CARTA DEL PERCORSO ; ALTRI PERCORSI IN VAL MASINO ; GOOGLE MAP ; GALLERIA DI IMMAGINI

I Bagni di Masino

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Bagni Masino-Alpe Merdarola-Bocchetta Medaccio-Rifugio Omio-Bagni Masino
6-7 h
1200
EE
SINTESI. Saliamo in Val Masino e, oltrepassate Cataeggio e San Martino, giungiamo al termine della carozzabile ai Bagni di Masino. Qui, proprio alle spalle del piccolo parcheggio che riserva una piazzola ai pullman che effettuano servizio di linea, appena prima del ponticello che introduce agli edifici dei Bagni di Masino (m. 1170), parte una pista che porta ai prati collocati dietro l’edificio dei Bagni nuovi. A sinistra di una postazione per la rilevazione dell’inquinamento atmosferico, troviamo un cartello, che indica il sentiero per la Valle della Merdarola ed il rifugio Omio, dato a 4 ore e mezza. Il sentierosi addentra in pineta e ci porta presto ad un bivio: prendendo a sinistra ci si dirige al Belvedere (belvedè), mentre salendo a destra (indicazione “Omio” su un grande masso) si prosegue per la Valle della Merdarola. Proseguiamo, dunque, a destra, in una salita ripida, inizialmente con percorso diritto, poi piegando a sinistra ed uscendo gradualmente dalla pineta, per entrare in una macchia di noccioli e betulle, finché, a quota 1420, troviamo, su una roccia, la scritta “cascta”, che evidentemente sta per “cascata”. Inizia ora una discesa che ci fa perdere una sessantina di metri e ci porta alla più grande delle cascate della Merdarola, a quota 1380. Poco oltre la cascata, il sentiero inizia una diagonale, verso il fianco sinistro (per noi) della valle, trovando un cancelletto e, a quota 1440 circa, una radura; a quota 1480 raggiungiamo un baitello sempre aperto e dopo un paio di tornantini superiamo da destra a sinistra, intorno a quota 1520, un corso d’acqua, proseguendo per un tratto a sinistra e piegando poi leggermente a destra. A quota 1580 superiamo, sempre da destra a sinistra, un nuovo torrentello e, alternando ripide salire a tratti in cui ci spostiamo verso sinistra, giungiamo al punto in cui siamo più vicini alla costiera sinistra della valle. A quota 1620 pieghiamo a destra, riattraversando, da sinistra a destra, il corso d’acqua precedente ed uscendo in una radura, dove cominciamo una leggera discesa. Dopo una breve risalita, nella quale passiamo anche sopra una roccia, lasciamo alla nostra sinistra una baita, a quota 1620 metri circa. Rientriamo nella macchia per uscire, a quota 1660, in una seconda radura. Rientrati nella macchia, alterniamo tratti in cui saliamo diritti a tratti in cui tendiamo a destra, fino ad una terza radura, a quota 1710, dove passiamo accanto ad un torrentello, lasciandolo però alla nostra destra, senza attraversarlo. Un nuovo tratto nella macchia, che tende un po’ a sinistra, ci porta ad una quarta radura, a quota 1760. Questa quarta radura richiede maggiore attenzione, perché qui la vegetazione copre quasi interamente la traccia. Non dobbiamo puntare al bosco sul limite superiore della radura, ma effettuare una diagonale verso destra, attraversando, da sinistra a destra, il corso d’acqua centrale della valle e proseguendo fino al muro di una baita diroccata, sul quale è posto il segnavia. Lo raggiungiamo dopo aver attraversato una fascia di “lavazz”, e ritroviamo la traccia un po’ più in alto del muro, leggermente a destra. Dopo un brevissimo traverso a sinistra, rientriamo nella macchia, salendo per un po’ diritti e volgendo poi a sinistra: incontriamo così un tratto nel quale un grosso masso ed il cedimento di parte del sentiero ci costringono ad un piccolo passo di arrampicata. A quota 1850 riattraversiamo, da sinistra a destra, il primo corso d’acqua attraversato più in basso, e, dopo un’ulteriore macchia ed un tratto verso sinistra, a quota 1900 usciamo di nuovo ad una radura, presso i ruderi di un caléc'. Sopra la radura ci attende l’ultima breve macchia, oltrepassata la quale, finalmente, siamo all’ampio circo dell’alta valle. Sopra di noi, spostata leggermente a destra, raggiungiamo la prima delle tre baite della Merdarola (m. 1959), dove il sentiero volge leggermente a destra, in direzione della seconda baita (m. 2050). Raggiunta ed oltrepassata la terza ed ultima baita (m. 2053), seguiamo i segnavia che ci permettono di superare agevolmente la fascia di grandi massi che precede la bocchetta di Medaccio (m. 2303), raggiungendo il suo limite superiore. Dobbiamo ora scendere nel canalino della bocchetta, con cautela ed attenzione, per la presenza di terriccio e sassi mobili sulla traccia che lo percorre. Raggiunto il piede della bocchetta, proseguiamo con attenzione seguendo i segnavia rosso-bianco-rossi, che ci fanno piegare a sinistra, in una zona dove, talora, si può trovare anche un piccolo nevaio. Aggiriamo così a monte una grande isola di granito (ben visibile a chi sale alla Omio per il sentiero tradizionale, ma che appare, vista da qui, un promontorio erboso), per poi scendere ed aggirare ai piedi una seconda grande placca rocciosa. Procedendo verso nord-nord-ovest ci avviciniamo quindi gradualmente alla meta, già visibile dalla bocchetta, il rifugio Omio (m. 2100), che raggiungiamo facilmente, dopo qualche saliscendi e dopo aver attraversato numerosi torrentelli. Dal rifugio scendiamo verso est sul classico sentiero per i Bagni di Masino, abbondantemente segnalato, che si abbassa fra lastroni e pascoli, piega a sinistra superando una valletta, passa fra enormi massi ed i ruderi di baita dell'alpe dell'Oro, entra in pineta per uscirne al panoramicissimo Pian del Fango (m. 1590), dove troviamo la baita omonima, presso la quale si trova, su un masso l’indicazione (targa gialla del Sentiero Life e cartello). Ignoriamo l'indicazione e proseguiamo diritti, sempre verso est, tornando in pineta e prestando attenzione a restare sl sentiero principale, ignorando qualche deviazione. Più in basso il sentiero piega decisamente a destra (sud) e scende in una faggeta, prima di volgere di nuovo a sinistra (dir. est) ed uscire dal bosco sul limite di un modesto declivio che, percorso verso sud-est, a sinistra del torrente, porta ad un ponte ed al parcheggio dei Bagni di Masino.


Apri qui una fotomappa della Valle della Merdarola e della Valle dell'Oro

I Bagni di Masino sono uno dei luoghi cui maggiormente si legano l'immagine e la storia della Val Masino. Furono scoperti, secondo quanto narra una leggenda, da un pastore che seguì una mucca la quale, a differenza delle altre, non si abbeverava al torrente, ma risaliva il versante del monte per bere da una sorgente di acqua calda, producendo poi molto più latte delle altre a dare notorietà ad una valle che, per il resto, rimaneva quasi tagliata fuori dal mondo e legata ad un’economia talora di pura sussistenza.
Dei Bagni si aveva notizia fin dal secolo XV, come testimonia una lettera del Podestà di Morbegno, Antonio Morosio, al duca di Milano Francesco Sforza, nel 1462, nella quale si lodavano le proprietà salutari della sorgente termale e delle acque “scaturenti in Val Masino, tra le valli alpine bellissima, acque salutari per ogni languore”. Fu soprattutto il novelliere rinascimentale Matteo Bandello, che vi soggiornò diverse volte fra il 1505 ed il 1525, ad incrementare la fama dei Bagni, citandoli nelle sue novelle. Così scrive, nella sua novella XLIII: "Ora, essendo io con messer Giovanni Parravicino...un giorno andato ai Bagni del Masino per via di diporto, vi ritrovai molti gentiluomini milanesi, e comaschi... Quivi per fuggir il sonno del meriggio, che dicono i medici essere pestifero a chi prende quei bagni, sogliono
dopo desinare ridursi per la più parte sotto una costa della montagna, la quale è di modo alta che il sole, passate tre o quattro ore della mattina, non la può coi suoi raggi battere."
Nella sua descrizione della Valtellina nell’opera Raetia” (Zurigo, 1616) Giovanni Guler von Weineck, governatore per le Tre Leghe della valle nel 1587-88, scrive: “In quest’ultimo ramo della valle, a mezz’ora di strada cattiva  e scoscesa da S. Martino, si trovano le nobili e rinomate terme di Masino: l’acqua scaturisce da un cavo dirupo; è limpida, chiara e piacevole come bevanda… I medici sono d’avviso che quest’acqua contenga dell’oro, molto ferro, del nitro e un poco di allume; vi è parimenti dello zolfo…” Si diffonde, poi, nella descrizione delle virtù salutari di quest’acqua, “detersive, aperitive, lenitive e corroboranti”, definendola “rimedio sicuro contro i mali superficiali ed interiori del corpo: come il prurito, il pizzicore, la tigna, la rogna, la scabbia, il puzzo del corpo, le posteme, i tumori dolorosi ovvero ascessi, i sudamini, il carbonchio, le piaghe molli e purulente, le fistole alle cosce od in altre parti del corpo”. Aggiunge che “i malati di fegato e di stomaco accorrono a questi bagni come a rimedio sicuro ed infallibile” e “quanto alle donne, questi bagni hanno una efficacia straordinaria contro i fiori bianchi e tutte le malattie dell’utero…; queste acque, infine, tolgono ogni ostacolo al concepimento”. Le acque termali divennero, quindi, famose per le proprietà terapeutiche, soprattutto contro le malattie reumatiche, intestinali ed uterine, per cui i Bagni vennero denominati anche “Bagni delle Signore”, in quando molte nobildonne si sobbarcavano viaggi anche lunghi e faticosi per cercare qui il rimedio che potesse curare la loro sterilità.
L’antica via per le terme dei Bagni di Masino non partiva, come si potrebbe pensare, dallo sbocco del torrente Masino, nel territorio di Ardenno, ma si addentrava nella valle dopo aver traversato l’intera Costiera dei Cech, partendo da Ferzonico (Mantello) e passando da Dazio e da Cevo. Ecco come la descrive Giovanni Guler von Weinceck, nell’op. cit.:
Ferzonico si dice pure Cantono. Di qui comincia la via che conduce alle terme di Masino, misurando da un estremo all’altro due miglia tedesche. Infatti da Ferzonico a Bioggio la via sale faticosamente per il monte per tremila passi, poi abbiamo un tratto piano sino a Civo; poi vi sono di nuovo millecinquecento passi di lenta salita sino a Roncaglia; e dopo Roncaglia vi sono di nuovo millecinquecento passi sino a Caspano; e di lì un tiro d’archibugio sino a Bedoglio. Da questo punto si entra nella Valmasino, nella quale si percorrono seimila passi per arrivare a S. Martino; donde con altri duemila di via diseguale e sassosa si giunge ai Bagni. Questa strada è accessibile ai cavalli e ai pedoni; ed è la più frequentata da quelli che vengono ai Bagni dal Lago di Como.”


Apri qui una fotomappa della Valle della Merdarola

Al fascino delle acque si aggiunge quello dello scenario alpino: fa da cornice ai Bagni il maestoso e luminoso circo della Valle dell’Oro; alla sua sinistra, meno affascinante e visibile, la valle della Merdarola; splendida, infine, ma non osservabile dai Bagni la val Porcellizzo, a destra (nord-est) della Valle dell’Oro.
Chi sale ai Bagni di Masino per effettuare un'escursione al rifugio Omio non sospetta quasi mai che esiste un itinerario alternativo per raggiungere la meta, più lungo, ma per molti aspetti anche più affascinante. Forse qualcuno avrà avuto questo sospetto, leggendo su un cartello presso il ponte che si attraversa quando ci si incammina verso il rifugio l'indicazione di una direzione diversa, su cui è scritto "Merdarola - Rifugio Omio - Ore 4.30". Si tratta proprio di questo itinerario, che permette di percorrere un anello che ha come inizio e termine la località dei Bagni di Masino (m. 1172). Un itinerario che si articola però su terreno non sempre chiaro, e richiede buone condizioni di visibilità e senso dell'orientamento (soprattutto se si decidesse di tornare per la medesima via di salita).
E allora lasciamo la strada statale 38 dello Stelvio ad Ardenno e seguiamo le indicazioni per la Val Masino. I Bagni si trovano proprio al termine della strada statale della Val Masino, nella valle omonima. Qui non sempre è facile parcheggiare, soprattutto nella piena stagione estiva; nell'ipotesi peggiore possiamo anche rassegnarci a spendere qualche Euro per un posto all'interno della struttura termale. Questa è costituita dalla parte storica (bagn véc'), sul lato destro (per noi che saliamo) del fiume, e dalla parte nuova, sul lato opposto, unito al precedente da un passaggio coperto: si tratta dell'"albèrgo n
öf dei bagn", costruito nel 1930.
Il nostro itinerario inizia in corrispondenza di una stradina che parte dalla piazzola che funge da parcheggio (quasi sempre pieno) e che precede il ponte prima dell'edificio dei Bagni. Qui, proprio alle spalle del piccolo parcheggio che riserva una piazzola ai pullman che effettuano servizio di linea, appena prima del ponticello che introduce agli edifici dei Bagni (m. 1170), parte una pista che porta ai prati collocati dietro l’edificio dei Bagni nuovi. A sinistra di una postazione per la rilevazione dell’inquinamento atmosferico, troviamo un cartello, che indica il sentiero per la Valle della Merdarola ed il rifugio Omio, dato a 4 ore e mezza.
Il sentiero (chiamato senté da merdaröla) si addentra in una bellissima pineta, e ci porta presto ad un bivio: prendendo a sinistra ci si dirige al Belvedere (belvedè), mentre salendo a destra (indicazione “Omio” su un grande masso) si prosegue per la Valle della Merdarola. Proseguiamo, dunque, in una salita ripida, inizialmente con percorso diritto, poi piegando a sinistra ed uscendo gradualmente dalla pineta, per entrare in una macchia di noccioli e betulle, finché, a quota 1420, troviamo, su una roccia, la scritta “cascta”, che evidentemente sta per “cascata”. Inizia ora una discesa che ci fa perdere una sessantina di metri e ci porta alla più grande delle cascate della Merdarola, a quota 1380.
Siamo ai piedi delle enormi placche rocciose che percorrono l’intero gradino roccioso che sbarra l’accesso all’alta valle, ed il sentiero passa nei pressi di un roccione strapiombante chiamato "camarìa da merdaröla". Per meglio cogliere l’impressionante compattezza di questo baluardo, lo si può osservare salendo sulla strada che porta da San Martino ai Bagni di Masino, e guardando (a macchina ferma!) sul lato sinistro della Valle dei Bagni: le piodesse lisce ed incombenti inducono a pensare che non vi possa essere via d’accesso alla valle, o a quello che di essa si intuisce al di sopra di questi bastioni. Invece la via c’è, e la stiamo proprio percorrendo: si tratta di un sentiero che, per ora, si mostra largo ed evidente, e regala anche, di tanto in tanto, squarci panoramici di limpida bellezza, soprattutto sulla costiera che separa la Val Porcellizzo dalla valle del Ferro e che termina nell’impressionante cima del Cavalcorto, simbolo, nella sua impressionante verticalità, delle montagne di Val Masino.
Oltrepassata la cascata, il sentiero comincia, però, a risalire una fascia intermedia di bassa vegetazione (noccioli, ontani) che ne rende poco evidente, in molti punti, il tracciato, Per la verità i segnavia non scarseggiano, ma, considerato che se lo si perde (come spesso accade in Val Masino), si rischia di incrapelàs (cioè di ritrovarsi fra rocce dalle quali non si riesce più ad uscire), si perdonerà la pedanteria con la quale offro alcuni riferimenti. Poco oltre la cascata, iniziamo una diagonale, verso il fianco sinistro (per noi) della valle, trovando un cancelletto e, a quota 1440 circa, una radura; a quota 1480 raggiungiamo un baitello sempre aperto, che può fungere da ricovero in caso di necessità. Dopo un paio di tornantini, superiamo da destra a sinistra, intorno a quota 1520, un corso d’acqua, proseguendo per un tratto a sinistra e piegando poi leggermente a destra.
Raggiungiamo così un nuovo punto di osservazione interessante: alla nostra sinistra le cime della Valle dell’Oro, dai Pizzi dell’Oro alla punta Milano, poi la punta Barbacan e la costiera omonima; più a destra, alcune cime della val Porcellizzo, e precisamente le cime dell’Averta, il pizzo Porcellizzo (sciöma dò porsceléc'), la punta Torelli, la punta S. Anna, il pizzo Badile e la punta Sertori; quindi la costiera del Cavalcorto ed infine, sull’estremo lato destro, i pizzi Torrone, il monte Sissone ("sisùn", in Val Masino, "còrgn de sisùm", in Valmalenco; m. 3331), la punta Baroni e le cime di Chiareggio. A quota 1580 superiamo, sempre da destra a sinistra, un nuovo torrentello e, alternando ripide salire a tratti in cui ci spostiamo verso sinistra, giungiamo al punto in cui siamo più vicini alla costiera sinistra della valle. A quota 1620 pieghiamo a destra, riattraversando, da sinistra a destra, il corso d’acqua precedente ed uscendo in una radura, dove cominciamo una leggera discesa. Dopo una breve risalita, nella quale passiamo anche sopra una roccia, lasciamo alla nostra sinistra una baita, a quota 1620 metri circa. Rientriamo nella macchia per uscire, a quota 1660, in una seconda radura. Rientrati nella macchia, alterniamo tratti in cui saliamo diritti a tratti in cui tendiamo a destra, fino ad una terza radura, a quota 1710, dove passiamo accanto ad un torrentello, lasciandolo però alla nostra destra, senza attraversarlo. Un nuovo tratto nella macchia, che tende un po’ a sinistra, ci porta ad una quarta radura, a quota 1760.
Questa quarta radura richiede maggiore attenzione, perché qui la vegetazione copre quasi interamente la traccia. Non dobbiamo puntare al bosco sul limite superiore della radura, ma effettuare una diagonale verso destra, attraversando, da sinistra a destra, il corso d’acqua centrale della valle (il brevèt, che, più in basso, confluisce, da sinistra, con la val dò baraiö,
formando il fiöm da merdaröla), e proseguendo fino al muro di una baita diroccata, sul quale è posto il segnavia. Lo raggiungiamo dopo aver attraversato una fascia di “lavazz”, e ritroviamo la traccia un po’ più in alto del muro, leggermente a destra. Dopo un brevissimo traverso a sinistra, rientriamo nella macchia, salendo per un po’ diritti e volgendo poi a sinistra: incontriamo così un tratto nel quale un grosso masso ed il cedimento di parte del sentiero ci costringono ad un piccolo passo di arrampicata.
A quota 1850 riattraversiamo, da sinistra a destra, il primo corso d’acqua attraversato più in basso, e, dopo un’ulteriore macchia ed un tratto verso sinistra, a quota 1900 usciamo di nuovo ad una radura, presso i ruderi di un caléc' (uno dei tanti "caléc' da merdaröla", cioè muri perimetrali, a secco, di baite, senza tetto, coperti provvisoriamente con lamiere di zinco o tendoni quando dovevano fungere da ricovero per i pastori che stazionavano per un certo tempo su una porzione di pascolo). Sopra la radura ci attende l’ultima breve macchia, oltrepassata la quale, finalmente, siamo all’ampio circo dell’alta valle. Sopra di noi, spostata leggermente a destra, la prima delle tre baite della Merdarola, poste in diagonale lungo la direttrice che conduce alla bocchetta di Medaccio, direttrice che sfrutteremo per passare in Val Ligoncio. Se, per qualsiasi motivo, si decidesse di tornare per la medesima via di salita è necessario prestare molta attenzione ai punti nei quali la traccia esce dalla vegetazione sul terreno aperto, perchè, scendendo, non è affatto facile trovarli, e non è affatto consigliabile scendere a vista.

Possiamo ora osservare la testata della valle, occupata in gran parte dalle cime della Merdarola (sciöme da merdaröla). Alle nostre spalle, non si vede più la Valle dell’Oro, mentre la val Porcellizzo mostra quasi tutte le sue cime, da quelle dell’Averta al pizzo Cengalo; più a destra, ecco il pizzo del Ferro orientale, la cima di Zocca, la cima di Castello, la punta Rasica, i pizzi Torrone, il monte Sissone, la punta Baroni, le cime di Chiareggio, il monte Pioda (sciöma da piöda) ed il monte Disgrazia. Alla nostra destra, infine, si impongono le due affilate cime che occupano la parte nord-orientale della costiera Merdarola-Ligoncio, cioè la punta Medaccio (èl medàsc, m. 2350) e, alla sua sinistra, la punta Fiorelli (m. 2391). Saliamo quindi alla prima baita (m. 1959), dove il sentiero volge leggermente a destra, in direzione della seconda (m. 2050).
Raggiungiamo, così, l'alpe della Merdarola ("munt da merdaröla"), una delle più ampie della Val Masino: proprietà del comune di Mello, permetteva di caricare, in passato, 110 capi di bestiame. Il sentiero passa dalla córt da pìsa (pianoro dove avveniva la pesa del latte munto) e finisce per diventare traccia molto debole e talora inesistente. Non è però possibile sbagliare: seguendo i segnavia, infatti, raggiungiamo, in sequenza, tre baite disposte lungo una diagonale che taglia i pascoli salendo verso destra (per essere precisi, in direzione ovest-sud-ovest).
La valle suscita un forte senso di solitudine: difficilmente troveremo qualche uomo o animale, forse qualche cavallo. La nostra meta è ben visibile fin dall'inizio della traversata: si tratta della bocchetta di Medaccio ("bochèta da medàsc", da "meda", mucchio, quindi monte, in forma dispregiativa; m. 2303), netto taglio nella costiera che separa, ad ovest, la valle dalla val Ligoncio (val dò ligùnc') e che è collocata a sinistra delle due marcate punte di questa costiera, la punta Medaccio ("èl medàsc", m. 2350, a destra) e la punta Fiorelli (m. 2401). Oltrepassata la terza ed ultima baita ("bèita dè sciöm", m. 2053), seguiamo i segnavia che ci permettono di superare agevolmente la fascia di grandi massi che precede la bocchetta, raggiungendo il suo limite superiore. Dobbiamo ora scendere nel canalino della bocchetta, con cautela ed attenzione, per la presenza di terriccio e sassi mobili sulla traccia che lo percorre. Comunque, senza eccessive difficoltà, alla fine ci ritroviamo ai suoi piedi, di fronte all'imponente scenario della val Ligoncio e della valle dell'Oro (denominazione che non si riferisce al nobile metallo, ma alla voce "ör", o "ora", cioè "orlo", "terrazzo") , che si mostrano in tutta la loro ampiezza e splendore.
Dobbiamo continuare a seguire con attenzione i segnavia rosso-bianco-rossi, che ci fanno piegare a sinistra, in una zona dove, talora, si può trovare anche un piccolo nevaio.
Aggiriamo così a monte una grande isola di granito (ben visibile a chi sale alla Omio per il sentiero tradizionale, ma che appare, vista da qui, un promontorio erboso), per poi scendere ed aggirare ai piedi una seconda grande placca rocciosa.
Ci avviciniamo quindi gradualmente alla meta, già visibile dalla bocchetta, il rifugio Omio, che raggiungiamo facilmente, dopo qualche saliscendi e dopo aver attraversato i numerosi torrentelli denominati àquè do ligùnc’, che confluiscono, più in basso, nel fiöm do ligunc’ o fiöm da caséna di lüsèrt. Lungo la traversata sfilano sopra di noi, alla nostra sinistra, le più importanti cime della val Ligoncio, il monte Spluga, il pizzo della Vedretta, il pizzo Ligoncio e la punta della Sfinge.
Dopo il meritato riposo al rifugio (m. 2100), possiamo effettuare la discesa per la via classica. Dal rifugio scendiamo verso est sul classico sentiero per i Bagni di Masino, abbondantemente segnalato, che si abbassa fra lastroni e pascoli, piega a sinistra superando una valletta, passa fra enormi massi ed i ruderi di baita dell'alpe dell'Oro, entra in pineta per uscirne al panoramicissimo Pian del Fango (m. 1590), dove troviamo la baita omonima, presso la quale si trova, su un masso l’indicazione (targa gialla del Sentiero Life e cartello). Ignoriamo l'indicazione e proseguiamo diritti, sempre verso est, tornando in pineta e prestando attenzione a restare sl sentiero principale, ignorando qualche deviazione. Più in basso il sentiero piega decisamente a destra (sud) e scende in una faggeta, prima di volgere di nuovo a sinistra (dir. est) ed uscire dal bosco sul limite di un modesto declivio che, percorso verso sud-est, a sinistra del torrente, porta ad un ponte ed al parcheggio dei Bagni di Masino. Il dislivello in salita è di circa 1200 metri, ed il tempo necessario per chiudere l'anello è di circa 6-7 ore.


Pizzi Badile e Cengalo dal Pian del Fango

CARTA DEL PERCORSO sulla base della Swisstopo (CNS), che ne detiene il Copyright. Ho aggiunto alla carta alcuni toponimi ed una traccia rossa continua (carrozzabili, piste) o puntinata (mulattiere, sentieri). Apri qui la carta on-line.

Mappa del percorso - particolare della carta tavola elaborata da Regione Lombardia e CAI (copyright 2006) e disponibile per il download dal sito di CHARTA ITINERUM - Alpi senza frontiere


1. Novate-Brasca 2. Brasca-Gianetti 2bis. Omio-Gianetti 3. Gianetti-Allievi 4. Allievi-Ponti 5. Ponti-Chiesa Valmalenco

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CARTA DEL TERRITORIO COMUNALE sulla base della Swisstopo (CNS), che ne detiene il Copyright. Ho aggiunto alla carta alcuni toponimi ed una traccia rossa continua (carrozzabili, piste) o puntinata (mulattiere, sentieri).
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