Preistoria ed età romana

Tresivio, centro posto a mezza costa sul versante retico ad est di Sondrio, è uno dei più illustri comuni di Valtellina. Durante i quasi due secoli di dominazione dei Visconti e degli Sforza sulla valle, dal 1335 al 1512, fu il centro più importante della valle. Ma la sua importanza affonda le sue radici in un passato assai più remoto. Alle pendici della rupe del calvario, che da Tresivio precipita sul fondovalle, sono stati ritrovati reperti risalenti all’età del rame e del bronzo, oltre che incisioni rupestri dell’antica e media età del bronzo (XX-XVII sec. a. C.). Il più famoso reperto è, però, la pietra di Tresivio, con un’iscrizione in un alfabeto definito nord-etrusco o retico: secondo la testimonianza del celebre scrittore latino di origine comasca Plinio il Vecchio, “i Reti provengono dalla stirpe etrusca” e debbono il loro nome ad un mitico condottiero, Reto, che li avrebbe guidati nella colonizzazione del territorio alpino; qui si sarebbero sviluppati autonomamente, risentendo solo minimamente dell’espansione romana, ed avrebbero, quindi, anche sviluppato il particolare alfabeto attestato dalla pietra di Tresivio e da altri reperti trovati nella zona di Sondrio. Lo stesso nome del paese potrebbe derivare dalla radice etrusca “Thresnei”, anche se ugualmente valida è l’ipotesi che lo riconduce alle voci lombarde “tresìf”, mangiatoia, o “tress”, ammasso di fieno. Solo nel 16-15 a.C. con le campagne di Druso, al tempo dell’imperatore Augusto, i Romani affermarono il loro imperium sulla valle. Nel periodo romano è probabile che la rocca del Calvario ospitasse una fortificazione.
La disgregazione dell’Impero Romano d’occidente portò alle invasioni (o migrazioni, a seconda dei punti di vista) delle popolazioni germaniche e probabilmente la valle fu inglobata, dopo il 489, nel regno ostrogoto di Teodorico, in quel medesimo V secolo nel quale si colloca la prima penetrazione del cristianesimo nella valle. Furono gettate le basi della divisione di Valtellina e Valchiavenna in pievi. “La divisione delle pievi”, scrive il Besta, “appare fatta per bacini… aventi da epoche remote propri nomi, come è infatti accertato per i Bergalei, i Clavennates, gli Aneuniates”. Esse, dopo il mille, erano San Lorenzo a Chiavenna, S. Fedele presso Samolaco, S. Lorenzo in Ardenno e Villa, S. Stefano in Olonio e Mazzo, S. Eufemia o S. Pietro in Teglio, dei martiri Gervasio e Protasio in Bormio e Sondrio e S. Pietro in Berbenno e Tresivio; costituirono uno dei poli fondamentali dell'irradiazione della fede cristiana. Appartenevano alla pieve di Tresivio Acqua, Boffetto, Piateda, Spriana, Montagna, Faedo, Ponte e Chiuro. Poco sappiamo del periodo longobardo: è assai probabile che la valle abbia visto la penetrazione dei Longobardi solo abbastanza tardi, al tempo di Liutprando, quindi nel Settecento. Sconfitti, nel 774, i Longobardi da Carlo Magno, Valchiavenna e Valtellina rimasero parte del Regno d’Italia, sottoposto alla nuova dominazione franca.
La frammentazione dell’Impero di Carlo portò all’annessione del Regno d’Italia al sacro Romano Impero. Il 3 settembre 1024 l’imperatore Corrado succedette ad Enrico II, inaugurando la dinastia di Franconia, e confermò al vescovo di Como i diritti feudali su Valtellina e Valchiavenna; nel medesimo periodo un altro potente vescovo, quello di Coira, estendeva i suoi diritti feudali su Bormio e Poschiavo. È proprio in questo periodo che compare per la prima volta il toponimo di Tresivio, citato in un atto con cui i fratelli Giovanni e Stefano figli del fu Sundolo, abitanti a Montagna, vendevano, nel gennaio del 1016, un sedime situato “intus castro Trecive (Tresivio), ubi dicitur Petraria”, e successivamente in un documento di vendita di beni in Traona, Mello e Tresivio, del 1022.  Nel secolo successivo è attestata la presenza di un mercato a Tresivio, indice della sua importanza non solo militare, ma anche economica. Forse già alla fine del XII secolo Tresivio si era data un’organizzazione comunale, dal momento che nel 1192 è citato come conso­le di Tresivio Rogerio Beccarla. L’estensione del comune coincideva allora probabilmente con quella della pieve. Ed ancora: in Tresivio è attestata, sempre nel secolo XII, la presenza di una “domus domini Episcopi”, cioè di una residenza del vescovo di Como, che vi risiedeva temporaneamente per amministrare i propri diritti feudali. Nel corso del XIII secolo dal comune di Tresivio si staccano Chiuro e Ponte, mentre vi rimasero legate Acqua, Boffetto e Piateda. La Tresivio duecentesca era controllata dalla potente famiglia guelfa dei Beccaria, che avevano il loro centro di potere nel castello edificato alla sommità del Calvario ed erano alleati dei De Capitanei di Sondrio, insediati al Castel Masegra. Le tensioni fra partito guelfo e ghibellino si fecero sempre più acute all’inizio del successivo secolo XIV, tanto che proprio sotto il castello di Tresivio si combattè, il 6 aprile del 1329, la battaglia che vide contrapposti i ghibellini capeggiati dalla famiglia dei Rusconi ai guelfi. Questi prevalsero, ma di lì a pochi anni la situazione si rovesciò, perché si affacciarono in valle di Visconti, signori di Milano e ghibellini.
Nel 1335 Como, e con essa Valtellina e Valchiavenna, vennero inglobate nella signoria milanese di Azzone Visconti. Sul carattere generale di tale dominazione, scrive il Romegialli, nella sua "Storia della Valtellina" (1834): "Noi lontani da sospettosi loro sguardi; noi popoli di recente acquisizione, noi senza famiglia con motivo o forza da rivalizzare con essi; noi per più ragioni, da Visconti riguardati con amore e in pregio tenuti, dovettimo essere ben contenti dell'avvenuto mutamento. Aggiungasi che il nostro interno politico economico regime, poco tuttavia distava dal repubblicano. E diffatti ci erano serbate le antiche leggi municipali, e soltanto dove esse mancavano, dovevano le milanesi venire in sussidio... Deputava il principe, non già Como, alla valle un governatore... Il governatore chiamavasi anche capitano, al quale associavasi un giudice o vicario... I pretori ed ogni altro magistrato liberamente eleggevansi dal consiglio della valle; e il supremo tribunale, cui presiedeva il capitaneo, stava in Tresivio."
La Valtellina era ripartita nei terzieri superiore (con capoluogo Tirano), di mezzo (con capoluogo Tresivio), inferiore (con capoluogo Morbegno); Teglio non faceva capo alle giurisdizioni di terziere. Il giudice generale di valle, poi governatore di valle, risiedeva in Tresivio. Egli era nominato direttamente dal duca di Milano e svolgeva le funzioni di giudice d’appello, ed era anche detto podestà della Valtellina. La Valtellina conservò però la sua autonomia locale, tanto che i pretori venivano eletti dal consiglio di valle, che era l’organo in cui si riunivano i rappresentanti delle giurisdizioni. Dal 1381 Gian Galeazzo Visconti stabilì un governatore della Valtellina, con sede in Tresivio, che svolgeva le funzioni di giudice universale di valle, con alcuni lougotenenti, podestà e vicari nei singoli terzieri. Sempre a Tresivio, dal 1395 fino al 1512, si insediò il capitano della Valtellina, finché venne trasferito dai Grigioni a Sondrio. La scelta di Tresivio fu legata a diverse considerazioni, non ultima quella di controllare un centro strategico e storicamente legato al partito avversario guelfo. Il castello di Tresivio, dunque, ol­tre ad essere sede del tribunale supremo di valle e residenza del governatore e capitano generale di valle, era dimora, per tre mesi all’anno, del vescovo di Como.
La dominazione viscontea non portò, però, pace a Tresivio. Divisioni amministrative, innanzitutto: il 15 dicembre 1339 avviene la divisione fra i comuni di Ponte, Tresivio monte, Tresivio piano (Piateda e Val d’Ambria) e Boffetto. Poi la ribellione, capeggiata da Tebaldo de’ Capitanei, di diversi comuni della valle, fra cui Tresivio con a capo i Beccaria, contro la signoria viscontea, conclusasi con la pacificazione del 1373.

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Infine la lotta fra fazione guelfa, con i Beccarla, confermati castellani di Tresivio, sempre in prima fila e quella ghibellina, che aveva le sue roccaforti in Ponte e Chiuro, dove si affermò la famiglia dei Quadrio, causò uno stillicidio di piccole azioni, che portarono, nel Quattrocento, più volte al saccheggio ed all’incendio del borgo di Tresivio, che si stendeva proprio ai piedi del castello. Truppe di Tresivio parteciparono anche alla celebre battaglia di Delebio del 1432: facevano parte del contingente valtellinese, capeggiato dal ghibellino Stefano Quadrio, che venne in soccorso delle truppe viscontee e sconfisse sanguinosamente quelle venete che avevano occupato parte della valle per instaurarvi il dominio di Venezia. Nel 1473 dalla comunità di Tresivio di staccò quella di Acqua, e la divisione, tranne che per un breve periodo compreso fra il 1600 ed il 1613, durò fino al 1867; essa fu all’origine anche di una serie di tensioni e contese per l’uso degli alpeggi di Rogneda, ma stimolò anche la redazione di statuti che avevano come scopo precipuo quello di regolamentare l’uso delle cose comuni.

Sul finire del secolo si ebbero le prime avvisaglie di quel che sarebbe accaduto nei successivi: comparvero, infatti, all’orizzonte della storia della valle le milizie delle Tre Leghe Grigie (Lega Grigia, Lega Caddea e Lega delle Dieci Giurisdizioni, che si erano unite nel 1471 a Vazerol), che miravano ad inglobarla nei loro territori per avere pieno controllo dei traffici commerciali che di lì passavano, assicurando lauti profitti. Nel 1487 le loro milizie invasero il bormiese, fra il febbraio ed il marzo, saccheggiando sistematicamente i paesi della valle da Bormio a Sondrio: a Tresivio venne incendiato il palazzo del governatore. Le truppe ducali si mossero per fermarne l’avanzata e, dopo alcuni episodi sfavorevoli, riuscirono a sconfiggerle nella piana di Caiolo. Non si trattò, però, di una vittoria decisiva e netta, come dimostra il fatto che le milizie grigione si disposero a lasciare la valle solo dopo la pace di Ardenno (1487), che prevedeva il cospicuo esborso, da parte di Ludovico il Moro, di 12.000 ducati a titolo di risarcimento per i danni di guerra.  Si trattò solo di un preludio, di un segno premonitore di quel che Valtellina e Valchiavenna sarebbero apparse ai loro occhi nella successiva generazione, una inesauribile macchina per far soldi, diremmo noi oggi.

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Di lì a poco, nel 1500, Ludovico il Moro con la sconfitta di Novara, perse il ducato di Milano ad opera del re francese Luigi XII. Per dodici anni i Francesi furono padroni di Valtellina e Valchiavenna; il loro dominio, però, per dispotismo ed arroganza, lasciò ovunque un pessimo ricordo, cosicché il loro rovescio e l’inizio della dominazione delle Tre Leghe Grigie (1512) venne salutato non con entusiasmo, ma almeno con un certo sollievo. I nuovi signori proclamavano di voler esercitare un dominio non rapace e prepotente, ma saggio e rispettoso delle autonomie dei valligiani, chiamati "cari e fedeli confederati" nel misterioso patto sottoscritto ad Ilanz (o Jante) il 13 aprile 1513 (di cui si conserva solo una copia secentesca, sulla cui validità gli storici nutrono dubbi); Valtellina e Valchiavenna figuravano come paesi confederati, con diritto perciò di essere rappresentati da deputati alle diete; le Tre Leghe promisero, inoltre,di conservare i nostri privilegi e le consuetudini locali, e di non pretendere se non ciò che fosse lecito e giusto. Ma, per mettere bene in chiaro che non avrebbero tollerato insubordinazioni, nel 1526 abbatterono tutti i castelli di Valtellina e Valchiavenna, anche perché non li potevano presidiare ed avevano dovuto subire, l'anno precedente, il tentativo, fallito, di riconquista della Valtellina messo in atto mediante un famoso avventuriero, Gian Giacomo Medici detto il Medeghino. Il castello di Tresivio era però stato abbattuto ben prima, nell’aprile del 1513, cioè nel mese stesso del citato patto di Ilanz (oggi del castello, così come del palazzo vescovile e del tribunale, non resta traccia alcuna). Non fu un inizio sotto i migliori auspici, se a ciò si aggiunge anche un’epidemia di peste che colpì duramente Tresivio e buona parte della Valtellina quel medesimo anno. Sulla natura di tale dominio è lapidario il Besta (op. cit.): "Nessun sollievo rispetto al passato; e men che meno un limite prestabilito alla pressione fiscale. Nuovi pesi si aggiunsero ai tradizionali... I Grigioni... ai primi di luglio del 1512... imponevano un taglione di 21.000 fiorini del Reno pel pagamento degli stipendiari del vescovo di Coira e delle Tre Leghe.... Per quanto si cerchi non si trova al potere dei Grigioni altro fondamento che la violenza. Sarà magari verissimo che i Grigioni non fecero alcuna promessa ai Valtellinesi; ma è anche vero che questi non promisero a loro una perpetua sudditanza".
Di segno diverso è, invece, il giudizio storico di diversi studiosi; ecco quel che scrive, per esempio, Francesco Guicciardi, nell’introduzione storica  al volume della Società Storica Valtellinese di “Inventario dei toponimi… del territorio comunale di Tresivio”: Questo autogoverno amministrativo della nostra, come delle altre comunità valtellinesi, è anche conseguenza dell'appartenenza della Valtellina alla Repubblica delle Tre Leghe, una delle più antiche democrazie europee, che, ad una valutazione serena, deve riconoscersi abbia assicurato alle comunità agricole della Valtellina un lungo periodo di pacifica convivenza, che consentì di svolgere le loro attività nel duro impegno quotidiano contro una natura aspra, da rendere produttiva con fatica, come dimostra l'imponente opera dei terrazzamenti per la messa a coltura della vite. Infatti la brutalità delle truppe francesi, che aveva condotto anche a locali ribellioni, aveva determinato uno stato di esasperazione nella Valle, sicché i Grigioni che le cacciarono il 22 giugno 1512 vennero accolti senza alcuna resistenza e quasi da liberatori e la Valtellina prestò giuramento di fedeltà al vescovo di Coira e alla Repubblica Reta il 27 giugno dello stesso anno, con garanzia che sarebbero stati mantenuti i privilegi goduti dalla Valtellina sotto i duchi di Milano, come di fatto avvenne. Inizia così ilperiodo, durato quasi tre secoli, della signoria dei Grigioni sulla Valtellina, peraltro attenuata da ampie autonomie garantite alle comunità valtellinesi dagli statuti, che disciplinavano dettagliatamente l'amministrazione dei comuni, dei terzieri e della comunità di valle. Esemplari degli statuti delle nostre comunità sono giunti fino a noi e testimoniano la saggezza con cui i nostri antenati regolarono con equilibrio una società di modello patriarcale.”


Boirolo

Resta certo, comunque, che nel nuovo scenario tramontò la centralità di Tresivio nell’ambito della Valtellina, ed iniziò quella di Sondrio. Un mesto quadro di questo declassamento ci viene offerto dalla celebre opera di Giovanni Guler von Weineck (governatore della Valtellina per le Tre Leghe Grigie nel biennio 1587-88), “Raetia”, pubblicata a Zurigo nel 1616 (e tradotta in italiano dal tedesco da Giustino Renato Orsini): “Proseguendo da Ponte, lungo la costiera montana e in direzione di ovest, si giunge tosto a Tresivio, che sorge sopra un poggio sovrastante al piano della valle. Fu un tempo il castello e la borgata più celebre di tutta la Valtellina, perchè ivi risiedette il governatore durante il dominio visconteo e sforzesco. Oggi invece il castello, che si elevava sopra un dirupo fra il paese e l'Adda, è del tutto scomparso, e il villaggio è ridotto in estrema miseria. Dio voglia rimetterlo nello stato primiero! Degli antichi suoi privilegi nulla più rimane, se non la sede arciprepositurale, insieme con la dotazione di alcuni canonicati. Ma anni addietro poco mancò che l'arcipretura non venisse trasferita a Chiuro. Il papa aveva già data la sua approvazione, come anche vi aveva aderito l'autorità secolare. per la tracotanza che quelli di Tresivio avevano assunto contro i loro arcipretie in seguito contro i loro giudici ordinari. Ma ben presto morì quell'arcipretee ogni cosa tornò come prima”.
Con accenti meno accorati, ma analoga sostanza, ecco la testimonianza di Feliciano Ninguarda (cfr. oltre): “Tresivio è un borgo sparso che dista quattro miglia da Sondrio: è posto sul declivio della montagna oltre l'Adda, a circa un miglio sopra la strada, sempre risalendo la Valtellina. La chiesa arcipretale è dedicata ai Santi Pietro e Paolo; anticamente si trovava su un colle, unitamente a due altre chiese, con la residenza Vescovile e col castello dove abitava il governatore della Valtellina: questi edifici, per le vicissitudini dei tempi e per l'infuriare delle guerre, andarono devastati per cui, a stento, se ne vede qualche resto…”
Le Tre Leghe concessero, dunque, a Valtellina e Valchiavenna un alto grado di autonomia. La Valle, sempre divisa in tre Terzieri, era amministrata da un consiglio detto di valle, con deputati nominati da ciascuna delle giurisdizioni, gli agenti di valle. Ogni deputato era nominato dal consiglio di una singola giurisdizione (a Sondrio ne erano riservati 3). I due contadi di Bormio e Chiavenna si amministravano autonomamente, ma, per le questioni di comune interesse, mandavano il loro voto per iscritto, o deputati delegati a rappresentarne gli interessi. Avevano propri codici e statuti Chiavenna, la valle S. Giacomo, Piuro, le singole giurisdizioni della Valtellina, e la contea di Bormio. Nel 1531 i Valtellinesi stesero un progetto di fusione delle leggi o statuti, e lo presentarono alla dieta o governo delle Tre Leghe Grigie, per l'approvazione col nome di Statuti di Valtellina, ove erano raccolte le disposizioni in materia civile e criminale e le discipline nel ramo acque e strade. Ogni comune, poi, aveva propri ordinamenti, chiamati Ordini comunali, approvati però dal governatore, come lo erano tutte le gride comunali, che ne portavano la firma, limitata però al nome di battesimo.
I grigioni sentirono il bisogno, per poter calcolare quante esazioni ne potevano trarre, di stimare la ricchezza complessiva di ciascun comune della valle. Furono così stesi gli Estimi generali del 1531, che offrono uno spaccato interessantissimo della situazione economica della valle (cfr. la pubblicazione di una copia secentesca del documento che Antonio Boscacci ha curato per il Bollettino della Società Storica Valtellinese n. 53 del 2000). Nel "communis Trisivij" vengono registrate case e dimore per un valore complessivo di 386 lire (per avere un'idea comparativa, Montagna fece registrare un valore di 1512 lire, Ponte di 2702, Chiuro di 1438); gli orti, estesi 7 pertiche, valgono 25 lire; i prati ed i pascoli hanno un'estensione complessiva di poco più di 367 pertiche e sono valutati 334 lire; campi e selve, estesi 502 pertiche, sono valutati 556 lire; 1615 pertiche di vigneti sono stimate 2861 lire; gli alpeggi, che caricano 73 mucche, vengono valutati 14 lire; il valore complessivo dei beni è valutato 4259 lire (sempre a titolo comparativo, per Ponte è 13924, per Chiuro 13270 e per Montagna 13400). Nel "communis Montis dell’Aqua", invece, vengono registrate case e dimore per un valore complessivo di 237 lire; gli orti, estesi 3 pertiche, valgono 12 lire; i prati ed i pascoli hanno un'estensione complessiva di poco più di 1774 pertiche e sono valutati 530 lire; campi e selve, estesi 1066 pertiche, sono valutati 716 lire; 772 pertiche di vigneti sono stimate 1204 lire; boschi e terre comuni nelle valli della Rogna e di Ron sono valutati 28 lire; gli alpeggi, che caricano 120 mucche, vengono valutati 24 lire; il valore complessivo dei beni è valutato 2783 lire.


Alpe Rogneda

Il cinquecento non fu un secolo clemente, almeno nella sua prima metà: la natura si mostrò più volte piuttosto matrigna che madre. Nel 1513 la peste infierì in molti paesi della valle, Bormio, Sondalo, Tiolo, Mazzo, Lovero, Tovo, Tresivio, Piateda, Sondrio, Fusine, Buglio, Sacco, e Morbegno, portandosi via diverse migliaia di vittime. Dal primo agosto 1513 al marzo del 1514, poi, non piovve né nevicò mai, e nel gennaio del 1514 le temperature scesero tanto sotto lo zero che ghiacciò perfino il Mallero. L’eccezionale ondata di gelo, durata 25 giorni, fece morire quasi tutte le viti, tanto che la successiva vendemmia bastò appena a produrre il vino sufficiente ai consumi delle famiglie contadine (ricordiamo che il commercio del vino oltralpe fu l’elemento di maggior forza dell’economia della Valtellina, fino al secolo XIX). Le cose andarono peggio, se possibile, l’anno seguente, perché nell’aprile del 1515 nevicò per diversi giorni e vi fu gran freddo, il che arrecò il colpo di grazia alle già duramente colpite viti della valle. Nel comune di Sondrio, annota il Merlo, cronista del tempo, vi furono in tutto solo un centinaio di brente di vino. Nel 1526 la peste tornò a colpire nel terziere di Mezzo, e ne seguì una dura carestia, come da almeno un secolo non si aveva memoria, annota sempre il Merlo. L’anno successivo un’ondata di freddo e di neve nel mese di marzo danneggiò di nuovo seriamente le viti. Dalle calende d’ottobre del 1539, infine, fino al 15 aprile del 1540 non piovve né nevicò mai, tanto che, scrive il Merlo, “per tutto l’inverno si saria potuto passar la Montagna dell’Oro (cioè il passo del Muretto, dall’alta Valmalenco alla Val Bregaglia) per andar verso Bregaglia, che forse non accadè mai tal cosa”. La seconda metà del secolo, infine, fu caratterizzata da una grande abbondanza di inverni rigidi e nevosi ed estati tiepide, nel contesto di quel tendenziale abbassamento generale delle temperature, con decisa avanzata dei ghiacciai, che viene denominato Piccola Età Glaciale (e che interessò l’Europa fino agli inizi dell’Ottocento). C’è davvero di che far meditare quelli che (e non son pochi) sogliono lamentarsi perché non ci sono più le stagioni di una volta…
Le Tre Leghe Grigie concessero al vescovo di Como Feliciano Ninguarda, per la sua origine morbegnese, il permesso di effettuare una celebre visita pastorale, nel 1589, di cui diede un ampio resoconto pubblicato nella traduzione di don Lino Varischetti e Nando Cecini: La chiesa arcipretale è dedicata ai Santi Pietro e Paolo; anticamente si trovava su un colle, unitamente a due altre chiese, con la residenza Vescovile e col castello dove abitava il governatore della Valtellina: questi edifici, per le vicissitudini dei tempi e per l'infuriare delle guerre, andarono devastati per cui, a stento, se ne vede qualche resto. La chiesa arcipretale fu di nuovo edificata non molto lontano dallo stesso colle, in un piano dove vi è una frazione di quindici famiglie tutte cattoliche, chiamata Romanasco: accanto alla stessa chiesa arcipretale vi è una casa assai vasta, chiamata Canonica, dove risiede l'arciprete. Questa casa, se non si provvede a restauri, minaccia di rovinare. Nella stessa chiesa arcipretale vi sono altre sette prebende oltre quella dell'arciprete: due sono godute dalla comunità del borgo di Montagna; in effetti quindi sono solo cinque, e ne sono in possesso i seguenti ecclesiastici: R. Sac. Dott. T. Adriano Merulo di Sondrio, arciprete. R. Vincenzo della Torre di Rusina di Ponte, residente. R. Giovan Pietro Menatti di Tresivio curato della chiesa parrocchiale di Pendolasco, che dista un miglio dall'arcipretale. R. Andrea del Longhi di Ponte, residente. R. Francesco Caglio di Ponte, residente. R. Alessandro Balbiani, non residente: costui si dice che abbia rinunciato a favore di un altro, senza però avvertire l'ordinario. Presso la stessa arcipretura, a sinistra, discendendo verso Sondrio, vì è una piccola di quattro famiglie cattoliche, detta del Gabotato, dove vi è una chiesa dedicata a San Giovanni Battista: per privilegio apostolico, è elevata a chiesa curata della famiglia Sormani che, in quel luogo, tiene residenza permanente. A un quarto di miglio più oltre, sulla strada di Pendolasco, di cui si dirà in seguito, vi è un'altra chiesa detta di Santa Maria in Tronche: nei pressi vi sono alcune case diroccate. Risalendo la Valtellina a destra, sulla strada di Ponte, a circa un quarto di miglio, vi è una frazione di venti famiglie tutte cattoliche, chiamata della Foppa: vi sorge una chiesa incompleta e senza copertura, fatta eccezione dell'altare maggiore che è coperto di volta e tetto: questa chiesa è dedicata a Santa Margherita ed è dotata di ottanta corone, i cui redditi sono usurpati da un certo Svizzero delle Tre Leghe. Poco distante, sempre sulla strada di Ponte, vi è una frazione dove sorge la chiesa di San Tomaso Apostolo, dotata di cospicue rendite, che dà il nome alla frazione: vi è una casa attigua alla chiesa dove abita il cappellano della chiesa; nelle vicinanze vi è un'altra, contrada detta Camenato: ambedue contano, circa trenta famiglie, tutte cattoliche. Salendo verso la montagna vi è 'un'altra frazione detta Montisagna che dista un quarto di miglio dall'arcipretale: vi è una chiesa dedicata a Sant'Antonio: è consacrata, ma non dotata di beni. Vi si celebra però sovente per le elemosine di pie persone, conta circa ottanta famiglie tutte cattoliche; i morti si seppelliscono però nella chiesa arcipretale, dove pure vengono battezzati i loro nati. A quattro miglia sopra il suddetto villaggio di Montisagna, vi è una chiesa dedicata a Santo Stefano Protomartire; è consacrata e dotata di beni: il cappellano è eletto dalle comunità di Tresivio e di Montisagna. Discendendo dalla predetta montagna verso Ponte, a un miglio e mezzo, vi è un'altro villaggio di pastori abitato però solo nel periodo estivo: vi è la chiesa di San Benedetto, consacrata e dotata di beni: il cappellano è nominato dalle predette comunità di Tresivio e di Montagna, ma l'attuale è stato designato dai superiori. Gli abitanti dei suddetti villaggi sono tutti cattolici.”
La comunità di Tresivio, dunque, nel 1589 era costituita da circa 30 fuochi a San Tomaso e Camenato, 20 a Foppa, 4 a Gabotato, 15 a Romanasco, oltre che dagli 80 di Monte dell’Acqua, per un totale che possiamo stimare, a titolo di congettura, di 750 abitanti, saliti nel 1624 ad 850.
L’attenzione del Ninguarda alla presenza dei riformati nelle comunità valtellinesi è legata alle crescenti preoccupazioni pastorali per la politica delle Tre Leghe, tesa a favorire la diffusione della fede riformata in Valtellina ed all’origine di crescenti tensioni che sfociarono nel secolo successivo nella sanguinosa insurrezione del 1620.

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Il Seicento, appunto. Secolo nel quale le ombre sopravanzarono di gran lunga le luci. Un anno, sopra tutti, merita di essere ricordato come funestamente significativo, il 1618: in Europa ebbe inizio la Guerra dei Trent’Anni, nella quale Valtellina e Valchiavenna furono coinvolti come nodi strategici fra Italia e mondo germanico; a Sondrio, al colmo delle tensioni fra cattolici e governanti grigioni, che favorivano i riformati in valle, venne rapito l’arciprete Niccolò Rusca, condotto a Thusis per il passo del Muretto e fatto morire sotto le torture; la medesima sera della sua morte, il 5 settembre 1618, dopo venti giorni di pioggia torrenziale, al levarsi della luna, venne giù buona parte del monte Conto, seppellendo le 125 case della ricca e nobile Piuro e le 78 case della contrada Scilano, un evento che suscitò enorme scalpore e commozione in tutta Europa. Due anni dopo, il 19 luglio del 1620, si scatenarono la rabbia della nobiltà cattolica, guidata da Gian Giacomo Robustelli, la sollevazione anti-grigione e la caccia al protestante, nota con l’infelice denominazione di “Sacro macello valtellinese”, che fece quasi quattrocento vittime fra i riformati. Ci è giunta una nota spese dalla quale si evince che anche cittadini di Tresivio parteciparono all’azione militare: "item per soldati numero 25 andatti a Montagna con il S.r. Capitano Gioan Guizzardi et ivi stettero di notte ed il giorno seguente andarono a Sondrio a dar l'assalto, de quali una parte furono mandati in Malenco et parte a Morbegno oltre il terzo che era andato a Morbegno inanzi”.
Fu l’inizio di un periodo quasi ventennale di campagne militari e battaglie, che videro nei due schieramenti contrapporsi Grigioni e Francesi, da una parte, Imperiali e Spagnoli, dall’altra. Interessante è leggere, a tal proposito, anche quanto scrive Henri duca de Rohan, abilissimo stratega francese nell’ultima parte delle vicende della guerra di Valtellina nel contesto della guerra dei Trent’Anni (1635), nelle sue “Memorie sulla guerra della Valtellina”: “Non si può negare che i magistrati grigioni, tanto nella camera criminale di Tosanna quanto nell’amministrazione della giustizia in Valtellina, abbiano commesso delle ingiustizie capaci di gettare nella disperazione e di spingere alla ribellione contro il proprio sovrano anche i più moderati. Ma bisogna riconoscere che anche i Valtellinesi passarono ogni limite e calpestarono tutte le leggi dell’umanità, essendosi spinti a massacri così crudeli e barbari che le generazioni future non potranno non ricordarli senza orrore. Così la religione è capace di spingere al male uomini che, animati da uno zelo sconsiderato, prendono a pretesto della loro ferocia ciò che dovrebbe essere un fondamento della società umana.”
La reazione delle Tre Leghe non si fece attendere: corpi di spedizione scesero dalla Valchiavenna e dalla Valmalenco. Il primo venne però sconfitto al ponte di Ganda e costretto a ritirarsi al forte di Riva. La battaglia di Tirano liberò provvisoriamente la Valtellina dalla loro signoria, ma un’alleanza fra Francia, Savoia e Venezia, contro la Spagna, fece nuovamente della valle un teatro di battaglia. Le vicende belliche ebbero provvisoriamente termine con il trattato di Monzon (1626), che faceva della Valtellina una repubblica quasi libera, con proprie milizie e governo, ma soggetta ad un tributo nei confronti del Grigioni.
Ma la valle godette solo per breve periodo della riguadagnata pace: il nefasto passaggio dei Lanzichenecchi portò con sé la più celebre delle epidemie di peste, descritta a Milano dal Manzoni, quella del biennio 1630-31 (con recidiva fra il 1635 ed il 1636). L’Orsini osserva che la popolazione della valle, falcidiata dal terribile morbo, scese da 150.000 a 39.971 abitanti (poco più di un quarto). La stima, fondata sulla relazione del vescovo di Como Carafino, è probabilmente eccessiva, ma, anche nella più prudente delle ipotesi, più di un terzo della popolazione morì per le conseguenze del morbo.
Neppure il tempo per riaversi dall'epidemia, e la guerra di Valtellina tornò a riaccendersi, con le campagne del francese duca di Rohan, alleato dei Grigioni, contro Spagnoli ed Imperiali. Il duca, penetrato d'improvviso in Valtellina nella primavera del 1635, con in una serie di battaglie, a Livigno, Mazzo, S. Giacomo di Fraele e Morbegno, sconfisse spagnoli e imperiali venuti a contrastargli il passo. Poi, nel 1637, la svolta, determinata da un inatteso rovesciamento delle allenze: i Grigioni, che pretendevano la restituzione di Valtellina e Valchiavenna (mentre i Francesi miravano a farne una base per future operazioni contro il Ducato di Milano), si allearono segretamente con la Spagna e l'Impero e cacciarono il Duca di Rohan dal loro paese. Le premesse per la pace erano create e due anni dopo venne sottoscritto il trattato che pose fine al conflitto per la Valtellina: con il Capitolato di Milano del 1639 i Grigioni tornarono in possesso di Valtellina e Valchiavenna, dove, però l’unica religione ammessa era la cattolica. I Grigioni restaurarono l'antica struttura amministrativa, con un commissario a Chiavenna, un podestà a Morbegno, Traona, Teglio, Piuro, Tirano e Bormio, ed infine un governatore ed un vicario a Sondrio.
Venne avvertito, in tutta la valle, il prepotente bisogno di ringraziare l’intervento celeste per la pace ritrovata. La devozione a Maria si concretizzò nell’edificazione di quel santuario che è il più noto simbolo di Tresivio, la Santa Casa Lauretana, di cui venne posata la prima pietra il 30 novembre del 1646 con la benedizione di don Giacomo Antonio Lavizzari Lambertenghi, splendida figura di pastore in quel periodo storico così difficile. Alla sua realizzazione contribuirono tutte le comunità della Valtellina. Come scrive il Guicciardi nell’op.cit., “Il XVIII secolo vide quindi un periodo pacifico e complessivamente favorevole per la Valtellina. Le comunità di Tresivio e di Monte dell’Acqua si autogestivano operosamente sulla base dei loro statuti, in quel sistema democratico-comunitario che vedeva un decano, l’attuale sindaco, affiancato da un consiglio che provvedeva all’amministrazione della comunità e delle relative entrate costituite per lo più da proventi di tasse (sugli appalti, sulle osterie, sui forestieri) e dalle imposte di famiglia sui redditi.”


Prasomaso

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A partire dal Settecento, dunque, la situazione economica migliorò progressivamente. La ripresa settecentesca non fu, però, priva di arresti e momenti difficili, legati soprattutto ad alcuni inverni eccezionalmente rigidi, primo fra tutti quello memorabile del 1709 (passato alla storia come “l’invernone”, “l’inverno del grande freddo”), quando, ad una serie di abbondanti nevicate ad inizio d’anno, seguì, dal giorno dell’Epifania, un massiccio afflusso di aria polare dall’est, che in una notte gelò il Mallero e parte dell’Adda. Ed ancora, nel 1738 si registrò una nevicata il 2 maggio, nel 1739 nevicò il 27 ed il 30 marzo con freddo intenso, nel 1740 nevicò il 3 maggio, con freddo intenso e nel 1741 nevicò a fine aprile, sempre con clima molto rigido e conseguenze disastrose per le colture e le viti.
Lo storico Francesco Saverio Quadrio, a metà del settecento, nelle “Dissertazioni critico-storiche intorno alla Rezia di qua dalle Alpi oggi detta Valtellina”, (libro I,  Edizione anastatica, Bologna, Forni, 1971), ci offre le seguenti notizie del paese:
“Trisivio (Trixivium). Trisivio, delizioso ed illustre Luogo, dove la suprema Giudicatura di detta Valle si faceva dal Governatore di essa, e dal suo Vicario, ch'ivi aveva signorile Palazzo, era di Mura ricinto già, con più Sobborghi, e con nobil Castello sulla sommità d'un Colle situato, dove trovo, che furono Castellani nel 1432. Giuliano di Siena, ch'era in uno Vicecapitanio della Valtellina, e nel 1433. Giacomo Paravicino Figliuol d'Antonio, e d'indi Antonio Beccaria. Quivi pure avea suo particolare Palazzo il Vescovo di Como, che da quando la Valtellina gli cadde in Diocesi, era ivi obbligato a risedere per tre Mesi dell'Anno. Chiarissime Famiglie pur vi fiorirono, che furono la Beccaria, la Bossi, la Carrara, i Castel San Pietro, i Malconventi, la Minatti, la Piazzi, la Schenardi, la Sirmondi, la Sormani, la Stopani, la Varesi­ni, la Venosta, la Visconti, ed altre, delle quali sol si conservano i nomi in povere genti, e in agricoltori del Luogo. Poichè le medesime seguita avendo in que' tempi funesti, la Fazione Guelfa, furono parte con la stessa Terra non pur mal condotte da' Gibellini, ma quasi a pien desolate; e parte indi per la mutazion del Governo di là spontaneamente altrove si trassero. Il Luogo stesso oggi a poco è ridotto; e poche Contrade vi sono suggette, che sono il Borgo, Piazza, la Fossa, San Tommaso, e i Menatti.”

Nel Settecento il malcontento contro il dominio delle Tre Leghe Grigie nelle due valli crebbe progressivamente, soprattutto per la loro pratica delle di mettere in vendita le cariche pubbliche. Tale vendita spettava a turno all'una o all'altra delle Leghe e chi desiderava una nomina doveva pagare una cospicua somma di denaro, di cui si sarebbe rifatto con gli interessi una volta insediato nella propria funzione, esercitandola spesso più per amore di lucro che di giustizia. Gli abusi di tanti funzionari retici, l'egemonia economica di alcune famiglie, come quelle dei Salis e dei Planta, che detenevano veri e propri monopoli, diventarono insopportabili ai sudditi. Il malcontento culminò, nell'aprile del 1787, con i Quindici articoli di gravami in cui i Valtellinesi (cui si unirono i Valchiavennaschi, ad eccezione del comune di S. Giacomo) lamentavano la situazione di sopruso e denunciavano la violazioni del Capitolato di Milano da parte dei Grigioni, alla Dieta delle Tre Leghe, ai governatori di Milano e, per quattro volte, fra il 1789 ed il 1796, alla corte di Vienna, senza, peraltro, esito alcuno. Per meglio comprendere l’insofferenza di valtellinesi e valchiavennaschi, si tenga presente che la popo­lazione delleTre Leghe, come risulta dal memoriale 1789 al conte di Cobeltzen per la Corte di Vienna, contava circa 75.000 abitanti, mentre la Valtellina, con le contee, superava i 100.000.

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Fu la bufera napoleonica a far precipitare la situazione, con il congedo dei funzionari Grigioni e la fine del loro dominio, nel 1797. Si trattò di una svolta importante, sulla quale il giudizio degli storici è controverso; assai severo è Dario Benetti (cfr. l’articolo “I pascoli e gli insediamenti d’alta quota”, in “Sondrio e il suo territorio”, IntesaBci, Sondrio, 2001), per il quale la dominazione francese rappresentò l’inizio di una crisi senza ritorno, legata alla cancellazione di quei margini di autonomia ed autogoverno riconosciuti durante i tre secoli di pur discutibile e discussa signoria delle Tre Leghe Grigie: ”L’1 aprile 1806 entrò in vigore nelle nostre valli il nuovo codice civile, detto Codice Napoleone, promulgato nel 1804. A partire da questo momento si può dire che cessi, di fatto, l’ambito reale di autonomia delle comunità di villaggio che si poteva identificare negli aboliti statuti di valle. I contadini-pastori continueranno ad avere per lungo tempo una significativa influenza culturale, ma non potranno più recuperare le possibilità di un pur minimo autogoverno istituzionale, soffrendo delle scelte e delle imposizioni di uno Stato e di un potere centralizzati. Già l’annessione alla Repubblica Cisalpina, peraltro alcuni anni prima, il 10 ottobre 1797, dopo un primissimo momento di entusiasmo per la fine del contrastato legame di sudditanza con le Tre Leghe, aveva svelato la durezza del governo francese: esso si rivelò oppressivo e contrario alle radicate tradizioni delle valli; vennero confiscati i beni delle confraternite, furono proibiti i funerali di giorno, fu alzato il prezzo del sale e del pane, si introdusse la leva obbligatoria che portò alla rivolta e al brigantaggio e le tasse si rivelarono ben presto senza paragone con i tributi grigioni. Nel 1798 a centinaia i renitenti alla leva organizzarono veri e propri episodi di guerriglia, diffusi in tutta la valle: gli alberi della libertà furono ovunque abbattuti e sostituiti con croci.. Nel 1797, dunque, la Valtellina e contadi perdono definitivamente le loro autonomie locali, entrano in una drammatica crisi economica e inizia la deriva di una provincializzazione, di una dipendenza dalla pianura metropolitana e di un isolamento culturale e sociale che solo gli anni del secondo dopoguerra hanno cominciato a invertire”.

Dunque, il 22 ottobre del 1797 si ebbe l'unione della Valtellina e dei Contadi di Bormio e Chiavenna alla Repubblica Cisalpina ed il 28 ottobre la confisca delle proprietà dei Grigioni in Valtellina. Tresivio ed Acqua contavano, a quella data, 1060 abitanti complessivi. Alla Repubblica Cisalpina seguì, nel 1805, il Regno d’Italia: il comune di Tresivio venne ad appartenere al cantone II di Ponte, come comune di III classe, con 354 abitanti, mentre Acqua, sempre come comune di III classe, contava 708 abitanti. Cadde anche Napoleone, lasciando ai posteri il problema di formulare l'ardua sentenza sulla sua vera gloria; il Congresso di Vienna, nel 1815, anche grazie all'operato della delegazione costituita dal chiavennasco Gerolamo Stampa e dal valtellinese Diego Guicciardi, sancì l'aggregazione del dipartimento dell’Adda al Regno Lombardo-Veneto, sotto il dominio della casa d’Austria. Diego Guicciardi era rampollo dell’illustre famiglia che aveva soppiantato, a partire dal Seicento, i Beccaria nel primato e nell’influenza a Tresivio; egli aveva, infatti, trascorso la fanciullezza e la giovinezza nel palazzo di famiglia a Tresivio, l’attuale sede comunale.
Il dominio asburgico fu severo ed esoso, ma anche attento alle esigenze della buona amministrazione e di un’ordinata vita economica, garantita da un importante piano di interventi infrastutturali. Venne tracciata la strada principale che percorreva bassa e media Valtellina, fino a Sondrio, poi prolungata fino a Bormio. Venne tracciata la carozzabile da Colico a Chiavenna, e, fra il 1818 ed il 1822, la strada dello Spluga. Tra il 1820 e il 1825 anche Bormio fu allacciata alla valle dell'Adige con l’ardita strada dello Stelvio progettata dall’ingegner Carlo Donegani, che già aveva progettato la via dello Spluga. Nel 1831, infine, fu inaugurata la strada lungo la sponda orientale lariana, da Colico a Lecco, che consentì alla provincia di Sondrio di superare lo storico isolamento rispetto a Milano ed alla pianura lombarda.


Dos di Gai

Il periodo asburgico fu, però, anche segnato anche da eventi che incisero in misura pesantemente negativa sull’economia dell’intera valle. L’inverno del 1816 fu eccezionalmente rigido, e compromise i raccolti dell’anno successivo. Le scorte si esaurirono ed il 1817 è ricordato, nell’intera Valtellina, come l’anno della fame. Vent’anni dopo circa iniziarono le epidemie di colera, che colpirono la popolazione per ben quattro volte (1836, 1849, 1854 e 1855). Si aggiunse anche l'epidemia della crittogama, negli anni cinquanta, che mise in ginocchio la vitivinicoltura valtellinese. Queste furono le premesse del movimento migratorio che interessò una parte consistente della popolazione nella seconda metà del secolo, sia di quella stagionale verso Francia e Svizzera, sia di quella spesso definitiva verso le Americhe e l’Australia.
Il giudizio complessivo sul periodo di dominazione asburgica è, per il Guicciardi, comunque decisamente negativo: “Al termine dell'occupazione austriaca la Valtellina e con essa Tresivio appariva stremata per l'immobilismo, la soffocante fiscalità e lo smantellamento effettuato già sotto l'egemonia francese delle tradizionali istituzioni comunitarie preservate in epoca grigiona e vitali per la sopravvivenza delle nostre comunità. Questa situazione intollerabile giustifica la grande partecipazione, non solo delle élite intellettuali, ma anche popolare, al Risorgimento, testimoniata anche per Tresivio nella prima Guerra di Indipendenza nazionale del 1848, dalla presenza di suoi volontari nella squadra di Montagna, di cui è ufficiale Ruggero Guicciardi di di Tresivio, figlio di Francesco Guicciardi...” (op. cit.).
Nel 1853 Tresivio, comune con consiglio comunale senza ufficio proprio e con una popolazione di 559 abitanti, fu inserito nel distretto I di Sondrio, come Acqua, comune con consiglio comunale senza ufficio proprio e con una popolazione di 776 abitanti. Meno di dieci anni dopo, al termine della II Guerra d’Indipendenza, venne proclamato il Regno d'Italia, nel 1861. A questa guerra parteciparono anche alcuni cittadini di Tresivio, Bonomi Omobono, Cassoni Giovanni, Dell’Avanzo Giovanni, Gianoncelli Matteo e Moretti Giovanni Omobono. Tresivio contava 1295 abitanti. Cinque anni dopo, nel 1866, alla Terza Guerra d’Indipendenza, sempre contro l’Impero Asburgico, parteciparono i seguenti cittadini di Tresivio: Crepella Giovanni, Crepella Tomaso Bortolo, Dell’Avanzo Giovanni, Della Patrona Pietro, Formolli Giovanni Antonio e Paia Paolo. L’anno successivo, nel 1867, il comune di Monte dell’Acqua tornò ad unirsi alla matrice. Nel 1870, alla campagna che portò alla presa di Roma, parteciparono i seguenti cittadini di Tresivio: Crepella Tomaso Bortolo e Cassoni Giovanni. Nel 1871 il comune di Tresivio aveva 1475 abitanti, che continuarono ad aumentare, nonostante il fenomeno emigratorio, fino alla vigilia della Prima Guerra Mondiale: nel 1881 gli abitanti erano 1684, nel 1901 1728 e nel 1911 1917.
Ecco come presenta il paese la II edizione della Guida alla Valtellina edita a cura del CAI nel 1884: “Tresivio (460 m.1676 ab.), antica borgata, che sorge in una sella del monte frammezzo a fer­tile e ridente campagna. Merita di essere osservato il vecchio campanile della chiesa parocchiale di S. Pie­tro a forme svelte ed armoniche. Lì vicino stanno le ville di due famiglie Guicciardi; un poco più lontano la nuova sede del Comune e delle Scuole. A mezzodì si alza a un centinaio di metri una rupe, detta il Calvario, dalla quale lo sguardo abbraccia vasto e pittoresco panorama. Nel 1871, mentre si ponevano le fondamenta della nuova casa che sta nella contrada di Piazza vicino alla fontana, trovassi una lapide in granito. Il Corrsen, professore all'Università di Berlino, la affermò lapide etrusca, e ne interpretò l'iscrizione così: Z. Esia L. Lepalial — dicendola iscrizione sepolcrale di una donna per nome Esia. Questo è per avventura il monumento più antico che sia stato rinvenuto in Valtellina, come Tresivio verrebbe ad essere uno dei punti più settentrionali a cui si sia esteso l'etrusco.
Sulla cime della rupe, ora detta del Calvario, veggonsi tuttora ruderi robusti. Sono gli avanzi della fortissima rocca che esisteva lassù. Il cronista de Selva, chiama questa rape Motta di Tresivio, e dice che fu diligentemente murata nel 1331 per cura di Egidio de Capitanei e di Remengo Lavizzario podestà di Sondrio. Ma anche prima esisteva lassù un forte castello; infatti lo stesso Selva narra che nel 1325 Franchino Rusca era venuto con gran gente nel Castello di Tresivio. Ai 9 di aprile 1329 ai pieni della rupe, là dove ancora si dice la Piazza, si combattè aspra battaglia tra le genti del Rusca e i Sondriesi.
Tresivio fu sede dei tribunale supremo della Valle e del capitano generale durante la signoria dei Visconti e degli Sforza (1315-1500), o almeno durante la maggior parte di quel lungo periodo. Sul colle, accanto alla vecchia rocca, stava il palazzo che il capitano generale mandato dal Visconti, marchese Giacomo Malaspina, aveva scelto (1395) per residenza sua. Quivi sorgeva l'antica chiesa della parrocchia e il palazzo, ove erasi obbligato a risiedere ogni anno per tre mesi li vescovo della diocesi di Como, che aveva molti beni a Tresivio (1538). Ora tutto é scomparso, e là dove erano la chiesa, i palazzi o le torri, sono vigne e campi.

Appartengono per avventura al tempo dei Visconti alcune ragguardevoli tombe trovate, non sono molti anni, mentre si scavava un vigneto. La sede dell'arcipretura si trasportò nel secolo decimo sesto nella contrada di Romanasca, là dove tuttora si trova.
A occidente di Tresivio sopra un colle ridente sorge la Santa Casa, grandioso e armonico edificio costrutto nel secolo XVII a somiglianza della Santa Casa di Loreto. La Santa Casa è dovuta a un voto fatto in occasione dell'ultima comparsa della peste nel 1630. Alle spese per la sua costruzione concorse l'intera Valle. In settembre, nella festa della Madonna, vi sogliono ancora venire in devoto pellegrinaggio molti dell'Atta Valtellina, specialmente di Sondalo e di Grosio. Sulla facciata settentrionale della casa o cappella che à nell'interno della vasta chiesa leggesi la data 1701, probabilmente la data di opere di abbellimento. Un ultimo e coscienzioso ristauro venne compiuto, anni sono, per cura e a spesa del teologo Bartolomeo.”

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L’inizio del nuovo secolo portò, nella storia di Tresivio, uno degli eventi più significativi, che vi avrebbero inciso profondamente, la costruzione del sanatorio Umberto I a Prasomaso, per la cura della tubercolosi, iniziata nel 1905 e terminata il 29 luglio 1910. Il grande complesso, posto ad una quota di 1240 metri, fu dedicato al re Umberto I. Constava di un edificio principale lungo oltre 100 metri, con due piani, un piano-terra ed un piano interrato;  la sala da pranzo poteva ospitare 100 persone e la dotazione di camere constava di 12 singole, 20 doppie, 6 a quattro letti e 4 a sei letti. Modernissimi gli apparati di disinfezione e riscaldamento: quest’ultimo, costituito da termosifoni, era alimentato da una centrale termica a carbone approvvigionata da un camion che, per molto tempo, fu uno dei rari veicoli che lo sguardo curioso degli abitanti di Tresivio vedeva passare. Nel 1927 iniziò la costruzione di un secondo complesso sanatoriale, denominato “Sanatorio dell’Alpina”, che si affiancò a quello già esistente (è posto poco più in basso, a 1140 metri); entrambi funzionarono fino agli anni Sessanta, costituendo una sorta di microcosmo nel quale vivevano quasi mille persone. In inverno c’erano, infatti, fino a 100 persone di Tresivio che lavoravano nel sanatorio, accanto ad una sessantina di donne (di cui circa 20 di Tresivio); i pazienti raggiunsero la cifra di 300 adulti e 220 bambini. Se a questi si aggiungono medici e personale assistenziale, si comprende come si potesse arrivare a questa cifra totale. Un microcosmo di vite, speranze, sofferenze, gioie. Un microcosmo segnato anche dalla morte, inizialmente più ricorrente (circa un morto alla settimana, sepolto, se povero, nel cimitero di Tresivio), poi sempre più rara.  
Nella Prima Guerra Mondiale caddero i seguenti cittadini di Tresivio: i soldati Baruffi Abbondio, Betti Giuseppe, Bombardieri Luigi, Botatti Pietro, Della Patrona Pietro, Manfredi Mario, Marchionni Severino e Sottili Alessandro, i caporali Betti Pietro, Della Patrona Nicola e Moretti Paolo, i sergenti Betti Battista e Crepella Palmiro, il sergente maggiore Moretti Pietro ed il tenente Guicciardi Giuseppe.
Nel primo dopoguerra la popolazione di Tresivio ebbe un andamento altalenante: dopo una flessione, che portò dai 2016 abitanti del 1921 ai 1690 del 1931, riprese a salire: nel 1936 gli abitanti erano 1830.
Ecco come la V edizione de “La Valtellina – Guida Illustrata” di Ercole Bassi (1928) presenta Tresivio: “Circa km. 2 dopo Pendolasco si giunge alla storica terra di Tresivio (m. 511 - abit. 637-1857 - P., telef. - osterie - latt. soc. - coop. di cons. «La Fratellanza», coop. l'Elettrica - cassa rur. - asilo inf. - circolo - soc. filarmon. - produz. di buoni vini - fabbrica d'alcool e vendita di carburo di calcio). Sopra un poggio scorgesi un ampio santuario eretto a spese della Valle dopo la peste del 1630. Contiene il fac-simile della Casa di Loreto. Ai piedi del poggio, a mezzodì dell'abitato, si rinvennero antiche sepolture che sembrano dell'epoca viscontea, ed una lapide con iscrizione etrusca, che trovasi ora nell'atrio del palazzo comunale di Sondrio.
Bello è il campanile della parrocchiale, colle sue finestre bifore e trifore del 400. La chiesa possiede un affresco del 500, qualche buon quadro e pregevoli stalli intagliati del 700 nel coro: non privo di pregio è il vecchio dipinto su una vetrata nella chiesa di S. Tomaso, un trittico che rappresenta ai lati S. Rocco e S. Sebastiano, e, nel mezzo, la M. col B. Tre antichi af freschi sono dipinti all'esterno delle case nella contrada Preda della fraz. di Acqua. Altro dipinto colla M. e il B. si trova all'esterno di una casa in contrada Torchio. Tresivio fu, dal 1335 al 1500, residenza del Tribunale Supremo della Valle, del capitano generale, e per tre mesi all'anno, vi teneva pure la sua sede il vescovo di Como. Sopra una rupe detta il Calvario si scorgono: i ruderi di una forte rocca, detta la Metta di Tresivio, che dicesi esisteste sin prima del 1300, distrutta dai Grigioni nel 1512. Ai piedi di questa rupe, nel 1325, Franchino Rusca, condottiero dei Comaschi, ebbe un aspre combattimento coi Sondriesi.”
Anche nella Seconda Guerra Mondiale significativo fu il tributo pagato da Tresivio: caddero infatti i soldati Beltrama Angelo, Beltrama Lino, Betti Omobono, Della Patrona Giuseppe, Dusci Gilberto, Gianoncelli Areo, Gianoncelli Virgilio, Lanzini Alberto, Moretti Ernesto, Rodigari Paolo, ed il partigiano Crepella Paolo; furono dichiarati dispersi i soldati Bonomi Lucio, Ciampini Enrico, Della Patrona Pietro, Gianoncelli G. Battista, Gianoncelli Valentino, Marchionni Lino, Menaglio Giovanni, Moretti Silvio, Moretti Vittorio, Passeri Domenico e Tavelli Antonio, il caporale Della Patrona Dante, il caporal caggiore Moretti Giulio, il caporal maggiore Mattaboni Pietro ed il sergente maggiore Mattaboni Omobono. Durante la guerra Tresivio ebbe un ruolo importante nella lotta partigiana, “grazie particolarmente alla figura di Plinio Corti, che fu Commissario della I Divisione Alpina Valtellina Giustizia e Libertà e venne nominato primo Prefetto della Provincia di Sondrio dopo la Liberazione, nonché ad un consistente nucleo di partigiani, insediati in Boirolo, che conobbe una tragica giornata di battaglia contro le forze nazifasciste il 24 novembre 1944” (Francesco Guicciardi, op. cit.).
Nel secondo dopoguerra la popolazione di Tresivio subì una progressiva flessione (1855 abitanti nel 1951, 1786 nel 1961 e 1697 nel 1971), per poi riprendere gradualmente a salire (1792 abitanti nel 1881, 1882 nel 1991, 1943 nel 2001 e 2009 nel 2006).


Alpe Rogneda

BIBLIOGRAFIA

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Guicciardi, Francesco, "Eco delle guerre di Valtellina del seicento nei registri di spesa del comune di Tresivio" (in "Bollettino della Società Storica Valtellinese", Sondrio, 1981)

Tresivio”, monografia edita nel 1999 a cura dell’Amministrazione Comunale di Tresivio

Crapella, Ebe, "La lüm: Poesie in dialetto", Biblioteca di Tresivio, 1999

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Guicciardi, Francesco, "Il condottiero Antonio Beccaria signore di Tresivio e Sondrio" (in Bollettino della Società Storica Valtellinese, 2003)

Corbellini, Augusta (a cura di), "Inventario dei toponimi valtellinesi e valchiavennaschi - Tresivio", edito dalla Società Storica Valtellinese nel 2008

Guicciardi, Francesco, "L'articolazione sociale in Valtellina nel Medioevo e nell'Età Moderna: la funzione sociale e culturale della nobiltà valtellinese e l'agnazione Guicciardi", in Bollettino della Società Storica Valtellinese, 2009

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