GALLERIA DI IMMAGINI; CARTA DEL PERCORSO; APPROFONDIMENTI; LE TAPPE DEL TREKKING
Lago di Emet

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in salita/discesa
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Rif. Bertacchi-Passo di Sterla sett.-Val di Lei-Passo di Angeloga-Rif. Chiavenna
8 h
990/1220
EE
Variante: Rif. Bertacchi-Passo di Sterla sett.-Val di Lei-Rifugio Baita del Capriolo
6 h
660/900
EE
SINTESI. Dal rifugio Bertacchi (m. 2168) seguiamo le indicazioni del sentiero C12, che passa a sinistra del lago di Emet e procede verso est, raggiungendo il passo di Emet o Niemet (m. 2280). Non saliamo però fino al passo ma ad un tornante sx a quota 2230 circa notiamo, alla nostra sinistra, i segnavia che ci fanno lasciare il sentiero per seguire una traccia di sentiero che procede verso est, tagliando il versante di radi pascoli, nel primo tratto in piano, poi salendo leggermente, fino a raggiungere il cippo di confine n. 1, a quota 2493 m. Qui la traccia piega a destra, restando in territorio italiano e procedendo diritta in direzione sud-sud-est, nella faticosa salita di un versante di pietraie e nevaietti. A quota 2700 la traccia volge leggermente a destra, superando una gobba, poi ancora leggermente a sinistra, tornando all’andamento sud-sud-est e puntando al crinale delimitato a sinistra dalla quota 3024 ed a destra dalla quota 2844, appena individuabile. Raggiungiamo così questo crinale appena a sinistra della quota 2844, pieghiamo per breve tratto a destra, poi a sinistra, perdendo leggermente quota nell’alta Val Sterla, sempre fra fastidiose pietraie, e passando accanto ad un solitario baitello (m. 2788). Diritta davanti a noi vediamo una depressione sul crinale, fra la già citata quota 3024, a sinistra, e la modesta ma affilata cuspide del pizzo Sterla, a destra (m. 2948): si tratta del passo di Sterla settentrionale (m. 2830), il punto più alto delle otto tappe del trekking, che raggiungiamo prendendo dal lato sinistro il versante alla sua base, con un arco di cerchio in senso orario. Ci affacciamo alla Val di Lei ed inizia la lunga ma facile discesa della Val Rebella lungo il versante settentrionale. Dopo un breve tratto, su pietraia, verso est-sud-est, nel quale passiamo a sinistra di una pozza (un laghetto glaciale, m. 2637, appare poco dopo alla nostra destra), la traccia (attenzione ai segnavia) piega a sinistra ed assume l’andamento est-nord-est. Per un buon tratto procediamo non distanti dal suo solco, poi a quota 2550 cominciamo ad allontanarcene verso sinistra. Notiamo più in basso, alla nostra destra, in fondo ad un ripido crinale erboso, le baite dell’alpe Rebella. Procediamo ora verso nord-est, tagliando in diagonale un versante di prati e superando tre valloni, fino a raggiungere il ripiano con le baite dell’alpe Ganda Nera (m. 2143). Gli scuri roccioni che incombono, alla nostra sinistra, sull’alpe spiegano la ragione del suo nome. Poco oltre le baite il sentiero, prima quasi diritto, comincia ad inanellare diversi tornanti, supera un ultimo vallone e, piegando decisamente a destra, raggiunge finalmente il fondovalle (m. 1940), immettendosi sulla pista sterrata che costeggia l’enorme Lago di Lei. Seguiamo questa pista verso destra. Superato un ponticello ed un secondo sulla Val Rebella, passiamo accanto al baitello di quota 1939 e troviamo un terzo ponte. Subito dopo ci troviamo ai piedi dei prati dell’alpe Mulacetto (m. 1956), dove un cartello segnala la partenza, sulla destra, ovviamente, del sentiero che vi sale, procedendo poi fino al passo ed all’alpe di Angeloga (si tratta del sentiero C3 ed un cartello dà l’alpe Angeloga a 2 ore e mezza). Lasciamo la pista e saliamo, quindi, alle baite dell’alpe. Dopo una serie di tornanti, siamo ad un bivio, a quota 2050: qui lasciamo alla nostra destra il sentiero che sale all’alpe Caurga e procediamo verso sinistra (andamento sud-sud-ovest). Superato un torrentello, passiamo a monte del dosso quotato 2316 metri. A quota 2235 superiamo un secondo torrentello, e continuiamo a salire molto gradualmente, scendendo poi in una valletta dove ci raggiunge, salendo dalla nostra sinistra, a 2310 m., un sentiero che parte dall’alpe Mottala. Proseguiamo tagliando in diagonale verso sud-ovest un ripiano, di cui contorniamo il bordo superando due torrentelli. Poco più in basso, alla nostra sinistra, vediamo il lago Ballone (m. 2321). Pieghiamo poi a destra (ovest) passando a destra di un microlaghetto e poi piegando a destra e superando il torrentello che vi affluisce. Proseguiamo verso sud e ci infiliamo in un lungo corrodoio di micro laghetti e roccette: è il passo di Angeloga, di cui riconosciamo il punto esatto solo per una croce in legno (m. 2386). Superato il laghetto delle Streghe, pieghiamo bruscamente a destra e ci affacciamoalla grande conca che ospita il Lago Nero (m. 2352), al quale il sentiero scende passando a destra del lago, attraversando verso sinistra un torrentello e raggiungendo il ciglio di un salto roccioso, che viene superato sul lato sinistro (verso sud). L'ultima discesa di un ripido versante erboso verso sud-est ci porta al rifugio Chiavenna (m. 2044) all'alpe Angeloga, presso l'omonimo lago.


Lago di Emet

Sesta giornata del trekking, ovvero elegantissima traversata che unisce i due più noti rifugi della Valle Spluga, il Bertacchi ed il Chiavenna all'alpe Angeloga. La tappa non propone particolari difficoltà, se non quella dell'orientamento, sopratutto in condizioni di visibilità non buone.
Dal rifugio Bertacchi, come segnalano chiaramente i cartelli della Comunità Montana della Valchiavenna, partono due sentieri, l’uno, a sinistra, per la località di Montespluga, l’altro, a destra, per il passo di Niemet (o Emet), sul confine italo-svizzero. Imbocchiamo questo secondo sentiero (C12, sentiero interregionale Italia-Svizzera), che nel primo tratto procede in piano sul versante erboso che scende alla riva occidentale del lago di Emet. Lasciato il lago alle spalle, passiamo a destra di tre baite dell’alpe di Emet, cominciando a salire, con pendenza moderata, verso destra, in direzione dell’evidente depressione del passo. Superata la prima china, ci affacciamo ad un falsopiano, che precede l’ultima salita prima del rifugio.


Apri qui una panoramica dal rifugio Bertacchi

Prima che questa inizi, però troviamo un bivio, segnalato da due cartelli, presso un grande masso: procedendo diritti ci portiamo al passo di Emet (o Niemet), prendendo a sinistra proseguiamo per il pizzo Spadolazzo (come indica anche una grande scritta su un masso). La salita al passo non è di per sè necessaria, ma, data la sua importanza storica in qualità di facile valico fra Valle Spluga e Rezia elvetica, non possiamo non toccare luoghi un tempo percorsi da mercanti ed armenti.
Torniamo ora un po’ indietro rispetto al passo, ripercorrendo il sentiero percorso: dopo un tornante dx a quota 2230 circa notiamo, alla nostra sinistra, i segnavia che ci fanno lasciare il sentiero per seguire una traccia di sentiero che procede verso est, tagliando il versante di radi pascoli, nel primo tratto in piano, poi salendo leggermente, fino a raggiungere il cippo di confine n. 1, a quota 2493 m.


Apri qui una fotomappa della salita al passo di Sterla settentrionale

Stiamo percorrendo il sentiero che viene di solito sfruttato da quanti salgono, dal rifugio Bertacchi, al pizzo di Emet (o Piz Timun), una classicissima ascensione della Valle Spluga. Al cippo la traccia piega a destra, restando in territorio italiano e procedendo diritta in direzione sud-sud-est, nella faticosa salita di un versante di pietraie e nevaietti. A quota 2700 la traccia volge leggermente a destra, superando una gobba, poi ancora leggermente a sinistra, tornando all’andamento sud-sud-est e puntando al crinale delimitato a sinistra dalla quota 3024 (elevazione poco marcata ma ben distinguibile sul lungo crinale che scende verso sud-ovest dal pizzo Emet, che vediamo chiaramente alla nostra sinistra) ed a destra dalla quota 2844, appena individuabile.
Raggiungiamo così questo crinale appena a sinistra della quota 2844, pieghiamo per breve tratto a destra, poi a sinistra, perdendo leggermente quota nell’alta Val Sterla, sempre fra fastidiose pietraie, e passando accanto ad un singolare baitello (m. 2788), perso in questa surreale solitudine. Diritta davanti a noi vediamo una depressione sul crinale, fra la già citata quota 3024, a sinistra, e la modesta ma affilata cuspide del pizzo Sterla, a destra (m. 2948): si tratta del passo di Sterla settentrionale (m. 2830), il punto più alto delle otto tappe del trekking, che raggiungiamo prendendo dal lato sinistro il versante alla sua base, con un arco di cerchio in senso orario. “Sterla” è toponimo che ottimamente descrive la natura di questi luoghi, perché è voce dialettale che significa “sterile”, se riferito a donne o ad animali, o “arido, desolato”, se riferito a luoghi.
Dal passo ci affacciamo però alla luminosa, affascinante ed amplissima Val di Lei, di cui avremo modo di approfondire la conoscenza. Per la precisione, siamo alla sommità di una delle sue laterali occidentali, la Val Rebella (o Valle del Mot Grand).

Inizia ora la lunga ma facile discesa fino al fondovalle, lungo il versante settentrionale di questa valle. Dopo un breve tratto, su pietraia, verso est-sud-est, nel quale passiamo a sinistra di una pozza (un laghetto glaciale, m. 2637, appare poco dopo alla nostra destra), la traccia (attenzione ai segnavia) piega a sinistra ed assume l’andamento est-nord-est.  Per un buon tratto procediamo non distanti dal suo solco, poi a quota 2550 cominciamo ad allontanarcene verso sinistra. Notiamo più in basso, alla nostra destra, in fondo ad un ripido crinale erboso, le baite dell’alpe Rebella.
Procediamo ora verso nord-est, tagliando in diagonale un versante di prati e superando tre valloni, fino a raggiungere il ripiano con le baite dell’alpe Ganda Nera (m. 2143). Gli scuri roccioni che incombono, alla nostra sinistra, sull’alpe spiegano la ragione del suo nome. Poco oltre le baite il sentiero, prima quasi diritto, comincia ad inanellare diversi tornanti, supera un ultimo vallone e, piegando decisamente a destra, raggiunge finalmente il fondovalle (m. 1940), immettendosi sulla pista sterrata che costeggia l’enorme Lago di Lei, che lo occupa interamente. La Val di Lei idrograficamente appartiene al territorio elvetico, essendo tributaria del bacino del Reno, mentre politicamente appartiene all'Italia. Un accordo italo-svizzero, però, ha riservato alla Svizzera il diritto di sfruttamento idroelettrico delle acque della valle. L’imponente sbarramento (lungo 690 metri e alto 173) dell'enorme invaso (dalla capacità di 197 milioni di metri cubi d'acqua) che occupa, appunto, il fondovalle, è quindi in territorio svizzero, ed è stato realizzato fra il 1958 ed il 1961. La valle, orientata a nord, è chiusa, ad oriente, dalla costiera che dallo Schahorn (m. 2836) scende alla cima di Lago (m. 3083) e ad occidente da quella che dal pizzo Motta (m. 2835) scende ai pizzi Groppera (m. 2948) e Stella (m. 3136).
A questo punto abbiamo due opzioni: procedendo verso sinistra possiamo in breve raggiungere, dopo qualche saliscendi ed un tunnel, questo sbarramento, poco oltre il quale troviamo il rifugio baita del Capriolo (m. 1961: alla chiesetta prendiamo a sinistra percorrendo la strada asfaltata che porta ad esso). Questa possibilità accorcia i tempi della sesta ma anche della settima tappa del trekking, tagliando fuori il rifugio Chiavenna all’alpe Angeloga (se la scegliamo il giorno successivo possiamo salire direttamente al bivacco Chiara e Walter dalla Val di Lei e dalla Val di Ca’)

Se però abbiamo sufficienti energie, vale la pena non lasciar fuori uno degli storici rifugi della Valle Spluga, e prendere quindi a destra, procedendo sulla pista verso il fondo del lago (sud). Superiamo così su un ponte il torrente della val Rebella.

Superato un ponticello ed un secondo sulla Val Rebella, passiamo accanto al baitello di quota 1939 e troviamo un terzo ponte, che scavalca il torrente della Val Caurga. Subito dopo ci troviamo ai piedi dei prati dell’alpe Mulacetto (m. 1956), dove un cartello segnala la partenza, sulla destra, ovviamente, del sentiero che vi sale, procedendo poi fino al passo ed all’alpe di Angeloga (si tratta del sentiero C3 ed un cartello dà l’alpe Angeloga a 2 ore e mezza).
Lasciamo la pista e saliamo, quindi, alle baite dell’alpe. Dopo una serie di tornanti, siamo ad un bivio, a quota 2050: qui lasciamo alla nostra destra il sentiero che sale all’alpe Caurga e procediamo verso sinistra (andamento sud-sud-ovest). Superato un torrentello, passiamo a monte del dosso quotato 2316 metri. A quota 2235 superiamo un secondo torrentello, e continuiamo a salire molto gradualmente, scendendo poi in una valletta dove ci raggiunge, salendo dalla nostra sinistra, a 2310 m., un sentiero che parte dall’alpe Mottala (si tratta del sentiero C5, che percorreremo il settimo giorno in discesa). Proseguiamo tagliando in diagonale verso sud-ovest un ripiano, di cui contorniamo il bordo superando due torrentelli. Poco più in basso, alla nostra sinistra, vediamo il lago Ballone (m. 2321).

Pieghiamo poi a destra (ovest) passando a destra di un microlaghetto e poi piegando a destra e superando il torrentello che vi affluisce. Proseguiamo verso sud e ci infiliamo in un lungo corrodoio di micro laghetti e roccette: è il passo di Angeloga, di cui riconosciamo il punto esatto solo per una croce in legno (m. 2386).  Proprio qui passa lo spartiacque che separa il bacino del Po da quello del Reno. La Val di Lei, dalla quale (per oggi) ci congediamo appartiene infatti, idrograficamente, al territorio svizzero, anche se politicamente è ancora territorio italiano.


Apri qui una fotomappa della salita al passo di Angeloga dalla Val di Lei (sentieri C3 e C5)

Passiamo accanto a piccoli specchi d’acqua, il primo dei quali è sinistramente denominato “Lago delle Streghe”. Se ne fa menzione nell’incantevole volumetto di don Abramo Levi, “Spartiacque”, (L’Officina del Libro, Sondrio, 2004): “…il … Lago delle Streghe, … a dispetto del nome, si presenta come un laghetto ameno, inoffensivo, di un ovale quasi perfetto. Ma non si sa mai. Non si sa mai donde possa venire lo stregamento, e in quale veste esso si presenti: folletto, turbine, incantesimo, allucinazione, sbigottimento, incubo, oppure scontro anomalo fra il fuori e il dentro, tra il mare immenso del mondo e la piccolissima vela che lo solca ancorata unicamente al principio di individuazione.” Ad ogni buon conto meglio evitare di passare di qui nel cuore della notte.
Il sentiero piega bruscamente a destra e si affaccia alla grande conca che ospita il Lago Nero (m. 2352), preceduto da due laghetti vassalli. A dispetto del nome, questo lago non ha nulla di tetro, anzi, in una bella giornata, regala riflessi di un blu intenso. Alla sua sinistra il pizzo Stella, con il suo elegantissimo profilo, la fa da padrone, anche se ora il suo primato è insidiato, sulla sinistra, dal pizzo Peloso (m. 2780), dal profilo, oltre che dal nome, assai meno elegante. Percorriamo, dunque, il lato settentrionale (di destra, per noi) del lago, seguendo il sentiero fino al limite dello sbarramento costruito per sfruttarne le acque.

Ci affacciamo così all’alpe Angeloga, che però sta circa 300 metri più in basso. Per raggiungerla dobbiamo percorrere un sentiero ben marcato, ma nel primo tratto, che scende ripido fra scorbutici roccioni, aereo, esposto e protetto da corde fisse. Poi approdiamo ad un più tranquilli versante erboso, che ci permette di raggiungere finalmente la luminosissima piana dell’alpe, ingentilita dallo splendido lago dell’Angeloga (m. 2044). Eccolo, finalmente, il rifugio Chiavenna, a destra e ad una certa distanza dal lago, a ridosso invece delle caratteristiche baite dell'alpe. Non soffriremo certo la solitudine se percorriamo il trekking nella stagione estiva: la salita al rifugio da Fraciscio è infatti una delle più gettonate camminate in Valle Spluga.
Il rifugio Chiavenna (m. 2044; cfr. www.rifugiochiavenna.it; info rifugio.chiavenna@libero.it; tel.: 339 6246881 - Mario Barelli), di proprietà del CAI di Chiavenna, è uno dei rifugi storici della Valle Spluga. Fu inaugurato il 6 luglio 1924, alla presenza del poeta Giovanni Bertacchi, appassionato cantore di questi scenari alpini. Non fu però il primo rifugio all'alpe Angeloga: prima del 1928, infatti, esisteva un un Rifugio privato gestito da Battista Trussoni, prima, Paolin Trussoni, poi, punto di appoggio per la salita al pizzo Stella, una delle più ambite e celebrate negli anni pioneristici dell'alpinismo in questo angolo occidentale delle Alpi Retiche. La sua struttura è ancora visibile accanto a quella del rifugio. Durante la seconda guerra mondiale il rifugio Chiavenna fu danneggiato dagli scontri fra forze partigiane e nazi-fasciste, che culminarono nella battaglia di Angeloga, il 26 aprile 1945, quando già Milano era stata liberata. Per questo dal 1949 il CAI di Chiavenna mise in atto lavori di ristrutturazione che ne ripristinarono l'agibilità. Fu interessato da ampi lavori di rustrutturazione fra il 1995 ed il 2004 e dispone attualmente (2017) di 68 posti letto, 70 posti pranzo e 50 posti tavola esterni. E' dotato di un annesso locale invernale con 5 posti.


Il rifugio Angeloga

CARTA DEL PERCORSO sulla base della Swisstopo (CNS), che ne detiene il Copyright. Ho aggiunto alla carta alcuni toponimi ed una traccia rossa continua (carrozzabili, piste) o puntinata (mulattiere, sentieri). Anche le carte sopra riportate sono estratti della CNS. Apri qui la carta on-line

GALLERIA DI IMMAGINI (CLICCA SULL'ANTEPRIMA PER APRIRE LA FOTO)

Approfondimento I: la Val di Lei

Luigi Brasca, nella monografia “Le montagne di Val San Giacomo” (CAI di Torino, 1907) così descrive la Val di Lei agli inizi del XX secolo, cioè ben prima della costruzione della grande diga: “Strana valle questa, grande distesa di pascoli lunga forse 15 chilometri, col fondo quasi piano, dove scorre lentamente un ramo del Reno, colle scarse baite aggrappate miseramente a tratti; migliaia e migliaia di pecore, di capre, di bovini riuniti in greggi e mandrie irrequiete pascolano su pei fianchi dei monti, e, la sera, si addossano alle alpi, intorno ai focolari dei pascoli lombardi; e nell’oscurità tintinnano le campane squillanti in mille toni, che capre e pecore e giovenche portano al collo e che scuotono, ruminando. Appena varcato il ponte alla fine della vallata, cessa l’idioma lombardo, e compare il gutturale suono della lingua nordica o quello strano dell’antico romancio.”


La Val di Lei ed il pizzo Stella (a destra)

Dall’incantevole volumetto di don Abramo Levi, “Spartiacque”, (L’Officina del Libro, Sondrio, 2004), raccogliamo queste preziose annotazioni sulla Val di Lei:
Per la verità il manoscritto parlava molto di Valpiana, ma quella Valpiana ormai non esisteva più. Era diventata. proprio quel che recitava il suo toponimo Valle di Lej ( e in romancio Lej significa lago). L'acqua sommergeva il fondo della valle e risaliva lungo le due pendici a ricoprire il territorio che aveva costituito il pascolo più sostanzioso per le vaccine.
Tutto quello che il manoscritto raccontava si riferiva alla valle prima dell'invaso, prima che il fiume Reno fosse stato fermato, imbrigliato dalla diga e costretto a tornare su se stesso. Quelli che avevano assistito al primo invaso avevano potuto osservare questa parodia di trasgressione geologica, per cui l'acqua rioccupava flaccida e sordida i rivi e i valloncelli dai quali era scesa limpida e garrula. Li rioccupava con movimento lentissimo, recessivo e trasgressivo a un tempo. Così dovevano essere le acque del diluvio quando salivano e salivano a sommergere ogni forma di vita, trasgressive verso chi era stato trasgressivo, uomini e animali. Chi si trovava là in valle quando l'acqua era penetrata nelle stalle, nei cascinali, negli stazzi, aveva visto ermellini, puzzole, e topi, soprattutto topi, uscire a frotte dalle loro sedi e cercar riparo sulle travi: avanti e indietro in cerca di un passaggio inesistente, e infine giù con un tonfo nell'acqua putrida, ad imputridirla ancora di più.
… uno degli alpeggi – e per la verità neanche il più grosso e attrezzato – si chiamava 'Palazzo', toponimo che non ha la pur minima corrispondenza con le abitazioni, ma ne ha invece con la storia, se si è bravi ad interrogarla. La Val di Lej infatti era in gran parte proprietà dei nobili Vertemate, i quali avevano a Piuro in val Bregaglia il loro palazzo favoloso e realissimo, come favolosa e realissima era stata la frana che nel 1618 aveva sepolto il lussuoso borgo. C'è dunque un aggancio fra questo toponimo della Val di Lej e la storia di Piuro.
Ma come era iniziata questa storia? Piuro fu ab antiquo un borgo illustre, voglioso di competere con Chiavenna. Si sa di una fiera lite tra i due borghi, quando Piuro avanzò la pretesa al titolo di arcipretura, cioè di chiesa plebana, con proprio Capitolo. Cosa significasse un 'Capitolo' lo si può dedurre dal fatto che il Capitolo, cioè il gruppo dei canonici di Chiavenna, aveva il diritto di 'decima' sui prodotti dell'alpe Angeloga. E questo sin dal '300. Il nuovissimo Capitolo di Piuro ebbe fra le sue fonti di sostentamento alcuni alpeggi della Val di Lej, di fresco riscattati dalla dominazione dei conti di Sargans. Non si deve pensare,  per questo, che i preti e gli arcipreti fossero delle sanguisughe. Alle loro spalle ribollivano le irrequietezze, l'orgoglio, i campanilismi di popolazioni che lottavano, quali per la parità, quali per l'egemonia.
Fu dunque un segno di intraprendenza da parte della gente di Piuro l'aver esplorato la Valle che dal valico scende verso la Svizzera, l'averla disboscata e resa pascoliva. Infine gli svizzeri si accorsero di quanto la valle era mutata, e avanzarono pretese di possesso sotto forma di enfiteusi, appartenendo il territorio al bacino orografico svizzero.
Fu dall'enfiteusi che il Capitolo di Piuro si liberò, con atto notarile che porta la data del 16 luglio 1461. Se si guarda una cartina geografica un po' dettagliata, si può constatare come la proprietà del Capitolo di Piuro in valle di Lej confina, su al valico, con la proprietà del Capitolo di Chiavenna in Angeloga.

Approfondimento II: la leggenda della Val di Lei

Esiste, in Valchiavenna, una valle dal nome singolare, la valle di Lei, la cui denominazione allude ad una figura femminile (o parrebbe alludere: in realtà il toponimo significa "lago"). Sull’identità di questa figura, però, le spiegazioni divergono.
Una prima storia rimanda ad uno sfondo storico assai lontano nel tempo, cioè all’epoca della dominazione romana della Rezia. Ne è infelice protagonista la moglie di un soldato romano, un centurione di stanza in val Ferrera, attualmente in territorio svizzero. Costei tradì il marito, che non la prese affatto bene e le inflisse una punizione terribile: la rinchiuse in una caverna e la lasciò morire lì.
Passarono circa mille anni, prima che alcuni pastori di Piuro (i pascoli della valle di Lei, assai pregiati, sono, infatti, nel territorio di tale comune) rinvenissero quel che restava della sventurata, sopra l’alpe del Scengio. Come abbiano fatto a ricostruire la vicenda che aveva portato alla tragica fine, non ci è dato sapere: la scoperta, però, suscitò tale impressione e mosse gli animi a tali sentimenti di pietà, che la valle, da allora, assunse il nome che doveva ricordare lei, la donna che trovò nel cuore dei suoi monti la propria tomba.
Da allora quando il vento sibila e pare produrre gemiti lamentosi, i pastori dicono che è l'anima di "lei", un'anima in pena, che piange per il suo tradimento e la sua terribile sorte (cfr. Martino Fattarelli, "Intese e discordie lungo i millenari confini del chiavennasco", in "Clavenna", n. 14, del 1975, e E. Simonetti-Giovanoni, "Almanacco dei Grigioni Italiani", Poschiavo, 1975, pp. 97-98).
Esistono, però, almeno un paio di altre leggende, che ci portano a scenari decisamente più fantastici, anche se non meno tragici (cfr. “C'era un volta, Vecchie storie e leggende di Valtellina e Valchiavenna”, ed. a cura del Comune di Prata Camportaccio, Sondrio, Bonazzi Grafica, dicembre 1994).
La prima ci presenta un tempo in cui la valle godeva di un clima particolarmente favorevole e caldo, ed era quindi particolarmente prospera. Vi dimorava allora una principessa, che possedeva consistenti ricchezze. Purtroppo le situazioni felici, anche nel mondo fantastico delle leggende, non sono mai durature, ed ecco, quindi, entrare in scena un perfido mago, che le intimò di consegnarle tutto l'oro. Inizialmente la principessa resistette alla sua prepotenza, ma quando questi minacciò di congelare la sua bella valle, fu presa dalla paura e cedette.
Aver donato tutto il suo oro, però, non le valse a nulla, perché il mago si fece avanti ancora, con pretese maggiori: questa volta voleva l'intera valle. Questa volta la principessa rispose che non avrebbe mai acconsentito a cedere la sua bella valle. Questo rifiuto segnò il suo destino, perché il mago la uccise. Era tanto malvagio, che neppure volle godersi la valle conquistata con il sopruso, preferendo godersi il gusto di un atto di malvagità gratuita: usò, infatti, le sue arti magiche per stendervi sopra una coltre di ghiaccio. Da allora, in memoria della sua ultima sventurata principessa, la valle assunse l'attuale denominazione.
Una seconda leggenda spiega il nome con una vicenda per certi versi analoga. Questa volta la protagonista è una ragazza di grande bellezza, che abitava sul versante montuoso che scende ad oriente del pizzo Groppera, la vetta che segna il confine sud-occidentale della valle. La sua bellezza non sfuggì ad un malvagio stregone, che passò un giorno nella valle, e che le chiese di sposarlo. La ragazza oppose un netto rifiuto, anche perché, come tutti gli esseri malvagi nell'universo delle leggende, costui era davvero brutto. Brutto e vendicativo: non ci pensò su due volte, e trasformò la ragazza in una grande massa di ghiaccio, in un vero e proprio ghiacciaio. Anche in questo caso alla sventurata venne tributato l'omaggio del ricordo nel nome della valle.
Una terza ed ultima leggenda è riportata nella bella raccolta “C'era un volta, Vecchie storie e leggende di Valtellina e Valchiavenna”, ed. a cura del Comune di Prata Camportaccio, Sondrio, Bonazzi Grafica, dicembre 1994, con contributi di diverse scuole della Provincia di Sondrio (quello riportato è della Scuola Media Bertacchi di Chiavenna):
"Un tempo si diceva che i "malspirit", cioè gli spiriti maligni, erano stati confinati nel posto più tetro della Val di Lej. Qui essi si divertivano a tendere scherzi e tranelli alle persone di passaggio. Il mio bisnonno quasi quasi cascò in uno di questi tranelli. Un giorno infatti giunse alla bocchetta che porta alla Val di Lej quando, improvvisamente, su un burrone, vide una scure conficcata nella roccia. Lui però non la prese, anche se all'inizio gli era venuta la tentazione di farlo per portarla a suo figlio. Si ricordò per fortuna che gli avevano detto che i "malspirit" lasciavano delle scuri in posti pericolosi come quello, per far sì che chiunque tentasse di prenderle, cadesse nel burrone."
Le prime due leggende prendono spunto dalla presenza, nella valle, di ghiacciai, in particolare di quello della Ponciagna, che occupa il vallone dello Stella, il quale, a sua volta, scende dal versante settentrionale del pizzo Stella (m. 3163), ed il ghiacciaio della cima di Lago (m. 3083), che presidia l'angolo di sud-est della valle. Le diverse leggende fiorite sull'origine del suo nome testimoniano della singolarità della valle, che, idrograficamente appartiene al territorio elvetico, essendo tributaria del bacino del Reno, mentre politicamente appartiene all'Italia. Un accordo italo-svizzero, però, ha riservato alla Svizzera il diritto di sfruttamento idroelettrico delle acque della valle. Lo sbarramento dell'enorme invaso (dalla capacità di 197 milioni di metri cubi d'acqua) che occupa il fondovalle, infatti, è in territorio svizzero, ed è stato realizzato fra il 1958 ed il 1961. La valle, orientata a nord, è chiusa, ad oriente, dalla costiera che dallo Schahorn (m. 2836) scende alla cima di Lago (m. 3083) e ad occidente da quella che dal pizzo Motta (m. 2835) scende ai pizzi Groppera (m. 2948) e Stella (m. 3136).

Approfondimento III: la battaglia dell'Angeloga

La profonda quiete bucolica della piana di Angeloga suggerisce stati d’animo improntati alla serena meditazione, ispira un senso di pace che sembra tanto spesso legato alla natura ed ai suoi spettacoli. Senso di pace che, però, in una lontana mattinata di oltre sessant’anni fa, e precisamente nell’aprile del 1945, venne turbata da un fatto d’armi, passato alla storia come battaglia di Angeloga, che si inscrive fra gli ultimi atti della tragica lotta fra partigiani e repubblichini durante la seconda guerra mondiale.
Per capirne gli antefatti bisogna considerare il contesto di quell’aprile che si sarebbe concluso con la liberazione dell’Italia settentrionale dal regime nazifascista espresso dalla Repubblica di Salò. Alessandro Pavolini, segretario del Partito Fascista Repubblicano, aveva elaborato un piano di resistenza estrema contro l’avanzata degli Alleati. Tale piano prevedeva la costituzione di un Ridotto Alpino Repubblicano proprio in Valtellina e Valchiavenna, dove avrebbero dovuto asserragliarsi le residue forze fasciste e naziste in attesa di una ormai improbabile svolta clamorosa della guerra legata alle misteriose armi in allestimento in Germania. Di fatto tale progetto, che prevedeva opere di fortificazione, non venne attuato, nonostante i preparativi dello stesso Pavolini, che venne a Sondrio il 5 aprile, ma determinò un movimento di truppe che fu all’origine di diversi scontri con i partigiani, fra i quali, appunto, la battaglia citata.
Affluirono, infatti, in Valtellina e Valchiavenna numerose truppe delle Brigate Nere, cui si affiancavano truppe tedesche, e vennero pianificate azioni di rastrellamento finalizzate a ripulire della presenza partigiana la Valchiavenna e la Bassa Valtellina. Il fine non era solo quello resistenza ad oltranza: il controllo di queste zone avrebbe, infatti, anche consentito, attraverso il passo dello Spluga o la Val Bregaglia, una fuga in Svizzera dei maggiori esponenti del regime repubblichino, per sfuggire alla cattura in caso di disfatta. I partigiani controllavano l’intera Valle di S. Giacomo: loro obiettivo era, in particolare, quello di tener liberi dalla presenza nazifascista la Val di Lei ed il Pian dei Cavalli, luoghi idonei per un lancio paracadutato di armi, promesso dagli Alleati, nell’ottica dell’offensiva finale contro la Repubblica di Salò. La Val di Lei assunse, dunque, in quelle settimane una rilevanza strategica, e siccome il più agevole accesso alla valle era (ed è) il passo dell’Angeloga, per impedirne l’occupazione venne stanziato, nel rifugio C.A.I. Chiavenna all’alpe Angeloga, un presidio composto da una ventina di partigiani.
Il temuto rastrellamento partì, con ingenti forze (500 fascisti e 200 tedeschi circa), all’alba del 19 aprile, lungo tre direttrici, Savogno, la Val d’Avero ed il fondovalle. Dal 21 al 23 aprile Campodolcino, Medesimo e Montespluga vennero occupati dalle forze nazifasciste, che si erano così aperte il passaggio per la Svizzera (anche se il passo dello Spluga, ancora innevato, non era transitabile con mezzi meccanici). Era invece fallito il tentativo di passare in Val di Lei dal passo di Lei, a monte del lago dell’Acquafraggia.
Ecco, allora, il tentativo di passare per l’Angeloga, operato da una compagnia speciale della Milizia di Dongo, composta da oltre 100 uomini, che da Medesimo risalì le pendici del pizzo Groppera, sorprendendo, nella nebbiosa mattina del 26 aprile, il presidio partigiano dell’Angeloga. Un intenso fuoco di mitragliatrici, sostenuto anche da una mitragliera e da un mortaio da 81, costrinse i 20 partigiani a ripiegare 
Il racconto di questo tragico ripiegamento può essere affidato alle parole di un partigiano superstite, Guido Carnazza (Mosquito): Nicolin alla mia destra sparava e rideva, S’ciopp alla mia sinistra sparava e imprecava perché non si dava pace per aver lasciato in capanna uno zaino contenente una mezza forma di formaggio, che rappresentava la scorta di viveri segreta e di estrema emergenza. “Vado a prenderlo”, disse rabbiosamente. Gli urlai che era una follia, ma Sciopp schizzò ugualmente in basso verso la capanna. Sparavo, sparavo, ed il tempo non passava mai. Ad una decina di metri, sulla mia sinistra, in basso, ricomparve S’ciopp, che arrancava per il grosso peso sulle spalle. “Non ne posso più” gridò stremato dalla fatica. “Getta quello zaino” gli urlai. Pochi secondi dopo cadeva colpito da una raffica nemica. (Da un articolo di Guido Carnazza citato in “Antifascismo e resistenza in Valchiavenna, 1922-1945”, di Renato Cipriani, pubblicato dall’Officina del Libro di Sondrio nel 1999). Il ripiegamento partigiano, complice la nebbia, riuscì, a prezzo, però, di due morti (i sopra citati S’ciopp e Nicolin) e di numerosi feriti; i partigiani superstiti varcarono il passo dell’Angeloga e si attestarono in Val di Lei. I miliziani, invece, incendiarono il rifugio e le baite dell’alpe Angeloga, tornando alla sera a Medesimo. Milano era già stata liberata il giorno prima. Chiavenna venne liberata il giorno dopo.

MONUMENTO AI CADUTI DELL'ANGELOGA

TREKKING DELLA VALLE SPLUGA

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