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Punti di partenza ed arrivo |
Tempo necessario |
Dislivello in altezza
in m. |
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti) |
Bagni di Masino-Valle e bocchetta della Merdarola-Alpe Cavislone-Corte del Dosso-Cevo-Dazio-Morbegno |
10 h |
1530 |
EE |
La
traversata proposta può essere effettuata integralmente, o anche
solo parzialmente: nel primo caso mette alla prova la resistenza dei
grandi camminatori, e permette di passare dai Bagni di Masino a Morbegno.
Nel secondo può essere limitata, senza perdere granché
in bellezza ed eleganza, al passaggio dai Bagni di Masino a Cevo. In
entrambi i casi, si segue un percorso che raccoglie elementi di assoluto
interesse. Innanzitutto, una stranezza veramente grande: un percorso
di valore escursionistico e panoramico altissimo è a malapena
segnato sulle carte, e non è segnato affatto sul terreno. In
un tempo in cui si fa a gara a segnare tutti i percorsi possibili, la
cosa ha quasi dell’incredibile. E siamo in Val Masino, il paradiso
non solo dell’alpinismo o del sassismo, ma anche dell’escursionismo!
Oltretutto si tratta di un percorso di una
panoramicità quasi
unica: basti dire che, sotto i nostri occhi, si dispiega l’intera
compagine delle cime del gruppo Masino-Disgrazia. A questo punto, però,
è necessario che alle enunciazioni segua un resoconto che ne
dimostri la veridicità. Imbocchiamo, allora, la ex ss. 404, ora strada provinciale, della
Val Masino, e percorriamola interamente, fino ai Bagni di Masino.
Qui, proprio alle spalle del piccolo parcheggio che riserva una piazzola
ai pullman che effettuano servizio di linea, appena prima del ponticello
che introduce agli edifici dei Bagni (m. 1170), parte una pista che
porta ai prati collocati dietro l’edificio dei Bagni nuovi. Qui,
a sinistra di una postazione per la rilevazione dell’inquinamento
atmosferico, troviamo un cartello, che indica il sentiero per la Valle
della Merdarola ed il rifugio Omio, dato a 4 ore e mezza. Lo stupore
è presto superato: passando per la Valle della Merdarola e la
bocchetta di Medaccio, un intaglio nella costiera Merdarola-Ligoncio,
si può scendere in
Val Ligoncio, attraversarla e raggiungere il rifugio, per poi tornare
ai Bagni seguendo il percorso più classico e chiudendo, così,
un elegante quanto poco praticato anello. A noi, però, il sentiero
segnalato interessa solo come accesso all’alta Valle della Merdarola,
perché poi dovremo seguire un itinerario ben diverso.
Il sentiero (chiamato senté da merdaröla) si addentra in una bellissima pineta, e ci porta presto
ad un bivio: prendendo a sinistra ci si dirige al Belvedere, mentre
salendo a destra (indicazione
“Omio” su un grande masso) si prosegue per la Valle della
Merdarola. Proseguiamo, dunque, in una salita ripida, inizialmente con
percorso diritto, poi piegando a sinistra ed uscendo gradualmente dalla
pineta, per entrare in una macchia di noccioli e betulle, finché,
a quota 1420, troviamo, su una roccia, la scritta “cascta”,
che evidentemente sta per “cascata”. Inizia ora una discesa
che ci fa perdere una sessantina di metri e ci porta alla più
grande delle cascate della Merdarola, a quota 1380. Siamo ai piedi delle
enormi placche rocciose che percorrono l’intero gradino roccioso
che sbarra l’accesso all’alta valle. Per meglio cogliere
l’impressionante compattezza di questo baluardo, lo si può
osservare salendo sulla strada che porta da San Martino ai Bagni di
Masino, e guardando (a macchina ferma!)
sul lato sinistro della Valle
dei Bagni: le piodesse lisce ed incombenti inducono a pensare che non
vi possa essere via d’accesso alla valle, o a quello che di essa
si intuisce al di sopra di questi bastioni. Invece la via c’è,
e la stiamo proprio percorrendo: si tratta di un sentiero che, per ora,
si mostra largo ed evidente, e regala anche, di tanto in tanto, squarci
panoramici di limpida bellezza, soprattutto sulla costiera che separa
la Val Porcellizzo dalla valle del Ferro e che termina nell’impressionante
cima del Cavalcorto, simbolo, nella sua impressionante verticalità,
delle montagne di Val Masino.
Oltrepassata la cascata, il sentiero comincia, però, a risalire
una fascia intermedia di bassa vegetazione (noccioli, ontani) che ne
rende poco evidente, in molti punti, il tracciato, Per la verità
i segnavia non scarseggiano, ma, considerato che se lo si perde (come
spesso accade in Val Masino), si rischia di incrapelàs (cioè
di ritrovarsi fra rocce dalle quali non si riesce più ad uscire),
si perdonerà la pedanteria con la quale offro alcuni riferimenti.
Poco oltre la cascata, iniziamo una diagonale, verso il fianco sinistro
(per noi) della valle, trovando un cancelletto e, a quota 1440 circa,
una radura; a quota 1480 raggiungiamo un baitello sempre aperto, che
può fungere da ricovero in caso di necessità. Dopo un
paio di tornantini, superiamo da destra a sinistra, intorno a quota
1520, un corso d’acqua, proseguendo per un tratto a sinistra e
piegando poi leggermente a destra.
Raggiungiamo
così un nuovo punto di osservazione interessante: alla nostra
sinistra le cime della Valle dell’Oro, dai Pizzi dell’Oro
alla punta Milano, poi la punta Barbacan e la costiera omonima; più
a destra, alcune cime della val Porcellizzo, e precisamente le cime
dell’Averta, il pizzo Porcellizzo (sciöma dò porsceléc'), la punta Torelli, la punta
S. Anna, il pizzo Badile e la punta Sertori; quindi la costiera del
Cavalcorto ed infine, sull’estremo lato destro, i pizzi Torrone,
il monte Sissone ("sisùn", in Val Masino, "còrgn de sisùm", in Valmalenco; m.
3331), la punta Baroni e le cime di Chiareggio. A quota 1580
superiamo, sempre da destra a sinistra, un nuovo torrentello e, alternando
ripide salire a tratti in cui ci spostiamo verso sinistra, giungiamo
al punto in cui siamo più vicini alla costiera sinistra della
valle. A quota 1620 pieghiamo a destra, riattraversando, da sinistra
a destra, il corso d’acqua precedente ed uscendo in una radura,
dove cominciamo una leggera discesa. Dopo una breve risalita, nella
quale passiamo anche sopra una roccia, lasciamo alla nostra sinistra
una baita, a quota 1620 metri circa. Rientriamo nella macchia per uscire,
a quota 1660, in una seconda radura. Rientrati nella macchia, alterniamo
tratti in cui saliamo diritti a tratti in cui tendiamo a destra, fino
ad una terza radura, a quota 1710, dove passiamo accanto ad un torrentello,
lasciandolo però alla nostra destra, senza attraversarlo. Un
nuovo tratto nella macchia, che tende un po’ a sinistra, ci porta
ad una quarta radura, a quota 1760.
Vediamo ora abbastanza bene la testata della valle, e guardando diritti
davanti a noi scorgiamo una spaccatura scura che ne taglia la parete,
scendendo leggermente verso destra. La bocchetta della Merdarola, che
dovremo raggiungere, è ancora poco visibile, un po’ a destra
di questo canalino. Questa quarta radura richiede maggiore attenzione,
perché qui la vegetazione copre quasi interamente la traccia.
Non dobbiamo puntare al bosco sul limite superiore della radura, ma
effettuare una diagonale verso destra, attraversando,
da sinistra a
destra, il corso d’acqua centrale della valle (il brevèt, che, più in basso, confluisce, da sinistra, con la val dò baraiö, formando il fiöm da merdaröla), e proseguendo fino al muro di una baita
diroccata, sul quale è posto il segnavia. Lo raggiungiamo dopo
aver attraversato una fascia di “lavazz”, e ritroviamo la
traccia un po’ più in alto del muro, leggermente a destra.
Dopo un brevissimo traverso a sinistra, rientriamo nella macchia, salendo
per un po’ diritti e volgendo poi a sinistra: incontriamo così
un tratto nel quale un grosso masso ed il cedimento di parte del sentiero
ci costringono ad un piccolo passo di arrampicata. A
quota 1850 attraversiamo, da sinistra a destra, il primo corso d’acqua
attraversato più in basso, e, dopo un’ulteriore macchia
ed un tratto verso sinistra, a quota 1900 usciamo di nuovo ad una radura,
presso i ruderi di un caléc' (uno dei tanti "caléc' da merdaröla", cioè muri perimetrali, a secco, di baite, senza tetto, coperti provvisoriamente con lamiere di zinco o tendoni quando dovevano fungere da ricovero per i pastori che stazionavano per un certo tempo su una porzione di pascolo).
Sopra la radura ci attende l’ultima
breve macchia, oltrepassata la quale, finalmente, siamo all’ampio
circo dell’alta valle. Sopra di noi, spostata leggermente a destra,
la prima delle tre baite della Merdarola, poste in diagonale lungo la
direttrice che conduce alla bocchetta di Medaccio. Possiamo ora osservare
la testata della valle, occupata in gran parte dalle cime della Merdarola (sciöme da merdaröla).
Alle nostre spalle, non si vede più la Valle dell’Oro,
mentre la val Porcellizzo mostra quasi tutte le sue cime, da quelle
dell’Averta al pizzo Cengalo; più a destra, ecco il pizzo
del Ferro orientale, la cima di Zocca, la cima di Castello, la punta
Rasica, i pizzi Torrone, il monte Sissone ("sisùn", in Val Masino, "còrgn de sisùm", in Valmalenco; m.
3331), la punta Baroni, le cime
di Chiareggio, il monte Pioda (sciöma da piöda) ed il monte Disgrazia. Alla nostra destra,
infine, si impongono le due affilate cime che occupano la parte nord-orientale
della costiera Merdarola-Ligoncio, cioè la punta Medaccio (èl medàsc, m.
2350) e, alla sua sinistra, la punta
Fiorelli (m. 2391).
Saliamo quindi alla prima baita (m. 1959), dove il sentiero volge leggermente
a destra, in direzione della seconda (m. 2050). Per raggiungere la bocchetta
di Medaccio, non ci sono più problemi: si raggiunge la terza
baita e si prosegue seguendo i segnavia. Noi, invece, dobbiamo raggiungere la bocchetta della Merdarola ("pas do cavislùn", o anche "bochèta do cavislùn" e "bochél da merdaröla"), posta a sud, sul crinale che separa la Valle della Merdarola da quella di Cavislone (laterale della Valle di Spluga). Giunti, quindi, in vista
della seconda baita (che ha il tetto scoperchiato), lasciamo il sentiero
e con esso i segnavia, cominciando a salire a vista. O meglio: prestando
attenzione, si trova una traccia di sentiero, che però non è
continua.
Ora possiamo distinguere l’intaglio su
cui è posta la bocchetta della Merdarola, quasi diritta di fronte
a noi. Bisogna tener presente che non si tratta di un intaglio che scende
dalla costiera come se fosse la scala che troviamo sulla facciata di
un palazzo. Immaginiamolo, invece, come una scala esterna di una casa,
dalla quale si sale dal livello del suolo alla porta d’ingresso,
posta più in alto: salendo, non abbiamo la parete di fronte a
noi, ma sulla nostra destra. Le scale hanno, sul lato opposto, una ringhiera:
similmente, il canalino che porta alla bocchetta è riparato,
sul lato opposto a quello del fianco roccioso della testata, da una
crestina secondaria, che si stacca da quella principale e scende parallelamente
ad essa. Sulla base di queste indicazioni, riconosciamo ora il canalino,
anche se, visto da qui, appare ancora difficilmente sormontabile.
Saliamo,
dunque, su un terreno che alterna gli ultimi magri pascoli ai massi,
e, tendendo leggermente a sinistra, superiamo un primo dosso e poi un
gradino roccioso, sormontando qualche facile roccetta e raggiungendo
un piccolo pianoro a quota 2300 circa: si tratta di un terrazzo estremamente
panoramico, ed una sosta, prima di affrontare gli ultimi sforzi, non
potrebbe trovare luogo migliore. Ora le cime del gruppo del Masino ci
stanno tutte dinanzi agli occhi.
Non
ci resta che superare un’ultima fascia di massi, su una dorsale chiamata ör da tràpola (con probabile riferimento ale trappole che venivano un tempo collocate per catturare la selvaggina), prima di raggiungere
l’imbocco del canalino, che si presenta migliore di quanto non
apparisse da quote più basse. Una traccia lo risale, zigzagando.
Non ci sono reali pericoli, in assenza di neve e ghiaccio, s’intende,
perché non c’è alcun passaggio esposto, visto che
il canalino è chiuso dai due lati. L’unico reale pericolo
è costituito dal terriccio che tende a franare e dai massi malfermi,
per cui bisogna salire lentamente, saggiando con attenzione i massi
su cui posiamo mani o piedi. Alla fine, a quota 2515, la porta nella
roccia (pàs do cavislùn): un torrente di luce ci investe ed uno scenario del tutto nuovo
si apre, grandiosamente. Sotto di noi, la parte alta della valle di
Cavislone (cavislùn), chiusa a sinistra dagli affilati artigli rocciosi del sàs dò cavislùn e dell'ör dò màza, ed a destra dalla dorsale del sàs dè la cöna. Oltre, la
grande sinfonia delle Orobie centro-orientali, con, in primo piano,
la Valle di Tartano. Oltre, intravediamo anche le cime dell’alta
Val Brembana. Alle nostre spalle, dobbiamo salutare le superbe cime
della Val Masino. Un’emozione che non si dimentica.
Scendere verso l’alpe Cavislone (munt dò cavislùn) non è un problema: alla
bocchetta, infatti, giunge un ultimo lembo di
pascolo, per cui dobbiamo
solo seguire una traccia di sentiero su un declivio erboso ripido, ma
non tanto da essere pericoloso. Scendiamo diritti fino a circa 2380
metri, alla parte dell'alpeggio chiamata "baitéi", avvicinandoci al limite destro di una grande conca occupata da
massi di tutte le dimensioni. Qui, per aggirare un salto roccioso, dobbiamo
piegare a sinistra e poi di nuovo a destra, per scendere fino a quota
2280, sul limite destro della grande ganda. Senza addentrarci nel ginepraio
di massi, aggiriamolo sulla destra e giungiamo in vista di un curioso
panettone erboso, che ha sulla cima, a quota 2280, un grande ometto.
Salendo con pochi passi sulla cima, vediamo, sotto di noi, le due casere
dell’alpe, quella più alta, di quota 2148, e quella più
bassa, a quota 1980 (casèra dò cavislùn). Questo itinerario non segue quello tracciato, con
linea puntinata, sulla carta Kompass, ma mi sembra il più facile.
Scendendo a destra del panettone, troviamo una traccia di sentiero che
punta a sinistra e, raggiunto il filo di un piccolo dosso, scende tranquillamente la parte del pascolo chiamata tèc', raggiungendo la casera più alta. Sulla nostra sinistra, poco sopra la casera,
un’invitante bocchetta, chiamata pòrta dè colegàt, intagliata fra la sciöma do cavislùn, a sinistra, ed il sàs, a destra: se la curiosità ci vince e, superata
una noiosa fascia di massi, saliamo ad essa, ci affacciamo alla selvaggia valéna dò teròz, che scende al terribile
e pericoloso versante orientale della costiera che separa la Valle di
Spluga (val splüga, di cui l’alpe Cavislone è una diramazione laterale)
dal solco principale della Val Màsino. Che non ci punga vaghezza
di scendere su questo versante: sarebbe assai pericoloso! Limitiamoci
a gustare l'ottimo colpo d'occhio sul monte Disgrazia e sui Corni Bruciati.
La
casera più alta è una bellissima baita; da qui proseguiamo
la discesa, su traccia di sentiero, verso quella più bassa, alla
cui sinistra è posta un’altra bocchetta, colonizzata da
una fitta fascia di noccioli irridenti. Di qui passa un sentiero segnato
con tratteggio rosso dalla carta Kompass (ma nelle carte più
redenti il sentiero è stato declassato a traccia puntinata),
che, sul versante opposto, scende all’alpeggio del Sasso Bianco
e di qui, passando da Carponega, a Cataeggio (o, con un secondo ramo,
a Cornolo -“còrnol”-). Stesso discorso di prima: che non ci venga in mente di avventurarci
fra questi dirupi paurosi! Basta perdere il sentiero, per essere perduti.
Oltretutto è un sentiero che si perde da sé. Dalla casera
più bassa parte un sentiero (se non lo vediamo subito, per l’alta
vegetazione, scendiamo leggermente verso destra, in direzione di un
grande larice: lo troveremo) che effettua una traversata, quasi pianeggiante,
verso destra, uscendo dal bosco e raggiungendo il rudere di un baitello.
Qui, dopo lunga assenza, ecco di nuovo i segnavia! Abbiamo, infatti,
intercettato il sentiero che da Cevo (cèf), il paesino posto all’imbocco
della valle di Spluga, sale ai laghi dell’alta valle e poi si
biforca, puntando al passo ad ovest della Torre di Bering (con accesso
all’alta val Toate), a sinistra, ed al passo di Primalpia (con
accesso alla Valle dei Ratti), a destra. Qui, se fossimo camminatori
formidabili, potremmo sbizzarrirci nelle soluzioni.
Ma torniamo con i piedi per terra: siamo appena sotto la casera di Spluga,
di quota 1939, e dobbiamo iniziare una lunga discesa, fino a Cevo. Nel
primo ripido tratto attraversiamo alcune belle macchie di conifere,
oltrepassando la Corte di Cevo (córt dè cèf, m. 1769). Poi, raggiunta la Corte del
Dosso (córt dal dòs, m. 1450), la discesa prosegue, più monotona, sempre sul
lato sinistro della valle, fino alle baite di Ceresolo (Sceresö, m.1041). Da
qui una bella mulattiera ci fa scendere al ponte che, a quota 700 metri
circa, ci porta sul lato opposto della valle, dove, oltrepassata la
nuova centralina elettrica, giungiamo alle porte di Cevo, bellissimo
paesino a cui sale una strada che si stacca sulla sinistra dalla ss.
404 della Val Masino, all’altezza del Ponte del Baffo. Siamo in
cammino da circa 6-7 ore, ed abbiamo superato, in salita, 1330 metri.
La traversata può terminare qui.
Se vogliamo però passare alla storia, scendiamo a Morbegno, seguendo
questa direttrice: portiamoci, sulla strada asfaltata che sale dal Ponte
del Baffo, al bivio per Caspano, e qui scendiamo verso Cadelpicco e
Cadelsasso, fino alla bella conca di Dazio. Qui potremmo in breve, su
una bella mulattiera che taglia il fianco settentrionale del Culmine
di Dazio, scendere a Pilasco, frazione di Ardenno. Ma se il nostro motto
è “Morbegno o morte”, dirigiamoci, sulla strada asfaltata,
in senso opposto (cioè a destra) e, dopo un tratto in discesa,
cerchiamo la deviazione a sinistra per Cermeledo, da cui parte una bella
mulattiera che scende a Campovico. Seguendo la via valeriana verso ovest,
raggiungiamo infine, da Campovico, il ponte di Ganda, per il quale entriamo
trionfanti a Morbegno, dopo una decina di ore di cammino.
È interessante, infine, leggere il resoconto della traversata dalla Valle di Spluga ai bagni di Masino effettuata il 3 agosto 1903 da Bruno Galli Valerio, alpinista e naturalista che molto amò queste montagne: “Alle
quattro e mezzo del mattino siamo sul sentiero della Val Spluga. La carta dello stato maggiore indica un sentiero che dall'alpe Ceresol sale sulla destra a quella di Scervise e di là alla bocchetta di Merdarola (2492 m.). Questo sentiero ci appare sulla nostra destra, a Ceresol. Sale serpeggiando a una bocchettina e lassù si stendono i pascoli di Scervise. Gli alpigiani ci dicono che meglio avremmo fatto a salire per Corte del Dosso e che troveremo la bocchetta brutta verso i Bagni di Masino. Ci portiamo a un altro pascolo un po' più in alto e di là ci arrampichiamo lungo una cresta che scende dirupata verso il vallone di Cataeggio. Un sentiero trasversale ci conduce alla valle che si apre sopra Corte del Dosso. Gli alpigiani avevano ragione: Meglio valeva seguire il sentiero che risale la valle dello Spluga piuttosto di quello segnato nella carta. Qui cominciamo a salire per gande e coste erbose, verso una bocchettina appena scavata nella cresta e sotto la quale giunge una lingua di pascolo verde. La salita è un po' faticosa, ma facile, e alle dieci e un quarto siamo al passo. Davanti a noi stanno tutte le belle montagne di Val Masino. Scendendo un po' su di un crestone a destra del passo, appaiono giù in fondo alla valle, in un folto bosco, i Bagni del Masino.
Sotto il passo scende un ripido canalino di neve e ghiaccio, stretto fra due creste di roccia. Una scivolata potrebbe essere fatale. La parte superiore è talmente dura, che devo scalinarla completamente a zig-zag. Fortunatamente la parte inferiore è fatta di neve abbastanza molle, e possiamo scendere affondando i talloni, senza scalinare. Per scivolate, passiamo un gran nevaio, e attraverso gande, tocchiamo il pascolo di Merdarola. Ma come scendere ai bagni? La valle è completamente sbarrata da un gran salto. Una ragazza ci consiglia di portarci sulla sinistra fino alla casera e là troveremo il sentiero che va ai bagni. Seguiamo il suo consiglio.

Alla casera infiliamo un sentiero che scende verso il bosco dei bagni, ma finisce fra roccie a precipizio. Bisogna risalire. Data un'occhiata in giro ci convinciamo che solo sulla destra della valle troveremo un passaggio. Attraversato il fiume, per roccie e boscaglie, troviamo un sentiero che si perde ad ogni istante, ma che finisce col condurci nel bosco dei Bagni, dopo averci fatto passare quasi sotto a una cascata. Qui ci si para davanti un sentiero segnato da un cerchio rosso. Lo seguiamo, ma poco dopo, vedendo che risale verso i pascoli, ridiscendiamo e tentiamo di attraversare il bosco, nella direzione approssimativa dei Bagni, che non vediamo più. Non c'è sentiero; il bosco è foltissimo e tutto il terreno è costituito da enormi massi coperti di muschio. E' una ginnastica da scimmie: siamo continuamente in cima ai blocchi o tentando di non scivolare fra essi. Finalmente raggiungiamo il fiume. Ma bisogna cercare il ponte. Nè a monte, nè a valle c'è un sentiero. Sempre gli stessi macigni e la ginnastica ricomincia. Sono ormai due ore che ci roviniamo mani e ginocchia senza poterne uscire. Non c'è che una soluzione: Passare a guado il fiume. Il guado è presto trovato. L'acqua è limpidissima e fresca. Il tempo splendido. Il fiume è guadato e il bagno freddo ci ha fatto bene. Raggiungiamo la strada dei Bagni di Masino.
- Da dove venite, ci domanda stupito un giovanotto che ci viene incontro -. Gli spieghiamo l'avventura. - Ma dovevate seguire il sentiero segnato in rosso. E' il solo che conduce ai Bagni -. Bisognava saperlo. Un piccolo cartello indicatore impedirebbe a un caso simile al nostro di ripetersi. Ai bagni ci fanno una festosa accoglienza e la nostra traversata è l'oggetto di tutti i discorsi. Siamo i primi a riderne e lasciamo con dispiacere gli amici per scendere ad Ardenno e far ritorno a Sondrio la sera stessa.” (Bruno Galli Valerio, “Punte e passi”, a cura di Luisa Angelici ed Antonio Boscacci, Sondrio, 1998).