GALLERIA DI IMMAGINI; CARTA DEL PERCORSO; LE TAPPE DEL TREKKING - APPROFONDIMENTO: STARLEGGIA E SAN SISTO

Apri qui una fotomappa della seconda e della terza tappa del Trekking della Valle Spluga

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in salita/discesa
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Biv. Ca' Bianca-Pian dei Cavalli-Alpe Zocana-Frondaglio-Valli Oro e Schisarolo-Bivacco Cecchini
7 h
1290/1090
EE
Variante: Rif. Maria Curti (Gusone)-Pian dei Cavalli-Alpe Zocana-Frondaglio-Valli Oro e Schisarolo-Bivacco Cecchini
7 h
1840/890
EE
SINTESI. Salutato il bivacco Ca’ Bianca (m. 2575), procediamo traversando la parte alta della Val Fioretta (così viene chiamato il ramo settentrionale dell’alta Valle di Starleggia), su terreno di sfasciumi e roccette: l’attenzione ai segnavia è essenziale. Scendiamo nel primo breve tratto in direzione nord, fino ad una quota approssimativa di 2520 metri, poi pieghiamo leggermente a sinistra (direzione nord-nord-ovest e nord-ovest), salendo molto gradualmente fino al netto intaglio che dal passo di Barna scende quasi diritto al fondo della Val Fioretta. Raggiungiamo così un ripiano proprio sotto il passo, e qui, senza salire al valico, pieghiamo a destra (andamento nord-est, nord ed ancora nord-est) affrontando la parte meno facile della traversata, che si districa fra stretti corridoi fra le rocce, fino ad una sella (m. 2485) che si affaccia finalmente al ben più tranquillo versante che guarda al Pian dei Cavalli. Teniamo presente che al passo di Barna possiamo anche giungere guadagnando, dal bivacco Ca' Bianca, il crinale e seguendolo, appunto, fino al passo. Dal passo poi scendiamo al ripiano sopra menzionato e procediamo come descritto. Dalla sella di quota 2485 procediamo piegando a destra e scendendo verso il limite occidentale del Pian dei Cavalli, scollinando tranquillamente in un vallone, con direzione nord-est e nord-nord-est. Prendiamo come punto di riferimento lo splendido lago Bianco (m. 2323), di cui raggiungiamo la sponda meridionale. Al lago Bianco invece di proseguire verso destra, andiamo diritti (nord) e ci portiamo al ripiano che ospita alcuni laghetti minori. Giunti presso il limite dell’altipiano, pieghiamo a destra e ne seguiamo le tranquille ondulazioni, perdendo lentamente quota. Incontreremo, in successione, cinque pannelli che ci illustrano i diversi aspetti di interesse di questo incomparabile luogo. Raggiungiamo il quinto piegando a destra e portandpoci al limite sud-orientale del Pian dei Cavalli. Poco più in basso rispetto al V pannello, cerchiamo il largo sentiero che scende verso sud-est, quasi sul ciglio della Valle dei Buoi, per poi piegare a sinistra e raggiungere le baite dell’alpe Zocana (m. 2006). Qui, vicino ad un crocefisso in legno, un cartello indica la direzione per Isola (più o meno dobbiamo proseguire diritti (nord-nord-ovest), evitando di scendere a destra sul sentiero che porta a San Sisto. Dopo un breve tratto a nord, il sentiero assume l’andamento est, poi piega di nuovo a sinistra (nord e ovest-nord-ovest). Una nuova svolta a destra (direzione nord) ci fa iniziare la discesa in una splendida pecceta, uscendo dal bosco al nucleo di baite di quota 1850 per poi rientravi ed uscirne di nuovo all’alpe Frondaglio (m. 1700). Qui giunge anche una carozzabile che sale dal fondo della Val Febbraro. Possiamo seguirla nell’ulteriore discesa, oppure sfruttare il più diretto sentiero che riparte dal limite basso delle baite, in direzione nord-est e poi nord-ovest. In entrambi i casi la discesa si conclude a Ca’ Raseri (m. 1488), frazione alta di Isola. Qui, su un ponte, Scavalchiamo il torrente della Val Febbraro, portandoci sul suo versante settentrionale, dove intercettiamo la strada asfaltata che sale alle frazioni più alte di Isola. A Ca’ Raseri non seguiamo la strada asfaltata, ma prendiamo il sentiero che parte dalle case più alte e sale diretto verso ovest, fino alle baite di Strabisotto (m. 1638). Procedendo sempre nella salita diretta verso ovest, la mulattiera porta all’alpeggio di Chiodia (o Teciài). Qui dobbiamo piegare a destra (direzione nord), su un sentiero che raggiunge i  nuclei dell’Alpe Laghetti ed alla Rena (erroneamente collocata su IGM e CNS più ad ovest), per poi volgere a nord-est e portare ai prati dell’alpe Marci (m. 1879). Due sentieri si staccano dalle sue baite, uno verso sinistra ed uno verso destra. Imbocchiamo quest’ultimo, che procede sul limite orientale dei prati, in direzione nord, e confluisce nella carrozzabile che da Strabisotto sale ai Marci. Seguiamola per un tratto, procedendo diritti, cioè sempre verso nord e nord-ovest, in leggera discesa, fino al primo tornante dx. Qui ritroviamo il sentiero, che se ne stacca sulla sinistra, si porta ad attraversare il torrente della valle e porta all’alpe di Vamlera di dentro (m. 1859; si tratta di Vamlera dent, erroneamente indicata sulla IGM come Vamlera di Fuori). Qui il sentiero piega a destra e sale alle baite di Vamlera di Fuori (m. 1904). Qui abbiamo un nuovo bivio ed imbocchiamo il sentiero che sale a sinistra cioè in direzione nord-est, fino alle baite del Böcc’ (m. 1931). Ad un nuovo bivio stiamo sulla destra (ma possiamo anche scegliere la variante alta di sinistra) e ci affacciamo, ad una quota di circa 1910 metri, alla Val d’Oro. Il sentiero piega bruscamente a sinistra e procede fino al torrentello della valle, lo oltrepassa e piegando di nuovo a destra esce dalla Val d’Oro per affacciarsi alla Val Schisarolo. Anche questa valle si presenta ripida ed incassata. Pieghiamo leggermente a sinistra e dopo breve discesa oltrepassiamo il torrente Schisarolino ed in successione il torrente principale, lo Schisarolo (m. 1925). Piegando ancora a destra, il sentiero sale infine al nucleo delle Mede (m. 1907), dove intercetta il sentiero (C17) che sale fin qui dal lago di Montespluga (angolo di sud-ovest). Ora dobbiamo seguire questo sentiero nella sua salita piuttosto impegnativa (chi ne fosse spaventato può scendere facilmente, sul medesimo sentiero, al rifugio-albergo Stuetta, a m. 1870, presso il camminamento del lago di Montespluga). È di rigore seguire i segnavia (ed anche bolli gialli ed ometti). Dopo un lungo tratto che si snoda alto sul torrente Schisarolo, alla nostra sinistra. Ci intercetta da sinistra la variante alta che taglia la Valle dell'Oro e si affaccia alla Val Schisarolo, Superata la quota 2400 ci avviciniamo ad esso, procedendo in falsopiano sempre alla sua destra. Poi pieghiamo leggermente a destra e riprendiamo la salita, in direzione della bocchetta del Ferrè, che possiamo individuare a sinistra della cima del monte Cardine. Dopo uno strappo severo ed un tratto con pendenza più dolce, siamo, a quota 2510 metri circa, sul bordo di un versante di sfasciumi che cominciamo a salire faticosamente, anche perché la pendenza gradualmente si accentua.Passiamo a sinistra di un roccione fino a raggiungere quota 2600, dove la pendenza torna a concede un po’ di respiro. Passiamo a sinistra di un nevaio e possiamo scorgere finalmente il bivacco Val Loga. Ma le difficoltà non sono terminate. Riappare una traccia di sentiero che serpeggia prima fra magri pascoli, poi fra sfasciumi. Alla quota di 2700 metri circa dobbiamo affrontare un nuovo strappo, che ci porta faccia a faccia con un roccione che dobbiamo superare arrampicandoci con l’ausilio di una doppia corda fissa. È questo il punto più delicato, anche perché la roccia è quasi sempre bagnata. Poi piegando a sinistra lasciamo alla nostra destra un nevaio, quindi prendiamo a destra e ci affacciamo all’alta Valle Spluga.. Poco più in alto, alla nostra sinistra, il bordo della Vedretta del Ferrè. Un ultimo strappo, fra roccette, ci porta al bivacco Val Loga (ex- bivacco Cecchini), a quota 2775 metri.
VARIANTE: Se abbiamo pernottato all'agriturismo La Baita dei Fiori (ex rifugio maria Curti, m. 1884), procediano così. Dobbiamo risalire il versante di magri pascoli e macereti alle spalle (nord) dell’alpe Cusone. Il sentiero, poco evidente nel primo tratto, parte però un po’ più ad est del nucleo dell’alpe: dobbiamo quindi procedere verso un vicino gruppo di baite, scendendo leggermente (m. 1859). Qui giunti, pieghiamo a sinistra (nord) ed afferriamo il sentierino  che sale, con ampie svolte, verso nord-ovest, a destra di un vallone che scende a sud del monte Tignoso (m. 2376). Giunti a ridosso dei bastioni di questa curiosa cima, pieghiamo a sinistra, cioè in direzione ovest, attraversando un corridoio quasi pianeggiante e raggiungendo un’ampia sella (m. 2260) che si affaccia sul Pian dei Cavalli. Attraversate alcune vallecole in direzione nord, ci ricongiungiamo con il sentiero che percorre il lato meridionale dell’altipiano, e, procedendo verso destra, siamo al suo bordo (V pannello illustrativo del Pian dei Cavalli)
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La terza tappa del trekking è la più variegata ed anche complessa. Partiamo con una non banale traversata alta, ma ben presto gustando i luminosi scenari del Pian dei Cavalli, splendido altipiano di pascoli ridenti, e terminiamo confrontandoci con l’aspra e scorbutica parte alta della Val Schisarolo, che ci fa sudare non poco prima di conquistare la bocchetta del Ferrè ed il bivacco Val Loga (ex bivacco Cecchini). In mezzo, una lunga traversata fra nuclei alpestri e splendidi boschi di larici ed abeti, con una toccata sul fondo della Val Febbraro e non pochi problemi di orientamento. Una bella macedonia alpina.


Apri qui una fotomappa del TVS nelle valli della Sancia e Fioretta (II e III tappa)

Salutato il bivacco Ca’ Bianca, procediamo traversando la parte alta della Val Fioretta (così viene chiamato il ramo settentrionale dell’alta Valle di Starleggia), su terreno di sfasciumi e roccette: l’attenzione ai segnavia è essenziale. Scendiamo nel primo breve tratto in direzione nord, fino ad una quota approssimativa di 2520 metri, poi pieghiamo leggermente a sinistra (direzione nord-nord-ovest e nord-ovest), salendo moltogradualmente fino al netto intaglio che dal passo di Barna scende quasi diritto al fondo della Val Fioretta. Raggiungiamo così un ripiano proprio sotto il passo, e qui, senza salire al valico, pieghiamo a destra (andamento nord-est, nord ed ancora nord-est) affrontando la parte meno facile della traversata, che si districa fra stretti corridoi fra le rocce, fino ad una sella (m. 2485) che si affaccia finalmente al ben più tranquillo versante che guarda al Pian dei Cavalli.


Traversata dal bivacco al passo di Barna

Traversata dal bivacco al passo di Barna

Traversata dal bivacco al passo di Barna

Val Fioretta vista dal passo di Barna

Teniamo presente che al passo di Barna possiamo anche giungere guadagnando, dal bivacco Ca' Bianca, il crinale e seguendolo, appunto, fino al passo. Infatti a nord del bivacco Ca' Bianca (destra per chi sale) parte il sentiero che si porta sul crinale di confine italo-svizzero ed in una quarantina di minuti porta al passo di Barna (m. 2548), cui si accede dopo aver attraversato un singolare corridoio-trincea fra rocce (ottimo il colpo d’occhio sulla Mesolcina).
Dal passo poi scendiamo al ripiano sopra menzionato e procediamo come descritto.
Se ci fossero problemi in questa traversata, si può ripiegare, tornati al bivacco Ca’ Bianca, su una lunga discesa al l’ex rifugio Maria Curti all’alpeCusone, per poi procedere come sotto descritto. La rapida discesa per la Val Fioretta avviene tornando ai due micro laghetti descritti nella tappa 2 (sella fra Valle della Sancia e Val Fioretta), e qui piegando decisamente a sinistra (direzione nord) e cercando l’imbocco del largo sentiero che scende (direzione nord-est) su un ripido versante (nel primo tratto procedere con cautela, soprattutto con rocce bagnate) e porta ad un’ampia conca di pascoli sul fondovalle. Qui giunti tagliamo a vista (il sentiero si perde) in diagonale verso sinistra e ci portiamo sul lato sinistro della valle, dove su un tranquillo dosso ritroviamo il sentiero che, correndo alto sul fondovalle, verso est, porta all’alpe Gusone ed all’ex rifugio, ora agriturismo La Baita dei Fiori.
Ma torniamo alla traversata: ci siamo affacciati sull’altipiano del Pian dei Cavalli e, piegando a destra, ne raggiungiamo il limite occidentale scollinando tranquillamente in un vallone, con direzione nord-est e nord-nord-est. Prendiamo come punto di riferimento lo splendido lago Bianco (m. 2323), di cui raggiungiamo la sponda meridionale.


Apri qui una panoramica su Pian dei Cavalli e Val Febbraro

Lo scenario è a dir poco incantevole. Il Pian dei Cavalli (piàn di cavài) è uno dei luoghi più belli e conosciuti della Valle Spluga (o Valle di San Giacomo), in quanto assomma in sé elementi di straordinario interesse naturalistico, panoramico e storico (anzi, preistorico). Si tratta di un ampio e luminoso altopiano di rocce calcaree che separa la Valle di Starleggia, a sud, dalla Val Febbraro, a nord. Vi sono stati aperti, infatti, una ventina di siti archeologici, dove sono state ritrovate numerose tracce (reperti di punte di frecce, coltelli ed utensili ricavati dalla pietra scheggiata ed addirittura residui dei fuochi di bivacco) della presenza di nuclei di cacciatori nel Mesolitico, cioè circa 10.000 anni fa. Questi cacciatori salivano al Pian dei Cavalli partendo da campi-base posti sul fondovalle (ma può darsi che venissero anche dal versante opposto della catena alpina), accendendo fuochi e collocando tende. Questo luogo consentiva loro di dominare la valle sottostante, avvistando le prede più ambite, i cervi. Si trattava di cacciatori nomadi, che passavano (o tornavano) con facilità sul versante opposto dello spartiacque, nella Mesolcina svizzera. 
Il trekking prevede che lo percorriamo interamente verso est, fino al suo limite orientale, per poi scendere all’alpe Zocana. Abbiamo due possibilità: percorrere il lato meridionale o quello settentrionale. Nel primo caso dobbiamo cercare il sentiero che discende lo zoccolo che sorregge la conca del lago, restando a destra del torrente che ne esce verso est. Esiste però anche un sentiero che scende restando sul lato opposto. In ogni caso non ci sono problemi: possiamo procedere anche a vista, fra ampi valloni e miti gobbe, passando sinistra del solco della Val dei Buoi e raggiungendo il bordo dell’altipiano in corrispondenza di un ben visibile pannello che ne espone le caratteristiche.
Se scegliamo il versante settentrionale, più interessante, procediamo così. Al lago Bianco invece di proseguire verso destra, andiamo diritti (nord) e ci portiamo al ripiano che ospita alcuni laghetti minori. Giunti presso il limite dell’altipiano, pieghiamo a destra e ne seguiamo le tranquille ondulazioni, perdendo lentamente quota. Incontreremo, in successione, cinque pannelli che ci illustrano i diversi aspetti di interesse di questo incomparabile luogo. Scendendo, incontriamo innanzitutto uno dei siti archeologici più interessanti, recintato ed illustrato da un pannello. Si tratta del sito denominato Cavalli I, dove sono state ritrovate numerose tracce (reperti di punte di frecce, coltelli ed utensili ricavati dalla pietra scheggiata ed addirittura residui dei fuochi di bivacco) della presenza di nuclei di cacciatori nel Mesolitico, cioè circa 10.000 anni fa. Questi cacciatori salivano al Pian dei Cavalli partendo da campi-base posti sul fondovalle, accendendo fuochi e collocando tende. Questo luogo consentiva loro di dominare la valle sottostante, avvistando le prede più ambite, i cervi. Si trattava di cacciatori nomadi, che passavano con facilità sul versante opposto dello spartiacque, in territorio svizzero.
Non si può evitare di lasciar correre la fantasia, cercando di immaginare cosa pensassero, cosa provassero osservando la splendida teoria di cime che si apre ora, a istanza di tanto tempo, immutata di fronte ai nostri occhi. Da destra (est) verso sinistra, ammiriamo il pizzo Stella (m. 3163), il pizzo Groppera (m. 2968), dove sono ben visibili gli impianti di risalita di Medesimo, il monte Mater (3023), dal profilo poco pronunciato, ed il pizzo Emet (m. 3208). Proseguendo verso sinistra, cioè verso nord-est, ci si presenta la compatta compagine che va dal pizzo Spadolazzo (m. 2722) al pizzo Suretta (m. 3027). A nord si impone l’elegante profilo delle cime gemelle del pizzo dei Piani (m. 3148 e m. 3158). Alle sue spalle, sulla destra, è ben visibile anche il pizzo Ferrè (m. 3103). Sulla sua sinistra, invece, si riconosce la meno pronunciata vetta del pizzo Bianco (m. 3026), che domina, a nord, il passo di Baldiscio. A destra del Pizzo Stella, invece, si scorge un bello spaccato della Val Bregaglia, con i pizzi Badile e Cengalo.
Scendiamo ancora, fino a trovare il laghetto denominato Lago Basso (Lagh di fiòc): nei sedimenti del suo fondale sono state trovate altre tracce (particelle di carbone, polline, aghi di conifere e pigne) dei fuochi accesi dall’uomo già circa 10.500 anni fa, come illustra un secondo pannello posto nei pressi del laghetto. Un terzo pannello, più avanti, illustra le caratteristiche generali del Pian dei Cavalli, dove sono stati individuati trenta siti di interesse archeologico: si tratta di un altipiano costituito da rocce solubili, che hanno conferito ad esso caratteristiche carsiche, contribuendo a fargli assumere il tipico aspetto ondulato.
La sua natura carsica è testimoniata dal singolarissimo Buco del Nido (Böcc' del nìi, m. 2157), che troviamo, con un quarto pannello, proseguendo nella discesa lungo il suo orlo settentrionale. Niente di che, in apparenza: solo un buco in una piccola conca, che sembra introdurre ad una modesta spelonca. In realtà esso introduce ad un complesso e ramificato sistema di gallerie carsiche (con uno sviluppo complessivo di 3.600 metri, una profondità massima di 32 metri ed un interessante sistema di torrenti e laghetti sotterranei), di grande interesse per gli amanti della speleologia. La cartina, che ne traccia il disegno e riporta le denominazioni curiose e simpatiche, rende l’idea della sua complessità. Immaginare questo regno delle ombre, che sembra il rovescio del trionfo della luce nella vasta prateria che stiamopercorrendo suscita sicuramente un’impressione singolare. È scontata, ma sempre opportuna l’avvertenza di evitare di avventurarsi in questo dedalo senza guida ed attrezzatura adeguate: sussiste infatti, fra gli altri, anche il rischio di essere travolti da piene improvvise dei torrenti sotterranei.
Luigi Brasca, nella monografia “Le montagne di Val San Giacomo” (CAI di Torino, 1907) racconta di una curiosa storia legata a questa grotta, che ebbe modo di esplorare: “Il Fanetti di Campodolcino mi disse che, dopo il punto da noi raggiunto, la grotta si allarga di nuovo e si può ancora proseguire. Anzi nella valle corre ancora questa leggenda: un tale, per misurare la profondità della grotta, buttò avanti in quel punto un tozzo di pane ed il cane che lo seguiva per… l’esperienza topografica, non trovando poi più la via d’uscita, proseguì nella grotta ed uscì … a San Giacomo, cioè dopo un quindici chilometri di grotta…! Il che è un po’ troppo incredibile, anche per una leggenda.”
Riprendiamo a scendere, dirigendoci a destra, cioè verso il limite orientale dell’altipiano, dove troviamo un quinto ed ultimo pannello, quello stesso che abbiamo troviamo affacciandoci sull’orlo dell’altipiano. Vi si legge: “Questo è il margine est del Pian dei Cavalli, l'altopiano sul quale sono state scoperte alcune delle più antiche tracce dell'uomo nelle Alpi interne, risalenti a oltre diecimila anni fa. In mezz'ora di cammino si raggiunge il cuore dell'altopiano, e in un'ora il gradino del Lago Bianco, dove risaltano le forme impresse dall’antico ghiacciaio. Come pianoro ondulato di calcari e marmi, in contrasto con le vette circostanti di scisti cristallini, il Pian dei Cavalli offre un suggestivo paesaggio carsico, punteggiato di doline, inghiottitoi e dotato di grotte. Esso è inoltre ammantato di estese praterie alpine con una particolare flora calcifila. I bordi dell'altopiano offrono da questo punto viste ampie e istruttive: su San Sisto e la Valle di Starleggia, (notare la piastra calcarea dell'Alpe Böcc’, sito preistorico), mentre dall'orlo nord si fronteggia Borghetto, con il versante anch'esso ricco di siti archeologici (poco distante di qui, verso la scarpata orientale, la grande malga di Zocana, m 2006).” E proprio all’alpe Zocana dobbiamo scendere. Ma non subito.
Prima aspettiamo di essere raggiunti da quelli che hanno scelto di pernottare all’agriturismo La Baita dei Fiori (ex rifugio Maria Curti). Se abbiamo optato per questa seconda scelta, dobbiamo risalire il versante di magri pascoli e macereti alle spalle (nord) dell’alpe Cusone. Il sentiero, poco evidente nel primo tratto, parte però un po’ più ad est del nucleo dell’alpe: dobbiamo quindi procedere verso un vicino gruppo di baite, scendendo leggermente (m. 1859). Qui giunti, pieghiamo a sinistra (nord) ed afferriamo il sentierino  che sale, con ampie svolte, verso nord-ovest, a destra di un vallone che scende a sud del monte Tignoso (m. 2376).
Giunti a ridosso dei bastioni di questa curiosa cima, pieghiamo a sinistra, cioè in direzione ovest, attraversando un corridoio quasi pianeggiante e raggiungendo un’ampia sella (m. 2260) che si affaccia sul Pian dei Cavalli. Attraversate alcune vallecole in direzione nord, ci ricongiungiamo con il sentiero che percorre il lato meridionale dell’altipiano, e, procedendo verso destra, siamo al suo bordo. Questa variante, ovviamente, taglia fuori lo splendido Lago Bianco.

Le due varianti, dunque, si congiungono sul limite meridionale del Pian dei Cavalli. Vediamo come procedere da qui.
Poco più in basso rispetto al V pannello, cerchiamo il largo sentiero che scende verso sud-est, quasi sul ciglio della Valle dei Buoi, per poi piegare a sinistra e raggiungere le baite dell’alpe Zocana (m. 2006). Qui, vicino ad un crocefisso in legno, un cartello indica la direzione per Isola (più o meno dobbiamo proseguire diritti (nord-nord-ovest), evitando di scendere a destra sul sentiero che porta a San Sisto. Dopo un breve tratto a nord, il sentiero assume l’andamento est, poi piega di nuovo a sinistra (nord e ovest-nord-ovest). Una nuova svolta a destra (direzione nord) ci fa iniziare la discesa in una splendida pecceta, uscendo dal bosco al nucleo di baite di quota 1850 per poi rientravi ed uscirne di nuovo all’alpe Frondaglio (m. 1700). Qui giunge anche una carozzabile che sale dal fondo della Val Febbraro. Possiamo seguirla nell’ulteriore discesa, oppure sfruttare il più diretto sentiero che riparte dal limite basso delle baite, in direzione nord-est e poi nord-ovest.
In entrambi i casi la discesa si conclude a Ca’ Raseri (m. 1488), frazione alta di Isola. Qui, su un ponte, Scavalchiamo il torrente della Val Febbraro, portandoci sul suo versante settentrionale, dove intercettiamo la strada asfaltata che sale alle frazioni più alte di Isola.

Prima di proseguire, cerchiamo però di cogliere lo spessore storico di questi luoghi.  A Ca’ Raseri (Ca’ d’I’aser), infatti, troviamo uno dei grandi motivi di interesse della Val Febbraro, quello architettonico, Si possono ancora osservare le baite costruire con la tecnica del “carden”. Si tratta di una tecnica costruttiva che caratterizza le popolazioni Walser, ed è denominata anche “block-bau”: vi ha un’importanza decisiva il legno, in quanto le pareti sono, in parte o totalmente, costituite da travi che si intrecciano e si incastrano negli angoli. Se, poi, scendiamo un po’ più in basso, lungo la strada asfaltata, troviamo la Baita Paggi di Canto (m. 1435), studiata in un capitolo del libro sulle dimore rurali di Valtellina e Valchiavenna scritto da Aurelio e Dario Benetti. Si tratta, infatti, di un esempio paradigmatico di abitazione nella quale sono nettamente distinti due settori, quello nel quale si soggiorna e si dorme e quello in cui si cucina (negli alpeggi questi due elementi sono talora anche fisicamente separati, per cui si ha la “cassina”, edificio in cui si cucina, e il sulée”, edificio in cui si soggiorna e si dorme).

Ca' Raseri

Vi è da osservare, in conclusione, che queste dimore erano, fino a metà circa del Novecento, abitate permanentemente, in quanto la valle ha avuto un notevole rilievo storico ed economico. Essa fu, fino alla costruzione della strada dello Spluga, nell’Ottocento, una delle vie di comunicazione più importanti fra la Valle del Liro e la Mesolcina. Il passo di Baldiscio, infatti, che permette un agevole transito fra le due valli, sembra fosse assai frequentato addirittura in età preistoriche.

Ca' Raseri

Di nuovo in cammino. A Ca’ Raseri non seguiamo la strada asfaltata, ma prendiamo il sentiero che parte dalle case più alte e sale diretto verso ovest, fino alle baite di Strabisotto (m. 1638). Procedendo sempre nella salita diretta verso ovest, la mulattiera porta all’alpeggio di Chiodia (o Teciài). Qui dobbiamo piegare a destra (direzione nord), su un sentiero che raggiunge i  nuclei dell’Alpe Laghetti ed alla Rena (erroneamente collocata su IGM e CNS più ad ovest), per poi volgere a nord-est e portare ai prati dell’alpe Marci (m. 1879). L’alpeggio è posto su un ripiano del crinale che separa la Val Febbraro, a sud, dalla minore Val Melera, a nord.


Alpe Vamlera

Baita al Böcc’

Due sentieri si staccano dalle sue baite, uno verso sinistra ed uno verso destra. Imbocchiamo quest’ultimo, che procede sul limite orientale dei prati, in direzione nord, e confluisce nella carrozzabile che da Strabisotto sale ai Marci. Seguiamola per un tratto, procedendo diritti, cioè sempre verso nord e nord-ovest, in leggera discesa, fino al primo tornante dx. Qui ritroviamo il sentiero, che se ne stacca sulla sinistra, si porta ad attraversare il torrente della valle e porta all’alpe di Vamlera di dentro (m. 1859; si tratta di Vamlera dent, erroneamente indicata sulla IGM come Vamlera di Fuori). Qui il sentiero piega a destra e sale alle baite di Vamlera di Fuori (m. 1904, erroneamente indicata sulla carla IGM come Vamlera di Dentro).

Qui abbiamo un nuovo bivio ed imbocchiamo il sentiero che sale a sinistra cioè in direzione nord-est, fino alle baite del Böcc’ (m. 1931). Ad un nuovo bivio stiamo sulla destra e ci affacciamo, ad una quota di circa 1910 metri, alla Val d’Oro (cattiva traslitterazione della denominazione locale di Val d’Oo, espressione difficile da decifrare; qualcuno ipotizza che sia chiamata così per via dell’aura che spira costantemente). Niente tesori, dunque, né invitanti luccichìi: la valle, triste, solitaria ed incassata, è di quelle che non vedi l’ora di lasciarti alle spalle. Il sentiero piega bruscamente a sinistra e procede fino al torrentello della valle, lo oltrepassa e piegando di nuovo a destra esce dalla Val d’Oro per affacciarsi alla sua sorella maggiore, la Val Schisarolo (dalla voce dialettale schiüsaröö, diminutivo di sciüsa, cioè chiusa, angusta: il nome è tutto un programma!).


Apri una fotomappa della terza tappa del Trekking della Valle Spluga da Strabisotto alla Val Schisarolo

Anche questa valle si presenta ripida ed incassata. Pieghiamo leggermente a sinistra e dopo breve discesa oltrepassiamo il torrente Schisarolino ed in successione il torrente principale, lo Schisarolo (m. 1925). Piegando ancora a destra, il sentiero sale infine al nucleo delle Mede (m. 1907), dove intercetta il sentiero (C17) che sale fin qui dal lago di Montespluga (angolo di sud-ovest). Ora dobbiamo seguire questo sentiero nella sua salita della scorbutica valle, una salita piuttosto impegnativa (chi ne fosse spaventato può scendere facilmente, sul medesimo sentiero, al rifugio-albergo Stuetta (m. 1870), presso il camminamento del lago di Montespluga.

La salita della Val Schisarolo, in direzione ovest, avviene su un terreno spesso faticoso, che alterna pietraie, tratti con fondo sabbioso, brevi dossi erbosi, con pendenza, in alcuni tratti, severa. È di rigore seguire i segnavia (ed anche bolli gialli ed ometti).
Dopo un lungo tratto che si snoda alto sul torrente Schisarolo, alla nostra sinistra, superata la quota 2400 ci avviciniamo ad esso, procedendo in falsopiano sempre alla sua destra. Poi pieghiamo leggermente a destra e riprendiamo la salita, in direzione della bocchetta del Ferrè, che possiamo individuare a sinistra della cima del monte Cardine. Dopo uno strappo severo ed un tratto con pendenza più dolce, siamo, a quota 2510 metri circa, sul bordo di un versante di sfasciumi che cominciamo a salire faticosamente, anche perché la pendenza gradualmente si accentua. Passiamo a sinistra di un roccione fino a raggiungere quota 2600, dove la pendenza torna a concede un po’ di respiro. Passiamo a sinistra di un nevaio e possiamo scorgere finalmente il bivacco Val Loga.
Ma le difficoltà non sono terminate. Riappare una traccia di sentiero che serpeggia prima fra magri pascoli, poi fra sfasciumi. Alla quota di 2700 metri circa dobbiamo affrontare un nuovo strappo, che ci porta faccia a faccia con un roccione che dobbiamo superare arrampicandoci con l’ausilio di una doppia corda fissa. È questo il punto più delicato, anche perché la roccia è quasi sempre bagnata. Massima attenzione, dunque, anche perché i metri da superare sono pochi, ma l’inclinazione è molto marcata.
Il più è fatto. Piegando a sinistra lasciamo alla nostra destra un nevaio, poi prendiamo a destra e ci affacciamo all’alta Valle Spluga: sotto di noi l’olimpica serenità del lago di Montespluga e la ridente (finalmente!) Val Loga. Poco più in alto, alla nostra sinistra, il bordo della Vedretta del Ferrè. Un ultimo strappo, fra roccette, ci porta all’agognato bivacco Val Loga (ex- bivacco Cecchini), a quota 2775 metri.
Lo storico scatolone rosso non c’è più: al suo posto il CAI della Valle di Spluga ha curato l’edificazione di un graziosissimo edificio interamente in legno, con pannello solare, 6 posti letto e cucina all’interno. Davvero accogliente e caldo. A chi volesse pernottare è richiesto un contributo di qualche Euro. A tutti è richiesta civiltà, rispetto e attenzione a chiudere bene prima di lasciare il bivacco, che è posto sul crinale che separa la Val Loga dalla Val Schisarola. Ottimo il colpo d’occhio sul vicinissimo ghiacciaietto del pizzo Ferrè, mentre a nord domina il pizzo Tambò. Lo sguardo domina l’intera Val Loga e raggiunge Montespluga ed una parte del suo lago.
Mai meta fu più agognata e contemplazione di tramonto più dolce!

APPROFONDIMENTO: STARLEGGIA E SAN SISTO


Starleggia e, sullo sfondo, Campodolcino

Starleggia, nel comune di Campodolcino, è uno dei nuclei più caratteristici della Valle di San Giacomo, sul suo versante occidentale, cioè delle Alpi Lepontine. Lo si raggiunge grazie ad una carrozzabile che, all'uscita da Campodolcino verso il passo dello Spluga, si stacca a sinistra dalla strada per Isola (la quale, a sua volta, si stacca a sinistra dalla strada per Madesimo). La carrozzabile, in alcuni punti un po' stretta, si inerpica, con diversi tornanti, su un ripido versante coperto da dense e splendide peccete, passa per i nuclei di Coetta (m. 1100) e Splughetta (m. 1360) prima di raggiungere la case e le baite di Starleggia (m. 1565), posta su un terrazzo straordinariamente panoramico sullo Spluga, gli Andossi, il gruppo del Suretta, i pizzi Emet, Stella e Groppera. In passato questo era il nucleo di "Starleggia inferiore", mentre "Starleggia superiore" coincideva con l'attuale San Sisto (m. 1760), gruppo di baite posto poco oltre la soglia dello splendido ripiano glaciale a monte di Starleggia raggiunto da una larga mulattiera che parte dai prati alti alle spalle delle baite del paese. Baite che offrono eccellenti esempi dello stile architettonico detto "carden" o "blockbau", caratteristico di molti insediamenti alti in Valle di San Giacomo (si tratta di una tecnica costruttiva già in uso presso i Romani, caratterizzata da pareti costituite da travi che si intrecciano e si incastrano negli angoli).


San Sisto

San Sisto, a sua volta, è collocato poco sotto un ricco sistema di alpeggi che, secondo la statistica curata da Ercole Bassi nell'ultimo quarto dell'Ottocento, ha una significativa capacità di carico: l'alpe Morone, con 133 capi, l'alpe Gussone (oggi Gusone), con 74 capi, e le alpi Tojana e Zoccana, con 94 capi. A proposito di queste ultime il Bassi annota: "Le alpi Tojana, Zoccana e Frondaglio sono possedute dalla ditta Guanella Rosa e soci di Campodolcino. Esse presero parte al concorso dei pascoli alpini del 15 febbraio 1886 e furono giudicate meritevoli del primo premio, e ritenute alpi modello, specialmente l'alpe Zoccana, che è fornita di buone stalle, fabbricati, ecc., ecc. Vi si confeziona, per cura della conduttrice Società Italiana dei conduttori di fondi, con sede in Melegnano, burro squisito (3 per cento) ed ottimo grana (7,5 per cento del latte) che si esporta anche all'estero."


Starleggia ed il pizzo Stella

Ma ridiscendiamo al nucleo principale. Sterleggia, nome antico del paese, rende evidente il suo etimo da “sterl”, voce dialettale che significa “sterile”: qui venivano, infatti, portati al pascolo le bestie sterili.
Giovanni De Simoni nel suo bel volumetto “Toponimia dell’alta valle Spluga” (CCIAA, Sondrio, 1966), propone però un’ipotesi diversa: “Sterla = sterile (a. lomb.) sterilis lat. È voce alpina the indica l'animale sterile o giovane (e, in particolare, dicesi di bovini), nota con poche varianti in tutta la Valtellina (stérla in Arigna, sterle a Lanzada, stèrla a Grosotto, Ponte, Cataeggio: v. Pontiggia op. cit., pag. 68) e in Valchiavenna. In Engadina lo sterler o starler è il guardiano dei vitelli. Come toponimo non sta affatto ad indicare (per quanto mi risulta nei luoghi dove ho potuto fare un riscontro personale) localita sterili…, ma località pascolative di malagevole accesso o in notevole pendenza, perciò riservate ai giovenchi. Ricordo: Pra di sterli sulle pendici meridionali del M. Rolla (Castione Andevenno). Certi pascoli di Stampa (Bregaglia) son detti starlogia e un analogo Starleggia e frazione di Campodocino su versante assai ripido alla destra del Liro; ambedue questi nomi sono derivabili da una forma starlögia che, per vero, l'Olivieri (521) attribuisce genericamente a sterilità del terreno.


Starleggia

Antichissime le testimonianze della presenza umana su questi versanti. Un pannello illustrativo infatti reca scritto: “In un'ora di cammino da S. Sisto si raggiunge il cuore del Pian dei Cavalli, l'altopiano calcareo sul quale sono state scoperte le più antiche tracce di presenza dell'uomo nel centro delle Alpi. II visitatore percorra l'altopiano immaginando gli antichissimi cacciatori dell’Età della Pietra che vi misero piede circa 10.000 anni fa, ritiratosi il ghiacciaio. Per molti secoli essi salirono d'estate fino a oltre 2200 metri a cercare animali ed emozioni in questo mondo alpino sconosciuto. Sull’altopiano sono in corso lavori scientifici. Si prega di mantenere intatti il paesaggio e i siti della ricerca.”


San Sisto

Venendo a tempi decisamente più prossimi, negli atti amministrativi del comune di Chiavenna di epoca medievale "Starlezia" viene menzionata come alpe. Probabilmente i primi insediamenti, forse Walser, risalgono al tempo medievale (i Walser si erano insediati nel Rheinwald ed avevano varcato lo Spluga colonizzando diversi alpeggi della Valle di San Giacomo). Nel medesimo periodo (fine del secolo XII) il più basso nucleo di Coetta (in passato "Pratomerlano" o "Fontana Merla") era nominato come "prato", quindi come insediamento permanente, dove risiedeva il gastaldo che amministrava i beni di questi alpeggi, allora di proprietà del Monastero di S. Maria di Dona a Prata Camportaccio. Nei secoli successivi inizia l'insediamento permanente dei nuclei più alti da parte dei pastori che ne fruiscono. Alla fine del Quattrocento risultano permanentemente abitate sia Stambillone (l'attuale Starleggia) che Starleggia (San Sisto). Sono attestate anche le prime cascine di località poco più in alto, agli alpeggi di Gusone, Morone e Togliana, sempre nella caratteristica forma di abitazioni in legno con tetto in piode.


Piana di San Sisto

Nella prima metà del Seicento a Starleggia (oggi San Sisto) vivevano venti famiglie, e si sentì l'esigenza di costruire la chiesetta (m. 5x11,50) di San Sisto o della Trasfigurazione, benedetta il 6 agosto del 1613. Il suo campanile fu costruito ad una certa distanza dalla chiesa, sul ciglio del salto che si affaccia su Stambillone (Starleggia), perché qui già verso la fine del Seicento risiedeva il numero maggiore di famiglie, e con il suono della secentesca campana era possibile comunicare da Starleggia di Sopra a Starleggia di Sotto. Probabilmente in origine era una torretta integrata nel sistema di comunicazioni-avvistamento di Valchiavenna e Valle di San Giacomo. Venne riconvertito in campanile dagli spagnoli del Duca di Feria, Governatore di Milano, che, durante la fase valtellinese della Guerra dei Trent'Anni, occuparono Valchiavenna e Valle di San Giacomo, rendendosi responsabili anche di soprusi e violenze (a Starleggia distrusero distrussero “case 6, cassina 1, stalle 4. Valore scudi 1000”). Rimase comunque l'uso della segnalazione: gli anziani di Starleggia, infatti, attestano che c'era sempre qualcuno pronto a segnalare con il suono della campana eventuali situazioni di pericolo.
Il suono di questa campana secentesca (che la tradizione vuole forgiata dalla rifusione di armi spagnole) era uno degli elementi più significativi nella vita delle due comunità, tanto da diventare oggetto di leggende. In particolare, veniva chiamata affettuosamente “cagneta dal Sist”, perché, come una cagnolina, faceva la guardia e faceva sentire la sua voce argentina quando qualche pericolo minacciava la gente, comprese le trame ordite dalle perfide streghe di cui un tempo la fantasia dei valligiani popolava la piana di San Sisto.


San Sisto

Il Seicento è anche il secolo nel quale il movimento migratorio diventa fenomeno significativo. In particolare si intensifica la migrazione periodica estiva verso la Mesolcina, legata alle attività di agricoltura ed allevamento, mentre dalla Mesolcina affluiscono nel Chiavennasco muratori, fabbri e falegnami. C'è da ricordare che a monte di Starleggia lo spartiacque alpino propone i passi della Sancia (m. 2581), a monte dell'alpe Morone (m. 1860) e di Barna (o Bardan, m. 2547), a monte dell'alpe Gusone (m. 1855), utilizzati per gli spostamenti ed in parte anche i commerci con Mesocco, l'importante centro della Mesolcina a cui si scende da questi valichi.
Nella seconda metà del Settecento a Stambillone vivevano settanta famiglie, per cui si decise nel 1768 di costruire anche qui una chiesa, che fu dedicata a San Filippo Neri ed alla Madonna del Buon Consiglio. La nuova Starleggia soppiantò quindi la vecchia come centro di insediamento permanente, e si divise in squadre, che assumevano il nome della famiglia che vi risiedeva (Scaramella, Pavioni, Sterlocchi, Zaboglio, Bossi, Barilani ed altre). Dopo l'Unità d'Italia Starleggia superiore risultava disabitata, con 18 case vuote, mentre a Starleggia inferiore vivevano 145 persone (27 famiglie), in 31 case, di cui 9 vuote. A Splughetta, infine, vivevano 39 persone, 25 uomini e 14 donne, in 6 famiglie ed 11 case, di cui 5 vuote. Nei decenni successivi, fino alla Prima Guerra Mondiale, gli abitanti di Starleggia aumentarono costantemente passando dai 225 del 1871 ai 232 del 1881, ai 267 nel 1901 ed ai 297 nel 1911. Su una parete della chiesa di Starleggia una lapide ricorda i caduti di “Sterleggia” nella prima guerra mondiale, Scaramella Antonio, Mainetti Pietro, Mainetti Lorenzo, Barilani Alessandro, Lombardini Giacomo, Scaramella Giorgio, Scaramella Felice, Scaramella Guglielmo e Barilani... (illeggibile il nome).


Gruppo del Suretta e pizzo Spadolazzo da Starleggia

L'Ottocento è caratterizzato anche dall'intensificarsi dei traffici di contrabbando, attivi fino alla seconda metà del Novecento. Traffici che costituivano un'essenziale integrazione della magra economia basata sull'agricoltura, essenzialmente la raccolta di patate e castagne. Traffici praticati nei mesi invernali, per i passi di Barna e della Sancia, sfidando i pericoli mortali delle slavine e delle tormente, che portarono anche a tragiche morti, quali quelle dei sette "spalòn" Mainetti Andrea fu Lorenzo, Mainetti Andrea fu Pietro, Mainetti Giuseppe fu Guglielmo, Mainetti Giuseppe fu Pietro, Mainetti Pietro fu Pietro, Mainetti Sisto fu Giorgio e Scaramella Giuseppe fu Guglielmo, travolti da una slavina il 10 maggio 1901. Altri due spalloni morirono per le conseguenze di una slavina al passo della Sancia nell'ottobre del 1912, Pavioni Agostino fu Lorenzo e Scaramella Luigi. Una terza tragedia si consumò il 5 maggio 1944, quando Mainetti Siro e Pavioni Agostino, insieme ad altri quattro spalloni, furono sorpesi da guardie svizzere in prossimità del confine, ma ancora in territorio italiano. Terrorizzati dall'idea che si trattasse di SS, tentarono la fuga, ma furono colpiti da una guardia. Il primo morì sul colpo, il secondo mentre veniva trasportato a forza alla più vicina caserma elvetica, a tre ore di cammino. Grandi l'eco e la sensazione di questo evento, anche a Mesocco, dove non poche erano le famiglie imparentate con gente di Starleggia e dove vi fu un moto popolare che portò all'occupazione del posto di polizia ed alla fuga del responsabile.


Starleggia

Nel periodo fra le due guerre vi fu una leggera flessione della popolazione, con 285 nel 1921 e 272 nel 1931. Nel 1961 si registra una cifra ancora maggiore, quella di 340 abitanti. La vicina cava di beola fu sicuramente un elemento che consolidò l'economia locale. Nell’estrazione della beola verde dello Spluga a San Sisto erano attive già dal 1928 due ditte di Samòlaco e Campodolcino. Per agevolare quest'attività fu costruita dopo la seconda guerra mondiale una teleferica che saliva a San Sisto.
Nel 1968 a Starleggia giunse la carrozzabile, che favorì lo spostamento di molte famiglie a Campodolcino: Starleggia da allora si ripopola da maggio a novembre. Nel 1946 il vescovo di Como Alessandro Macchi costituì la parrocchia autonoma di Cristo Re a Starleggia. Vi esercitarono la loro missione pastorale i parroci don Domenico Songini e don Arialdo Porro. Nel 1986, però, a causa del progressivo spopolamento, la parrocchia venne di nuovo integrata in quella di Campodolcino.


Il campanile di San Sisto

Oggi sono molti gli escursionisti che salgono a Starleggia e proseguono per il Pian dei Cavalli o la Valle della Sancia, attratti dagli splendidi itinerari che vi si possono disegnare e dalla bellezza della Piana di San Sisto, di cui un pannello dice: “Questa bella conca prativa è una "valle pensile" di modellamento glaciale, il cui più antico norme documentato e il medioevale Sterlezia, da cui l'attuale Starleggia, mentre la denominazione di San Sisto è venuta con la fondazione della locale chiesa nel 1613. La conca è sospesa di 700 m sul fondovalle di Campodolcino, sul quale si affaccia con una netta scarpata, la cui soglia è accentuata dal dosso isolato del monte Orfano (Mot Orfan, m 1801). Da qui si accede alle località preistoriche di quota elevata che esistono nei dintorni. In un'ora di percorso da San Sisto si raggiunge verso nord il Pian dei Cavalli, suggestivo altopiano di calcari e marmi, sul quale sono state poste in luce alcune delle più antiche tracce dell'uomo nelle Alpi interne (circa 8000 a.C.). Uomini circolarono su questi rilievi tra Valle Spluga e Val Mesolcina nei successivi millenni, alla fine dell'Età della Pietra e in quella dei metalli., isolati ritrovamenti del 4°-3° millennio a.C. sono stati fatti all'Alpe Böcc’, il piastrone calcareo che domina la conca sul fianco meridionale, e più oltre all'Alpe Servizio. Il Pian dei Cavalli offre un paesaggio carsico punteggiato di doline e inghiottitoi e dotato di grotte, una delle quali si apre poco sopra San Sisto presso l'Alpe Toiana (grotta della Ciairina).”
Per saperne di più, possiamo consultare l'articolo di Tarcisio Salice, Starleggia in Val San Giacomo, pubblicato sulla rivista del Centro di Studi Storici Valchiavennaschi, Clavenna, del 1977, oppure visitare il sito www.starleggia.it .


Starleggia

CARTA DEL PERCORSO sulla base della Swisstopo (CNS), che ne detiene il Copyright. Ho aggiunto alla carta alcuni toponimi ed una traccia rossa continua (carrozzabili, piste) o puntinata (mulattiere, sentieri). Anche le carte sopra riportate sono estratti della CNS. Apri qui la carta on-line

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