ESCURSIONI IN VAL MASINO - CARTA DEL PERCORSO


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Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Valbiore-Sasso Bisolo-Scermendone basso ed alto-Granda- Valbiore
7 h
900
E
SINTESI (percorso escursionistico). Da Cataeggio poseguiamo salendo in Val Masino ed oltrepassando la stretta di Filorera, per poi lasciare la strada principale e prendere a destra (strada per Preda Rossa). Acquistato il pass di transito all'apposita macchinetta, saliamo in automobile fino a Valbiore, dove parcheggiamo prima del ponte. Oltrepassato il ponte, cerchiamo la partenza del sentiero (alternativo alla carozzabile) che riattraversa da destra a sinistra la valle ed intercetta la carozzabile poco prima della piana di Sasso Bisolo. Raggiunto l'ingresso alla piana di Sasso Bisolo (m. 1500), scendiamo verso destra passando fra le baite dell'alpe e proseguendo in direzione del limite opposto (rispetto a quello di ingresso, cioè verso est) dei prati. Dopo una breve macchia, il sentiero porta ad un ponte sul torrente che sta alla nostra destra. Oltrepassato il ponte, saliamo sul sentiero (rari segnavia) che con qualche tornante porta alle baite della località Corticelle (Curtiséi, m. 1546), e prosegue, salendo, alle loro spalle, in una breve macchia, prima di piegare a sinistra, uscire all'aperto e superare un primo valloncello, raggiungendo i prati della baita di quota 1762. Superato un secondo valloncello, entriamo per un buon tratto in bosco di larici, prima di raggiungere il limite inferiore dei prati immediatamente a valle dell'alpe. Da qui saliamo, puntando la baita solitaria che sta sulla nostra verticale, fino a raggiungere, attraversato un breve corridoio, la soglia del pianoro di Scermendone basso, trovandoci a destra della casera (m. 2050). Procediamo diritti e troviamo sul lato destro un marcato sentiero che, dopo pochi tornanti, porta a Scermendone alto, a poca distanza dalla chiesetta di San Quirico (San Ceres, m. 2137). Prendiamo ora a destra, percorrendo l'intero alpeggio su marcato sentiero verso sud-ovest, passando per una pozza e la casera di Scermendone. Sul lato sud-occidentale dell'alpeggio siamo di fronte alla modesta elevazione del monte Scermendone. Procediamo verso il poggio boscoso eprendiamo a sinistra, aggirandolo sul fianco grazie ad un sentierino dalla traccia debole. Dopo poche decine di metri, appena possibile, volgiamo a destra e risaliamo il ripido fianco del versante alla nostra destra. La salita è molto breve e ci porta sul crinale. Prendendo a destra, siamo quasi subito alla cima quotata 2127 metri, il monte Scermendone. Torniamo indietro al limite sud-ovest dell'alpe Scermendone e scendiamo verso destra, ad una fascia di prati con una baita semidiroccata. Scendiamo al limite inferiore del prato antistante, tagliandolo in diagonale verso destra, e troveremo un sentierino che scende, con qualche ripido tornante, al tratturo sopra citato, che scende diritto (ad eccezione di una doppia coppia di tornantini), in direzione sud-ovest ed all'ombra di una splendida pineta, uscendo alla parte alta dei prati dell’alpe Granda (m. 1680). In breve siamo al rifugio Alpe Granda. Dobbiamo ora trovare, con molta attenzione, il sentiero che scende alle baite della Taiada. Procediamo, dunque, così: dal rifugio scendiamo tagliando in diagonale l'alpe, lasciando a sinistra una baita solitaria che si trova più in basso, piegando leggermente a sinistra e seguendo il corridoio erboso che le passa vicino (procediamo nella direzione di un cartello che indica "Valbiore - Filorera", avvicinandoci gradualmente al limite del bosco). Raggiunto, dopo qualche decina di metri, il limite del bosco che si affaccia sulla Val Masino, cerchiamo, con attenzione, il segnavia rosso-bianco-rosso sul tronco di un larice, che segnala un sentierinino il quale scende, verso nord-ovest, fino alle panoramiche baite della. Una volta scovato, il sentiero non lo si perde più, ma va evitata ogni discesa a vista nel bosco. Usciamo dopo qualche tornante dal bosco alla parte alta dei prati della Taiada (m. 1492). Scesi alle baite, sul limite basso dei prati, ci portiamo a destra ed imbocchiamo l'evidente sentiero che taglia il versante boscoco e termina alla carozzabile che da Valbiore sale all'alpe sasso Bisolo. Scendendo verso sinistra dopo un tornante torniamo al ponte ed all'automobile.

La Val Masino è fra le più note, nell’arco retico, per le opportunità alpinistiche ed escursionistiche offerte alla numerosa compagine dei suoi estimatori. Molto minori, purtroppo, sono invece le possibilità riservate agli amanti della mountain-bike, in quanto, al di là della percorribilità delle strade che vi si inoltrano fino ai centri di Cataeggio (cata(i)öc’), di San Martino (san martìn) e dei Bagni di Masino (i bàgn), vi è una sola possibilità di un contatto più ravvicinato con i suoi celeberrimi scenari di alta montagna, ed è offerta dalla strada costruita dall’ENEL negli anni Sessanta, quando venne elaborato il progetto, poi rimasto sulla carta, di costruzione di una grande diga nella piana di Preda Rossa. Ed è proprio alla celeberrima piana, adagiata, ad oltre 1900 metri, al cospetto della parete sud del monte Disgrazia, che la strada conduce.
Partiamo, dunque, da Cataeggio, centro amministrativo della valle, posto, a 787 metri, proprio laddove dal suo tronco principale si stacca la valle di Sasso Bisòlo, il cui prolungamento è costituito dalla terminale valle di Preda Rossa. Attraversiamo il paese e saliamo alla contigua frazione di Filorera, dove troviamo la deviazione a destra segnalata dai cartelli che indicano il rifugio Ponti. Attraversato il torrente Masino (èl fiöm) in prossimità del nuovo complesso Polifunzionale della montagna, acquistiamo (se siamo in automobile) all'apposita macchinetta il ticket giornaliero di transito e seguiamo la comoda strada che risale il fianco sinistro (per noi) della valle di Sasso Bisòlo, raggiungendo, dopo alcuni tornanti, quella sorta di cimitero di grandi massi rappresentata ora dalla località Valbiore (valbiórch), investita, in due tempi successivi, da una grande frana. Qui, a 1234 metri, possiamo parcheggiare l’automobile, per salire in sella alla bicicletta e percorrere una pista che, attraversato il torrente, risale il fianco opposto della valle, fino ad una galleria che, pur non essendo molo lunga, presenta il doppio inconveniente di non essere illuminata (una torcia si rende, quindi, necessaria) e di non essere ancora stata posta in sicurezza (pezzi di copertura si sono già staccati, per cui è necessario munirsi di un casco). Tutto sommato sarebbe, quindi, preferibile bypassarla, imboccando, da Valbiore (valbiórch), il vecchio sentiero per il rifugio Ponti, che conduce poco più a monte della galleria stessa, anche se ci impone di condurre a mano la bicicletta. Poco oltre l’uscita della galleria si trova un ponte, che ci riporta sul lato sinistro (per noi) della valle.
 La pista, qui, viene intercettata dal sentiero che sale da Valbiore (valbiórch) e, dopo un tornante sinistrorso, si congiunge con la strada asfaltata. La frana di Valbiore (valbiórch), infatti, ne ha seppellito quel troncone compreso fra la località e questo punto. Ci accingiamo, dunque, ad entrare nel cuore della riposante valle di Sasso Bisolo (val de sas besö), dove potremo incontrare, ai lati della strada o sulla carreggiata, mucche e itellini intenti ad un pascolo tranquillo.
All’ingresso della piana siamo accolti da un’atmosfera di grande raccoglimento: la valle ci appare protetta dai fianchi boscosi e dalle quinte terminali, ultimo bastione di rocce e conifere che ci separa dalla piana di Preda Rossa. Un’ampia conca verdeggiante ospita il pascolo di miti animali e qualche fumo che si alza pigro lascia indovinare l’attività antica e quieta di un casaro. Difficile resistere alla tentazione di fermarsi e respirarne profumi e colori. Sulla sinistra della strada si trova anche il rifugio Scotti (m. 1500), ottimo punto di appoggio per chi volesse cimentarsi in un più ampio circuito, distribuito su due giornate (vedi la variante in calce a questa scheda). La strada, superata la sbarra dell’ENEL, si avvia alla serie di tornanti che vincono i ruvidi bastioni boscosi che si frappongono fra la valle e la piana di Preda Rossa.Le pendenze sono abbordabili, il fondo molto buono: è un vero piacere esercitare i propri garretti su strade di questo genere, magari in un giorno feriale, in alta o bassa stagione, quando la solitudine accompagna con la sua discreta seduzione il fascino di questi luoghi di straordinaria bellezza. Sul lato sinistro della valle, in particolare, le selvagge cascate di granito della laterale val Vicima ci restituiscono interamente quel senso di severo monito che rende unico il clima della Val Masino. Poi, improvviso, dopo un ultimo tornante, appare, regale ed imponente, il profilo del monte Disgrazia, a chiudere lo scenario di una nuova valle, di un nuovo orizzonte aperto, proprio quando sembrava che potessimo essere sazi di bellezza.
E’ difficile contenere un moto di sorpresa, soprattutto per chi lo vede per la prima volta: sembra lì, imperioso e solenne, eppure ci vorrebbero due-tre ore di cammino per raggiungere il piede dei suoi contrafforti (accompagnati, s’intende, da una guida alpina). Se possibile, evitiamo di salire fino a qui nei giorni festivi o in piena stagione: ci risparmieremo il fastidio di trovare i primi prati ridotti a maxi-parcheggio e di udire il multiforme vociare di uno stuolo di turisti intenti ad allestire pic-nic, a sonnecchiare o a rinfrescare i piedi nelle acque del torrente. La piana di Preda Rossa è appena lì dietro, oltre un breve gradino e qualche masso, alle soglie dei 2000 metri: un incanto, una quiete infinita, un sogno. Percorriamola, tranquillamente, seguendo una traccia che la attraversa proprio nel mezzo: alla fine incontreremo il sentiero che sale al rifugio Ponti. Torniamo indietro e percorriamo una pista che ne segue il limite di destra e poi sale: guadagneremo un secondo e più piccolo pianoro, una piccola perla, dove il torrente che scende dal ghiacciaio di Preda Rossa indugia e, quasi, si ferma. Alla nostra destra il fianco tormentato e riarso dei Corni Bruciati. Di fronte, la dorsale impressionante della grande morena centrale.
Ma è tempo di por fine a questo divagare, per tornare sulla traccia del nostro circuito. Di nuovo al punto in cui termina la strada, dunque: troveremo, sulla destra per chi entra nell’antipiana, un ponte che attraversa il torrente.Oltre, un sentiero, segnalato, scende ad un valloncello e poi taglia il fianco di una grande frana scesa dal Sasso Arso. Dovremo, qui, condurre la bicicletta a mano, fino a che, varcato un secondo ponticello, raggiungeremo l’alpe di Scermendone basso (m. 2000). Portiamoci, ora, sul limite meridionale dell’alpe, tagliandola nei pressi del piccolo sperone che la delimita ad ovest e lasciando alla nostra destra la sua baita. Troveremo una larga mulattiera che sale, con qualche tornante, verso l’alpe di Scermendone alto: possiamo affrontarla risalendo in sella, fino a raggiungere, a 2130 metri circa, il limite nord-orientale del lunghissimo dosso di Scermendone, in prossimità del bivacco Scermenone e della chiesetta di san Quirico.
Il dosso, che costituisce il largo crinale che separa la Val Masino dalla media Valtellina, è estremamente panoramico: da questo balcone privilegiato lo sguardo spazia non solo sulle più famose cime della valle dell’Oro e della Val Porcellizzo (Val Masino), sulla piana di Preda Rossa e sul monte Disgrazia, ma anche su buona parte della compagine orobica. Se saliremo all’alpe la terza domenica i luglio, la troveremo in parte occupata da escursionisti che si ritrovano per bivaccare e celebrare la festa di san Quirico. Sempre in sella, percorriamo, seguendo le tracce di sentiero, l’alpe: dopo una lunga traversata, ci troveremo al suo limite di sud-ovest, in corrispondenza della casera di quota 2103.
Individuiamo l’ultima e semidiroccata baita dell’alpe, scendiamo al limite inferiore del prato antistante e troveremo un sentierino che scende, con qualche ripido tornante, ad una pista più larga (variante, più semplice: possiamo imboccare la pista fin dalla sua partenza trovandola a sinistra - cartello - di una baita isolata con un caratteristico microlaghetto nel quale si specchiano Disgrazie a Corni Bruciati, più o meno a metà dell'alpe Scermendone). Qui potremo risalire in sella e, seguendola verso destra, calare, dopo una lunga discesa, all’alpe Granda (m. 1680), prestando un po' di attenzione, perché il fondo è, in alcuni punti, sconnesso e la pendenza variabile (a tratti quasi pianeggianti si alternando discese ripide; il tratturo procede sempre diritto, ad eccezione di una doppia coppia di brevi tornanti sx-dx che si trovano nella prima parte).
Dal limite di sud-ovest dell'alpe Scermendone è', però, anche possibile procedere così: percorriamo il largo crinale dell'alpe verso sinistra (nord-est), in direzione del monte Disgrazia, superando una prima casera e portandoci ad una seconda più piccola baita, davanti alla quale si stende un microlaghetto nel quale il monte Disgrazia non disdegna di specchiarsi. Pieghiamo, ora, a destra, cioè portiamoci sul limite dell'alpe che guarda alla media Valtellina: troveremo facilmente il punto di partenza del tratturo che scende all'alpe Granda. Appena usciti dal bosco, vediamo, alla nostra sinistra, il nuovo rifugio Granda, che, costruito interamente in legno, si intona perfettamente all'atmosfera splendida di questo terrazzo panoramico. Anche quest’alpe può essere percorsa interamente, fino al limite opposto, quello sud-occidentale. Procedendo oltre il rifugio, sul lato sinistro dell'alpe, troviamo una baita isolata; poco più avanti, sulla sinistra, si trova il piccolo slargo al quale giunge una pista carrozzabile che sale dalla località Our: potremmo sfruttarla per scendere sul fondovalle, a Buglio o Ardenno, ma questo dilaterebbe di molto l'anello. Procediamo, dunque, così: dal rifugio prendiamo a destra, tagliando in diagonale l'alpe e raggiungendo, dopo qualche decina di metri, il limite del bosco che si affaccia sulla Val Masino. cerchiamo, con attenzione, il segnavia rosso-bianco-rosso che segnala un sentierinino il quale scende, verso nord-ovest, fino alle baite Taiada ("taièda", m. 1492).
La discesa può essere effettuata, almeno in parte, rimanendo in sella; è però essenziale trovare il sentiero e non scendere a vista: nei boschi della Val Masino i “fuori pista” possono portare all’esperienza estremamente spiacevole di chi si trova “incrapelato”, cioè intrappolato in mezzo a rocce (crap) fra le quali non si sa più districare. Dal ripido prato che sovrasta le baite scendiamo all’ultima baita di destra: nei suoi pressi troveremo un sentiero che, sempre verso destra (nord-est) si inoltra nel bosco e comincia una lunga traversata che, tagliando una buona parte del fianco montuoso, ci riconduce alla pista che da Valbiore (valbiórch) sale verso Sasso Bisolo (l'alp). Questa discesa deve essere effettuata conducendo la bicicletta a mano, con qualche cautela in alcuni passaggi. Dalla pista, raggiungere l’automobile è un attimo. Postilla: questo circuito può, ovviamente, essere percorso anche a piedi, purchè si sia ottimi camminatori: richiede, infatti, circa 7 ore di cammino.
Variante
: se abbiamo due giorni, possiamo effettuare un circuito più ampio con partenza ed arrivo ad Ardenno. Da Ardenno, il primo giorno, raggiungiamo Cataeggio, e da qui il rifugio Scotti, dove possiamo pernottare. Il secondo giorno saliamo a Preda Rossa ed a Scermendone alto, per poi scendere all’alpe Granda; qui, però, oltrepassato il rifugio, invece di portarci sul lato destro dell’alpe, portiamoci su quello sinistro, al punto di partenza della pista sterrata sopra citata, che scende verso Our (maggengo a monte di Buglio); dopo un tornante destrorso ed un secondo tornante sinistrorso, raggiungiamo il punto nel quale la pista si immette sulla strada asfaltata che da Buglio sale ad Our. Possiamo, ora, scegliere se percorrere la strada fino a Buglio, scendendo infine ad Ardenno, oppure prendere, a destra, una pista con fondo sconnesso, che porta al maggengo di Erbolo (m. 1180), a monte di Ardenno. Proseguendo nella discesa, raggiungiamo la frazione di Gaggio e di qui torniamo, su strada asfaltata, ad Ardenno.
Lasciamo, ora, la mountain-bike e rivolgiamoci agli amanti delle camminate, illustrando come raggiungere la cima del pizzo Mercantelli (sciöma dè mercantéi). Si tratta della seconda elevazione (dopo la cima di Granda) sul lungo crinale che separa Valtellina e Val Masino, e che culmina nell'alpe Scermendone e nella cima di Vignone. La via più semplice per raggiungerlo parte dalla strada che congiunge i maggenghi di Our di Fondo e Our di Cima, sopra Buglio: all'ultimo tornante destrorso prima di Our di Cima possiamo lasciare l'automobile e percorrere la nuova pista che conduce all'alpe Granda. Una volta raggiunta l'alpe (possiamo salirvi anche con l'automobile, ma lo slargo al termine della pista è piuttosto ridotto, per cui potremmo trovare problemi di parcheggio), prendiamo a destra (nord-est), raggiungendo il nuovo rifugio Alpe Granda (non lo vediamo subito, in quanto è nascosto da una macchia di abeti) ed imboccando il tratturo per l'alpe Scermendone, che sale dal rifugio verso nord-est, immergendosi subito nel bosco.
Descriviamo, così, una lunga diagonale, che ci porta, superata una croce in legno, ad una doppia serie di due brevi tornantini, gli unici della pista. Poco oltre il secondo, dobbiamo prestare attenzione ad un sentierino (segnalato da un segnavia rosso-bianco-rosso su un sasso) che se ne stacca, sulla sinistra, risale con qualche tornante il ripido il fianco boscoso e porta sul limite sud-occidentale dell'alpe Scermendone, nei pressi del rudere di una baita. Salendo sul crinale dell'alpe, ci appare lo splendido scenario del monte Disgrazia e dei Corni Bruciati. Per raggiungere il pizzo, dobbiamo procedere non verso l'alpe (alla nostra destra), ma verso sinistra (sud-ovest), salendo oltre una conca, fino a trovare, sulla sinistra, un sentierino che percorre il crinale che separa la Val Masino dalla media Valtellina. Fermiamoci, per ora, qui, raccontando come possiamo raggiungere questo punto per una diversa e più avventurosa via.
Un secondo interessante itinerario per raggiungere questo crinale, che però richiede esperienza escursionistica, parte, infatti, dalla località Valbiore (valbiórch, m. 1234), di fronte alla grande frana (alla quale si sale in automobile sulla strada che, da Filorera, appena oltre Cataeggio, si stacca sulla destra dalla ex ss. 404, ora strada provinciale, della Val Masino - indicazioni per i rifugi Scotti e Ponti). Incamminiamoci, dunque, sulla pista sterrata che sale verso la valle di Sasso Bisolo, sul lato destro (per noi) della valle. Dopo un buon tratto, raggiungeremo una galleria, che dovremo percorrere munendoci di una torcia elettrica, perché nel punto centrale la visibilità è azzerata, e di un casco, perché parte della copertura della volta è, in alcuni punti, caduta.
Poco oltre l’uscita dalla galleria, attraversiamo su un ponte il torrente che scende dalla valle, e ci portiamo sul suo lato sinistro (per noi). Poi la strada sterrata intercetta la strada asfaltata (interrotta più a valle dalla frana): seguendola, raggiungiamo la bellissima piana della valle di Sasso Bisòlo, uno degli angoli più gentili della severa ed aspra Val Masino. All’inizio della piana troveremo, sulla sinistra della strada, il rifugio Scotti (m. 1500). Qui la valle mostra un volto gentile, bucolico.
Senza addentrarci nella piana, scendiamo, ora, dalla strada verso destra, cioè verso il suo lato opposto, raggiungendo, in breve, un ponte che ci porta ai piedi dell'ombroso fianco di sud-est della valle: qui troviamo una baita, alla cui destra parte il ben visibile sentiero che sale in un bel bosco di abeti, in direzione sud-ovest, fino al prato di Prada ("prèda", m. 1710), suggestivo e solitario terrazzo panoramico sulla selvaggia costiera Cavislone-Lobbia (cavislùn-lòlbia), che separa la Val Masino dalle valli della Merdarola e di Spluga. Alla nostra destra, appare un breve scorcio della più estesa alpe Granda, posta più o meno alla stessa quota.
Raggiungiamo, ora, la sommità del prato, dominato da una surreale solitudine (solo i resti di un calec testimoniamo di una vita consegnata da un lontano passato): superata una fascia boscosa, troviamo un secondo prato, quello dell’Acquafredda. Dal suo limite superiore di sinistra inizia, quindi, una salita a vista: raggiunta, infatti, una piccola pianetta superiore (sopra il limite superiore sinistro del prato), dobbiamo cercare la via meno impervia per guadagnare il crinale dell’alpe Scermendone (presso il suo limite sud-occidentale), rimanendo leggermente a sinistra del ripido crinale che scende all’Acquafredda. L'ultimo tratto della salita è il più ripido e sfrutta un piccolo canalino, che conduce al crinale, a sinistra della cima quotata 2127 metri: dobbiamo prestare, quindi, un po' di attenzione, ed evitare di effettuare questa escursione in presenza di ghiaccio, neve e terreno bagnato.
Come già detto, possiamo raggiungere agevolmente questo punto salendo a Scermendone dall'alpe Granda.
Ora procediamo così. Pieghiamo per un breve tratto a sinistra (cioè verso l'alpe, nord-est) ed affacciamoci sul versante che guarda alla media Valtellina. Cerchiamo, a destra, il sentiero (marcato, ma non segnalato da segnavia) che, rimanendo leggermente più basso rispetto alla linea del crinale, procede verso destra (sud-ovest) e si addentra, quasi pianeggiante, nella fascia boscosa che guarda al versante valtellinese. Raggiungiamo, così, in breve una prima radura: qui, con breve fuori-programma, possiamo lasciare il sentiero per attaccare il ripido versante erboso che sta alla nostra destra, raggiungendo, in breve, il crinale in corrispondenza della cima di quota 2127 metri (chiamata, sulla guida CAI Touring ai monti d'Italia, monte Scermendone): si tratta di un punto di osservazione di eccezionale valore panoramico. Verso ovest e nord-ovest, possiamo distinguere, da sinistra, il corno di Colino e la cima del Desenigo, in valle di Spluga, la severa ed impressionante costiera Cavislone-Lobbia, che incombe sopra Cataeggio, le cime della Merdarola (sciöme da merdaröla), testata della valle omonima, il monte Spluga, il pizzo Ligoncio (ligunc'), la punta della Sfinge ed i pizzi dell'Oro, testata delle valli Ligoncio e dell'Oro, la costiera del Barbacan, le cime d'Averta ed i pizzi Badile, Cangelo e Gemelli, nella testata della val Porcellizzo. Verso est e nord-est possiamo, invece, ammirare, da destra, le valli Terzana e di Preda Rossa, il pizzo Bello, il passo di Scermendone, i Corni Bruciati, il monte Disgrazia e le cime della costiera Remoluzza-Arcanzo, che separa la valle di Preda Rossa dalla Val di Mello. Per non parlare dell'eccellente panorama orobico verso sud. Insomma, uno scenario che non dobbiamo esitare a definire superbo.
Scendiamo, quindi, di nuovo al sentiero e seguiamolo verso sinistra; questo prosegue, appena sotto il crinale, in direzione sud-ovest. Scendiamo, leggermente, perché il pizzo si trova ad una quota più bassa rispetto al limite dell'alpe Scermendone. Ad un certo punto vediamo, alla nostra destra, pochi metri più in alto, un curioso spuntone di roccia, dalla forma di fiamma. Subito dopo il sentiero, piegando leggermente a destra, ci conduce ad una porta erbosa che si apre fra le roccette del crinale. Guardando sul versante opposto, quello di Val Masino, abbiamo l'impressione che si debba proseguire appoggiandosi ad esso, perché scorgiamo una debole traccia di sentiero che corre poco più in basso, parallela al crinale. Invece dobbiamo rimanere sul crinale e, sormontato un masso con un breve ed elementare passo di arrampicata, portarci ad una curiosissima conca scavata proprio nel mezzo del crinale. Pochi metri più avanti giungiamo ad una splendida piazzola erbosa, che ci invita irresistibilmente ad una sosta.


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Procediamo ancora per un breve tratto, fino ad un roccione che ci sbarra la strada; qui dobbiamo scendere sulla sinistra, appoggiandoci di nuovo al versante valtellinese e seguendo una debole traccia che corre su una lingua d'erba e passa appena sotto una parete di roccia che scende dal crinale, aggirandola ai piedi. La traccia si fa, quindi, più marcata, sale per un tratto e di nuovo scende, attraversando poi in piano (e qui si fa di nuovo debole) la parte alta di un ripido versante erboso. Giungiamo, così, in vista del cocuzzolo sul quale è posta la bandierina tricolore metallica che sormonta il pizzo Mercantelli. La traccia scende, ora, alla parte alta di un ripido canalone erboso, per poi risalire ad una selletta posta appena sotto la cima, che raggiungiamo, infine, senza difficoltà.
Il panorama che si apre è simile a quello della cima quotata 2127 metri. Sotto di noi, verso sud-ovest, il crinale scende ripido per un tratto, passando per la cima di roccette denominata "sas dal camosc", appena più bassa, che costituisce il punto di incontro dei confini dei comuni di Val Masino, Ardenno e Buglio. Poi si fa boscoso e si addolcisce, allargandosi infine ai prati dell'alpe Granda. L'intero crinale percorso, così come l'alpe Scermendone, rientrano nel comune di Buglio in Monte. Così come rientra nel territorio di Buglio l'ampio solco della Val Primaverta, che si può osservare bene dalla cima guardando verso sud (a sinistra dell'alpe Granda). Uno sguardo, ora, alle cime osservabili dal pizzo.
Guardando ad ovest, distinguiamo la cima del Desenigo (m. 2845), alla cui destra si aprono i passi gemelli di Primalpia (pàs de primalpia, m. 2477) e della bocchetta di Spluga o di Talamucca (bochèta de la möca, m. 2532), che congiungono l’alta Valle di Spluga alla Valle dei Ratti. Procedendo verso destra, notiamo, alle spalle della massiccia e severa costiera Cavislone-Lobbia, l’affilata cima del monte Spluga o Cima del Calvo (m. 2967), posto all’incontro di Valle di Spluga, Val Ligoncio e Valle dei Ratti. I più modesti pizzi Ratti (m. 2919) e della Vedretta (m. 2909) preparano l’arrotondata cima del pizzo Ligoncio (Ligunc’, m. 3038), che si innalza sopra una larga base di granito, nel catino glaciale che si apre sopra i Bagni di Masino (Val Ligoncio e Valle dell’Oro). Alla sua destra, la punta della Sfinge (m. 2802) precede la larga depressione sul cui è posto il passo Ligoncio (m. 2575), fra la valle omonima e la Valle d’Arnasca (Val Codera). A nord del passo si distinguono i modesti pizzi dell’Oro (meridionale, m. 2695, centrale, m. 2703 e settentrionale, m. 2576), seguiti dall’affilata punta Milano (m. 2610), che precede di poco la costiera del Barbacan, fra Valle dell’Oro e Val Porcellizzo, la quale culmina nella cima del Barbacan (m. 2738).
Proseguendo verso nord, la testata della Val Porcellizzo propone le poco pronunciate cime d’Averta (meridionale, m. 2733, centrale, m. 2861 e settentrionale, m. 2947), alla cui destra si eleva il più massiccio pizzo Porcellizzo (il pèz, m. 3075), nascosto, però, dietro la cima del Cavalcorto, sulla costiera del Cavalcorto (sciöma da cavalcürt, m. 2763). Si intravedono, poi, le più celebri cime della Val Porcellizzo: il celeberrimo pizzo Badile (badì, m. 3308), cui fa da vassallo la punta Sertori (m. 3195), ed il secondo signore della valle, il pizzo Cengalo (cìngol, m. 3367).
Le rimanenti cime del gruppo del Masino sono nascoste dalla lunga costiera Remoluzza-Arcanzo, che separa la Val di Mello dalla valle di Sasso Bisolo-Preda Rossa, e che presenta, da sinistra (limite di sud-ovest) il massiccio monte Piezza (sciöma da pièsa, m. 2287), la cima d’Arcanzo (sciöma dè narchènz, o l'omèt, chiamata Cima di Prato Baro nella guida alla Valtellina del CAI di Sondrio del 1884, m. 2715), cima degli Alli (sciöma dei äl, m. 2758), il pizzo Vicima (sciöma da veciöma, m. 2687), il pizzo dell’Averta (sciöma da vertàla, m. 2853), dietro cui restano nascosti il pizzo della Remoluzza (sciöma da remolöza, m. 2814) e la bocchetta Roma (m. 2898), che congiunge l’alta Val Cameraccio all’alta Valle di Preda Rossa. Segue, in questa carrellata in senso orario, il monte Pioda (m. 3431), posto immediatamente a sinistra dell’imponente ed inconfondibile monte Disgrazia (m. 3678), che chiude la Valle di Preda Rossa. Le due cime, pur così vicine, sono geologicamente separate, in quanto appartengono a mondi diversi: dal grigio granito del monte Pioda si passa al rosseggiante serpentino del monte Disgrazia. A destra di questa cime si distinguono i due maggiori Corni Bruciati (punta settentrionale, m. 3097, e punta centrale, m. 3114). Alla loro destra si apre la Val Terzana, sul cui fondo si individua il passo di Scermendone (m. 2593) e, alla sua destra, il pizzo Bello (m. 2743).
Ad est, sud e sud-ovest si mostra nella sua interezza la catena orobico, sulla quale l'occhio esperto può distinguere le più importanti cime: la chiude, a sud-ovest, l'inconfondibile corno del monte Legnone. Un panorama che ripaga certamente le tre ore circa necessarie per ragigungere il pizzo da Valbiorch (il dislivello approssimativo è di 840 metri).

CARTA DEL PERCORSO sulla base della Swisstopo, che ne detiene il Copyright. Ho aggiunto alla carta alcuni toponimi ed una traccia rossa continua (carrozzabili, piste) o puntinata (mulattiere, sentieri). Apri qui la carta on-line

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CARTA DEL TERRITORIO COMUNALE sulla base della Swisstopo (CNS), che ne detiene il Copyright. Ho aggiunto alla carta alcuni toponimi ed una traccia rossa continua (carrozzabili, piste) o puntinata (mulattiere, sentieri).
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