta pianetta, che prelude alla più ampia è gentile piana di terreno torboso. Guardano in alto, alla nostra destra, distinguiamo la croce che sormonta la cima settentrionale del pizzo Spadolazzo (m. 2722). Attraversiamo la piana verso il vertice di sinistra, per riprendere la salita in direzione di una selletta erbosa, che ci introduce ad una sorta di ampio risalto di roccette e corridoio erbosi. Proseguiamo senza perdere quota, ed alternando tratti in falsopiano a salite di canalini e corridoi erbosi. Oltrepassata la già citata pista sterrata, ci infiliamo in un canalino ed in un corridoio, per giungere infine alla porta che ci apre la soglia dell’ampia conca del lago Nero. Ci attende la noiosa traversata, in discesa, della fascia di massi, fino alle sospirate rive del lago, che, se la fortuna ci assiste, ci accoglierà con il suo mesto silenzio.

I laghi sono come persone. Ciascuno con il suo carattere, i suoi umori, i suoi colori e le sue sfumature di grigio. Vi sono laghi e persone solari, umorali, cupi, scontrosi, gelidi, severi. Uno, su tutti, meriterebbe di essere denominato il lago mesto, malinconico  per eccellenza, stando, almeno, a quanto ci suggerisce la sensibilità del poeta. Del poeta, dico, cioè di Giovanni Bertacchi, il cantore chiavennasco la cui ispirazione molto deve agli scenari della Valchiavenna. Si tratta del lago Nero dello Spadolazzo, cui egli dedicò la seguente lirica, tratta dal Canzoniere della Alpi:


Il lago Nero dello Spadolazzo

IL LAGO NERO

Forse un'anima triste ed errabonda,
alla vita e all'amor fatta straniera,
cercossi un di questa perduta sponda
e romita aspettò l'ultima sera.

Or qualcosa di lei vive in quest'onda
immota, in questa fredda aura leggiera,
nella tinta di sol che, moribonda,
abbandona la livida scogliera.

Fior non rallegra qui la sconsolata
landa e la tomba onde scendea la Morta,
la dolce Morta dal pensier creata.

Qui non è vita: ma nell'alte, antiche
malinconie della natura assorta,
all'amor dell'idea veglia la psiche.


Il lago Nero dello Spadolazzo

Versi che incuriosiscono ed inducono a pensare ad uno scenario plumbeo e disperato. Ed in effetti l’ampia conca che ospita questo lago, immediatamente ad ovest del selvaggio fianco occidentale del pizzo Spadolazzo, lo nasconde, quasi, alla vita di luci e colori dell’alta Valle di S. Giacomo (o di Spluga) e lo circonda di un piccolo deserto di massi, conferendo a questo luogo una parvenza cimiteriale che giustifica il volo della poetica fantasia: qui venne, un giorno, un’anima che, volte le spalle all’amore ed alla vita, si lasciò vincere dal segreto fascino della fredda morte.
Anche la Guida alla Valtellina del CAI di Sondrio (Sondrio, 1884, a cura di Fabio Besta), si pone sulla medesima lunghezza d'onda: "Si fanno tre ore e mezza di viaggio per giungere in presenza di un bacino d'acque tranquille, silenti, opache, con rive brulle e sassose, che ricordano un'epoca, diremmo, di scosse convulse, e in cui la sdegnosa bellezza dell'orrido fa, non sapremmo dire se contrasto od accordo, colla imponente cupola del cielo lombardo e colla frangiata e bianca cornice delle cime alpine."
Seguendo i segnavia, costeggiamo la riva occidentale (sinistra) del lago, passando a destra del poggio quotato 2360 metri, raggiungendo lo sbarramento che lo delimita a nord-ovest. Qui pieghiamo a sinistra e troviamo il largo sentiero (C13, segnavia bianco-rossi) che inizia decisamente a scendere verso il fondovalle, verso ovest. Davanti a noi si apre lo splendido scenario del lago di Montespluga, incorniciato dai pizzi Ferrè e Tambò e dalla Val Loga.


Lago di Montespluga dal sentiero per il bivacco Suretta

Dopo il primo tratto di discesa, il sentiero passa appena a destra di due casupole costruire dalla Società Edison (il lago Nero non è scampato alla sistematica utilizzazione idroelettrica delle acque di Valchiavenna e Valtellina). Sulla seconda si trova anche una targa che commemora un operaio morto nei lavori finalizzati a tale sfruttamento, Ghelfi Mario G. B. (1959). Dopo una sequenza di tornanti dx-sx-dx-sx, il sentiero si porta a ridosso di un torrentello e prosegue la discesa diretta verso ovest, con diversi tornantini, restando alla sua destra.
A quota 2160 metri la pendeza si addolcisce ed il sentiero volge bruscamente a sinistra. Qui lo lasciamo prendendo in direzione opposta, a destra, verso nord. Procedendo a vista fra i magri pascoli ed il pietrame, senza perdere quota ci portiamo ad un secondo torrente e lo guadiamo. Sul lato opposto prestiamo attenzione ai segnavia bianco-rossi che segnalano il sentiero nel quale ci dobbiamo immettere, siglato C14, che dall'alpe Suretta sale fin qui e procede per il bivacco Suretta. Ricominciamo ora a salire, verso nord, seguendolo.
Attaccato il versante, il sentiero lo risale per un tratto, sempre zigzagando; poi si dirige a sinistra, portandosi ad una seconda ampia e ripida china, sulla quale continua a guadagnare quota. Si alternando rapide serpentine a traversi verso sinistra. In alcuni punti piccoli smottamenti impongono un po’ di attenzione. Passiamo, così, sotto alcune rocce levigate, spostandoci a sinistra rispetto al ripido salto roccioso della cascata. Poi il sentiero volge a destra, e si avvicina proprio a questo salto.


Alta Valle Spluga dal corridoio che introduce al passo di Suretta (clicca qui per ingrandire)

Inizia, così, il tratto più impegnativo della salita. Il sentiero è particolarmente ripido e con fatica superiamo un breve smottamento ed alcune roccette affioranti che ci impongono di aiutarci con le mai. Poi siamo ad un tratto esposto: alla nostra destra si apre un impressionante e verticale canalone roccioso (consiglio: evitiamo di guardare in basso) e le corde fisse non sono affatto superflue per passare in sicurezza. Oltrepassato il tratto esposto, un ultimo strappo ci porta alle soglie dell’ampia sella dalla quale precipita, alla nostra destra, la cascata del Suretta. Dobbiamo superare una prima fascia di massi, prima di guadagnare la sella (m. 2520), sulla quale è posto un grande ometto. La meritata sosta ci permette di godere del panorama che da qui si apre: davanti a noi, verso ovest, la sella del passo di Suretta (m. 2580), alla cui destra vediamo, in primo piano, la punta Levis (m. 2690). Proseguendo in questo giro di orizzonte in senso orario, vediamo, sul lato opposto del torrente Suretta, un piccolo laghetto in parte gelato anche a stagione inoltrata. Alle sue spalle, sul fondo, il caratteristico corno del monte Legnone, sul limite occidentale della lontana catena orobica. Seguono alcune cime della val Garzelli, laterale della Val Bodengo (punta Anna Maria, pizzo Ledù). Ecco, poi, le cime del versante occidentale della Valle Spluga, fra le quali spiccano la punta del pizzo Quadro (m. 3013), quelle più marcate dei vicini pizzi Piani (m. 3158) e pizzo Ferrè (m. 3103) e la poderosa mole del pizzo Tambò (m. 3114), sull’angolo nord-occidentale della Valle Spluga.
I segnavia dettano l’ulteriore percorso: senza attraversare il torrente che corre a pochi passi da noi, ed ignorando segnavia e segnalazione per il passo di Suretta, proseguiamo alla sua sinistra, allontanandoci gradualmente dal torrente e rimontando un ampio cordone morenico. Raggiunto il filo del cordone, cominciamo a risalirlo, su sentiero ben marcato e non troppo faticoso. Per un buon tratto non abbiamo idea di cosa dello scenario che si nasconde a nord, diritto davanti a noi; poi, raggiunta la sommità dell’ampio cordone, si apre uno splendido quadro di alta montagna, un mare disseminato da materiale morenico e parzialmente coperto dalla vedretta del Suretta. Sovrasta il tutto l’ampio circo delle cime e dei versanti del gruppo del Suretta, tormentati e ricchi di sfumature di colore, dal color ruggine al bianco, dal grigio pallido a quello cupo. Vediamo, in cima ad una marcata collina morenica, leggermente a sinistra, lo scatolone rosso del bivacco. Seguendo i segnavia ci portiamo ad un nevaio che costituisce il lembo occidentale della vedretta del Suretta e lo attraversiamo quasi in piano, ma pur sempre con la dovuta attenzione. La traversata ci porta proprio ai piedi della collina del bivacco: ne attacchiamo il versante e raggiungiamo un ripiano, oltre il quale il sentiero propone l’ultimo strappo che ci porta alla sua sommità, dove, accanto ad un grande ometto, troviamo il bivacco Suretta (m. 2748). Lo abbiamo raggiunto in circa due ore e mezza di cammino, superando un dislivello approssimativo in salita di 840 metri.
Il bivacco, di proprietà del CAI di Valle Spluga, è stato realizzato su progetto dell'architetto Silvano Molinetti e collocato qui nel 1983. Nel mini-locale di 3,60 per 2,60 metri trovano posto nove brande, con materassi e coperte, un tavolo con due panche, un fornelletto, stoviglie e cassetta di pronto soccorso. L'energia elettrica è assicurata da un pannello fotovoltaico. Si chiede a chi ne fruisce di lasciare in una cassetta apposita 5 Euro e 3 se socio CAI. Alle sue spalle, a nord, le cime del gruppo del Suretta (da sinistra, le Cime Cadenti, la Punta Nera, la Punta Rossa, la più facile da riconoscere per il suo profilo svelto e regolare, e la Punta Adami). Procedendo in senso orario, l’ampio crinale scende al pizzo Ursareigls (o Orsareigls, o Ursaregls, m. 2845), alla cui destra si apre l’ampia sella del passo Suretta, bella finestra dietro la quale si pavoneggia il pizzo di Emet (o Timùn, m. 3208). Guardando a sud vediamo, quasi sovrapposte, le cime del monte Mater (m. 3023), del pizzo Stella (m. 3163), di cui occhieggia appena la punta, e del monte Groppiera (m. 2948), che sovrasta Medesimo. Sul fondo, da sud ad ovest, ecco lo scenario che abbiamo già descritto dalla sella della cascata: monte Legnone, cime della val Garzelli, pizzi Quadro, Piani, Ferrè e Tambò. A destra del pizzo Tambò si apre anche una breve finestra sulle alpi svizzere.


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CARTE DEL PERCORSO sulla base della Swisstopo, che ne detiene il Copyright. Ho aggiunto alla carta alcuni toponimi ed una traccia rossa continua (carrozzabili, piste) o puntinata (mulattiere, sentieri). Apri qui la carta on-line

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