GALLERIA DI IMMAGINI; CARTA DEL PERCORSO; LE TAPPE DEL TREKKING
Lago di Montespluga e Val Loga

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in salita/discesa
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Bivacco Cecchini-Montespluga-Alpe Suretta-Bivacco Suretta
5 h e 30 min.
840/870
EE
SINTESI. Cominciamo a scendere dal bivacco Val Loga (m. 2773) in direzione nord-est, lungo il crinale del dosso morenico sulla cui cima è posto il bivacco stesso. Nel primo tratto della discesa, sempre con andamento complessivo nord-est, superiamo alcuni dossi morenici alternati a conche, tagliando alcuni nevaietti e passando vicino ad un masso con scritto, a caratteri grandi, “Biv. Cecchini”. A quota 2640 metri circa la traccia di sentiero piega a destra, assumendol’andamento est e procedendo più o meno nel mezzo di un ampio vallone chiuso fra roccioni ed occupato da un nevaio (in caso di scarsa visibilità, attenzione a non portarsi troppo a sinistra, affacciandosi ad un versante strapiombante). Passiamo a sinistra di una grande freccia ed a destra di un massiccio ometto, e ci affacciamo ad una ripida china erbosa. Si alternano una breve pianetta, una ripida discesa sul fianco di un dosso, una nuova pianetta con a sinistra un nevaietto ed una nuova discesa sul filo di un dosso, al cui termine pieghiamo a sinistra, scendendo lungo un versante di magri pascoli e detriti alluvionali. Eccoci così giunti sul fondo della valle: il sentiero piega a destra e procede in direzione est, a destra del torrente principale. Superiamo due volte un torrente secondario che scende dal versante meridionale della valle, e proseguiamo quasi in piano, superando altri dieci corsi d’acqua minori e raggiungendo una porcilaia. Poco più avanti scavalchiamo su un ponticello il torrente principale e ci immettiamo su una pista sterrata che ci porta alle case di Montespluga (m. 1965), e precisamente all’ampio parcheggio di fronte al ristorante La Capriata. Lasciata Monstespluga, dobbiamo ora per un buon tratto seguire la ss 36 dello Spluga, verso destra, cioè in direzione del lago di Montespluga, seguendone il lato nord-orientale, fino al nucleo di baite delle Alpi di Suretta. Poco oltre, dalla strada statale si stacca una pista sterrata, che conduce ad un ponte sul torrente Suretta (m. 1910). Seguendo le indicazioni di un cartello (percorso C14) cominciamo a salire su balze erbose verso nord-est. Superati due ripiani e due corsi d'acqua da destra a sinistra, cominciamo a risalire un ripido versante, sempre in direzione nord-est, fino all'imbocco di un impressionante canalone, di cui il sentiero taglia il fianco sinistro (alcuni ratti esposti sono serviti da corde fisse). Superata una fascia di blocchi, approdiamo infine alla sella di quota 2520 (grande ometto). Senza attraversare il torrente che corre a pochi passi alla nostra destra, ed ignorando segnavia e segnalazione per il passo di Suretta, proseguiamo alla sua sinistra (direzione est-nord-est), ignorando le indicazioni alla nostra destra per il passo di Suretta, allontanandoci gradualmente dal torrente e rimontando un ampio cordone morenico. Raggiunto il filo del cordone, cominciamo a risalirlo in direzione nord, su sentiero ben marcato e non troppo faticoso. Giunti alla sommità della morena, ci portiamo ad un nevaio che costituisce il lembo occidentale della vedretta del Suretta e lo attraversiamo quasi in piano. La traversata ci porta proprio ai piedi della collina del bivacco: ne attacchiamo il versante e raggiungiamo un ripiano, oltre il quale il sentiero propone l’ultimo strappo che ci porta alla sua sommità, dove, accanto ad un grande ometto, troviamo il bivacco Suretta (m. 2748).


Apri qui una fotomappa della discesa dal bivacco di Val Loga a Montespluga

La quarta tappa del trekking ha un andamento scendi-sali, perché nella prima parte ci fa scendere dal bivacco Val Loga a Montespluga, mentre nella seconda ci fa salire al bivacco Suretta. È una tappa di transizione: passiamo dal versante orientale della Valle Spluga, cioè dalle Alpi lepontine, a quella orientale, cioè alle Alpi Retiche. Dobbiamo quindi congedarci dal bivacco Val Loga ed iniziare la lunga discesa lungo il fianco meridionale dell’omonima valle. Non prima però, di aver appreso qualcosa di più su di essa. La Val Loga chiude a nord-ovest la compagine delle valli laterali Valle Spluga. Gli amanti delle ascensioni conoscono bene questa valle, perché sul suo angolo settentrionale e poco a sud di quello meridionale si trovano due cime che costituiscono un classico delle ascensioni della Valchiavenna, cioè il pizzo Tambò (m. 3274) ed il pizzo Ferrè (m. 3103). In mezzo, la cima di Val Loga (m. 3004).
Giovanni De Simoni nel suo bel volumetto “Toponimia dell’alta valle Spluga” (CCIAA, Sondrio, 1966), ci offre le seguenti interessanti informazioni su questa valle (chiamata localmente “vallöga”):
Contrariamente all'uso generale che considera Val Loga l'intera ampia valle che confluisce nella principale a Montespluga – uso in conseguenza del quale i primi alpinisti hanno contribuito ad una forse arbitraria estensione del toponimo al ghiacciaio e alle sovrastanti vette - il termine vallöga (secondo gli alpigiani delle cascine di Val Loga) indicherebbe soltanto una striscia di fondovalle a sinistra del torrente ed una parte della sovrastante falda solatia (sul fianco destro, ossia a bacio, stanno invece i fevraresch e i piudiröö). Quanto alla spiegazione del nome non ho trovato nè in loco nè... sui sacri testi chi me ne fornisse il bàndolo. Ipotesi molte: da lagh = podere, opinato dal Salvioni in senso generico e che il Sertoli accoglie nella fattispecie, a óga, öga = burrone, ed anche (ma preferibilmente vöga) = via glabra per avvallare il legname (dal celtico ocha = via), ecc. Preferisco essere guardingo, tanto più che da informatori molto anziani di Isola ho registrato le pronunce: Vallóghia e vallóia (i leggerm. mouillé) e da altri dell'Alpe Suretta vallögia e persino val de l’öi!
Una leggenda locale narra che un viandante, percorrendo la valle, vi trovasse il cadavere di un precedente viaggiatore fornito di molto denaro. Appropriatosi tosto del peculio si dice rinunciasse al suo viaggio e andasse ripetendo, al ritorno, aver scoperto una val löga ossia che l'aveva ben lógà (=allogato). Nel dialetto è ancora viva l'espressione «lógà una fiöla» che significa accasare, in matrimonio, una figlia.
Non voglio però trascurare di segnalare che in antico i «regolamenti d'alpe» eran detti «logamenti d'alpe » e che loga potrebbe anche avere il significato di «regola»."
Non so se anche noi faremo macabre e fortunate scoperte di tal genere: di sicuro non ci sarà troppo difficile scendere, anche se in condizioni di scarsa visibilità l’attenzione ai segnavia è di rigore.

Cominciamo a scendere dal bivacco Val Loga (m. 2773) in direzione nord-est, lungo il crinale del dosso morenico sulla cui cima è posto il bivacco stesso. Nel primo tratto della discesa, sempre con andamento complessivo nord-est, superiamo alcuni dossi morenici alternati a conche, tagliando alcuni nevaietti e passando vicino ad un masso con scritto, a caratteri grandi, “Biv. Cecchini”. A quota 2640 metri circa la traccia di sentiero piega a destra, assumendo l’andamento est e procedendo più o meno nel mezzo di un ampio vallone chiuso fra roccioni ed occupato da un nevaio (in caso di scarsa visibilità, attenzione a non portarsi troppo a sinistra, affacciandosi ad un versante strapiombante). Passiamo a sinistra di una grande freccia ed a destra di un massiccio ometto, e ci affacciamo ad una ripida china erbosa. Si alternano una breve pianetta, una ripida discesa sul fianco di un dosso, una nuova pianetta con a sinistra un nevaietto ed una nuova discesa sul filo di un dosso, al cui termine pieghiamo a sinistra, scendendo lungo un versante di magri pascoli e detriti alluvionali.
Eccoci così giunti sul fondo della valle: il sentiero piega a destra e procede in direzione est, a destra del torrente principale. Superiamo due volte un torrente secondario che scende dal versante meridionale della valle, e proseguiamo quasi in piano, superando altri dieci corsi d’acqua minori e raggiungendo una porcilaia. Poco più avanti scavalchiamo su un ponticello il torrente principale e ci immettiamo su una pista sterrata che ci porta alle case di Montespluga (m. 1965), e precisamente all’ampio parcheggio di fronte al ristorante La Capriata.

Attraversando il paese troviamo un pannello illustrativo racconta la sua storia: “La località fu nota fino agli inizi del XIX secolo come «Ca' de la montagna» per l'osteria-ospizio qui esistente fin dall'alto Medioevo, ma documentata solo a partire dal XIV secolo (oggi è l'albergo Vittoria). Uno scrittore degli inizi del Seicento annota «Uomini e giumenti troppo spesso perderebbero la loro vita su questo monte, se non vi fosse questo ricovero». Qui, quando infuriavano le bufere di neve si suonava una campana «per orientare i viaggiatori smarriti e chiamarli a pietoso rifugio durante la tempesta». L'ospizio fu poi ampliato nel XVIII secolo, e vi si ricavò una cappella, che fu posta sotto la giurisdizione della sede apostolica. Nel 1823, quando fu aperta la nuova carrozzabile dello Spluga da parte del regno lombardo-veneto sotto l'Austria, fu ristrutturata la dogana e sul lato opposto della strada fu costruita nel 1825 la chiesetta di San Francesco con pala del santo patrono che riceve le stimmate, firmata nel 1841 da Giovanni Pock. Alla Ca' i vettori dei «Porti» di Val del Reno e quelli di Val San Giacomo si scambiavano le merci dirette rispettivamente a sud e a nord del valico. Qui sostava e faceva dogana la corriera di Lindau, che già nel 1823 in trentasei ore correva dal Lago di Costanza a Milano.”


Lago di Montespluga

Riportiamo anche le notazioni di Giovanni Guler von Weineck, che, nell’opera “Raetia” (Zurigo, 1616), scrive: “Salendo dal villaggio di Spluga in cima al passo e scendendo poi un poca per il versante italiano, s'incontra un edificio in muratura detto Alla-casa, dove, durante le furiose tormente,si rifugiano le bestie da soma e di viandanti. Uomini e giumenti troppo spesso perderebbero la loro vita su questi monti, se non vi fosse questo ricovero. Il luogo circostante è cosi elevato, selvaggio e gelido, che non produce legna di sorta. Perciò la legna. necessaria per la cucina e per il riscaldamento, vi deve essere condotta a soma dal basso dl ambedue i versanti. Davanti al ricoverosi stende una pianura discretamente larga, che per otto mesi all'anno è coperta da un bianco strato di neve, mentre negli altri quattro mesi vi cresce un poco di erba e di pascolo.”


Lago di Montespluga

Ecco, infine, come G. B. Crollalanza, nella sua monumentale “Storia del contado di Chiavenna” (Milano, 1867), descrive questi luoghi:
A Teggiate s'incontra la prima Casa Cantoniera stabilita e mantenuta dal governo per dar ricovero e soccorso ai viaggiatori assaliti dalla tempesta, e alla Stuetta una seconda Cantoniera, dopo la quale si apre una spaziosa ma deserta pianura, in fondo a cui sorge la Casa detta della Montagna a 1904 metri sul livello del mare, antica dogana italiana, oggi semplice posto di guardie doganali. Quivi presso sorgono altre fabbriche ben costruite, fra le quali la chiesa, la casa del R. Cappellano, l'abitazione per l'Ingegnere di riparto e per gli altri inservienti della strada, ed un comodo albergo. In questo punto non è cosa rara che nell'inverno vi sia della neve che giunge fino alle finestre del primo piano, e duranti le tempeste si suona la campana della chiesa per guidare i viaggiatori.
Poco lungi dalla casa della Montagna s'incontra la terza Cantoniera, e quindi subito dopo la sommità dello Spluga, ove in quel luogo che à forma di piazza è marcato il confine fra l'Italia e la Svizzera. La elevatezza di questo punto sul livello del mare è di 2117 metri, e su quello del lago di Como è di 1919; ed una vecchia torre si trova alla sommità del passaggio, da dove volgendo le sguardo al ponente si scorge la bella aguglia di Tambohorn che servì di segnale trigonometrico con stupendi feldispati bianchi e turchini, e talco e clorite color d'uliva, in mezzo al gneis stratificato verticalmente, cui poi verso l'alpe di Loga congiungonsi la tormalina, la quarzite, l'orniblenda. Superata la vetta dello Spluga, la strada discende sino al paese grigione di questo nome, donde per la valle del Reno si va a Coira.”
Lo scenario, in passato, doveva, quindi, essere assai più severo: la convergenza e la circolazione delle correnti favorivano, nella zona del passo, abbondanti precipitazioni, per cui qui si poteva davvero sperimentare quanta fatica costasse all’uomo riuscire a convivere con le asperità del clima e della montagna. Oggi tutto appare più addomesticato ed ingentilito.

Torniamo al resoconto dell’escursione. Lasciata Monstespluga, dobbiamo ora per un buon tratto seguire la ss 36 dello Spluga, verso destra, cioè in direzione del lago di Montespluga, seguendone il lato nord-orientale, fino al nucleo di baite delle Alpi di Suretta. Poco oltre, dalla strada statale si stacca una pista sterrata, che conduce ad un ponte sul torrente Suretta (m. 1910).
Sul limite basso dei prati sovrastanti vediamo il cartello della Comunità Montana Val Chiavenna (percorso C14) che indica la partenza del largo sentiero per il bivacco. Imbocchiamo il sentiero, ben marcato, che sale con diverse serpentine (poco a sinistra del torrente) ad una prima piana, superando il recinto dell’alpe Suretta (filo). Un breve strappo ci porta ad una seconda più ampia piana, dalla quale si apre il verde circo di quella che la carta IGM chiama Val Suretta. Qui, prestando un po’ di attenzione ai segnavia (bianco-rossi e rosso-bianco-rossi) superiamo, da destra a sinistra, due rami del torrente Suretta (che, in alto, propria sopra la nostra testa, regala il bello spettacolo delle cascate), e procediamo in direzione di una ripida china erbosa che ci sta proprio davanti. Attaccato il versante, il sentiero lo risale per un tratto, sempre zigzagando; poi si dirige a sinistra, portandosi ad una seconda ampia e ripida china, sulla quale continua a guadagnare quota. Si alternando rapide serpentine a traversi verso sinistra. In alcuni punti piccoli smottamenti impongono un po’ di attenzione. Passiamo, così, sotto alcune rocce levigate, spostandoci a sinistra rispetto al ripido salto roccioso della cascata. Poi il sentiero volge a destra, e si avvicina proprio a questo salto.
Inizia, così, il tratto più impegnativo della salita. Il sentiero è particolarmente ripido e con fatica superiamo un breve smottamento ed alcune roccette affioranti che ci impongono di aiutarci con le mai. Poi siamo ad un tratto esposto: alla nostra destra si apre un impressionante e verticale canalone roccioso (consiglio: evitiamo di guardare in basso) e le corde fisse non sono affatto superflue per passare in sicurezza. Oltrepassato il tratto esposto, un ultimo strappo ci porta alle soglie dell’ampia sella dalla quale precipita, alla nostra destra, la cascata del Suretta. Dobbiamo superare una prima fascia di massi, prima di guadagnare la sella (m. 2520), sulla quale è posto un grande ometto. La meritata sosta ci permette di godere del panorama che da qui si apre: davanti a noi, verso ovest, la sella del passo di Suretta (m. 2580), alla cui destra vediamo, in primo piano, la punta Levis (m. 2690). Proseguendo in questo giro di orizzonte in senso orario, vediamo, sul lato opposto del torrente Suretta, un piccolo laghetto in parte gelato anche a stagione inoltrata. Alle sue spalle, sul fondo, il caratteristico corno del monte Legnone, sul limite occidentale della lontana catena orobica. Seguono alcune cime della val Garzelli, laterale della Val Bodengo (punta Anna Maria, pizzo Ledù). Ecco, poi, le cime del versante occidentale della Valle Spluga, fra le quali spiccano la punta del pizzo Quadro (m. 3013), quelle più marcate dei vicini pizzi Piani (m. 3158) e pizzo Ferrè (m. 3103) e la poderosa mole del pizzo Tambò (m. 3114), sull’angolo nord-occidentale della Valle Spluga.
I segnavia dettano l’ulteriore percorso: senza attraversare il torrente che corre a pochi passi da noi, ed ignorando segnavia e segnalazione per il passo di Suretta, proseguiamo alla sua sinistra, allontanandoci gradualmente dal torrente e rimontando un ampio cordone morenico. Raggiunto il filo del cordone, cominciamo a risalirlo, su sentiero ben marcato e non troppo faticoso. Per un buon tratto non abbiamo idea di cosa dello scenario che si nasconde a nord, diritto davanti a noi; poi, raggiunta la sommità dell’ampio cordone, si apre uno splendido quadro di alta montagna, un mare disseminato da materiale morenico e parzialmente coperto dalla vedretta del Suretta. Sovrasta il tutto l’ampio circo delle cime e dei versanti del gruppo del Suretta, tormentati e ricchi di sfumature di colore, dal color ruggine al bianco, dal grigio pallido a quello cupo. Vediamo, in cima ad una marcata collina morenica, leggermente a sinistra, lo scatolone rosso del bivacco. Seguendo i segnavia ci portiamo ad un nevaio che costituisce il lembo occidentale della vedretta del Suretta e lo attraversiamo quasi in piano, ma pur sempre con la dovuta attenzione. La traversata ci porta proprio ai piedi della collina del bivacco: ne attacchiamo il versante e raggiungiamo un ripiano, oltre il quale il sentiero propone l’ultimo strappo che ci porta alla sua sommità, dove, accanto ad un grande ometto, troviamo il bivacco Suretta (m. 2748). Lo abbiamo raggiunto in circa 5 ore e mezza di cammino, superando un dislivello approssimativo in salita di 840 metri.
Il bivacco, di proprietà del CAI di Valle Spluga, è stato realizzato su progetto dell'architetto Silvano Molinetti e collocato qui nel 1983. Nel mini-locale di 3,60 per 2,60 metri trovano posto nove brande, con materassi e coperte, un tavolo con due panche, un fornelletto, stoviglie e cassetta di pronto soccorso. L'energia elettrica è assicurata da un pannello fotovoltaico. Si chiede a chi ne fruisce di lasciare in una cassetta apposita 5 Euro e 3 se socio CAI.Alle sue spalle, a nord, le cime del gruppo del Suretta (da sinistra, le Cime Cadenti, la Punta Nera, la Punta Rossa, la più facile da riconoscere per il suo profilo svelto e regolare, e la Punta Adami). Procedendo in senso orario, l’ampio crinale scende al pizzo Ursareigls (o Orsareigls, o Ursaregls, m. 2845), alla cui destra si apre l’ampia sella del passo Suretta, bella finestra dietro la quale si pavoneggia il pizzo di Emet (o Timùn, m. 3208). Guardando a sud vediamo, quasi sovrapposte, le cime del monte Mater (m. 3023), del pizzo Stella (m. 3163), di cui occhieggia appena la punta, e del monte Groppiera (m. 2948), che sovrasta Medesimo. Sul fondo, da sud ad ovest, ecco lo scenario che abbiamo già descritto dalla sella della cascata: monte Legnone, cime della val Garzelli, pizzi Quadro, Piani, Ferrè e Tambò. A destra del pizzo Tambò si apre anche una breve finestra sulle alpi svizzere.

Possiamo ora conoscere qualcosa di più sulle splendide cime che si innalzano di fronte a noi. Il gruppo del Suretta sorveglia il lato nord-orientale dell’alta Valle Spluga. Giovanni De Simoni nel suo bel volumetto “Toponimia dell’alta valle Spluga” (CCIAA, Sondrio, 1966), ci offre le seguenti interessanti informazioni su questo gruppo, sulla breve valle e sull’alpe che si stendono ai suoi piedi:
Surèta (alp de); Surèta (Vedrècc' de); Surèta (el).
L'alpe si estende non soltanto sulla zona indicata dall'IGM ma anche sulla parte qui sopra delimitata, a sinistra dell'aval de surèta e fino al confine con l'alpe Andossi. Altra parte, comprese le principali baite, è stata sommersa nel lago artificiale. Nella parte più elevata stanno il ghiacciaio e la corona di vette del Pizzo che gli alpinisti hanno provveduto a distinguere battezzandole (da O a E) Cime Cadenti, Punta Nera, Punta Rossa, Punta Adami. Da el surèta per antonomasia, ossia dal pizzo, scende verso N NE una bella vallata - omonima - che confluisce nel Reno in prossimità de paese di Sur (ted. Sufers); non è perciò facile stabilire se questa famiglia di toponimi ha preso origine dalla vallata renana o dal versante abduano, tanto più che in antico i due versanti erano abitati dalle stesse genti. Etimologicamente, penso col Sertoli (contra Olivieri) ad una derivazione da super, però nella forma superlativa: soprana. Il Ghié spiega la valdostana valsorèi come «la vallée d'en haut», da un lat. superatam, e vi associa espressamente lo splugano Suretta e l'engadinese Suvretta. La versione Saretta (Scheuchzer, anno 1716) potrebbe tuttavia far pensare ad una derivazione da «savoretta», nome che ritroviamo negli antichi inventari di Bormio e negli Stat. bosch., pure bormimi, per indicare il Sobretta (sóbréta), usato come qualificativo di una zona di pastura sàpida, ma di enti oggi non ho trovato nè ricordo nè traccia.”
Il gruppo è costituite da una serie di cime: le Cime Cadenti, la Punta Nera (massima elevazione del gruppo, 3027 metri, pizzo Suretta IGM), la Punta Rossa (m. 3015) e la Punta Adami (m. 2968).
Ottimo scenario per gustare, una volta ancora, del gusto agro-dolce del giorno che muore.

 


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CARTA DEL PERCORSO sulla base della Swisstopo (CNS), che ne detiene il Copyright. Ho aggiunto alla carta alcuni toponimi ed una traccia rossa continua (carrozzabili, piste) o puntinata (mulattiere, sentieri). Anche le carte sopra riportate sono estratti della CNS. Apri qui la carta on-line

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