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Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
IV Cantoniera dello Stelvio-Piz Umbrail-Punta di Rims-Forcola di Rims-IV Cantoniera
4 h e 30 min.
700
E
SINTESI. Usciti da Bormio dobbiamo proseguire in direzione di Livigno. Superata la deviazione a sinistra per Premadio, la strada statale giunge ad un tornante destrorso, al quale si stacca, sulla sinistra, la strada segnalata per il passo del Foscagno e Livigno. Noi la ignoriamo e cominciamo a salire verso il passo dello Stelvio. Giunti alla IV Cantoniera (m. 2502), a 18,8 km da Bormio proseguiamo fino al sucessivo tornante dx della statale, dove si stacca, sulla sinistra, la strada che porta al confine ed alla Dogana Svizzera. Al parcheggio posto appena prima del tornante possiamo lasciare l’automobile. Percorriamo la stradina che porta alla Dogana svizzera (dobbiamo avere con noi la carta d’identità, altrimenti l’espatrio non è consentito). Accanto all’edificio della Dogana, si trova un bar. A lato del bar, un cartello annuncia la partenza del sentiero (sempre ben visibile e marcato) per il Piz Umbrail, la Lai da Rims e la Valchava. Ci accompagneranno segnavia bianco-rosso-verdi, spesso disegnati su paletti. Dopo il primo tratto di salita su un ampio dosso chiamato di Astras (siamo in territorio elvetico, a qualche decina di metri dal confine, che corre alla nostra sinistra), troviamo il primo di una serie di pannelli di carattere storico nelle tre lingue tedesca, romancia ed italiana. Con diverse serpentine il sentiero guadagna quota, raggiungendo il limite superiore dell’ampio dosso erboso, fino a lambire il versante di sfasciumi che scende dal pizzo. Qui siamo ad un bivio, segnalato, al quale prendiamo a destra, tagliando in diagonale il versante di sfasciumi. La pendenza si fa più impegnativa, ed il traverso ci porta ai piedi di una fascia di roccette, che il sentiero supera con alcune serpentine. Superato questo breve passaggio di un certo impegno, approdiamo ad un versante tranquillo, il largo crinale che dalla cima del pizzo scende in direzione nord. Pieghiamo, dunque, a sinistra e, seguendo i segnavia, saliamo, senza difficoltà, ad una piazzola dove è collocato un secondo pannello. La traccia, sempre scavata negli sfasciumi, riprende a salire, tagliando un nevaietto. Aggirato un cono roccioso, affrontiamo l’ultimo tratto di salita prima di raggiungere i 3033 metri del piz Umbrail. Proseguiamo su traccia di sentiero seguendo il crinale, verso sud-ovest. La traversata propone una serie di saliscendi (l’oscillazione di quota è di qualche decina di metri), passando dapprima sotto la cima gemella del pizzo. Nella sua prima metà non propone alcun problema; nella seconda, invece, c’è qualche passaggio un po’ esposto (il primo è anche servito da corde fisse), resi più insidiosi dal terriccio e dai sassi minutissimi che ci espongono sempre al rischio di scivolare. Poi il sentiero si infila in alcune bizzarre formazioni rocciose. Superato un terzo pannello, oltrepassiamo anche la parte terminale di ripidi canalini che scendono ai pascoli della Valle del Braulio, contornati da spuntoni e pinnacoli di tutte le forme. ed affrontiamo all’ultima rampa che porta alla punta di Rims (m. 2947). Il sentiero della discesa rientra in territorio italiano, lascia, su versante di sinistra, la cima e scende con un primo traverso verso ovest-sud-ovest (fino ad un paletto con segnavia bianco-rosso-verde), per poi piegare a sinistra (sud-est) ed effettuare un più lungo traverso che si conclude ad un bel terrazzo panoramico sul crinale che si affaccia alla Valle del Braulio. Qui pieghiamo a destra e seguiamo per un tratto il crinale, superando due nevaietti. Il sentiero, quindi, si allarga a carrareccia, che scende, con qualche tornante, fino al rudere di un’ex caserma, ancora in buone condizioni ed utilizzata come ricovero (m. 2743). Di qui saliamo alla pista risale l’intera Valle della Forcola di Rims e, procedendo a sinistra, siamo in breve alla bocchetta di Forcola o forcola di Rims (m. 2768). Rientriamo nell’alta Valle del Braulio. Dalla bocchetta parte un largo sentiero che procedendo verso est-nord-est taglia il versante dei pascoli ai piedi della linea Umbrail-Rims. Dopo un tratto in discesa, ci attende un buon tratto in cui si risale, anche se con pendenza modesta. Segue un’ultima discesa che ci riporta alla IV Cantoniera dello Stelvio ed al parcheggio dove abbiamo lasciato l’automobile.


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La Valle del Braulio deve la sua amplissima fama a quel passo dello Stelvio di cui già nella Guida alla Valtellina, edita nel 1884 a cura del CAI e di Fabio Besta, afferma: “Non v'ha, osserva Felice Liebeskind, in tutta la cerchia dell'Alpi alcun passaggio che possa rivaleggiare, e per magnificenza, e per pittoresche bellezze, con quello dello Stelvio. Per esso anche chi non vuole incontrare difficoltà o sostenere fatica, può, senza lasciare la carrozza, visitare da vicino il mondo dei ghiacciai e scoprirne i segreti.
Fu merito di un ingegnere italiano, il cav. Carlo Donegani, l'aver ideata e condotta a termine in meno di cinque anni, dal 1820 al 1825, questa che parve allora ed è ancora arditissima opera dell'ingegneria stradale.”


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Valle e passo sembrano essere appannaggio di appassionati delle due ruote, mosse dall’energia delle gambe umane o da quella ben più potente di rombanti pistoni. Salendo lungo la strada, dunque, non mancheremo di incontrare sudatissimi ciclisti e fieri centauri. Questa valle non manca, però, di motivi d’interesse escursionistico. La più elegante, panoramica e remunerativa escursione è, senza dubbio, quella che, partendo dal confine italo-svizzero al gioco di Santa Maria (o passo d’Umbrail) porta a toccare la cima del piz Umbrail, e che può essere prolungata con un’indimenticabile traversata alla punta di Rims, con ritorno al punto di partenza per la Valle della Forcola di Rims e la forcella della Forcola. Un’escursione che, nella sua prima parte, è alla portata di tutti, mentre nella seconda richiede attenzione ed un po’ di pratica escursionistica.
Ma andiamo con ordine. Innanzitutto al confine italo-svizzero del giogo di Santa Maria, presso il quale è posta la IV cantoniera dello Stelvio, dobbiamo salire in automobile, seguendo, ovviamente, la ss 38 dello Stelvio. Per farlo, usciti da Bormio dobbiamo proseguire in direzione di Livigno. Superata la deviazione a sinistra per Premadio, la strada statale giunge ad un tornante destrorso, al quale si stacca, sulla sinistra, la strada segnalata per il passo del Foscagno e Livigno. Noi, ovviamente, la ignoriamo e cominciamo ad inanellare la lunga serie di 36 tornanti che portano al passo dello Stelvio, superando un dislivello ragguardevole (dai 1225 m. di Bormio ai 2757 del passo). A ciascuno di essi corrisponde un cartello che ne indica la numerazione (partendo dal passo a scendere). Troviamo, sulla sinistra, l’indicazione di due deviazioni, rispettivamente per i Bagni Nuovi e per i Bagni Vecchi di Bormio. Prima di entrare nella Valle del Braulio, la strada, che corre fra le selvagge pareti del limite occidentale della Reit a destra (Crap dell’Aquila) e del fianco orientale del Monte delle Scale a sinistra, supera una breve galleria scavata nella viva roccia ed incontra, al km 5,5 da Bormio, la deviazione, a sinistra, per la località di Boscopiano, in Valle di Fraele. Segue la galleria denominata di Piattamartina, oltre la quale si notano, a destra della strada, i ruderi della I Cantoniera (m. 1717). Sul lato opposto della valle, alla nostra sinistra, l’impressionante salto delle Corne di Pedenolo non manca di suscitare brivido e leggero senso di vertigine.
Leggiamo nella citata Guida CAI: “Qui la valle diventa aspra e selvaggia; ma è maestosa e imponente. Enormi masse di calcare scendono a precipizio dall'una e dall'altra parte. La parete che s'alza lungo la sponda destra del Braulio ascende perpendicolarmente per oltre 800 metri, termina in una cresta, frastagliata nel più bizzarro modo, e lungh'essa precipitansi dall'alto in belle cascate diversi ruscelli. Consta di nuda roccia divisa in istrati, non interrotta che in un luogo solo da un piccolo pianerottolo coperto di pascoli e di pini. Dopo la Prima Cantoniera la strada s'innalza in due andirivieni e quindi attraversa le Gallerie del Diroccamento; alcune sono, almeno in parte, scavate nella roccia, altre, costruite in legno o in muratura, coprono i tratti della via più esposti alle valanghe e alle frane. La gola si fa sempre più orrida. Anche a destra sopra la via sono immense masse di roccie sovrasporgenti, non interrotte che da scoscesi franamenti. Queste roccie e queste frane formano la costa di Glandadura.
Si tratta di un tormentato versante che scende dal limite occidentale della Reit, versante che pose (e pone tuttora) i maggiori problemi di progettazione e manutenzione della strada, soggetto, com’è, a frane e slavine. Superata la confluenza, da destra, della valle dei Vitelli, siamo al versante di Spondalunga, che viene vinto con una serie di tornanti al termine della quale si trova la II Cantoniera o Casino dei Ròtteri (m. 2176). Siamo  13,7 km da Bormio. La singolare denominazione della Cantoniera deriva dal cavallo di testa delle carovane, che era chiamato, dopo abbondanti nevicate, a “rompere” la neve fresca tracciando di nuovo il solco della strada. Appena sotto la Cantoniera, a sinistra della strada, ad un tornante dx, lo sguardo incontra lo spettacolo potente della cascata del Braulio, le cui acque cadono spumeggiando e ruggendo con una violenza che colpisce. Ecco, di nuovo, la Guida CAI: “Lasciate le Gallerie del Diroccamento, la via giunge là dove sbocca la Valle dei Vitelli, per la quale si prospettano i ghiacciai che scendono dal Monte Cristallo. Quivi presso è la Casa Bruciata. Era la Seconda Cantoniera, e fu incendiata dalle truppe garibaldine nel 1859. Poco dopo la via sale per interminabili risvolti l'erto pendio di Spondalunga, sparso qua e là di magri pascoli e più magri boschetti, ma ricco di fiori e piante rare. Il viaggiatore a piedi può per iscorciatoje raggiungere più presto la sommità del pendio, e in questa salita avrà, campo di osservare delle belle cascate del Braulio. In cima alla salita sta il Casino dei Rotteri di Spondalunga (2290 m.)”
Oltre la II Cantoniera e la stretta denominata “Bocca del Braulio”, ecco che la valle opera una sorta di repentina metamorfosi, dismette l’abito orrido per indossare quello bucolico ed ameno. Siamo all’ampia piana dell’alpe Braulio (m. 2320), dove troviamo la III Cantoniera:  “Non molto dopo la strada, varcato il torrente che scende a destra della piccola Valle Scorluzzo, entra per la Bocca del Braulio in un vasto altipiano tutto pascoli: anche le pendici dei monti, meno scoscese, sono coperte di verde. È questa l'Alpe Braulio. In mezzo ad essa trovasi la Terza Cantoniera al Piano del Braulio (2400 m.); e lì vicino una chiesetta dedicata a S. Ranieri con una bella tela del sommo Hayez e la casa del Cappellano erette quando si costrusse la gran strada.”
La tela di cui parla la guida non è più lì, ma è conservata al Museo Civico di Bormio: nella chiesetta, aperta, ne possiamo vedere la riproduzione fotografica. S. Ranieri fu viceré del Lombardo-Veneto al tempo della costruzione della strada, nel primo quarto dell’ottocento; a questa chiesetta è legata una storiariportata in calce a questa relazione. Vicino alla chiesetta un monumento riporta i nomi dei caduti sul fronte dello Stelvio durante la grande guerra. Nota per gli escursionisti: parte di qui un tracciato, ben visibile e segnalato, che sale alla bocchetta della Forcola di Rims, punto nodale dal quale passa anche l’escursione che andremo a raccontare. Proseguiamo, dunque, sulla statale, che risale tranquilla un ampio e verdissimo dosso. Alla nostra sinistra è ben visibile la muraglia rossastra di un lungo crinale di rocce dolomitiche, sul quale non sembra spiccare alcuna cima. È un susseguirsi di guglie e pinnacoli, apparentemente inaccessibile. Invece, sull’opposto versante, in territorio elvetico, corre la traccia che ci consentirà di traversare, senza troppi patemi d’animo, dal piz Umbrail, sul limite destro, alla punta di Rims, che di qui non si vede.
Raggiunta la sommità del dosso, siamo alla IV Cantoniera (m. 2502), a 18,8 km da Bormio. L’edificio è oggi Caserma della Guardia di Finanza, perché a poco più di trecento metri corre il confine italo-svizzero. Infatti, al tornante dx della statale, si stacca, sulla sinistra, la strada che porta al confine ed alla Dogana Svizzera. Al parcheggio posto appena prima del tornante possiamo lasciare l’automobile.


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Prima di incamminarci, qualche notizia storica sull’importanza di questo passo può arricchire il significato dell’escursione. Prima dell’apertura della strada dello Stelvio, di qui passava una delle pià importanti vie di comunicazione fra Valtellina, e quindi pianura padana, e territori di lingua tedesca di Tirolo ed Austria. Si tratta della “via breve di Val Venosta”. Ecco come la descrive, nel suo studio “Sentieri e strade storiche in Valtellina e nei Grigioni - Dalla preistoria all’epoca austro-ungarica” (ottobre 2004), Cristina Pedana, che offre un’efficace sintesi del sistema di comunicazioni fra Magnifica Terra e territori di lingua tedesca:
In alta valle i passi ed i percorsi più importanti verso l'Engadina e la Val Venosta, frequentati probabilmente anche in epoche preistoriche, ma comunque largamente utilizzati dal Medioevo fino agli inizi del XIX secolo furono il passo di Umbrail o Ombraglio denominato "via breve di Val Venosta" e il passo di Fraele o "via lunga di Val Venosta".
Entrambi avevano come punto di partenza Bormio dove si giungeva attraverso il passo del Gavia o seguendo la Valtellina per Bolladore, Serravalle, Cepina. Il primo itinerario all'uscita da Bormio, oltrepassato il torrente Campello e raggiunto il bivio da cui si divideva la strada per Fraele, proseguiva a destra per Molina, attraversava il bosco di Morena (l'attuale parco dei Bagni Nuovi) raggiungeva il difficile passaggio delle "scale dei Bagni" sotto la chiesetta, costruita probabilmente in epoca carolingia, di San Martino dei Bagni; con un altro pericoloso tratto si portava sotto la torre detta Serra frontis, oggi scomparsa, che faceva parte di un sistema di fortificazioni citato per la prima volta in un documento del 1201, ma sistemato e reso sicuro nel 1391 per volontà di Gian Galeazzo Visconti.
Da lì la strada scendeva al ponte sul torrente Braulio, poi, senza tornanti ma con una ampia curva, risaliva il versante opposto per raggiungere l'imbocco della valle della Forcola di Rims, superato il passo omonimo, affacciato sulla valle del Braulio, attraverso il passo di Umbrail e la valle Muranza scendeva a Santa Maria in Val Monastero.Nei pressi del passo, poco prima dell'inizio della discesa c'era una "hostaria", storicamente documentata dal 1496, che costituiva un sicuro ricovero per i viandanti soprattutto in inverno. Essa venne distrutta e successivamente ricostruita due volte nel corso del '600.


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Lungo questo itinerario passò Bianca Maria Sforza per andare incontro al suo sposo Massimiliano I d'Asburgo nel 1493, ancora vi passò Ludovico il Moro nel 1496, quando si recò a Mals per incontrare l'imperatore Massimiliano, probabilmente accompagnato da Leonardo da Vinci. Invece di scendere in Val Monastero, vi era la possibilità di salire fino al passo dello Stelvio e, con un percorso piuttosto accidentato, raggiungere Malles lungo la valle di Trafoi. Questo itinerario, percorribile solitamente solo alcuni mesi in estate, fu aperto nell'inverno del 1485, quando si scatenarono forti dissidi con gli abitanti della Val Monastero per ragioni commerciali. Fu utilizzato anche dal Duca di Feria nel 1633, quando, non volendo passare sul territorio dei Grigioni, con imponenti truppe raggiunse il Tirolo… Tra le merci trasportate era soprattutto il vino della Valtellina ad avere il posto d'onore nell'esportazione verso oltralpe, mentre veniva importato dal Tirolo il sale di Halstatt, considerato merce preziosissima, perché permetteva di conservare gli alimenti. Solo negli ultimi anni del XVIII secolo, anche a causa del clima più crudo, era infatti in atto la cosiddetta piccola glaciazione napoleonica, fu decretato ufficialmente l'abbandono della via di Umbrail a favore di quella di Fraele più comoda e sicura.”
Ecco quanto riporta, su questa fondamentale via, Giovanni Guler von Weineck, nella celebre “Raetia” (Zurigo, 1616):
“STRADA IMPERIALE. — Alquanto a monte deibagni, si addentra fra scoscese giogaie la via Imperiale, che poi insieme con la valle, si divide: la parte di sinistra prosegue verso il passo di Fraele e la diramazione di destra sale all'alto valico di S. Maria; ivi poi per l'assistenza dei viandanti, sorge un ospizio, sul versante di S. Maria in Val Monastero: ed esso al giorni nostri é più che mai fiorente, es­sendo frequentato non solo dagli abitatori dei due versanti della catena alpina, ma anche da coloro che dall'Italia, da Milano e dal ducato vanno nel Tirolo, nella Baviera, nell'Austria, nell'Ungheria, o ad altri paesi sul Danubio, come parimenti dal viandanti che di là ritornano,
Per un lungo periodo di tempo, durante l'autunno, l'inverno e la primavera, questa strada rimane sul giogo interrotta. Inoltre le lavine, o valanghe di neve che precipitano per lo scosceso pendio del monte, possono arrecare grave danno alle vite umane ed alle cose. Esse infatti trascinano seco in basso ciòche toccano, sconvolgendo e sradicando tutto ciòche ha vita; cosi, raramente, e solo chi non viene del tutto sepolto rimane ancora vivo; ma qualchevolta sopravvivono anche coloro che furono rapidamente scavati dalla neve.”
A conferma dell’importanza di questo nodo, possiamo ricordare, infine, un fatto storico che sicuramente colpì non poco l’immaginazione di quanti ebbero modo di assistervi. Correva l’anno 1493, ed il dominio degli Sforza sulla Valtellina e la Contea di Bormio era prossimo alla fine (nel 1500 sarebbero arrivati i Francesi, poi dal 1512 al 1797 le Tre Leghe Grigie). Ludovico il Moro, signore di Milano, pensava, però, di essersi saldamente assicurato il potere alleandosi con l’Imperatore Massimiliano degli Asburgo d’Austria. A suggellare l’alleanza, il matrimonio della duchessa Bianca Maria Sforza con l’imperatore stesso. Bianca Maria venne in Valtellina dal Lago di Como, il suo corteo, spettacolo davvero inconsueto ed ammirato, la risalì interamente, fino alla Magnifica Terra. Scrive Enrico Besta (“Le Valli dell’Adda e della Mera nel corso dei secoli”, Milano, Giuffè, 1964): “A dicembre, sfidando impavidamente le nevi, poteva sicuramente salir verso lo Stelvio Bianca Maria, sorella di Gian Galeazzo, incontro al regale suo sposo. Quella, che già i Bormiesi chiamavano regina, era il grazioso pegno della amicizia poco prima suggellata fra Massimiliano e Ludovico il Moro…. Tutti avrebbero fatto certo del loro meglio per non sfigurare presso la bionda e diafana signora, “bianca di perle e bella più che il sole”, che sbattuta ancora per la tempesta del lago era tuttavia dolce dispensiera di sorrisi a coloro che le mostravano amore… Si pensa che accanto alla duchessa Bianca fosse anche Leonardo da Vinci e che da quella diretta visione della Valtellina traesse le impressioni che manifestò descrivendola.
Fu fatta alla regina la migliore accoglienza quando partì, Bormio (aveva fatto riguardare a dovere la via dell'Umbrail) la volle anche accompagnata fino al giogo da ben arredati balestrieri.”
Ecco, infine, di nuovo la Guida CAI: “Il Giogo di S. Maria, (2512 m.). — Alla Quarta Cantoniera ha principio una buona via mulattiera che per il vicino Giogo di S. Maria, da alcuni detto anche Giogo di Bormio (2512 m.) scende nella Vai Muranza e poscia in quella di Monastero entrambe appartenenti al bacino dell'Adige. Anzi questa via, prima che si costruisse la grande strada dello Stelvio era quella che metteva in più diretta e più facile comunicazione la Valle del Braulío colla Valle dell'Adige; per essa so­levano passare gli eserciti che scendevano lungo la via del Braulio e Bormio. In tre oro si scende dalla Quarta Cantoniera a S. Maria (1388 m.); donde, per la buona strada carrozzabile che viene dall'Engadina, si può giungere in un'ora a Monastero che dà il nome all'amena valle, e poi, per una strada meno commoda, in quattro oro per Tauffers a Mals od a Glurns sull’Adige.”


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Arricchiti da queste ampie notazioni storiche, possiamo metterci finalmente in cammino: siamo a 2502 metri, dobbiamo raggiungere i 3033 metri della cima, affrontando, dunque, un dislivello di poco superiore ai 500. Calcoliamo un’ora e mezza circa. Lasciata l’automobile, percorriamo la stradina che porta alla Dogana svizzera (dobbiamo avere con noi la carta d’identità, altrimenti l’espatrio non è consentito). Accanto all’edificio della Dogana, si trova un bar. A lato del bar, un cartello annuncia la partenza del sentiero (sempre ben visibile e marcato) per il Piz Umbrail, la Lai da Rims e la Valchava. Ci accompagneranno segnavia bianco-rosso-verdi, spesso disegnati su paletti. Dopo il primo tratto di salita su un ampio dosso chiamato di Astras (siamo in territorio elvetico, a qualche decina di metri dal confine, che corre alla nostra sinistra), troviamo il primo di una serie di pannelli di carattere storico, che, nelle tre lingue tedesca, romancia ed italiana, illustrano diversi aspetti di quel tragico periodo in cui la pace di questi monti fu turbata dalla contrapposizione degli eserciti italiano ed austoungarico, osservata con non poca preoccupazione da quello della neutrale Confederazione Elvetica, durante la Grande Guerra (1915-1918).
Riportiamo le informazioni di questo primo pannello, che parla dell’occupazione svizzera del confine:
Immediatamente dopo la mobilitazione dell'esercito svizzero, avvenuta nell'agosto del 1914, le prime truppe vennero inviate al Passo Umbrailper la protezione del confine. Il 20 agosto 1914 il capo dello stato maggiore Theophti Sprecher von Bernegg (1850-1927) assegnò al colonnello Otto Bridler, comandante della brigata alpina 18, il compito di impiegare delle truppe nella costante osservazione del confine tra il Pizzo Garibaldi e la Punta di Rims. Il giorno in cui l'Italia dichiarò guerra alla monarchia austro-ungarica la consistenza della truppa di protezione al confine venne rafforzata con un battaglione di circa 950 uomini. Una compagnia si diresse verso il Pizzo Garibaldi, un'altra verso la Punta di Rims. Lo scopo era quello della difesa. La base logistica, come pure una terza compagnia, avevano sede al Passo Umbrail. La linea di confine venne resa visibile tramite una protezione di filo spinato. Quanto risulta strano è che l'unità posizionata al Passo Umbrail non aveva espliciti compiti difensivi. Singoli sottoufficiali facevano guardia al confine nel tratto doveun eventuale attacco da parte italiana risultava più probabile. E' solo possibile ipotizzare una spiegazione per questa suddivisione dei compiti. Partendo dal presupposto che la direzione superiore dell'esercito insolitamente aveva disposto in dettaglio quali rafforzamenti di truppe erano da collocare e dove, è ammesso dedurre la seguente motivazione: un eventuale attacco al confine svizzero da parte italiana avrebbe senza dubbio portato ad azioni militari tra Italia e Svizzera. Questo, a sua volta, avrebbe avuto come conseguenza la dichiarazione di uno stato di guerra tra le due nazioni e ciò era quanto si voleva assolutamente impedire.
A quasi un secolo di distanza, riesce difficile immaginare che questi luoghi, così solitari, luminosi e tranquilli, siano stati teatro di un gioco di equilibrio così complesso che vedeva la Svizzera spettatrice, suo malgrado, della storica contrapposizione fra Regno d’Italia ed Impero Austro-Ungarico. Spettatrice, in qualche modo, chiamata in causa, perché entrambi i contendenti sfruttarono la presenza di soldati svizzeri sul confine per disporre proprie postazioni in prossimità dello stesso, in modo che il nemico, per evitare il rischio di colpire forze dello stato neutrale, rinunciasse a spararvi contro.
Proseguendo nella salita, vediamo, alla nostra sinistra, tre postazioni fortificate che venivano usate come osservatorio dalla truppe elvetiche. Se, invece, leviamo lo sguardo in alto, proprio davanti a noi, vediamo la nostra meta, le cime gemelle del piz Umbrail levarsi alte e chiare, contro il cielo, quasi ad osservare con pietosa superiorità miserie e contraddizioni di quella che si riassume nel termine così controverso di umanità. Con diverse serpentine il sentiero guadagna quota, raggiungendo il limite superiore dell’ampio dosso erboso, fino a lambire il versante di sfasciumi che scende dal pizzo. Qui siamo ad un bivio, segnalato: mentre un sentierino piega a sinistra (si tratta del sentiero storico-militare 1914-1918), la traccia più marcata (qui il segnavia è bianco-rosso-bianco) prosegue verso destra, tagliando in diagonale il versante di sfasciumi. La pendenza si fa più impegnativa, ed il traverso ci porta ai piedi di una fascia di roccette, che il sentiero supera con alcune serpentine (qui è d’obbligo l’attenzione, perché terriccio e sassi minuti rendono sempre concreto il rischio di scivolare). Superato questo breve passaggio di un certo impegno, approdiamo ad un versante tranquillo, il largo crinale che dalla cima del pizzo scende in direzione nord. Pieghiamo, dunque, a sinistra e, seguendo i segnavia, saliamo, senza difficoltà, ad una piazzola dove è collocato un secondo pannello, che riporta la mappa delle postazioni svizzere lungo il confine. La traccia, sempre scavata negli sfasciumi, riprende a salire, tagliando un nevaietto. La cima è vicina, già la vediamo: aggirato un cono roccioso, affrontiamo l’ultimo tratto di salita prima di raggiungere la cima del pizzo, invero assai poco pronunciata, dal momento che dobbiamo affidarci alla rassicurazione di un cartello svizzero per essere certi di aver raggiunto i 3033 metri del piz Umbrail.


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Sulla cima, una piazzola abbastanza ampia per indurci ad una sosta tranquilla, è posto il terzo pannello, dedicato alla storia della guerra sul gruppo dell’Ortles, che di qui dominiamo con lo sguardo. Ne riportiamo il testo: “Sebbene la tematica degli avvenimenti sul fronte dell'Ortles venga trattata più approfonditamente nel tratto di sentiero "Tre Lingue", sulla cima del Pizzo Umbrail vogliamo comunque dare un breve sguardo a questa situazione. L'occupazione austriaca del Monte Scorluzzo nel giugno del 1915 portava come conseguenza il fatto che un'azione italiana di successo che passasse per lo Stelvio diventasse quanto mai improbabile. Pertanto gli italiani miravano ad aggirare il Passo dasud e a penetrare a Trafoi attraverso la Val Solda. Per via di questa intenzione le alture che dominavano gli assi di aggiramento vennero inbreve tempo occupate dagli austriaci. Gli alpini, da parte loro, occuparono creste e cime,per poter tenere sotto tiro da queste posizioni le vie di rifornimento austriache. Il fatto stesso di sopravvivere a queste altitudini, con ogni tempo, in estate e soprattuttoin inverno, richiedeva molte energie ai soldati impegnati. La lotta contro le tempeste, la neve, il freddo e le valanghe sacrificò molte più vittime rispetto alle vere e proprie azioni belliche nella zona del fronte.”
È bello riportare il medesimo testo anche nella lingua romancia, per gustarne il fascino e la musicalità: “Cumbain cha la tematica dals evenimaints a la front da l'Ortler gnarà trattada siil traget da la senda „TRAIS LINGUAS”, lain nus sclerir cuortamaing eir quista situaziun sü qua davent dal Piz Umbrail. L'occupaziun austriaca dal Monte Scorluzzo in gein dal 1915 ha gnü per conseguenzach'ùna acziun taliana cunter il Stelvio es dvantada vi e plü pac probabla. Percunter hanprovà ils Talians dad attachar las vals da Sulda e Trafoi da la vart dal süd. Per impedir quist gir intuorn il massiv da l'Ortler han ils Austriacs occupà fich svelt ils lös decisivs. Ils Alpini da lur vart s'han postats súls spis e pizs per pudair sajettar da là davent cunter las posiziuns e las vias da transport dals Austriacs.
Surviver süls spis e pizs, cun vent e strasoras, da stà e d'inviern, qual pretendaiva blerischem dals suldats. Il cumbat cunter orcans, naiv, fraid e lavinas han chaschunä daplü victimas co tuot las confruntaziuns da guerra a la front.”


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L’aspetto più prezioso del pannello, però, è rappresentato dalla guida al riconoscimento delle cime del gruppo dell’Ortles, che si dispiegano al nostro sguardo ad ovest. L’Ortles, innanzitutto, il gigante del gruppo, che, con i suoi 3905 metri, apre la carrellata, a sinistra, riconoscibilissimo anche per il cupolone nevoso che ne corona la sommità. Alla sua destra, tre piramidi eleganti e slanciate, anche se di dimensioni decisamente più piccole rispetto al signore del gruppo. Si tratta, nell’ordine, del monte Zebrù (m. 3735), del Gran Zebrù o Königspitze (m. 3851), posto su una linea arretrata rispetto alle altre due, e della Thurwieser (m. 3652). Proseguendo verso destra, si nota una cima che stona decisamente, per la sua forma a patata, con il profilo delle rimanenti: si tratta della Hintere Madatschpitze (m. 3403). Riprende, quindi, la sequenza delle piramidi, con la cima Tuckett (m. 3462) e la Kristallspitze (m. 3480). Ecco, poi, la cima degli Spiriti (Geisterspitze, m. 3467), decisamente meno pronunciata delle precedenti, con la sua base molto ampia interamente occupata da un ghiacciaio dal quale emerge appena la cima rocciosa. Molto ampia è anche la base glaciale del Monte Cristallo (m. 3434), che chiude la rassegna delle cime.


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Ovviamente il panorama che si può godere dalla cima del piz Umbrail non termina qui. Ne parla anche la già citata guida CAI:
Il Piz Umbrail (3034 m.). — Sormontando il dosso erboso che si alza a sud-ovest della Quarta Cantoniera, si trova, là dove i pascoli terminano, un buon sentiero che guida a destra verso lo sperone di roccie, e per una lunga scala lo sale. Poi, attraversate ripide frane di minuti detriti, volge a destra e gira la cresta, portandosi a settentrione di essa verso il lembo superiore d'un piccolo nevaio a moderata pendenza. Di là alla cima frastagliata, di solito spoglia di nevi, non vi sono che pochi minuti di salita facile. L'ascensione si può compiere in un'ora o mezzo dopo lasciata la Quarta Cantonierae la gran strada dello Stelvio. Forse non vi ha in tutta la cerchia dell'Alpi una cima al di sopra dei tre mila metri, che possa salirsi da chicchessia, anche senza guida, con sì poca fatica e così poco disagio. Eppure, per consenso di quanti lo visitarono in una giornata serena, il Piz Umbrail è uno dei più stupendi punti di veduta.


Apri qui una panoramica dal crinale Umbrail-Rims

Scorgonsi al nord-est le bianche cime del Gross-Glockner (3790 m.) e della Weisskugel o i ghiacciai dell' Oetzthal; poi volgendosi al sud il grandioso corteo di cime che attorniano quella suprema dell'Ortler, fra le quali spiccano il Madatsch coi suoi festoni di ghiaccio, la Königsspitze, il Monte Cristallo, e più lontano il Cevedale, e l'acuta punta del Tresero, quindi, più umili e più vicine, le Cime di Gobbetta o di Sobretta. All'ovest, al di là del Braulio o della pittoresca catena che conta fra le vette più eccelse la Cima de' Piazzi, il Pii Dosdè, e il piz S. Colombano, s'eleva da lungi l’immensa massa del gruppo Bernina. Verso il nord veggonsi le montagne dell'Engadina, e a piè del monto un azzurro laghetto. Il bellissimo panorama fu riprodotto in cromolitografia per cura del Club alpino svizzero, e riuscì uno dei migliori lavori di questo genere; misura intorno a due metri di lunghezza, enumera circa cento cime, o abbraccia buona parto dello sterminato nucleo centralo delle Alpi svizzere, italiane e tirolesi.
Da alcuni anni il Piz Umbrail ha moltissimi visitatori e molto gentili visitatrici.”
Se non siamo troppo distratti dalle eventuali gentili visitatrici (o distratte dai gentili visitatori) di cui parla la guida, possiamo riflettere, infine, sul problema dell’etimo di questa singolarissima cima.
Renzo Sertoli Salis, nel suo datato ma sempre utile studio sulle etimologie dei toponimi valtellinesi, individua in Umbrail la medesima radice di Bràulio, vale a dire il latino “umbraculum” (cfr. l’antico francese “ombrail”). L’Umbrail, dunque, come testimonierebbe anche la versione antica di “Ombraglio”, dovrebbe essere il monte che fa ombra. L’ipotesi è già avanzata nella già citata “Raetia” di Giovanni Guiler von Weineck (Zurigo, 1616), il quale scrive: “Questo gruppo di montagne, a cagione dell’ombra che proietta, fu denominato dagli antichi Umbrail; ma gli italiani più tardi, per ignoranza, lo chiamarono abusivamente Monte Braulio, così come i Latini l’avevano trasformato in Mons Brailius”. Ma non è da escludere la derivazione dagli antichissimi Umbri, che in età precristiana si spinsero probabilmente fino alla cima della valle dell’Adda.

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Si tratta, ora, di scegliere come proseguire l’escursione: tornare subito per la medesima via di salita all’automobile (chiudendo così la camminata nell’arco complessivo di poco più di due ore) oppure effettuare la splendida traversata alla punta di Rims? In questo caso i tempi complessivi sono più che raddoppiati, ma la soddisfazione sarà sicuramente impagabile. Unico elemento di riflessione: qualche passaggino richiede attenzione, e diventa addirittura sconsigliabile in presenza di neve (diciamo fino a giugno inoltrato).


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Come già visto, il lungo crinale che unisce le due cime appare, dalla Valle del Braulio, inaccessibile. Il versante svizzero propone uno scenario ben diverso, uno sterminato deserto di pietre di un grigio pallido e malinconico, che scende, con pendenza di volta in volta più o meno ripida, ai magri pascoli della solitaria Val da Lej, la quale ospita il ceruleo e misterioso Laj da Rims, legato ad una triste leggenda riportata in coda a questa relazione (il lago da qui non si vede ancora: appare durante la traversata). Un chiarimento, fin da subito: teniamo presente che dalla cima del pizzo parte un sentiero che scende proprio a questo lago. Ad esso si riferiscono, infatti, le numerose indicazioni “Rims” che abbiamo incontrato fin dalla salita alla cima. Ovviamente, non dobbiamo seguirlo, ma rimanere sul crinale, o poco sotto, appoggiandoci ovviamente al versante svizzero, seguendo il sentiero che effettua la traversata (ricompaiono i segnavia bianco-rosso-verdi). La traversata propone una serie di saliscendi (l’oscillazione di quota è di qualche decina di metri), passando dapprima sotto la cima gemella del pizzo (come abbiamo osservato salendo, esso è infatti caratterizzato da queste cime gemelle, la cui quota differisce di tre soli metri). Nella sua prima metà non propone alcun problema; nella seconda, invece, c’è qualche passaggio un po’ esposto (il primo è anche servito da corde fisse), resi più insidiosi dal terriccio e dai sassi minutissimi che ci espongono sempre al rischio di scivolare). Dopo le corde fisse, il sentiero si infila in alcune bizzarre formazioni rocciose (superiamo anche una curiosissima formazione che per un singolare fenomeno erosivo sembra un grande masso poggiamo magicamente su una sorta di piedistallo).


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Passiamo anche a monte di alcune fortificazioni italiane, ed un nuovo pannello storico spiega: “Buoni 500 metri ad est del luogo in cui ci troviamo era collocato un deposito dell'artiglieria italiana. Con i cannoni vicini alla Forcola di Bocchetta gli Italiani erano in grado di agire per circa 4 Km. oltre il confine dell'Impero (Trafoi)
Lungo una linea che portava dalla Bocchetta di Forcola attraverso il Monte Radisca fino alPasso dell'Ables fino alla fine della guerra erano posizionati più di 20 cannoni damontagna.
Questi luoghi dovevano essere difesi da attacchi nemici. Per questo vennero predisposte forti linee di fanteria per tutte le postazioni d'artiglieria. Queste postazioni di difesa erano naturalmente le più esposte al fuoco d'artiglieria nemico. Pertanto gli italiani cercarono di affiancare la loro linea il più possibile al confine svizzero, di sfruttare spazi non esposti alfuoco o di collocare le loro postazioni in caverne rocciose naturali.
Le postazioni di difesa si possono riconoscere bene ancor oggi. Vale la pena di effettuare una breve visita alle postazioni sul fianco — pochi metri a sud di questo punto.”
Ecco, di nuovo, la versione romancia: “Bundant 500 meters al ost da quistas rechattaiva ün sedur da posiziun da l'artigliaria taliana. Cun lur chanuns postats vicin a la Forcola di Bochetta tils reuschiva da trar fin var quatter kilometers sur il cunfin imperial oura (fin a Trafoi). Lung la lingia da Forcola di Bochetta sur il Monte Radisca fin al Passo d'Albes d'eiran vers la fin da la guerra daplii da 20 chanuns in posiziun. Quists sectuors vaivan da gnir protets d'attachas da l'inimi. Perquai d'eira davant l'artigliaria adiina Una ferma lingia d'infantaria. Quistas posiziuns da defaisa d'eiran fich expostas a las chanunadas da l'artigliaria inimia. Our da quel motiv han ils Talians drizzà aint lur Iingias da defaisa uschè dastrusch sco pussibel al cunfin svizzer obain in lós protets dal fö, per exaimpel in cuvels suotterrans. L'access a quists Itis da cumbat succedaiva sur foss da protecziun sgiirats tras Una rait da filfier cun spinas. Quistas posiziuns da defaisa sun amohoz bain visiblas. I vala la paina da far tin pitschen gir fin pro'Is lós da cumbat — pacs meters al süd davent da qua.
Avanti, ancora. In alcuni tratti oltrepassiamo anche la parte terminale di ripidi canalini che scendono ai pascoli della Valle del Braulio, contornati da spuntoni e pinnacoli di tutte le forme.
Lasciate queste bizzarrie che il gioco di vento ed acqua si sono concessi nei millenni, siamo all’ultima rampa che porta alla punta di Rims. Un chiarimento: a dispetto del nome, questa cima tutto ha fuorché della punta: è larga, arrotondata, si distingue appena. Prima della cima, ecco un nuovo pannello, che parla delle violazioni di confine e dei rapporti fra i soldati dei diversi eserciti:
“Sia da parte italiana che da parte austriaca si arrivò più volte alla violazione dellalinea di confine svizzera. La diretta vicinanza del corso delle trincee italiane sulla Punta di Rims potrebbe essere il motivo per cui le pattuglie, in condizioni di pessimavisibilità per sbaglio oltrepassassero il confine — inquesto tratto non segnalato. Di regola i soldati venivano mandati indietro con proteste. I disertori invece venivano trattenuti, mandati al commando del battaglione a S. Maria e da qui condotti fino a Samedan.
Ma qui veniva coltivato anche il commercio spicciolo diconfine che si svolgeva tra i soldati. Prodotti svizzeri perfumatori venivano scambiati volentieri con vino rossoitaliano oppure con la tanto agognata carne.
Un vivace scambio di merci avveniva anche tra austriacie italiani — certo prima dell'entrata in guerra dell'Italia - anche al confine imperiale sullo Stelvio.”


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Pochi passi ancora, e siamo ai 2947 metri della punta di Rims, dove ci accoglie l’ennesimo interessantissimo pannello storico. Eccolo.
Solo chi è in grado di stabilire metro per metro la linea di confine, può attribuire oggigiorno i resti di postazioni e di costruzioni visibili alle nazioni impegnate. Sull’altura della Punta di Rims si trovavano baracche che fungevano da alloggio per i soldati italiani e svizzeri, che proverbialmente erano state costruite muro contro muro. Ma anche le postazioni di difesa italiane lungo la linea di confine al Passo Umbrail e a Spi di Rims cercavano volutamente il contatto col vicino neutrale. Più prossimo si trovava infatti il confine svizzero, più diminuiva il pericolo che l’artiglieria austriaca prendesse sotto tiro queste postazioni. La neutralità veniva violata semplicemente sparando sopra il territorio nazionale svizzero. Allo stesso modo gli austriaci utilizzavano la vicinanza del confine neutrale svizzero nel tratto sul Pizzo delle Tre Lingue. Il rifornimento delle postazioni degli ufficiali svizzeri sulla Punta di Rims avveniva partendo dal passo di Umbrail, seguendo il confine e passando per Spi da Rims. Colonne di portatori dovevano far arrivare quotidianamente in questi luoghi generi alimentari, ma anche legna da ardere e da costruzione durante i brevi mesi estivi, al fine di ridurre possibilmente al minimo il fabbisogno di rifornimenti durante l’inverno. I soldati italiani sulla Punta di Rims approfittavano della vicinanza delle loro postazioni alla bocchetta di Forcola che poteva essere raggiunta attraverso una strada ben costruita. La restante linea di confine veniva resa sicura grazie a ronde di pattuglia di soldati svizzeri che giornalmente arrivavano fino alla Bocchetta del Lago e al Passo dei Pastori.”


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E, di nuovo, la versione romancia: “Be quel chi sa definir sül meter precis la lingia da cunfin, es in cas da dir a chenüna naziun cha las restanzas dais singuls posts e da las chamonnas appartgnaivan. Süll'otezza da Punta di Rims as rechattaivan per uschedir paraid cunterparaid las baraccas talianas e svizras. Mo eir ils foss da protecziun e da defaisa taliansd'eiran gnüts erets dal Pass Umbrail sur il Spi da Rims fich dastrusch al cunfin dal vaschinneutral. Plü damaniv chi's d'eira al cunfin svizzer, tant più pitschen d'eira il privel da gnirtoc da l'artigliaria austriaca. Listess sco's Talians han eir ils Austriacs profità da pudair eriger il chomp da la truppa sül Piz da las trais Linguas in vicinanza dal cunfin da la Svizra neutrala. Sch'üna da las artigliarias inimias traiva sur il territori svizzer via, gniva qual resguardàsco violaziun da la neutralità. Il provedimaint dal post d'uffizials sülla Punta di Rims succediva lung la lingia da cunfindavent dal Pass Umbrail sur il Spi da Rims. Culuonnas da transport portaivan minchadi mangiativas, material da fabrica e dad arder fin sü quist lö da chantun dal dispositiv svizzer. Quai gniva fat ouravanttuot dürant la stà. Ils sudats talians siilla Punta di Rims vaivan l'avantag d'esser in vicinanza da las posiziuns da cumbat Bochetta di Forcola chi vaivan üna buna via d'access. La lingia da cunfin da Bochetta del Lago fin al Passo dei Pastori gniva controllada mincha di da patruglias svizras.”


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Dal triste panorama delle cose umane a quello confortante della natura: il colpo d’occhio, da qui, è assai simile a quello che si gode dal piz Umbrail, ed è quindi anch’esso incredibilmente ampio e suggestivo, spaziando dalle cime della Val Monastero fino alle Alpi bavaresi, a nord, al gruppo dell’Ortles-Cevedale a nord-est; a sud fa capolino la cima Piazzi, poi il gruppo del Bernina, poi le alpi dell’Engadina, quindi le cime del Livignasco. Ma ciò che attrae maggiormente lo sguardo è lo stupendo laghetto di Rims, le cui acque di un azzurro intenso, come perla o, ancor più preziosa lacrima, stanno sulla soglia dell’ampio terrazzo della Val da Lai.
E l’etimo? La denominazione di Rims è probabilmente riconducibile alla voce retica “rimes”, che significa “fessura”, “spaccatura”, “apertura”, e ben si addice a questa larga sella che introduce all’alta Valle del Braulio.


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La seconda parte di questo anello prevede la discesa dalla cima all’alta valle della Forcola di Rims (che si imbocca dalla Valle di Fraele), e precisamente al bocchetta della Forcola, che ci riporta in Valle del Braulio.
Torniamo, dunque, in Italia, perché il sentiero della discesa lascia, su versante di sinistra, la cima e scende con un primo traverso (fino ad un paletto con segnavia bianco-rosso-verde), per poi piegare a sinistra ed effettuare un più lungo traverso che si conclude ad un bel terrazzo panoramico sul crinale che si affaccia alla Valle del Braulio. Qui pieghiamo a destra e seguiamo per un tratto il crinale, superando due nevaietti. Il sentiero, quindi, si allarga a carrareccia, che scende, con qualche tornante, fino al rudere di un’ex caserma, ancora in buone condizioni ed utilizzata come ricovero (m. 2743). Di qui saliamo alla pista risale l’intera Valle della Forcola di Rims e, procedendo a sinistra, siamo in breve alla bocchetta di Forcola o meglio, con nome più suggestivo, la forcola di Rims (m. 2768).
Alle nostra spalle l’alta Valle della Forcola mostra tutta la sua bellezza sfoderando un ricco gioco di sfumature cromatiche, dai grigi pallidi ai verdi saturi, dalle tinte ocra a quelle del grigio più cupo. Di fronte a noi si apre non solo l’alta Valle del Braulio, ma anche un ottimo scorcio del gruppo dell’Ortles-Cevedale.  Troviamo, oltre ad un cartello dell’alta Via della Magnifica Terra, un cartello del Parco Nazionale dello Stelvio che dà la IV Cantoniera a 50 minuti. Ci inseriamo, dunque, nella famosa via storica dell’Ombraglio, di cui abbiamo detto all’inizio della presentazione. Di passò, dunque, Bianca Maria Sforza; di qui passò anche, il 4 agosto 1906, il valente alpinista e naturalista Bruno Galli Valerio, che così scrive della traversata dalla Valle della Forcola a quella del Braulio (in "Punte e passi", traduzione dal francese di Luisa Angelici ed Antonio Boscacci, Sondrio, 1998):
"...Raggiungiamo alle cinque e venti il sentiero che risale la Valle della Forcola. Il tempo si è fatto splendido. Alla Baita dei Pastori, ci ristoriamo con un po' di latte di capra. Risalendo al passo della Forcola, volgiamo lo sguardo verso il Schumbraida. Esso ci presenta la sua enorme parete grigia, che cade a picco verso la valle della Forcola. Dietro la sua cima si nasconde il sole e gli dà l'aspetto di un enorme vulcano. Alle sette e venti siamo sul passo (2900 m.). Grandi ombre si stendon nella valle. Sotto i raggi del sole morente, i ghiacciai dell'Ortler e del Cristallo mandano nell'aria mille scintille. Una malinconia profonda mi prende. Mi passan nella mente alcune strofe di una poesia senza rima nè verso, scritta in un momento di grande sconforto:
O nevi che brillate
sotto il sole che muor,
nell'ore desolate
datemi un po' d'amor. (in italiano nel testo, ndc)
Sì, sì, datemene nei momenti di sconforto infinito, nell'ore di dubbio; apparite davanti a me, cime indorate dal sole che muore, sopra le ombre profonde delle valli e della vita!
Scendiamo per pascoli alla terza Cantoniera. Non c'è alloggio, e lungo la strada polverosa raggiungiamo la quarta Cantoniera. Sono le otto di sera. La luna rischiara lo splendido paesaggio. Rinaldi esprime l'idea che domani passeremo la giornata oziando al passo dello Stelvio; è anche molto sorpreso quando gli do gli ordini per fare il giorno dopo il passo dell'Ablès e scendere a Bormio."
Troviamo qui anche l’ultimo pannello storico:
I preparativi alla guerra nell'anno 1915 sia da parte italiana che da parte austriaca erano indirizzate alla difesa del territorio. Il raggio d'azione dei cannoni d'artiglieria era insufficiente per azioni offensive. In relazione a questo fatto entrambi gli avversari dovevano raggruppare diversamente la loro artiglieria e posizionarla rispettivamente più vicina al confine.
Più di 20 cannoni italiani con un raggio d'azione fino a 9000 metri si trovavano in sequenza su una linea che andava dalla Bocchetta di Forcola fino al Monte Radisca, passando per il Monte Braulio. Nella valle del Braulio, poco distante dalla 2. Cantoniera, si trovavano ulteriori posizionamenti. Sul pendio opposto le linee di posizione passavano in alto dal Filone del Mot e arrivavano ai piedi del Monte Scorluzzo. Sul Passo d'Ables, infine, venne piazzata la posizione d'artiglieria del "Gruppo artiglieri Forcola", maggiormente a sud. Da queste posizioni fu possibile per gli italiani, a partire dal 1916, agire fino a Trafoi equindi tenere sotto tiro le basi logistiche e i sentieri utilizzati per il rifornimento dalle truppe austriache.
Un secondo gruppo d'artiglieri detto "Valfurva" copriva le posizioni a nord e a sud della Val Zebrù. II suo raggio d'azione arrivava fino a Trafoi e alla Val Solda.”
Rientriamo, dunque, nell’alta Valle del Braulio. Dalla bocchetta parte un largo sentiero che taglia il versante dei pascoli ai piedi della linea Umbrail-Rims. Dopo un tratto in discesa, ci attende un buon tratto in cui si risale, anche se con pendenza modesta. Davanti a noi ottimo è il colpo d’occhio sul giogo di Santa Maria e sul Passo dello Stelvio. Terminata la salita, un’ultima discesa ci riporta alla IV Cantoniera dello Stelvio ed al parcheggio dove abbiamo lasciato l’automobile.
Qualche conto: abbiamo camminato circa 4 ore e mezza e superato un dislivello in salito valutabile approssimativamente in 700 metri.

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LEGGENDE DI LAJADIRA (O DEL LAGO DI RIMS) E DI MARIA DE NESINIS

I luoghi dell’Ombraglio sono luoghi dell’ombra, l’ombra malinconica della leggenda di Lajadira. La raccontiamo con le medesime parole di Tullio Urangia Tazzoli, ne "La contea di Bormio – Vol. III – Le tradizioni popolari” (Anonima Bolis Bergamo, 1935):
“Oltrepassati i Bagni Vecchi di Bormio si giunge al vallone del Braulio in vista di Boscopiano. Da queste località dirigiamoci alla lunga brulla e solitaria valle della Forcola la cui mulattiera era grandemente battuta nel Medio Evo giacchè pel colle della Forcola, girando a sud di punta di Rims e di Piz Umbrail, per la zona alta prativa del vallone del Braulio e pel giogo di S. Maria e la valle Muranza si scendeva nella ladina valle di Monastero e, di lì, all'Engadina, al Tirolo ed in Germania. Risaliamo, ancora noi, la valle della Forcola e, lasciata a destra la punta di Rims, per il valico secondario del passo dei Pastori in breve ora saremo al solitario grande lago di Rims quasi incavato nei fianchi della montagna omonima e chiamato, in ladino "Lago del Deserto„ (Lay da Rims). Il luogo è, infatti, assai triste e solitario.
Quali lamenti ci giungono, col vento delle alpi, dalle rupi brulle che attorniano il lago? Sembrano gemiti umani e sono gemiti di anime sconsolate: le anime della principessa Lajadira e del suo fedelissimo trovadore. Porgiamo orecchio alla dolorosa storia d'amore. In un paese di sole ove fioriscono gli aranci, i cedri e i lauri, sulle rive di un grande lago, nel paese della Lajadira, viveva una principessa bella, bionda e gentile. Nei miti vesperi e nelle mattinate profumate di viole soleva la principessa trascorrere ore dolcissime sul grande lago dalle profondità di cobalto mentre il fido trovadore, a suoi piedi, nella piccola gondola, intonava sul liuto, per lei, la gondoliera d'amore:
Dorme il lago, queta è l'onda, vieni o mia fanciulla bionda...
È già pronta la barchetta, vieni al lido ove ti aspetta...
Queta è l'onda...
Vieni o mia fanciulla bionda ...
Così cantava il liuto ed il sottile filtro d'amore penetrava più acuto del profumo dei cedri e degli oleandri fioriti nel cuore della giovane principessa. Venne al castello della Lajadira più volte un re nordico a chiederla in isposa. Egli giungeva dai paesi oltre 'la catena alpina "Le Sette Montagne di Vetro,,. Potente era il re ed alle sue reiterate richieste e per volere del padre la principessa dovette sposarlo. Il menestrello fedele, pazzo d'amore e di dolore, intonò tristamente e dolcissimamente la gondoliera sul diletto liuto in ogni ritrovo e questa divenne famosa in tutti i castelli della Lajadira ed assai ancor più lontano....
Passavano gli anni e la principessa viveva al di là delle "Sette Montagne di Vetro„ circondata di lusso e di onori ma non di affetto. Nel regno umido, freddo e ventoso ella languiva dì nostalgia pel suo paese e di male d'amore: "la grande passione „; così quel male venne dai medici reali definito. Invano la principessa si fece costruire un laghetto e da una barca si fece cantare la gondoliera tanto e tanto amata! Furono pure dipinte, su grandi quadri, le bellezze della Lajadira perché la principessa potesse ricordarle e rivivere le ore felici di un tempo. Tutto fu inutile: il male non aveva rimedio. Esso crebbe a dismisura quando un vecchio troviero venne alla corte e narrò del menestrello celebre per la sua gondoliera e come quegli, disperato d'amore, si fosse fatto soldato e morto in terra lontana. La principessa da quel giorno non ebbe più pace: una mattina la trovarono bianca e fredda nel suo letto, uccisa dalla "grande passione „. Così riportano le cronache reali del grande regno nordico al di là delle Sette Montagne di Vetro... Amore di terra lontana...
Ma la leggenda non finisce nel nord umido e freddo. Dopo la morte della sua principessa la Lajadira non ha più fiori ma dirupi e ghiaie e nevi. Essa s'è trasportata dai paesi del sole sui confini del Bormiese, presso il lago deserto, Le Lay da Rims, ove fra quei dirupi e fra quelle onde protette dalla fata alpina Artelusa vivono le anime del trovadore morto in guerra e della povera regina innamorata. L'eco del lago, a volte, ripete la dolce gondoliera d'amore : "Dorme il lago, quieta è l'onda — vieni, o mia fanciulla bionda ...„ e il vento delle alpi, soffiando tra i brulli abeti, reca il lamento delle due anime innamorate che in vita non ebbero nè pace nè felicità...”
Ombre di malinconia toccano anche un’altra storia, legata alla chiesetta di San Ranieri, che abbiamo incontrato salendo in Valle del Braulio. Ce la racconta sempre l’Urangia Tazzoli: “Lasciamo il triste e patetico lago di Rims e per la val Van, anzichè per la rotabile lunga e noiosa di valle Muranza, giungiamo in breve a S. Maria di Monastero ed a Monastero (Manster) in territorio ladino e grigione. Quivi sorgeva e sorge l'antico convento che diede nome al borgo e che segnò l'alba e l'epilogo di due altre storie d'amore. Esse si svolsero, in parte, in Bormio ed i protagonisti furono bormiesi. Le vicende che narreremo sono ormai molto lontane e su di esse la leggenda "operatrice eterna „ tessè la spola e ne formò la trama con caratteri però ben distinti nelle due storie amorose.
Nel monastero di Münster solevano le gentildonne bormiesi ritirarsi per la loro educazione e per vivervi vita tranquilla e molti nomi delle migliori famiglie della Magnifica Terra sono colà ricordati. Sul finire del secolo XVIII vi fece i voti e si raccolse in meditazione, pia e dolente, Maria De Nesinis dopo il feroce assassinio dell'amato Silvestri, poeta e giovane ardente, illuso compagno del conte Lechi. A questo amore che fioriva in quelle due anime ed a cui arridevano le migliori speranze si aggiunsero a rattristare vieppiù la pia Maria le dolorose vicende del nobile don Filippo, suo fratello, e la morte della adorata madre contessa Maria Antonia De Mòhr. Don Filippo, il fratello prediletto, che poteva fare angosciato dal terribile male che lo tormentava senza speranza se non che ritirarsi quale cappellano, in penitenza e solitudine, nell'oratorio di S. Rainieri, sulla strada dello Stelvio, presso il colle di S. Maria di Monastero? Colà, da quelle solitudini fra rupi e nevi eterne, egli poteva almeno qualche volta scendere a Monastero e salutare la dolce sorella, pia e dolce sorella che cercava nella religione e nel silenzio di dimenticare i dolori acerbi del cuore!...”

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CARTA DEL PERCORSO sulla base della Swisstopo, che ne detiene il Copyright. Ho aggiunto alla carta alcuni toponimi ed una traccia rossa continua (carrozzabili, piste) o puntinata (mulattiere, sentieri). Apri qui la carta on-line

Mappa del percorso - particolare della carta tavola elaborata da Regione Lombardia e CAI (copyright 2006) e disponibile per il download dal sito di CHARTA ITINERUM - Alpi senza frontiere

GALLERIA DI IMMAGINI

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